Perché le cose diventano sempre più difficili…

Viviamo i tempi dell’ “ipocognizione”, cioè l’assenza di un’idea di cui si avrebbe invece urgente bisogno 

Caldo da primato, calura opprimente, siccità persistente e situazione idrica sempre critica, salute minacciata (ottocento pazienti in due mesi al pronto soccorso e oltre venti morti solo in Ticino per la canicola); conseguenze economiche devastanti (si è calcolato che la siccità avrebbe già tagliato il prodotto interno lordo europeo di 439 miliardi di euro; ma non solo: ha scoraggiato gli investimenti e quindi messo in forse anche l’occupazione). Basterebbe questo per svegliarci. Ma non basta.

Soprattutto tra i “politici” e nei partiti che vanno per la maggiore (come l’Udc) e quindi in chi li segue. Come mai questo scarto tra ciò che costatiamo e sappiamo e ciò che siamo pronti a fare o non facciamo? Si risponde spesso: perché non se ne sa ancora abbastanza; e si aggiunge pure, risentiti o scettici: perché si esagera.

La realtà è però un’altra. Quelli che sono solitamente definiti “fatti o problemi ecologici” sono quasi sempre accompagnati da tre verbi, come fossero la loro ombra: ridurre, limitare, rinunciare. Ora è innegabile che quei tre verbi si scontrano con un concetto di libertà imposto ormai da due secoli, quello cioè di libertà uguale “assenza di ostacoli”. E allora quei tre verbi assumono una sola traduzione: quella di “perdita”. Accentuata anche da quei politici o da quei capi di Stato che vanno oltre e parlano di “fine dell’abbondanza”. E non si è mai visto vincere una causa ricorrendo agli stessi termini di quelli che la rifiutano.

Che cosa fare quindi quando i fatti, come quelli appena accennati, non bastano?

C’è chi ha avanzato un termine nuovo, complicatino, forse anche repellente, per spiegarlo: ipocognizione. Che significa, semplicemente: assenza di un’idea di cui si ha urgente bisogno.

E siamo proprio lì. Ogni canicola (che si ripeterà con certezza e peggio) e ogni inevitabile restrizione idrica ci fanno capire i limiti che si impongono; tuttavia nessuna espressione, nel nostro linguaggio pubblico, ci permette di viverle diversamente da una amputazione.

La società ha comunque una giusta intuizione: la maggior parte di noi tiene infatti sia alla propria libertà sia agli ecosistemi che la rendono possibile. Due esigenze che non sono mai state formulate assieme. Ed è questo il lavoro, fatto di discussione e di dibattiti pubblici ripetuti più ancora che di ulteriori rapporti, che potrà decidere ciò che faremo dei prossimi primati di calura, di siccità, di salute minacciata, di crisi idrica, di agricoltura in affanno, di prezzi alimentari che salgono e falcidiano il nostro potere d’acquisto.

Viene allora alla mente il buon vecchio Seneca: non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che diventano sempre più difficili.