Il tunnel Torino-Lione, il ponte sullo Stretto e i regali-beffa di governo e parlamento

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

Si è spenta l’eco della guerriglia sui sentieri sopra Chiomonte, in Val di Susa. Il 26 luglio, uomini vestiti di nero con il volto coperto, armati di pietre, bastoni, bottiglie incendiarie e bombe carta avevano trasformato per ore i boschi attorno al cantiere della Tav Torino-Lione in un campo di battaglia. La polizia rispondeva con cariche e lacrimogeni, il fumo saliva tra gli alberi, mentre a terra restavano oltre cento feriti tra le forze dell’ordine e danni ingenti. E la protesta organizzata dal movimento No-Tav finiva ancora una volta oscurata dalle azioni di alcune centinaia di black bloc.  

Ora, in pieno agosto, la Val di Susa ha cambiato volto. Le immagini della guerriglia si sono dissolte, i sentieri sono tornati ai camminatori, le strade alle auto cariche di valigie e biciclette.

È forse proprio questo brusco cambio di scena a rendere ancora più straniante ciò che resta dietro le recinzioni del cantiere. Da una parte una valle che prova a vivere di montagne, turismo e vacanze, dall’altra un’opera scavata dentro quelle stesse montagne, oggetto di contestazioni da quasi quarant’anni, ritenuta dagli abitanti inutile e dannosa e diventata una ferita che non si rimargina.

I “regali beffa” agli italiani in vacanza

Intanto parlamento e governo, prima di chiudere i battenti per la pausa ferragostana, hanno confezionato una singolare collezione di “regali” che suonano come una beffa agli italiani ormai irrimediabilmente distratti, grazie a una stampa sempre più compiacente verso il potere, se non servile. 

Il 5 agosto il parlamento ha dato il via libera alla richiesta italiana di utilizzare la clausola europea per aumentare la spesa per la Difesa, circa 20 miliardi di euro. Quando si parla di armi, i cordoni della borsa diventano elastici, mentre continua la politica dei tagli al welfare.

Per gli automobilisti alle prese con il caro-carburanti, invece, il consiglio dei ministri il 4 agosto ha prorogato fino al 25 agosto lo sconto di 17 centesimi al litro sul diesel, già in vigore dal 28 luglio. Benzina esclusa. Anziché un intervento strutturale, un’elemosina estiva.

Poi c’è la trasparenza. Il 5 agosto la Camera ha approvato, a scrutinio segreto e con 206 voti contro 133, la relazione che nega alla Procura di Roma l’acquisizione delle chat dell’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro con Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia con l’aggravante di aver favorito il clan mafioso dei Senese.

Sospensione di Schengen con la Spagna

Come se non bastasse, è arrivato anche l’incredibile pasticcio dello spazio Schengen. Dal 1° agosto il governo italiano, esponendosi al ridicolo, ha ripristinato unilateralmente i controlli per i viaggiatori provenienti dalla Spagna, motivando la decisione con il rischio di movimenti migratori dopo la crisi dell’exclave di Ceuta. Madrid ha protestato duramente, ha chiesto a Roma di ritirare il provvedimento e, di fronte al rifiuto italiano, ha restituito la cortesia: dall’8 agosto sono scattati controlli anche per chi arriva dall’Italia. Il governo Meloni, con il pretesto di proteggere gli italiani da un’emergenza inventata, è così riuscito nel piccolo capolavoro di procurare controlli aggiuntivi proprio agli italiani che viaggiano in Spagna. Una prova muscolare trasformata in un boomerang diplomatico.

Morale della prima settimana d’agosto: miliardi per riarmarsi, spiccioli per fare il pieno, porte chiuse quando i magistrati chiedono messaggi utili a un’indagine e nuove frontiere europee create in casa.

Tutto ciò accade mentre rimane aperta la questione dei No-Tav e dei No-Ponte. Perché, parlando di miliardi sperperati e di decisioni politiche trasformate in bandiere, basta spostare lo sguardo dalla Val di Susa verso Sud. Quasi 1.500 chilometri di strada, poco più di mille in linea d’aria, fino allo Stretto di Messina. Qui un’altra infrastruttura gigantesca promette di diventare ciò che la Tav è già da tempo: non soltanto cemento, acciaio, gallerie o calcoli ingegneristici superati o sbagliati, ma un terreno di scontro politico permanente, capace di dividere territori e opinione pubblica per generazioni.

Vale allora la pena di mettere a confronto questi due progetti faraonici, entrambi oggi, per ragioni diverse, in panne: la Torino-Lione, con cantieri già avanzati ma costi, tempi e soprattutto utilità ancora al centro delle contestazioni; il ponte sullo Stretto, rilanciato come opera-simbolo dal governo ma ancora sospeso tra autorizzazioni, rilievi, ricorsi e ostacoli che potrebbero impedirgli perfino di arrivare al primo vero cantiere, mentre i cittadini si sono già organizzati per dare battaglia al progetto.

I violenti e i contestatori pacifici

Per quanto è accaduto a fine luglio in Val di Susa occorre distinguere su due livelli.

Il primo è quello della violenza organizzata, fermamente condannata dalla maggioranza e dalle opposizioni. Su questo – una volta tanto – hanno ragione il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, quando parla di «un attacco allo Stato», e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dopo il sopralluogo al cantiere di Chiomonte ha dichiarato: «Uno Stato normale non può tollerare una cosa del genere. Questo non è dissenso, è violenza organizzata».

Gli assalti ai cantieri di San Didero e Chiomonte non possono infatti essere scambiati per una manifestazione politica. Piantedosi ha parlato di una «internazionale della violenza». La definizione richiama gruppi antagonisti capaci di spostarsi attraverso le frontiere europee e di inserirsi in manifestazioni organizzate su temi diversi, adottando tecniche ricorrenti: compattezza del gruppo, organizzazione militare, strumenti offensivi preparati in anticipo, attacco improvviso e dispersione al termine degli scontri.

Sono modalità viste anche altrove. A Bologna, il 19 luglio, dopo la morte del cittadino marocchino Abderrahim Fakir durante un intervento di polizia, e a Torino, il 31 gennaio, durante una manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Le somiglianze sono evidenti: nuclei violenti addestrati alla guerriglia s’impadroniscono dell’immagine pubblica di manifestazioni pacifiche molto più grandi e ne cancellano, nel giro di pochi minuti, ragioni, contenuti e partecipazione.

Una protesta lunga quasi quarant’anni

Il secondo livello. I blocchi neri che lanciano pietre e incendiano mezzi non possono essere identificati con le migliaia di cittadini che da quasi quarant’anni contestano la Torino-Lione. Confondere i due mondi sarebbe falso prima ancora che ingiusto.

La manifestazione si svolgeva nell’ambito del Festival alta felicità, nato contrapponendo simbolicamente la qualità della vita e la tutela della valle all’alta velocità. Al corteo hanno partecipato famiglie, giovani, anziani, associazioni, amministratori locali, intellettuali e militanti storici. 

La maggioranza dei partecipanti non ha assaltato cantieri, non ha lanciato ordigni e non ha aggredito agenti, anche se, disgraziatamente, le televisioni ci hanno presentato alcune interviste di cittadini esasperati sedicenti “pacifici” che in Val di Susa vedevano di buon occhio quella devastazione. Così, ogni volta che compaiono i black-bloc, la discussione sull’utilità della Tav scompare e resta soltanto la questione dell’ordine pubblico, nella quale il governo guazza con soluzioni improvvisate e sempre più repressive.

L’opera concepita in un altro mondo

La Torino-Lione fu progettata in un’epoca nella quale si prevedeva una continua espansione degli scambi industriali tra Francia e Italia. Il nuovo asse avrebbe dovuto rispondere alla futura saturazione della linea storica e assorbire un enorme aumento del traffico di merci e passeggeri.

Il mondo, nel frattempo, è cambiato. Sono cambiate la struttura industriale dei due Paesi, le rotte commerciali, le catene logistiche e le modalità di trasporto. La linea storica del Fréjus, secondo i critici, dispone ancora di una capacità ampiamente inutilizzata e potrebbe essere potenziata con investimenti molto inferiori.

I sostenitori della nuova linea replicano da parte loro che la Torino-Lione non deve essere valutata soltanto sulla base del traffico attuale. Il tunnel servirebbe a spostare nel tempo una maggiore quantità di merci dalla strada alla ferrovia, ridurre il numero dei camion sulle Alpi, diminuire le pendenze e inserire il collegamento nel corridoio mediterraneo europeo.

È un argomento legittimo, ma non sufficiente. Per giustificare un investimento di queste dimensioni occorre dimostrare quale quantità di merci sarà effettivamente trasferita, in quali tempi, con quali ricavi e con quale vantaggio ambientale netto. Non basta dichiarare strategica un’opera perché questa diventi automaticamente utile.

C’è oltretutto da ricordare che nel 2019 (governo Conte) l’analisi costi-benefici commissionata dal ministero delle Infrastrutture e coordinata da Marco Ponti calcolò un saldo negativo compreso tra sette e otto miliardi di euro, a seconda degli scenari utilizzati. Quell’analisi fu duramente contestata dai sostenitori della Tav. Che cosa hanno fatto i governi venuti dopo?  Si sono ben guardati dal mettere in discussione l’opera e tutto è rimasto come prima.

Con i collegamenti i miliardi salgono a 25

La cifra dei 15 miliardi non copre l’intera linea fra Torino e Lione. Riguarda il tunnel di base e le opere direttamente connesse alla sezione transfrontaliera. A parte restano gli accessi italiani e francesi, il potenziamento delle linee esistenti e gli altri interventi necessari per trasformare il tunnel in un collegamento ferroviario completo, con costi previsti di quasi tre miliardi per la parte italiana e di almeno otto miliardi per quella francese.

Sommando la sezione transfrontaliera e le opere nazionali, alcune valutazioni portano il costo complessivo del sistema a 25 miliardi. Chi pagherà questa cifra-monstre? L’Unione europea sostiene politicamente l’opera e ha già stanziato risorse, ma saranno necessari ulteriori ingenti cicli finanziari. E i privati non sembrano molto interessati a rispondere all’invito del coordinatore UE del “corridoio mediterraneo” Mathieu Grosch. Manca un rendiconto pubblico aggiornato che distingua con precisione i pagamenti effettivi di Italia, Francia e Unione europea. Bruxelles ha assegnato circa 2,3 miliardi; la parte restante è ripartita tra Italia e Francia nella misura del 57,9 e del 42,1 per cento.

La realizzazione del tunnel è molto lontana

Nel dibattito pubblico si scontrano anche percentuali di avanzamento lavori inconciliabili. La società italo-francese TELT (Tunnel euralpino Lione-Torino), incaricata di realizzare la sezione transfrontaliera, sostiene che l’opera è a buon punto soprattutto per quanto riguarda la parte francese e, in Italia, i cunicoli esplorativi, le gallerie di servizio, le strutture di sicurezza, e prevede l’entrata in esercizio del solo tunnel transalpino entro il 2033. I No-Tav ribattono che nel cantiere italiano di Chiomonte il tunnel ferroviario di base è in alto mare, anche per le difficoltà di ordine geologico incontrate dalla fresa.

Il problema più serio riguarda le linee di accesso francesi. Parigi continua, senza entusiasmi, a sostenere formalmente il tunnel, ma ha rinviato la realizzazione delle proprie infrastrutture nazionali. I cantieri delle nuove linee non partirebbero prima del 2038 e l’entrata in esercizio è collocata intorno al 2045.

Il paradosso è evidente. Il tunnel potrebbe essere pronto nel 2033, ma sul versante francese rimarrebbe collegato per molti anni alla vecchia rete e su quello italiano i collegamenti sono gravati da molte incertezze. Si costruirebbe per primo il segmento più costoso, lasciando in un futuro incerto le linee indispensabili a utilizzarlo nella configurazione definitiva prevista dai progetti. 

Ma gli interrogativi di fondo rimangono: perché è stata ignorata l’analisi governativa del 2019 sui costi-benefici? Quanto costerà davvero l’intera Torino-Lione? Quali somme sono già disponibili? Quale traffico futuro giustifica l’investimento? Perché la linea storica non sarebbe sufficiente? In quanti anni i benefici ambientali compenserebbero le emissioni e i danni prodotti dai cantieri?

Sono domande poste non soltanto dai cittadini, ma anche da molti esperti e politici di opposizione. Il governo non risponde.

Lo stesso riflesso del ponte sullo Stretto

Il ragionamento conduce inevitabilmente a un’altra opera fortemente voluta da Giorgia Meloni e soprattutto dal ministro delle Infrastrutture e vicepremier Matteo Salvini, il Ponte sullo Stretto di Messina, costo previsto 14 miliardi. La Torino-Lione e il Ponte sono opere tecnicamente diverse, ma condividono una malattia politica tutta italiana: diventano bandiere e come tali smettono di essere sottoposte a una normale e rigorosa verifica applicata a qualsiasi investimento pubblico. 

Intanto, tra Messina e Reggio Calabria, sono stati già spesi centinaia di milioni in progettazione, consulenze (ai soliti amici) e attività preparatorie, con i cittadini che si ribellano a un’opera ritenuta da geologi di fama internazionale pericolosa per i rischi sismici e devastante per l’impatto ambientale. Il denaro già speso viene utilizzato per giustificare quello ancora da spendere, mentre il ministro delle Infrastrutture, con i suoi proclami, frettolosi quanto irresponsabili, continua ad annunciare da due anni l’imminente avvio dei lavori.

Ma c’è un piccolo particolare: il progetto, vecchio di vent’anni, è ora bloccato dopo i rilievi della Corte dei conti, di uffici del ministero dell’Ambiente e della Commissione europea per quanto riguarda la sicurezza, gli appalti, la tutela del territorio. 

Così, mentre Salvini si pavoneggia davanti al modellino, il ponte sembra naufragare nel mare della propaganda. Ma Giorgia Meloni, imperterrita, tira dritto, infilando una gaffe dietro l’altra, sostenendo che “tutto va ben madama la marchesa”. E pensando a come recuperare Vannacci per non perdere le elezioni del 2027.

Nell’immagine: una manifestazione No Tav del 2021


Disumanizzazione preventiva

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Guardo quel che succede nel mondo e mi convinco che se l’intelligenza umana si riflette nelle sue azioni, beh… comincia a scarseggiare, mentre stupidità, egoismi nazionali e dispregio dei diritti vanno alla grande.

Quel che vedo mi ricorda quel che dice Arturo Pérez-Reverte in un suo romanzo: «La morte collettiva è più tranquillizzante della morte individuale. Nelle grandi stragi, l’orrore si diluisce e diventa anonimo. Perfino i volti finiscono per essere uguali». È la rappresentazione della cattiva coscienza contemporanea, l’anestesia morale dell’abitudine. Moltiplicato per mille, il dolore del singolo perde il suo volto e diventa statistica. La sofferenza si riduce a rumore di fondo, mentre l’assuefazione si fa stadio supremo della disumanizzazione. La perdita di umanità è il vero dramma del nostro tempo. È la misura della nostra decadenza etica.

Nelle stragi del Mediterraneo o tra le macerie del genocidio a Gaza, l’orrore condiviso annulla la singolarità del dramma.
Guardiamo la massa che preme ai reticolati di Ceuta, ma non scorgiamo la disperazione umana, la donna accasciata o il bambino che piange. Vediamo numeri, non persone. È la disumanizzazione preventiva, indispensabile per tollerare l’intollerabile. La parola clandestino viene distillata nel discorso pubblico per inoculare paura, evocare minacce e oscurare volti. L’umanità in fuga diventa “umanità eccedente”, quella da scartare, per dirla con Papa Francesco in Fratelli tutti, un appello oggi inascoltato. Anche Papa Leone ha parole di fuoco contro la disumanizzazione della politica, ma trova scarsissimo ascolto.

In questo vuoto etico attecchisce il virus del sovranismo. Ha ragione Massimo Giannini, editorialista de la Repubblica: l’idea di Nazione si è trasformata in uno strumento per seminare odio, un totem identitario da scagliare contro lo straniero. È la miseria politica dei patrioti al comando: uno Stato contro l’altro, un confine morale contro il vicino. Quando i diritti cessano di essere universali e si legano alla cittadinanza o alla forza, il diritto scade a privilegio. E il privilegio esige muri. È così che si sta uccidendo l’Europa.

Al cospetto di questa follia identitaria, la realtà è più semplice: la vita è un incrocio di culture, un’identità fatta di stratificazioni e migrazioni. Possiamo e dobbiamo accogliere senza perdere chi siamo, perché l’accoglienza non distrugge la nostra società, ma la rende più umana. Eppure l’Europa fa l’opposto: cede alla paura, riapre la porta ai vecchi nazionalismi e rischia di finire in balìa delle destre più sguaiate.

I migranti sono gli invisibili che mettono a nudo questo devastante sbandamento. Con la loro presenza, rendono esplicite le diseguaglianze abissali della globalizzazione: economiche, sociali, politiche e ambientali. Sono lo specchio sgradito della nostra cattiva coscienza. È qui che si salda l’ideologia della nuova destra: trasforma la solidarietà in reato. Oggi, chiunque provi ad umanizzare questi corpi estranei, i migranti, e rivendichi il diritto di movimento per una vita dignitosa viene bollato come un pericoloso sovversivo. La pietà diventa una colpa, il diritto internazionale un intralcio.

In questo clima si consuma l’erosione della democrazia. La sua forza non sta nel conformismo imposto né nella pace garantita dalla paura, ma nella capacità di governare la complessità attraverso il cozzare pacifico delle idee. Quando le destre sostituiscono il dibattito con il culto del confine, la democrazia perde la sua linfa vitale.

I prossimi appuntamenti elettorali in Europa saranno un banco di prova decisivo per il nostro futuro. Ci diranno se l’Europa troverà il coraggio di difendere i propri valori fondativi o se scivolerà definitivamente nell’oscurantismo sovranista che, come insegna la memoria, non è mai stato paladino della pacifica convivenza. Potremo allora capire se queste righe sono dettate da un eccesso di pessimismo o da una cruda, inevitabile visione della realtà. Ma una cosa appare fin d’ora chiarissima: la disumanizzazione dell’altro finisce sempre per disumanizzare chi la pratica o la tollera. Se l’indifferenza continuerà a vincere, la prima vera vittima della caduta saremo noi.

Nell’immagine: Andy Alcala, “Face paintings” (2011)


La giustizia e la pace dei forti. In guerra ha ragione chi vince

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Di Valentina Pazé, il manifesto

Affidandoci alle armi, accettiamo la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono i più giusti, ammesso che sia possibile identificarli. È la ragione per cui i tentativi di giustificare la guerra associandola all’idea di giustizia non sono mai stati convincenti.

«Non chiamerei mai pace le armi che tacciono perché hanno vinto i ‘più forti’». Così conclude il suo ragionamento a favore di una pace «giusta» (e, all’occorrenza, armata) Roberto Della Seta, sul manifesto del 12 agosto. Il problema è che, affidandoci alle armi, proprio questo accettiamo: la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono anche i più giusti, ammesso e non concesso che sia sempre possibile identificarli con certezza.

Questa è la ragione per cui i reiterati tentativi di giustificare la guerra assimilandola a una procedura giudiziaria, e associandola all’idea di giustizia, non sono mai stati convincenti. Nei tribunali vince chi ha ragione. O, per lo meno, tutto è congegnato in modo da favorire questo esito, al netto degli errori, sempre possibili. In guerra ha ragione chi vince. Punto. E se Aristotele poteva ancora tentare di dimostrare che non si dà forza (bia) senza virtù (areté) e chi prevale in battaglia dimostra per ciò stesso il proprio superiore valore, nelle guerre asimmetriche della modernità – da quelle coloniali a quelle iper-tecnologiche di oggi – questa tesi diventa risibile.

Chi, dunque, ritiene «eticamente disturbante l’idea di una pace senza giustizia» dovrebbe cercare altre vie, alternative alle armi, per raggiungere l’obiettivo. Ma, poi, giustizia in che senso? E per chi? È giusto che uno Stato disponga delle vite dei propri cittadini per perseguire i propri obiettivi? È etico? La risposta di Kant è nota: «Venire assoldati per uccidere o essere uccisi sembra racchiudere in sé un uso degli esseri umani come semplici macchine e utensili in mano a un altro (lo Stato) che mal si concilia col diritto dell’umanità nella nostra propria persona». Perché in questo, alla fine, consistono le guerre, decise dai governi e combattute dai popoli: nell’usare i soldati come carne da cannone e le vittime civili – bambini compresi, a cui nessuno ha chiesto di scegliere tra la vita e la patria – come strumento di pressione e di propaganda. Lo sanno bene coloro che la guerra l’hanno vista da vicino, per averla combattuta o subita.

E allora oggi, prima ancora che Kant o Bobbio, dovremmo rileggere, e far leggere a scuola, Eric Maria Remarque e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima divenuto amico di Günther Anders. Il primo per ricordarci ciò di cui è fatta, davvero, la guerra: sangue e merda, terrore e morte, corpi maciullati, menti devastate. Il secondo per riflettere sui veleni che la guerra inocula anche in chi la combatte «dalla parte giusta» e torna a casa celebrato come un eroe, ma abitato per sempre da incubi e fantasmi.

Al di là delle discettazioni astratte sul rifiuto più o meno assoluto della violenza, oggi andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma della guerra è immerso fino al collo. Messaggi molteplici, non univoci, non sempre facili da decifrare. A incrinare le narrazioni di popoli eroici che combattono per la libertà e la giustizia ci sono coloro che scelgono di disertare, di rendersi irreperibili, di non tornare al fronte dopo una licenza. In Ucraina e in Russia il loro numero è in crescita, tanto da aver reso necessarie modalità di reclutamento sempre più coercitive: dalle famigerate ronde che setacciano i quartieri delle città ucraine in cerca di imboscati alle campagne martellanti del governo russo per adescare «volontari» nelle università o in paesi lontani, fino al ricorso, in entrambi i contesti, alle carceri come serbatoio di reclute da spedire in prima linea.

C’è poi chi – come il maggiore Eatherly – torna dal fronte trasfigurato e incapace di reinserirsi nella vita civile. Il numero dei suicidi tra soldati e soldatesse reduci da Gaza (due solo negli ultimi giorni) è impressionante, così come quello di chi necessita di cure psichiatriche (per non parlare delle condizioni dei sopravvissuti al genocidio, a cui questa assistenza non viene offerta). Ma il suicidio di reduci e veterani è fenomeno comune e ben noto. Negli ultimi venticinque anni negli Stati uniti più di trentamila soldati, in servizio o veterani, si sono tolti la vita: quattro volte di più di quelli che sono stati uccisi nei vari teatri bellici (7.057). Qualsiasi ragionamento su guerra, pace, giustizia, di tutto ciò dovrebbe tenere conto…

Infine, a proposito dei mezzi per realizzare «la giustizia», si può oggi discuterne ignorando che viviamo nell’era atomica, in cui la massima fiat iustitia pereat mundus rischia – come mai prima d’ora – di condurre a una catastrofe senza ritorno? Si può, oggi, scommettere sul fatto che «la Bomba», anzi «le bombe» atomiche tattiche, tanto più pericolose quanto apparentemente meno letali, rimangano in mano ai «buoni», che se ne serviranno a soli fini di deterrenza? Quanto è realistico coltivare simili illusioni?


Muratov: “Putin non può vincere la guerra, ma continuerà l’escalation fino all’arma nucleare”

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

“Vladimir Putin non può vincere la guerra in Ucraina, ma siccome non può accettare di perdere continuerà l’escalation militare, fino all’uso di un’arma nucleare”. È la previsione o almeno il timore di Dmitrij Muratov, il giornalista dell’opposizione russa che nel 2021 ha vinto il premio Nobel per la pace, fondatore ed ex-direttore di Novaja Gazeta, il quotidiano messo al bando dal Cremlino, oggi accessibile soltanto online dall’estero.

Intervistato dalla Bbc, Muratov afferma: “Non ci sarà mai una vittoria russa in Ucraina. Perché il conflitto che va avanti da quasi cinque anni, comunque finisca, non può essere considerato una vittoria per Putin. Non si può parlare di vittoria quando due nazioni slave hanno maciullato più di un milione di persone. A me sembra che la situazione odierna sia la seguente: la Russia può distruggere l’Ucraina, ma non può conquistarla. Cosa intendo con distruggere? Una continua escalation fino all’uso di armi nucleari”.

Crede davvero, gli domanda il corrispondente da Mosca della radiotelevisione britannica, che il capo del Cremlino farebbe ricorso a un’arma nucleare? “Tutti gli esperti che dicono ‘Putin pensa questo’ o ‘Putin ha paura di questo’ sono dei ciarlatani”, risponde il premio Nobel. “Le loro previsioni valgono quanto l’astrologia. Nessuno sa cosa ha in mente Putin e non lo so nemmeno io. Ma vedo le cose da giornalista, studio i dati. Dall’inizio di quest’anno, la necessità per la Russia di usare armi nucleari in Ucraina è stata menzionata più di 500 volte. Quando lo dicono i pazzi, non ci bado. Ma l’ho sentito dire alla televisione di stato russa. Ho sentito uno dei partecipanti al convegno internazionale di San Pietroburgo descrivere l’uso di armi nucleari come qualcosa di buono”.

Putin e altri alti funzionari del Cremlino hanno alluso più volte all’utilizzo di un’arma nucleare “tattica”, meno potente di quelle sui missili strategici ma assai più potente della bomba sganciata dall’America su Hiroshima nella Seconda guerra mondiale. Nel caso in cui la guerra in Ucraina, anche attraverso il sostegno a Kiev di Paesi occidentali, mettesse in pericolo “la sicurezza della Russia”. Esperti e commentatori ritengono che si tratti di un bluff, sia perché le radiazioni si estenderebbero a territori occupati dalla Russia o a parte della stessa Russia, sia per le reazioni occidentali che comporterebbe una simile escalation.

Del resto, la “sicurezza della Russia”, afferma Muratov, è già stata ampiamente compromessa. “Quando annunciò l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, Putin disse che andava fatto per garantire la sicurezza della Russia”, dice il fondatore di Novaja Gazeta. “Ebbene, da allora la sicurezza della Russia è forse migliorata? Con i droni ucraini che colpiscono i nostri depositi, con la crisi petrolifera, con internet che non funziona, con almeno 1500 prigionieri politici arrestati per avere criticato la guerra?”. Ricordando che sei giornalisti di Novaja Gazeta sono morti assassinati, tra cui Anna Politkovskaja, autrice di memorabili inchieste sulla corruzione, l’ex-direttore, che continua a vivere in Russia, accetta serenamente il rischio di finire anche lui nella macchina della repressione: “Non credo a spaccature o a complotti, l’élite ha paura di Putin. Ma molti appoggiano quello per cui noi ci battiamo. Sulle strade di Mosca, i miei colleghi ed io sentiamo soltanto parole di gratitudine. Sono a malapena sussurrate. Ma quello che pensa la gente è importante”.


Atene, la città che studia il caldo e sfida i 45 gradi: alberi, rifugi, oasi e una “ministra” ad hoc

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Di Giampiero Maggio, La Stampa

Da Parigi, che si prepara alla città dei 50 gradi, a Barcellona e ai superblocchi, da Vienna con le Cool Streets a Siviglia e ai qanat, fino a Copenaghen città-spugna, Madrid con la sua foresta metropolitana e Piatra Neamț con il corridoio climatico intelligente. Il nostro viaggio nell’Europa che prova ad adattarsi al caldo estremo arriva ora ad Atene, dopo essere passato anche da Bassora, dove vivere vicino ai 54 gradi significa fare i conti con acqua, elettricità e sopravvivenza quotidiana. Città diversissime, unite dalla stessa domanda: come si continua a vivere quando il clima per cui sono state costruite non esiste più?

Ad Atene, quando arriva il caldo vero, perfino l’Acropoli può chiudere. È successo ancora nel luglio 2025: temperature oltre i 40 gradi, accessi sospesi nelle ore centrali, turisti costretti a cercare ombra e acqua, lavori all’aperto limitati per muratori, rider e operai. Il Partenone, costruito per resistere ai secoli, deve oggi fare i conti anche con le ondate di calore. Reuters raccontava una capitale arrivata a 38 gradi mentre in altre aree della Grecia il termometro saliva a 41. Ma il punto è proprio questo: ad Atene il caldo non è più soltanto un fatto meteorologico. È diventato un problema di governo della città.

Per questo nel 2021 la capitale greca è stata la prima città europea a nominare una Chief Heat Officer, una responsabile specificamente incaricata di coordinare la risposta al caldo estremo. Insomma, una “ministra” ad hoc per affrontare l’emergenza caldo. La prima fu Eleni Myrivili, poi diventata Global Chief Heat Officer di UN-Habitat. Oggi il ruolo è ricoperto da Elissavet Bargianni. Era una scelta quasi simbolica. Il caldo aveva finalmente un responsabile.

Myrivili lo disse con parole nette quando lasciò Atene per il nuovo incarico alle Nazioni Unite: «Dobbiamo agire radicalmente e dobbiamo agire ieri». Perché Atene parte da una condizione difficile. È una città densissima, costruita in gran parte con cemento e asfalto, chiusa fra colline che limitano la ventilazione e con quartieri nei quali il verde è scarso. Il calore assorbito durante il giorno viene restituito lentamente durante la notte: è l’isola di calore urbana, che rende particolarmente pericolose le notti tropicali e riduce la possibilità per l’organismo di recuperare.

Atene, la città che studia il caldo

Un rapporto pubblicato nell’ottobre 2025 nell’ambito del progetto europeo ARSINOE definisce Atene uno dei casi più avanzati al mondo nello studio e nella gestione del rischio da caldo urbano. Ma sottolinea anche che la vulnerabilità resta elevata e molto diversa da quartiere a quartiere. E i cittadini se ne accorgono. Secondo un’indagine pubblicata nel giugno 2026 dall’ENA Institute for Alternative Policies sull’area metropolitana di Atene, l’81 per cento degli intervistati ritiene che il caldo nel proprio quartiere sia peggiorato negli ultimi anni; l’88 per cento pensa che aumenterà ancora nel prossimo decennio. L’85 per cento giudica insufficiente l’ombra disponibile nelle strade e il 75 per cento considera inadeguati gli spazi verdi vicini alla propria abitazione.

La risposta di Atene procede su due binari

Il primo è immediato: proteggere le persone quando arriva l’ondata di calore. La città apre spazi climatizzati, mantiene una linea telefonica attiva 24 ore su 24, rafforza l’assistenza domiciliare e i servizi sanitari comunali e concentra l’attenzione soprattutto su anziani e persone fragili. Già negli anni scorsi sette strutture municipali erano state trasformate in “oasi” climatizzate aperte durante le giornate più difficili. L’allora sindaco Kostas Bakoyannis spiegava così il principio: «Il caldo estremo è un problema di salute pubblica». Non basta, però, rifugiarsi al fresco. Il secondo binario è molto più lento: cambiare fisicamente Atene. Qui la parola chiave è albero.

Incrementare il verde in una città piena di cemento

Quando Haris Doukas è diventato sindaco, all’inizio del 2024, ha messo l’aumento del verde tra le priorità. Al Guardian spiegava che affrontare temperature simili in una città così densamente costruita è particolarmente complesso e riassumeva la posta in gioco con due parole: «It’s about survival», è una questione di sopravvivenza. La città ha accelerato le piantumazioni. Secondo il programma europeo Covenant of Mayors, in diciotto mesi Atene ha messo a dimora quasi 7.500 nuovi alberi, quasi raddoppiando il ritmo dei quattro anni precedenti. Piazze, parcheggi e spazi culturali sono stati ripensati per aumentare ombra, vegetazione e comfort termico. E non servono necessariamente grandi parchi. Atene sta sperimentando anche i pocket parks, piccoli spazi verdi ricavati da lotti abbandonati, angoli degradati o terreni inutilizzati. Reuters ha documentato come questi micro-parchi vengano utilizzati proprio per interrompere le superfici minerali e creare piccole isole di ombra nei quartieri più densi. Il principio è semplice. Un albero impedisce al sole di colpire direttamente il suolo. Una superficie vegetale accumula meno calore dell’asfalto. Attraverso l’evapotraspirazione le piante raffreddano localmente l’aria. Presi singolarmente sembrano interventi minimi. Moltiplicati per migliaia di strade possono cambiare il comportamento termico della città.

Ma Atene sta andando oltre

Uno dei progetti più interessanti si chiama Cooling Havens, “oasi di raffrescamento”. È un programma europeo finanziato all’80 per cento dal Fondo europeo di sviluppo regionale, con un valore complessivo vicino ai 5 milioni di euro, che punta a creare stazioni di quartiere raffrescate anche attraverso l’acqua e trasformarle in luoghi di protezione e socialità durante il caldo estremo. La quota indicativa destinata direttamente al Comune di Atene è stata rimodulata nel 2025 a circa 1,65 milioni di euro. È una filosofia che ricorda Siviglia: non climatizzare l’intera città, ma costruire punti nei quali il microclima possa essere modificato. Ombra, acqua, vegetazione. Atene utilizza inoltre sistemi di mappatura del rischio termico per capire quali quartieri siano più vulnerabili. Non conta soltanto dove fa più caldo: conta dove vivono più anziani, dove ci sono meno alberi, dove le abitazioni sono peggiori e dove le famiglie hanno meno possibilità di usare l’aria condizionata. È l’idea alla base delle strategie elaborate dalla città negli ultimi anni.

Il caldo non è democratico

Due persone possono vivere nella stessa città e affrontare due estati completamente diverse. Una casa ben isolata con aria condizionata, un quartiere alberato e un lavoro al chiuso trasformano 40 gradi in un disagio. Un appartamento all’ultimo piano, senza climatizzazione, circondato da cemento, oppure otto ore trascorse su uno scooter per consegnare cibo possono trasformarli in un rischio sanitario. Lo si vede durante le emergenze. Nel giugno 2025 le autorità greche hanno vietato per alcune ore il lavoro all’aperto a operai edili e fattorini. Nel luglio dello stesso anno sono tornate le chiusure dell’Acropoli. Non si cambia soltanto la città: cambiano gli orari nei quali è possibile viverla. Ed è forse questa la lezione più interessante di Atene. Per anni le città mediterranee hanno trattato il caldo come qualcosa di inevitabile: arrivava a luglio, si sopportava, poi passava. Atene ha cominciato a trattarlo come si tratterebbero un’alluvione o un terremoto. Lo misura. Lo mappa. Individua le persone a rischio. Apre rifugi climatici. Pianta alberi. Sperimenta acqua e ombra. Modifica gli orari di lavoro. E mette una persona dentro l’amministrazione con il compito specifico di coordinare tutto questo.

Il caldo accende anche gli incendi

Il pericolo ad Atene non arriva soltanto dal termometro. Ma il caldo estremo è uno dei responsabili principali degli incendi. Negli ultimi dieci anni le fiamme hanno più volte raggiunto le porte della capitale. Il caso più tragico resta Mati, nel luglio 2018: 104 morti, il peggior incendio della Grecia contemporanea. Nell’agosto 2024 un rogo partito da Varnavas percorse decine di chilometri fino a Vrilissia, appena 14 chilometri dal centro di Atene: circa 100 chilometri quadrati bruciati, un centinaio di case colpite e una donna morta. E nell’agosto 2026 le fiamme sono tornate nell’Attica occidentale: oltre 10 mila ettari bruciati tra Psatha e Porto Germeno, più di cento abitazioni distrutte e due membri dell’equipaggio di un elicottero antincendio morti durante le operazioni. Caldo estremo, siccità, vegetazione secca e vento trasformano così ogni estate in una prova anche per la protezione civile della capitale.

Il rapporto del 2025 sulla resilienza termica della città insiste proprio sulla necessità di accelerare gli interventi e di integrarli stabilmente nella pianificazione urbana. Atene rimane una città vulnerabile e il cambiamento climatico rende la sfida più difficile ogni estate. Ma ha già compiuto un passaggio che molte città europee devono ancora affrontare. Ha smesso di chiedersi se arriverà la prossima grande ondata di calore. La domanda è diventata un’altra: quando arriverà, come faremo a continuare a vivere la città?


Kabul, cinque anni di talebani: “Donne cancellate, esecuzioni e povertà”

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Di Paolo Brera, La Repubblica

Cinque anni fa Kabul era una città in fuga. Correvano i diplomatici, chiuse le ambasciate e distrutti i documenti. Fuggivano gli interpreti e gli impiegati delle Ong, le attiviste, i giornalisti, gli ufficiali dell’esercito sconfitto. Le famiglie borghesi svendevano case e gioielli per un posto su un volo che non sarebbe mai partito. All’aeroporto la folla premeva contro i cancelli. Le mamme porgevano i bambini sopra il filo spinato a chiunque potesse portarli verso un futuro qualsiasi. I talebani stavano entrando nella capitale. Il presidente Ghani era fuggito. L’esercito costruito dagli Stati Uniti si era dissolto. Chi riusciva si aggrappava alla fusoliera e ai carrelli dei cargo militari americani, pur di volare via. Il 16 agosto i corpi precipitarono nel vuoto davanti alle tv. La guerra americana in Afghanistan finiva con quelle immagini.

Ma i talebani entrarono in città da vincitori tolleranti. Promisero un’amnistia, assicurarono che sarebbero cambiati. Le donne, promettevano, nella sharia avrebbero conservato i loro diritti. Ma con i primi editti fu subito chiaro chi avrebbe pagato davvero il conto: le ragazze e le minoranze vulnerabili, a partire dagli hazara.

Cinque anni dopo, atterrando a Kabul «vedi un Paese apparentemente normalizzato e tranquillo. Persino accogliente, direi. Ma la gravità della situazione — racconta Daniele Giacomini, direttore area emergenze di Emergency — la percepisci subito dopo». L’economia è in crisi da anni, i prezzi aumentano continuamente. La guerra con il Pakistan, le espulsioni di massa da Iran e Pakistan e il crollo degli aiuti sono stati la sciagura finale. «La maggior parte delle forniture — continua Giacomini — arrivava da quei confini: beni comuni, cibo e medicine. Nei nostri ospedali nel Panshir le donne vengono a partorire in condizioni estreme di malnutrizione. E i bambini non riescono a mangiare tutti i giorni».

Secondo la classificazione internazionale Ipc ci sono 3,7 milioni di bambini malnutriti, un milione gravemente. Per l’Ocha il 45% della popolazione ha bisogno di assistenza, e l’Afghanistan è 181° su 193 nel Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu. Ma le strade sono tornate percorribili, i ministeri funzionano, le dogane incassano, gli scontri armati sono relativamente rari. È una normalità povera, autoritaria e soffocante; ma è anche uno dei motivi per cui il regime non è crollato.

Dietro la facciata di compattezza, nell’Emirato convivono dirigenti pragmatici e l’ala raccolta a Kandahar attorno al leader supremo Akhundzada. Ma il confronto interno è dominato dai falchi: a ogni possibile apertura, un decreto di Kandahar chiude lo spiraglio. L’isolamento occidentale rafforza questa linea. Senza benefici concreti, chi sostiene i compromessi perde argomenti. Il bavaglio sulla stampa afghana è asfissiante, la propaganda attivissima e ben organizzata.

Il divieto di accesso per le donne all’istruzione secondaria e all’università, iniziato come una «misura temporanea», è stato confermato e mai attenuato. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare oltre la sesta classe. Passano i mesi e le regole si inaspriscono. Il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha imposto una lettura sempre più estrema della necessità di nascondere non soltanto il corpo e il volto delle donne, ma persino la loro voce. Chi viola le regole rischia interrogatori, abusi e arresti. Ma nelle case le insegnanti clandestine organizzano lezioni seguite di nascosto sui cellulari da poche ragazze, e i libri passano da una famiglia all’altra.

Le condanne a morte e le esecuzioni continuano. Ma, raccontano fonti diplomatiche, ora i talebani evitano di pubblicizzarle. L’Onu ha documentato centinaia di punizioni corporali: frustate inflitte in pubblico per adulterio e altri “reati morali”. E continuano anche le denunce di tortura e sparizioni di ex soldati. Akhundzada e il capo della giustizia, Abdul Hakim Haqqani sono sotto mandato di arresto della Cpi, che li accusa di persecuzione per motivi di genere contro donne e persone lgbtq+. «Il sistema talebano — dice l’ambasciatore italiano all’Onu, Luigi Maria Vignali — è un vero e proprio apartheid di genere e sradica la possibilità stessa che l’economia e la società possano funzionare».

Fino a oggi un solo Paese ha riconosciuto l’Emirato: la Russia. Cina ed Emirati hanno accettato ambasciatori di Kabul. L’Occidente, invece, è nel vortice di un’aperta contraddizione. Condanna l’Emirato, ma gli concede i visti per discutere i rimpatri. A Herat a giugno, nel mezzo delle proteste contro gli arresti delle donne accusate di non rispettare il codice sul velo, i talebani hanno sparato sulla folla. In un video una donna continuava a gridare «libertà» mentre intorno a lei fioccavano le raffiche. Negli stessi giorni, Bruxelles preparava i visti per i delegati del governo talebano che aveva ordinato di disperdere la protesta. Dovevano discutere con l’Ue dei rimpatri.


Ceuta e Gaza: la responsabilità civile come ultimo argine

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

All’inizio di agosto, Ceuta ha smesso di essere soltanto una piccola exclave spagnola affacciata sul Mediterraneo, per diventare il punto in cui si sono incrociate alcune delle contraddizioni più profonde dell’Europa contemporanea. Oltre settantamila persone, nell’arco di pochi giorni, hanno attraversato la frontiera provenendo dal Marocco, mentre un centinaio hanno perso la vita nel tentativo di raggiungere quel lembo di terra. Il dibattito pubblico ha cominciato quasi subito a parlare di invasione, emergenza, sicurezza, respingimenti; molto meno si è parlato delle persone. Nel volgere di qualche giorno la situazione è in gran parte rientrata: la stragrande maggioranza di coloro che avevano attraversato la frontiera è stata ricondotta in Marocco o vi ha fatto spontaneamente ritorno. A Ceuta ne sono rimasti un paio di migliaia, soprattutto minori stranieri non accompagnati, che continuano a cercare una via di fuga da guerre, oppressioni, fame o da un’esistenza priva di qualsiasi prospettiva.

La prima osservazione riguarda il linguaggio. Definire quanto è accaduto come un’”invasione” non costituisce una semplice scelta lessicale, ma significa interpretare un fenomeno umano estremamente complesso esclusivamente attraverso la categoria della minaccia. Il linguaggio non descrive soltanto la realtà: contribuisce a costruirla, orientando la percezione dell’opinione pubblica e preparando il terreno alle decisioni politiche. La storia europea dovrebbe averci insegnato che la disumanizzazione non comincia con la violenza, ma molto prima, quando le parole cessano di evocare volti, storie e destini individuali e trasformano gli esseri umani in numeri, flussi o problemi di ordine pubblico.

Le cause di questo attraversamento di massa sono molteplici e non si lasciano ricondurre a una spiegazione univoca. Guerre, persecuzioni, crisi economiche, carestie, violazioni sistematiche dei diritti umani, instabilità politica e profonde disuguaglianze continuano a spingere migliaia di persone lungo le rotte migratorie che, dal Medio Oriente, dall’Asia e dall’Africa, conducono verso l’Europa. La particolare situazione del Marocco e le tensioni diplomatiche con la Spagna hanno certamente contribuito a rendere eccezionale quanto accaduto a Ceuta. È del resto vero che i migranti marocchini sono partiti incoraggiati dal governo di Rabat, governo in sintonia con le destre americane ed europee, per le quali l’emigrazione è sempre materia di rozza strumentalizzazione elettorale. Tuttavia, quell’esodo si inserisce in un fenomeno assai più ampio, che da anni attraversa il Mediterraneo e che nessuna lettura ridotta alla sola emergenza è in grado di spiegare.

Sarebbe comunque un errore limitarsi alla cronaca. Ceuta costituisce infatti qualcosa di più di una crisi migratoria: è uno di quei luoghi nei quali le democrazie europee sono chiamate a verificare la propria fedeltà ai principi sui quali dichiarano di fondarsi. Le frontiere non sono soltanto spazi nei quali si controllano gli ingressi: sono il banco di prova nel quale uno Stato dimostra quanto sia disposto a rimanere fedele ai valori che proclama, proprio quando questi diventano più difficili da applicare.

Nessuno può seriamente negare la complessità della situazione. Una città di poco più di ottantamila abitanti non avrebbe potuto affrontare senza difficoltà un afflusso di tali proporzioni; le strutture di prima accoglienza sono entrate rapidamente in sofferenza, il Centro di soggiorno temporaneo per immigrati ha superato rapidamente la propria capacità ricettiva e la presenza di numerosi minori stranieri non accompagnati ha imposto alle autorità locali responsabilità ulteriori, previste tanto dal diritto internazionale quanto dalla normativa europea. Pensare che fenomeni di questa portata possano essere governati esclusivamente attraverso la generosità dei cittadini o il lavoro delle organizzazioni di volontariato risulterebbe, perciò, poco accorto e sensato.

La cronaca di quei giorni racconta però anche un’altra storia, che merita almeno la stessa attenzione riservata alle tensioni e alle polemiche. Mentre una parte del dibattito pubblico alimentava la retorica dell’invasione e alcune forze politiche – di estrema destra – cercavano di cavalcare l’evento recandosi sul posto per ottenere consenso alle proprie posizioni xenofobe e islamofobiche, numerosi cittadini, associazioni e organizzazioni come Luna Blanca distribuivano migliaia di pasti, acqua, indumenti e beni di prima necessità a chi era appena giunto sulla costa. Non hanno risolto la crisi migratoria, né avrebbero potuto farlo; hanno però impedito che l’emergenza cancellasse ciò che viene prima di ogni valutazione amministrativa: il riconoscimento dell’altro come essere umano.

Certo, anche a Ceuta si sono manifestate paure, tensioni e reazioni ostili – nessuna società, del resto, è immune da contrasti e contraddizioni – e sarebbe ingenuo idealizzare quella risposta senza tenerne conto. Proprio questa pluralità di atteggiamenti, tuttavia, rende politicamente significativo ciò che è accaduto: di fronte al medesimo evento, una parte della cittadinanza ha scelto di leggere la vulnerabilità come una minaccia, un’altra – maggioritaria – vi ha riconosciuto anzitutto una richiesta di aiuto, rigettando apertamente gli slogan antistranieri. Non si tratta soltanto di una diversa sensibilità morale, ma di un differente modo di intendere il diritto, la democrazia e, in definitiva, il rapporto stesso con l’alterità.

La vicenda di Ceuta pone così una domanda destinata ad accompagnare l’intero continente europeo. Che cosa accade quando i principi ai quali una democrazia dichiara di ispirarsi entrano in tensione con le esigenze della sicurezza, del consenso politico o degli interessi geopolitici? È in questo spazio, tanto discreto quanto decisivo, che si misura la credibilità delle istituzioni. Ogni crisi umanitaria sottopone infatti gli Stati alla medesima prova: da una parte il diritto internazionale, che afferma l’universalità della tutela della persona; dall’altra la ragion di Stato, che tende a subordinarla alle priorità della politica, della sicurezza o della diplomazia.

Quando il diritto diventa selettivo

È proprio questa tensione che ritroviamo, in una forma incomparabilmente più drammatica, nella tragedia del popolo palestinese. Ceuta e Gaza appartengono a contesti storici, politici e giuridici profondamente diversi, e assimilarle sarebbe un errore grave. Ciò che le accomuna non è la natura degli eventi, bensì la domanda che entrambe rivolgono alle democrazie europee: fino a che punto i principi proclamati come universali continuano a esserlo quando la loro applicazione entra in conflitto con interessi strategici, alleanze politiche o convenienze diplomatiche?

La questione non riguarda soltanto Israele o la Palestina: concerne pure noi. Interroga la credibilità di quell’ordine giuridico internazionale che l’Europa ha contribuito a edificare dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, nella convinzione che nessuna ragione politica o militare avrebbe più potuto giustificare la negazione della dignità umana. Se il diritto internazionale è nato per limitare l’esercizio della forza e proteggere i civili anche durante i conflitti armati, esso deve valere sempre, non soltanto quando la sua applicazione coincide con gli interessi delle grandi potenze o risulta politicamente conveniente.

Che Israele abbia diritto a vivere in sicurezza e a difendere la propria popolazione da attacchi terroristici o da minacce esterne nessuno lo mette seriamente in discussione. Proprio perché tale diritto appartiene a ogni Stato, esso incontra però un limite invalicabile nel diritto internazionale umanitario, che vieta la punizione collettiva della popolazione civile, impone la distinzione fra combattenti e non combattenti e proibisce l’impiego della fame, della distruzione indiscriminata e dell’assedio come strumenti di guerra.

È su questo terreno, e non su quello delle appartenenze ideologiche, che il dibattito dovrebbe misurarsi. Da molti mesi le Nazioni Unite, organismi indipendenti, autorevoli organizzazioni per i diritti umani e una parte crescente della comunità scientifica denunciano la gravità delle violazioni commesse nella Striscia di Gaza. La Corte internazionale di giustizia, pronunciandosi sulle misure provvisorie richieste dal Sudafrica nell’ambito della Convenzione sul genocidio, ha riconosciuto la plausibilità del rischio denunciato e ha imposto a Israele specifici obblighi di prevenzione (vedi ordinanza No. 2024/6, 26 gennaio 2024: ICJ Press Release — The Court indicates provisional measures); parallelamente, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha documentato violazioni gravissime del diritto internazionale umanitario (Israel has committed genocide in the Gaza Strip, UN Commission of Inquiry finds), mentre un numero crescente di giuristi ed esperti di diritto internazionale ritiene che gli elementi finora emersi possano integrare gli estremi del genocidio (The Guardian — Israel committing genocide in Gaza, world’s top scholars on the crime say).

Gli organi istituzionali competenti procedono con estrema prudenza nell’esprimersi circa le responsabilità genocidarie in discussione, sviscerandone le interpretazioni e implicazioni giuridiche rispetto al dettato del diritto internazionale. Cionondimeno, la prudenza delle istanze e del linguaggio giuridici non può trasformarsi in titubanza etico-morale. Quando decine di migliaia di civili vengono uccisi o feriti, ospedali, scuole e infrastrutture essenziali vengono sistematicamente distrutti, la fame diventa un’arma di pressione e intere famiglie sono costrette a spostarsi senza trovare un luogo sicuro nel quale rifugiarsi, gli aiuti umanitari e le ONG vengono bloccati, la questione non consiste più soltanto nello stabilire quale definizione giuridica adottare. Diventa anzitutto una priorità di responsabilità politica e di coscienza civile. Tanto più allorché vi è un accanimento deliberato sui bambini, che rappresentano circa il 30% delle vittime totali del conflitto.

Il rapporto della Commissione Internazionale Indipendente d’Inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato, presentato al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU il 18-23 giugno 2026 (UN News – Israel continues to commit genocide, atrocity crimes) giunge alla seguente conclusione: le forze israeliane hanno deliberatamente ucciso e ferito bambini palestinesi, non come danno collaterale ma come parte di una strategia intenzionale per distruggere il futuro della comunità palestinese, poiché i bambini ne rappresentano la continuità biologica e sociale. Le conclusioni legali parlano di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra a Gaza, e crimini di guerra in Cisgiordania inclusa Gerusalemme Est.

Difendere il popolo palestinese non vuol dire negare il diritto di Israele a esistere né ignorare le responsabilità criminali di Hamas; significa rifiutare che una popolazione civile venga progressivamente privata delle condizioni minime di sopravvivenza nel nome di una “guerra” che, per modalità e proporzioni, ha ormai assunto caratteri incompatibili con i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario. La critica investe le scelte del governo guidato da Benjamin Netanyahu e della componente più estremista della sua maggioranza, non un intero popolo nel quale continuano a levarsi, spesso con grande coraggio, voci che chiedono il cessate il fuoco e una diversa prospettiva di convivenza, quantunque siano minoritarie.

Qui la responsabilità delle democrazie occidentali diventa difficile da eludere: se il diritto internazionale viene invocato con fermezza in alcuni scenari e trattato con estrema cautela in altri, il problema non riguarda soltanto il Medio Oriente. Riguarda la credibilità dell’Occidente democratico. L’universalità dei diritti cessa infatti di essere tale nel momento in cui la loro applicazione diventa selettiva, subordinata al peso geopolitico degli Stati coinvolti o alle convenienze della diplomazia.

Tale distanza crescente fra i principi proclamati e le scelte concretamente assunte alimenta il senso di impotenza che attraversa una parte sempre più ampia della società civile europea. Le manifestazioni che da mesi riempiono le piazze europee, le iniziative promosse da università, associazioni, sindacati, comunità religiose e organizzazioni umanitarie non rappresentano soltanto un moto di solidarietà verso il popolo palestinese. Esprimono anche una domanda di coerenza rivolta alle istituzioni democratiche: se il diritto internazionale costituisce davvero il fondamento della convivenza fra gli Stati, esso non può essere sospeso proprio quando sarebbe maggiormente necessario.

A Ceuta, come a Gaza, la parte migliore della società civile non pretende di sostituirsi ai governi né di risolvere crisi che appartengono alla sfera della politica internazionale. Ricorda però una verità tanto semplice quanto esigente: il diritto non è stato scritto per proteggere gli amici o punire i nemici, ma per porre un limite alla forza, chiunque la eserciti e chiunque ne subisca le conseguenze.

La reattività della società civile a fronte dell’inerzia degli Stati (compresa la Svizzera)

Nello scarto tra il diritto proclamato e il diritto effettivamente praticato, la società civile torna ad assumere un ruolo decisivo: non risolve i conflitti che appartengono alla sfera della politica internazionale, ma continua a ricordare ciò che le istituzioni rischiano talvolta di dimenticare.

Lo abbiamo visto a Ceuta, nel soccorso prestato senza chiedere anzitutto la provenienza di chi aveva attraversato il mare; lo vediamo ogni giorno nelle numerose iniziative di solidarietà verso la popolazione di Gaza: manifestazioni, raccolte di aiuti, appelli di giuristi, medici, accademici, organizzazioni umanitarie e semplici cittadini che rifiutano di accettare che l’indifferenza diventi una politica e il silenzio una forma di complicità.

Nella distanza crescente fra il discorso dei governi e quello della società civile si misura oggi una delle più profonde crisi della coscienza europea e, forse, della tenuta stessa delle nostre democrazie. Il primo tende sempre più spesso a leggere le grandi crisi umanitarie attraverso il prisma della sicurezza, della stabilità geopolitica o degli interessi strategici; il secondo continua invece a partire dalle vittime, ricordando che nessuna ragione di Stato può cancellare la centralità della persona senza compromettere i fondamenti stessi dello Stato di diritto.

Per la Svizzera questa riflessione assume un significato ancora più esigente. La Confederazione non è soltanto uno Stato europeo: è il Paese delle Convenzioni di Ginevra, la sede del Comitato internazionale della Croce Rossa, uno dei luoghi nei quali il diritto internazionale umanitario ha trovato la sua più alta elaborazione istituzionale. Proprio questa eredità, tuttavia, rende oggi ancora più difficile sottrarsi a una domanda che attraversa una parte crescente dell’opinione pubblica: può uno Stato che ha costruito la propria autorevolezza internazionale sulla difesa del diritto umanitario limitarsi a richiamarne il rispetto senza interrogarsi sulla sufficienza delle proprie iniziative politiche e diplomatiche di fronte alla devastazione di Gaza?

Non si tratta di chiedere alla Svizzera di rinunciare alla propria neutralità, che appartiene alla sua tradizione costituzionale e alla sua politica estera. Si tratta, piuttosto, di domandarsi se la neutralità possa esaurirsi nell’equidistanza diplomatica quando il diritto internazionale umanitario, di cui la Confederazione è storicamente custode, viene sottoposto a una prova tanto drammatica. La neutralità riguarda gli Stati; il diritto umanitario riguarda anzitutto le vittime. Confondere i due piani significherebbe attribuire alla prima una funzione che non le è propria e privare il secondo della sua ragion d’essere.

In tal senso lo sguardo di Max Frisch conserva una forza sorprendente: lo scrittore svizzero ha sempre diffidato dell’indifferenza, di quella rassicurante capacità di assistere agli avvenimenti convincendosi che la responsabilità appartenga sempre a qualcun altro. È una tentazione che attraversa ogni epoca e ogni società: persuadersi che la prudenza equivalga alla saggezza, che attendere sia sempre preferibile ad agire, che il silenzio costituisca una forma di equilibrio. La storia europea insegna, invece, che esistono momenti nei quali anche l’inazione diventa una scelta politica, perché contribuisce a rendere progressivamente accettabile ciò che avrebbe dovuto suscitare una reazione (Frisch, M. 1950. Tagebuch 1946–1949. Suhrkamp Verlag; trad. it. a cura di E. Filippini: Diario d’antepace. 1962. Feltrinelli).

Ceuta e Gaza restano storie diverse, ma ci consegnano una medesima lezione: in entrambe le vicende una parte della società civile ha cercato di colmare il vuoto lasciato da una politica spesso paralizzata dalla paura, dagli interessi o dalle convenienze diplomatiche, ricordando che la dignità della persona non è un valore negoziabile né un principio da applicare selettivamente. È forse questa la differenza più profonda fra una democrazia che si limita ad amministrare il presente e una democrazia che continua a riconoscersi nei valori dai quali trae la propria legittimazione. Ignorarla, alla luce della ricostruzione storica, può tradursi in complicità con atti orrendi come un genocidio.

La tenuta delle democrazie non è soltanto attribuibile alla solidità e credibilità delle loro istituzioni. È anche dovuta al coraggio e alla mobilitazione delle donne e degli uomini che, nei momenti decisivi, impediscono che il diritto venga silenziosamente assorbito dalla ragion di Stato. Non sempre – anzi, quasi mai – riescono a cambiare il corso degli eventi; sanno però impedire che l’ingiustizia venga accettata come un fatto inevitabile e che la coscienza civile si rassegni alla logica del più forte.

Per questo, oggi, il problema non riguarda soltanto Ceuta, Gaza, Israele o la Palestina, bensì coinvolge ciascuno di noi, e il modello di democrazia che intendiamo consegnare alle generazioni future. Se i diritti fondamentali cessano di essere universali e diventano dipendenti dall’identità delle vittime, dalla forza degli Stati o dagli equilibri geopolitici del momento, non è soltanto una popolazione a essere privata della propria tutela: è l’ordinamento stesso a perdere la propria credibilità. Una democrazia, del resto, non comincia a smarrire la propria anima quando è chiamata a difendere una frontiera, ma quando, per presidiare quella frontiera o salvaguardare un interesse strategico, dimentica la ragione per cui la legge è stata scritta: proteggere la dignità della persona, proprio quando è più esposta alla forza del potere.

Nell’immagine: attivisti dell’ONG Luna Blanca distribuiscono pasti nella situazione di emergenza


L’eclissi

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Di Alexander Stille, La Repubblica

Un risultato in chiaroscuro per l’ondata progressista che sta attraversando il Partito democratico americano nelle primarie, in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Francesca Hong, la candidata della sinistra per diventare governatore nel Wisconsin, nettamente favorita nei sondaggi, ha finito per perdere con uno scarto minimo contro un avversario che si era ritirato dalla corsa appena qualche settimana prima.

Mentre nel vicino Minnesota la candidata progressista Peggy Flanagan ha vinto con facilità le sue primarie per il Senato contro un’avversaria più moderata, sostenuta dall’establishment e con molti più fondi a disposizione.


La sconfitta dell’una e il successo dell’altra dicono molto sulle prospettive della svolta a sinistra del Partito democratico. Hong, ex cuoca e proprietaria di un ristorante diventata membro dell’assemblea statale, aveva accumulato un ampio vantaggio nei sondaggi grazie a una campagna vigorosa e alla presa sui giovani elettori, soprattutto nella città universitaria di Madison, roccaforte della sinistra. Ma nelle ultime settimane è stata perseguitata da post sui social e da vecchie dichiarazioni considerate estreme: togliere i fondi alla polizia, abolire le carceri, perfino cancellare la festa nazionale del Ringraziamento.


Flanagan, pur abbracciando posizioni progressiste come la sanità universale e il condizionamento degli aiuti militari a Israele, non portava con sé un bagaglio così pesante. Appartiene a una tribù indigena del Minnesota e sarebbe la prima donna nativa americana al Senato degli Stati Uniti ma, da vicegovernatrice, ha alle spalle una significativa esperienza di governo. A differenza di Hong, non è iscritta ai Democratic Socialists of America (Dsa) e, particolare significativo, aveva l’appoggio delle figure di punta dell’ala sinistra del partito: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che invece hanno scelto di restare fuori dalla corsa di Hong.

Tutto ciò suggerisce che i leader del movimento progressista stiano cercando un punto di equilibrio: catturare la rabbia e l’entusiasmo dei giovani che vogliono il cambiamento, con un messaggio netto e coraggioso di populismo economico, evitando però le posizioni percepite come estreme, facili bersagli degli inevitabili attacchi della destra.


Insieme alla vittoria di misura di Abdul El-Sayed nel vicino Michigan, si comincia a delineare un quadro più chiaro dei punti di forza e delle debolezze della nuova ondata progressista.

I candidati progressisti hanno alcune caratteristiche in comune: si presentano come outsider della politica, sfidando l’establishment più moderato del partito. Sono più giovani, spingono per un ricambio generazionale e il loro movimento è alimentato dalla rabbia contro Donald Trump e contro l’incapacità del partito di contrastare il suo abuso autocratico del potere. Hanno iniettato nuova energia ed entusiasmo nelle elezioni, portando alle urne un numero insolitamente alto di elettori per le primarie, alle quali tradizionalmente vota una minoranza.

In una certa misura hanno riscritto il manuale della campagna elettorale vincente nel Ventunesimo secolo. Il Partito democratico ha abitualmente selezionato i suoi potenziali candidati chiedendo loro quanti soldi fossero in grado di raccogliere. Il che significa scegliere candidati legati ai grandi interessi economici e all’establishment finanziario. A questo criterio si accompagna un’idea di campagna elettorale che appare stanca e superata: si vince comprando enormi quantità di pubblicità televisiva.

I candidati radicali hanno battuto quelli dell’establishment con un approccio profondamente diverso. Zohran Mamdani è entrato nella corsa a sindaco di New York praticamente senza soldi e senza notorietà. Ha catturato l’attenzione del pubblico realizzando video di grande efficacia, con interviste a newyorchesi comuni nei diversi quartieri della città. Ha dimostrato una comprensione brillante dell’uso dei social media per conquistare l’attenzione collettiva, in modo assai più efficace della pubblicità a pagamento.

Questo, insieme alla sua attenzione costante alle preoccupazioni degli elettori comuni — il costo della vita — ha generato livelli straordinari di entusiasmo tra i giovani, creando un esercito di centomila volontari che hanno contattato gli elettori in tutta la città, bussato a milioni di porte e fatto milioni di telefonate per diffondere il suo messaggio.

Gli emergenti hanno unito capacità di comunicazione eccezionali, adattate all’era dei social, a un ritorno — ed è un dato significativo — alla campagna all’antica, di persona, più tipica dell’Ottocento e del primo Novecento.

In Michigan Abdul El-Sayed ha tenuto più di cinquecento eventi elettorali, ha visitato centocinquanta chiese e i suoi volontari hanno bussato a oltre duecentomila porte. Così è riuscito a battere un candidato che lo aveva superato nelle spese in rapporto di dieci a uno, nelle primarie per il Senato più costose della storia: settanta milioni di dollari.

Hanno riscritto le regole consolidate anche in un altro modo: assumendo posizioni radicali che in passato sarebbero state considerate un suicidio politico. Mamdani e altri candidati che si dichiarano socialisti hanno vinto nel Paese che ha inventato il maccartismo e la caccia alle streghe contro tutto ciò che odorasse di comunismo.

Nei recenti sondaggi Gallup il 39 per cento degli americani esprime un giudizio positivo sul socialismo, con percentuali più alte tra i giovani e tra gli elettori democratici. Hanno attaccato il sostegno militare americano a Israele, un tempo un tabù della politica statunitense. Non solo non ne hanno pagato il prezzo, hanno anzi rivendicato quella posizione, che con gli elettori delle primarie ha generalmente funzionato.

Paradossalmente i nuovi progressisti hanno preso spunto proprio dalla loro grande nemesi, Donald Trump, che ha riscritto una delle regole fondamentali della politica americana. Si dava per scontato che, alle elezioni generali, i candidati moderassero le proprie posizioni per conquistare gli elettori di centro. Fu proprio quest’idea di “eleggibilità” a condannare la campagna di Bernie Sanders, considerato troppo a sinistra per poter vincere.

Trump, considerato a sua volta ineleggibile, nel 2016 fece l’esatto contrario. La teoria della sua campagna era rovesciata: martellando senza sosta su una serie di rivendicazioni di estrema destra, portò alle urne milioni di elettori arrabbiati che in passato non avevano votato. Questo ha aperto una strada ai candidati di sinistra ritenuti “ineleggibili”. All’inizio la si considerava percorribile solo in luoghi molto liberal come New York, dove hanno vinto politici come Ocasio-Cortez e Mamdani. El-Sayed e Flanagan hanno dimostrato che può funzionare anche su scala statale, in Stati molto meno liberal di New York.

Agli elettori sembrano importare molto meno le posizioni specifiche dei candidati su questo o quel tema rispetto alla loro capacità di trasmettere energia e alla volontà di combattere l’establishment politico. Quasi due terzi degli americani — a destra come a sinistra — ritengono che il Paese vada nella direzione sbagliata. I candidati vincenti sono quelli capaci di attingere a questo serbatoio di rabbia collettiva.

Ma come dimostra la sconfitta di Hong, l’insurrezione democratica presenta debolezze e campanelli d’allarme significativi: questi candidati ottengono i risultati migliori tra gli elettori laureati, i più liberal, mentre fanno più fatica con la classe operaia bianca ma anche con gli elettori neri e ispanici, che furono decisivi per la vittoria di Trump nel 2024.

Appena poco più di un terzo degli americani ha un’istruzione universitaria, e i democratici devono migliorare sia tra i lavoratori bianchi sia nel riconquistare gli elettori neri e ispanici. La rabbia e la disillusione verso Trump offrono loro una grande opportunità, ma su temi che vanno dall’immigrazione all’ordine pubblico fino ai diritti delle persone trans questi elettori sono molto più conservatori di tanti democratici laureati.

La nuova sinistra è prigioniera di una sorta di paradosso: gli elettori premiano i candidati che mostrano fuoco, rabbia e coraggio delle proprie convinzioni. Al tempo stesso, molti di quei politici hanno posizioni ben più a sinistra dell’elettore americano medio. Nel 2024 gli spot di Trump martellarono Kamala Harris sul tema dei diritti trans, con pubblicità giudicate estremamente efficaci.

Per vincere nel 2028 i democratici dovranno riuscire in qualcosa di molto difficile: forgiare un messaggio forte e coerente di populismo economico senza apparire troppo lontani dal mainstream americano.

Nell’immagine: Minneapolis, 11 agosto: sostenitori di Peggy Flanagan 


Libertà palestinese, il no di Netanyahu è vecchio di 80 anni

Due progetti faraonici in panne, 20 miliardi di euro per il riarmo, sconto-elemosina di 17 centesimi al litro per il diesel, rifiuto della Camera di consegnare alla magistratura le chat dell’ex sottosegretario Delmastro, sospensione di Schengen con la Spagna… Una farsa senza fine 

Di Lorenzo Kamel, il manifesto

Ai palestinesi viene chiesto di riconoscere lo Stato di Israele, rinunciare alla violenza e accettare tutti gli accordi sottoscritti in passato. Le autorità israeliane non sono per contro tenute a riconoscere uno Stato palestinese e il diritto all’autodeterminazione, né si considerano vincolate a rinunciare alla violenza e al rispetto dei trattati siglati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha ribadito implicitamente lo scorso 9 agosto: ha confermato il suo rifiuto a uno Stato palestinese e chiarito che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza «fintanto che Hamas non sarà disarmato», respingendo così il documento in 15 punti del cosiddetto «Board of Peace» per Gaza.

VALE LA PENA ricordare che non era presente Hamas all’ospedale al-Nasr quando, nel novembre 2023, l’esercito israeliano ha lasciato dei neonati morire negli incubatori dopo aver obbligato chi se ne occupava a lasciarli incustoditi, impedendone il ritorno. Non c’era Hamas nella macchina della bambina palestinese Hind Rajab quando nel gennaio 2024 i cecchini israeliani le hanno sparato 335 volte.

Non esisteva Hamas nel 1948, quando centinaia di villaggi palestinesi furono rasi al suolo per fare spazio a Sderot, Or HaNer e numerosi altri villaggi israeliani costruiti sulle loro ceneri. E non c’era nemmeno nel 1967, quando iniziò l’occupazione della «Striscia di Gaza», inaugurando un processo che portò il numero delle moschee locali da 200 nel 1967 a 800 nel 1987.

Hamas venne fondato proprio quell’anno. Il primo dei suoi tre principali co-fondatori, Ibrahim al-Yazuri (1940-2021), nato a Bait Daras vicino Ashdod, aveva 8 anni quando i miliziani dell’Haganah uccisero parte della sua famiglia, espellendone il resto a Khan Younis, nell’odierna Striscia. Il secondo era Abdulaziz Rantissi (1947-2004), nato a Yibna (che è oggi è il nome di un campo profughi a Gaza), un villaggio sito nei pressi di Giaffa: la città israeliana di Yavne sorge sulle rovine Yibna. Aveva un anno quando le forze israeliane espulsero la sua famiglia a Khan Younis.

Il terzo fu Ahmed Yassin (1936-2004): aveva 12 anni quando fu espulso dalla sua casa ad al-Jura, un villaggio che – prima di essere raso al suolo dall’esercito israeliano – era sito nelle vicinanze di Ashkelon (il mausoleo di Husayn, costruito in epoca fatimide in una collina prospiciente al-Jura, venne distrutto nel 1950 su ordine di Moshe Dayan). La famiglia di Yassin si stabilì nel campo profughi di al-Shati, sulla costa della Striscia di Gaza (anche il nucleo familiare dell’ex capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024, venne espulso da al-Majdal, villaggio palestinese raso al suolo nel 1948, che è oggi parte della municipalità di Ashkelon).

QUANTO DETTO finora non deve essere inteso come un modo per minimizzare le responsabilità di Hamas. Ma queste ultime non possono prescindere dal contesto e dal ruolo giocato da Israele nell’intero processo. Al contrario dell’autoproclamato Stato islamico e di altri gruppi emersi in anni recenti, privi di ancoraggi profondi nelle società locali e basati su ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di non poche decisioni nefaste, ma anche e soprattutto di un secolo di sofferenza, oppressione e una lunga ricerca legata all’autodeterminazione. Qualsiasi soluzione che non affronti questi aspetti è destinata a fallire.

Tanto più se si considera che la diffusa inclinazione a collegare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese (sancito dal diritto internazionale e sostenuto da una schiacciante maggioranza dei paesi del mondo ben prima del 2023) a una «ricompensa ad Hamas», è figlia di un latente razzismo, che non dovrebbe essere normalizzato. Il 51% della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni: quando Hamas vinse le elezioni nel 2006, più della metà degli abitanti non era neanche nata. Inoltre, tra fine settembre e il 6 ottobre 2023, un sondaggio di Arab Barometer in Cisgiordania e Gaza mostrava che solo il 29% degli abitanti della Striscia sosteneva Hamas.

La larga maggioranza degli interpellati criticava in modo netto la leadership inaffidabile e le condizioni di povertà dovute anche alle politiche di Hamas. Una maggioranza altrettanto ampia si era espressa a favore dell’autodeterminazione di entrambi i popoli e contro le ideologie promosse da Hamas che, per contro, è stato a lungo ritenuto utile dall’amministrazione Netanyahu per dimostrare che non esistesse alcun interlocutore moderato palestinese con cui trattare.

IL CELEBRE GENERALE israeliano Moshe Dayan sottolineò che «se vuoi fare la pace non parli con gli amici, bensì con i nemici». Gruppi paramilitari come l’Irgun, guidato da Menachem Begin, e la Banda Stern, capeggiata da Yitzhak Shamir, si macchiarono di crimini orrendi. Entrambi diventarono in seguito primi ministri dello Stato di Israele.

Agli occhi dei palestinesi, ancora oggi il governo israeliano viene visto e vissuto come un occupante permanente, che rifiuta esplicitamente l’autodeterminazione palestinese ed è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. E torniamo alle parole di Dayan, che valgono tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani.