Italia, così la corruzione diventa sistema

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Dal nostro corrispondente dall’Italia

«Chi si loda s’imbroda», recita il vecchio detto. E Giorgia Meloni, che il 4 settembre a Bari ha celebrato il record di longevità del suo governo, arrivato a 1.413 giorni, non ha resistito alla tentazione di dipingere un’Italia che somiglia molto al Paese di Bengodi raccontato da Boccaccio, con tanti creduloni inconsapevolmente calati nei panni di Calandrino.

È stata un’autocelebrazione in grande stile, tra slogan, applausi e gigantografie, accompagnata da un imponente dispositivo di sicurezza predisposto per tenere lontane eventuali contestazioni. Sul palco, una premier circondata da fedelissimi e visibilmente affaticata, spesso sopra le righe, impegnata a rivendicare, arringando la folla, i successi del suo governo e a restituire l’immagine di un Paese più sicuro, più ricco e più efficiente.

A fare da coro sono arrivati, il giorno dopo, i quotidiani della destra. Il Tempo l’ha incoronata «Un argine di nome Giorgia», mentre Libero le ha riconosciuto il merito di aver «sistemato i conti tra due guerre dopo la pandemia».

Il Giornale, invece, ha alzato ulteriormente il tono celebrativo: Vittorio Feltri ha proiettato Meloni sul «grande palcoscenico della storia» e il direttore Tommaso Cerno si è spinto oltre, fino a proclamare nel titolo d’apertura: «Siamo andati sulla Luna, signori».

Peccato che dal Paese reale affiori un quadro assai meno trionfale, lontano anni luce dalla rappresentazione meloniana, come sanno bene milioni di italiani che ogni giorno fanno i conti con i prezzi impazziti della benzina, dell’energia, dei generi alimentari; con l’emergenza sicurezza; con la difficoltà di accesso alla sanità. Il welfare, di cui l’Italia un tempo andava orgogliosa, oggi è sempre più sotto pressione, per dare sfogo al bellicismo che lo erode con l’aumento vertiginoso delle spese militari.

È in questo scenario che suonano come l’ennesimo campanello d’allarme le diciotto pagine del rapporto “Corruzione e appalti in Italia 2020-2026”, pubblicato dall’ANAC, Autorità nazionale anticorruzione. Non un trattato sociologico, né una stima dell’intero sommerso corruttivo di cui abbiamo scritto altre volte, ma qualcosa di più circoscritto, riguardante i contratti pubblici: la dissezione di ciò che è effettivamente pervenuto sul tavolo dell’Autorità attraverso gli atti degli uffici giudiziari. Un campione necessariamente parziale di un fenomeno ben più vasto, con numeri comunque impressionanti.

Dal gennaio 2020 al maggio 2026 sono 141 i procedimenti penali riguardanti l’intreccio tra pubblico e privato, con 1.295 capi d’imputazione, 994 persone e 490 imprese coinvolte. La prima sorpresa, ammesso che ci si possa ancora sorprendere, è che la corruzione negli appalti pubblici non assomiglia più alla caricatura del funzionario che estorce denaro all’imprenditore, e dell’imprenditore che porta la bustarella, come ai tempi di Tangentopoli. Il meccanismo si è evoluto ed è diventato probabilmente più pericoloso: l’accordo preventivo che spesso sfugge ai controlli. Si crea cioè una stretta relazione di complicità, quasi alla pari, tra chi amministra denaro pubblico, soprattutto negli enti locali, e chi vuole conquistarlo.

Il quadro che emerge è quello di gare costruite perché a vincerle sia qualcuno già scelto; specifiche tecniche cucite sulla sagoma dell’impresa amica; concorrenti ammessi pur in assenza dei requisiti; commissioni che attribuiscono punteggi generosi; affidamenti diretti reiterati; procedure d’urgenza utilizzate per assegnare commesse sempre agli stessi soggetti; subappalti e incarichi incanalati dentro circuiti ormai consolidati.

Le contropartite, oltre al più tradizionale denaro contante, prendono forme sempre più varie: assunzioni clientelari, viaggi, beni di lusso, ristrutturazioni, automobili, sostegno elettorale, consulenze fittizie (cioè tangenti camuffate) e sub-affidamenti a società riconducibili al pubblico ufficiale. In alcuni casi il dominus dell’accordo è il soggetto pubblico, in altri l’imprenditore.

La geografia giudiziaria mostra una forte concentrazione in alcune regioni: il 24 per cento dei procedimenti arriva dalla Sicilia, oltre il 18 per cento dalla Campania, il 10,4 dalla Lombardia, il 9,6 dal Lazio e l’8,1 dalla Puglia, mentre la quota rimanente si distribuisce sul resto del territorio nazionale.

Quanto ai settori, oltre il 40 per cento dei casi riguarda lavori pubblici. I servizi rappresentano circa il 32 per cento e le forniture il 9,5. Fra le attività ricorrenti compaiono la manutenzione stradale e del verde, le pulizie, la gestione dei rifiuti, i centri di accoglienza per immigrati, i servizi sociali e la sanità. E ricompare puntualmente uno dei grandi varchi della discrezionalità amministrativa: la somma urgenza, con i relativi affidamenti diretti, un terreno nel quale sindaci e funzionari dispongono di margini decisionali particolarmente ampi. È lì che il confine tra conoscenza personale, relazione politica, interesse economico e abuso diventa sottilissimo.

Mentre l’Autorità anticorruzione descrive un sistema nel quale i rapporti patologici tra funzione pubblica e interesse privato sono tutt’altro che scomparsi, il governo presieduto da Giorgia Meloni, su impulso del ministro della Giustizia Carlo Nordio, ha scelto nel 2024 di cancellare dal codice penale il reato di abuso d’ufficio.

L’Unione europea ha invece imboccato la strada opposta. Una direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, entrata in vigore il 31 maggio di quest’anno, rafforza e armonizza la legislazione anticorruzione europea e impone agli Stati membri di rendere penalmente perseguibili determinate gravi violazioni di legge commesse da pubblici funzionari.

Adesso tocca al governo e al parlamento italiani tornare sui propri passi e adeguarsi, colmando, entro il 2028, i vuoti lasciati dalla cancellazione dell’abuso d’ufficio. Sarà pertanto necessaria la reintroduzione di una fattispecie analoga, magari sotto altro nome, o comunque una nuova disciplina capace di soddisfare gli obblighi europei.

Perché la lezione più inquietante del Rapporto ANAC è che, quando la corruzione diventa sistema, abbassare le difese, come hanno fatto Meloni e Nordio, non è garantismo. È lasciare la porta aperta ai corrotti e ai corruttori.

Nell’immagine: Giorgia Melon si loda a Bari


Come rubare un emisfero

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Questa analisi del sito Reactionary.international, che sorveglia le attività delle destre internazionali, mostra bene le pratiche di manipolazione dei sistemi democratici attraverso l’uso di sistemi tecnologici (IA compresa) e della collusione con i mezzi di informazione. Pur analizzando quanto avvenuto e avviene tuttora in Sudamerica, non c’è motivo di credere che manipolazioni del genere non siano una realtà anche per Paesi a noi più vicini. Per ragioni di lunghezza riportiamo solo una parte del testo, che è disponibile per intero nel sito originale [ndr]


La sera del 10 febbraio 2026, Fernando Cerimedo è salito sul podio a Mar-a-Lago in occasione dell’Hispanic Prosperity Gala. L’evento, organizzato da un’organizzazione che si autodefinisce Latino Wall Street, prevedeva un intervento video del presidente argentino Javier Milei e la presenza in persona della presidente di Madrid, Isabel Díaz Ayuso. Cerimedo — cittadino argentino residente in Bolivia — ha ricevuto il premio come «Consulente politico ispanico dell’anno».

Durante il suo discorso, Cerimedo è passato all’inglese per ringraziare Brad Parscale, l’ex responsabile della campagna elettorale di Trump. «Grazie per aver creduto in me per tutto questo tempo», ha detto, «e per avermi fornito la vostra tecnologia». Noto per la sua attività di consulenza di alto livello in tutta l’America Latina, The Economist gli aveva attribuito un soprannome: «l’uomo del MAGA in America Latina». Altri lo hanno definito lo Steve Bannon latinoamericano.

Ma appena sei mesi dopo quel gala a Mar-a-Lago — all’aeroporto internazionale Viru Viru di Santa Cruz de la Sierra — la polizia boliviana ha arrestato Cerimedo con l’accusa di femminicidio mentre si preparava a imbarcarsi su un volo per Buenos Aires con una borsa piena di contanti.

La notte prima, due uomini travestiti da corrieri di cibo a domicilio avevano sparato a Nadia Beller, un’avvocatessa e attivista politica boliviana di 33 anni. Era incinta di quattro settimane del figlio di Cerimedo. Era stata attirata in un hotel di Santa Cruz con un messaggio anonimo che prometteva informazioni compromettenti sull’ex presidente Evo Morales. Gli aspiranti assassini hanno sparato tre colpi a bruciapelo, hanno rubato i suoi effetti personali, e sono fuggiti su una moto rubata quando la loro non è riuscita ad avviarsi. È sopravvissuta e, dal suo letto d’ospedale, ha iniziato a parlare.

La sua testimonianza ha ora scatenato uno scandalo che continua a propagarsi in tutta l’America Latina — anche se è rimasto in gran parte ignorato dalla stampa mainstream statunitense. Oggi, il suo racconto minaccia di far cadere i governi di destra in tutta la regione — governi che sono stati portati al potere dalle tattiche criminali di Cerimedo.

Ma sebbene Cerimedo sia senza dubbio uno dei principali protagonisti di questo gioco, non ne ha né stabilito le regole né dominato il campo di gioco. Sia individui che istituzioni negli Stati Uniti e in Israele — i nodi nazionali chiave dell’Internazionale Reazionaria — hanno investito massicciamente in questo riallineamento politico, consentendo ad agenti come Cerimedo di operare efficacemente in tutta la regione.

Tirare le conclusioni dal caso Cerimedo significa quindi vedere la vera architettura della nuova Operazione Condor: consulenti politici che fungono da strumenti della politica statale imperialista, con l’amministrazione Trump che utilizza i propri burattini per minare sistematicamente la democrazia in tutto l’emisfero occidentale.

All’interno della moderna macchina elettorale

Il tipo di attività svolta da Cerimedo non è storicamente senza precedenti. Consulenti stranieri come Parscale e Cerimedo operano in America Latina da oltre mezzo secolo, e il flusso di operatori politici latinoamericani tra i vari paesi non è un fenomeno nuovo.Sebbene molti paesi latinoamericani abbiano leggi che limitano il “denaro oscuro” non regolamentato, sia straniero che nazionale, nelle campagne elettorali — proprio come le loro controparti statunitensi —, tali norme presentano scappatoie sfruttabili o vengono raramente applicate. Inoltre, in passato è stato regolarmente scoperto che alcuni operatori politici avevano legami con élite nazionali corrotte o reti criminali.

Ciò che è cambiato radicalmente è che operatori come Cerimedo hanno ora accesso alle più recenti tecnologie per le campagne elettorali provenienti dagli Stati Uniti, le quali, anziché basarsi su tattiche mediatiche come le generazioni precedenti, si avvalgono degli strumenti del marketing e dei dati per rendere più efficaci altre strategie. Gli Stati Uniti spendono più di qualsiasi altro paese per le campagne elettorali; le sole elezioni federali del 2020 e del 2024 hanno registrato una spesa di circa 15 miliardi di dollari, con almeno 1,9 miliardi destinati alla pubblicità online. Gli esperti americani investono milioni nella ricerca di dettagli apparentemente banali — come il modo in cui la formattazione delle e-mail influisce sui tassi di donazione — ottenendo operazioni straordinariamente raffinate. Pertanto, gli americani non possiedono alcun vantaggio intrinseco né una conoscenza innata. Si tratta piuttosto, fondamentalmente, di una questione di risorse: hanno semplicemente accesso a un capitale di gran lunga superiore rispetto alle loro controparti internazionali, il che permette loro di perfezionare i propri metodi in modo più approfondito.

Il sistema nervoso centrale di una campagna: il database

L’elemento fondamentale dell’infrastruttura delle campagne moderne che Cerimedo e Brad Parscale hanno implementato è un database della campagna, nel loro caso Campaign Nucleus. Funziona come un sistema di gestione delle relazioni con i clienti, simile a quelli utilizzati nel mondo degli affari, consentendo alle campagne di consolidare e gestire tutti i dati relativi agli elettori e ai membri in un’unica sede centralizzata.

Questi database possono segmentare gli elettori in base alla zona geografica, all’età, alla storia di voto e a numerose altre variabili. Una campagna può facilmente identificare, ad esempio, gli elettori maschi di età compresa tra i 18 e i 26 anni in una regione specifica che sono stati membri attivi del partito per due anni, per poi inviare tale elenco agli organizzatori di eventi che pianificano iniziative di sensibilizzazione rivolte ai giovani sostenitori di sesso maschile.

In confronto, molti partiti si affidano ancora a fogli di calcolo per la gestione dei membri, collegati solo a servizi di posta elettronica in grado di inviare e-mail con funzionalità aggiuntive minime. Laddove tali partiti dispongono di database, in genere replicano la tecnologia statunitense o acquistano piattaforme direttamente da aziende americane.

Dati sugli elettori: cosa sanno di te le campagne elettorali

Con un database operativo, le campagne possono estrarre dati da molteplici fonti per costruire profili dettagliati degli elettori: registri pubblici di affiliazione ai partiti, liste elettorali, attività di propaganda porta a porta e database commerciali. Questa combinazione consente alle campagne di modellare il comportamento di voto individuale con notevole accuratezza, un servizio che Brad Parscale offre tramite Campaign Nucleus.

La profondità dei dati disponibili è sbalorditiva. Questi profili utilizzano dettagli personali intimi quali l’orientamento sessuale, l’etnia, la situazione finanziaria e persino il possesso di animali domestici. E questi dati non vengono utilizzati solo dagli operatori politici; anche i broker di dati commerciali creano profili simili. McDonald’s, ad esempio, ha compilato un dossier di 500 pagine su un singolo cliente per prevedere i futuri modelli di consumo. E questo tipo di dati viene utilizzato dalle campagne elettorali per capire per chi è più probabile che tu voti.

Cambridge Analytica operava proprio in questo ambito. L’unica differenza era che attingeva dati da Facebook senza il consenso degli utenti. Eppure decine di aziende concorrenti offrono servizi simili, e i dati di Facebook non sono stati significativamente più utili alla campagna di Trump del 2016 rispetto ai dati analoghi a disposizione della Clinton. Lo scandalo Cambridge Analytica è stato semplicemente una rivelazione precoce e parziale di come funzionano effettivamente le moderne campagne elettorali americane.

Attraverso Campaign Nucleus, Brad Parscale può elaborare costosi profili degli elettori, tuttavia in un modo che non è fondamentalmente diverso dai database di marketing commerciale. L’innovazione non risiede nella raccolta dei dati, ma nella loro applicazione: la stessa infrastruttura utilizzata per vendere automobili viene ora impiegata per promuovere i candidati. E operatori come Cerimedo sono tra i primi a utilizzare questi database per le elezioni in America Latina.

Targeting: identificare e persuadere gli elettori

Queste variabili vengono analizzate e inserite in un modello predittivo che identifica due gruppi prioritari: i sostenitori convinti del partito che votano in modo incostante e gli elettori costanti che possono essere persuasi a schierarsi dalla propria parte. Questi modelli si basano su dati demografici e sono quindi imperfetti; potrebbero classificare erroneamente alcuni elettori, ma è proprio per questo che le informazioni vengono attinte da fonti multiple. Sebbene i punteggi forniscano solo indicazioni approssimative, consentono alle campagne elettorali di escludere persone che, ad esempio, hanno una probabilità del 95% di essere ostili al proprio partito.

Si consideri un uomo di 57 anni, proprietario di armi da fuoco, con un passato di servizio militare, residente in una zona conservatrice, che ha fatto donazioni al partito ma vota in modo incostante. Un elettore del genere verrebbe probabilmente preso di mira dai promotori conservatori, poiché una visita porta a porta garantirebbe probabilmente che si rechi alle urne. Al contrario, una studentessa universitaria di 23 anni che vive nella stessa famiglia verrebbe probabilmente ignorata del tutto, poiché un coinvolgimento sarebbe improduttivo data la sua probabile inclinazione verso sinistra, in linea con la tendenza globale delle giovani donne a propendere per la sinistra.

Naturalmente, determinare quali elettori prendere di mira è solo metà della battaglia; la domanda diventa quindi: quale messaggio è più efficace? È qui che entrano in gioco le analisi. Consulenti come Brad Parscale utilizzano sondaggi, focus group e test A/B sugli annunci online per valutare cosa riscuote maggiore riscontro. Misurando le risposte attraverso vari indicatori, le campagne possono perfezionare i propri messaggi e identificare quali approcci funzionano meglio.

Grazie a un solido database degli elettori e all’analisi dei dati, le campagne possono anche personalizzare i messaggi per specifici sottogruppi. Un programma di direct mail o online potrebbe rivolgersi agli elettori più giovani con messaggi ambientali (sulla base di dati dei sondaggi che dimostrano come questo tema trovi riscontro in quella fascia demografica), mentre gli elettori sindacalizzati ricevono messaggi su salari e condizioni di lavoro. Esistono inoltre prove che questo targeting sia stato utilizzato per scopi più loschi nelle elezioni latinoamericane.

Creare consenso: influencer, bot e amplificazione artificiale

La pubblicità online offre uno dei metodi di targeting più convenienti, in particolare quando si sfruttano le analisi dei dati. In questo contesto, il marketing degli influencer è emerso come una strategia fondamentale: le campagne si affidano sempre più a personalità online per amplificare il proprio messaggio. Negli Stati Uniti, le principali campagne pagano abitualmente decine di migliaia per ogni post di un influencer per raggiungere il proprio pubblico, poiché gli elettori si fidano delle persone che seguono ogni giorno online piuttosto che delle parole di un porta a porta qualsiasi. Ecco perché il marketing degli influencer è diventato onnipresente online: perché è efficace. A volte, i destinatari potrebbero persino non rendersi conto di stare guardando una pubblicità. E l’azienda di Parscale, Influencable, si dedica proprio a questo tipo di attività.

Ma oltre a sfruttare la portata organica, è possibile amplificarla artificialmente. Gli annunci a pagamento sui social media funzionano, ma sono costosi e contrassegnati come pubblicità. Brad Parscale offre servizi di ottimizzazione e coordinamento per aumentare la portata degli influencer conservatori. L’alternativa più schietta — e uno dei servizi offerti da Cerimedo — sono i bot. In un’intervista del 2023, ha affermato di gestire oltre 50.000 account bot, il che gli permette di simulare un coinvolgimento organico.

Tuttavia, i post provenienti da account casuali su Twitter o Instagram sono considerati meno attendibili rispetto a un sito di notizie ufficiale. Ecco perché Cerimedo ha creato La Derecha Diario (La Destra Quotidiana). Le persone percepiscono i contenuti provenienti da un sito web simile a un giornale come più attendibili rispetto a un post casuale sui social media. Il formato della testata, il suo nome, il suo design e un titolo sovrapposto a un’immagine conferiscono un’apparente autorevolezza.

Negli ultimi anni, Cerimedo e La Derecha Diario hanno in parte aggiornato la strategia: video modificati in modo ingannevole con didascalie fuorvianti, o immagini con titoli sovrapposti, progettati per apparire come notizie autentiche. L’obiettivo è la condivisibilità. Quando il contenuto viene condiviso nelle chat di gruppo familiari, anziché essere trattato come pubblicità a pagamento, le persone lo accettano più prontamente. Sembra una notizia vera, quindi credono che lo sia.

Un post con un milione di “mi piace” si diffonde ulteriormente e conferisce credibilità; se un milione di persone lo ha apprezzato, si ragiona, deve essere vero, e le notizie false, se amplificate a sufficienza, possono influenzare le convinzioni.

Automatizzare la persuasione: l’uso dell’IA nelle campagne elettorali

Oltre alla manipolazione dei social media, i servizi di IA rappresentano un’offerta chiave nel portafoglio di Brad Parscale. La sua azienda, Eyes Over, sostiene di offrire un monitoraggio dei social media basato sull’IA, un servizio a cui le campagne elettorali hanno accesso da tempo e che è del tutto possibile realizzare senza ricorrere a grandi modelli linguistici. Sebbene l’IA possa sicuramente potenziare tali strumenti elaborando in modo concreto grandi volumi di dati non strutturati, queste capacità erano in gran parte già presenti prima della recente diffusione del marchio “IA”.

Parscale ha tuttavia sviluppato altri utilizzi per l’IA. Tra questi vi è un sistema di campagne di invio di SMS di massa basato sull’IA. Tradizionalmente, le persone inviano manualmente migliaia di SMS e rispondono utilizzando un linguaggio prestabilito dalla campagna. La sua versione elimina la necessità di risposte manuali da parte degli operatori, automatizzando le risposte con messaggi generati dall’intelligenza artificiale e rendendo l’operazione molto più fattibile su vasta scala. In particolare, Parscale ha creato siti web ottimizzati per essere utilizzati da grandi modelli linguistici come ChatGPT e Claude con messaggi filoisraeliani, modificando successivamente le loro risposte alle richieste degli utenti.

E sebbene non vi siano prove che Parscale offra questi servizi, permangono questioni più ampie sull’uso delle campagne basate sull’IA, come la creazione di deepfake per diffondere notizie false e persino la più generalizzata “slopaganda”, in cui l’IA viene utilizzata per produrre immagini e video destinati a suscitare rabbia e provocare una reazione.

Tuttavia, l’efficacia non deriva da tattiche isolate, ma dalla loro integrazione, poiché queste tattiche si alimentano a vicenda. Non dovrebbero essere considerate «brain hacking», né questi strumenti possono cambiare radicalmente le opinioni politiche di qualcuno. Eppure sono innegabilmente efficaci. Integrati tra modellizzazione degli elettori, mobilitazione degli influencer e manipolazione algoritmica, questi strumenti possono influenzare i risultati elettorali in modi che rimangono difficili da individuare o tracciare. L’impatto diventa particolarmente marcato in scenari asimmetrici: quando una parte impiega questi strumenti in modo aggressivo mentre l’altra non lo fa, il vantaggio può rivelarsi determinante. Questo è esattamente ciò che Cerimedo e Parscale possono offrire.

Israele: il nodo eccezionale nella rete

Ma mentre questi strumenti possono essere utilizzati da attori semiprivati come Cerimedo e Parscale, vi sono anche prove evidenti che anche attori statali siano stati disposti a ricorrervi. Uno degli esempi più lampanti è Israele, che ha fatto della costruzione di influenza tra la destra latinoamericana uno dei suoi principali obiettivi di politica estera.

Israele è stato uno dei primi paesi a importare sistematicamente consulenti elettorali americani e ad adottare il modello elettorale statunitense, ingaggiando per decenni famosi membri dello staff elettorale, con il primo caso noto che risale addirittura al 1977. L’allineamento strategico tra i due paesi si è naturalmente esteso alle loro operazioni politiche. Oggi nessun partito politico israeliano è considerato «serio» senza competenze americane al proprio interno.

Tuttavia, gli israeliani hanno sviluppato una propria cultura della consulenza, e questi attori sono stati coinvolti nella sua politica estera per decenni. I leader politici di paesi come la Serbia, la Grecia, l’Albania, e l’Ucraina si sono avvalsi di consulenti legati al governo israeliano. Esistono senza dubbio molti altri accordi di questo tipo che rimangono segreti.

Israele ha inoltre sviluppato un vasto ecosistema di aziende private e istituzioni parastatali per esercitare la propria influenza. Nel marzo 2026, un’azienda di social media filoisraeliana ha preso di mira «La France Insoumise», un partito di sinistra filopalestinese, durante le elezioni locali nel paese. Successivamente si è scoperto che la stessa società era attiva anche nella corsa alla carica di sindaco di New York (vinta da Zohran Mamdani), nelle elezioni scozzesi e nelle competizioni elettorali in Togo e in Angola. Più o meno nello stesso periodo, Black Cube, una società di intelligence israeliana, è intervenuta nelle elezioni slovene — il cui governo era uno dei più filopalestinesi d’Europa — sorvegliando il primo ministro in carica per ottenere materiale compromettente. La stessa società ha preso di mira anche il presidente di Cipro, una nazione di importanza strategica per Israele.

Sebbene non sia chiaro quanto lo Stato israeliano sia coinvolto in queste operazioni, dato che tali società possono essere ingaggiate privatamente, il governo israeliano mantiene comunque un controllo sulle loro attività e può bloccarle se non sono in linea con gli interessi dello Stato. La sua capacità di monitorare e fermare tali operazioni suggerisce, come minimo, un’approvazione tacita.

Inoltre, lo Stato ha la possibilità di finanziare direttamente queste campagne. Attualmente, Israele stanzia circa 730 milioni di dollari all’anno per l’hasbara, il termine che utilizza per indicare le campagne di influenza. Negli Stati Uniti, ha convogliato milioni a Brad Parscale per mantenere gli elettori di Trump su una posizione filoisraeliana e sta spendendo altri milioni in pubblicità mirata agli elettori evangelici. Questa spesa statunitense rappresenta solo una frazione delle risorse disponibili di Israele per l’hasbara. Di fronte al crescente isolamento internazionale, Israele ha sistematicamente cercato nuovi alleati attraverso vari mezzi, con un’attenzione strategica alla costruzione di relazioni con i movimenti di estrema destra, in particolare in America Latina.

Segue un’analisi dettagliata sulla situazione in diversi paesi, che tralasciamo [ndr]

Conclusione

Sebbene molto rimanga ancora da scoprire — e le indagini pubbliche in paesi come il Cile riveleranno senza dubbio ulteriori dettagli — il quadro generale è già chiaro: un bugiardo seriale diventato esperto di marketing che si è proposto come specialista nelle campagne sui social media, ricorrendo a bot e altre misure manipolative per amplificare la propria influenza. Queste competenze, insieme al legame con Javier Milei, lo hanno reso abbastanza prezioso da essere reclutato da consulenti elettorali legati all’apparato statale statunitense, che lo hanno utilizzato nell’ambito della loro guerra su più fronti contro la sinistra latinoamericana, nella speranza di trasformare la regione sotto l’egemonia degli Stati Uniti.

Ma permangono diverse domande cruciali. Cerimedo ha affermato di lavorare gratuitamente per clienti di spicco come Rodrigo Paz, ma allo stesso tempo ha dichiarato che ingaggiarlo era costoso. Il denaro proveniva da qualche parte. Ha riferito di guadagnare quasi un milione di dollari al mese grazie al suo lavoro, e si è scoperto che 44 milioni sono transitati attraverso un portafoglio bitcoin di proprietà di Cerimedo, una somma paragonabile ai contratti dichiarati da Parscale negli Stati Uniti per conto di Israele.

In particolare, siamo a conoscenza del lavoro di Parscale per conto di Israele solo perché la legge statunitense ne impone la divulgazione. Poiché il governo israeliano stanzia annualmente 730 milioni di dollari per le operazioni di Hasbara 34 e ha dimostrato un chiaro interesse nell’insediare governi filo-israeliani in tutta l’America Latina, è del tutto plausibile che alcune di queste risorse vengano impiegate nella regione. La biografia su Twitter di Fernando Cerimedo offre un indizio rivelatore: mostra le emoji delle bandiere di cinque paesi: la sua nativa Argentina, la Bolivia, l’Honduras, gli Stati Uniti e Israele.

Il suo arresto potrebbe alla fine accelerare il crollo anticipato della presidenza di Rodrigo Paz, data la profonda interconnessione di Cerimedo con il governo. Certamente, Cerimedo non è mai stato eletto dal popolo. Tuttavia, se ciò dovesse semplicemente innescare elezioni anticipate, ben poco impedirebbe alle stesse forze che hanno manipolato le ultime elezioni boliviane di ripetere il processo.

I governi che intendono proteggere la propria democrazia devono ora regolamentare l’ecosistema di influencer a pagamento, bot e dati utilizzati come arma contro i processi democratici, assicurandosi che questi attori stranieri non possano intervenire con la stessa facilità. I governi potrebbero, ad esempio, attuare alcune misure normative semplici, come vietare i pagamenti agli influencer che sostengono governi o interessi stranieri.

Ma se Cerimedo dovesse uscire dalla scena politica, gli attori parastatali israeliani e americani — Parscale, Black Cube, Black Core e altri — rimarranno, conservando l’accesso agli stessi strumenti di marketing e alle liste elettorali che hanno reso più efficace il lavoro di Cerimedo. L’unica differenza è che dovranno trovare un nuovo partner locale attraverso il quale poter vendere i propri strumenti e sostenere le loro posizioni.

Sebbene Cerimedo avesse coltivato una rete di bot e costruito un’influenza concreta attraverso un apparato di disinformazione di destra incentrato su La Derecha Diario, la sua stessa ammissione ha rivelato la verità fondamentale: la tecnologia e il supporto operativo provenienti dagli Stati Uniti si sono rivelati di gran lunga più efficaci dei suoi sforzi personali.

Come affermava nel suo annuncio della partnership con Brad Parscale: «L’arrivo di Campaign Nucleus e Eyes Over nella regione potrebbe rivoluzionare le campagne elettorali in America Latina». Cerimedo potrebbe essere messo da parte e la sua rete di bot potrebbe diventare inattiva, ma Parscale può facilmente trasferire questa infrastruttura a un altro operatore. Eyes Over stessa possiede capacità di rilevamento dei bot, quindi non è che il lavoro di Cerimedo sia unico o particolarmente degno di nota. Era semplicemente il volto incaricato della sua implementazione in tutta l’America Latina.

Considerando quanto profondamente questa rete sia integrata nell’apparato statale americano, Cerimedo non va inteso come l’artefice di questa strategia, bensì come una pedina dell’ultima incarnazione della Dottrina Monroe. Se dovesse diventare solo il capro espiatorio, la rete continuerà a minare la democrazia senza ostacoli. La vera minaccia non risiede in un singolo uomo, ma nel sistema che lo ha prodotto. E continuerà a produrne altri, anche se Cerimedo dovesse trascorrere il resto dei suoi giorni a marcire in prigione.


Trump, show a Dallas per sbancare le Midterm: “Se vinciamo, 5mila dollari a tutti gli americani”

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Di Alberto Simoni, La Stampa

DALLAS. «In 55 giorni gli americani andranno a votare in una delle più importanti elezioni della nostra storia. Il vostro voto deciderà se il Paese inciamperà ai blocchi di partenza dei suoi prossimi 250 anni, oppure se balzerà in avanti senza mai più voltarsi indietro». Donald Trump chiude la prima serata della Convention per le Midterm– una prima volta assoluta nella storia Usa – chiamando il suo popolo alla mobilitazione.

Tiene un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas, (l’arena dei Mavericks dell’Nba) in cui salta dalla partitura del teleprompter all’improvvisazione in cui snocciola battute e aneddoti come fosse in un rally. E in fondo questa Convention è un’estensione di un mega comizio, a condirlo ci sono gli interventi di alti big e personalità repubblicane.

Se la partecipazione misura l’entusiasmo e anticipa la mobilitazione repubblicana in vista delle Midterm, qualche brivido deve essere corso fra le file del Gop. Un’ora prima dell’intervento del presidente l’arena piena al 60 per cento, il terzo anello deserto. Quando parla il leader la percentuale si alza di poco e gli spazi vuoti colpiscono. Trump finge di non vederli.

Lo schema lungo il quale si muove il presidente è quello previsto: dipingere le prossime elezioni come la contrapposizione fra cui ha «un’agenda che distrugger le finanze e ha portato a quattro anni di disastri e morto sotto la gestione di Sleepy Biden» e chi invece «vuole finire il lavoro iniziato nei più grandi primi due anni della storia della presidenza». In sintesi, dice Trump, la scelta è semplice: «consegnare il futuro dell’America alla sinistra radicale o votare repubblicano e lasceremo il mondo mangiare la polvere per le generazioni a venire».

È il canovaccio su cui si snoda tutto il discorso con il presidente che ha riassunto “i successi” della sua Amministrazione, dagli ingressi di illegali dal confine Sud azzerati; al grande taglio delle tasse contenuto nel Big Beautiful Bill approvato lo scorso anno; alla riduzione del prezzo dei farmaci; alla fine delle tasse sul lavoro straordinario, sulla social security e sulle mance; alle tariffe che hanno riportato lavoro negli Usa e a 19mila miliardi di investimenti dall’estero. Tutte cose, spiega Trump, che «non avrei fatto senza l’aiuto dell’incredibile maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato».

È questo schema che deve ripetersi quindi la sera del 3 novembre quando gli americani si saranno espressi nelle elezioni di Midterm.

Quando Trump parla da un’ora, consegna al pubblico, “la notizia”. Che è una promessa: quella di destinare 5mila dollari in dividendi per ogni adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza al congresso. Unica condizione – precisa – è che i soldi siano spesi negli Stati Uniti.

È il tentativo, molto concreto, di corteggiare una fetta di elettori ben più ampia della sua base Maga che ancora lo adora (popolarità al 90%) e cercare voti fra gli indipendenti e i moderati.

Trump ha dipinto gli avversari democratici – oltre che con il nomignolo coniato di recente di “Dumbcrats” – come radicali estremisti di sinistra, ormai andati ben oltre il socialismo e appiattiti su una agenda comunista. Sono iperboli retoriche, che hanno però buon gioco e semplice utilizzo. In quasi tutti gli interventi della prima giornata della Convention infatti gli oratori hanno evidenziato la svolta “comunista” dei democratici.

Oltre a battute e gestualità che hanno strappato risate e boati, Trump è stato anche molto concreto nell’indicare quali sono i bersagli su cui ci si deve concentrare per mantenere la maggioranza repubblicana. Il Senato soprattutto dove i pericoli vengono da Texas, North Carolina e Michigan. Ha citato i rivali Roy Cooper, James Talarico e Abdul El Sayed e chiesto di sostenere i repubblicani per i quali ha aggiunto è pronto a fare campagna elettorale e a visitare gli Stati in bilico “non una ma più volte”. Di fatto l’annuncio che i prossimi 55 giorni, la sua presidenza diventerà itinerante e che comizi ve ne saranno molti a sostegno dei candidati “pericolanti” del Gop.

Questa sera Trump farà il bis, chiuderà la due giorni di lavoro ma «non ripeterò le stesse cose, sarò breve, dirò che vi voglio bene».

Il duello delle Midterm è ormai partito, i termini della sfida ormai delineati. Se il messaggio della Convention sarà efficace e avrà perforato le resistenze dei moderati scettici sulla direzione del Paese lo si capirà però solo il 3 novembre.


IA, le dimissioni shock del ricercatore di Anthropic: “Così è a rischio l’umanità”

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Di Federico Ferrazza, La Repubblica

Jacob Coxon ha 27 anni ed è un informatico britannico. Si occupa di pre-addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. In altre parole, somministra enormi quantità di dati agli algoritmi cosicché questi possano imparare a essere autonomi per eseguire un compito qualsiasi: la scrittura di un testo, la realizzazione di un video, una decisione aziendale e così via.

Coxon lavora in Anthropic, uno dei colossi statunitensi dell’IA. O meglio: lavorava. Sì, perché ieri ha annunciato le sue dimissioni con una serie di post sul social X, l’ex Twitter. L’informatico ha motivato così la sua decisione: «Ho trascorso gli ultimi tre anni sia in OpenAI (l’azienda di ChatGpt, ndr) che in Anthropic. Nessuna delle due sta agendo responsabilmente. Stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. Presto l’IA sarà in grado di hackerare qualsiasi cosa e rivoluzionare ogni campo dall’oggi al domani. Le persone che costruiscono questa tecnologia pensano che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Un allarme che in queste ore sta facendo discutere molto. In tutto il mondo. Anche perché a rafforzare i timori di Coxon ci sono state, subito dopo le sue dimissioni, le dichiarazioni di chi Anthropic non l’ha (ancora?) lasciata. Un altro dirigente dell’azienda statunitense, Evan Hubinger, ha detto: «Jacob ha ragione, crediamo che l’IA potrebbe uccidere tutti gli esseri umani! Penso che ci sia più del 10% di probabilità entro il prossimo decennio. Anthropic sta facendo del suo meglio per scongiurare questa eventualità, ma non abbiamo ancora un piano e non siamo sulla strada giusta per farlo».

Il caso di Coxon non è isolato. Negli ultimi tempi in molti hanno assunto toni apocalittici parlando di IA. Alla fine di agosto il fondatore di Microsoft, Bill Gates, in una intervista al New York Times aveva parlato delle sue paure degli algoritmi: dalla disoccupazione di massa al bioterrorismo. Parole che a loro volta avevano seguito quelle di Sam Altman (fondatore di OpenAI), Dario Amodei (Anthropic) ed Elon Musk (xAI). Che, con argomenti diversi, hanno detto la stessa cosa: si sta costruendo la tecnologia più importante della Storia; ma al tempo stesso quella stessa tecnologia potrebbe diventare incontrollabile. E letale per l’umanità.

L’aspetto curioso, e per certi versi inquietante, è però che sono proprio coloro che sviluppano IA a metterci in guardia. Per questo molti osservatori sostengono che si tratti anche di una precisa strategia di marketing. Soprattutto per aziende, come OpenAI e Anthropic, prossime alla quotazione in borsa. Perché più a una tecnologia si riconosce potere, più aumenta il valore di chi la sta costruendo.

Ma, al netto delle mosse tattiche di questi colossi e delle previsioni di una fine del genere umano entro quattro anni, ci sono degli elementi che non possono essere sottovalutati. Primo perché nessun laboratorio ha ancora risolto il problema dell’allineamento, cioè la garanzia che un’IA segua sempre e alla lettera le intenzioni umane. Lo stiamo vedendo con i sempre più frequenti attacchi hacker “autonomi”, cioè quando i software sfuggono al controllo dei loro programmatori. E poi c’è la corsa, sempre più veloce, alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (Agi), quella teoricamente in grado di simulare e superare quella umana. Che, nonostante gli allarmi delle aziende, nessuno vuole rallentare per una banale questione di competizione. OpenAI corre perché Anthropic corre, e viceversa. Ed entrambe guardano alla Cina: decelerare significherebbe lasciare il vantaggio a concorrenti meno scrupolosi di paesi peraltro “nemici”. È il vecchio paradosso della corsa agli armamenti applicato all’IA: a parole nessuno vuole accelerare, ma nessuno può permettersi di rallentare per primo.

Come se ne esce? Servirebbero soggetti terzi forti, esterni quindi alle aziende, che siano in grado di autorizzare o meno lo sviluppo o l’ingresso sul mercato delle IA. Autorità che non dovrebbero prevedere la partecipazione degli stessi colossi tecnologici, come invece loro chiedono. Fare, insomma, come accade per altri settori industriali: per esempio, quello farmaceutico, dove le aziende non decidono da sole cosa vendere. Ci sono controlli indipendenti, autorizzazioni su più livelli, verifiche degli Stati.

E poi si dovrebbe abbandonare il racconto di una tecnologia capace di distruggere l’umanità. Non aiuta a comprendere quali sono i rischi reali. L’IA non ci spazzerà via da questo pianeta ma potrebbe concentrare il potere economico nelle mani di poche aziende; precarizzare gran parte del lavoro; aiutare a manipolare l’informazione; rendere più efficaci cyberattacchi e criminalità; facilitare la progettazione di armi, anche biologiche; aumentare la sorveglianza; automatizzare le decisioni che riguardano diritti e libertà. Gli scenari alla Terminator lasciamoli ai film. Iniziamo a occuparci delle questioni reali.

Nell’immagine: Jacob Coxon


Per la guerra contro la volontà popolare

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Complimenti alla Commissione della gestione del Nazionale che è, finalmente, uscita dal letargo. Si è infatti accorta, dopo anni di studio, che il prezzo dei 36 caccia non era fisso, come annunciato dalla vecchia capa della Difesa Viola Amherd.

Una vergogna che la Commissione giunga solo ora a capire lo scandalo del Dipartimento della Difesa, i cui vertici sono tutti scappati, per cercare di salvarsi. Già nel 2022, quattro anni fa, il Controllo federale delle finanze (CDF) – uno dei pochi uffici che funziona a Palazzo – aveva affermato che dal punto di vista svizzero non esisteva una garanzia giuridica di un prezzo d’acquisto fisso nel senso di un importo forfettario.

Sono anni che diciamo che gli scandali del Dipartimento della Difesa devono essere indagati da una Commissione parlamentare d’inchiesta. Abbiamo un Parlamento federale che, in nome del riarmo, accetta scandali che avrebbero dovuto mandare a casa Amherd e i suoi gallonati incapaci.

Ma non è finita. C’è anche chi, diabolicamente, persevera.

Mentre Blocher e camerati cospargono la Svizzera di manifesti che inneggiano al “No alla guerra”, per sostenere l’ipocrita iniziativa che con la finta scusa della neutralità vuole introdurre nella Costituzione un articolo che garantisca il riarmo svizzero, l’Unione democratica di centro, seguita dai fedeli portaborse liberali, propone di aumentare la spesa per gli F-35, ormai conosciuti più per i difetti che per le doti tecniche.

Ricordiamo che il popolo svizzero ha votato un credito massimo di sei miliardi di franchi per l’acquisto dei caccia. Si prevedeva di acquistarne 36, ma gli americani hanno aumentato il prezzo. E quindi il Dipartimento della difesa ha deciso di acquistarne “solo” 30. Inutili, comunque, visto che ormai le guerre in corso dimostrano che sono più importanti i droni e i sistemi di difesa anti missili.

Ora, aggirando la decisione popolare, UDC e PLR chiedono di stanziare 1’044 milioni di franchi in più per poter acquistare 36 jet. Il tema verrà trattato il 15 settembre al Nazionale. Nel frattempo, un rapporto del Governo degli Stati Uniti ha rivelato in agosto che dal 2027 il prezzo degli F-35 potrà aumentare ancora, perché sarà necessario spendere di più per gli aggiornamenti tecnici di questi pozzi senza fondo.

Si conferma così, prima della votazione del 27 settembre, che lo scopo dell’UDC non è rafforzare la neutralità, ma spendere di più per il riarmo, beffando la volontà popolare. Vedremo se la scoperta della Commissione della gestione sul falso prezzo fisso degli F-35 scombussolerà i piani di UDC e PLR.

Aggiungiamo la recente notizia che riguarda i sistemi di difesa Patriot, acquistati dal nostro esercito dagli Stati Uniti. Alla decisione d’acquisto la spesa prevista ammontava a due miliardi di franchi, ma alla fine potrebbero costare fino a sette miliardi. Ma la vera fregatura è che non si sa quando i Patriot arriveranno in Svizzera. Secondo il capo di armasuisse, non prima del 2032!  E, tanto per cambiare, si sono già pagati centinaia di milioni di franchi in anticipo. Per la difesa aerea si prevedono investimenti dell’ordine di 20 miliardi di franchi. La consigliera agli Stati socialista Franziska Roth definisce i 20 miliardi “una quantità di denaro assurda”, perché “non abbiamo bisogno né dei Patriot né di un secondo sistema”. “Il Consiglio federale – ha detto Roth – ha fissato le priorità sbagliate”, trascurando la protezione della popolazione civile e il sistema sanitario.

Infatti, le spese per il riarmo saranno stanziate anche grazie ai tagli al sociale, alla formazione, alla ricerca, alla protezione dell’ambiente. Oltre a un  previsto aumento dell’IVA. Chi vota la fasulla iniziativa sulla neutralità contribuisce a confermare questa politica antisociale e bellicista. E gli ingenui comunisti che la sostengono facendosi incantare da Blocher diventano, come avrebbe detto Lenin, “utili idioti”.

Finiamo in dolcezza con un paio di notiziette che fanno anche ridere per non piangere, come ci abitua il Dipartimento della Difesa. Come noto, uno dei piatti preferiti della galba grigioverde è Hörnli und Apfelmus, i cornetti di pasta con la purea di mele. L’esercito ha assegnato un appalto di 670 mila franchi all’azienda italiana Melinda per l’acquisto della purea di mele, scatenando l’ira dei produttori elvetici. L’Associazione svizzera frutta ha ricordato agli ingordi gallonati che l’esercito dovrebbe privilegiare i prodotti regionali e locali.

Altro appalto gastronomico, questa volta per 18,5 milioni di franchi, stanziati per acquistare da un’azienda estone razioni da campo nei gusti dolce, salato con carne e salato vegetariano. Piccolo dettaglio, sempre della serie ridere per non piangere: secondo Inside Paradeplatz tre anni fa la stessa ditta è stata bocciata dall’esercito estone perché il suo rancio è stato giudicato insoddisfacente per la scarsa qualità e il conteggio errato delle calorie.

Chiediamo a Chatgpt come mai l’esercito svizzero continua a collezionare fregature. Risposta:  “Se per “collezionare fregature” intendi perché negli ultimi anni l’esercito svizzero sembra inanellare acquisti costosi, ritardi e problemi di gestione, la sensazione non è campata in aria. Ma il punto interessante è che non è tanto l’esercito in sé a essere ‘incapace’: è soprattutto il sistema svizzero di approvvigionamento e decisione politica che sta mostrando parecchie crepe”.

Nell’immagine: altro che colombe


Debito USA, crisi del dollaro, grandi investitori e intervento politico

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Intervista di Alberto Deambrogio, Alternativa

Christian Marazzi, la nuova leadership della Federal Reserve si trova a operare in un contesto di fortissima pressione politica da parte dell’amministrazione Trump, che spinge per un controllo più diretto sui tassi d’interesse. Assistiamo, per un altro verso, a una pratica annunciata di Kevin Warsh che sembra ribadire i fondamentali della politica monetarista di sempre. Dove può portare questa tensione? Quali punti di ricaduta vedi?

In queste ultime settimane abbiamo assistito all’emergere di una contraddizione, o tensione come dici tu, tra la Fed e il Tesoro, tra Warsh e Bessent, che, di fatto, ha a che fare con il processo di trasformazione in divenire guidato dall’Intelligenza Artificiale (IA) e a tutto ciò che le sta attorno, in particolare gli immensi investimenti infrastrutturali nei data center. Certo, il triangolo debito pubblico-inflazione-tassi d’interesse è all’origine della confusione che abbiamo visto sui mercati dei Treasury americani, un mercato enorme e fondamentale per la conduzione della politica monetaria, che sta rapidamente perdendo la fiducia degli investitori, più in generale dei mercati. In agosto abbiamo assistito a un po’ di tutto.

Vediamo con ordine: per frenare la svalutazione dello yen, Bessent ha pensato bene di usare gli euro, non i dollari, e questo senza dire niente alla Bce. Roba da matti, che però segnala l’indifferenza americana verso il destino dell’Europa. Con questi euro si sono quindi acquistati yen, lo yen si è rivalutato un pochino, salvo poi dopo pochi giorni ritornare ai livelli di prima dell’intervento americano. Il senso dell’operazione statunitense era questo: evitare che la Banca centrale giapponese vendesse Treasury americani per, con i dollari così ottenuti, intervenire lei a sostegno degli yen.

In breve, per schermare il debito federale, per evitare la vendita dei titoli di Stati e quindi l’aumento dei rendimenti su questi titoli obbligazionari, Bessent ha cercato, con un atto di pirateria monetaria, di impedire l’aumento dei tassi soprattutto sui titoli a lungo termine. Col risultato brillante che: lo yen si è comunque svalutato e la Banca centrale giapponese sarà così costretta in qualche modo a vendere titoli americani (o di altri paesi, non si sa) o, come sta facendo, ad aumentare i suoi tassi di interesse (che però fanno rimpatriare capitali dagli Stati Uniti!); l’euro, dopo un indebolimento di breve tempo, è tornato ai suoi livelli ma, soprattutto, i rendimenti sui Treasury sono aumentati!

Naturalmente questo non è piaciuto a Warsh che si trova a dover garantire una politica di bassi tassi di interesse per il semplice fatto che è stato messo lì a capo della Fed da Trump per fare questo. Ai mercati la promessa di Bessent di rilanciare una politica di Quantitative Easing (QE) in settembre, cioè di nuovo con acquisti massicci di Treasury da parte dello Stato, non sembra aver fatto né caldo né freddo, infatti i rendimenti sui titoli a trent’anni sono aumentati in modo significativo, con conseguenze pesanti sul costo del debito. Sono aumentati perché gli investitori, a fronte di un debito pubblico che aumenta in conseguenza delle politiche fiscali neoliberiste di sgravi sugli alti redditi e di spesa militare crescente, oltretutto con un tasso di inflazione destinato a rimanere elevato per un bel po’ di tempo a causa della guerra infinita in Medio oriente, i mercati – dicevo – chiedono rendimenti elevati per investire denaro sul debito pubblico.

Tieni conto che non c’è solo il problema di garantire l’attrattività dei Treasury statunitensi, ma anche quella delle obbligazioni private emesse dalle società americane (grandi e piccole) per continuare ad investire sempre di più nell’IA. Investimenti che comportano un forte e crescente indebitamento privato. E poi, per non farsi mancare niente, ci sono di debiti pubblici di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che anche loro devono attrarre capitali per finanziare i loro debiti. La coperta dei grandi fondi di investimento è quindi tirata da diversi angoli.

Nel tuo lavoro hai spesso analizzato come la finanza penetri nella vita quotidiana delle persone. Oggi il governo del debito pubblico statunitense viaggia in parallelo con un’esplosione del debito privato e algoritmico dei cittadini. Di fronte alla strategia di Trump di espandere il deficit per finanziare deregolamentazione e tagli fiscali, come cambia la natura bioeconomica del debito americano? Questo modello può reggere nel lungo periodo senza provocare una crisi da “default sociale” o una rivolta delle classi sociali impoverite, intrappolate in un welfare sempre più finanziarizzato?

Fai conto che il 62% dei cittadini americani ha risparmio investito sul debito pubblico. Negli ultimi anni sono cresciuti molto i piccoli trader, con molti giovani alla ricerca di un po’ di soldi per far fronte al rincaro o anche solo per onorare i loro debiti contratti per studiare. Quindi la finanza permea la vita della maggioranza degli americani. Di fronte ai rischi di default finanziario di cui abbiamo appena parlato, ci sono le seguenti opzioni: o si cerca di ridurre il debito pubblico con l’aumento delle entrate, un tema questo neppure da toccare in questo periodo; o si spera (in realtà ci credono sempre in meno) nell’aumento della crescita indotto dagli investimenti nell’IA, ma questo farebbe aumentare i tassi di interesse per frenare l’aumento conseguente dell’inflazione; oppure si taglia la spesa sociale.

Naturalmente per l’amministrazione Trump è quest’ultima opzione quella migliore, ed è quello che secondo me succederà dopo le votazioni di novembre. La natura bioeconomica del debito americano si connota sempre in termini di povertà, povertà diffusa a causa di mancanza di accesso agli aiuti più immediati (foodstamps), ai servizi sanitari, agli spazi abitativi. Si sta passando dalla biopolitica alla tanatopolitica del debito pubblico, alla morte sociale per governare la vita. È prevedibile un’ondata di lotte sociali, di mobilitazioni contro il carovita, contro la proliferazione di data center nelle zone rurali, dove le comunità locali sono confrontate con la mancanza d’acqua tolta dai data center agli agricoltori e agli allevatori, contro la violenza dell’ICE contro i diritti degli immigrati.

Sta maturando una classe multiforme, una classe impossibile alla sintesi, alla riduzione all’Uno per la sua stessa composizione sociale e anche ideologica (la base MAGA, ad esempio, è fortemente contraria all’IA e ai data center). In questo senso si può parlare di possibile guerra civile.

Il debito USA è storicamente sostenuto dall’attività globale dei Treasury Bonds. Tuttavia, le spinte protezionistiche interne e a tendenza globale alla de-dollarizzazione (guidata dai BRICS+) rischiano di incrinare questo meccanismo. Qual è lo scenario di crisi internazionale più probabile nel medio termine? Ritieni che la Fed possa essere costretta a utilizzare il debito come vera e propria arma geopolitica, accettando il rischio di una frammentazione globale pur di salvaguardare la stabilità interna degli Stati Uniti?

La de-dollarizzazione è un processo in corso da più di vent’anni. Nel 2000 le riserve valutarie in dollari rappresentavano il 70%, ora il 58% (e anche meno, secondo alcuni studi). Ma è un processo lento che si gioca da una parte con la volontà dei paesi BRICS+ di creare una valuta internazionale alternativa e, dall’altra, con la capacità statunitense di continuare a governare il debito pubblico interno e quello estero (commerciale e bilancia dei pagamenti) con la cosiddetta “militarizzazione del dollaro” (weaponization) a furia di sanzioni, di misure tariffarie, di minacce verbali.

È qualcosa che non giova affatto alla stabilità del dollaro e del governo del debito pubblico. Proprio in questi giorni un fondo sovrano petrolifero norvegese ha deciso di liberarsi degli attivi in dollari, prevalentemente in Treasury. In un contesto di tensione sui mercati internazionali per attrarre capitali sui più diversi fronti, come abbiamo visto prima, la scommessa americana è sulle stablecoins, le valute digitali emesse da privati e legate (molto prevalentemente) al dollaro. Per legge questi strumenti monetari devono essere convertibili in un rapporto di uno a uno in dollari, e per garantire questa convertibilità le stablecoins si sono coperte da Treasury a breve.

Se un detentore di stablecoins vuole rendere liquido il suo attivo, ecco che gli Exchange (gli “uffici cambio”) lo asseconderanno con la vendita di Treasury per procurarsi dollari. Insomma, la partita si gioca tra sovranità monetaria pubblica, con la Bce che punta al lancio di una moneta digitale centrale pubblica, e sovranità monetaria privata, attraverso la proliferazione di monete digitali in qualche modo legate al dollaro. C’è anche da dire che se si vuole creare una moneta internazionale alternativa al dollaro, le vie sono due: o si instaura una vera moneta sovranazionale, come quella proposta da Keynes, il Bancor, e questo per evitare che una moneta nazionale funga da moneta internazionale, con tutti i vantaggi che questo ha comportato e continua a comportare (pagare le importazione con dollari e vendere il proprio debito ai detentori di dollari), oppure passare dal dollaro a qualche altra moneta nazionale, mettiamo lo yuan cinese.

A parte il fatto che i cinesi non hanno nessuna intenzione di aprire più di tanto i loro mercati finanziari, il problema sta nel manico. I cinesi hanno un surplus commerciale di oltre 735 miliardi di dollari da investire da qualche parte, di fatto sul debito pubblico americano. Questo surplus è ancora dovuto all’esportazione verso gli Stati Uniti, e questo alla faccia dei dazi imposti da Trump. I dollari così accumulati attraverso le esportazioni sono da sempre reinvestiti nel debito pubblico americano. Lo ricordava Marcello Minenna sul Sole24Ore di domenica 6 settembre: “Una co-dipendenza che nel 2004 Larry Summers definì l’equilibrio del terrore finanziario’. Vent’anni dopo il terrore è ancora lì, ma le armi sono cambiate.

Non è più la minaccia cinese di vendere i titoli americani a definirlo: è la minaccia americana di congelarli. A proposito di militarizzazione della politica monetaria… A meno che i cinesi, finalmente dopo averne parlato per anni, investano nel loro paese per rilanciare i consumi interni penalizzati dalla crisi economica immobiliare del 2023, questa co-dipendenza si può solo allentare dirottando gli investimenti cinesi in Europa. È possibile che l’Europa, del tutto svantaggiata dalle strategie americane, si riorienti verso i mercati asiatici, così da assicurare uno sbocco alle riserve valutarie accumulate con il surplus cinese. Con lo spostamento a destra in corso in Europa in questo frangente, questo scenario è improbabile. Più probabile è la lotta contro i tagli alla spesa sociale indotti dalle politiche monetarie e finanziarie americane.


Avvertimento serio prima del 7 ottobre. Netanyahu non ha informato nessuno

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Di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Haaretz

Erano gli ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attacchi terroristici infiammavano la Cisgiordania, folle di abitanti di Gaza protestavano regolarmente lungo la recinzione di confine e il Paese era sconvolto dal conflitto interno sulle leggi relative al colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli eventi con lucidità poteva intuire che un’escalation era in agguato dietro ogni angolo.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed – noto come MBZ – era particolarmente preoccupato. «Me ne ha parlato spesso nei mesi precedenti la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene rapporti amichevoli con bin Zayed. «Mi trasmetteva costantemente messaggi secondo cui era necessario allentare la tensione. Ha persino inviato un inviato speciale in Israele che ha incontrato il primo ministro. L’emiro sembrava intuire che la regione fosse sull’orlo dell’esplosione».

Bin Zayed parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura standard: un rappresentante dell’ambasciata degli Emirati si recava nell’ufficio del primo ministro, portando con sé un dispositivo telefonico speciale che garantiva la riservatezza della chiamata.

Ma questa volta la chiamata avviata da bin Zayed era insolita. Una settimana e mezzo prima del 7 ottobre 2023, il sovrano degli Emirati ha chiamato Netanyahu dal Palazzo Presidenziale di Abu Dhabi e ha parlato con lui per 45 minuti.

In quella conversazione bin Zayed avvertì che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un’operazione di grande portata contro Israele. Bin Zayed espresse preoccupazione per il fatto che l’evento in questione non solo avrebbe portato a uno spargimento di sangue, ma avrebbe anche destabilizzato l’intera regione e minato gli Accordi di Abramo.

Tre fonti straniere di alto livello sono a conoscenza del contenuto della conversazione, la cui esistenza viene qui rivelata per la prima volta. La sua divulgazione è il risultato di un’approfondita ricerca basata su decine di fonti in Israele e in tutto il mondo, tra cui funzionari di altissimo livello, nonché registrazioni, documenti interni e corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro «Ostaggi: 843 giorni di abbandono» (Kinneret Zmora Publishing, in ebraico) dagli autori di questo articolo.

Alla telefonata era presente anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese emigrato anni fa da Gaza ad Abu Dhabi e che manteneva forti legami con la Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano degli Emirati ha sottolineato a Netanyahu la necessità di prepararsi alla minaccia.

«L’emiro ha spiegato che, secondo la sua valutazione, Sinwar si stava preparando per un evento di grande portata», afferma il consigliere. «Ha detto a Netanyahu che Israele avrebbe dovuto essere pronto. Allo stesso tempo, ha raccomandato di cercare una soluzione economica per la Striscia e di riportare la calma in Cisgiordania per evitare un’escalation».

Bin Zayed ha esortato Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua grande sorpresa, tuttavia, il primo ministro ha reagito con relativa calma. Netanyahu ha affermato che, secondo la sua valutazione, Hamas intendeva operare nell’area della Cisgiordania, e ha rassicurato bin Zayed che Israele era pronto ad affrontare qualsiasi scenario.

Il sovrano degli Emirati avrebbe poi raccontato la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento che aveva trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed ha condiviso con Burns la sensazione che aveva cercato di trasmettere a Netanyahu, ovvero che «qualcosa lì sta per esplodere», e gli ha riferito che il primo ministro israeliano riteneva che l’area instabile fosse, di fatto, la Cisgiordania.

«L’emiro sperava che, nonostante la sua risposta riservata, Netanyahu avrebbe preso sul serio il messaggio e agito di conseguenza», afferma il consigliere. Nessuno di loro immaginava che il primo ministro avrebbe ascoltato il messaggio senza però informarne i vertici delle forze armate. Il capo dello Shin Bet, il capo del Mossad, il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane: nessuno di loro era a conoscenza dell’avvertimento di bin Zayed.


Per comprendere da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché proprio attraverso il presidente degli Emirati Arabi Uniti, occorre tornare a ciò che era accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. In quei mesi, con la conoscenza e l’approvazione di Netanyahu, Israele ha tenuto colloqui con Hamas su una «hudna», una tregua temporanea volta a promuovere un accordo a lungo termine nella Striscia di Gaza.

I contatti sono iniziati in segreto all’inizio del 2023, in coincidenza con l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar ha incaricato Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas, di questa missione. Hamad parla correntemente l’ebraico ed era stato coinvolto nei contatti segreti per il rilascio del soldato rapito Gilad Shalit. Allo stesso tempo, è stato reclutato un alto funzionario di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Il funzionario, che qui verrà indicato come “Coal Eyes” (uno pseudonimo, per motivi di cautela), è noto per la sua reputazione di figura affidabile, accettabile sia per Hamas che per lo Shin Bet. Il suo ruolo era quello di trasmettere messaggi tra le parti, in modo che non sembrasse che ci fosse un contatto diretto tra Hamas e Israele.

In pratica, queste conversazioni erano praticamente dirette. Ghazi Hamad e Coal Eyes si sedevano nella casa di Nasser Sarraj , che in precedenza aveva ricoperto la carica di vicedirettore del Ministero degli Affari Civili dell’Autorità Palestinese, a Gaza. Dall’altra parte della linea, sul versante israeliano, c’era il funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e delle persone scomparse. Poiché i disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si basava su accordi raggiunti in anticipo tra Gerusalemme e il Cairo. Tuttavia, «l’intero canale diretto era tenuto nascosto agli egiziani, per timore che si sentissero offesi dall’essere stati esclusi», afferma uno dei membri del team dello Shin Bet coinvolti nella preparazione dei colloqui, «e quindi divenne un canale personale coltivato da Netanyahu.»

I colloqui si sono inizialmente concentrati su una graduale revoca del blocco su Gaza e sull’aumento delle spedizioni di generi alimentari e materie prime in entrata nella Striscia. È stata inoltre avanzata una nuova idea: istituire zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele ed Egitto, che avrebbero offerto migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza.

Gli egiziani erano inoltre disposti a garantire un «passaggio sicuro» ai residenti della Striscia diretti all’aeroporto di Sharm el-Sheikh – il che avrebbe offerto loro un’apertura sul mondo. Fu avanzata anche la proposta di fornire gas naturale alla Striscia dal giacimento di Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. La proposta fu denominata «G 4 G», Gas for Gaza.

Entro l’estate del 2023, sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte e che all’ordine del giorno rimanesse solo la questione più delicata: il rilascio dei prigionieri israeliani e la restituzione delle salme dei soldati detenute nella Striscia. In cambio della restituzione di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, nonché delle salme di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar aveva chiesto che fossero liberati 500 prigionieri di Hamas. In seguito accettò di ridurre il numero a 250 prigionieri e, dopo dure trattative, acconsentì al rilascio di soli 50 prigionieri. Lo Shin Bet era propenso ad accettare il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all’ergastolo, da un elenco ritenuto «accettabile» per Israele, in cambio della restituzione dei quattro israeliani.

L’atmosfera era talmente ottimistica che «Coal Eyes» riferiva ripetutamente che un accordo con Israele era più vicino che mai e che entrambe le parti consideravano le proposte come «opzioni fattibili». Uno dei funzionari di Hamas coinvolti nelle iniziative di mediazione testimonia che «ogni volta usciva entusiasta e riferiva ai suoi colleghi: “Sta succedendo”».

Una fonte dei servizi di sicurezza israeliani coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma che «entro la fine di agosto 2023, Netanyahu approvò il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all’ergastolo, che sarebbero stati scelti dallo Shin Bet». Secondo lui, «tutto ciò che era necessario in quella fase era l’approvazione del comitato ministeriale per gli ostaggi e le persone scomparse, il cui consenso è indispensabile per il rilascio dei prigionieri, specialmente di quelli condannati all’ergastolo».

Tuttavia, Netanyahu ha ripetutamente rinviato la convocazione del comitato. Forse lo ha fatto per paura di raggiungere un accordo con Hamas, o forse per timore della reazione dei suoi partner estremisti nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet, che gestivano il canale di comunicazione con Hamas, diceva spesso di temere che la notizia trapelasse ai media. «E così la questione è rimasta in stallo settimana dopo settimana», descrive la fonte.

Quando Sinwar iniziò a mostrare segni di malcontento per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Coal Eyes cercarono di rassicurarlo spiegando che il motivo del ritardo era l’attenzione di Netanyahu rivolta ai gravi disordini che si stavano verificando in quel periodo in Israele: l’avanzamento della riforma giudiziaria e le massicce proteste pubbliche scoppiate sulla sua scia.

Nel mezzo dei continui sconvolgimenti interni in Israele, crebbe la percezione all’interno dell’asse di resistenza Iran, asse di resistenza costituito da Iran, Hamas e Hezbollah che Israele fosse diventato molto più vulnerabile e che fosse possibile unire le forze e lanciare una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni dimostrano che, in quel periodo, alti funzionari di Hamas iniziarono ad intensificare le richieste rivolte all’Iran, chiedendo assistenza per finanziare l’attacco.

Poi, all’inizio di settembre 2023, Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la squadra negoziale. «È semplicemente scomparso dai nostri radar, si è volatilizzato», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che Sinwar aveva perso la pazienza per la lentezza degli israeliani.

Così, il canale diretto instaurato tra un funzionario dello Shin Bet e il funzionario di Hamas Ghazi Hamad, gestito con l’approvazione di Netanyahu, fu interrotto. Questo canale, per inciso, avrebbe ripreso piena attività un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando emerse l’urgente necessità di tirare fuori dal pantano l’accordo sugli ostaggi, ormai in fase di stallo.


Nel settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un incontro privato con Coal Eyes, funzionario di Fatah. «Di’ agli israeliani che se non fanno progressi, sto preparando una sorpresa enorme per loro», dichiarò con enfasi. In quell’occasione, lasciò cadere per la prima volta una parola chiave, che avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme: «Di’ loro di aspettarsi uno “zilzal”, un terremoto».

Coal Eyes uscì dalla conversazione sconvolto. Decise di consultare un caro amico, lo stesso palestinese che era emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e che ricopriva il ruolo di stretto consigliere di bin Zayed.

«Coal Eyes era agitato», racconta il consigliere. «Gli era chiaro che l’operazione di cui parlava Sinwar avrebbe potuto avere ripercussioni su tutto il Medio Oriente, ma aveva paura di riferire l’informazione direttamente allo Shin Bet. D’altra parte, temeva ancora di più che, se non avesse informato lo Shin Bet, gli israeliani potessero accusarlo di collaborare con Sinwar. Temeva sinceramente per la propria vita. Pertanto, decise di trasmettere il messaggio a bin Zayed».

«Che cosa significa tutto questo?», chiese bin Zayed al consigliere, che gli riferì l’avvertimento di Sinwar.
«Se dice “zilzal”, intende guerra», rispose il consigliere.
«Ne sei sicuro?» chiese l’emiro.
«No, questa è la mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è così che l’ha intesa anche Coal Eyes».

Il sovrano degli Emirati ci rifletté, incerto. Era turbato dalla possibilità che, in un contesto di tensioni regionali, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di scatenare una guerra potesse accendere la miccia, magari con un attacco preventivo da parte di Israele. Alla fine decise: «Se non ne siamo certi, per ora non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo sulla questione finché non ne saremo certi».

Per comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, a Coal Eyes fu chiesto di organizzare un altro incontro con lui a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà settembre del 2023.

«Allora?» chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»
«No», rispose il mediatore.

Sinwar fece un respiro profondo e, con voce agghiacciante e calma, gli disse: «Trasmettete loro un messaggio: sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Ancora una volta, fece rotolare sulla lingua la parola «zilzal», terremoto. «Per favore, trasmettete agli israeliani ciò che sto dicendo parola per parola», esigette.

Coal Eyes chiamò il consigliere di bin Zayed da Gaza per riferirgli le parole di Sinwar. «Gli ho chiesto tutti i dettagli», ricorda il consigliere, «compreso il linguaggio del corpo di Sinwar, il suo tono di voce preciso e il contesto in cui sono state pronunciate le parole, specialmente per quanto riguarda l’avvertimento sullo “zilzal”.

«Gli ho suggerito di lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di raggiungermi a casa mia per una conversazione privata. Alla fine dell’incontro, ho capito che né Coal Eyes né io avevamo frainteso il messaggio: Sinwar intendeva entrare in guerra».

Il consigliere riferì a bin Zayed le sue impressioni sulla conversazione con Coal Eyes. Il sovrano degli Emirati comprese la portata della minaccia e decise che «il messaggio di Sinwar doveva essere trasmesso agli israeliani, ai vertici del Paese, il prima possibile».

Infatti, il 15 settembre, Coal Eyes e il consigliere trasmisero l’avvertimento allo Shin Bet. Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, richiese una telefonata immediata con il primo ministro, che fu organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Durante la telefonata, Bar informò Netanyahu delle minacce «devastanti» di Sinwar, e si decise di tenere una riunione di sicurezza che coinvolgesse tutte le agenzie di sicurezza competenti.

«Perché Sinwar ci ha inviato un avvertimento?», chiede ora retoricamente un alto funzionario dei servizi segreti. «O perché si era stancato dei tentennamenti di Israele, volendo esercitare pressione su di noi per raggiungere un accordo e non essendo così desideroso di iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano del “Grande Inganno” e voleva mettere alla prova la prontezza delle IDF».

In ogni caso, l’apparato della difesa non ha corso rischi inutili. La riunione sulla sicurezza si è tenuta due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro della Difesa Yoav Gallant e di rappresentanti dell’intelligence militare. Al termine della discussione, si decise di tenere una riunione di lavoro presso l’ufficio del primo ministro più tardi quello stesso giorno. Furono invitati anche rappresentanti del Mossad e del Consiglio di Sicurezza Nazionale. I rappresentanti dello Shin Bet presenti alla riunione stimarono, sulla base di un controllo incrociato con nuovi materiali di intelligence, che Sinwar potesse avere in mente di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che all’epoca era stata rapita e tenuta prigioniera in Iraq, in modo da aumentare il numero di prigionieri palestinesi che avrebbe ricevuto in uno scambio.

Il capo dello Shin Bet precisò che si trattava solo di una valutazione iniziale e che l’avvertimento doveva essere preso sul serio, poiché indicava una mancanza di deterrenza da parte di Israele e che «ci troviamo su una rotta di collisione». Bar raccomandò una strategia operativa denominata «bomba antincendio» – nome in codice per un attacco potente e improvviso volto a neutralizzare rapidamente una grave minaccia – o quantomeno l’attuazione di «forti misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, se non altro come preparazione alle imminenti festività ebraiche. Al termine della riunione non fu presa alcuna decisione.

Vedendo che Israele non stava rispondendo al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano degli Emirati ha deciso di avere un colloquio direttamente con il primo ministro israeliano. Così, alla fine di settembre, ha avuto luogo quella conversazione di 45 minuti, durante la quale ha trasmesso a Netanyahu un avvertimento esplicito sulle intenzioni di Sinwar.

Una telefonata simile giunse in quei giorni all’ufficio del primo ministro dal capo dei servizi segreti egiziani, il generale Abbas Kamel, il quale avvertì Netanyahu di «qualcosa di insolito, un’operazione terrificante» che Hamas stava per lanciare. La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i dettagli della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, riferisce che Netanyahu disse anche a Kamel: «A Gaza abbiamo la situazione sotto controllo, siamo al comando. Il nostro problema è la Cisgiordania, ed è lì che stiamo dirottando le forze».

Il 1° ottobre, durante una discussione sui disordini al confine con Gaza e sull’identificazione delle intenzioni di Hamas di compiere un attacco terroristico in Cisgiordania, il capo dello Shin Bet raccomandò nuovamente di prendere di mira alti funzionari di Hamas, tra cui Sinwar, che «mostrava segni di arroganza».

Come in precedenti occasioni in cui la proposta gli era stata sottoposta, Netanyahu rispose: « Preparatemi dei piani e li valuterò».

«Non ha mai detto “no”», spiega un alto funzionario della difesa. «È sempre stato il suo modo di rimandare l’affrontare il problema». Un altro alto funzionario presente alla discussione ricorda che, nel riassumere l’incontro, il primo ministro disse: «Continuate a lavorare sulla capacità operativa, ma per ora calmate la situazione».

Durante l’intero incontro, il primo ministro non ha menzionato gli avvertimenti che aveva ricevuto.

«Se avessimo saputo degli avvertimenti, forse avremmo dato più peso al primo messaggio che abbiamo ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. «Forse avremmo anche capito cosa ci fosse dietro il suo improvviso ritiro dai colloqui all’inizio di settembre. È possibile che avremmo fatto due più due e saremmo giunti a una conclusione completamente diversa da quella a cui siamo giunti, una conclusione che avrebbe cambiato l’intero quadro della nostra valutazione».


Le radici del complesso rapporto tra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni fa, al rilascio di Sinwar dal carcere israeliano nell’ambito dell’accordo Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito spietatamente di tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar iniziò a formulare una nuova strategia su due fronti, volta a liberare Gaza dalla sua situazione difficile.

«Fin dalle prime fasi, forse addirittura mentre era in carcere, Sinwar aveva in mente due alternative», afferma un alto funzionario dei servizi segreti che all’epoca conosceva bene Sinwar. «Da un lato, ha accelerato lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terroristico che si è scontrato ripetutamente con Israele. D’altro canto, ha fatto maturare la consapevolezza che in tutti i cicli di combattimenti Gaza è stata decisamente sconfitta. Pertanto, nonostante tutto il suo odio per Israele, bisognava dare una possibilità a un tentativo di raggiungere un accordo che consentisse una vita normale a Gaza, anche prima di mettere in campo l’esercito di Hamas qualora l’accordo non si fosse concretizzato. ”

Nel 2017, Sinwar decise di compiere una mossa sorprendente. Contattò il suo acerrimo rivale, l’ex funzionario di Fatah e attuale uomo d’affari, Mohammed Dahlan. I due, entrambi originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già allora tra loro regnava un’intensa animosità. La tensione si era inasprita quando Dahlan, capo della sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese durante il suo governo nella Striscia di Gaza, aveva sferrato una guerra senza quartiere contro i leader di Hamas. Quando Hamas prese con la forza il potere a Gaza, Dahlan fu messo in cima alla lista degli obiettivi da eliminare.

Ma ora Sinwar riteneva di poter sfruttare Dahlan e le connessioni che questi aveva instaurato sia con il governo egiziano che con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate del 2017, dopo quasi 40 anni di allontanamento e animosità, Sinwar incontrò Dahlan nella sua casa al Cairo, insieme a diversi altri alti funzionari di Hamas, tra cui Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas.

Sinwar ha descritto a Dahlan le gravi sofferenze a Gaza e gli ha chiesto di trasmettere a Netanyahu il suo desiderio di un accordo soddisfacente. Gli elementi fondamentali erano l’allentamento del blocco e il rilancio dell’economia di Gaza, principalmente attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani per aiutare a mediare tra Sinwar e Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di relazioni di lavoro indirette tra Israele e Hamas. Un barlume di questi contatti sarebbe stato rivelato a posteriori nel 2022, quando l’allora capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Meir Ben-Shabbat, rese note in un’intervista a Yedioth Ahronoth le trattative condotte con Sinwar. Ben-Shabbat ha presentato una nota che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018: «Rischio calcolato».

«Quello è stato uno dei momenti più belli di tutto il processo», ha affermato Ben-Shabbat. «Da questo deduco che Sinwar sia molto attento a ciò che accade dalla parte israeliana, analizzi ogni dichiarazione dei politici, comprenda i dilemmi e vi apporti il proprio contributo».

Nell’agosto 2018, i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani sulla questione, alla presenza del primo ministro. Durante l’incontro fu presentato un piano strutturato per la formulazione di un accordo in cui i quattro prigionieri sarebbero stati restituiti in cambio di un cessate il fuoco reciproco e dell’accettazione da parte di Israele di un accordo e di una significativa allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava l’accordo di scambio vero e proprio. In cambio del rilascio dei quattro israeliani da parte di Hamas, Israele acconsentì a liberare i prigionieri di Hamas, compresi quelli arrestati durante la guerra di Gaza del 2014 (Operazione Protective Edge), ad eccezione di coloro che erano coinvolti in attività terroristiche di rilievo. Il documento di sintesi dell’incontro affermava che «rinviare un accordo di scambio di prigionieri e persone scomparse, e separarlo dal processo di accordo, potrebbe portare a ritardare la soluzione per il ritorno dei prigionieri e delle persone scomparse per gli anni a venire».

Alti funzionari della difesa conclusero che le condizioni erano le più favorevoli affinché Israele raggiungesse un accordo di scambio di prigionieri a costi ragionevoli. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Tuttavia, il tempo passò e Netanyahu iniziò a esitare, ritardando l’approvazione del processo di negoziazione.

D’altra parte, quando le agenzie di sicurezza individuavano un’eccessiva attività operativa da parte di Hamas, Netanyahu si rifiutava ripetutamente di autorizzare l’avvio di un’operazione di grande portata contro di loro. «Era ormai routine», racconta un ufficiale di alto rango. «Loro lanciano razzi, noi rispondiamo, c’è una serie di scontri, gli abitanti della zona di confine [israeliana] con Gaza sono esausti e tutto questo costa un sacco di soldi». L’esercito ha voluto lanciare più volte un’operazione militare ampia e approfondita a Gaza, ma proprio il governo di colui che prima delle elezioni aveva promesso di ‘essere forte contro Hamas’ ha insistito per non inasprire la situazione e preservare con cura la ‘risorsa’ chiamata Hamas. ‘Calmatevi’, ci dicevano, ‘concentriamoci sul nord e sull’Iran’.”

Un ex generale di divisione dell’IDF testimonia di aver sentito «più di una volta il capo di stato maggiore, Herzl Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu». Lo descriveva in termini vividi durante le riunioni: «È come avere un chiodo che spunta dal muro di casa e, invece di estrarlo, radunare tutti i membri della famiglia, compresi i bambini, e dire loro: “Ogni volta che passate di qui, fate attenzione al chiodo. ’ Quando abbiamo accettato di convivere con il chiodo, non capivamo che alla fine, invece di rimuoverlo dal muro, ci saremmo ritrovati impalati su di esso».

Poi è scoppiata la pandemia di COVID-19 e i contatti tra Hamas e Israele sono stati interrotti.

Israele si è concentrato sull’affrontare i nuovi problemi causati dalla pandemia e, allo stesso tempo, è stato travolto da cinque turni elettorali consecutivi. All’interno dell’asse della resistenza, ha cominciato a prendere piede una nuova idea strategica: che fosse vicino il giorno in cui si sarebbe potuto sferrare un colpo decisivo a Israele nel momento della sua debolezza. Sinwar, dal canto suo, ha continuato a investire grandi sforzi e denaro nello sviluppo del progetto dei tunnel a Gaza e nell’addestramento e nell’armamento dell’esercito di Hamas in vista del giorno della resa dei conti.

Sarebbero trascorsi quasi altri tre anni prima che arrivasse il giorno della resa dei conti. «Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti della jihad delle Brigate Iz al-Din al-Qassam emergeranno per attaccare obiettivi della criminale occupazione sionista e bombarderanno gli avamposti nemici, i suoi agglomerati urbani e i suoi svincoli nella zona meridionale della Palestina occupata», annunciarono Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di persuadere l’allora leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a unirsi all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione, impadronirsi di postazioni militari e civili nella zona e catturare molti soldati dell’occupazione».


Alle 6:29 del mattino del 7 ottobre è arrivato lo «zilzal». A mezzogiorno, i social media in Israele e in tutto il mondo erano già inondati da immagini raccapriccianti del massacro: uccisioni trasmesse in diretta streaming, incendi dolosi e distruzione. Decine di video mostravano civili rapiti e portati nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito con un certo ritardo, alle 14:45, non si aveva ancora un’idea chiara del numero di persone rapite. «Attualmente ci sono 14 soldati e 28 ostaggi civili, oltre a decine di altre persone con cui non c’è stato alcun contatto», ha affermato il capo dello Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto che si ignorassero gli ostaggi, affermando che «è impossibile operare con una mentalità del genere».

«Ho dato istruzioni alle IDF: nessuna trattativa di alcun tipo», ha dichiarato il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi solo quando saranno a terra, con la testa sott’acqua».

In serata, il mondo è stato inondato da notizie terrificanti sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19:00, il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha chiamato il direttore del Mossad David Barnea, con cui intratteneva rapporti amichevoli. «Dedi Boy», era così che il sovrano del Qatar era solito chiamare affettuosamente il funzionario dei servizi segreti israeliani. I due si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom Kippur. Barnea si era recato a Doha in quel momento per conto di Netanyahu per chiedere ai qatarioti di aumentare gli aiuti finanziari alla Striscia di Gaza.

Al-Thani era agitato. «Ho appena concluso una conversazione con il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e il suo vice, Khalil al-Hayya, che erano arrivati a Doha solo da poco», riferì a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente che, se tutti gli ostaggi civili non fossero stati rilasciati immediatamente, avrei ordinato personalmente la loro espulsione dal Qatar. Vorrei informarla che Hamas è pronta a rilasciare tutti i civili adesso, e noi siamo disposti a mediare».

La risposta del direttore del Mossad israeliano lasciò al-Thani perplesso. «Se vogliono rilasciare i civili, che li rilascino», replicò Barnea. «Non siamo disposti a parlare con Hamas». «Questi non sono gli israeliani che conosco», disse il leader qatariota ai suoi collaboratori. «Questo non è il Dedi Barnea che conosco».

Barnea, ammettono i suoi collaboratori, ha effettivamente appreso dal primo ministro del Qatar, durante la loro prima conversazione, che Hamas era disposta a rilasciare i civili, ma che l’organizzazione terroristica aveva posto condizioni inaccettabili, come la cessazione dell’incursione dell’IDF a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro del Qatar nega l’affermazione. «Il primo giorno, i leader di Hamas non hanno posto alcuna condizione draconiana», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia nei loro confronti era reale e non erano affatto nella posizione di imporre condizioni».

Al-Thani non si è arreso. Ha chiamato il segretario di Stato americano Antony Blinken. «Ascolti», gli ha detto, «ci sono centinaia di ostaggi a Gaza e, tra questi, secondo le mie stime, decine di civili. Devono essere rilasciati subito. Ho offerto agli israeliani di mediare un accordo rapido per il loro rilascio, ma non sono interessati».

Blinken ha informato al-Thani che aveva in programma di recarsi in Israele entro tre giorni. «Aspettiamo», lo rassicurò. «Parlerò personalmente con Netanyahu». Al-Thani insistette: «Sai bene che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito». Blinken lo interruppe: «In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non c’è nessuno con cui parlare. Aspetteremo tre giorni».

La mattina seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, chiamò Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan. In una telefonata da Gaza, Mushtaha, a nome di Sinwar, chiese a Dahlan di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per portare avanti un accordo di cessate il fuoco. Per dare peso alla sua richiesta, Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a Sinwar, che era in ascolto durante la conversazione.

Mashharawi riferì la telefonata a Dahlan. Secondo lui, Dahlan gli disse che «“prima di tutto, devono rilasciare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati”. Senza questo, non c’è nulla di cui parlare. Quello che hanno fatto è stata una follia. Non hanno superato una linea rossa; hanno superato una linea nera. Se i civili verranno rilasciati, nell’opinione pubblica israeliana si diffonderà la sensazione che ci sia qualcosa di cui discutere. Altrimenti, che mangino quello che si sono cucinati».

Mashharawi ha trasmesso il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi 24 ore e ti farò sapere», ha risposto Mushtaha. Sorprendentemente, tornò solo un’ora dopo. Aveva un messaggio: Sinwar era pronto a rilasciare tutti i civili. Va notato che quando Sinwar parla di civili, intende solo quelli di età inferiore ai 18 anni e superiore ai 50 anni.

«Mi ha detto che, in una prima fase, non avevano alcun problema a rilasciare tutti i civili senza nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Giuro, quelle erano le sue esatte parole: tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una sola condizione: volevano che coinvolgessimo un mediatore concordato il più rapidamente possibile, in modo che potessero iniziare immediatamente i negoziati su tutto il resto – il rilascio di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi, e poi la questione del blocco su Gaza».

Dahlan ha contattato i suoi referenti dello Shin Bet e ha trasmesso loro l’informazione. Secondo Mashharawi, «la risposta non ufficiale che Dahlan ha ricevuto da loro è stata: “Netanyahu non vuole parlare di nulla. Vuole solo la guerra e l’eliminazione di Hamas”». La percezione degli israeliani era: «Prima eliminiamo Hamas, poi recuperiamo gli ostaggi con la forza».

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune delle proposte per il rilascio degli ostaggi civili sono giunte al Mossad, allo Shin Bet e al primo ministro. Ma secondo lui, anche se fossero state concrete, l’establishment militare – che aveva bisogno di 24 ore per prendere il controllo della situazione – e ancor più la leadership politica, ancora sotto shock, non erano in grado di discutere la questione nei primi giorni.

«Ad essere onesti», afferma l’alto funzionario, «la questione degli ostaggi non era ancora all’ordine del giorno in quella fase, e nessuno a livello militare o politico era disposto a discutere la proposta. Il rilascio degli ostaggi non figurava nemmeno nell’elenco degli obiettivi di guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Si sarebbe potuto discutere adeguatamente la proposta e giungere a una decisione? In termini sostanziali, la risposta è sì. Ma lo stato d’animo prevalente era simile a quello dopo Pearl Harbor: avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno della guerra, chi aveva la lucidità per parlare di fermare i combattimenti e avviare negoziati in quel momento, anche se fosse stato per salvare la vita di decine di persone, il cui numero definitivo era ancora sconosciuto? ”

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per sapere se fosse pervenuta una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli ho detto: sto ancora aspettando una risposta da Israele», riferisce Mashharawi. «Ho atteso ancora qualche giorno per una risposta e ho contattato nuovamente gli israeliani, ma non erano affatto in condizioni di dialogare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, i bombardamenti su Gaza si intensificarono e il contatto con Mushtaha e Sinwar divenne impossibile».

Blinken alla fine arrivò in Israele dopo sei giorni. Subito dopo il suo arrivo, giovedì 12 ottobre, incontrò Netanyahu e il giorno successivo proseguì per Doha per un incontro con il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato la questione del rilascio degli ostaggi con Netanyahu, ma non ho ricevuto da lui una risposta chiara», ha detto il segretario di Stato americano ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto!»

Al-Thani ha ribadito la sua valutazione secondo cui, con il passare dei giorni e l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che causavano numerose vittime, soprattutto tra i civili, l’accordo di Hamas per il rilascio degli ostaggi avrebbe potuto scadere. Blinken ha promesso di provare a parlare di nuovo con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha alla volta di Washington, Blinken inviò ad al-Thani un messaggio di testo: «Netanyahu è pronto ad accettare la tua mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto». Il giorno successivo, otto giorni dopo che al-Thani aveva offerto i propri servizi al direttore del Mossad israeliano, Barnea giunse a Doha.


Nel frattempo, come c’era da aspettarsi, Hamas alzò la posta. Un alto funzionario dello Shin Bet, che aveva capito dove si stavano dirigendo le cose, ricorda che già il 18 ottobre, dopo la micidiale raffica di attacchi sferrata da Israele su Gaza in quei primi giorni, aveva espresso la sua opinione secondo cui avrebbero dovuto fermarsi. «Avremmo dovuto prendere fiato, stringere i denti, tempra e incassare il colpo rilasciando tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi, avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra».

Secondo lui, «le prime ore e i primi giorni dopo il rapimento sono i più critici. Man mano che i giorni passano e la risposta militare si intensifica, entrambe le parti tendono a trincerarsi nelle proprie posizioni, e il prezzo degli ostaggi sale.

‘Dobbiamo anche agire con stratagemmi’, dissi. Ma quando l’idea giunse al primo ministro, egli rispose: ‘Nel momento in cui uno stratagemma viene alla luce, non è più uno stratagemma’, e la questione finì lì”.

Segnali della disponibilità di Hamas a intraprendere negoziati flessibili giunsero anche al colonnello (in congedo) Doron Hadar, che per molti anni ha comandato l’unità di negoziazione dello Stato Maggiore delle IDF. «Ho iniziato a ricevere messaggi, a raccogliere informazioni e altri dati, e il quadro ha cominciato a delinearsi: data la situazione, con anche la controparte sotto shock, con Hamas allarmata dal danno d’immagine a livello internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, anziani, donne spaventate e bambini in lacrime, avremmo potuto creare un quadro d’accordo all’interno del quale, se lo avessimo voluto, non sarebbe stato difficile sostenere in seguito che Hamas lo avesse violato e sferrare un attacco.

«Mi è chiaro, ovviamente, che la nostra parte sia in uno stato di shock totale e, non da meno, in preda a una rabbia furiosa. Ma in definitiva, ci si aspetta che la leadership sappia separare i processi emotivi da quelli razionali e si prenda un momento per valutare quale sia effettivamente la cosa giusta da fare a questo punto. Come stringere un accordo con questo diavolo, per poi ucciderlo.»

A metà ottobre, Hadar partecipò a una riunione tenutasi nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere per la politica estera di Netanyahu, che verteva sulla definizione degli obiettivi bellici. Hadar chiese di poter esporre il proprio punto di vista alla platea. «Chiesi a Falk: “Mi dica, capisce cosa sta succedendo qui?”», racconta Hadar. «“Possiamo riportare a casa le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a uno. Possiamo fare la prima mossa.»

Falk interruppe la discussione e chiese agli altri presenti di lasciare la stanza. «Ho continuato», ricorda Hadar, «e gli ho detto: “Proponiamo un accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se necessario. Il mondo è dalla nostra parte ora, esercitiamo pressione internazionale e proponiamo un accordo.”»

Ma Falk fermò Hadar. «Qui non ci sarà nessun accordo», gli disse. «Si tratta dell’ISIS. Sono assassini. Non otterranno nulla. Cambia mentalità, Doron».

«Il problema fondamentale era che Hamas cercava una “fine definitiva del conflitto”, come la definivano loro», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo caratteristico tono misurato, riassumendo il labirinto in cui si sarebbe impantanata la questione degli ostaggi. «Netanyahu era disposto a prendere in considerazione solo un accordo di “prima fase”, ma sosteneva di doversi riservare costantemente la possibilità di “continuare a distruggere Hamas in un secondo momento”, come lui stesso definiva. E questa, per noi, è sempre stata la sfida: come risolvere questo dilemma e riuscire a riportare a casa tutti?»

Il risultato fu che, quando si trattò di affrontare la questione dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, lo Stato di Israele cambiò effettivamente mentalità. E così, sarebbero trascorsi altri due anni di guerra prima che venisse firmato un accordo che avrebbe riportato a casa gli ultimi ostaggi da Gaza, vivi o morti che fossero, con Hamas ancora in piedi.

L’ufficio del primo ministro ha definito l’inchiesta una «bugia assoluta».

«Il primo ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua», si legge nella risposta.

L’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato Maggiore delle IDF Herzl Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Haaretz ha contattato il presidente bin Zayed per un commento, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Traduzione a cura della redazione


Sanzioni ai coloni, la svolta di Londra e altri undici Paesi

Dopo l’autocelebrazione in Puglia, Giorgia Meloni deve affrontare un ennesimo problema: colmare la lacuna causata dall’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Come vuole l’Unione europea 

Di Leonardo Clausi, il manifesto

«Il governo britannico riconosce che contro i palestinesi dei territori occupati ci sia pulizia etnica perpetrata da “coloni terroristi”. Da tempo sostiene che gli insediamenti siano illeciti ma ha taciuto sull’illegalità dell’occupazione nel suo complesso». Così il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ieri ai Comuni, in un intervento che senza iperbole potrebbe definirsi storico. E che si allontana anni luce dalla posizione dell’ex premier Keir Starmer, il quale, subito dopo il 7 ottobre, sostenne in un’intervista radiofonica che a Gaza fosse lecito togliere acqua ed elettricità a Gaza.

Continuava Miliband: «Oggi annuncio che la posizione ufficiale del governo britannico è che l’occupazione sia illegale, la nostra non è soltanto una tardiva presa d’atto della realtà. Il governo ritiene che l’illegalità dell’occupazione debba riflettersi nei rapporti economici che scegliamo di avere con i territori occupati. Non credo che il popolo britannico voglia che sosteniamo l’occupazione accettando prodotti dagli insediamenti nei negozi e nei supermercati. Per questo annuncio da oggi la loro messa al bando». Le misure comprendono anche azioni ai danni di specifiche imprese e individui che forniscono servizi di edilizia, infrastrutturali, e immobiliari che riguardino l’espansione degli insediamenti. Anche le banche israeliane potrebbero esserne sostanzialmente lese.

IL TITOLARE DEGLI ESTERI sente il polso del paese: il divieto gode di ampio consenso a livello nazionale, come emerge da un nuovo sondaggio condotto da Opinium e pubblicato dall’European Council on Foreign Relations citato da Middle East Eye. Il 46% degli adulti britannici è favorevole al divieto di commercio con gli insediamenti; solo il 18% si dichiara contrario. Donde la più dura presa di posizione di Londra nei confronti dell’occupazione israeliana dei territori occupati in generale. E, in particolare, del progetto abitativo per 3.400 alloggi denominato E1, che finirebbe per tagliare in due la Cisgiordania rendendo di fatto impossibile la soluzione due popoli/due stati sostenuta ufficialmente dal Regno Unito fin dalla fine degli anni Novanta.

È DUNQUE QUESTO IL CAMBIO di passo da tempo annunciato che il neopremier Andy Burnham intendeva imprimere ai rapporti con Israele, uno dei più stretti alleati del Regno Unito. Il paese fa parte di un drappello che comprende altri 11 Paesi: Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia in un’iniziativa che lo vede agire di concerto soprattutto con il francese Macron e il canadese Carney. Un coro coperto dall’assordante silenzio dell’Italia e dell’Unione Europea. Le misure erano state annunciate all’alleato americano dal premier Andy Burnham lunedì, durante una telefonata con Donald Trump. Con Benjamin Netanyahu, fin dal suo insediamento, lo scorso luglio, Burnham non ha mai parlato. Quanto all’ex leader Labour Ed Miliband, di famiglia ebraica polacca fuggita in Gran Bretagna per scampare alla Shoah – figlio del compianto Ralph, fratello del deplorevole David – si è beccato la solita accusa di antisemitismo dall’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, che ha minacciato dolorose ritorsioni commerciali.

SI TRATTA PUR SEMPRE di sanzioni-bazzecola rispetto ai pervasivi rapporti militari, commerciali, e di intelligence fra i due paesi. Che mantengono saldi legami diplomatici, con il Regno Unito che fornisce a Israele componenti per gli F-35; che totalizzano circa sei miliardi di sterline in bilaterali commerciali; che hanno contiguità spionistica. I carrarmati britannici traboccano di tecnologie israeliane, Londra importa imponenti quantitativi di farmaci da Tel Aviv. Secondo Bloomberg, poi, «le relazioni diplomatiche fra la Gran Bretagna e Israele resteranno grossomodo le stesse». Fatto sta che ieri il traffico aereo a Heathrow e Gatwick si è «sincronicamente» interrotto, ufficialmente per un glitch nel software gestionale dei voli denominato Nats, ma chi pensa male ha ipotizzato un intervento di hacking punitivo israeliano.

L’ANNUNCIO DI MILIBAND rispecchia comunque la new wave di Andy Burnham nelle relazioni Uk/Israele. Il “manchesterista” Burnham – al momento ancora graziato nei sondaggi dalla nemesi giudiziaria di Nigel Farage – sa fin troppo bene quanti seggi laburisti settentrionali fossero in bilico alle ultime politiche, vinte da Starmer a causa dell’israelianismo roccioso del predecessore. E ci tiene a non perdere le suppletive londinesi di Holborn e St Pancras – seggio reso vacante dal ritiro parlamentare dello stesso Starmer – che potrebbe finire nella saccoccia di un altro ebreo antisionista, il leader verde Zack Polanski, a inizio ottobre.

Nell’immagine: coloni israeliani


Tutte le facce di Elon Musk: quel potere nutrito di violenza e bugie

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Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Non un genio della tecnologia, ma un pericoloso illusionista. Non un fondatore, ma un profittatore. Non un ingegnere, ma un maghetto della finanza come ce n’erano tanti, nella Silicon Valley, a metà degli anni 90. Finché non fa il salto: abile tanto a coprire i suoi guai che a ottenere sovvenzioni e incentivi dal governo americano. In Musk, presentato fuori concorso alla Mostra, il documentarista premio Oscar Alex Gibney prende la maschera abilmente costruita da Elon Musk, “il capitalista più ricco del mondo”, e la decompone pezzo dopo pezzo. Finché il volto di un tech boy alle prime armi — sono molti i filmati delle origini in California — non si trasforma nel ghigno di un Joker impazzito che non esita a fare il saluto nazista con in testa un cappellino dark Maga. “Il potere ti corrompe o ti rivela?”, si chiede Gibney.

Le origini del miliardario americano, il Sudafrica violento in cui è nato e cresciuto, la figura controversa del padre — che nel film è intervistato insieme a molti suoi ex amici e collaboratori — fanno propendere per la seconda ipotesi.

Elon è stato un ragazzino educato dal padre alla legge del più forte in un Sudafrica spietato e in preda al conflitto razziale. Fissato con i fumetti, bullizzato e picchiato a scuola, aiutato dal denaro di famiglia nella sua prima impresa dot.com, Zip2, Musk ha costruito una mitologia che ha riscritto la sua storia. Fino a dipingerlo come un genio: l’inventore di Space X, nata con l’ambizione di rilanciare un programma spaziale lasciato languire dal governo; l’inventore di Tesla, che ha invece soffiato all’ideatore vero, Martin Eberhard; il patron di Twitter, che ha comprato per capriccio alterandone l’algoritmo a suo piacimento. Nel nome della libertà di espressione, ufficialmente. In realtà, per accrescere il suo potere e la sua sfera di influenza, diffondendo idee fasciste e suprematiste funzionali ai suoi obiettivi.

Non c’è niente di vago, nel racconto che Gibney porta avanti con un montaggio adrenalinico, la travolgente colonna sonora di Daniel Pemberton e David Byrne — Let me sell you a dream, lascia che ti venda un sogno — le testimonianze dell’ex moglie di Musk Justine Wilson, dell’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli (14 quelli di cui si sa, ma ce ne sarebbero molti altri). Un campione di gaslighting, la capacità di confonderti e farti credere di esserti sbagliata, dice la prima moglie, madre di sei dei suoi figli, uno dei quali — Xavier — ha cambiato sesso, si chiama ora Vivian Jenna e considera il padre un fascista. “Mio figlio Xavier è morto, è stato ucciso dal virus woke”, ha scritto Musk su Twitter, comportandosi di conseguenza. E togliendo a Jenna, tra le altre cose, l’assicurazione sanitaria.

Gibney trasforma il miliardario nel protagonista di un videogioco, uno di quelli con cui è cresciuto e che lo hanno portato a teorizzare che potremmo essere tutti — noi esseri umani — dentro una gigantesca simulazione. Così, lo vediamo “terminare” tutto quel che si oppone alla sua volontà di potenza. Compra Twitter e licenzia i migliori programmatori, chi non promette di adeguarsi alla sua visione. Fa lo stesso quando Trump lo mette a capo del Doge attraverso un esercito di ventenni che nulla sanno, tranne tagliare tutto. Un’ex dipendente di UsAid racconta di quando un ordine esecutivo ha impedito a funzionari che si trovavano in Africa di dare a bambini denutriti medicine e cibo salvavita: era tutto già lì, pronto per essere consegnato, ma il governo americano ha vietato la distribuzione e ha lasciato che le cose scadessero per poi distruggerle. E che i bambini morissero, senza curarsene.

Uno dei problemi dell’Occidente — sostiene Musk — è l’empatia degli esseri umani gli uni nei confronti degli altri. Un’empatia che ostacolerebbe il disegno superiore di un mondo che vorrebbe bianco, supertecnologico, desideroso di colonizzare Marte e popolato da una “legione” di suoi figli — è la parola che ha usato secondo St Clair — da ottenere attraverso delle “fattrici” cui poi viene fatta firmare una clausola di riservatezza (St Clair ha rifiutato 40 milioni di dollari per poter dire quello che sa. Anche se sulle droghe risponde: non ho il permesso di parlarne).

Gli episodi meno conosciuti riguardano la guida autonoma di Tesla. Venduta come realtà attraverso una pubblicità molto aggressiva, che serviva a costruire il mito e a far salire il titolo in borsa, è invece di là da venire e ha causato in America almeno 60 incidenti mortali. Insabbiati attraverso lauti risarcimenti e una fitta rete di bugie, come quella sulle batterie al litio sostituibili che ha fatto intascare a Tesla incentivi cui non aveva diritto. Diverse agenzie americane avevano aperto inchieste a carico delle aziende di Musk, quando ha deciso di puntare tutto sull’ascesa di Trump. Sono le stesse agenzie che ha avuto il potere di annientare una volta al Doge. Un conflitto di interessi mai visto, e molto coperto. Che porta alla domanda con cui il documentario si apre: come abbiamo potuto consentire a un uomo di ottenere così tanti soldi e così tanto potere? Verrebbe da rispondere: è il capitalismo, bellezza. O quanto meno, la sua malattia.

Nell’immagine: l’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli


Il genocidio a occhi aperti

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Di Chiara Cruciati, il manifesto

Nello spazio di una mattina la politica e l’opinione pubblica israeliane sono state investite da due eventi dirompenti, ognuno a modo suo ma con un obiettivo comune: la figura sempre più ingombrante del premier più longevo della storia di Israele, Benjamin Netanyahu.

Un’inchiesta di Haaretz [che Naufraghi/e pubblica in versione integrale, ndr] accusa il primo ministro non solo di aver ignorato le fondate segnalazioni di una probabile azione di Hamas prima del 7 ottobre, ma di non averne nemmeno informato i servizi segreti.

In contemporanea, dodici paesi guidati dalla Gran Bretagna – con tutta la portata simbolica incarnata da Londra, la potenza mandataria culla del colonialismo israeliano – hanno annunciato l’intenzione di sanzionare il commercio proveniente dalle colonie illegali nei Territori occupati palestinesi. Non solo dunque sanzioni ai singoli coloni violenti, la misura all’acqua di rose finora utilizzata da svariate cancellerie occidentali, ma un’azione decisamente più concreta presentata dal ministro degli esteri britannico Miliband come utile a contenere «la pulizia etnica» in corso in Cisgiordania.

A un mese e mezzo dalle elezioni, due terremoti di magnitudo tale da seppellire la lunga carriera politica di Netanyahu: il gatto dalle sette vite stavolta rischia di non sopravvivere. Che fosse un bugiardo patologico, gli israeliani lo sapevano già, ma è probabile che leggere di un suo rifiuto alla riconsegna immediata degli ostaggi civili proposta da Hamas nelle ore e nei giorni successivi al 7 ottobre, senza condizioni, sia troppo anche per una società plasmata da decenni di destra radicale.

Più di tutto, sembra cementarsi la consapevolezza che i danni all’immagine di Israele arrecati dal suo regime non siano meri schizzi su un volto immacolato, ma crepe profonde e potenzialmente irrimediabili. I pogrom dei coloni sono riusciti, in questo senso, dove il genocidio di Gaza non è riuscito: provocare l’intervento, non più solo a parole, dei governi alleati fino a lambire un super sionista come l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee.

Si potrebbe discutere delle ragioni di tale indignazione selettiva. La più potente sta probabilmente nei rischi che quella violenza rappresenta per l’unica soluzione possibile agli occhi dell’occidente, ovvero la formula separatista dei «due popoli due Stati»: l’espansione israeliana a suon di incendi, omicidi e devastazione ha reso palese, con trent’anni di ritardo, che uno stato di Palestina in simili condizioni è pura utopia. Ma più di tutto svela la fallacia della pace annacquata insita in quella soluzione: il punto non è creare uno stato di Palestina, ma far pensare che un giorno possa nascere davvero, mentre l’occupazione militare coloniale perpetra se stessa senza far rumore.

I coloni fanno rumore, troppo rumore. Lo sanno i governi alleati, come lo sanno le opposizioni israeliane. Che non hanno intenzione di stravolgere le politiche strutturali di Tel Aviv (basti vedere le reazioni indignate alle sanzioni annunciate ieri), ma vogliono tornare a renderle meno eclatanti.

Se il 27 ottobre dovesse nascere una maggioranza guidata dal principale rivale di Bibi, l’ex generale Gadi Eisenkot, è possibile che si assisterà a un miglioramento della situazione dei diritti umani: condizioni di detenzione migliori per i prigionieri politici, permessi di lavoro in territorio israeliano per i palestinesi, leggera ripresa dell’economia della Cisgiordania, pugno più duro contro le milizie dei coloni. Bene. Ma l’occupazione, meno feroce, meno eclatante, resterebbe dov’è. Qualcosa da dimenticare di nuovo, come un brutto sogno.