Una colomba nera

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Nell’autunno del 1989 circolavano cartoline in cui spiccavano, su sfondo rosso, una colomba della pace, col rametto di ulivo nel becco, e un grande SI bianco. Quel sì era per l’iniziativa popolare «Per una svizzera senza esercito e per una politica globale di pace». E ancora c’erano degli “autocollanti” in cui la stessa colomba appariva su sfondo rossocrociato, con lo slogan quadrilingue (qui riprendo solo il romancio, in omaggio alla minoranza più minoritaria: «Per ina Svizra senza armada»). Ecco che ora mi ritrovo quella colomba, con quello stesso rametto nel becco, sui cartelloni dei sostenitori dell’iniziativa detta «Salvaguardia della neutralità» con le scritte a caratteri cubitali «No alla guerra» e «Sì alla neutralità svizzera».

Magnifico! «No alla guerra», come abbiamo sempre detto!

O forse c’è qualcosa che non quadra?

L’UDC e i suoi satelliti (in questo caso Pro Schweiz) ci hanno abituati a una pubblicità politica fuorviante, a campagne astutamente menzognere e però, anche per questo, molto efficaci. Va riconosciuto che questa destra lavora con ottimi esperti di comunicazione e buoni grafici (oltre che con ragguardevoli risorse finanziarie, come dimostra la quantità di cartelloni messi in giro in questi giorni). Pochi mesi fa, propagandando l’iniziativa antistranieri «No a una Svizzera da 10 milioni» – presentata come iniziativa per la sostenibilità! – l’UDC ha cavalcato istanze che di solito avversa: la lotta alla cementificazione, l’allarme per la perdita  di permeabilità dei suoli, la difesa di una natura in sofferenza, il richiamo alla perdita di biodiversità, la preoccupazione per l’aumento degli affitti. Si è addirittura tormentata perché «il suolo non è più in grado di assorbire sostanze inquinanti» (dopo aver fin qui combattuto tutte le iniziative tese a limitare l’uso di quelle sostanze).

E ora eccola lì a promuovere il rifiuto della guerra, pur essendo sostenitrice di un sistema di pensiero fondato sulla sacralità della libertà economica e del profitto, sul darwinismo sociale, sull’assenza di regole o la loro riduzione, sulla marginalizzazione del diritto internazionale, sulla propagazione di sentimenti xenofobi, sulla spinta al riarmo, su tutto quanto di fatto alla guerra, direttamente o indirettamente, conduce. La mentalità di questa destra partecipa insomma pienamente alla costruzione di un mondo strutturalmente belligeno, lontanissimo dalla ricerca della pace. Poi meglio se le guerre le combattono gli altri, e noi ce ne stiamo tranquilli intorno alle nostre montagne, possibilmente approfittando quanto si può della situazione: non schierarsi formalmente, trafficare con tutti (sarebbe questo il vero slogan da propagandare sui cartelloni).

Insomma, siamo ancora una volta di fronte a una campagna spregiudicata e ingannevole (qualcuno ha scritto che c’è sorveglianza sulla correttezza degli slogan pubblicitari ma non su quelli delle campagne politiche, dove non sembrano proprio esserci limiti ai tentativi di raggiro), ma indubbiamente ben pensata. Non che gli oppositori siano esenti da semplificazioni pubblicitarie, come quella di parlare insistentemente di “iniziativa pro-Putin”. Anche se è vero che la questione delle sanzioni è centrale e che l’iniziativa è nata dopo che la Svizzera aveva aderito alle sanzioni europee contro la Russia, puntare troppo su questo tema, anche tenuto conto della quantità di “Stati canaglia” che animano l’attuale deriva planetaria (in testa USA e Israele), è veramente riduttivo e magari anche controproducente.

Neppure l’argomento equestre di Ignazio Cassis, che per funzione si trova in prima linea nella campagna, sembra adatto a contrastare la subdola iniziativa: nel maggio del 2025 aveva detto in un’intervista: «Perché non cambiare la neutralità? Perché non si cambiano mai in corsa i cavalli vincenti: da 180 anni viviamo in pace, prosperità e sicurezza con questa neutralità» (Corriere del Ticino, 12.5.25). L’immagine gli è piaciuta così tanto che l’ha ripresa qualche giorno fa alla RSI: «non si cambiano i cavalli in corsa. Hai una cosa che funziona da 180 anni: è meglio non toccarla» (è un livello argomentativo che illustra bene le qualità del ministro: che sia lui il primo cavallo da cambiare?).

E però, bisogna riconoscerlo, in una campagna spinosa come questa non è facile portare ragioni articolate. Meglio formulette (il cavallo vincente), spauracchi (Putin) e specchietti per le allodole (No alla guerra). A proposito di quella “cosa che funziona da 180 anni” bisognerebbe per esempio riflettere su com’è stata mutevolmente interpretata in questo arco di tempo, cosa ha “funzionato”, in che senso e in che contesto. Proprio grazie a Cassis vediamo bene come possa funzionare a geometria variabile, con le sanzioni alla Russia e la scandalosa acquiescenza nei confronti di Israele, il che non può che indebolire l’immagine di una Svizzera neutrale e dar corda al discorso dell’UDC e degli altri soggetti politici, diversamente colorati, che promuovono il sì.

Certo la soluzione non può essere quella proposta dall’iniziativa, portatrice di un’idea di neutralità illusoria e ipocrita. Invece di seguire solo le sanzioni decretate dall’ONU (cioè, dato il contesto attuale, nessuna), la Svizzera dovrebbe, come Stato depositario delle Convenzioni di Ginevra, intervenire ogni qual volta il diritto internazionale umanitario viene crassamente svilito. Non quindi chiudere un occhio con tutti e passare l’acqua bassa, ma denunciare con coerenza le violazioni di quel diritto, indipendentemente da chi le commette.

E per essere credibile non dovrebbe partecipare al riarmo generale (e a quello dell’area Nato, in cui è di fatto integrata, e continuerebbe a esserlo anche con un sì all’iniziativa) ma investire in strumenti di pace: non F-35, batterie Patriot e droni ma cooperazione internazionale, solidarietà con i deboli, promozione della risoluzione nonviolenta dei conflitti, insomma perseguimento di una vera politica di pace. Se poi la Svizzera non avesse un esercito, ancora meglio… Ma dire questo oggi è come seminare tra i ciottoli, in un terreno inaridito non solo da caldo e siccità ma dalla generale barbarie.

Tornando alla colomba della pace, una piccola differenza grafica c’è pure, tra quella di allora e quella mendace che vediamo affissa per strada: il rametto di ulivo portato dalla “nostra” aveva le foglioline verdi. Questa qui le ha nere (e non certo per ragioni di risparmio, visti i milioni che l’UDC butta nelle sue campagne). Forse è un piccolo indizio, cromatico, di quell’abisso che separa un genuino rifiuto della guerra (di tutte le guerre!) dal pensare alla propria tranquillità, individuale e nazionale, e ai propri interessi, non necessariamente sporchi ma spesso sì. Certo sarebbe stato più onesto fare nera anche la colomba.

Danilo Baratti è consigliere comunale verde a Lugano e membro del GSse


A Mendrisio i trasporti per i vivi e per i morti

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Avrete notato come gli autobus luganesi, così come i vecchi tram di Milano, sono “tappezzati” da grandi pubblicità delle imprese di onoranze funebri. Quando, incolonnato in automobile, vedo davanti a me l’immagine di due noti gemelli del ramo, una mano si stacca immediatamente dal volante per abbassarsi o mimare, quantomeno, gesti scaramantici.

I servizi offerti da queste ditte sono molteplici, a tratti sorprendenti: si tratta di anticipare le richieste, intercettare i bisogni, cavalcare i nuovi trend. Il marketing la fa da padrone, l’empatia viene sbandierata su siti sempre più curati: il funerale può essere personalizzato, esclusivo, ecosostenibile. Raramente “economico”, anche perché gli addetti ai lavori ti fanno notare, più o meno discretamente, che al defunto, proprio in questa circostanza, va dimostrata riconoscenza e va fatto tutto il possibile affinché – con una cerimonia, una tomba o un monumento funebre degni di quel nome – il suo ricordo non svanisca. Addirittura, come a un matrimonio, vengono proposti ai familiari dei video professionali realizzati sulla base di fotografie e filmati del defunto, che saranno il clou del commiato terreno.

Ma nel secolo scorso, in Ticino, era diverso? Un gustoso articolo di Renato Simoni, Viaggi nell’aldiqua e verso l’aldilà, pubblicato nel numero appena uscito della rivista Archivio Storico Ticinese, ripercorre la storia dell’impresa Fratelli Travaini di Mendrisio. Originari di Paruzzaro (Arona), dove facevano gli ombrellai, arrivati nel Borgo nel 1863 e naturalizzati 7 anni dopo, fiutarono la possibilità di arricchirsi cambiando settore e dedicandosi ai trasporti in un Cantone che si stava sviluppando, anche in àmbito turistico.

Trasporti è un termine generico che comprende una serie di attività diverse: quelli di linea, quelli sanitari e… quelli funebri. A inizio ‘900 Mendrisio contava circa 3’400 abitanti, ma era già sede dell’Ospedale Beata Vergine (dal 1860) e del Manicomio cantonale (dal 1898). Pazienti, loro parenti, personale medico e infermieristico e, qualche tempo dopo, anche l’ultimo viaggio verso il cimitero, di cui i Travaini mantennero, sino al secondo dopoguerra, un quasi monopolio.

Descritto accuratamente il cerimoniale adottato in prossimità e subito dopo la morte di un individuo – che coinvolgeva un’intera collettività di parenti, amici, vicini di casa, confraternite – Simoni passa a quella del funerale vero e proprio, protagonisti assoluti gli assuntori dei carri e i necrofori (professionalmente attivi quali netturbini comunali), i fabbricanti dei baüll (le bare), i becchini chiamati a scavare la fossa. La categoria dei marmisti veniva coinvolta qualche settimana dopo il funerale, per chi si poteva permettere una lapide o un monumento più importante. In tutta questa economia del caro estinto – annota Simoni – “All’attività degli uomini occorre aggiungere quella meno appariscente, ma tutt’altro che secondaria, svolta nel caseggiato di via Motta dalle nuore Giovanna e Anita: rispondere al telefono, preparare impeccabili addobbi per i cavalli e le carrozze, ripulire e stirare l’abbigliamento degli uomini di casa e dei necrofori, curare gli animali in stalla (…)”.

Fu nel Ventennio tra le due guerre che la ditta Travaini, sotto la guida di Goffredo (1871-1945), assistito dai figli, si sviluppò, diversificando ulteriormente le proprie attività. Una scelta non casuale e avveduta, poiché proprio in quegli anni al tradizionale trasporto sui carri trainati da cavalli, si stava aggiungendo quello a motore. In realtà – scrive Simoni – “Sino alla fine della Grande guerra, il motore incontrastato del trasporto stradale fu il cavallo, a cui si erano affiancati, durante la Belle Époque, i velocipedi, che i vettorali non guardavano con eccessiva simpatia, e ancora meno le prime automobili e motociclette che si avventuravano a velocità folli sulle polverose e tortuose contrade”.

Già a inizio secolo, i Travaini disponevano di 14 cavalli e si assicurarono anche il lucroso trasporto estivo dei turisti dalla Stazione di Mendrisio alle Terme di Stabio. Visto che nihil sub sole novum, già allora questi antenati dei moderni taxisti si scontravano, talvolta fisicamente, per accaparrarsi gli stalli più vicini ai binari, e facevano capo a persone che si intrufolavano tra i passeggeri per pubblicizzare il servizio, violando le regole imposte dal Municipio.

Il quale, nel 1923, si diede nuove norme per i trasporti funebri. A Bellinzona erano a carico del Comune (carro unico e senza distinzione di classe); a Locarno e Lugano venivano appaltati a terzi con possibilità di scegliere, oltre alla variante gratuita, altre due classi a pagamento. Nel Magnifico Borgo il dibattito politico tra la maggioranza liberale e la minoranza socialista (favorevole al modello bellinzonese) vide affermarsi il modello a tre classi (a pagamento) e gratuità per i nullatenenti. Il dibattito sui funerali proseguì acceso per una quindicina d’anni, costellato da domande di referendum e iniziative popolari. Il 14 novembre 1937 la cittadinanza decretò il si al funerale gratuito per tutti i domiciliati, prassi abolita solo quasi mezzo secolo più tardi, nel 1984, dal Municipio in nome della liberalizzazione. Questa decisione portò anche allo scioglimento definitivo della Fratelli Travaini. Tra il 1937 e il 1973 i registri della Travaini annotano oltre 1’200 servizi funebri, il cui prezzo variava notevolmente: il trasporto della salma del pittore Jean Corty dal manicomio al Cimitero costò 22 franchi; l’ultimo, solenne saluto a Goffredo Travaini cento volte tanto, 2’042.50 franchi per la precisione. Il tariffario dipendeva dal numero di carri/cavalli, furgoni, vetture, portantini, corone e addobbi impiegati.

“Il periodo tra le due guerre mondiali fu caratterizzato dalla convivenza tra il tradizionale quadrupede e il motore a scoppio (automobile e autocarro)”, osserva l’autore del saggio. Se i secondi vennero vieppiù utilizzati per il trasporto di merci e persone vive (domiciliati, turisti, pazienti), “purtroppo, per i malati in ospedale, la degenza poteva significare anche la morte e allora subentravano il trasporto delle salme (in tutto il Cantone) e i funerali (…). Le cerimonie potevano mobilitare tutta la famiglia: Bruno (figlio di Goffredo, ndr) a cassetta del carro principale col defunto, Elvezio e Egidio che seguivano con le carrozze di accompagnamento per corone e fiori, con l’ausilio, se necessario, di qualche avventizio alla ricerca di un lavoro alla giornata; soprattutto negli anni Trenta, con la dilagante disoccupazione, essi non mancavano”. I Travaini acquistarono dapprima alcune FIAT 1100, poi una 1500, poi ancora alcune grosse vetture americane. La ditta si mantenne prospera per tutti gli anni Cinquanta contando su una serie di clienti fedeli e facoltosi per il servizio taxi. Dalla fine del 1953, tuttavia, Mendrisio poté contare sui servizi della Croce Verde coperti dall’assicurazione. Anche il ramo trasporti pesanti sarebbe stato tagliato di lì a qualche tempo. Negli anni ’60, deceduti sia Goffredo che Bruno, la ditta dovette assumere degli autisti stipendiati, che fecero impennare i costi di gestione già saliti per il carburante, la manutenzione dei veicoli, le assicurazioni, le tasse di circolazione.

Mi sono soffermato, in questo articolo, sulla branchia funeraria. Ma Renato Simoni amplia il proprio sguardo a tutte le attività di una storica impresa familiare come quella dei Travaini. Nell’ambito del trasporto di merci e bestiame; dei traslochi, programmati in genere attorno alla Festa di San Martino, scadenza dei contratti d’affitto di case e terreni (11 novembre); della distribuzione postale; del trasporto del personale sanitario (medici, infermiere, levatrici) che spesso raggiungeva pazienti e partorienti al loro domicilio; dei battesimi; delle gite aziendali e dei primi viaggi turistici collettivi. Leggere la nostra storia raccontata in questo modo è un piacevolissimo arricchimento.

L’articolo citato è apparso nel nuovo numero (il 179) della rivista Archivio Storico Ticinese, fondata nel 1960 da Virgilio Gilardoni e Libero Casagrande


Washington rompe il «silenzio» sul nucleare di Kim. Seul sempre più all’angolo

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

 

«Per garantire il diritto del paese all’esistenza e allo sviluppo, dissuadere la guerra e proteggere la pace, la Repubblica popolare democratica di Corea porta avanti lo sviluppo delle armi nucleari». Tre anni dopo l’emendamento costituzionale fatto approvare da Kim Jong-un, la Corea del nord non è più sola a riconoscere il suo status nucleare de facto.

Da qualche tempo c’è il supporto esplicito della Russia, frutto dell’alleanza militare siglata con Vladimir Putin nel 2024. Ora sembrano farlo implicitamente anche gli Stati uniti. «Pyongyang possiede 57 armi nucleari molto potenti», ha detto ieri Donald Trump, ribadendo di andare comunque «molto d’accordo» con Kim.

LA COREA DEL SUD ha subito corretto il presidente americano. «Di bombe ne stimiamo tra le 80 e le 120», ha detto il ministro della difesa Ahn Gyu-back. Assai inusuale che Washington e Seul forniscano queste cifre. Il nucleare di Kim c’è, ma tradizionalmente non si quantifica per evitare di dargli un riconoscimento.

Da qui, più che dalla discordanza numerica, lo sgomento sudcoreano di fronte all’uscita di Trump. Seul teme che la Casa bianca stia di fatto cancellando l’obiettivo della denuclearizzazione. Una chimera, ormai, a maggior ragione dopo che la cattura di Maduro e l’uccisione di Khamenei hanno ulteriormente convinto Kim a tenersi stretto il nucleare come salvavita. Eppure, le uscite unilaterali di Trump rischiano di esporre la Corea del sud e mettere Pyongyang in una posizione negoziale più forte, in vista della possibile riapertura del dialogo.

Il tycoon vorrebbe incontrare Kim a novembre, durante il viaggio in Asia per il summit Apec di Shenzhen. Nel frattempo Kim Yo-jong, la potente sorella del leader supremo, ha smentito l’esistenza di contatti diretti recenti tra i due ma non ha escluso futuri incontri. Con la precondizione che non si parli di denuclearizzazione.

Il tono è invece sprezzante verso Seul, presa in giro per il ridimensionamento delle esercitazioni militari congiunte con gli Usa: «Un giusto castigo per le illusioni irrealistiche di chi segue ciecamente il proprio padrone», ha detto Yo-jong. Nelle stesse ore, Pyongyang ha lanciato 10 missili balistici a corto raggio verso il mar del Giappone. Una risposta programmata alle esercitazioni, ma anche un messaggio di forza ai rivali.

LE MANOVRE annuali Washington-Seul si concludono oggi, sei giorni prima del previsto. Per Trump, un modo per compiacere Kim e insieme «punire» l’alleato che a suo dire non farebbe (o meglio, non spenderebbe) abbastanza per garantirsi l’ombrello statunitense. Anche il presidente democratico Lee Jae-myung vuole riaprire il dialogo con Kim, a cui ha offerto colloqui di pace per chiudere formalmente la guerra di Corea.

Ma Seul ha bisogno della deterrenza garantita dagli Stati uniti, che vacilla sia per la diplomazia transazionale di Trump che per ragioni più pratiche. La guerra contro l’Iran sta prosciugando le risorse di Washington, che nei giorni scorsi ha ritirato dall’Asia-Pacifico l’ultima portaerei che era rimasta nella regione.

Lee ne ha approfittato per rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia, il trasferimento del controllo delle forze armate sudcoreane in tempo di guerra. «Va completato entro il 2030», ha detto subito dopo il taglio delle esercitazioni. La Corea del sud gestisce le sue truppe in tempo di pace, ma in caso di conflitto il controllo passerebbe a Washington, che nel paese ha circa 29mila soldati.

Lee ha anche chiesto di velocizzare lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare, pur sottolineando che maggiore autonomia non significherebbe abbandonare l’alleanza con gli Usa. Una garanzia ribadita a Xavier Brunson, potenziale comandante dell’esercito di Seul in caso di guerra, avvistato due giorni fa al ministero della difesa senza rilasciare dichiarazioni.

IERI, INVECE, in Corea del sud c’era il ministro degli esteri cinese Wang Yi, prima visita dal 2021. Il tempismo è rilevante, così il fatto che sia stato ricevuto dallo stesso Lee: si vuole sondare la disponibilità di Pechino a favorire il dialogo con Kim, senza lasciare l’iniziativa al solo Trump. Seul ha abbassato la soglia d’ingresso ai negoziati, parlando di blocco o arresto del programma nucleare nordcoreano, piuttosto che di un suo smantellamento.

Una posizione che sembra in sintonia con quella della Cina. Lanciando i missili nel giorno in cui Wang incontra Lee, Kim lascia però intendere che, dopo la sua alleanza con Putin, forse l’influenza di Pechino non è più sconfinata.

 

Nell’immagine: soldati sudcoreani durante le esercitazioni con gli Usa


La tempesta su Zelensky indebolisce l’Ucraina

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

 

Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa, il fronte più pericoloso per Volodymyr Zelensky non sembra essere quello militare ma politico interno. Nelle ultime 48 ore tre novità si sono intrecciate: il licenziamento della vicecapo di gabinetto Iryna Mudra, coinvolta in un’inchiesta per riciclaggio da 3,3 milioni di dollari, la richiesta pubblica di elezioni dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, appena estromesso, e la conferma del successore Yevhen Khmara, mentre l’esercito continua a colpire con i droni a lungo raggio le raffinerie russe, mettendo Putin alle corde.

Il caso Mudra non è isolato. Segue le dimissioni dell’ex capo di gabinetto Andriy Yermak, travolto lo scorso autunno dallo scandalo energetico, e i casi precedenti che hanno coinvolto l’ex ministra degli Esteri e funzionari dello stesso dicastero. La novità, però, è che lo scandalo torna a investire direttamente l’ufficio presidenziale: segno che la corruzione non può essere considerata un problema periferico nell’entourage di Zelensky, anche se il leader non è mai stato coinvolto personalmente nelle accuse formulate.

A questo si somma la sfida di Fedorov, che ha parlato di «crisi di governance» e ha chiesto elezioni, nonostante la Costituzione le vieti sotto legge marziale. Non è un oppositore qualunque: è stato tra i più stretti alleati di Zelensky dal 2019 e il suo allontanamento – insieme a quello del comandante militare Oleksandr Syrskyi – sta provocando proteste pressoché quotidiane a Kyiv.

Questa morsa fra corruzione ed opposizione interna arriva nel momento peggiore per le ambizioni europee di Kyiv. L’Unione europea ha, infatti, più volte indicato la corruzione sistemica come uno degli ostacoli principali al percorso di adesione ucraino e Bruxelles osserva con particolare attenzione la tenuta delle istituzioni anticorruzione. Ogni nuovo episodio che coinvolge l’ufficio presidenziale indebolisce l’immagine di un’Ucraina rispettosa degli standard europei di governance e rischia di fornire argomenti ai governi più scettici sull’allargamento. Il paradosso è che proprio le agenzie anticorruzione sostenute dall’Occidente, mostrando di funzionare e riuscire a colpire in alto, offrono munizioni a chi vuole rallentare l’integrazione europea di Kyiv.

Per l’amministrazione Trump, che spinge da mesi per un accordo di pace con Mosca, l’instabilità ucraina crea opportunità ma anche rischi perché rafforza chi a Washington sostiene che Kyiv debba accettare compromessi «più rapidamente» perché «non può permettersi» un negoziato lungo ma è anche vero che un Zelensky indebolito ha meno capitale politico per cedere ad un piano di pace percepito come troppo favorevole a Mosca. Le richieste di elezioni, per quanto costituzionalmente impraticabili, alimentano inoltre il sospetto che l’assenza di un mandato elettorale rinnovato – è scaduto nel 2024 – indebolisca la legittimità di Zelensky come firmatario di un accordo duraturo: un argomento-chiave della propaganda russa.

Per il Cremlino, la tempesta politica a Kyiv è dunque un dividendo geopolitico gratuito. Mosca presenta da tempo Zelensky come illegittimo e corrotto: ogni scandalo che tocca l’ufficio presidenziale rafforza tale narrazione, amplificata dai media russi. Ma sul terreno la situazione militare russa non è affatto solida: la campagna ucraina di droni a lungo raggio contro le raffinerie sta causando seri danni all’industria energetica con carenze di carburante in più regioni, evidenziando un logoramento economico che si somma alle pesanti perdite umane sul fronte e all’impatto delle sanzioni internazionali.

Da qui un quadro di debolezza reciproca dei duellanti. Zelensky è reso fragile da scandali di corruzione, dissenso interno e proteste di piazza mentre Putin subisce gli scacchi militari inflitti dai droni ucraini che minano la narrativa sulla guerra vittoriosa e mettono sotto pressione l’economia russa. Tale opposta fragilità è un’arma a doppio taglio per la mediazione americana: da un lato può facilitarla perché due leader indeboliti hanno, in teoria, maggiore incentivo a chiudere un accordo che consolidi ciò che resta del loro potere, dall’altro però può renderla assai più difficile: uno Zelensky troppo debole rischia di non avere la legittimità interna per firmare concessioni dolorose senza essere accusato di tradimento così come un Putin alle strette può voler intensificare la guerra invece di negoziare, per non mostrare segni di cedimento. In questo equilibrio instabile, a fare la differenza potrebbe essere chi, tra Kyiv e Mosca, vedrà per primo nella propria fragilità una ragione per trattare con il nemico.


La febbre del debito Usa a quota 40mila miliardi. Il blitz del Tesoro fa flop

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Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

 

Gli americani li chiamano 40 trilioni di dollari, noi preferiamo dire 40mila miliardi, ma la sostanza è la stessa: il debito pubblico degli Stati Uniti ha fatto segnare il record di sempre. E il problema viene confermato anche dal rapporto di questa massa di soldi col Pil, che viaggia verso il 100%, soglia mai raggiunta dalla Seconda guerra mondiale in poi.

La colpa è di tutti, repubblicani e democratici, perché a parole promettono sempre di tagliare deficit e debito, ma poi finiscono sempre per spendere più di quanto incassano con le tasse, soprattutto perché per fare un intervento serio bisognerebbe toccare le pensioni, la sanità e la spesa militare, urtando frotte di elettori e finanziatori.

Trump però ha peggiorato la situazione con i suoi tagli alle tasse e le spese generate dalla guerra in Iran. Così sta fallendo anche l’iniziativa presa mercoledì dal suo segretario al Tesoro Bessentper contenere l’aumento dei rendimenti dei bond, perché nessuno crede davvero che il governo sia serio nell’intenzione di ridurre il debito, e quindi il costo del denaro necessario a finanziarlo.

Il record di 40,047 trilioni, secondo la dizione americana, è stato raggiunto ufficialmente martedì, ma di questo passo, secondo le stime del Congressional Budget Office, il rapporto fra debito e Pil è destinato a salire al 120% nel giro di 10 anni e al 175% in 30 anni. Per capire le dimensioni, se Elon Musk donasse tutta la sua ricchezza allo scopo di raddrizzare i conti, non ci accorgeremmo neppure della differenza.

Alla radice del problema c’è il fatto che politici ed economisti non hanno mai dato grande peso al debito, considerandolo una funzione della straordinaria ricchezza Usa.

Certo, sarebbe meglio non spendere più di quanto si guadagna, come ognuno dovrebbe fare con la propria famiglia, ma l’economia americana è così forte da potersi permettere di accumulare debito all’infinito. Qualche preoccupazione sta emergendo, visto ad esempio l’intervento di Bessent, che ha raddoppiato la quantità di titoli di Stato che il governo può ricomprare, nella speranza di abbassarne i rendimenti sulle lunghe scadenze. L’operazione però ha funzionato meno di 24 ore e ieri è stata accompagnata dal crollo dei mercati: non ha credibilità.

Nel 2016 Trump aveva promesso di annullare il debito in 8 anni, ma da allora è raddoppiato. Molto dipende dal fatto che nessuno vuole toccare Social Security e Medicare, ossia pensioni e sanità pubblica, per non perdere voti. Biden ci aveva messo del suo con le spese pazze seguite al Covid, che hanno favorito l’inflazione, ma ora Trump non sta facendo nulla di quanto aveva promesso per ridurre deficit di bilancio e debito. Anzi, ha peggiorato le cose con i tagli alle tasse che riducono le risorse del fisco, e con le spese militari. In più i suoi dazi sono stati giudicati illegali dalla Corte Suprema, facendo mancare altri soldi.

Ieri Bessent ha commentato che «non c’è nulla di magico nella soglia di 40 trilioni» e ha aggiunto: «Probabilmente tra la fine di questa settimana e l’inizio della prossima annunceremo misure incentrate sul consolidamento fiscale». Si vedrà. Tutti promettono di tagliare deficit e debito quando non sono al potere, poi si dimenticano di farlo quando governano e la tentazione di spendere diventa irresistibile. Così il debito aumenta, correndo verso l’insostenibilità.

 

Nell’immagine: il segretario al Tesoro americano, Scott Bessent 


Ccà nisciuno è fesso

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Questo articolo ci è stato inviato un giorno prima della notizia del decesso della signora “X” nelle acque del Ceresio. La tragedia, su cui dovrà far luce la magistratura, non muta le domande di natura politica contenute nell’articolo


Le dimissioni del mio ex collega Claudio Zali sono avvenute per motivi che si spiegano da sé, talmente evidenti da averlo condotto a questa inevitabile decisione in maniera molto rapida. Non è mia intenzione esprimere  considerazioni su questa vicenda, che appartiene già al passato, anche se il cambio in Governo avverrà solo a fine settembre; ma siccome, come moltissime altre persone, tengo al sistema democratico, non posso esimermi dal dirmi stupito del fatto che, in un Cantone nel quale si discute di tutto, anche di parecchie quisquilie, poco spazio abbiano avuto ed abbiano gli interrogativi attorno ad alcuni elementi della vicenda che hanno portato a questo risultato, che finora ho sentiti espressi solo da Anna Biscossa (non uso più i social media, per cui non so cosa sia successo in quel contesto particolare).

I fatti
  • Nel corso del 2022 o del 2023 (cfr. Corriere del Ticino del 22 luglio 2026), in data imprecisata, una persona non identificata (X) e l’allora Consigliere di Stato Claudio Zali hanno avuto una conversazione telefonica con contenuti fortemente compromettenti per Zali, che è stata registrata a sua insaputa.
  • Nell’aprile 2023 si svolgono le elezioni cantonali e Zali è rieletto su una lista comune Lega-UDC assieme al collega di partito Norman Gobbi, mentre primo subentrante risulta Piero Marchesi. Né prima né dopo quelle elezioni la conversazione registrata, che è di mesi o anni precedenti, diviene di pubblico dominio.
  • Nel corso della legislatura 2023-2027 Zali e l’UDC presieduta da Marchesi entrano in conflitto politico manifesto, cosa da rendere difficile la riedizione della lista unica per il Consiglio di Stato alle prossime elezioni qualora Zali intende ripresentarsi.
  • Nel giugno 2026 l’UDC scioglie le riserve e comunica effettivamente che nel 2027 sarà lista separata; da osservare che tale scelta è rischiosa per l’UDC, che per entrare in Governo deve raggiungere probabilmente almeno il 12-13%, ma lo è anche per la Lega, che faticherebbe molto a mantenere il suo primato e quindi i due seggi, anche in caso di insuccesso dell’UDC.
  • Nemmeno un mese dopo l’annuncio della mancata lista unica, il 13 luglio 2026, a circa quattro anni dalla registrazione di cui sopra e un paio di settimane prima dell’assemblea della Lega che avrebbe dovuto confermare la ricandidatura di Zali per il Consiglio di Stato, parte della registrazione viene pubblicata su una pagina Instagram in un paio di file audio.
  • Tra il 22 e il 23 luglio 2026 più media danno la notizia della diffusione di tali audio e ne pubblicano, integralmente o parzialmente, i contenuti.
  • Il 23 luglio 2026 la RSI informa l’opinione pubblica del fatto che nel 2020 Zali si sarebbe adoperato affinché l’Ente ospedaliero cantonale assumesse X, se del caso licenziando qualcuno, e cita i contenuti di una mail professionale di sei anni prima da egli indirizzata al presidente dell’Ente ospedaliero cantonale con copia ad un collega di Governo.
  • Le diverse pubblicazioni, dei contenuti degli audio e del mail, hanno portato in pochi giorni alle inevitabili dimissioni di Zali e, ovviamente, alla caduta dell’ipotesi di una sua ricandidatura per la legislatura 2027-2031.
  • A seguito di tali dimissioni, il 1° ottobre 2026 il nemico politico Marchesi gli subentrerà in Governo, e nell’aprile 2027 si ripresenterà all’elettorato per un nuovo mandato partendo dalla posizione di Consigliere di Stato in carica; allo stesso modo, Norman Gobbi si ripresenterà per la quinta legislatura senza più avere la concorrenza non facile di Zali.

Il concatenamento temporale degli avvenimenti qui descritti e le valutazioni su svantaggi e vantaggi da essi prodotti non può non generare il dubbio che il Ticino abbia assistito in piena estate 2026 a un’operazione orchestrata volta ad influenzare la composizione del Consiglio di Stato e forse i risultati delle prossime elezioni per il Governo.

Le domande

A prescindere dalle motivazioni più che fondate delle dimissioni di Zali, su cui come detto non entro, e dal fatto che è noto che purtroppo la cosiddetta lotta politica non avviene solo dibattendo su temi e visioni, risulta infatti davvero difficile credere che la diffusione a nove mesi dalle elezioni di parti della registrazione di quattro anni fa e del messaggio email di sei anni fa costituisca una concatenazione casuale di eventi. Come si dice a Napoli “Ccà nisciuno è fesso”, o tiene particolarmente a passare per tale. Troppe sono le domande ancora aperte che sono venute anche a uno come me, in generale non sospettoso verso gli accadimenti o le persone, domande alle quali è necessario dare risposte inequivocabili se si ha a cuore il buon funzionamento del sistema democratico.

  • Perché X e chi aveva ottenuto copia della/e registrazione/i tra X e Zali del 2022-2023, rispettivamente chi aveva ottenuto copia del messaggio e-mail di Zali del 2020, ha pubblicato questo materiale solo ora, lasciando passare anni e segnatamente le elezioni del 2023, invece di informarne il Ministero pubblico o di pubblicarlo al momento dell’avvenuto possesso?
  • Perché le preoccupazioni etiche sorte relativamente al loro contenuto valide oggi non lo sono state in passato? Forse perché, più forti delle preoccupazioni etiche, erano le attese sui benefici delle inevitabili ricadute delle pubblicazioni?
  • C’è stata una regia che ha organizzato queste pubblicazioni in maniera concatenata in un momento cruciale per le istituzioni, influenzando così la composizione del Consiglio di Stato dal 1° ottobre 2026 e forse i risultati delle prossime elezioni cantonali? Se sì, chi ne ha avuto parte e chi ne ha avuto conoscenza?

Le risposte a queste domande sono di natura politica e servono a capire se quella che appare chiaramente come una concatenazione di troppe coincidenze sia il frutto di un timing preordinato da qualcuno o no. Sono risposte dovute al Ticino democratico, che vuole sperare di non essere vittima di meccanismi di dossieraggio e di scandali pianificati ad orologeria. Intendiamoci bene, i fatti di rilevanza pubblica è bene che siano resi noti, non c’è alcun dubbio, ma questo deve accadere senza agendarli in base alle convenienze di qualcuno.

Il cosiddetto caso Hospita ha già mostrato che, in certe circostanze, le istituzioni sono attente rispetto ai maneggi che le toccano da vicino, e che i media non sono da meno, per cui non vi è ragione di girare la faccia dall’altra parte a proposito delle tante coincidenze che hanno caratterizzato gli avvenimenti di questa calda estate.

Se le risposte saranno convincenti io sarò tra i primi ad esserne felice, ma non mi va di essere tra quelli che oggi fingono di non vedere la famosa mucca in corridoio di bersaniana memoria, attendendo che essa muggisca e non possa più essere ignorata.

Le circostanze da chiarire potrebbero anche avere dei risvolti penali, perché potremmo anche essere di fronte ad un’istigazione a commettere un reato, quello previsto dall’’art. 179ter CPS inerente alle registrazioni non autorizzate, rispettivamente alla mancata denuncia di un potenziale abuso di autorità regolato dall’art. 312 CPS; ma di queste cose deve occuparsi il Ministero pubblico, che sa certamente fare il suo mestiere.

In attesa di risposte convincenti da chi le ha, mi auguro che l’unica risposta non sia la classica tanatosi da opossum, quell’atteggiamento per il quale si finge la morte per non farsi coinvolgere dagli avvenimenti, e che le prossime elezioni avvengano in un clima di sano confronto sui temi e non su altro. Alla luce di quanto successo, vedremo anche se, alla destra dello scacchiere politico, esse si terranno davvero con due liste separate per il Governo, come sembra essere stato deciso prima degli avvenimenti di luglio, o con una sola: cambiare opinione su questo tema malgrado i solenni proclami pubblici del recente passato è perfettamente legittimo, ma inevitabilmente aggiungerebbe altre coincidenze alle tante a cui abbiamo già assistito.


Luca Steinmann – Siria, il pericolo di farsi trascinare nella guerra regionale

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Luca Steinmann lavora nelle aree di conflitto di tutto il mondo come reporter indipendente

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Dublinanti, anche l’Austria avvia i respingimenti in Italia

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Di Alex Giuzio, il manifesto

 

«Ho parlato, nel consueto spirito di amicizia, con il ministro degli esteri tedesco Wadephul, prosegue il dialogo fra Italia e Germania con priorità alle migrazioni»: ieri sera il ministro Tajani è ricorso a un post su X per cercare di attutire lo scontro con Berlino sui dublinanti. E ancora: «Condividiamo la preoccupazione per Ceuta e la necessità di garantire massima protezione alle frontiere esterne europee. Confermiamo l’esigenza di un contrasto coordinato ai trafficanti e rafforzamento della dimensione esterna della Ue». Parole utilizzate per coprire lo smacco nei confronti dell’alleato in Ue. E anche per arginare quella che ormai sembra una slavina. Anche l’Austria, allineandosi a Svizzera e Germania, ha iniziato a rimandare in Italia i richiedenti asilo. Lo ha annunciato ieri il ministero dell’interno austriaco, rendendo noto di avere già respinto quattro persone dal 12 giugno, quando è entrato in vigore il nuovo Patto europeo sui migranti voluto anche dalla premier Meloni. Una scelta che le si sta ritorcendo contro poiché ha aperto tre fronti con tre paesi alleati, a cui è probabile ne seguiranno altri.

PRIMA DI IERI Vienna non si era nemmeno preoccupata di ufficializzare le espulsioni; semplicemente ha iniziato ad attuarle da quando il patto è diventato esecutivo. Nella pratica, ha spiegato il ministero, «l’autorità mette a disposizione della persona straniera un biglietto del treno o dell’autobus» per rientrare in Italia. Il governo austriaco non ha fornito stime sul numero di persone che potrebbero essere interessate in futuro né ha precisato se queste riguarderanno solo i migranti arrivati dopo il 12 giugno o anche quelli presenti prima dell’entrata in vigore del patto.

Lo hanno invece fatto Svizzera e Germania, che al contrario dell’Austria avevano preannunciato la stretta. Il cancelliere Merz l’ha comunicata il 9 agosto con dieci giorni di preavviso: il ripristino forzato dei richiedenti asilo doveva iniziare ieri con Faduma Abdirisaq Warsame, 22enne somala arrivata lo scorso marzo in Germania attraversando l’Italia per ricongiungersi con la madre e il fratello dopo essere scappata da un matrimonio combinato.

Ma la polizia non ha potuto prelevarla perché la donna è stata accolta come rifugiata dalla chiesa evangelica. A Berlino è seguita la Svizzera: martedì la portavoce del governo sulla migrazione, Magdalena Baker, ha annunciato che le espulsioni ripartiranno a fine agosto dopo quattro anni di stop. Nel paese elvetico potrebbero interessare circa 650 persone, in Germania oltre 11mila.

LA STRETTA riguarda i cosiddetti “dublinanti”, ovvero i migranti che arrivano in un paese Ue e si spostano in un altro. La convenzione di Dublino del 1990 prevede che anche se il migrante si reca in un altro Stato europeo, quello competente per la richiesta d’asilo resta comunque il primo di arrivo, che per la stragrande maggioranza delle persone giunte via mare è l’Italia. Il nuovo patto ha inasprito i criteri affinché il secondo paese possa riportare il migrante nella nazione di approdo. La propaganda sovranista di Meloni, impegnata a inseguire Vannacci, lo ha spacciato per un trionfo delle politiche anti-migratorie ma ha scatenato l’effetto domino. Oltretutto sono molti di più i richiedenti asilo che i paesi europei potranno respingere in Italia rispetto al contrario. Eurostat ha stimato che l’Italia potrebbe dover riaccogliere oltre 24mila persone ma secondo Meloni le regole valgono solo per gli spostamenti dopo il 12 giugno. Non la pensano così i governi di Svizzera e Germania, che hanno sfruttato l’occasione per conquistare consenso in vista delle elezioni dei prossimi mesi.

La retorica sull’invasione degli stranieri è una storica arma per conquistare voti a destra. Ma il vento anti-immigrazione soffia forte anche nel resto dell’Ue: le realtà dell’ultradestra suprematista europea hanno iniziato proprio in questi giorni la campagna “Save Europe Act” che promuove la cosiddetta «remigrazione» per impedire una presunta «sostituzione demografica» in corso. Il tour è partito dai Paesi Bassi, è passato in Francia e arriverà a Barcellona e Madrid il 22 e 29 agosto, a Lisbona il 5 settembre e a Milano il 12 settembre, per poi proseguire in Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e Germania.

La rete è sostenuta da esponenti della destra estrema tra cui il primo ministro ungherese Orban, il leader di Vox Abascal in Spagna e Vannacci in Italia, che hanno usato la crisi migratoria di Ceuta come pretesto per la campagna. In questo clima, la ong Resq parla di «surreale diatriba» e invita all’umanità: «Le persone soccorse dalle navi umanitarie sono naufraghe migranti, non clandestini né irregolari», sottolinea il presidente Luciano Scalettari. «Quando sono stati messi in salvo in Italia è perché avevano bisogno immediato di essere soccorsi e posti in salvo in un luogo sicuro. Annoverarli genericamente nel numero dei migranti che giungono in Europa è strumentalizzazione politica ed è raccontare il falso».

 

Nell’immagine: migranti sulla rotta Balcanica


Chiamare per nome la minaccia del patriarcato

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Di Lucetta Scaraffia, La Stampa

Dacia Maraini sul Corriere della sera, ricordando la triste condizione delle donne afghane, non ha fatto il nome dei loro oppressori, cioè degli islamisti. E perché, accanto alle afghane, non ha magari ricordato anche le iraniane, che soffrono sotto lo stesso giogo? E invece non ha alcuna remora a indicare per nome e cognome «la destra» quando si tratta dei nemici delle donne nelle società occidentali?

A suo giudizio, infatti, solo questa, solo la destra sarebbe capace di mettere in pericolo la condizione di libertà delle donne. Solo la pericolosa crescita di questi partiti potrebbe ricondurci, secondo lei, nelle mani del patriarcato.

Ma non si è accorta, Maraini, che proprio i partiti di destra europei sono quelli che hanno leader donne, e che nessuno di loro ha mai proposto passi indietro sulla condizione femminile? Davvero le sembra che Marine Le Pen o Giorgia Meloni siano così ansiose di ripristinare il potere del patriarcato?

Nei nostri Paesi come in tutta l’area occidentale ci sono leggi, convenzioni, abitudini radicate di libertà che le donne si sono conquistate e che nessuno oserà strappar loro. Soprattutto ci sono le donne, le giovani donne vissute come i loro coetanei maschi che non possono neppure concepire una vita senza la libertà di scegliere chi essere e chi diventare. Tanti anni di battaglie, tanti obiettivi raggiunti, tanti passi in avanti fatti nella direzione dell’uguaglianza e della libertà hanno costruito società nelle quali per una rinascita del patriarcato non c’è più posto.

E se ci sono insulti sul web, minacce, non bisogna preoccuparsene troppo. Una percentuale di misoginia c’è sempre stata, e oggi essa è punita in modo esemplare mentre un tempo era tollerata. Così come sono puniti in modo esemplare i femminicidi: certo, si verificano, ma sono in diminuzione, e perseguiti con la maggiore severità.

Le donne, dunque, devono avere il coraggio di dire le cose con il loro nome, e ammettere che le nostalgie patriarcali ancora presenti nella nostra società non hanno niente a che vedere con i talebani o gli ayatollah. Sono cose radicalmente diverse. Dobbiamo riconoscere che la nostra tradizione culturale è stata ed è lontana dalla loro, per fortuna, e proprio per questo amare e difendere la nostra cultura.

Senza paura di scrivere la parola islamico: ciò che ci serve per guardare alla realtà e per difendere le donne che vivono sotto quei regimi oppressivi. Donne che si stupirebbero moltissimo se vedessero le loro condizioni di oppressione descritte come pericoli concreti per la civiltà occidentale.

Qui da noi nessuno ha proposto di abolire i diritti delle donne. L’unico che finora ha proposto un passo indietro è stato, se non sbaglio, il sindaco di New York, l’islamico Mamdani, quando ha chiesto alla città di festeggiare la giornata del velo, consigliandone l’uso a tutte le sue concittadine. Non proprio una proposta di libertà, mi sembra, quanto piuttosto la proposta di una volontaria accettazione di schiavitù. La medesima schiavitù che nei Paesi governati dagli islamisti è la regola.


Il socialismo dem vince anche in Florida. Rubio è avvertito

La campagna spregiudicata e ingannevole di UDC & Co. nasconde un’idea di neutralità illusoria e ipocrita, quando la situazione internazionale richiederebbe invece una vera politica di pace 

Di Libero Vazzoler, il manifesto

Il 18 agosto si sono svolte le primarie in Florida per decidere i candidati di entrambi i partiti alle elezioni di midterm di novembre. Come candidato a governatore della Florida, i Repubblicani hanno scelto l’afroamericano Byron Donalds, che ha ricevuto l’endorsement di Trump. Donalds con il suo 47,8% ha battuto il vicegovernatore Jay Collins, che si è fermato al 25%: l’ala trumpiana del partito ha così sbaragliato l’apparato locale fedele al governatore Ron DeSantis. Sul fronte democratico a vincere con il 61% è stato David Jolly, ex rappresentante repubblicano alla Camera. Jolly ha costruito una campagna da moderato per conquistare gli indecisi e i repubblicani critici di Trump. Ma anche così, Donalds parte favorito, e potrebbe diventare il primo governatore nero della Florida.

I CANDIDATI TRUMPIANI non hanno vinto dappertutto: alla Camera, Cory Mills è stato sconfitto dall’ex giornalista Ryan Elijah, mentre Catalina Lauf ha perso contro l’imprenditore Jim Schwartzel: Elijah e Schwartzel, conservatori, hanno costruito la propria campagna sulla propria estraneità all’establishment trumpiano. Sul fronte Dem la vittoria della moderata Debbie Wasserman Schultz nella contea di Broward ha scatenato molte polemiche: la deputata, bianca, ha vinto con 30mila preferenze in un distretto a maggioranza nera, e le organizzazioni afroamericane hanno contestato la sua nomina contro gli altri candidati più votati, fra cui il socialista nero Elijah Manley, che ha ottenuto 10mila voti.

Anche Oliver Larkin, altro candidato di sinistra, ha perso contro il progressista filo-israeliano Jared Moskowitz, ma ha totalizzato oltre 16mila voti contro i 27mila dell’avversario, segno che esiste una base dem pronta a votare un candidato apertamente socialista.

Infatti, la vera sorpresa di questa tornata è stata la crescita dei socialisti in Florida, che ha provocato un vero terremoto attorno alla nomination del candidato dem al Senato. La competizione è per un seggio estremamente simbolico, quello di Marco Rubio, vacante dopo la sua nomina a Segretario di Stato. I repubblicani hanno scelto con oltre l’80% dei voti Ashley Moody, già nominata da DeSantis per la sostituzione temporanea di Rubio.

Fra i dem, invece, il candidato favorito fino alla vigilia delle elezioni era Alex Vindman, membro moderato dell’establishment ed ex funzionario della Sicurezza Nazionale, molto noto come candidato anti-Maga in quanto testimone centrale al primo processo di impeachment di Trump. Tuttavia, Vindman è stato sconfitto da Angie Nixon, membro della Camera dei Rappresentanti della Florida eletta a Jacksonville, nera e apertamente socialista, che ha vinto con il 56% e quasi 150mila voti di scarto. Una vittoria netta che consegna la nomination nelle mani di una candidata iscritta ai Democratic Socialist of America, la principale organizzazione socialista degli Usa.

IL PRIMO ASPETTO RILEVANTE di questo risultato è il contenuto politico del voto. Vindman e Nixon erano entrambi percepiti come espressione di una dura opposizione a Trump: dunque, gli abitanti della Florida hanno scelto fra due programmi molto differenti, e a vincere sono stati i contenuti della campagna di Angie Nixon: assistenza sanitaria universale e gratuita, un salario minimo intercategoriale di 25 dollari l’ora, tassazione dei miliardari, congelamento nazionale degli affitti, abolizione dell’Ice e forte critica alla politica estera filoisraeliana degli Usa.

Insomma, a vincere con Nixon è stata la piattaforma politica dei Dsa, i cui membri in Florida sono più che raddoppiati nell’ultimo anno. Angie Nixon, inoltre, ha vinto perché ha battuto il suo avversario sul piano del radicamento e della mobilitazione.

VINDMAN ha puntato sulla costruzione di una campagna mediatica estremamente costosa (16 milioni di dollari), Nixon ha raccolto meno di un milione, ma ha costruito una campagna dal basso che ha coinvolto decine di organizzazioni: i Dsa, le Chiese battiste nere, numerosi sindacati, organizzazioni giovanili come Gen-Z for Change e Florida Youth Justice Coalition, e il Working Families Party, organizzazione che si occupa di creare una rete elettorale di sinistra in tutto il sud degli Usa. Il momento di picco di questa mobilitazione dal basso è stato il 14 agosto, quando il raduno finale della campagna di Nixon – chiamato Chomp the Oligarchy – si è visto cancellare per due volte la sede prevista. A spingere contro l’evento sono stati Laura Loomer, attivista dell’ultradestra trumpiana, insieme a Michael Gottlieb, deputato democratico filoisraeliano e presidente del Florida Legislative Jewish Caucus. Al centro dello scontro la presenza della deputata socialista filo-palestinese Rashida Tlaib, che è comunque riuscita a partecipare, e anzi ha guadagnato enorme visibilità per la convergenza fra estrema destra Maga ed establishment dem moderato.

QUESTO HA CONTRIBUITO a screditare il candidato centrista dem, e ad assicurare la vittoria di Nixon. Se dovesse vincere a novembre, Rubio – campione del neo-maccartismo trumpiano – si vedrebbe sostituire al Senato proprio da una socialista dem, che lui considera non meno che un nemico dello Stato. Inoltre, la vittoria di Nixon ridisegna confini e contenuti della rappresentanza democratica in Florida, spostandola decisamente a sinistra.

 

Nell’immagine: Angie Nixon in aula durante una sessione straordinaria della legislatura della Florida