Clima estremo, in Europa 35mila morti per il caldo

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Di Bianca Lattanzi, il manifesto

 

Circa 35mila persone in più sono morte quest’estate in Europa per il caldo, la cifra è ancora provvisoria. Ieri il Guardian ha riportato questi numeri, relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto. I dati completi aggraveranno ulteriormente il quadro. Tra domani e venerdì, infatti, è attesa una nuova ondata di calore che colpirà in particolare le regioni del Sud Italia.

A oggi, le quattro canicole consecutive hanno battuto ogni record. Solo nei tre paesi più grandi dell’Unione Europea (Germania, Francia e Spagna), l’eccesso di mortalità ha già superato le 25mila unità. L’Oms a maggio ha dichiarato che la mortalità legata al caldo nella regione europea è aumentata di oltre il 30% negli ultimi 20 anni ed è destinata a crescere significativamente.

Tutto questo ha effetti preoccupanti non solo sulla salute delle persone, ma anche su quella dell’agricoltura europea. A dirlo è l’ultimo bollettino mensile Jrc Mars, pubblicato dal Centro comune di ricerca della Commissione europea. Il caldo e la siccità stanno compromettendo le colture estive e la disponibilità di foraggio in tutta l’Europa occidentale e centrale: in particolare in Francia, Germania meridionale, Italia settentrionale e centrale, Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria e Romania occidentale. Si parla di un calo dei raccolti estivi fino al 14% rispetto agli ultimi cinque anni.

A catena, la carenza di foraggio ha ridotto la disponibilità di pascoli e l’accumulo di biomassa. Per l’Italia Coldiretti ha stimato danni complessivi superiori ai 3 miliardi di euro e perdite di produzione tra il 30 e il 50%. Ha anche evidenziato la situazione variegata nelle varie regioni italiane: alcune colpite da costante siccità, altre da piogge concentrate e improvvise, che però non riescono a compensare mesi di deficit idrico e possono anzi trasformarsi in un ulteriore fattore di rischio.

 

Nell’immagine: gli effetti di un incendio in Francia, luglio 2026


Sacco e Vanzetti, quando i nemici da “remigrare” eravamo noi

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Di Antonio Ferrero, La Stampa

Domenica, a Villafalletto, suo paese natale, si è tenuta la commemorazione di Bartolomeo Vanzetti, l’anarchico italiano giustiziato negli Stati Uniti sulla sedia elettrica il 23 agosto del 1927 con l’accusa di omicidio durante una rapina col sodale Nicola Sacco. È giusto ricordarlo non solo per la tragicità della vicenda ma per ricostruire il contesto sociale e culturale in cui maturò una condanna che si sapeva – da subito – essere costruita a tavolino. Non solo mancavano prove del delitto, ma c’era anche un reo confesso, ritenuto però dalla giuria non affidabile.

A lungo, la lettura politica e romantica della vicenda ha insistito sull’adesione convinta e pacifista di Vanzetti all’anarchismo, ma oggi può essere utile soffermarsi su un altro aspetto: Vanzetti venne condannato in quanto capro espiatorio ideale in una società in profonda crisi che aveva bisogno di sentirsi sicura e, per farlo, il modo più veloce era costruire stereotipi convincenti da colpevolizzare. E chi meglio di un immigrato? Perché la coppia accusata del delitto, solo secondariamente funzionava bene per l’opinione pubblica in quanto anarchica (chi, nell’America degli anni Venti, sapeva realmente in che cosa credesse una anarchico?), ma perché italiani.

A ridosso della Grande Depressione, gli Usa erano scossi da tensioni sociali e etniche: nel 1920, un amico anarchico italiano di Vanzetti, Andrea Salsedo, arrestato dall’FBI, dopo un brutale interrogatorio, «cadde» dal 14° piano del palazzo della polizia federale. Venne ritenuto suicidio e non ci fu indagine. Vanzetti, oltre tutto, nonostante la professione di ateismo, era cresciuto imbevuto di cattolicesimo («per lui la fede cattolica era qualcosa di scontato, tanto che alcuni suoi compagni di lavoro lo ridicolizzarono per questo, etichettandolo come bigotto», Treccani). Anche questa condizione non era particolarmente favorevole: italiani, irlandesi e polacchi venivano identificati tutti come «papisti» fedeli a un sovrano straniero e spesso discriminati se non perseguitati.

È un pezzo di storia minore, ma tristemente significativa: nel 1921, il sacerdote cattolico James Coyle, dopo aver celebrato un matrimonio, venne ucciso dal padre della sposa. L’assassino, un ministro espiscopale metodista, affermò di aver agito alterato dall’ira adducendo la legittima difesa e un motivato sentimento anticattolico (riteneva che il prete avesse forzato la conversione della figlia). Era membro del Ku Klux Klan, come 4 dei suoi cinque avvocati e il magistrato titolare del caso. Venne assolto da una giuria di soli bianchi protestanti.

Va ricordato anche che solo nel 1977 il governatore del Massachusetts Michael Dukakis emanò un proclama che assolveva i due italiani dal crimine. Insomma, a quasi un secolo dall’omicidio di Vanzetti, può valere la pena ricordare di quando gli immigrati pericolosi, aderenti a una religione sospetta, i capri espiatori ideali, i nemici da «remigrare», eravamo noi.

Nell’immagine: Bartolomeo Vanzetti e Nicola Sacco


Ma quale woke, serve la lezione degli anni Settanta

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Di Luigi Manconi, La Repubblica

 

Pigliamo un caso che conosco bene: il mio. Io sono, sotto il profilo diagnostico e clinico, un non vedente: e così vengo definito nelle relazioni e nelle circostanze formali. Tuttavia, cieco è il termine cui ricorro per definirmi e con il quale vorrei che gli altri mi definissero. Cieco ha perso, con il tempo, gran parte della sua tonalità discriminatoria e, pur conservando un accento denigratorio (nel linguaggio corrente si dice alla cieca, furia cieca, vendetta cieca… ), mi piace perché esprime una sua inesorabile verità. Dunque, tutto bene?

Non proprio, perché basta guardarsi un po’ all’indietro per ricordare quanta sofferenza di padri e madri infelici, quante lacrime e sangue e quante lettere ai quotidiani è costata l’ingrata battaglia per cacciare dal vocabolario comune quella parola “mongoloide” che ha chiamato per mezzo secolo le persone con sindrome di Down.

Se, pertanto, il linguaggio che si vuole politicamente corretto — pur tra errori e fraintendimenti — è riuscito a eradicare, o perlomeno a contenere, quelle maleodoranti espressioni e a sviluppare, o perlomeno a incentivare, una maggiore consapevolezza verso la dignità individuale, viva il politicamente corretto.

Anche se credo che si tratti di qualcosa che riguarda il processo di incivilimento della società; e che un così importante conflitto debba affidarsi agli strumenti della formazione e della persuasione, della crescita culturale e della condivisione delle esperienze: e non ai mezzi di autorità che vorrebbero imporre “la correttezza” attraverso norme, coercizioni e sanzioni penali.

Ma tutto ciò ha poco o nulla a che vedere con la sostanza vera della discussione in corso sul cosiddetto woke. All’origine c’è l’amputazione subita dalle parole di Alexandria Ocasio-Cortezche, all’affermazione «la prima stagione del woke fu folle», aggiungeva: «Ma quelle discussioni furono utili». Altro che abiura. Provo, di conseguenza, a segnalare quelli che ritengo alcuni punti fermi che possano aiutare la riflessione.

Uno. Nel nostro paese la cosiddetta cultura woke — purtroppo o per fortuna — non è mai stata egemone, non ha mai rappresentato l’ideologia di una qualche classe di governo, non ha mai prodotto normative a essa ispirate. A meno che non si considerino tali quelle poche leggi che hanno tardivamente riconosciuto diritti fondamentali come il testamento biologico, le unioni civili, la tutela dalla violenza di genere e, ancora prima, la rettificazione anagrafica di sesso. Dunque, come può Giuseppe Conte dire che, per buona parte della sinistra, «questo indirizzo culturale è diventato una dottrina totalizzante, il filtro unico attraverso cui interpretare il mondo e distinguere i “buoni” dai “cattivi”»? Sbalordisco.

Due. Nella lettera di Conte a Repubblica compaiono più volte termini come «materiale» e simili contrapposti alla presunta astrattezza, superfluità e, appunto, immaterialità, dei bisogni correlati ai diritti civili intesi come generi di lusso. È un errore classico dell’idealismo accademico che sottovaluta, nell’analisi dei sistemi di diseguaglianza e delle dinamiche sociali, il peso del corpo, della soggettività, della sfera delle emozioni e dei desideri.

Anche queste sono, eccome, energie materiali che determinano i rapporti di forza, creano movimenti collettivi, incidono sulle forme del potere e sui processi di esclusione. E, soprattutto, condizionano comportamenti e orientamenti che investono l’intera società, a partire dai luoghi di vita e da quelli del lavoro/non lavoro. Insomma, l’accesso ai diritti civili è indissolubilmente legato all’accesso a quelli economico-sociali.

Tre. Non conosco, nell’arco degli ultimi quarant’anni, un solo conflitto per l’affermazione dei diritti civili — tra quei pochi che ci sono stati — che abbia sottratto idee, gruppi sociali, forme di azione, obiettivi e programmi alla lotta per la «questione sociale, il benessere economico, la vita quotidiana» (Matteo Renzi). La verità mi sembra di stupefacente semplicità: la sinistra non ha saputo realizzare lotte adeguate né sul terreno dei diritti civili né su quello dei diritti sociali.

Quattro. C’è stata una stagione dell’Italia repubblicana nella quale la mobilitazione per le libertà soggettive e quella per le libertà economico-sociali sono andate di pari passo integrandosi virtuosamente. È stato il decennio degli anni Settanta, sciaguratamente definiti “di piombo” — certo, sono stati quello ma anche di più, assai di più — , che hanno visto le più significative riforme mai conquistate in Italia: lo Statuto dei lavoratori, la chiusura dei manicomi, il nuovo diritto di famiglia, gli asili nido pubblici, il divorzio, la soppressione delle gabbie salariali, l’interruzione volontaria di gravidanza, l’abolizione delle classi differenziali. Nello stesso breve lasso di tempo sono stati ottenuti il sistema sanitario nazionale e l’obiezione di coscienza: un diritto sociale quale altro mai e il diritto individuale per eccellenza.

Dietro tutto questo, l’intuizione — se non ancora la consapevolezza — che l’individuo non è ripartibile per segmenti né riducibile a compartimenti stagni, che la persona è tutta intera, fatta di necessità materiali e aspirazioni ideali, di pulsioni e bisogni, di piacere e dolore. Insomma, di corpo e anima.


Venghino venghino signori, il circo dell’impossibile vi attende

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Confesso: sono un alieno, un estraneo a questo esercizio della politica. Soprattutto quando essa si nutre di frasi tipo «Le persone ci chiedono di occuparci dei loro problemi e non dei problemi della politica», o delle solite promesse di chi – parcheggiato il fondo schiena sulle poltrone del Gran Consiglio grazie a una smilza percentuale di 3 virgola qualcosa – crede di poter entrare, col prossimo giro di giostra, nell’esecutivo cantonale per risolvere i  «problemi che incidono ogni giorno sulla vita delle persone».

Promettere non costa niente (ricordate il signore che promise solennemente “un milione di posti di lavoro” se eletto?), e con le promesse si può (politicamente) campare, specialmente di questi tempi, dove nani e ballerine animano i tendoni da circo.

Oggi, molto più di ieri, l’unica preoccupazione degli aspiranti politici è quella di candidarsi per esistere. Se poi, senza speranza alcuna, certuni riescono anche a mettere in piedi una listarella con cinque candidati/e per il Consiglio di Stato, ecco che il gaudio è al sommo grado perché assicurerà tante comparsate alla tv che certificheranno la loro esistenza. Applausi!

Viviamo nel tempo della comunicazione, certificato da numerosi canali radiotelevisivi, giornali online. Basta spedire dieci righe sgarrupate a un portale web per diventare qualcuno con un nome e un cognome. In fondo siamo pur sempre debitori del detto “L’ho letto sul giornale”, quindi è vero.

In un mondo sempre più confuso, incerto e mutevole la visibilità è diventata un’ossessione. Molto più del “contestato” ieri, quando la politica era un sano confronto sostenuto da una dialettica anche robusta, ma vera, sincera, appassionata.

E sorrido al pensiero che noi studenti, negli anni Settanta del secolo scorso, contestavamo un Argante Righetti, un Flavio Cotti. Oggi sarebbero dei giganti (vedete un po’ a che profondità mi tocca scendere!); uomini che sono arrivati alla politica per il loro saper fare e non per provare, attraverso la politica, a fare qualcosa.

L’esempio vien dall’alto, si diceva un tempo. Infatti basta guardarsi attorno, di qua e di là dell’Oceano, per trovare esempi nefandi.

Certo, sono rivoli queste listarelle ticinesi; parentesi folcloristiche, specchietti per le allodole, tanto «per fà adoss ai picch la gibigianna» (“per fare la gibigianna in faccia ai contadini”, scrive il Porta). I giochi veri sono di pertinenza delle altre liste, quelle dei ‘partiti di governo’, sperando che alla fine dei divertimenti la celebre frase gattopardesca «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» venga smentita, almeno per questa volta.

Tiriamoci su: la canicola sembra essere un brutto ricordo, la vendemmia in Ticino è da tempo avviata, l’umidità dovrebbe favorire la crescita dei funghi e gli scolari sono ormai pronti ad affrontare un nuovo anno scolastico. Lasciatemi vivere questo breve tempo sospeso, questo «gradito giorno pien di speme e di gioia»,  prima dell’arrivo della delusione del presente e delle difficoltà di questa vita spericolata per mancanza di virtù.


Il Festival di Locarno e il conformismo dell’alternativa

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Terminato il Festival di Locarno, a colpire non è soltanto il bilancio generalmente positivo della 79esima edizione, ma la quasi unanimità con cui è stato accolto. Le voci critiche sono state poche. Persino il critico cinematografico Ugo Brusaporco, solitamente tutt’altro che tenero nei suoi giudizi, questa volta non ha lesinato apprezzamenti, scrivendo che la giuria ha scelto «con rigore cinefilo» e che sul palmarès non c’era «nulla da eccepire».

Eppure una domanda meriterebbe di essere posta. Non riguarda tanto la qualità dei film, quanto il tipo di cinema che un grande festival internazionale finisce per selezionare e consacrare.

Qualche dubbio è affiorato sulle pagine del Manifesto, dove Cristina Piccino si interroga sul peso dei laboratori e dei circuiti produttivi internazionali che sostengono lo sviluppo dei film indipendenti, ma rischiano anche di imporre, sia pure «in modo soffice», una propria «formattazione». Su laRegione, Tommaso Soldini ha lanciato qua e là qualche frecciata sulla mancanza di veri scarti, di qualcosa capace di risultare persino indigesto al pubblico cinefilo.

Locarno non corre certo il rischio di diventare commerciale o hollywoodiano. Continua anzi a svolgere una funzione preziosa nel dare spazio a cinematografie e autori che difficilmente troverebbero posto nel grande circuito commerciale. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi se essere lontani da quel mainstream basti ancora a garantire uno sguardo davvero nuovo. Il rischio è che si consolidi un altro conformismo, tutto interno al cinema da festival, fatto di autori, forme, ritmi, temi e sensibilità ormai immediatamente riconoscibili come cinema «importante».

Il doppio riconoscimento, a Hong Sang-soo per la regia e a Kim Min-hee per l’interpretazione, è emblematico. Hong continua a fare un cinema personalissimo e radicalmente estraneo alle convenzioni industriali: film realizzati con mezzi ridotti, fatti di conversazioni e di continue variazioni sugli stessi motivi. Ma dopo decenni di presenze e riconoscimenti nei maggiori festival, quel cinema «altro» è ormai uno dei linguaggi più riconoscibili e consacrati della cinefilia internazionale. Brusaporco definisce addirittura «dovuto» il riconoscimento. Premiarlo è naturalmente legittimo; più difficile considerarlo una scelta che sorprenda o metta in discussione i valori consolidati di quel mondo.

C’è poi un’altra forma di prevedibilità. Piccino osserva anche, a proposito di uno dei film in concorso, che «l’imprevisto è solo apparente» e che persino nel disagio lo spettatore viene accompagnato.

Si possono raccontare fascismo, patriarcato, guerre, omofobia e società in crisi senza mettere davvero in crisi lo spettatore. Sono temi potenzialmente dirompenti, raccontati però attraverso un linguaggio cinematografico che il pubblico dei festival ha ormai imparato a conoscere e riconoscere. Lo spettatore può essere turbato da ciò che il film racconta, ma difficilmente sorpreso dal modo in cui glielo racconta. Il contenuto è sovversivo, ma la forma è rassicurante.

Non perché quelle forme siano in sé conservatrici: molte sono nate, al contrario, proprio dalla volontà di rompere con il cinema dominante. Ma una forma non rimane innovativa per sempre. Quando viene ripetuta, riconosciuta, premiata e infine attesa, ciò che un tempo spiazzava può trasformarsi a sua volta in convenzione. Il paradosso è proprio questo: anche il linguaggio dell’alternativa può diventare una tradizione.

La questione della forma supera naturalmente Locarno e riguarda più in generale la capacità della cultura contemporanea di produrre linguaggi realmente nuovi. È proprio da questa progressiva perdita di spinta innovativa che parte lo scrittore e critico culturale americano W. David Marx nel suo recente saggio Blank Space, dedicato alla stagnazione culturale degli ultimi venticinque anni.

Secondo Marx, nel Novecento avanguardie e sottoculture disponevano di sistemi di valori alternativi a quelli del mercato. Il successo commerciale non era necessariamente il riconoscimento più ambito, anzi poteva essere guardato con sospetto: a conferire prestigio erano il riconoscimento dei propri pari, la sperimentazione e la capacità di rompere con le convenzioni dominanti. Erano spesso piccole comunità radicate in luoghi reali, nei club, nelle università, nei centri sociali e nelle scene artistiche locali, dove distinguersi significava anche osare e rompere con ciò che esisteva.

Nella musica e nella cultura urbana, da ambienti simili sono nati punk, hip-hop e nuove forme di danza; il cinema, che richiede strutture produttive più complesse, ha conosciuto rotture analoghe attraverso movimenti come la Nouvelle Vague e, ancora negli anni Novanta, Dogma 95. Esperienze molto diverse, ma accomunate dall’ambizione non soltanto di realizzare opere nuove, bensì di inventare un modo nuovo di farle. E proprio da quelle rotture sono nati linguaggi che l’industria culturale avrebbe poi assorbito e fatto propri.

Negli ultimi venticinque anni, però, questo ecosistema si è progressivamente indebolito. Il successo ha perso gran parte del sospetto che un tempo suscitava nelle controculture, mentre visibilità, consenso e profitto sono diventati criteri sempre più importanti anche per chi opera fuori dal mainstream. Internet ha accelerato il processo: ciò che nasce ai margini viene immediatamente esposto, imitato, assorbito e trasformato in qualcosa di riconoscibile. La cultura contemporanea produce così una quantità sterminata di opere (quasi 10’000 film nel mondo nel solo 2023), ma fatica maggiormente a produrre quelle rotture capaci di segnare una vera discontinuità.

Il problema non è dunque che siano scomparsi i buoni film o gli autori originali, né che la produzione indipendente si sia impoverita. La domanda è un’altra: quanto spesso incontriamo ancora un film che non si limiti a raccontarci qualcosa di nuovo, ma ci costringa anche a imparare un nuovo modo di guardare? Il rischio è che persino l’indipendenza, una volta entrata stabilmente nel circuito dei festival, finisca per avere le sue formule, i suoi autori garantiti, i suoi temi attesi e un proprio conformismo.

Non basta allora essere lontani dal cinema commerciale per rappresentare ancora una vera rottura. La domanda, a questo punto, non è se Locarno sia abbastanza diverso da Hollywood: ovviamente lo è. È se sia ancora abbastanza diverso da ciò che il mondo dei festival ha ormai imparato a considerare «diverso».

L’anno prossimo il Festival raggiungerà la sua ottantesima edizione. Un traguardo importante, che sarà inevitabilmente occasione di bilanci e celebrazioni. Potrebbe esserlo anche per interrogarsi su quale spazio Locarno voglia ancora riservare all’imprevisto, al rischio, a ciò che non è già riconoscibile come «cinema da festival». Perché un festival come Locarno dovrebbe essere il luogo in cui, ogni tanto, anche il cinefilo si senta fuori posto.

Nell’immagine: i cinefili vogliono rischiare di più (illustrazione della redazione)


No all’iniziativa sulla neutralità

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Ci risiamo, il prossimo 27 settembre i cittadini svizzeri saranno chiamati alle urne per esprimersi su un’iniziativa della destra. Questa volta la proposta viene da Pro Schweiz, associazione nazionalsovranista vicina a Christoph Blocher. Si tratta di una sorellina dell’Unione democratica di centro e quindi, ancora una volta, il partito di destra si garantisce la sua campagna elettorale permanente utilizzando il “potenziale di seduzione plebiscitaria degli strumenti democratici diretti” (Niccolò Raselli).

L’idea è arguta. Dopo il “dagli allo straniero”, che ha caratterizzato le iniziative degli ultimi decenni, si risuscita l’acciaccato mito elvetico della neutralità.

L’iniziativa propone di inserire nella Costituzione un articolo che affermi che la Svizzera ha una neutralità permanente e armata; non aderisce ad alleanze militari o difensive, a meno che vi sia un’aggressione militare diretta o in caso di atti preparatori in vista di una simile aggressione; la Svizzera non partecipa a scontri militari tra Stati terzi e non adotta misure coercitive nei confronti dei belligeranti; infine si avvale della propria neutralità permanente per risolvere i conflitti e offre i propri buoni uffici in qualità di mediatrice.

Sulla carta la proposta può sembrare allettante, in particolare perché prevede di vietare le sanzioni agli stati belligeranti, come il Consiglio federale ha fatto e fa nei confronti della Russia e impedisce di  aderire alle alleanze militari. In verità è solo fumo negli occhi, perché la neutralità è ormai un concetto stravolto dalla storia e dalla politica.

Punto cruciale è che Pro Svizzera, assieme all’UDC, vuole ancorare nella Costituzione il principio della “neutralità armata”. Quindi, in sostanza, l’articolo costituzionale diventa di fatto una ulteriore base legale per aumentare le spese militari e per sviluppare l’esercito. Lo dice bene Pro Svizzera nell’argomentario sull’iniziativa: “Solo un Paese in grado di difendersi autonomamente (sic) può rivendicare una neutralità credibile e rispettata a livello internazionale”. E come si fa ad avere capitali sufficienti per armare la Svizzera fino ai denti? Semplice: “Prima di chiedere nuovi sacrifici ai contribuenti, la Confederazione dovrebbe procedere a una seria revisione delle proprie priorità di spesa”. Morale: neutralità significa miliardi di franchi per il riarmo e tagli alla spesa che, per l’UDC, ricordiamolo, vuol dire tagli al sociale, aiuto all’estero, politica d’asilo, formazione, ricerca e ambiente. Inserire nella Costituzione la neutralità significa più spese militari e tagli nei confronti dei più fragili.

Come spesso succede con le iniziative della destra le proposte, per ottenere facili consensi secondo le regole della demagogia e del populismo si rivelano ridicole e campate in aria a un’analisi razionale. Basta pensare al giochino della recente iniziativa sui dieci milioni che faceva riferimento a una improbabile “sostenibilità”.

Qui si direbbe che la narrazione UDC si trasforma in favoletta. Come si fa a credere che la Svizzera possa “difendersi autonomamente”? Ma dai! Potrebbe funzionare se ad attaccare fosse il Liechtenstein, che non possiede l’esercito. Ma per il resto del mondo, la Svizzera sarebbe liquidata in un paio di settimane, come diceva l’ex capo dell’esercito Süssli. Piccolo dettaglio istruttivo: il Liechtenstein ha abolito le sue forze armate nel 1868 per motivi di bilancio e di neutralità. È uno dei venti stati sovrani al mondo senza un esercito. Pro Svizzera è così concentrata sull’ombelico elvetico che non vede cosa sta succedendo nel mondo. Ucraina si difende da sola? E Israele?

Sulla NATO il Governo gioca sporco. Infatti, come segnala Maurizio Binaghi, “fin dal 1956, il Consiglio federale conclude un memorandum segreto con la NATO, che stabilisce che la Svizzera manterrà la sua neutralità fino a un’eventuale invasione del suo territorio. Questo accordo allinea gli interessi della Confederazione con quelli dell’Alleanza atlantica, suggerendo che l’esercito svizzero sia ormai parte, di fatto, del sistema di difesa occidentale”.

La confusione di fondo dell’iniziativa, e la sua ipocrisia, è far credere che, ancorando il concetto di neutralità armata nella Costituzione, il Consiglio federale cambierà politica.

Affermare che “gli atti preparatori di un’aggressione” giustificherebbero “le collaborazioni con le alleanze militari” straniere potrebbe bastare fin da oggi per affossare la neutralità. I nostri politici e strateghi militari ci ripetono ogni giorno che la Russia potrebbe attaccarci nei prossimi anni.

Intanto, anche se venisse approvata, l’iniziativa potrebbe venir implementata con una legge che l’annacquerebbe. Gli articoli costituzionali proposti da iniziative popolari che non vengono applicati alla lettera sono numerosi. Dall’Iniziativa delle Alpi a quella contro l’immigrazione di massa, che non era compatibile con gli accordi internazionali, all’iniziativa sulle abitazioni secondarie. Sono le regole della democrazia semi diretta.

La neutralità è stiracchiata da sempre, si cerca di venderla come un concetto identitario elvetico ma, di fatto, è uno strumento di politica estera adattata alle varie necessità politiche. Durante la seconda guerra mondiale la neutralità elvetica è stata liquidata dal collaborazionismo con la Germania nazista: si comperava l’oro dai nazisti e si respingevano i profughi in fuga dalle SS. Ricordiamo anche le bufale sul ridotto nazionale che doveva salvare il paese. La Svizzera non poteva essere difesa militarmente, lo ammetteva lo stesso generale Guisan: “Da tre a un massimo di cinque giorni, secondo il capo di stato maggiore Jakob Huber, e le truppe tedesche controllerebbero l’altopiano” (Erich Keller). Lo storico Jakob Tanner conferma: “la narrazione secondo cui il piccolo stato neutrale era sopravvissuto con sicurezza a una fase di minaccia grazie alla sua resistenza militare in una fortezza alpina, il Ridotto, è una bugia nazionale”.

La neutralità può essere pericolosa. Il politologo Pascal Sciarini ricorda che, durante la seconda guerra mondiale, “per difendere gli interessi economici e finanziari della Svizzera (…) le autorità federali hanno invocato la neutralità per giustificare condotte opportunistiche, senza riguardo per le conseguenze umanitarie”, in particolare per la politica restrittiva nei confronti dei rifugiati e degli ebrei. Poco prima dell’inizio della seconda guerra mondiale – dice Sciarini – il generale Guisan ha firmato un accordo segreto con l’esercito francese che avrebbe permesso a questi di occupare il nord ovest della Svizzera. La storia è venuta alla luce negli anni cinquanta e il direttore dei Documenti diplomatici, Sacha Zala, ha sottolineato recentemente: “non bisognava ammettere che lo Stato neutro non è stato neutro, così che potesse continuare a non esserlo”. In caso di necessità, l’attenzione del Consiglio federale nei confronti della Costituzione è relativa e l’UDC dovrebbe averlo imparato nel 2014 (Iniziativa “Contro l’immigrazione di massa”).

Sono stati pubblicati decine di libri di storici che hanno affrontato il tema della neutralità:

  • Edgar Bonjour: “La neutralità svizzera non è mai stata un fine in sé, ma uno strumento della politica estera”.
  • Hans-Ulrich Jost: “La neutralità è stata anche uno strumento ideologico e politico utilizzato per legittimare determinate scelte dello Stato”.
  • Jakob Tanner: “La neutralità è sempre stata interpretata in modo pragmatico e adattata alle condizioni politiche ed economiche del momento”.
  • Sacha Zala: “La neutralità svizzera è stata spesso interpretata in maniera molto elastica”.
  • Georg Kreis: “La neutralità assoluta non è mai esistita”.
  • Orazio Martinetti: “Durante la guerra fredda, la neutralità fu elevata a dottrina di stato irrinunciabile, benché la Svizzera ‘de facto’ appartenesse all’Alleanza atlantica”.

La neutralità è stata sempre un aspetto della politica di sicurezza e utilizzata per perseguire interessi economici. “La neutralità svizzera è un concetto utilizzato con arte e costanza dall’oligarchia imperialista per mascherare la propria prassi”, scriveva Jean Ziegler. In un rapporto del Consiglio federale del 1993 – spiega Pascal Sciarini – si assiste a un vero e proprio cambio di paradigma in materia di neutralità: “In un mondo interdipendente, non è più possibile per uno Stato difendere la sua indipendenza da solo, isolandosi dal resto del mondo; ormai, la difesa dell’indipendenza passa al contrario per la cooperazione a livello internazionale”.

Pro Svizzera e l’UDC si svegliano trent’anni dopo e fa sorridere che ritengano compromessa la neutralità dalla decisione di adottare sanzioni contro la Russia. Con quella che viene definita “neutralità differenziata”, la Svizzera ha partecipato alla sanzioni economiche decretate dall’ONU contro l’ex Yugoslavia nel 1991, la Libia nel 1992, Haiti nel 1993, la Sierra Leone nel 1997, l’Angola nel 1998, l’Afghanistan nel 2000, l’Iran nel 2010 e la Libia nel 2011. E anche quelle imposte dall’Unione europea contro l’ex Yugoslavia nel 1998, la Birmania nel 2000, l’Iran nel 2010 e la Siria nello stesso anno. Fa doppiamente ridere che oggi l’UDC accetta le misure decise dalle Nazioni Unite – che verosimilmente avranno avuto effetti negativi sulle popolazioni – ma nel 2002 fu contraria all’adesione della Svizzera all’ONU.

La neutralità svizzera è stata declinata a seconda delle necessità. Nel 2006 la ministra socialista Micheline Calmy-Rey ha inventato la “neutralità attiva”. Ignazio Cassis ha proposto la “neutralità cooperativa”, non adottata dal Governo, ma che è servita per far perdere alla Svizzera le possibilità di svolgere il suo ruolo di nazione mediatrice e di offrire i propri buoni uffici. Se si organizzano conferenze senza invitare uno dei duellanti (vedi Bürgenstock), i buoni uffici vanno a farsi benedire. E sono anni che il ruolo della Svizzera come mediatrice si è dissolto!

La neutralità è ormai uno specchietto per allodole, un concetto buono per distogliere l’attenzione da politiche che, come abbiamo visto, sono spesso opache o perfino segrete. L’aggressione della Russia all’Ucraina è stata l’ultima possibilità per riaffermare la neutralità, ma bisognava restare super partes, un ruolo che la Svizzera, dopo ottant’anni di politica atlantista, non ha potuto permettersi.

Sostenere l’iniziativa sulla neutralità, come propongono la destra, l’estrema destra e i compagni comunisti, vuol dire appoggiare la politica demagogica dell’UDC. La neutralità è ormai un guscio vuoto, come affermano gli storici, e la proposta della destra equivale al rilancio del riarmo e a tagli delle politiche sociali.

I sondaggi affermano che la maggioranza dei cittadini svizzeri sostiene la neutralità. Basta guardare un telegiornale per convincersi che si sta bene alla larga di quanto succede nel mondo. Ma sarebbe interessante scoprire cosa sanno veramente gli svizzeri a proposito di neutralità. Probabilmente è una rosea illusione che si basa su un mucchio di favole che la politica, opaca e menzognera, ha contribuito a diffondere.

No all’iniziativa per la “Salvaguardia della neutralità”. Non se ne può più delle ipocrisie, delle bufale e della campagna elettorale permanente dell’UDC. La neutralità deve essere disarmata se vuole essere promotrice di pace.

È sul piano politico che la sinistra deve darsi una mossa, senza salire sullo sgangherato carro della destra sovranista: con attività sociali e lavoro nei parlamenti per costruire una politica estera improntata alla solidarietà e al pacifismo e per una politica interna che riduca le spese per le armi, combatta le disuguaglianze e sostenga socialità, protezione ambientale, formazione e ricerca.

Scritto per Quaderni Alternativi
Nell’immagine: Putin voterebbe Sì (illustrazione della redazione)


Il nuovo rivale di Zelensky insiste: si può e si deve votare in tempo di guerra

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Dal nostro corrispondente da Mosca

In videomessaggio, l’ex ministro della Difesa ucraino Mikhailo Fedorov ha esortato a trovare un «meccanismo legittimo, sicuro e realistico» che consenta all’Ucraina di «riprendere un processo democratico a tutti gli effetti, anche in condizioni di guerra in corso».

“Se la guerra – ha affermato l’ex capo dicastero – dovesse protrarsi per un altro anno, due o tre, la Russia potrebbe di fatto ottenere il diritto di decidere quando gli ucraini potranno nuovamente eleggere i propri governanti? Sono convinto di no. La democrazia non può essere ostaggio della Russia. Stiamo combattendo proprio perché vogliamo rimanere uno Stato europeo libero”.

Così Fedorov mantiene alto l’interesse verso sé stesso nell’opinione pubblica interna e internazionale dopo che a  luglio Volodymyr Zelensky lo aveva destituito, a causa di un conflitto con il comandante in capo delle Forze Armate dell’Ucraina, Oleksandr Syrskyi.

Le manifestazioni a suo sostegno continuano un po’ in tutto il Paese ma è difficile capire quale sostegno egli abbia realmente e se potrà consolidarsi. Un sondaggio dell’Istituto Internazionale di Sociologia di Kiev (KIIS), condotto nella seconda metà di luglio, ha rilevato che il 63% degli intervistati aveva fiducia in Fedorov. Sebbene continui a prendere le distanze dalla politica e persino dalle manifestazioni a suo sostegno, i sondaggisti hanno compiuto un ulteriore passo avanti e hanno misurato il suo consenso in una eventuale corsa presidenziale. Secondo il KIIS, in un ipotetico ballottaggio, Fedorov sconfiggerebbe Zelensky con il 63,8% contro il 36,2%.

Si tratta ovviamente di dati da prendere con le molle, e che possono essere pilotati; ma è assolutamente evidente che Fedorov stia valutando la possibilità di entrare nell’agone politico.

Con quale programma resta un mistero.

L’analista politico Ihor Reiterovych ha affermato che la ragione principale del rapido aumento della fiducia è stata il fatto che Fedorov , mentre era alla guida del Ministero della Difesa, ha operato per porre fine alla guerra da una posizione di forza. “Ai cittadini è piaciuta molto quella visione e, quando i funzionari hanno deciso di sostituirlo praticamente senza alcuna spiegazione o motivo adeguato, la gente ha avuto la sensazione che le venisse sottratto il proprio futuro”, ha concluso Reiterovych.

La mancanza di un programma definito però potrebbe non essere il principale problema visto che anche Zelensky nel 2019 si presentò agli elettori semplicemente come un “volto nuovo”. Promise la fine della guerra in Donbass e della corruzione, ma al momento dell’inizio della guerra con Putin la situazione era persino peggiorata sotto il profilo strettamente economico. Il problema di Fedorov sembra oggi quello di trovare sostenitori all’interno dell’Unione Europea, che dopo lo sfilamento di Donald Trump resta la maggiore sostenitrice politica ed economica della causa ucraina.

Forse Zelensky non ha più l’appeal del primo anno di guerra, quando sembrava l’eroe capace di sovvertire ogni pronostico, ma a Bruxelles potrebbe sembrare ancora l’uomo su cui si può contare e che ha accumulato ormai una certa esperienza di governance.

Tuttavia il problema posto da Fedorov è reale. Quanto può restare un Paese che ha un’opinione pubblica vivace come quella ucraina senza poter decidere un eventuale ricambio di governo, magari ancora per diversi anni?

I problemi pratici per organizzare il voto sono enormi. E’ vero che negli Stati Uniti si tennero le elezioni anche durante il secondo conflitto mondiale (nel 1944, e fu confermato Franklin Delano Roosvelt) ma è anche vero che non si trattava di un Paese invaso.

Anche Fedorov ammette che sarebbe difficile tenere le elezioni, poiché occorre garantire il diritto di voto ai militari, ai milioni di ucraini all’estero e alle persone nelle regioni di frontiera. Ma la difficoltà, secondo lui, «non significa impossibilità». «L’Ucraina ha già fatto molte volte ciò che il mondo riteneva impossibile. Possiamo trovare una soluzione anche in questa situazione, perché la democrazia non è un lusso dei tempi di pace, la democrazia è parte di ciò per cui oggi stiamo combattendo», ha aggiunto l’ex ministro della Difesa.

Lo slogan “voto subito” era stata impugnato anche da Vladimir Putin nella speranza che si aprisse un varco per una forza politica parlamentare “non ostile a Mosca”, ma oggi che le ipotesi di trattativa sono tramontate lo stesso presidente russo potrebbe preferire lo status quo.

Federov è stato il quarto ministro della difesa dall’inizio dell’invasione su vasta scala della Russia, dopo Oleksiy Reznikov, Rustem Umerov, Denys Shmyhale: probabilmente Zelensky non ha mai voluto che nessuno assumesse un peso specifico particolare in una posizione tanto importante mentre si consuma una guerra decisiva per il destino dell’Ucraina.

Il vero rischio è che lo stesso sistema politico e sociale ucraino si possa trasformare (o si stia già trasformando) in un regime autoritario. Un Paese permanentemente in armi per molti anni potrebbe iniziare a pensare di affidarsi regolarmente a uomini che hanno vestito la divisa o sono stati a capo della Difesa.  Non è un caso che il parlamento ucraino stia preparando attivamente una revisione completa dei Centri territoriali di reclutamento per affrontare le inefficienze sistemiche, le denunce da parte dei cittadini, la corruzione generalizzata, e le violazioni dei diritti umani verificatesi durante la mobilitazione in regime di legge marziale. Un ulteriore spostamento dei rapporti di forza tra potere legislativo e potere esecutivo potrebbe rivelarsi fatale.

Intanto proprio la Rada (parlamento) ha votato a maggioranza per l’insediamento a nuovo ministro della difesa di Yevhen Khmara, un generale di divisione del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina (SBU) che ha trascorso gran parte della sua carriera nelle operazioni speciali.  La nomina di Khmara ha sollevato una questione giuridica, poiché la Legge sulla sicurezza nazionale dell’Ucraina richiede che il ministro della Difesa e i suoi vice siano civili. Ciò significava che Khmara, in quanto ufficiale militare in servizio attivo, avrebbe dovuto lasciare il servizio militare prima che la sua nomina potesse essere finalizzata.

Nel 2022, Khmara aveva guidato un’operazione speciale per liberare l’Isola dei Serpenti, o Isola di Zmiinyi, aiutando l’Ucraina a riprendere il controllo di questo avamposto strategicamente importante sul Mar Nero e contribuendo agli sforzi per riaprire le rotte marittime. In caso di una nuova mobilitazione russa di cui si parla insistentemente per l’autunno dovrà essere dunque lui a riprogrammare le nuove priorità delle Forze Armate di Kiev.

Nell’immagine: l’ex ministro della Difesa ucraino Fedorov nel suo videomessaggio


Il Pil non ce la racconta tutta

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Fu grazie al lavoro dell’economista Simon Kuznets che nel 1931 fu introdotto negli Usa il Pil come indicatore macroeconomico. L’obiettivo era quello di identificare le conseguenze della Grande Depressione.

Oggi il Pil è utilizzato da tutti i paesi e calcola il valore di tutti i beni e servizi finali venduti in un paese durante l’anno.

Pur essendo un indicatore economico imprescindibile, il Pil presenta evidenti limiti. Ad esempio non riesce a misurare il benessere individuale e collettivo. Da anni economisti e politici stanno cercando di proporre un indicatore che sopperisca a questi limiti, ma senza grandi successi, a meno di adottare indicatori diversi quali la qualità dell’aria, l’efficienza dei servizi sanitari, il livello di istruzione e via dicendo.

I limiti del Pil sono almeno quattro:

  1. Considera in egual misura la produzione biologica e quella delle armi;
  2. Tutte le attività senza scopo di lucro non vengono considerate (lavoro domestico, volontariato, associazioni benefiche …);
  3. I valori sono interpretati sulle medie e quindi non evidenziano gli estremi e le diseguaglianze;
  4. Essendo un indicatore di flussi non dice nulla sull’evoluzione degli stock e dei patrimoni fondamentali per la crescita economica.

Da decenni si cercano delle alternative. Negli anni novanta l’ONU ha proposto l’indice dello sviluppo umano, ma essendo occidentale-centrico non ha avuto molto successo. Un po’ meglio è andata per gli indicatori basati sullo sviluppo sostenibile o sull’impronta ecologica. Anche la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale hanno tentato di sviluppare delle alternative al Pil con l’obiettivo di considerare tre dimensioni: economica, ecologica e umana. Questo ha permesso di avere una visione migliore dell’effettiva situazione dei diversi paesi, andando oltre alla mera dimensione economica, ma poi i risultati rimangono nei cassetti perché difficilmente interessano alla politica.

L’Ademe, l’istituto francese per la transazione ecologica, propone di iniziare a considerare le interdipendenze tra sociale e ambiente, tra dimensione spaziale e individuale/collettiva. L’idea di iniziare a considerare il territorio a livello locale è interessante perché è proprio il territorio che è confrontato direttamente con problemi non solo climatici, ma anche sociali ed economici. Se il Pil ci fornisce una visione globale dal punto di vista economico, indicatori più locali permetterebbero una visione più dettagliata che permetterebbe di intervenire laddove è necessario. Due ricercatori della Fondazione Jean-Jaurès [Alternatives économique, 06.07.26] propongono di adottare due indicatori differenti: il primo valuta il benessere oggettivo mentre il secondo si concentra invece su quello soggettivo, non a livello nazionale ma locale, considerando anche le particolarità territoriali. Evidentemente si tratta di un approccio complesso, difficile da applicare ma che darebbe informazioni più affidabili rispetto al Pil. È chiaro che la realtà economica e sociale del cantone Zurigo è diversa da quella del Ticino o di Uri.

In realtà gli indicatori dovrebbero lavorare in contemporanea: i dati nazionali forniscono determinate indicazioni mentre quelli regionali o settoriali offrirebbero strumenti di intervento più dettagliati e sicuramente più utili. Tuttavia andare oltre il Pil sembra impossibile.

Nel 2008, Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul Fitoussi hanno creato un gruppo di lavoro per superare il Pil come indicatore di riferimento, focalizzarsi sul benessere delle persone, sulla sostenibilità, sulle diseguaglianze e sulla sostenibilità. Il lavoro supervisionato dai tre economisti ha innescato un lungo dibattito, ma dal lato pratico non ha prodotto grando risultati. Il Pil continua a rimanere l’indicatore economico di riferimento, anche perché i meccanismi di calcolo sono assodati e universali. Questo non significa che non siano necessari altri approcci più inclusivi; non solo indicatori economici ma anche sociali e umani. Ma l’impressione è che non interessino perché ciò implicherebbe la necessità di prendere decisioni radicali.

Nell’immagine: PIL pro capite nel 2026 (blu: più di 60’000$; arancione-rosso: meno di 5000$)


La morsa americana sull’Iran, sanzioni su tech e commercio: “Puniremo chiunque lo aiuti”

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

 

«Asfissia economica» del regime iraniano. Questo linguaggio ha scelto il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, annunciando ieri la “Operation Economic Outcast”, finalizzata a «tagliare ogni linfa» che permette al governo della Repubblica islamica di sopravvivere, imponendo sanzioni secondarie a chiunque lo aiuti a incassare soldi. Usando questa leva il presidente Trump spera di ottenere quello che gli è sfuggito con la forza militare, almeno fino alle elezioni midterm di novembre che i repubblicani rischiano di perdere anche per il conflitto con Teheran.

Le incognite però sono almeno quattro: la capacità di resistenza degli ayatollah, che hanno seri problemi pratici, ma sono anche rinforzati dal fatto di aver resistito all’attacco frontale; i rischi di rappresaglie militari, nello Stretto di Hormuz e oltre, che potrebbero rendere troppo costosa l’offensiva economica; l’incertezza su quanto le nuove sanzioni possano davvero incidere, dopo anni di “massima pressione” in questo campo; la disponibilità del resto del mondo, partendo da Cina e Russia, oltre ai Paesi della regione, a collaborare con questa operazione su scala globale.

Ieri mattina Trump ha annunciato via social che «l’Iran sta collassando completamente». La sua teoria è che le vendite di petrolio sono ferme, l’economia va verso la paralisi, la moneta rial è in caduta libera, gli stipendi non arrivano più in tempo nemmeno ai capi del regime, e lo stesso leader del Parlamento Ghalibaf ha ammesso che «il nostro apparato militare può essere forte quanto vogliamo, ma se abbiamo fame non possiamo sopravvivere». In queste condizioni, un’ulteriore spallata finalizzata prosciugare gli ultimi canali finanziari dovrebbe raggiungere l’obiettivo del cambio di regime. Subito, o attraverso il rilancio del malcontento e delle proteste che provocherà nel tempo.

Perciò poco dopo il Tesoro ha annunciato la “Operation Economic Outcast”, che prende di mira in particolare cinque settori: asset digitali, incluse le monete cripto; tecnologia, militare e finanziaria; oro, rifugio nei momenti di crisi; aviazione e trasporti marittimi, indispensabili tanto per esportare l’energia, quanto per ricevere i beni necessari, tipo quelli per l’apparato difensivo. Il governo Usa attraverso l’Ofac ha colpito subito una sessantina di entità basate negli Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, Cina, Singapore, Svizzera ed Europa, fra cui Grecia. Si va da compagnie per procurare tecnologia nucleare e missilistica, a quelle per infrastrutture, trasporti, beni digitali, scambi commerciali.

Gli obiettivi sono elencati per nome, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Bessent infatti ha annunciato che già entro la fine della settimana una grande istituzione finanziaria verrà colpita, e quando gli hanno chiesto se anche la Cina verrà presa di mira, ha risposto che «nessuno è al di sopra delle sanzioni secondarie». Washington ritiene che le misure imposte finora non abbiano fatto cadere il regime perché molti lo aiutano ad aggirarle: «Metteremo fine — ha avvertito il segretario — all’accesso al sistema del dollaro per coloro che riciclano denaro iraniano». Quindi ha avvertito «coloro che agevolano Teheran: non mettete alla prova la nostra determinazione. Il presidente sta già contattando i leader mondiali, avanzando richieste specifiche affinché cessino le loro interazioni con l’Iran».

Gli ayatollah minacciano di rispondere con la forza, e già questo potrebbe negare a Trump l’obiettivo di frenare le operazioni militari almeno fino alle elezioni. Poi si tratta di vedere se le nuove misure saranno davvero più efficaci di quelle già in vigore da anni, e se Paesi come la Cina le rispetteranno, anche perché sarebbe difficile punire Xi prima della sua visita alla Casa Bianca il 24 settembre. Dopo l’annuncio dell’Economic D-Day il petrolio ha continuato a scendere e Wall Street non è crollata, forse perché anche i mercati hanno qualche dubbio sul suo impatto.


La crisi del woke, vittima dei suoi eccessi

I NUMERI DEL "GUARDIAN" Relativi a solo metà continente e non ancora aggiornati all’intero mese di agosto, aggraveranno ulteriormente il quadro una volta completi 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

 

Il movimento woke è in crisi. Se non proprio sul viale del tramonto, quasi: il flusso di coscienza critica si è avviato negli Stati Uniti con una presa di distanza da parte di Alexandria Ocasio Cortez, e ha attraversato l’Oceano punteggiando dichiarazioni a mezza bocca (Giuseppe Conte) o mute alzate di spalle (Matteo Renzi) nel nostro clima politico d’agosto, accaldato più dal clima che dalle urgenze.

Prima di stupirsi del fuoco di paglia di un movimento che pare nato appena ieri e sembra già aver esaurito la sua forza di propulsione, bisogna fare un passo indietro. «Woke» è infatti una variante fonetica di «awake», che sin dagli anni Trenta invitava gli Stati Uniti al risveglio dei diritti umani e puntava il dito sulle discriminazioni contro la popolazione afroamericana.

Ma nell’opinione comune sembra qualcosa di recente perché di fatto l’imperativo «stay woke» è tornato alla ribalta una decina di anni fa, insieme al movimento Blm («Black Lives Matter»). Accanto all’istanza tradizionale, e cioè la lotta contro le discriminazioni, gli abusi e le violenze ai danni della popolazione di colore, il movimento woke ha ben presto adottato altri connotati: la difesa dei diritti di tutti e in particolare delle persone «non normate». Una difesa talmente strenua da diventare retroattiva e trasformarsi in una sorta di censura su tutto ciò che potrebbe urtare, ferire, far alzare le sopracciglia. Di lì alla demolizione della statua di Cristoforo Colombo, icona del colonialismo, e alla stigmatizzazione di Via col Vento perché Mami, la tata di colore, incarna tutti gli stereotipi della minoranza schiavizzata, è trascorso un attimo.

Tutto è passato a un drastico vaglio: la cultura woke è arrivata nel 2021 a far gettare la spugna alla traduttrice in neerlandese della poetessa afroamericana Amanda Gorman (sul palco alla cerimonia di insediamento di Joe Biden) perché secondo gli esponenti del movimento una persona bianca non poteva avere una comprensione sufficiente del testo scritto da una di colore. Pensare che la traduzione è per antonomasia un percorso di «trasferimento», di dialogo fra lingue e culture diverse.

Eccessi e approssimazioni stanno dunque portando a un profondo e salutare ripensamento l’ideologia woke. Che a ben pensarci era carica di alcuni difetti congeniti. Il primo è stato aver dato per scontata la libertà, propria e altrui, sbandierando i diritti di tutti persino al di là dell’estremo confine, quello della sanzione retroattiva. Espungere fatti, parole, statue e tanto altro dalla storia per non urtare la sensibilità di chi la storia la ha subita non significa altro che censurare. E il woke di censura ne ha fatta tanta, con il presupposto che la libertà vale anche per questo: cancellare, rimuovere, manipolare. Ma la libertà non va data per scontata, e non è una conquista assodata. Va trattata con rispetto, mai con disinvoltura. Questo abuso della libertà – anche di censurare – è stato uno dei due «peccati originali» del woke.

Il secondo è stato l’istanza ossessiva di classificare, definire, distinguere: nel tentativo di «proteggere» le categorie sociali più fragili o marginali, il movimento ha prodotto negli anni una tassonomia umana in continua evoluzione. Perché tutti andavano nominati, classificati e inclusi. E dunque il progressivo dilatarsi delle categorie Lgbt in un acronimo sempre più astruso. E gli impronunciabili segni grafici per il plurale inclusivo (come se non ci fossero battaglie più sostanziali da combattere sul fronte delle discriminazioni e delle violenze sulle donne). E i sottili distinguo semantici fra donna (che può essere tale per nascita o per scelta), «persona con utero» e «seahorse dad» (padri trans nati donna capaci di ingravidarsi e generare).

Questa ansia di definizione e di inclusione ha ottenuto l’effetto opposto a quello voluto, perché nell’opinione comune si è radicata più di prima l’idea che ci siano le persone «normali» e quelle che non lo sono. La realtà è ben diversa e ci dice che l’identità è sempre complessa, fluida, irriducibile e a volte persino contraddittoria: ognuno di noi è un amalgama unico e plurale, mai una cosa soltanto. È il bello della vita.

 

Nell’immagine: Alexandria Ocasio-Cortez