Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina
Nell’estate del 2025, rammentando che di lì a poco sarebbe stato celebrato il centenario della morte della grande dirigente socialista italiana Anna Kuliscioff, mi misi in testa di scrivere un saggio sulla sua figura, che riguardasse la sua vita in Russia (e nell’Ucraina sotto l’impero russo, in cui era nata). Della sua opera come della sua attività in Svizzera e in Italia del resto si sanno tante cose e sono state scritte varie (ottime) biografie.
Lavori meritati, perché nei 70 anni di vita Anna fu non solo compagna di due dei fondatori del socialismo italiano come Andrea Costa e Filippo Turati, ma soprattutto fu una pioniera del femminismo nella Penisola. Sui diritti delle donne (e in primo luogo delle donne operaie) scrisse molti articoli e saggi tra cui l’ineguagliabile “Il Monopolio dell’uomo”, in cui denunciava le tremende ineguaglianze di genere. E non solo. Partecipò a mille scioperi e iniziative, sempre in prima fila, improntate a lotta dei diritti femminili, né si limitò neppure a quello: ginecologa, visitò sempre le donne proletarie, gratuitamente, due volte alla settimana, per tutta la sua vita. Per questo, nei quartieri popolari di Milano venne chiamata affettuosamente “la dottora dei poveri”. Per questo, odiata nei cenacoli reazionari, il 31 dicembre 1925, il suo funerale, che muoveva verso il cimitero Maggiore di Milano, fu disperso dalle squadracce fasciste.
Alla ricerca di nuove fonti e notizie interessanti su questa magnifica donna, fui fortunato quando rintracciai a San Pietroburgo, presso l’archivio della “Casa Plechanov”, 7 lettere inedite inviate dalla Kuliscioff quando già viveva in Italia a un’altra grande rivoluzionaria russa, Vera Zasulic. Queste lettere, pubblicate in appendice al volume, aggiungono molti particolari alla biografia di una delle fondatrici del socialismo italiano e spero saranno utili agli studiosi che si occupano di questi temi.
Tuttavia, credo che il saggio che apre il volume e affronta nel dettaglio la vita di Anna Kuliscioff (al volume sono state allegate anche delle foto inedite) permetta al lettore di avere un quadro vivido e peculiare del movimento popolare e anarchico russo nella seconda metà del XIX secolo.
Non è un caso che il mio volumetto l’ho voluto dedicare allo storico Franco Venturi, che nel secondo dopoguerra scrisse tre volumi proprio sul populismo russo (ancora oggi insuperati nella storiografia mondiale) e perfino un saggio proprio su Anna Kuliscioff in Russia, pubblicato sulla rivista “Movimento Operaio” diretta da Pietro Nenni. Era l’ormai lontano 1952.
Saggio fondamentale di cui ovviamente mi sono rifatto ma che non poteva tenere conto di alcuni aspetti storiografici che sono emersi successivamente. A partire da tutte le peripezie che come rivoluzionaria e insurrezionalista la giovanissima Kuliscioff fu protagonista tra i 17 e i 22 anni d’età.
Per non fa perdere il gusto delle storie e degli aneddoti qui narrati a chi acquisterà il volume, tralasciamo in questa presentazione le più gustose avventure in cui la futura socialista riformista fu coinvolta in quella manciata di anni in cui una generazione di giovani idealisti decise di “andare al popolo” per rovesciare come un calzino un mondo come quello dell’autocrazia dei Romanov che appariva inespugnabile e immutabile. Furono sconfitti, ma aprirono la strada alle future sollevazioni del 1905 e del 1917.
Questo scritto, va però anche ricordato, è un saggio anche con taglio “accademico”. Le 100 pagine sono accompagnate da una fitta rete di note esplicative che aiutano il lettore a districarsi in vicende e personaggi poco conosciuti. Ma così non facendo il lavoro non sarebbe stato intellegibile ai più.
Una sottolineatura e una citazione va qui sicuramente fatta in relazione all’approccio della Kuliscioff alla questione nazionale ucraina, purtroppo tornata negli ultimi anni di grande e dolorosa attualità.
Anna Kuliscioff nacque a Simferopoli, nell’attuale Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, e ucraina dal 1954. Era di famigli ebraica (Anna Rozenštein all’anagrafe) ma non mostrò mai segni di nazionalismo né ucraino, né ebraico, e tantomeno grande russo. Si radicalizzò in chiave anarchica già da ragazza (16-17enne) e da allora fu cosmopolita e internazionalista. Forse, se assunse un senso di cittadinanza, fu quella italiana. Nel Belpaese giunse poco più di ventenne e vi cui restò per quasi mezzo secolo.
Tuttavia mostrò una grande simpatia per la causa ucraina (come per quella di tutte le minoranze dell’impero russo).
Il colonialismo russo, segnalò Anna in un saggio Anna sul nichilismo, aveva fatto “decine di migliaia di vittime non solo tra gli elementi protestanti russi ma pure tra quelli della Polonia e della Ucraina. Negli anni ’40 in Polonia come pure in Ucraina, un movimento per l’indipendenza nazionale e la sorte degl’insorti polacchi e dei protestanti d’Ucraina fu simile a quella di tutti coloro che aspiravano di liberarsi dal giogo dello Zar Nikolaj I. I movimenti fra queste due nazionalità che avevano i medesimi motivi di sollevarsi avevano però un carattere ben diverso: mentre quello della Polonia fu propriamente aristocratico e non aveva per scopo che la libertà politica e l’indipendenza nazionale senza alcuna tinta popolare, ed i rivoluzionari attivi ed intelligenti non si curavano né punto né poco del popolo, nella Piccola Russia, cioè l’Ucraina, fu invece schiettamente democratico, dove, fuori della libertà nazionale, aspiravano di rinnovare l’antica comunità dei cosacchi, l’indipendenza individuale e la repubblica democratica. Il carattere del movimento della Piccola Russia fra la parte intelligente degli scrittori e della gioventù era perciò per le idee e le aspirazioni assai più vicino al movimento in Russia. Quello che confusamente fermentava in Ucraina negli anni ’30 e ’40 ha trovato la sua formulazione nella profonda e commovente poesia d’un poeta propriamente popolare come Šcevčenko, specie di una poesia che non s’incontra quasi nell’Occidente. Storici, letterati, la gioventù, nel centro intellettuale che fu Kiev, tutti lavoravano per elaborare l’istoria del paese proprio e soprattutto nelle poesie di Ščevčenko “si leggeva la dolente nota dove si rimpiangeva la sorte del popolo d’Ucraina, la sua schiavitù politica e sociale e si proclamava la lotta per acquistare i propri diritti”.
Kuliscioff però, pur sostenendo pienamente le rivendicazioni autonomiste e/o nazionaliste non si sentì mai ucraina e si unì sin da subito al movimento socialista su profonde basi internazionaliste. Da questo punto di vista, va compreso che l’utilizzo in questo e in altri suoi scritti di termini come «Piccola Russia» o «Russia del Sud» con cui al tempo si era usi identificare l’Ucraina non avevano un carattere dispregiativo, né tanto meno razzistico o colonialistico.
Sostenitrice delle cause dei più deboli e dei reietti non poteva non si simpatizzare per chi cerca libertà e autodeterminazione al ogni latitudine del globo.
Il volume “Anna Kuliscioff, anarchica” è acquistabile online, oppure – con dedica dell’autore – scrivendo a yurii.colombo@gmail.com
