I remigrazionisti britannici tornano in piazza nello stesso giorno del corteo per la commemorazione della Nakba in Palestina
Di Leonardo Clausi, il manifesto
Ieri per le strade di Londra si sono snodate due grandi manifestazioni, utili a delineare i contorni del confronto politico, sociale e culturale che attraversa l’Occidente e che un paese post (?) coloniale come il Regno Unito – per quanto ontologicamente conservatore – non riesce più a reprimere: le direttrici lungo le quali potrebbero aggregarsi la rivoluzione e la controrivoluzione di un futuro nemmeno troppo remoto.
LA PRIMA, organizzata dalla Palestine solidarity campaign si tiene annualmente, e mai come in questi anni ha raggiunto urgenza e importanza esiziali: commemorava la Nakba, la cacciata di 700mila palestinesi nel 1948 dal territorio che sarebbe divenuto lo stato di Israele. L’altra, intitolata non a caso Unite the Kingdom e organizzata dal pregiudicato neofascista Tommy Robinson (Stephen Yaxley-Lennon), chiamava a raccolta quella che viene ancora chiamata pudicamente «estrema destra»: uno sversamento di imbandierato odio remigrazionista (oltre 50mila persone) che l’anno scorso aveva fatto registrare 150mila partecipanti, arringati a fine corsa, tra gli altri, dal druido del pluto-razzismo big-tech Elon Musk. Robinson è stato la figura chiave nel fascismo inglese sin dalla nascita dell’English defence league (Edl) nel 2009.
Come i suoi predecessori – tra cui Oswald Mosley della British union of fascists, John Tyndall del National front e Nick Griffin del British national party – è, nella definizione di Graham Macklin, un «Führer mancato».
TRA I DUE CORTEI la polizia aveva dispiegato un autentico cordone sanitario. Per strada c’erano oltre 4.000 agenti in tenuta antisommossa e veicoli blindati, droni e software di riconoscimento facciale in tempo reale. Trentuno arresti – nessun ferito – e un evento senza grossi incidenti. Le autorità hanno concesso a Robinson il permesso di sfilare lo stesso giorno dell’altra manifestazione, riservandogli pure il percorso tradizionale, che si snodava fino a Trafalgar /Parliament Square, mentre ai partecipanti al Nakba Day era stato assegnato un itinerario secondario: dall’opulento quartiere di South Kensington, Hyde Park Corner, Piccadilly, fino a St. James.
SIMILI FAVORITISMI da parte delle autorità, a una settimana dal trionfo della destra di Farage alle amministrative, non fanno che conferire legittimità all’operazione di ricomposizione del neofascismo britannico, in un discorso pubblico – la famosa finestra di Overton – che ormai si limita a rendere semplicemente «controverse» le stesse porcherie razziste che qualche decennio fa sarebbero state istintivamente ricacciate come vomitevoli, sdoganandone la dicibilità in nome della «libertà di espressione».
NEL DISCORSO di fine corteo, Robinson ha chiamato i suoi a una novella «battle of Britain», invitandoli ad andare a votare per qualsiasi formazione di destra in modo da cancellare lo stigma di hooliganismo che ne costituisce il Dna originario. Anche per questo l’enfasi sull’Union Jack e lo slogan Unite the Kingdom trasla la precedente insistenza sull’Inghilterra – la bandiera con la croce di S. Giorgio era lo stendardo preferito della English defence league come del British national party – verso un movimento che, come il fascismo storico, confonde deliberatamente la demarcazione fra violenza squadrista e conformismo costituzionale, come i ripetuti raid/riot contro le strutture che ospitano i migranti ampiamente testimoniano.
ROBINSON MESCOLA transfobia, omofobia, antifemminismo, razzismo contro gli immigrati e ostilità nei confronti della sinistra in un’unica visione cospirazionista che dipinge la Gran Bretagna come sotto assedio e legittima soluzioni violente e autoritarie. Finora Robinson rappresentava l’espressione di piazza dell’odio per i migranti, mentre Reform di Farage e Restore Britain, partitello etno-nazionalista più radicale, insieme alla destra Tory più sguaiata ne costituiscono la principale espressione elettorale.
Oltre ad aver rottamato la simbologia nazifascista, Robinson ha abbracciato – come tutte le ultra-destre “rispettabili” – l’etnonazionalismo sionista abbandonando l’“ultra-antisemitismo” genetico dei neofascisti. La manifestazione di ieri ne ha annunciato il proposito di diventare una forza elettorale, scavalcando così l’ambiguità di Farage, che finora aveva evitato di riconoscerlo ufficialmente (a differenza di Matteo Salvini): «Dobbiamo impegnarci in politica, dobbiamo partecipare. Non vi dirò a quale partito politico dovete iscrivervi», ha aggiunto. «Siamo un movimento culturale. Non mi interessa se si tratta di Reform, del Partito Progressista, di Restore Britain o del Partito Conservatore», ha detto ieri ai suoi.