Guinzagli e Sguinzagli

 


Fabrizio Ceppi – L’impunità di Israele e il silenzio dell’Europa sulla Flotilla

 

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Giuseppina, la nonna coraggio della Flotilla: “Bloccati in Libia, ma stiamo bene”

 

Di Flavia Amabile e Luca Biliardo, La Stampa

Si trova in Libia Giuseppina Branca, a 10 chilometri da Sirte. Settantanove anni, infermiera di professione, da tempo presta volontariato sulle imbarcazioni che partecipano a missioni umanitarie. Stavolta, invece, ha scelto di unirsi alla Flotilla di terra, la carovana partita dal Maghreb e diretta a Rafah, valico d’accesso da Sud alla Striscia di Gaza. È composta da oltre 30 veicoli, tra cui ambulanze e camion con carichi di forniture mediche, e trasporta oltre 200 partecipanti provenienti da più di 25 Paesi distribuiti su sei continenti. Una scelta che si è rivelata giusta, racconta la donna, piemontese di Cannero Riviera: «Un’esperienza molto diversa da quella fatta sulle barche. Ora contattiamo tantissima gente di altri Paesi, invece sulle barche eravamo solo oggetti di bellezza. Per usare un termine da fotografi: non eravamo noi fotogenici, lo erano le barche».

La missione di terra ha meno telecamere puntate addosso ma è altrettanto complicata da portare a termine. All’arrivo a Tripoli due settimane fa, Giuseppina Branca è stata fermata insieme ad altri attivisti per controlli di frontiera. Dopo 20 ore hanno ottenuto il via libera e hanno proseguito il viaggio. Da sabato scorso, Giuseppina Branca si trova a una decina di chilometri da Sirte con il suo convoglio composto da un centinaio di volontari. Sono fermi in attesa dell’esito della trattativa con il governo di Haftar per passare nella Libia orientale. Insieme alle altre donne del gruppo dorme in una moschea mentre gli uomini si sono accampati all’esterno nelle tende. A proteggerli ci sono i pullman, le ambulanze e i furgoni schierati a semicerchio come uno scudo. «Come sto? Bene», risponde se le si chiede se ha avuto paura di essere respinta quando è stata fermata a Tripoli. «Ma sarei stata bene anche se mi avessero rimandata indietro».

In queste ore di incertezza è sereno anche Jorge Korner, marito di Giuseppina Branca. «Mia moglie è tranquilla – spiega – non ha paura. In tanti anni ne ha viste di peggio come quando in Congo si è trovata i fucili puntati dell’esercito e dei miliziani». «Giugi», come tutti nel suo paese in Piemonte la conoscono, ha speso tutta la vita in missioni umanitarie. Da poco è tornata a vivere col marito a Cannero Riviera, borgo affacciato sul Lago Maggiore. «Con difficoltà sono riuscito a mettermi in contatto con Giugi – racconta Korner, tedesco di Lipsia, 77 anni e anche lui da sempre attivo nelle organizzazioni -. Sta bene, non è spaventata. Lì aspettano di capire cosa sarà di loro. Internet non funziona e solo ogni tanto con il segnale di Starlink riusciamo a sentirci. Spera che Haftar faccia passare almeno le ambulanze, i farmaci, i medici e gli infermieri. Lei tornerà in Italia, ma tanto sapeva già che a Gaza non ci sarebbe arrivata: in passato era stata in carcere in Israele e non può più entrare nel Paese. Il suo compito era dare assistenza ai componenti della carovana in questo lungo viaggio di duemila chilometri, molti dei quali nel deserto». L’attivista aveva già fatto parte della missione di Flotilla a novembre. Era su una delle imbarcazioni che stavano approdando a Gaza. «Vedevano la costa quando le forze militari israeliane sono salite a bordo e con i fucili puntati li hanno portati via tutti e 400 – racconta il marito di Giuseppina -. È stata due notti e tre giorni in un carcere del Neghev: erano in quindici in una cella. Poi era stata portata via. Con lei c’era il nipote di Nelson Mandela, anche lui un attivista. E si sono ritrovati pochi giorni fa a Misurata in questa missione». L’arrivo nella striscia di Gaza era previsto il 25 maggio. Ora però tutti i piani sono saltati.

La vita ha portato Giuseppina nei contesti più difficili del pianeta. A 16 anni, dopo le medie, ha lasciato il Lago Maggiore per andare a studiare ad Amburgo dove era diventata infermiera: ha lavorato in Svizzera e in Germania. Nel 1986 la partenza per una missione umanitaria in Nicaragua. Lì ha conosciuto Jorge, anche lui impegnato in progetti umanitari. Da allora insieme hanno girato il mondo: lei infermiera e lui falegname. Romania, Ghana, Congo, Argentina, Liberia, Mozambico e Portogallo. Nel 2010 la decisione di ricomprare la casa di Cannero dove Giugi era nata. Un rustico che Jorge ha sistemato, raggiungibile solo a piedi grazie a una mulattiera. Dal 2023 è la loro casa, ma la passione per l’impegno umanitario è più forte della tranquillità della casa nel bosco. «Quando vedo cosa succede nel mondo, penso in Africa soprattutto, mi dico che non posso stare fermo. E mia moglie è come me».

Nell’immagine: Giuseppina Branca, 79 anni di Cannero Riviera, con personale della Mezzaluna rossa


Bremmer: “Putin ha bisogno di Pechino, è sempre più debole”

 

Di Anna Lombardi, la Repubblica

«Putin non se la passa bene. Lo rivela il fatto che Xi ha detto a Trump che si pentirà di aver invaso l’Ucraina. È la prima volta che il presidente cinese afferma una cosa del genere: non è contento di come vanno le cose». Ian Bremmer è l’analista esperto di rischi globali, fondatore del think tank Eurasia Group, uno dei più influenti di Washington.

Quella frase, riportata dal Financial Times, è stata smentita da Pechino e da Trump. La ritiene veritiera?
«Sì, me l’ha confermato una persona presente. L’insofferenza cinese è comprensibile: la guerra in Ucraina, smisuratamente distruttiva, va avanti da troppo tempo. Oggi l’Europa è profondamente antirussa. E molti Paesi dell’Est, già vicini alla Cina, ora sono arrabbiati per il sostegno che dà a Mosca».

Perché Putin va in Cina dopo la visita di Trump?
«Dopo la parata del giorno della Vittoria, dove non si è presentato quasi nessun leader, vuol farsi vedere al fianco del più potente del mondo, rivendicandone amicizia e alleanza. Gli serve a dipingersi migliore, ma ormai la loro relazione è sbilanciata. È Putin ad aver bisogno di Xi e non viceversa».

La Cina cosa guadagna, dunque?
«Non molto. Si sta allontanando da petrolio, gas e combustibili fossili e i vantaggi tecnologici sviluppati rendono ormai Mosca il partner minore di una relazione che non è priva di tensioni. Pesano il crescente dominio economico cinese, e l’avvicinamento di Putin alla Corea del Nord».

Cosa spinge i leader in difficoltà a cercare l’amicizia di Pechino?
«La Cina, oggi, è più importante di quanto fosse in passato. Infatti, a Pechino non sono andati solo Trump e Putin, ma anche il premier canadese Carney, l’indiano Modi e diversi leader europei, compresi quelli di Francia e Germania: ritengono di non potersi più affidare agli Stati Uniti. La Cina li accoglie perché vuole avere buoni rapporti con tutti e se lo può permettere. La sua ascesa economica e tecnologica è evidente, così come la dipendenza degli altri dalle sue terre rare e dalle sue catene di commercio».

Perché definisce Xi il leader più potente?
«Perché non ha elezioni, e dunque limiti di mandato: può pensare e investire sul lungo termine. Il Paese più potente resta, invece, l’America. La Cina non ha una valuta di riserva globale, né un esercito globale o uno stato di diritto. E non gode di fiducia illimitata».

Trump vuol avere buoni rapporti sia con Xi che con Putin. Riuscirà?
«Nell’amministrazione e al Congresso, molti considerano la Cina il principale avversario degli Stati Uniti e hanno preso male le dichiarazioni di Trump su Taiwan a fine vertice. Lo stesso per la Russia: c’è chi non approva la pressione del presidente sull’Ucraina. E vorrebbe maggiore allineamento con europei e Nato».

La Russia è davvero indebolita dalla guerra ucraina?
«Sì. La decisione di invadere l’Ucraina è stato il più grande errore di un leader nel post Guerra Fredda. Peggio persino della decisione di Trump di entrare in guerra contro l’Iran».

La guerra in Iran come impatta su Mosca?
«Si pensava che i russi avrebbero tratto vantaggio dall’impegno americano altrove. Invece Zelensky sta fornendo tecnologia, intelligence e supporto operativo ai Paesi del Golfo che hanno bisogno di difendersi dai droni. Improvvisamente, l’Ucraina ha nuove carte da giocarsi proprio grazie all’Iran».

Europa e Usa chiedono a Pechino di pressare Putin affinché negozi la pace. Accadrà?
«No. Pechino vuole la fine della guerra ma non fino al punto da compromettere il rapporto con Putin».

Cosa emergerà da questo incontro?
«I due parleranno di ordine globale multipolare, da contrapporre all’ordine globale guidato dagli Stati Uniti. Sulle grandi strategie e politiche di ampio respiro, vanno d’accordo. Sul resto meno, a causa dell’asimmetria»

Nell’immagine: l’analista Ian Bremmer


L’elenco degli orrori di Al Buti: «In Libia la tortura è un sistema»

 

Di Mario Di Vito, il manifesto

Le note preparate dalla Corte penale internazionale lo dicono in maniera chiara: se siete persone impressionabili, sappiate che potete uscire in qualsiasi momento. Nelle quattro ore in cui la procura dell’Aia ha presentato le accuse e le prove contro il generale libico Khaled El Hishri, Al Buti, l’elenco degli orrori è lunghissimo. Diciassette i reati ipotizzati: undici capi per crimini contro l’umanità e sei per crimini di guerra. Tutti compiuti tra il 2015 e il 2020 nei confronti di 945 persone a Mitiga, il complesso a est di Tripoli dove, oltre all’aeroporto, c’è la prigione. E le «condizioni di detenzione sono inimmaginabili».

I PROCURATORI si alternano nella lettura del catalogo delle aberrazioni. Lui, il generale, «l’angelo della morte», come pure lo chiamano, è a sinistra della corte. Appare imponente, il viso segnato da qualche cicatrice, il completo blu che stringe sul petto. Non tradisce particolari emozioni quando si parla dei metodi con cui, insieme a Osama Almasri, dirigeva il suo plotone di torturatori: la Rada. Uno spettatore muto. Così come in silenzio lo osservano dagli spalti le sue vittime. Ci sono David Yambio e Lam Magok, testimoni non molto ascoltati dalle autorità italiane durante i rovesci del caso Almasri, ma tenuti in grande considerazione all’Aia.

È GRAZIE A LORO – e a tutti gli altri, citati negli atti sotto forma di sigla – che un’indagine durata quindici anni ha trovato uno sbocco giudiziario. Infatti il processo cominciato ieri è una prima volta assoluta – «una pietra miliare», dice la procuratrice Nazhat Shameem Khan in apertura – perché mai prima d’ora si era parlato in un’aula di tribunale di quanto successo nella Libia dopo Gheddafi. La guerra per bande che ancora attraversa il paese. Le connessioni con i paesi europei che in virtù della loro ossessione per il «controllo delle migrazioni» sono pronti a stringere accordi con chiunque. Tipo con la Rada di Al Buti e Almasri. La differenza, tra i due generali, è soltanto che il primo è stato arrestato e consegnato dalla Germania, mentre il secondo l’Italia lo ha riaccompagnato a casa, scegliendo di venir meno ai propri obblighi di cooperazione con la Cpi.

MA LE ACCUSE sono praticamente le stesse. Al Buti, è il racconto di un testimone, «incuteva talmente tanta paura che a Mitiga non si sentiva volare una mosca quando c’era lui a condurre gli interrogatori». Cioè a torturare i detenuti. Lasciati appesi per le ginocchia al soffitto, buttati nel fango, schiavizzati, affamati, assetati, picchiati, umiliati, insultati, bruciati con i cavi elettrici, stuprati, messi a correre inseguiti da colpi di mitra sparati verso le gambe. Messi gli uni contro gli altri, a sorvegliarsi a vicenda. Costretti a guardarsi sanguinare. Ci finiva chiunque: libici, magari dissidenti, e non libici che volevano solo attraversare il paese per andare altrove. Anche donne incinte – Al Buti dirigeva il braccio femminile della prigione – e bambini. Nessuno sconto, nessuna differenza. Un orrore privo di soluzione di continuità. La procura sostiene che non si possa parlare di «episodi», per quanto numerosi e gravi. «Tutto questo era parte di un sistema istituzionalizzato di violenza». Un regno della paura che non conosceva limiti né confini. Anche perché nessuno si è mai preoccupato troppo della cosa. Né in Libia né in Europa.

L’AVVOCATO del generale, l’egiziano Yasser Mohamed Ahmed Hassan, nella sua replica, non fa molto per smentire le accuse. E, almeno a quanto si è visto in questa primissima fase processuale, sembra intenzionato a portare avanti una linea difensiva molto politica. Prima ha accusato la procura della Cpi di non aver mai mosso un dito durante il regime di Gheddafi e di non aver mai voluto nemmeno indagare sui misfatti del successivo intervento militare della Nato. Poi ancora ha sostenuto che il tribunale dell’Aia non ha giurisdizione su Al Buti, che casomai dovrebbe essere processato in patria, anche perché a suo dire Mitiga non era sotto il controllo della Rada ma «dello stato». Infine ha più o meno esplicitamente minacciato il premier di Tripoli, Abdul Hamid Dbeibeh, che, appoggiando questo processo, starebbe violando la costituzione del suo paese.

IL SOTTINTESO appare evidente: se il governo scarica Al Buti, Al Buti scaricherà il governo. E magari potrebbe raccontare quello che tutti hanno intuito ma che nessuno ha mai detto chiaramente: dietro il «l’esternalizzazione delle frontiere» tanto cara ai paesi europei per i noti motivi di propaganda sull’eterno allarme sicurezza, non ci sono solo accordi con le bande di criminali che attualmente esercitano i poteri della polizia in Libia, ma anche affari di vario genere. E varia grandezza. Dalla partita energetica a quella delle infrastrutture. Dbeibeh, ad ogni modo, ha nelle sue mani Almasri, arrestato a novembre e attualmente ancora detenuto. Consegnare anche lui alla Corte penale internazionale sarebbe un colpo durissimo per la Rada. C’è anche questo intreccio dietro il processo ad Al Buti.

OGGI L’UDIENZA preliminare – si sta infatti discutendo se il dibattimento si aprirà o meno – prosegue con il discorso dei legali rappresentanti delle vittime, quelli che sono venuti fuori dall’inferno e hanno attraversato il mare con la paura di non farcela ad arrivare. O di essere riportati indietro dalla famigerata guardia costiera, finanziata e addestrata dall’Italia. «La dignità deve prevalere sulla paura – hanno detto gli avvocati –, chi è passato per Mitiga vuole giustizia non solo per sé, ma anche per chi è morto e per chi non ha ancora riacquistato la libertà». Perché mentre la giustizia lentamente si muove, in Libia la situazione non cambia. Quello che nei capi d’accusa viene raccontato al passato è il presente di migliaia di persone.

Nell’immagine: L’Aia, udienza del processo contro Khaled El Hishri (il generale Al Buti)


Come far fuori i sindacati europei

 

Stellantis imbarca i cinesi. E qui, Renato De Lorenzi ci ha spiegato perché “c’è di che mettersi le mani nei capelli” pensando a quel grande gruppo automobilistico italo-francese-americano, quarto al mondo per importanza, che ora vorrebbe portare uno o più marchi cinesi in Europa. Cinesi che potrebbero anche comprarsi Stellantis. E sarebbe un’altra sorta di “trappola di Tucidide” (teoria dello storico e militare ateniese dell’età classica greca, secondo cui l’inevitabilità di una guerra scatta quando appare una potenza che vuol mangiarsene un’altra), evocata come avvertimento, sul caso Taiwan, con conoscenza storica, dal presidente cinese nell’incontro con lo sprovveduto Trump.

Ed è proprio qui, anche rimanendo nel campo automobilistico, che deve inserirsi un discorso che va oltre l’aspetto economico-finanziario o di proprietà e sinora messo scarsamente in luce.

Le pratiche antisindacali

L’Istituto sindacale europeo ha denunciato recentemente con forza le pratiche antisindacali di Tesla, impresa automobilistica e tecnologica statunitense dell’imprenditore miliardario Elon Musk, ora anche consigliere ascoltato di Donald Trump, soprattutto in Svezia e Germania.

In Svezia c’è stato lo sciopero più lungo della storia del paese perché il gruppo Tesla aveva rifiutato il contratto collettivo (come rileva German Bender, autore di un rapporto di “Arena”). Per limitarne gli effetti (e anche umiliare i lavoratori svedesi) Tesla è quindi ricorsa a lavoratori europei, i cosiddetti “crumiri”, inviati in Svezia per sostituire 70 scioperanti. In un paese dove il 70 per cento dei salariati sono sindacalizzati e il 90 per cento coperti da un contratto collettivo, pratiche fermamente ancorate nel mercato del lavoro svedese, è il peggior affronto o delitto civile e umano che poteva capitare. E a causa di un “esterno”, di un americano miliardario dall’ideologia trumpiana.

Come distruggere la solidarietà

In Germania, nella recente elezione del comitato d’azienda nella fabbrica Tesla di Grünheide (Brandeburgo), una unità di produzione europea del costruttore, che conta circa 11 mila salariati, il combattivo sindacato IG Metal ha ottenuto il 31 per cento dei voti, mentre superava ancora largamente il 40 per cento due anni prima. È stato superato da una lista denominata Giga United, che è però emanazione della direzione. La quale ha infatti distribuito dei “badge” (distintivi) con la scritta “Giga sì, Sindacato No”, esercitando forti pressioni sui salariati, pressioni o minacce anche finanziarie, per non votare IG Metall. Il risultato dello scrutinio è infatti stato contestato in Giustizia.

Eppure in Germania, in quella fabbrica, si è imposta la pratica, tipicamente americana (che non è solo antisindacale, è inumana), nei vari settori di produzione, su pannelli elettronici, le prestazioni individuali: i nomi dei dipendenti-meccanici appaiono in rosso quando non raggiungono gli obiettivi prefissati dalla direzione. Una sorta di ostracismo in funzione della produttività. C’è di più: i salariati sono incitati a valutarsi mutualmente su una scala che va da 1 a 5. “E così si distrugge anche la solidarietà tra lavoratori“ (rileva l’Istituto sindacale europeo). Anche qui c’è di più: “giovani poco qualificati, perlopiù immigrati, di nazionalità diversa, senza esperienza sindacale, sono i più vulnerabili e manipolabili. E si spiega anche in tal modo perché nell’industria automobilistica tedesca ci sia attualmente una proporzione elevata di occupati poco qualificati e di nazionalità diversa.”

Il Musk-pensiero (o trumpiano)

Forse è importante richiamare a questo punto, a mo’ di spiegazione e di conclusione, quanto Elon Musk, il “padrone” di Tesla, oggi anche consigliere molto ascoltato del presidente Trump e onnipresente (persino con il figlioletto) nel famoso Studio Ovale della Casa bianca, dichiarava in una intervista al “New York Times” (ed era nel novembre del 2023!): “io non sarò mai d’accordo con l’idea del sindacato… Non mi piace che si crei una sorta di relazione… tra signori e contadini. Si crea in tal modo una negatività per l’impresa, per gli affari”.

Se è il metodo americano che sta andando e andrà per la maggiore nell’era trumpiana, è bene fissarselo in testa, anche in casa nostra.

Nell’immagine: sostenitori del sindacato giallo Giga United nella fabbrica Tesla di Grünheide


Senza immigrazione la popolazione svizzera invecchierebbe rapidamente

 

Di Valentin Tombez, tvsvizzera.it

La popolazione svizzera aumenta rapidamente. Troppo rapidamente, secondo l’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice). Con la sua iniziativa volta a limitare l’immigrazione, principale motore della crescita demografica da diversi decenni, il partito di destra intende fissare un tetto massimo di 10 milioni di abitanti. La proposta, che sarà sottoposta a votazione il 14 giugno 2026, permetterà di preservare le infrastrutture, dall’edilizia abitativa ai trasporti, nonché il tenore di vita, promette l’UDC.

Ma come sarebbe una Svizzera senza immigrazione? Al di là della questione dei numeri, sarebbe soprattutto la struttura per età della popolazione a subire una profonda trasformazione. Senza i suoi 2,5 milioni di persone straniere, la Svizzera invecchierebbe molto di più, come mostrano i dati dell’Ufficio federale di statisticaCollegamento esterno (UST).

L’età media degli svizzeri e delle svizzere è oggi di 44 anni e mezzo. Quella delle persone straniere residenti nella Confederazione è invece di soli 37 anni e mezzo, ovvero sette anni in meno.

Tre stranieri su quattro in età lavorativa

Il divario emerge ancora più chiaramente osservando la ripartizione tra giovani (0‑19 anni), persone in età attiva (20‑64 anni) e anziani.

Tra le persone di nazionalità svizzera, il 56% rientra nella fascia d’età lavorativa. Tra quelle straniere residenti in Svizzera, questa quota sale a quasi il 72%. Al contrario, la percentuale di persone anziane è nettamente più elevata tra la popolazione elvetica: quasi il 24% ha raggiunto l’età della pensione, contro l’8% circa tra le persone straniere.

La presenza straniera è particolarmente marcata nelle fasce d’età comprese tra i 30 e i 49 anni, come mostra la piramide delle età qui sotto. In queste classi, le persone straniere rappresentano circa il 40% della popolazione. Tra gli e le ultraottantenni, invece, la loro quota scende a circa il 10%.

Un deficit nell’assicurazione malattia e nell’AVS

Un invecchiamento più pronunciato della popolazione avrebbe diverse conseguenze dirette. Una di queste può essere misurata relativamente facilmente: l’impatto sui costi della sanità.

In media, una persona di 38 anni paga 5’076 franchi all’anno di premi di assicurazione malattia e genera 2’937 franchi di costi per l’assicurazione obbligatoria di baseCollegamento esterno. Il suo bilancio è quindi positivo, pari a 2’139 franchi.

A 73 anni, una persona paga gli stessi premi, ma genera costi per 9’652 franchi. Il bilancio diventa così negativo, per 5’476 franchi.

In altre parole, un’accelerazione dell’invecchiamento della popolazione graverebbe sul finanziamento dell’assicurazione malattia di base.

La stessa logica vale per l’AVS: sono i contributi delle persone attive a finanziare le rendite di chi è in pensione. Una quota più elevata di persone anziane aumenterebbe la pressione sul sistema.


Annessione di fatto: la pena di morte estesa ai Territori occupati

 

Di Eliana Riva, il manifesto

Con un ordine militare del capo dell’esercito responsabile dell’occupazione in Cisgiordania, la pena di morte approvata in Israele è ora applicata ai territori palestinesi. Estendere la legislazione civile israeliana in aree occupate rappresenta un’annessione di fatto, contraria al diritto internazionale. Lo avevano fatto presente persino i funzionari legali di Tel Aviv, chiamati a esprimere un parere in merito alla legge voluta dal ministro della sicurezza nazionale israeliano, il suprematista Itamar Ben Gvir.

QUELLO DI DOMENICA sera è l’atto definitivo che istituzionalizza l’omicidio discriminatorio mirato ai soli palestinesi. La natura razzista della norma risiede nelle scappatoie legali, individuate da Ben Gvir e approvate dalla Knesset, per elargire immunità ai cittadini ebrei d’Israele, che si trovino all’interno dei confini dello Stato o vivano da coloni nella Cisgiordania occupata. A tale scopo è stato necessario stabilire due principi che rafforzano un sistema legale già palesemente iniquo. Nelle corti civili d’Israele, l’applicazione della legge è limitata a chi agisce con l’intento di «negare l’esistenza dello Stato», clausola applicabile ai soli cittadini di origine araba. Nei territori occupati, invece, la norma è utilizzabile esclusivamente all’interno dei tribunali militari, ai quali sono destinati solo i palestinesi, escludendo quindi i coloni illegali che tentano di sottrarre loro terra e proprietà.

Il Comitato Onu per l’eliminazione della discriminazione razziale ha già stabilito che separazione legale pressoché totale tra coloni e palestinesi, configura una violazione della Convenzione internazionale contro l’apartheid. La Coalizione mondiale contro la pena di morte ha poi chiarito che l’introduzione della clausola sulla «negazione» dell’esistenza dello Stato d’Israele inasprisce la segregazione razziale: colpisce le motivazioni attribuite ai palestinesi, esentando di fatto i cittadini ebrei israeliani. Un sistema legale a doppio binario, in cui la pena di morte su base etnica completa l’impalcatura dell’occupazione, trasformando la resistenza alla sottomissione in un reato punibile con l’esecuzione da parte della potenza occupante.

A CUI SI AGGIUNGE la sostanziale immunità delle forze armate, che dispongono della vita della popolazione locale senza timore di sanzioni. Succede di continuo, come nel caso dell’uccisione, lo scorso marzo, della famiglia Bani Odeh: padre, madre e due figli massacrati dai soldati mentre tornavano alla propria abitazione nella Cisgiordania occupata. I militari responsabili non sono stati sottoposti ad alcun interrogatorio. Eppure, gli organi di stampa israeliani informano che il caso sarà presto archiviato. A quella dei soldati si somma la violenza senza freno dei coloni, che dall’inizio del 2026 hanno già ucciso almeno dieci palestinesi. Nessuno degli assassini rischia la pena capitale, ma se un palestinese si difende uccidendo il suo aggressore, grazie alla nuova norma i tribunali militari dovranno applicare la pena di morte senza possibilità di appello, commutabile in ergastolo solo in presenza di «circostanze speciali».

A Gaza, intanto, le stragi proseguono nonostante il cessate il fuoco. Domenica diversi bombardamenti hanno preso di mira una cucina di comunità, un’auto e un gruppo di civili, uccidendo sei persone in 24 ore. Tre delle vittime erano lavoratori di una mensa popolare di Deir al-Balah, dove si preparano e distribuiscono pasti per la popolazione sotto assedio. Anche ieri un raid ha fatto una vittima, a Khan Younis.

IL MINISTERO della salute di Gaza ha dichiarato imminente il disastro sanitario per circa 225mila pazienti che soffrono di ipertensione e non possono essere curati a causa della mancanza di farmaci. I medici hanno fatto sapere, inoltre, che i sistemi di diagnostica per immagini rimasti attivi rappresentano solo il 24% della strumentazione presente nella Striscia prima degli attacchi israeliani. I macchinari rimanenti sono sovraccaricati e l’assedio israeliano impedisce l’ingresso dei pezzi di ricambio necessari alla manutenzione. Le evacuazioni mediche dei pazienti più gravi procedono con estrema lentezza a causa dei blocchi di Tel Aviv e il valico di Rafah ieri è rimasto completamente chiuso. Dopo il blocco solitamente imposto dai militari nel fine settimana, le autorità di occupazione ne hanno impedito la riapertura senza fornire motivazioni.

Nell’immagine: Deir al-Balah, Youssef Rayyan piange il figlio Ibrahim


Brexit addio? Ora a Londra si discute di “Brentry”. Ecco come il Regno Unito può rientrare nell’Ue

 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

Dieci anni dopo il referendum che approvò la Brexit, un nuovo termine si affaccia nel lessico politico del Regno Unito:Brentry. Acronimo di “Britain entry”, ovvero l’entrata della Britannia nell’Unione Europea. Un progetto tornato di attualità negli ultimi mesi, e soprattutto negli ultimi giorni, diventando il cuore della campagna per Downing Street.

La polemica fra i laburisti

La settimana scorsa l’ex-ministro della Sanità Wes Streeting, uno dei candidati a rimpiazzare il primo ministro Keir Starmer, ha dichiarato che “la Brexit è stata un errore catastrofico, un giorno dovremo rientrare nella Ue”. Anche il sindaco di Manchester Andy Burnham, suo principale avversario nelle primarie del Labour per scegliere un nuovo leader del partito (che diventerebbe automaticamente capo del governo), si era pronunciato in modo simile: “Spero di vedere nel corso della mia vita il nostro Paese di nuovo nell’Europa unita”, aveva detto l’autunno scorso.

Ma adesso Burnham frena, perché per aspirare al posto di premier deve essere membro del Parlamento e per riuscirci deve vincere l’elezione a un seggio vacante da deputato in programma il mese prossimo in una circoscrizione fortemente brexitiana, a Makerfield, sobborgo povero di Manchester, dove nel referendum del 2016 la Brexit passò con il 65 per cento dei voti, molti di più del 52 per cento con cui si affermò a livello nazionale. “Il rientro nella Ue è solo un progetto a lungo termine, non fa parte della mia agenda attuale”, ha detto sabato Burnham.

Il gioco di Farage

Nel Labour c’è chi accusa Streeting di avere voluto “sabotare” la corsa di Burnham al seggio da parlamentare, in modo da non ritrovarselo di fronte nelle primarie laburiste. In effetti i populisti di Reform, il partito guidato da Nigel Farage, primo promotore della Brexit, accusano già entrambi i candidati alla poltrona di Starmer di volere “tradire” il risultato del referendum di un decennio fa. Farage promette di “fare di tutto” per battere il sindaco di Manchester con un proprio candidato nell’elezione suppletiva di giugno. La polemica fra i due laburisti fa il suo gioco nel breve e nel lungo termine: dopo avere vinto le elezioni amministrative di questo mese, il “Trump inglese”, come lo chiamano alcuni, è in testa anche nei sondaggi sulle politiche del 2029. Accusare il Labour di voler ritornare nella Ue può aiutarlo a vincerle.

Ma sarebbe davvero possibile per il Regno Unito rientrare nella Ue? In che modo e in che tempi? E quali conseguenze avrebbe per il Labour una netta scelta di campo a favore della Brentry, ossia del rientro in Europa? Sono i quesiti di cui a Londra si discute ora accanitamente.

Il “reset” di Starmer

Nel referendum del 2016, Keir Starmer, all’epoca numero due del leader Jeremy Corbyn nel Labour, era schierato per rimanere nella Ue. Succeduto a Corbyn nel 2020 alla testa del partito, ha preso dall’inizio una linea più morbida, sostenendo che bisognava accettare la Brexit, il risultato espresso, sia pure di misura, dalla consultazione popolare, ma occorreva avere i migliori e più vantaggiosi rapporti possibili con l’Unione Europea. Dopo avere vinto le elezioni del 2024 e conquistato Downing Street, Starmer ha promesso un “reset” nelle relazioni con Bruxelles: una reimpostazione.

La freddezza dell’America di Trump nei confronti dell’Europa, riguardo agli aiuti all’Ucraina nella guerra contro l’invasione russa ma non solo, ha rafforzato nel premier britannico il convincimento della necessità di una stretta cooperazione con la Ue in materia militare e di sicurezza, ma pure in altri campi. Su molte questioni internazionali, negli ultimi mesi l’Europa si è trovata di fatto a essere già guidata da un binomio Parigi-Londra o da un triangolo Parigi-Berlino-Londra. Lanciato da un summit lo scorso anno, il “reset” si traduce per ora in maggiore collaborazione scientifica, facilitazioni nell’import-export commerciale e ripresa dell’Erasmus, il programma di scambi universitari fra il continente e il Regno Unito, che era stato interrotto dalla Brexit. Dopo la sconfitta subita dal Labour alle recenti amministrative, Starmer ha detto che il futuro del suo Paese deve essere “nel cuore dell’Europa”.

Le “linee rosse”

Ma il premier laburista non ha per ora manifestato l’intenzione di violare quelle che lui stesso indica come “linee rosse”: non tornare nella Ue, ma nemmeno nel mercato comune (come la Norvegia, che ne fa parte pur non appartenendo alla Ue) e neanche nell’unione doganale (a cui aderiscono ad esempio San Marino e Turchia), l’ultimo cerchio dell’unificazione europea. A Londra circolano invece da tempo voci che esortano a oltrepassare tali linee: dai liberaldemocratici ai Verdi, e compresi alcuni esponenti del Labour, c’è chi ritiene necessario entrare al più presto almeno nell’unione doganale, con la prospettiva di ulteriori passi successivi. L’establishment finanziario ed economico britannico, dalla City alla Confindustria, è sostanzialmente su posizioni analoghe: il punto cruciale dell’indebolimento del Regno Unito dal 2016 a oggi, concordano economisti e statistiche, è da addebitare alla Brexit, quantificabile in un calo del pil tra il 6 e l’8 per cento nell’arco degli ultimi dieci anni.

Tempi e modi

Il mese passato il sindaco di Londra, Sadiq Khan, intervistato su Repubblica, è stato il primo laburista a rompere pubblicamente il tabù, proponendo che il Regno Unito rientri nel mercato comune entro la fine dell’attuale legislatura e che metta poi il ritorno nella Ue nel programma elettorale per il voto del 2029. Khan ha aggiunto che a suo modo di vedere non sarebbe nemmeno necessario un referendum per raggiungere questo obiettivo. La storia gli dà ragione: nel 1973, con un voto del Parlamento di Westminster su iniziativa del governo del primo ministro conservatore Edward Heath, il Regno Unito decise di entrare in quella che allora era denominata Comunità Economica Europea.

Soltanto due anni dopo si svolse un referendum per confermare, o eventualmente contraddire, la storica scelta: che fu approvata, 67 a 32 per cento. Il quesito del referendum del 2016 riguardava soltanto la permanenza o meno del Regno Unito nella Ue: in teoria nulla impedirebbe al governo, e alla larga maggioranza parlamentare laburista, di votare a favore di un’adesione all’unione doganale o anche al mercato comune europeo, ipotesi che vennero considerate perfino nel dibattito post-Brexit sul divorzio da Bruxelles. Se poi il Labour successivamente facesse del ritorno della Ue un punto cardinale del programma per le prossime elezioni, vincendole potrebbe sostenere di avere già ricevuto un mandato popolare per la Brentry: l’entrata a pieno titolo nell’Europa unita.

Un nuovo referendum

L’opinione dominante, tuttavia, è che una questione così divisiva richiederebbe un nuovo referendum, se non per aderire all’unione doganale o al mercato comune, certamente per l’adesione alla Ue. In aprile di quest’anno un sondaggio di YouGov sull’argomento ha indicato che il 63 per cento dei britannici oggi vuole una relazione più stretta con la Ue e il 55 per cento vuole un ritorno nella Ue. La maggioranza pro-Brexit di dieci anni or sono, 52 a 48 per cento per uscire dall’Europa, sembra essersi dunque ampiamente ribaltata. Ma rimane, nonostante i danni causati dalla Brexit, uno zoccolo duro e ampio di euroscetticismo. Anche perché Farage e conservatori, con il sostegno della stampa di destra, continuano a soffiare sull’immigrazione come principale minaccia al Regno Unito: dalla Ue non ne arriva più, l’immigrazione legale supera di gran lunga quella illegali dei clandestini che attraversano la Manica su gommoni, ma i populisti fanno per così dire di tutte le erbe un fascio. Trovando terreno fertile, perché il disagio economico dei ceti deboli, qui come altrove, è reale: solo che le cause sono altre, la globalizzazione, la deindustrializzazione, la lunga stagione di tagli alla spesa pubblica, un decennio di austerity, dopo la grande crisi finanziaria del 2008. L’immigrazione funziona come un comodo capro espiatorio, accompagnato dalla tesi che la Brexit non è stata applicata abbastanza, ovvero che il legame con l’Europa andava spezzato ancora più decisamente, trasformando l’Inghilterra in una sorta di Singapore europea. Anche a costo di perdere le altre tre regioni del regno, Scozia, Irlanda del Nord e Galles, assai più europeiste e ora tutte guidate da governi autonomi separatisti.

La campana di Bruxelles

Per un eventuale rientro del Regno Unito in Europa, naturalmente, sarebbe necessario anche sentire la campana di Bruxelles, ossia il parere dell’Unione Europea: dove la maggioranza si è sempre espressa a favore del ritorno britannico, ma con qualche dissidente. In Germania, Francia, Italia e Spagna, nota il Guardian, più del 50 per cento dell’elettorato sarebbe favorevole a riaccogliere il “figliol prodigo” britannico. Ci sarebbero certamente problemi tecnici. Secondo alcuni, Londra dovrebbe rinunciare alla sterlina e adottare l’euro. I negoziati sarebbero sicuramente lunghi e complicati: la trattativa per il divorzio sancito dalla Brexit è durata cinque anni, quella per un ritorno potrebbe durare anche di più. Senza contare che ci sono già mezza dozzina di Paesi in coda per entrare nella Ue, alcuni dei quali potrebbero dire agli inglesi: mettetevi in fila, come è vostra buona abitudine, dietro di noi.

Le conseguenze per il Labour

Dei cinque maggiori partiti nazionali britannici, oggi due sono chiaramente contrari a ogni ipotesi di riavvicinamento alla Ue: i populisti di Reform e i conservatori. Altri due, i Liberaldemocratici e i Verdi, sono chiaramente favorevoli al ritorno nella Ue. Nel mezzo c’è il Labour, in preda a una sorta di “vorrei ma non posso”. Nel referendum del 2016, i laburisti erano per rimanere in Europa, ma il loro leader Corbyn non si diede molto da fare per rimanerci: prigioniero di una vecchia ideologia radicale, giudicava la Ue un’unione di banchieri capitalisti, lontana dai suoi ideali socialisti. Dieci anni più tardi, la maggioranza del partito è come minimo per il “reset” imboccato da Starmer, con varie sfumature più determinate al rientro, dal “spero che avvenga nel corso della mia vita” espresso da Burnham fino a “un giorno saremo nella Ue” di Streeting, per culminare nelle parole del sindaco di Londra Khan, secondo cui bisognerebbe entrare nel mercato comune subito e negoziare con Bruxelles l’ingresso nella Ue a partire dal 2029. A patto di vincerle, naturalmente, le elezioni previste fra tre anni.

Su questo punto, il Labour è davanti a un amletico dilemma. Una parte dei suoi elettori tradizionali hanno votato per la Brexit in nome di un risentimento anti-establishment, un rimpianto di un passato migliore, una protesta contro il nuovo che avanza, specie nel nord dell’Inghilterra, più povero rispetto al sud. La cosiddetta “Red Wall”, la muraglia rossa: cittadine della classe operaiacolpite dalla deindustrializzazione, dove il richiamo populista dei brexitiani di ieri e dei populisti di oggi, “è tutta colpa dell’immigrazione”, funziona ancora. Per questo Starmer non vuole varcare le “linee rosse” fissate dal referendum del 2016. Per la stessa ragione Burnham frena sul ritorno nella Ue, se vuole sperare di vincere il seggio da deputato di cui ha bisogno per candidarsi a premier. Ma un’altra parte degli elettori laburisti, a Londra e nei centri urbani, specie tra i giovani, vorrebbe invece un’accelerazione della lenta marcia verso la Ue: e, davanti alle cautele di Starmer, dirotta i consensi verso i Verdi o i Libdem.

Lo studio del politologo

La prudenza di Starmer rischia di risultare comunque poco efficace, perché fra il suo Labour che dice “dobbiamo essere nel cuore dell’Europa, ma non nella Ue” e Reform o Tories che dicono “mai e poi mai nella Ue”, gli elettori tendono comunque a preferire le posizioni più nette e radicali della destra. Uno studio del professor John Curtice, il più eminente politologo britannico, citato in questi giorni dal Financial Times, rivela che il 27 per cento di coloro che alle elezioni del 2024 votarono per i laburisti sono passati negli ultimi due anni ai Verdi o ai Liberaldemocratici, mentre solo il 10 per cento di coloro che nel 2024 votarono laburista sono passati a Reform.

In sostanza, con una posizione tiepida sull’Europa, il Labour perde più consensi che se avesse una posizione più dichiarata e aperta, come quella espressa dal sindaco di Londra. Ma se ciò vale a livello nazionale, nell’elezione supplettiva a Makerfield, dove il sindaco di Manchester Andy Burnham si gioca la possibilità di candidarsi a premier (se perde, le sue ambizioni di andare a Downing Street sono finite), schierarsi più apertamente per il ritorno nella Ue sarebbe un suicidio politico. Potrebbe risultargli fatale perfino la cautela con cui si è espresso sul tema. Un mese di campagna elettorale deciderà il suo destino e, di conseguenza, quello di Starmer e del Labour. Intanto, nel Paese della Brexit, è apparsa all’orizzonte la Brentry: più difficile da pronunciare, quasi uno scioglilingua, sinonimo di un viaggio che molti ritengono necessario ma che non è semplice.


L’ex negoziatore Eyre: “Trump ha fallito, non otterrà un accordo migliore di quello di Obama”

 

Di Gabriella Colarusso, La Repubblica

Alan Eyre è stato un pioniere del dialogo con l’Iran: primo portavoce del dipartimento di Stato a parlare farsi, fu anche l’unico diplomatico di carriera a far parte del team negoziale che dal 2010 al 2015 lavorò all’accordo nucleare (Jcpoa). “Qualsiasi accordo che l’amministrazione Trump può raggiungere con l’Iran, ammesso che ci riesca, sarà lo stesso di Obama”, dice. “La guerra è stata una fallimento strategico americano paragonabile, se non peggiore, a quello dell’Iraq nel 2003”. Gli iraniani non si fidano, vogliono che a fare da garanti per la fine della guerra siano Cina, Russia e l’Onu. Trump potrebbe essere disposto a un accordo multilaterale? “Gli iraniani hanno sempre chiesto che qualsiasi accordo per la fine della guerra passi da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, proprio come è stato il Jcpoa, ma non c’è modo di garantire che gli Stati Uniti e Israele non li attaccheranno più. Vogliono ciò che non possono ottenere. Qualsiasi accordo durerà solo finché tutte le parti ne trarranno beneficio. Cina e Russia possono usare la loro posizione nel Consiglio di Sicurezza per favorire un accordo. Ma non vedo Pechino farsene garante militarmente. Trump non sembra soddisfatto della risposta iraniana. L’Iran e gli Stati Uniti stanno ancora negoziando su cosa negoziare. E’ un processo aperto, una comunicazione continua, la proposta di una pagina non era la bozza di un accordo definitivo”. C’è il rischio di un’escalation?“Non credo che il Presidente Trump voglia riprendere gli attacchi militari contro l’Iran prima del suo viaggio in Cina. Potrebbe succedere, ma credo che non lo metterebbe in una buona posizione. Ma ha dimostrato più volte di non essere un uomo paziente e continua a credere che se l’Iran sarà sottoposto a sufficiente pressione militare, capitolerà. Questa situazione continuerà con colloqui indiretti che passano attraverso diversi paesi mentre attacchi sono in corso”.

Teheran potrebbe accettare la riapertura incondizionata dello stretto di Hormuz?
“No, è il loro strumento di pressione più forte. Sono disposti a riaprire lo stretto, ma le navi devono attraversare le acque territoriali iraniane e coordinarsi con l’Iran. Imporranno un pedaggio. Ci vorranno mesi prima che lo Stretto di Hormuz torni ai livelli di traffico precedenti, anche se domani entrambe le parti dovessero accordarsi per riprendere il pieno traffico marittimo, anche in caso di accordo di pace. C’è una possibilità che è quella di versare denaro a un consorzio che includa sia l’Iran che i Paesi del Golfo per risarcire i danni di guerra. Un’altra è che sia solo l’Iran a incassare”.

Altri paesi che si affacciano su altri stretti potrebbero fare lo stesso.
“E’ il mondo in cui viviamo ora: il sistema internazionale di regole e leggi sta crollando. L’America ha trasformato i suoi strumenti economici in armi, sfruttando la forza del dollaro, e ora l’Iran sta facendo la stessa cosa”.

Sul nucleare, la proposta americana è congelare l’arricchimento e poi consentirlo per scopi civili. Non è quello che prevedeva il Jcpoa?

“Qualsiasi accordo che l’amministrazione Trump concluderà sarà essenzialmente lo stesso dell’accordo di Obama. Gli Stati Uniti sembrano disposti ad accettare una sospensione pluriennale dell’arricchimento dell’uranio in Iran, seguita da un arricchimento a livelli molto bassi per tutto il periodo, con ispezioni periodiche da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Ritengo improbabile che il presidente Trump raggiunga questo accordo, ma nel caso lo venderebbe come una vittoria: “Ho convinto l’Iran a sospendere l’arricchimento, cosa che Obama non è mai riuscito a fare”, e avrebbe ragione. D’altra parte, però, ha anche permesso all’Iran di ottenere il controllo dello Stretto di Hormuz”.

L’Iran potrebbe accettare però di consegnare il suo uranio arricchito.
“Potrebbe accettare di consegnarlo o di diluirne una parte, ma non di darlo agli Usa”. Ma gli americani sono pronti a revocare tutte le sanzioni? “L’Iran ha bisogno di soldi per ricostruire la sua base industriale della difesa: può ottenerli dai pedaggi, dai risarcimenti, sbloccando i beni congelati o revocando o allentando le sanzioni. Trump non può revocare le sanzioni con le elezioni alle porte. Le riparazioni sono impensabili. Sbloccare alcuni beni iraniani sarebbe doloroso per gli Stati Uniti, perché è la stessa accusa che Trump ha mosso contro Obama. Per i pedaggi è diverso, non credo che il Presidente Trump se ne preoccupi più di tanto, perché continua a ripetere che gli Usa non usano molto lo stretto”.

Trump sostiene di aver sconfitto militarmente l’Iran, di averlo annientato, ma la Cia sembra pensarla diversamente. Chi ha ragione?
“Il presidente Trump mente spesso alla stampa per i suoi interessi. Sembra che l’Iran abbia mantenuto gran parte delle sue capacità missilistiche e dei suoi droni. E anche se non le avesse mantenute, potrebbero ricostruirle. L’Iran rappresenta, e continua a rappresentare, una minaccia militare. E lo vediamo nello Stretto di Hormuz. Tutto ciò che deve fare per mantenere lo stretto chiuso è mantenere un clima di minaccia”.

Lei ha negoziato con gli iraniani, oggi chi comanda a Teheran?
“Una nuova leadership più intransigente e militarista, abbiamo instaurato un governo più radicale e spietato. I pasdaran sono diventati l’istituzione più importante, l’aspetto religioso adesso è molto meno influente”.

La guerra è stata un fallimento per l’America?
“Si, è stato un clamoroso errore strategico, molto simile alla guerra in Iraq del 2003. Pur avendo ottenuto una vittoria militare, non siamo riusciti a raggiungere i nostri obiettivi strategici. Nel breve termine, ha ridotto la capacità dell’Iran di proiettare la propria potenza oltre i confini nazionali, ma ha anche aumentato il desiderio dell’Iran di avere una deterrenza strategica. Teheran si concentrerà sulla ricostruzione del suo esercito. E ora ha un mezzo di deterrenza molto più efficace, Hormuz, ha dimostrato di essere disposto a bombardare le infrastrutture energetiche dei paesi del Golfo Persico, non c’è niente che questi paesi possano fare per impedirlo. Ed è molto più probabile che l’Iran voglia un’arma nucleare vera e propria rispetto a prima della guerra”.