Anna Kuliscioff, il suo impegno rivoluzionario e la sua Ucraina

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Nell’estate del 2025, rammentando che di lì a poco sarebbe stato celebrato il centenario della morte della grande dirigente socialista italiana Anna Kuliscioff, mi misi in testa di scrivere un saggio sulla sua figura, che riguardasse la sua vita in Russia (e nell’Ucraina sotto l’impero russo, in cui era nata). Della sua opera come della sua attività in Svizzera e in Italia del resto si sanno tante cose e sono state scritte varie (ottime) biografie.

Lavori meritati, perché nei 70 anni di vita Anna fu non solo compagna di due dei fondatori del socialismo italiano come Andrea Costa e Filippo Turati, ma soprattutto fu una pioniera del femminismo nella Penisola. Sui diritti delle donne (e in primo luogo delle donne operaie) scrisse molti articoli e saggi tra cui l’ineguagliabile “Il Monopolio dell’uomo”, in cui denunciava le tremende ineguaglianze di genere. E non solo. Partecipò a mille scioperi e iniziative, sempre in prima fila, improntate a lotta dei diritti femminili, né si limitò neppure a quello: ginecologa, visitò sempre le donne proletarie, gratuitamente, due volte alla settimana, per tutta la sua vita. Per questo, nei quartieri popolari di Milano venne chiamata affettuosamente “la dottora dei poveri”. Per questo, odiata nei cenacoli reazionari, il 31 dicembre 1925, il suo funerale, che muoveva verso il cimitero Maggiore di Milano, fu disperso dalle squadracce fasciste.

Alla ricerca di nuove fonti e notizie interessanti su questa magnifica donna, fui fortunato quando rintracciai a San Pietroburgo, presso l’archivio della “Casa Plechanov”, 7 lettere inedite inviate dalla Kuliscioff quando già viveva in Italia a un’altra grande rivoluzionaria russa, Vera Zasulic. Queste lettere, pubblicate in appendice al volume, aggiungono molti particolari alla biografia di una delle fondatrici del socialismo italiano e spero saranno utili agli studiosi che si occupano di questi temi.

Tuttavia, credo che il saggio che apre il volume e affronta nel dettaglio la vita di Anna Kuliscioff (al volume sono state allegate anche delle foto inedite) permetta al lettore di avere un quadro vivido e peculiare del movimento popolare e anarchico russo nella seconda metà del XIX secolo.

Non è un caso che il mio volumetto l’ho voluto dedicare allo storico Franco Venturi, che nel secondo dopoguerra scrisse tre volumi proprio sul populismo russo (ancora oggi insuperati nella storiografia mondiale) e perfino un saggio proprio su Anna Kuliscioff in Russia, pubblicato sulla rivista “Movimento Operaio” diretta da Pietro Nenni. Era l’ormai lontano 1952.

Saggio fondamentale di cui ovviamente mi sono rifatto ma che non poteva tenere conto di alcuni aspetti storiografici che sono emersi successivamente. A partire da tutte le peripezie che come rivoluzionaria e insurrezionalista la giovanissima Kuliscioff fu protagonista tra i 17 e i 22 anni d’età.

Per non fa perdere il gusto delle storie e degli aneddoti qui narrati a chi acquisterà il volume, tralasciamo in questa presentazione le più gustose avventure in cui la futura socialista riformista fu coinvolta in quella manciata di anni in cui una generazione di giovani idealisti decise di “andare al popolo” per rovesciare come un calzino un mondo come quello dell’autocrazia dei Romanov che appariva inespugnabile e immutabile. Furono sconfitti, ma aprirono la strada alle future sollevazioni del 1905 e del 1917.

Questo scritto, va però anche ricordato, è un saggio anche con taglio “accademico”. Le 100 pagine sono accompagnate da una fitta rete di note esplicative che aiutano il lettore a districarsi in vicende e personaggi poco conosciuti. Ma così non facendo il lavoro non sarebbe stato intellegibile ai più.

Una sottolineatura e una citazione va qui sicuramente fatta in relazione all’approccio della Kuliscioff alla questione nazionale ucraina,  purtroppo tornata negli ultimi anni di grande e dolorosa attualità.

Anna Kuliscioff nacque a Simferopoli, nell’attuale Crimea, annessa dalla Russia nel 2014, e ucraina dal 1954. Era di famigli ebraica (Anna Rozenštein all’anagrafe) ma non mostrò mai segni di nazionalismo né ucraino, né ebraico, e tantomeno grande russo. Si radicalizzò in chiave anarchica già da ragazza (16-17enne) e da allora fu cosmopolita e internazionalista. Forse, se assunse un senso di cittadinanza, fu quella italiana. Nel Belpaese giunse poco più di ventenne e vi cui restò per quasi mezzo secolo.

Tuttavia mostrò una grande simpatia per la causa ucraina (come per quella di tutte le minoranze dell’impero russo).

Il colonialismo russo, segnalò Anna in un saggio Anna sul nichilismo, aveva fatto “decine di migliaia di vittime non solo tra gli elementi protestanti russi ma pure tra quelli della Polonia e della Ucraina. Negli anni ’40 in Polonia come pure in Ucraina, un movimento per l’indipendenza nazionale e la sorte degl’insorti polacchi e dei protestanti d’Ucraina fu simile a quella di tutti coloro che aspiravano di liberarsi dal giogo dello Zar Nikolaj I. I movimenti fra queste due nazionalità che avevano i medesimi motivi di sollevarsi avevano però un carattere ben diverso: mentre quello della Polonia fu propriamente aristocratico e non aveva per scopo che la libertà politica e l’indipendenza nazionale senza alcuna tinta popolare, ed i rivoluzionari attivi ed intelligenti non si curavano né punto né poco del popolo, nella Piccola Russia, cioè l’Ucraina, fu invece  schiettamente democratico, dove, fuori della libertà nazionale, aspiravano di rinnovare l’antica comunità dei cosacchi, l’indipendenza individuale e la repubblica democratica. Il carattere del movimento della Piccola Russia fra la parte intelligente degli scrittori e della gioventù era perciò per le idee e le aspirazioni assai più vicino al movimento in Russia. Quello che confusamente fermentava in Ucraina negli anni ’30 e ’40 ha trovato la sua formulazione nella profonda e commovente poesia d’un poeta propriamente popolare come Šcevčenko, specie di una poesia che non s’incontra quasi nell’Occidente. Storici, letterati, la gioventù, nel centro intellettuale che fu Kiev, tutti lavoravano per elaborare l’istoria del paese proprio e soprattutto nelle poesie di Ščevčenko “si leggeva la dolente nota dove si rimpiangeva la sorte del popolo d’Ucraina, la sua schiavitù politica e sociale e si proclamava la lotta per acquistare i propri diritti”.

Kuliscioff però, pur sostenendo pienamente le rivendicazioni autonomiste e/o nazionaliste non si sentì mai ucraina e si unì sin da subito al movimento socialista su profonde basi internazionaliste. Da questo punto di vista, va compreso che l’utilizzo in questo e in altri suoi scritti di termini come «Piccola Russia» o «Russia del Sud» con cui al tempo si era usi identificare l’Ucraina non avevano un carattere dispregiativo, né tanto meno razzistico o colonialistico.

Sostenitrice delle cause dei più deboli e dei reietti non poteva non si simpatizzare per chi cerca libertà e autodeterminazione al ogni latitudine del globo.

Il volume “Anna Kuliscioff, anarchica” è acquistabile online, oppure – con dedica dell’autore – scrivendo a yurii.colombo@gmail.com


Luca Steinmann – Siria, mosaico molto fragile

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Di Eugenio Mazzarella, Avvenire

Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.

La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.

Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.

Eugenio Mazzarella è un autorevole filosofo, politico e poeta italiano
Nell’immagine: bambini a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza


Vannacci, mai sottovalutare i piani del generale

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Di Francesco Bei, La Repubblica

I programmi dei partiti, almeno in Italia, valgono quello che valgono, cioè poco, e spesso è molto meglio così. Ma, al di là delle proposte strampalate, queste raccolte possono tuttavia essere utili per capire dove quel partito vuole andare e, soprattutto, quali sono le sue ambizioni, i suoi obiettivi, quanto grande è il pubblico a cui si rivolge. La pubblicazione del programma diFuturo nazionale offre da questo punto di vista diversi spunti di riflessione. Certo, quelle che saltano subito all’occhio sono alcune idee che sembrano trarre ispirazione dai Flintstones di “Wilma dammi la clava” o direttamente dai simpatici nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers. Ci si potrebbe fermare qui e si potrebbe liquidare il tutto con una risata, d’altronde il materiale abbonda. C’è la battaglia per abolire il reato di femminicidio e ripristinare il sano e vecchio «patriarcato mediterraneo» (è scritto proprio così), «volto alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne». Si possono anche citare, sempre ai fini del buonumore, i nuovi criteri per la concessione della cittadinanza italiana, che prevedono, tra l’altro, «livello di lingua C1, con esami scritti e orali», con il che bisognerebbe togliere la cittadinanza a mezzo Parlamento italiano.

Eppure, vista la crescita robusta del movimento di Vannacci, è la parte economica la più interessante del programma, anche se meno appariscente. Ed è proprio qui che si comprende come le intenzioni dell’ex generale e dei suoi seguaci, siano serie e molto diverse da quelle dei vari partitini neofascisti di cui pure l’Italia pullula. Su una questione centrale, come il rapporto con l’Unione europea e con la moneta unica, le idee sono meno scontate e prevedibili. Se persino la Lega e Fratelli d’Italia, prima dell’assunzione di responsabilità di governo, si baloccavano tranquillamente con l’Italexit e il ritorno alla lira, Futuro nazionale non si lancia in salti mortali senza rete. È questo che rende l’operazione più furba e in fondo più pericolosa: traspare la preoccupazione di non spaventare i moderati, il tentativo di presentarsi come una forza responsabile, capace di intercettare le preoccupazioni del ceto produttivo del Nord. «In questa materia — avvertono gli estensori del programma vannacciano — non c’è spazio per tifoserie come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi anni». Dunque che fare? Fn suggerisce la strada di «una revisione organica dei Trattati», ma «condotta con perizia» e «senza ledere il lavoro e la produttività del Paese». Niente avventure, sembra di capire, visto che «oggi la possibilità di una revisione delle regole comuni europee non può ignorare quanto nel frattempo sopravvenuto e le condizioni reali di esercizio dell’azione politica». Insomma, l’Ue è qui per restare e pure l’euro. Fn, è precisato ulteriormente, «non propone come primo strumento di rilancio della sovranità l’uscita diretta dell’Italia dall’Ue». In alternativa si suggerisce di puntare al ritorno alla Cee, come mero spazio di mercato, e, a livello politico, si guarda a una sorta di Ue sovranista, sotto forma di «cooperazione» con i Paesi dell’Europa centrale «culturalmente terzi rispetto al modello orientale della Russia e al modello occidentale americano e anglofrancese». Quanto alla moneta unica, «il prezzo che pagheremmo per una uscita fatta a prescindere e senza strategia potrebbe portare, specialmente nell’immediato, ad una serie importante di danni». Bye-bye ritorno alla lira. I vannacciani lo chiamano «il realismo della complessità».

Un altro aspetto che colpisce è la distanza dalle scelte trumpiane, con una decisa benevolenza verso l’Iran che ricorda certe fascinazioni del Msi almirantiano. C’è la «condanna dell’attacco alla Repubblica dell’Iran», il cui islam sciita «non è caratterizzato da alcuna velleità di espansione califfale in Europa». Anche Israele è tenuto a distanza, si ritiene che «gli Stati occidentali debbano tornare a difendere i propri interessi, senza assecondare le richieste dello Stato ebraico». C’è naturalmente tutto quello che si aspetta che ci sia in un programma vannacciano, a partire dal ritorno a rapporti amichevoli con la Russia e l’invito «a considerare la possibilità di recedere dai Trattati internazionali, compreso il Trattato del Nord Atlantico». Ma, in fondo, anche la politica estera a cui si guarda, più dal Cremlino sembra ispirata dalla Prima repubblica e al suo oscillare tra Est e Ovest. Con il rimpianto per le «geometrie variabili di Giulio Andreotti» nel conflitto israelo-palestinese, per la mediazione «tra Russia e Stati Uniti portata avanti da Berlusconi» e per «le mosse di Bettino Craxi». Che era socialista d’accordo, ma persino quell’altro famoso “statista”, all’inizio, lo era.


La Russia fa il pieno di benzina in Marocco

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Di Isidore Senghor, il manifesto

Tra il 29 e il 31 di luglio, una petroliera battente bandiera panamense partita 10 giorni prima dal porto di Tanger Med, sul Mediterraneo marocchino, ha scaricato 30 mila tonnellate di carburante AL-92 (benzina standard a 92 ottani) nel porto artico di Murmansk, in Russia. Dopo lo scarico, la benzina, secondo la Reuters, è stata caricata sui treni della rete ferroviaria alla stazione di Kola e si è diretta verso il centro della Russia. Il nome della petroliera non compare nei registri pubblici di navigazione ma il carico sarebbe stato fornito da Lukoil, la più grande impresa non-statale russa, specializzata nella logistica energetica petrolifera.

Nonostante questa consegna, la prima dal Marocco è avvenuta mentre l’Europa sgomenta guardava sugli smartphone i fatti di Ceuta, l’agenzia Interfax riporta che ieri il governo russo ha prorogato fino al 31 dicembre la normativa che prevede la riduzione del 10% delle vendite di benzina presso le stazioni di servizio. I primi di luglio, la produzione di carburanti in Russia è scesa a circa il 65% del consumo medio estivo a causa delle interruzioni della produzione nelle principali raffinerie in seguito agli attacchi dei droni ucraini, che si sono intensificati, e il primo ministro russo Alexander Novak ha detto, citato da Reuters, che Mosca avrebbe iniziato a importare prodotti petroliferi «per stabilizzare il mercato interno», cosa ribadita ieri dal governo, a fronte della carenza di carburante dovuta agli attacchi ucraini alle raffinerie, agli oleodotti, alle autobotti e ai centri di stoccaggio.

È la prima volta che il Marocco esporta benzina in Russia, un prodotto che si aggiunge al bouquet di esportazioni marocchine che (nonostante le sanzioni internazionali contro Mosca, mai sostenute dal Marocco) fino a oggi si era limitato agli agrumi, ad alcuni prodotti orticoli e ittici, tra 1,5 e 2 miliardi di dollari di merci all’anno. Oltre che dal Marocco, la Russia avrebbe importato benzina già dall’India e, su rotaia, da alcuni paesi vicini.

La posizione della Federazione russa nel mercato globale dei prodotti raffinati è caratterizzata da una sproporzione strutturale tra una capacità di produzione e raffinazione gigantesca e un consumo interno relativamente ridotto, ma questo equilibrio è stato fortemente destabilizzato dalle recenti dinamiche belliche. In tempi normali, Mosca esporta circa il 50% del diesel e circa il 10-15% della benzina che produce internamente.

Nell’immagine: pompa di benzina a Mosca della stazione Gazprom Neft , sui cartelli si legge “Ci dispiace, l’attrezzatura è temporaneamente fuori servizio”


Clima: il futuro prossimo venturo

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Il dialogo che segue è vero,  l’ho sentito al bar alcuni giorni fa, ed è solo adeguato alle esigenze linguistiche. I personaggi sono tre: due uomini e una donna.

Uomo Uno: “Quest’anno il caldo sembra non finire mai. Mi sa che siamo nei guai”.

Uomo Due: “Si, fa caldo, ma in estate ha sempre fatto caldo. Adesso mi dirai che è causa del cambiamento climatico, ma sono tutte balle. In estate fa caldo. Alcuni anni è più caldo, altri meno.”

Donna: “Due, hai ragione. Il 98% degli scienziati ci dice da decenni che il cambiamento climatico è una realtà e che sarà sempre peggio. Ma questi scienziati – e politici – sono pagati da WWF, Pro Natura, Onu e altre organizzazioni simili. I veri scienziati e i politici seri – come Trump, Meloni, o in Svizzera Blocher, Chiesa, Marchesi e via dicendo – sanno benissimo che sono tutte frottole”.

La discussione è terminata subito anche perché Due non aveva capito se la donna lo stesse sfottendo o se fosse seria. Tuttavia questo breve scambio di battute è significativo perché nonostante la realtà, l’essere umano sta facendo tutto il possibile per non affrontare il problema, per negare l’evidenza.

Il negare la realtà da parte di un numero crescente della popolazione ha almeno due cause: la prima è che ci si rifiuta di voler vedere la catastrofe perché mette in seria discussione il nostro futuro; la seconda – che influisce anche sulla prima – è che una parte consistente della classe politica sta operando nella direzione opposta a quella verso cui si dovrebbe andare. La Svizzera ha deciso di annullare i fondi per la salvaguardia del bosco, sta seriamente pensando di reintrodurre il tema delle centrali nucleari a scapito delle energie rinnovabili, vorrebbe aumentare le capacità delle autostrade, e il trasporto di merci tramite ferrovia è in crisi. Per non parlare delle strategie a livello internazionale con gli Usa in testa che, con Trump, hanno abbandonato i progetti di riconversione energetica perlomeno a livello federale, ma anche l’Europa è fin troppo ambivalente: progetti sulla carta corretti ma che poi non vengono concretizzati.

Quest’anno a causa della siccità i contadini svizzeri hanno dovuto sopprimere un numero imprecisato di capi perché i pascoli sono troppo secchi e il foraggio per l’inverno sarà insufficiente. Ricorrere alle importazioni come successo in passato sarà difficile perché tutta l’Europa deve affrontare la stessa situazione. I ghiacciai si stanno sciogliendo ad una velocità superiore a quanto previsto, il livello dei laghi sta toccando i minimi storici e i bacini idroelettrici sono a livelli molto bassi. Per recuperare il deficit idrico annuo occorrerebbero entro dicembre due mesi di piogge consistenti. Considerando che per agosto non sembrano in arrivo precipitazioni significative, ci rimangono 4 mesi.

Gli impatti del cambiamento climatico in atto, dalle ondate di calore alla prolungata scarsità idrica (siccità) e alle precipitazioni di eccezionale portata, sono sempre più frequenti e intensi. Gli scienziati manifestano grande preoccupazione. Non si tratta solo di gestire le emergenze del momento, ma di fare i conti con un cambiamento del nostro clima che minaccia la sicurezza dei cittadini, la stabilità economica delle famiglie e delle aziende, la produttività agricola e l’integrità degli ecosistemi locali. Solo abbattendo le emissioni climalteranti, per lo più derivanti dall’uso dei combustibili fossili, possiamo cercare di fermare questa escalation.

La grande novità politica dell’estate è che anche i vertici dell’Udc cantonale hanno ammesso che il cambiamento climatico potrebbe avere un piccolo ruolo nelle temperature elevate e prolungate di questa estate, ma comunque, secondo loro, il tutto rientra ancora nella normale evoluzione del clima. Tuttavia secondo gli “esperti” dell’Udc il cambiamento climatico ha anche dei vantaggi perché in inverno spenderemo meno per riscaldare le nostre case. Evidentemente non hanno nemmeno sfogliato uno dei tanti rapporti dell’IPCC (Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico delle Nazioni Unite) perché altrimenti saprebbero che il cambiamento non è lineare.

Allo stato attuale è chiaro che i politici sono assolutamente incapaci di gestire una situazione che si aggrava anno dopo anno: troppi interessi economici in gioco (che evidentemente sono di breve periodo) e troppa ideologia. L’unica possibilità di un futuro accettabile sul pianeta rimane la scienza che potrebbe trovare delle soluzioni. E lo stanno già facendo da anni. Ad esempio, ricercatori hanno sviluppato un sistema per ricreare il ghiaccio artico (vedi Naufraghi del 23 giugno 2026). Lo sviluppo di tecnologie per migliorare l’impatto del cambiamento climatico è una realtà consolidata, ma per passare alla loro applicazione occorrono capitali, molti capitali. Invece i politici stanno tagliando i fondi per la ricerca perché i soldi sono necessari per il riarmo o per altre panzane simili.

A questo punto la conclusione è una sola: al 90% siamo spacciati.

Nell’immagine: Christoph Blocher davanti alla sua piscina da 21 metri. “Il tema del clima oggi è di moda, ma passerà: si deve solo aspettare. Anche questa volta non finirà il mondo” (dichiarazione del 2019)


Se la politica nega l’emergenza climatica

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Di Francesca Santolini, La Stampa

Un mese di caldo record. Città soffocate da temperature oltre i 40 gradi, incendi che divorano migliaia di ettari di bosco, alluvioni improvvise che trasformano strade e piazze in fiumi.

Di fronte a un’evidenza così plateale verrebbe da pensare che il cambiamento climatico non sia più materia di discussione. Non è così: anche dopo avere vissuto sulla propria pelle eventi climatici estremi sempre più frequenti, una parte dell’opinione pubblica continua a interpretare il riscaldamento globale come un problema secondario, esagerato, o addirittura inesistente. È un paradosso che due recenti studi internazionali aiutano a spiegare. Il primo, una rassegna della letteratura scientifica, mostra che l’esperienza diretta di ondate di calore, incendi o alluvioni non modifica automaticamente le convinzioni delle persone.

Chi considera il cambiamento climatico una grande emergenza del nostro tempo interpreta questi eventi come una conferma; chi parte da posizioni scettiche li attribuisce alla variabilità del clima, alla cattiva gestione del territorio, o alla semplice fatalità.

Il motivo è che nessuno interpreta la realtà in modo neutrale: anche un fatto apparentemente inequivocabile viene filtrato attraverso convinzioni politiche, valori culturali, fiducia nella scienza. Gli psicologi chiamano questo meccanismo motivated reasonign: diamo peso alle informazioni che confermano ciò in cui crediamo, e ridimensioniamo quelle che lo mettono in discussione.

È qui che entra in gioco la politica. Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change, basata sull’analisi di centinaia di migliaia di comunicati dei partiti europei, mostra che gli eventi meteorologici estremi non aumentano necessariamente l’attenzione per le questioni climatiche:conta il modo in cui vengono raccontati, l’interpretazione che se ne dà.

Gli esempi arrivano soprattutto dalle destre radicali. In Francia, dopo l’ondata di calore dello scorso giugno, il Rassemblement National ha sostenuto che il problema non fosse il cambiamento climatico, ma un’«ecologia della decrescita» che avrebbe ostacolato la diffusione dei condizionatori e lasciato il Paese impreparato al caldo estremo: una soluzione immediata e populista, che evita di discutere di consumi energetici, combustibili fossili, modelli di sviluppo.

In Spagna, dopo le alluvioni del 2024 che hanno provocato oltre duecento vittime nella provincia di Valencia, Vox ha attribuito la gravità della catastrofe alle politiche ambientaliste, accusate di avere impedito la pulizia dei corsi d’acqua e la costruzione di nuove infrastrutture idrauliche: una lettura smentita dagli studi di attribuzione climatica, che indicano nel riscaldamento globale la causa dell’intensità delle precipitazioni.

Negli Stati Uniti, dopo i grandi incendi nell’area di Los Angeles, Donald Trump ha attribuito le responsabilità alla gestione delle risorse idriche e alle norme di tutela ambientale.

Anche l’Italia offre esempi di questo cortocircuito tra esperienza e interpretazione. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato colpito dalla siccità del Po, dalle alluvioni in Emilia-Romagna, da ripetute ondate di calore e da incendi.

Dopo ogni disastro si riapre puntuale il dibattito su consumo di suolo, manutenzione del territorio, prevenzione: problemi reali, che però vengono talvolta contrapposti al cambiamento climatico, come se le due spiegazioni si escludessero. Non è così: si sommano. Un territorio fragile diventa più vulnerabile quando è esposto a precipitazioni più intense, siccità prolungate, temperature record.

Nel dibattito politico, però, questi stessi elementi vengono trasformati in una narrazione alternativa: non sarebbe il clima a essere cambiato, ma soltanto la gestione del territorio a essere fallimentare.

Su questa sovrapposizione la destra radicale, in Italia come altrove in Europa, costruisce spesso il proprio messaggio: il problema non è l’emergenza climatica, ma un ambientalismo che ostacola lo sviluppo. È il tipico meccanismo di inversione del bersaglio: chi denuncia il problema ne viene presentato come responsabile.

Così la discussione pubblica si sposta dalle cause del riscaldamento globale ai presunti effetti negativi delle politiche ambientali e la crisi climatica diventa il terreno per uno scontro identitario potenzialmente disastroso.


50 anni fa l’arresto del “traditore del secolo”, il brigadiere Jeanmaire

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Da tvsvizzera.it

Dieci mesi dopo l’arresto – avvenuto cinquant’anni fa a Losanna – il 17 giugno 1977 il Tribunale militare lo condannò per alto tradimento a 18 anni di reclusione, alla degradazione e all’espulsione dall’esercito. Una pena decisamente più severa dei 12 anni chiesti dall’accusa. Sua moglie, accusata di complicità morale, venne prosciolta.

Già durante il procedimento, l’allora consigliere federale Kurt Furgler (PPD/SG) – a capo del Dipartimento di giustizia e polizia – lo accusò di aver passato ai sovietici documenti top secret e informazioni classificate sull’esercito svizzero, così che la stampa non esitò a etichettarlo come “traditore del secolo”.

Una storia nata in Ticino

La vicenda ebbe origine nel 1959 durante un’esercitazione in Ticino, dove Jeanmaire, allora colonnello e capo di Stato maggiore, conobbe l’addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko, generale decorato nella battaglia di Stalingrado nonché rappresentante ufficiale del servizio segreto sovietico GRU.

Tra i due si instaurò un rapporto di amicizia destinato a consolidarsi negli anni successivi. A partire dal 1962 – mentre ricopriva il ruolo di caposezione all’Ufficio federale del servizio territoriale e delle truppe di protezione aerea – Jeanmaire trasmise a Denissenko e ai suoi successori informazioni riservate.

A segnalare il caso e a mettere in allerta le autorità elvetiche furono, nell’autunno del 1974, i servizi segreti statunitensi. Dopo mesi di stretta sorveglianza, il 9 agosto 1976 scattò infine l’arresto dell’ormai promosso a brigadiere Jeanmaire.

L’alto ufficiale sostenne sempre di aver consegnato soltanto documenti destinati all’uso interno e accessibili a numerosi militari, quindi non strettamente segreti. Il Tribunale militare giudicò invece il suo comportamento motivato da vanità, desiderio di prestigio e debolezza di carattere. Anche dal carcere, Jeanmaire non cessò mai di proclamarsi innocente, pur riconoscendo di aver agito ingenuamente.

Un caso tuttora controverso

Già poco dopo la condanna emersero dubbi sulla proporzionalità della pena. Diversi critici sostennero che il clima della Guerra fredda avesse influenzato il procedimento giudiziario e la successiva sentenza. Secondo alcuni osservatori, inoltre, anche il timore che gli Stati Uniti limitassero le esportazioni di tecnologia verso la Svizzera avrebbe influito sul verdetto. Lo storico Urs Rauber arrivò addirittura a definire le accuse una “bagattella”.

La lotta per la riabilitazione di Jeanmaire, molto mediatizzata, fu sostenuta anche da un comitato formato da ex membri dell’Assemblea federale appartenenti a vari partiti che nel 1990 depositarono in Parlamento una petizione con la richiesta di riesaminare il caso.

Successivamente, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Dipartimento militare federale (CPI-DMF) concluse che Jeanmaire non aveva trasmesso informazioni strettamente segrete, pur non riscontrando irregolarità nelle indagini né scorrettezze da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC). Considerate le funzioni ricoperte, l’ex brigadiere non avrebbe comunque potuto fornire informazioni “sensibili”.

La pubblicazione dell’atto d’accusa e della sentenza, decisa dal Consiglio federale il 5 marzo 1991 su richiesta della Commissione, ridimensionò le colpe di Jeanmaire.

Scontati 12 dei 18 anni

Per l’avvocato ginevrino Jacques Barillon il procedimento rappresentò invece un vero e proprio errore giudiziario, favorito dall’isteria dell’epoca e da un processo troppo sommario. Jeanmaire trascorse 12 anni nel penitenziario di Bellechasse (FR), scontando due terzi della pena prima di essere scarcerato anticipatamente nel 1988. Inoltrò ricorso nel 1977 e in seguito chiese invano, nel 1984 e nel 1986, la revisione del processo.

L’ex alto ufficiale superiore non ottenne mai una riabilitazione ufficiale e morì a Berna quattro anni dopo il suo rilascio, il 29 gennaio 1992, all’età di 81 anni. Le sue ceneri, insieme a quelle della moglie, furono sparse con un elicottero sopra il massiccio del Sempione.

Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, l’immagine pubblica dell’ex brigadiere cambiò sensibilmente: da simbolo del tradimento divenne per molti un patriota severo ma popolare, protagonista anche di numerose apparizioni mediatiche. Il 1° agosto 1990, in occasione della Festa nazionale, tenne anche un discorso pubblico sul passo della Vue des Alpes, nel canton Neuchâtel, senza però fare riferimento alla sua vicenda personale.

Il caso fu inoltre soggetto di una pièce teatrale dello scrittore basilese Urs Widmer (Jeanmaire. Ein Stück Schweiz, 1992) e di un breve saggio del noto autore britannico John Le Carré (La pace insopportabile, italiano 1993, inglese 1991).

Gli atti completi conservati dall’Archivio federale resteranno coperti dal segreto almeno fino al 2028.

Nell’immagine: Jean-Louis Jeanmaire (a destra) a colloquio con l’ex addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko nel 1991 (da un servizio della RTS)


Un’alleanza che non durerà in eterno

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Di Gad Lerner, il manifesto

Non è una turbolenza passeggera quella che contrappone due egocentrici, bellicosi presidenti-tiranni quali sono Trump e Netanyahu. La divaricazione d’interessi strategici che va manifestandosi fra gli Stati uniti e Israele è una tendenza storica inesorabile, che sovrasta la postura dei leader e delle loro classi dirigenti, accomunate peraltro dalla medesima retriva ideologia suprematista.

Nei due paesi si voterà a pochi giorni di distanza, fra il 27 ottobre e il 3 novembre prossimi. Guerra e campagna elettorale acuiscono nelle rispettive opinioni pubbliche un clima di sospetto, la fine di ogni certezza.

Conosciamo tutti le ragioni strutturali, gli intrecci finanziari, tecnologici e militari, le affinità culturali per cui l’alleanza fra la superpotenza americana e lo Stato ebraico sembrerebbe destinata a durare in eterno. Ma così non è perché il mondo sta andando in tutt’altra direzione e gli Accordi di Abramo tramite cui, sei anni or sono, ci si era illusi di avviare una pacificazione definitiva fra i regimi dell’islam sunnita e Israele – tanto a chi sarebbe importata la malasorte di qualche milione di palestinesi? – si sono rivelati un fallimento.

L’indole razzista di Trump, aver creduto che la questione palestinese fosse un dettaglio trascurabile visto che i paesi arabi se ne disinteressavano, e dunque il via libera concesso alla colonizzazione ebraica in Cisgiordania e alla distruzione di Gaza, lo hanno trascinato fin nella trappola di Hormuz. Nel rapporto con Netanyahu pensava di essere lui il padrone ma Bibi gli ha più volte morsicato la mano. Infranti di continuo i cessate il fuoco da lui stipulati, aperti nuovi fronti di guerra là dove lui tentava di circoscriverli – in Libano, Siria, Yemen – fino all’umiliante presa di distanze di domenica scorsa da quell’«accordo storico per il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane da Gaza» che Trump aveva definito «un passo monumentale» neanche due settimane prima.

A seguire è giunto l’ultimo colpo demolitore degli Accordi di Abramo: il Mecca joint agreement sottoscritto fra Turchia, Arabia saudita e Pakistan, patto militare che sarebbe un’ingenuità ridurre a monito sunnita contro l’Iran sciita; poiché al tempo stessa vuol essere una sfida a Israele e una diffida agli Usa.

Negli Stati uniti diviene sempre più trasversale la presa di distanze da Israele, vissuto come un intralcio a relazioni tranquille con il mondo islamico, fattore di ricatto piuttosto che avamposto della civiltà occidentale. L’ammirazione delle destre nazionaliste per la brutalità di Israele va usurandosi. Non sarà certo per solidarietà umana nei confronti dei palestinesi ma semmai per tutelare i propri interessi energetici e finanziari che i nazionalisti ripudieranno, all’occorrenza, il proprio «sionismo cristiano».

Quanto a Israele, la pulsione impersonata da Netanyahu col suo tagliare tutti i ponti alle spalle, proclamando che finché lui resterà al governo i palestinesi mai avranno uno Stato, si fonda tuttora sulla convinzione che gli Usa, seppur recalcitranti, non possano fare altro che sostenere sempre le sue guerre. E a rimorchio che neanche Regno unito, Germania e Francia abbiano altra scelta.

Al di là di ogni considerazione morale, quanto è verosimile questo calcolo? La maggioranza degli otto milioni di ebrei israeliani, purtroppo, sospinti dalla convinzione che la propria sopravvivenza non consenta pietà per i loro vicini di casa arabi palestinesi, oggi sembra propensa al «soli contro tutti». Ma gli equilibri internazionali scricchiolano.

Quand’anche l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale possa venir repressa ancora a lungo, i gruppi di pressione globali danneggiati dalla prepotenza israeliana hanno sempre più voce in capitolo. Del tutto obsoleto è lo schema propagandistico basato sulla contrapposizione fra un «mondo libero» e le «potenze del male». Dietro alla crisi diplomatica senza precedenti apertasi con la Casa bianca, comincia a delinearsi possibile un rovesciamento del sistema di alleanze.

Ottant’anni fa, nel 1947, prima il decadente impero britannico in India con la disastrosa grande Partizione, e poi le Nazioni unite con la spartizione in due della Palestina, alimentarono conflitti che ancora si protraggono. La storia non torna indietro. Immaginare al giorno d’oggi nuove partizioni su base etnica o di appartenenza religiosa vorrebbe dire solo precipitare in una catena di guerre civili. I due amici-nemici Trump e Netanyahu ne sono la riprova.


Usa, allarme degli ex 007: “C’è una deriva autoritaria, Trump ha troppo potere”

Un libro del nostro collaboratore da Mosca, che in questi tempi di guerra, ci ricorda anche quale fu il ruolo dell’irredentismo nella sinistra ucraina 

Di Massimo Basile, La Repubblica

La deriva autoritaria non arriva con il rumore dei carri armati. Spesso arriva con la normalità. Un presidente revoca cinquanta nulla osta di sicurezza. Uno 007 viene allontanato senza che gli venga spiegato il perché. Chi dovrebbe opporsi, sceglie di non farlo, o impara presto a tacere. Intanto il presidente parla al Paese, promette di «difendere gli americani dai nemici interni» e mette in dubbio l’integrità del sistema elettorale.

L’allarme viene da oltre 400 ex funzionari dell’intelligence americana, che sulla piattaforma online Substack hanno denunciato il piano di Donald Trump: l’uomo d’affari che aveva promesso di andare a Washington per scoperchiare il “deep state”, lo stato sotterraneo, sta creando una macchina per accentrare il proprio potere come mai prima nella storia americana. Il tycoon – dicono – starebbe seguendo, nel suo secondo mandato, il manuale di istruzioni di ogni autocrate: indebolisce i contrappesi al suo potere e rende il Paese meno sicuro.

«Gli autocrati hanno modalità relativamente comuni di conquistare ed esercitare il potere», spiega Paul Kolbe, ex dirigente della Cia, che ha lavorato in aree dell’ex Urss e nei Balcani. «Tutte queste cose, per me, fanno rima con ciò che stiamo vedendo accadere negli Stati Uniti», aggiunge. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale al quale Trump ha revocato il nulla osta di sicurezza, è convinto che il presidente non si fermerà: «Sono state tolte tutte le barriere di sicurezza – dice -. E credo che il peggio debba ancora arrivare».

Kolbe è tra gli oltre 400 ex funzionari statunitensi dell’intelligence che fanno parte di The Steady State, organizzazione nata nel 2016 in risposta alla crescente deriva autoritaria negli Stati Uniti. Il gruppo ritiene che l’erosione del potere di controllo delle istituzioni, a cominciare dal Congresso ora guidato dai repubblicani, stia mettendo a rischio l’essenza stessa della democrazia americana. La rete ha accusato Trump di «mettere sé stesso al primo posto, e l’America all’ultimo». Intanto, il «culto della personalità» appare inarrestabile. «Trump vuole la sua faccia sui nostri passaporti. Vuole la sua faccia sui nostri soldi. Neanche Mao era arrivato a tanto», spiega Gail Helt, ex analista dell’intelligence, riferendosi all’ex presidente comunista cinese.

Secondo un altro gruppo formato da veterani dell’intelligence, l’Institute for the Study of States of Exception, funzionari dell’amministrazione potrebbero utilizzare i poteri d’emergenza per interferire con le elezioni di novembre, quando verrà eletto il nuovo Congresso. Le preoccupazioni si sono moltiplicate a luglio, quando in un messaggio alla nazione Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, nonostante un rapporto del National Intelligence Council l’avesse escluso. Il richiamo costante all’“invasione comunista”, come negli anni del maccartismo, non sembra casuale. E neanche la Cia riesce a fare da contrappeso: tutti quelli che avevano sostenuto l’ipotesi di un coinvolgimento russo a favore di Trump sono stati privati dell’accesso a documenti sensibili.

Nonostante il quadro cupo, gli ex 007 vedono uno spiraglio: «Gli americani hanno alle spalle una lunga storia di democrazia e libertà. Le istituzioni resisteranno», dicono. Ma il pericolo vero, secondo alcuni di loro, non è solo cosa Trump possa fare, ma quanto l’America possa finire per abituarsi a manovre che un tempo sarebbero apparse intollerabili.