Frane e alluvioni in Ecuador e Perù, probabile anticipo del «grande evento»

EL NIÑO La probabilità che nel prossimo inverno l'anomalia climatica sia molto forte era stimata dalla Noaa al 25% in aprile ed è ora superiore al 90%. Il Pacifico è in allerta 

Di Enzo Pranzini, il manifesto

I pescatori peruviani temono l’arrivo del Natale, perché con il Bambino (El Niño) s’interrompe quella risalita di acqua fredda dai fondali che porta in superficie i nutrienti. La produzione di plancton diminuisce, l’intera catena alimentare marina s’indebolisce e la gran parte dei pesci si allontana dalla costa. Non succede tutti gli anni e con la stessa intensità, ma una drastica riduzione del pescato li affligge con intervalli variabili fra i due e i sette anni. Solo nel XX secolo si è compreso che quell’anomalia, apparentemente limitata alle coste del Perù, è in realtà l’espressione del principale fattore che determina la variabilità del clima della Terra fra un anno e l’altro.

EL NIÑO NASCE NEL PACIFICO equatoriale, ma è capace di modificare il clima di gran parte del pianeta, influenzando la distribuzione delle piogge, la temperatura e la frequenza di eventi estremi come siccità, alluvioni e ondate di calore. In condizioni normali gli alisei, che soffiano da est verso ovest convergendo verso l’equatore, spingono le acque superficiali calde in direzione dell’Indonesia e dell’Australia. Lungo le coste del Perù e dell’Ecuador, invece, risalgono acque profonde (upwelling), fredde e ricche di nutrienti, che alimentano una delle più importanti aree di pesca del mondo.

QUANDO GLI ALISEI si indeboliscono, o vengono temporaneamente sostituiti da venti occidentali, l’equilibrio si rompe. Le acque calde si spostano verso il Pacifico centrale e orientale, l’upwelling si attenua e cambia la zona in cui l’oceano cede calore all’atmosfera. Di conseguenza, si modificano la circolazione dei venti e la distribuzione delle piogge tropicali. Questi cambiamenti si propagano nell’atmosfera, interagiscono con altri processi e arrivano a influenzare il clima di continenti posti a migliaia di chilometri di distanza

GLI EFFETTI NON SONO GLI STESSI OVUNQUE. Sulle coste del Perù e dell’Ecuador si verificano piogge torrenziali che producono frane e alluvioni, mentre Indonesia, Australia e vaste regioni dell’Asia meridionale possono essere colpite da gravi siccità. Anche l’Africa, le Americhe e, più indirettamente, l’Europa risentono di queste modificazioni, sebbene con intensità e modalità diverse.

L’INTENSITÀ DI UN EVENTO di El Niño è valutata in base al valore della temperatura superficiale del mare in un’area di controllo (la Regione 3.4, nel Pacifico equatoriale centrale), calcolata come media mobile di tre mesi, rispetto alla media climatologica trentennale di riferimento (1991–2020) a cui si somma il valore dato dal riscaldamento globale. La classe massima Molto forte (Very strong nella classificazione Noaa) si ha con anomalie termiche di +2°C e oltre.

NELL’800 NON VI ERANO BOE oceanografiche che facessero queste misure, ma abbiamo i dati acquisiti dalle navi che solcavano i mari, sui cui registri di bordo si prendeva nota della posizione, della pressione atmosferica, della velocità e direzione del vento, dello stato del mare e della temperatura dell’acqua. La serie storica inizia con quelli del 1854 e, con complesse elaborazioni statistiche per tener conto della loro minore accuratezza, è stato possibile stimare che l’anomalia termica verificatasi nell’evento 1876-78 sia stata di circa 2,5°C. Pur con queste incertezze, si può ritiene che di eventi molto forti dal 1854 al 1981 ve ne sia stato solo uno solo, ma sappiamo con certezza che ne sono poi arrivati tre in rapida successione: 1982-1983, 1997-1998 e 2015-2016; ai quali bisogna già aggiungere quello che si sta sviluppando in questi mesi e che raggiungerà il picco nel prossimo inverno. Difficile pensare che tutto ciò non dipenda dal riscaldamento globale!

NELLA REGIONE 3.4 VI SONO 15 delle 48 boe oceanografiche della rete Tao (Tropical Atmosphere Ocean) realizzata nell’ambito di una collaborazione internazionale tra Stati Uniti, Giappone, Francia, Taiwan e Corea del Sud, e fra queste ve ne sono alcune di quelle che l’amministrazione Trump aveva intenzione di disattivare, sollevando proteste della comunità scientifica internazionale.

LE BOE MISURANO molti parametri dell’atmosfera e del mare, e sull’elaborazione dei dati della temperatura dell’acqua viene costantemente calcolata l’anomalia termica, il cui valore ha superato i 2,0°C all’inizio di agosto. Non basta però un superamento per lanciare l’allarme El Niño: è sul valore della sua media mobile calcolata su tre mesi che viene fatta la classificazione dell’intensità dell’evento. La probabilità che nel prossimo inverno El Niño sia molto forte, stimata dalla Noaa al 25% in aprile e al 63% in giugno, è ora superiore al 90%; ma le alluvioni e le frane che hanno colpito recentemente l’Ecuador e il Perù sembrano anticipare l’evento.

EL NIÑO RAPPRESENTA LA FASE CALDA dell’Enso (El Niño-Southern Oscillation), un’oscillazione naturale del sistema oceano-atmosfera. La fase opposta è La Niña, caratterizzata da acque superficiali più fredde del normale e da un rafforzamento degli alisei. Anch’essa può provocare eventi estremi, come alluvioni e cicloni tropicali, ma nella storia non ha mai prodotto crisi umanitarie paragonabili a quelle associate ai più intensi eventi di El Niño. Tra le due si alterna una fase neutra. L’intero ciclo si ripete mediamente ogni due-sette anni e un episodio di El Niño dura in genere nove-dodici mesi.

L’ACCUMULO DI ACQUA CALDA nel Pacifico occidentale è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per lo sviluppo del Niño, e l’innesco sembra dipendere dall’interazione di diversi processi – fra cui improvvisi indebolimenti degli alisei, onde oceaniche e fluttuazioni della circolazione atmosferica tropicale – la cui interazione non è ancora completamente compresa. Per questo non è possibile sapere con largo anticipo se in un determinato anno si svilupperà un evento di El Niño. Una volta avviato, però, la sua evoluzione può essere prevista con diversi mesi di anticipo, sebbene solo in termini probabilistici, come molti centri di ricerca stanno facendo proprio oggi.

Nell’immagine: alluvione a Huaycoloro, Peru


Nenad Stojanović – Storia finita? Non credo, non mancheranno altri capitoli

EL NIÑO La probabilità che nel prossimo inverno l'anomalia climatica sia molto forte era stimata dalla Noaa al 25% in aprile ed è ora superiore al 90%. Il Pacifico è in allerta 

Nenad Stojanović, politologo, è professore associato al Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Ginevra

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


La Svizzera è mai stata davvero neutrale?

EL NIÑO La probabilità che nel prossimo inverno l'anomalia climatica sia molto forte era stimata dalla Noaa al 25% in aprile ed è ora superiore al 90%. Il Pacifico è in allerta 

Di Philipp Schrämmli, tvsvizzera.it

La Svizzera è neutrale. La maggior parte delle persone che vivono nel Paese lo ha probabilmente imparato a scuola. Ma cosa significa esattamente “essere neutrali”? Con l’iniziativa sulla neutralità, un comitato vicino all’Unione democratica di centro (UDC, destra conservatrice) intende iscrivere nella Costituzione federale una concezione della neutralità definita in modo più rigoroso.

Chi è favorevole al progetto parla di un ritorno a una “neutralità tradizionale”. Ma la neutralità svizzera è mai esistita in una forma realmente “tradizionale”? Oppure è stata reinterpretata più volte nel corso della storia? Diamo uno sguardo all’evoluzione della neutralità elveticaCollegamento esterno, un tema sul quale la storiografia non sempre concorda.

Dal 1291 al 1515: l’espansionismo militare aggressivo

Tra il Patto federale dell’agosto 1291Collegamento esterno e la battaglia di Marignano del 1515, i cantoni svizzeri conducono politiche estere eterogenee, caratterizzate da un espansionismo militare aggressivo, ben lontano da qualsiasi idea di neutralità.

Da alleanza difensiva di tre vallate alpine contro l’egemonia degli Asburgo, la Confederazione dei III, poi VIII e infine XIII Cantoni si trasforma progressivamente in una potenza militare temuta, capace d’influenzare gli equilibri nel cuore dell’Europa.

Forte di un sistema di milizia e di una fanteria di picchieri in grado di spezzare la superiorità della cavalleria medievale, la Confederazione persegue una politica attiva di annessioni territoriali: conquista l’Argovia, la Turgovia, il Basso Vallese, il Ticino e una parte dei domini sabaudi corrispondenti agli attuali cantoni di Vaud e Friburgo.

I cantoni elvetici non esitano inoltre a intervenire politicamente nei conflitti tra le grandi potenze europee, in particolare durante le Guerre di Borgogna (1474-1477) contro Carlo il Temerario e nelle prime fasi delle Guerre d’Italia (1494-1559).

Dal 1516 al 1815: tra il “servizio di Francia” e il non-interventismo

Dopo la battaglia di Marignano del 13 e 14 settembre 1515, nella quale i Confederati vengono sconfitti dalle truppe al servizio del Regno di Francia e dalla loro poderosa artiglieria, le divisioni tra i cantoni si accentuano e le campagne italiane lasciano pesanti conseguenze economiche. Il 29 novembre 1516 viene quindi firmato un trattato tra il giovane re di Francia Francesco I, i XIII Cantoni e i loro alleati: la Pace perpetua di FriburgoCollegamento esterno.

In cambio di numerosi vantaggi, i Confederati concedono al re di Francia la priorità per il reclutamento dei mercenari svizzeri. Questi ultimi diventeranno così la spina dorsale della fanteria francese nelle successive Guerre d’Italia e serviranno regolarmente sotto i sovrani transalpini fino alla caduta della monarchia nell’agosto 1792, dopo il massacro delle Guardie svizzere alle TuileriesCollegamento esterno.

Dopo Marignano, pur mantenendo un’alleanza difensiva con la Francia e privilegiando il reclutamento mercenario per la corona francese, le autorità cantonali cercano di evitare di essere coinvolte direttamente nei conflitti europei. Secondo alcuni storici, questa prudenza, dettata anche dalla necessità di non importare le guerre di religione che avrebbero potuto destabilizzare la Confederazione, pone le basi della futura neutralità. Tuttavia, questa passività politica è ampiamente compensata dai profitti del mercenariato, in particolare del cosiddetto “servizio di Francia”.

Per lo storico Sacha Zala, direttore del centro di ricerca DodisCollegamento esterno, anche la neutralità dell’epoca, intesa come non-interventismo, rispondeva soprattutto a logiche pratiche ed economiche. Restare ai margini dei conflitti consentiva infatti di negoziare e vendere mercenari alle parti belligeranti, traendone beneficio.

Dal 1815 al 1945: dalla neutralità “perpetua” alla neutralità “integrale”

Dopo la caduta di Napoleone, il Congresso di Vienna del 1815 ridisegna l’ordine europeo. È in quel contesto che la neutralità perpetua della Svizzera viene riconosciuta per la prima volta dal diritto internazionale. Le grandi potenze la considerano conforme all’”interesse generale dell’Europa”. Secondo Sacha Zala, si trattava soprattutto di un progetto geopolitico voluto dall’esterno, volto a creare uno Stato cuscinetto stabile tra Francia e Austria.

René Roca, storico e coautore dell’iniziativa sulla neutralità, respinge questa interpretazione. A suo avviso, l’identità neutrale svizzera è precedente al 1815 e il Congresso di Vienna non avrebbe fatto altro che confermarla.

Con la fondazione della Croce Rossa nel 1863 e la prima Convenzione di Ginevra nel 1864, la neutralità elvetica assume una nuova dimensione: quella di un Paese centro del diritto internazionale umanitario e mediatore nei conflitti.

Durante la Prima guerra mondiale, una parte della Svizzera tedesca simpatizza per Germania e Impero austro-ungarico, mentre la maggioranza della Svizzera francese solidarizza con la Francia. Per Sacha Zala, è proprio in questo periodo che la neutralità si afferma come valore nazionale e identitario, diventando il denominatore comune di una Confederazione linguisticamente e culturalmente divisa. “Non guardiamo né a Parigi né a Berlino”, era il messaggio dominante.

Dal 1938, la neutralità svizzera evolve verso una forma definita “integrale”, che corrisponde in realtà a una strategia di sopravvivenza a doppio binario: da una parte la deterrenza militare per preservare la sovranità di fronte alle potenze dell’Asse; dall’altra il mantenimento d’intense relazioni economiche e diplomatiche, accompagnate da un avvicinamento al Reich.

Dal 1945 al 1989: gli equilibrismi della Guerra fredda

Nel confronto tra Est e Ovest, la neutralità diventa uno dei principali marchi distintivi della Svizzera sulla scena internazionale. Ginevra si afferma come uno dei centri più importanti per i negoziati diplomatici mondiali. Anche in questo caso, tuttavia, la Confederazione adotta una strategia dai due volti, simile a quella della Seconda guerra mondiale.

Da un lato, la neutralità resta un principio giuridico fondamentale: la Svizzera rifiuta di aderire alla NATO e all’ONU e sviluppa ampiamente la pratica dei “buoni uffici”, rappresentando gli interessi diplomatici di Paesi che hanno interrotto le relazioni tra loro, come gli Stati Uniti a Cuba o in Iran.

Dall’altro, il Paese è profondamente anticomunista e integrato nell’economia del blocco occidentale. Sotto la forte pressione di Washington, Berna firma persino in segreto l’accordo Hotz-LinderCollegamento esterno del 1951, un’intesa informale che limita le esportazioni svizzere di materiale strategico e tecnologico verso i Paesi dell’Est.

Per René Roca, il processo della CSCECollegamento esterno (divenuta nel 1995 l’Organizzazione per sicurezza e la cooperazione in Europa) degli anni Settanta, una serie di conferenze diplomatiche tra i due blocchi, dimostra come uno Stato dotato di una neutralità credibile possa fungere da ponte tra le parti. Sacha Zala replica invece che il contesto internazionale ha favorito questo ruolo della Svizzera e che il Paese ne ha saputo trarre vantaggio.

Dal 1990 ai giorni nostri

A detta di molti, l’attuale dibattito sulla neutralità nasce dalla guerra in Ucraina e dalla decisione della Confederazione di adottare le sanzioni economiche dell’Unione Europea contro la Russia. Tuttavia, secondo Sacha Zala, la vera svolta del periodo post Guerra fredda risale al 1990, quando Berna applicò le sanzioni dell’ONU contro l’Iraq, pur non facendo ancora parte dell’organizzazione internazionale.

La discussione, in realtà, non è nuova. Già entrando nella Società delle Nazioni nel 1920, la Svizzera aveva sperimentato una “neutralità differenziale”, partecipando alle sanzioni economiche ma non a quelle militari, prima di abbandonare questa impostazione nel 1938 di fronte alla minaccia nazista.

René Roca ritiene che le sanzioni contro l’Iraq abbiano segnato l’inizio di un’evoluzione che oggi andrebbe corretta. Con l’iniziativa da lui sostenuta, lo storico propone un ritorno a una “neutralità integrale”: niente sanzioni economiche, nessuna partecipazione ad alleanze militari e un ruolo attivo di mediazione. Un ritorno, secondo Roca, a una neutralità tradizionale che la Svizzera avrebbe progressivamente smarrito.

Sacha Zala giudica invece questa definizione troppo rigida e limitante per il margine di manovra della Confederazione. “La storia dimostra che la neutralità svizzera ha avuto successo proprio quando ha saputo adattarsi pragmaticamente alle realtà politiche”, sostiene. A suo avviso, la neutralità elvetica è uno strumento politico in costante evoluzione. Per questo motivo, il voto sull’iniziativa non riguarda soltanto il futuro della neutralità, ma anche il modo in cui se ne interpreta il passato.

L’articolo originale comprende numerose immagini e rimandi che qui non abbiamo ripreso per comodità di lettura
Nell’immagine: il consigliere federale Ignazio Cassis durante una conferenza stampa dedicata all’iniziativa sulla neutralità, l’11 agosto 2026


Alla sinistra non servono le primarie, ma una visione

EL NIÑO La probabilità che nel prossimo inverno l'anomalia climatica sia molto forte era stimata dalla Noaa al 25% in aprile ed è ora superiore al 90%. Il Pacifico è in allerta 

Di Carlo Triglia, il manifesto

 

Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma.

Non un testo che metta insieme, sommandoli, singoli provvedimenti, ma la presentazione semplice e chiara di una strategia di lungo termine nella quale inquadrare le diverse proposte. Tale mancanza non ha niente a che fare con il wokismo contro cui il leader del M5S Giuseppe Conte ha voluto mettere in guardia. Negli Stati uniti non sono mancate forme di degenerazione autoreferenziale e parossistica di grandi battaglie contro le discriminazioni riguardanti le donne, le differenti etnie, i diversi orientamenti sessuali, la religione.

Ma non è questa tendenza a ostacolare il terreno perduto dalla sinistra italiana e europea. Anzi, un programma adeguato dovrebbe insistere sulla maggiore efficacia e sull’estensione di queste politiche antidiscriminatorie. Molto resta infatti ancora da fare, anche in riferimento alle libertà individuali (per esempio, suicidio assistito, scelte riproduttive, ecc.). In ogni caso, la lettura troppo americana delle difficoltà della sinistra non convince. Non è certo l’impegno sui diritti civili e le politiche antidiscriminatorie – a volte anche piuttosto tiepido – che ha determinato tali difficoltà. Il nodo cruciale – e in questo Conte ha ragione – è costituito per la sinistra dalla capacità di contrastare le disuguaglianze sociali, che sono molto cresciute e hanno portato al consistente distacco delle classi popolari.

A che cosa si può dunque imputare la mancanza di una strategia e di un progetto sufficientemente chiari? I fattori sono ovviamente tanti. Anzitutto, la divisione all’interno dell’area di sinistra. Certo, questa è una vecchia storia, ma le leggi elettorali degli ultimi anni, privilegiando le coalizioni preventive, e seguendo una prospettiva maggioritaria, spingono a assumere impegni programmatici più generici per facilitare le alleanze e l’adesione degli elettori. C’è poi una tendenza importante, specie in Italia: il declino dei partiti. La presenza di organizzazioni partitiche è rilevante per elaborare progetti di lunga lena e quindi una strategia. Ma anche per selezionare una classe politica che si misuri su questi obiettivi più impegnativi, invece di essere scelta, in larga misura, per la sua fedeltà alla leadership, anche con l’aiuto delle leggi elettorali degli ultimi anni. La personalizzazione della leadership – che è l’altra faccia dell’indebolimento dei partiti – costituisce dunque un ulteriore ostacolo, perché accorcia la vista e l’impegno di chi ha responsabilità di direzione o di governo, e riduce anche spesso le competenze necessarie. Le primarie si inseriscono in questo quadro e sono un acceleratore di tali tendenze, alle quali aggiungono conseguenze più divisive all’interno delle varie forze politiche che le utilizzano.

I fattori che ho richiamato possono aiutare a comprendere le difficoltà che incontra la definizione di una strategia della sinistra. Tuttavia, ci sono responsabilità specifiche dei gruppi dirigenti che hanno condotto il tentativo – certo inevitabile – di costruire un’alleanza di centro-sinistra (il campo largo). Questo tentativo è stato portato avanti senza un collegamento solido con la costruzione di una prospettiva strategica e progettuale. Non è però possibile perseguire obiettivi ambiziosi di rilancio affidandosi alla mera sommatoria di alcuni interventi redistributivi à la carte a favore dei gruppi più deboli. Ci vuole una visione sistemica dell’economia e delle sue conseguenze sociali; un raccordo efficace tra politiche fiscali e di spesa; attenzione agli interventi volti alla formazione e alla ricerca; un accordo sostanziale con il mondo delle imprese. Tuttavia, non solo la necessità di questa visione strategica e sistemica non si è affermata in più di tre anni di discussioni, tutte ‘politiciste’ e contingenti, sul campo largo, ma non si è neanche manifestata l’esigenza di una comunicazione più istituzionalizzata con il mondo dell’università e della ricerca, che in questi ultimi anni ha prodotto conoscenze rilevanti sulle disuguaglianze e sulle possibilità di contrastarle efficacemente.

In questa prospettiva, particolare attenzione andrebbe data alle possibilità di costruire una “sinistra dell’innovazione” che integri e sostenga la sinistra della necessaria redistribuzione. E quindi interrogarsi su come disegnare un intervento pubblico rinnovato capace di realizzare beni pubblici (formazione, capitale umano, ricerca di base) infrastrutture e servizi che creino economie esterne e abbassino i più alti costi regolativi e fiscali per le imprese, legati a una maggiore incisività delle politiche redistributive. E ancora domandarsi, utilizzando anche la leva delle relazioni industriali, su come sarebbe possibile spingere le imprese a innovare accrescendo produttività, salari e qualità del lavoro, invece di delocalizzare alla ricerca di condizioni di costo più favorevoli.

Purtroppo, finora di un lavoro di questo tipo non c’è traccia né nel campo largo né all’interno dei partiti che ne fanno parte. E c’è da dubitare che le primarie siano un’occasione favorevole a mettersi su questa strada.


Dal clima alle migrazioni: l’emergenza alternata

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Di Gabriele Segre, La Stampa

 

La politica europea vive da sempre ad “emergenza alternata”. Succede da anni. Quest’estate, però, tra temperature estreme, fiumi in secca e tensioni migratorie, la giostra degli allarmi ha dato il meglio di sé. A ogni aumento degli sbarchi o nuovo record del termometro, anche il dibattito politico è puntualmente salito di qualche grado. Un’attenzione meritoria, di fronte a problemi giganteschi, se non fosse che, passata l’urgenza e migliorati i numeri, l’emergenza torna come sempre nel cassetto. Almeno per un po’. E pensare che dovremmo averlo capito: clima e migrazioni sono fenomeni tutt’altro che episodici. Possiamo discuterne le cause, gli effetti, i costi e le opportunità; non possiamo però considerarli questioni marginali solo perché i dati del mese indicano una fase meno acuta. Significherebbe scambiare una tregua dall’urgenza per la scomparsa dell’emergenza, finendo per usare come sinonimi due concetti che non lo sono affatto.Distinguere però è fondamentale. L’urgenza riguarda il presente e si misura nei numeri: quanti sbarchi, gradi, millimetri di pioggia ci sono stati, oggi. L’emergenza riguarda invece la politica e si manifesta quando, di fronte a una sfida, mancano un approccio, una visione e una strategia capaci di farvi fronte. Se gli sbarchi calano, l’urgenza migratoria si attenua. Se piove dopo mesi di siccità, quella idrica si riduce. Ma se continua a mancare una politica capace di governare quei fenomeni nel tempo, l’emergenza rimane intatta. Sarebbe come rispondere a chi domanda se una casa sia antisismica dicendogli che oggi non c’è il terremoto.

Sul clima, pare che almeno questo l’abbiamo capito: il problema è ormai talmente evidente che è sempre più difficile liquidarlo alla prima nevicata. E tuttavia una parte della destra conservatrice continua a negare il fenomeno o, quando l’evidenza non può essere ignorata, preferisce occuparsi di come attutirne gli effetti — spegnendo gli incendi e riparando i danni — piuttosto che affrontarne le cause e cercare soluzioni. Meglio di niente, naturalmente, ma è un po’ come svuotare l’acqua dalla barca senza chiedersi dove sia il buco. La sinistra progressista, va detto, il buco lo indica da anni, con tanto di dati, studi e convegni dedicati. Il problema è che additarlo non equivale a ripararlo: alla diagnosi non corrisponde una strategia altrettanto convincente su come produrre energia, proteggere i territori e, soprattutto, distribuire i costi della transizione, convincendo il cittadino che per vivere meglio domani non debba necessariamente morire di fame oggi. Così, negare l’esistenza del buco o riconoscerlo senza riuscire a chiuderlo finisce per produrre fallimenti politici diversi, ma la medesima situazione d’emergenza.

Sulle migrazioni la prospettiva si ribalta con una simmetria quasi perfetta. La stessa sinistra, che sul clima suona l’allarme sulle tendenze di lungo periodo, qui cambia tono scoprendo il fascino del dato mensile: gli ingressi sono in calo, i dati sulla sicurezza non giustificano l’allarmismo, la percezione è peggiore della realtà. Spesso i numeri le danno ragione. Peccato che sia la risposta corretta alla domanda sbagliata: un calo degli arrivi riduce ancora una volta l’urgenza, ma non certo l’emergenza di un continente che ancora non ha capito come governare gli inevitabili movimenti migratori dei prossimi decenni, né le trasformazioni sociali, economiche e culturali che inevitabilmente li accompagneranno. Qui, la destra ha il merito speculare che la sinistra ha sul clima: quello di riconoscere almeno la sfida. Ma centri esternalizzati, frontiere richiuse a intermittenza, rimpatri annunciati e “modelli” proclamati prima ancora di essere collaudati restano rattoppi, buoni al massimo per una legislatura. Una strategia è un’altra cosa.

Per queste ragioni, la tanto evocata distanza tra realtà e percezione andrebbe riletta al contrario. Quando la società dice di percepire un’emergenza, non sta mai realmente annunciando l’apocalisse: più prosaicamente, sta dicendo che vede davanti a sé una trasformazione profonda senza riconoscere nella politica una risposta della stessa portata. Chi domanda se la casa resisterà al terremoto sarà felice di sapere che oggi la terra non trema. Prima o poi, però, vorrà vedere il progetto antisismico.

Nei prossimi 18 mesi mezza Europa andrà al voto, e clima e migrazioni entreranno inevitabilmente nelle urne. La credibilità non andrà necessariamente a chi griderà più forte all’emergenza né a chi la negherà agitando il grafico migliore. Andrà a chi comprenderà, finalmente, che, davanti a sfide di questa portata, l’emergenza non è soltanto il riflesso di ciò che accade, ma il vuoto che si apre quando la politica non riesce a offrire una risposta concreta.


Il partito di Blocher inganna il popolo con la colomba della pace

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Prima la colomba della pace svolazza sugli spazi pubblicitari nelle stazioni ferroviarie, poi si legge «No alla guerra», «Sì alla neutralità svizzera». È questa la seducente campagna pubblicitaria per l’iniziativa sulla neutralità dell’ex consigliere federale Christoph Blocher. Essa mira a sancire nella Costituzione federale una neutralità assoluta, una neutralità che la Svizzera non ha mai conosciuto né applicato.

Neutralità flessibile anche durante la Seconda guerra mondiale

La neutralità era ed è uno strumento di politica estera volto a tutelare gli interessi della Svizzera. Durante la Seconda guerra mondiale la neutralità fu flessibile. È vero che i cannoni Bührle furono forniti anche agli Alleati, ma la Svizzera accettò soprattutto oro proveniente dalla Germania nazista e saccheggiato nei paesi conquistati.

Il fatto che la Svizzera, grazie alla neutralità, non sia stata attaccata né occupata dalla Germania non è stato confermato dalla ricerca. Stati neutrali, come il Belgio e i Paesi Bassi, sono stati invasi e occupati dalla Germania nazista. Per la Svizzera, le due gallerie ferroviarie, quella del San Gottardo e quella del Sempione, si rivelarono un grande vantaggio, poiché questi collegamenti erano importanti per la Germania e l’Italia; in caso di invasione nemica sarebbero stati fatti saltare in aria. Inoltre, anche la piazza finanziaria rappresentava una carta vincente. Un Paese neutrale come la Svizzera, situato nel cuore dell’Europa, era utile ai servizi segreti delle parti in guerra e, al contempo, un luogo adatto per i negoziati.

Un favore a Putin

Con la sua iniziativa popolare, il partito più forte della Svizzera vuole far rivivere un passato che non è mai esistito.

Votare «sì» significa niente più sanzioni contro la Russia. L’iniziativa dell’UDC garantisce che la Svizzera possa applicare solo le sanzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU. Ciò significa che in futuro la Svizzera non potrebbe più imporre sanzioni, poiché la Russia, gli Stati Uniti o la Cina, grazie al loro diritto di veto, le impedirebbero sempre, come già avviene da qualche tempo. Un «sì» all’iniziativa dell’UDC comporterebbe la revoca di tutte le sanzioni contro la Russia. Ciò va pienamente nella direzione di chi in seno all’UDC è comprensivo nei confronti di Putin e sostiene la Russia. In altre parole: gli affari con la Russia potrebbero rifiorire. Come un tempo quelli con il regime dell’apartheid in Sudafrica. Le Emser-Werke di Blocher fecero grandi affari con il Sudafrica, così come altri imprenditori e banche svizzere. All’epoca la Svizzera ignorò le sanzioni dell’ONU, giustificandosi con il fatto di non essere membro dell’organizzazione.

Alcuni esponenti della sinistra sostengono la Russia dittatoriale

L’UDC riceve sostegno dal suo avversario ideologico, il Partito Comunista del Lavoro (PdA), da diversi attivisti per la pace, oppositori dei vaccini, teorici della cospirazione, alcuni membri del PS e dal professore di scienze politiche in pensione, di sinistra, Wolf Linder. Tutti sono accomunati dal rifiuto delle sanzioni contro la Russia, che il 24 febbraio 2022 ha attaccato l’Ucraina, un Paese indipendente. Da allora, Putin e il suo esercito hanno portato distruzione e morte. L’Ucraina era già stata maltrattata dall’Impero zarista e dall’Unione Sovietica.

Ciononostante, l’UDC e alcuni esponenti della sinistra vogliono revocare le sanzioni contro la Russia e aiutare il presidente Putin. Vogliono sostenere un uomo che rinchiude in prigione russi e russe se esprimono un’idea che si discosta anche solo leggermente dalla sua.

La Carta delle Nazioni Unite come linea guida

Non dobbiamo dimenticare: ancora nella prima metà del XX secolo la guerra era tollerata come soluzione ai conflitti. La situazione è cambiata dopo la Seconda guerra mondiale, che ha causato circa 50 milioni di morti e una devastazione spaventosa in molti paesi. Nel 1945 è stata firmata ed è entrata in vigore la Carta delle Nazioni Unite. Questo trattato di diritto internazionale, sottoscritto da quasi tutti gli Stati, ha lo scopo di promuovere la pace. Pertanto, nessun paese può attaccarne un altro; i conflitti devono essere risolti tramite negoziati. Se un paese viene comunque attaccato da un altro, ha il diritto di difendersi.

Secondo il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE), la convivenza pacifica di tutti i popoli è uno degli obiettivi della politica estera svizzera. La Svizzera partecipa a missioni di pace civili e militari con esperte ed esperti civili e militari impegnati nella promozione della pace. Attualmente la Svizzera partecipa, tra l’altro, con un massimo di 26 militari alla missione militare in Bosnia-Erzegovina, con due esperte alla commissione consultiva per la riforma del settore della sicurezza civile in Mali e con militari in Kosovo.

L’UDC vota contro la forza di pace

A giugno il Parlamento si è nuovamente espresso a favore della partecipazione della Svizzera alla Forza internazionale per la promozione della pace in Kosovo (KFOR). Il Consiglio federale è stato autorizzato a larga maggioranza ad aumentare il numero massimo di soldati partecipanti da 215 a 300 e a proseguire la missione. È significativo che l’UDC sia stato l’unico partito a voler porre fine alla missione in Kosovo. Ha quindi abbattuto con le proprie mani la colomba della pace, che però può continuare a volare nella sua campagna a favore dell’iniziativa sulla neutralità.

Traduzione a cura della redazione


L’IA compra le nostre anime: chi controlla i nuovi sovrani della tecnologia?

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Cohn-Bendit: “La destra punta sulla paura dello straniero, ma da Ceuta nessun rischio reale”

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Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

 

«Viviamo in un mondo in cui far paura dà i suoi frutti». È la ricetta del successo dell’estrema destra in Europa riassunta da Daniel Cohn-Bendit, ex eurodeputato dei Verdi e storico leader del ’68 parigino, che analizza la strategia sovranista: «Si comporta come i comunisti degli anni Cinquanta: in campagna elettorale promettono di tutto ma quando arrivano al potere fanno il contrario».

Monsieur Cohn-Bendit, come si questa progressione?
«Le nostre società sono stanche e temono i problemi odierni. Ci eravamo abituati all’idea kantiana di una pace perpetua, poi improvvisamente la Russia ha attaccato l’Ucraina e in Europa è tornata l’ansia della guerra. Allora una parte della società si è coperta gli occhi per non vedere quello che sta accadendo, come fanno i bambini. Per questo quando i sovranisti e i populisti come Donald Tump affermano che il riscaldamento climatico non esiste riscuotono successo. Se non c’è, non bisogna averne paura. Ma le nostre società, così facendo, subiscono una regressione infantile».

Come si è arrivati a questo punto?
«C’è una moltitudine di responsabilità. Le forze democratiche riformiste, che siano di destra o di sinistra, non sono state in grado di ridare speranza alla società».

Che pericoli corre l’Ue?
«Il rischio per l’Europa è quello di rimanere bloccata e di essere incapace di rispondere alla sua principale sfida: quella di un mondo dominato da Cina, Russia e Stati Uniti. In un simile quadro, l’estrema destra sbandiera il miraggio di un rafforzamento nazionale, che però andrebbe solamente ad indebolire l’Ue e gli Stati in cui verrebbe applicato».

Lo stesso promosso in Germania dall’Afd, che alle elezioni di questa domenica in Sassonia potrebbe aggiudicarsi il suo primo Land.
«L’Afd è molto forte ma non vincerà. Incasserà circa il 40% dei voti senza ottenere la maggioranza assoluta, mentre i social-democratici, i cristiano-democratici, i Verdi e Die Linke arriveranno al 46%. L’estrema destra non riuscirà ad arrivare al governo a causa della proporzionale».

In Francia, però, Marine Le Pen viene data come favorita alle presidenziali del 2027.
«Anche lei fa leva sul razzismo. L’estrema destra vuole ottenere il potere attraverso la paura dello straniero, sbandierando l’idea di una società etnicamente omogenea, raggiungibile con la remigrazione. Le Pen ha promesso che in caso di vittoria organizzerà un referendum per vietare l’utilizzo del velo, ma la Corte costituzionale non glielo permetterà. Questo la leader del Rassemblement lo sa, ma sfrutta comunque il tema per la sua campagna elettorale».

A proposito di immigrazione, l’Italia ha prolungato la sospensione di Schengen con la Spagna.

«È ridicolo. L’Italia applica controlli nei suoi aeroporti per bloccare i giovani immigrati di Ceuta che dovrebbero arrivare in aereo? Si gioca con la paura ma non c’è nessun pericolo».

Pensa che il risultato del recente referendum tenutosi in Islanda, dove è stata bocciata la proposta di riallacciare le negoziazioni per entrare nell’Ue, abbia subito l’influenza sovranista?
«L’esito di quel voto è riconducibile alla tradizionale ambiguità che i Paesi scandinavi hanno nei confronti dell’Ue. Tutta l’economia dell’Islanda dipende dall’Europa, ma Reykjavík non può dire la sua all’interno dell’Unione e questo in un certo qual modo la rassicura. Un po’ come la Danimarca, che non vuole l’euro nonostante la sua moneta dipenda dalla valuta comune».

L’Europa deve fare i conti anche con le ingerenze esterne che sostengono i movimenti populisti e sovranisti, come quelle ormai esplicite di Elon Musk.
«In una situazione di angoscia come quella odierna ci sono figure come la sua che accentuano il senso di smarrimento della popolazione. Bisogna ricordare chi è Musk per capire i motivi del suo successo negli ambienti dell’estrema destra europea: una persona di un’intelligenza incredibile, con delle capacità imprenditoriali straordinarie. Ma è rimasto traumatizzato dalla perdita di potere dei bianchi nel Sudafrica, dove è nato, per questo gioca sul concetto di purezza etnica, che a suo dire bisogna ritrovare».

Da giovane, quando nel ‘68 guidava le proteste del Maggio parigino, avrebbe mai immaginato di dover parlare ancora di certi argomenti sessant’anni dopo?
«La storia non si ferma mai, ma non sempre avanza positivamente. Nel mondo di oggi, che ovviamente non è lo stesso di quello del ’68, c’è una fascinazione nei confronti della regressione, sulla quale tutti fanno leva».

 

Nell’immagine: Daniel Cohn-Bendit


Il patto coloniale del petrolio, monta la rabbia del Venezuela

EL NIÑO La probabilità che nel prossimo inverno l'anomalia climatica sia molto forte era stimata dalla Noaa al 25% in aprile ed è ora superiore al 90%. Il Pacifico è in allerta 

Di Claudia Fanti, il manifesto

 

Quando Delcy Rodríguez, nella tarda serata di sabato, si è rivolta al paese nel tentativo di spiegare lo «storico» accordo petrolifero con gli Stati Uniti, già stavano arrivando da ogni parte reazioni di sgomento e di indignazione, accuse di tradimento, denunce sullo scempio costituzionale. Dal «neppure una goccia di petrolio agli Usa» alla cessione di oltre il 20% delle riserve petrolifere del paese il salto era, del resto, davvero troppo spericolato per poter convincere qualcuno. Né, al solito, ha facilitato le cose Trump, parlando su Truth di «un regalo del Venezuela per il popolo statunitense».

POTEVA DUNQUE far ben poco la presidente ad interim, che infatti, nel suo discorso, non ha spiegato nulla, ha omesso moltissimo e ha mentito il più possibile. Il Venezuela «conserva la proprietà e la sovranità sulle sue risorse, utilizzando capitali e tecnologia per favorire la ripresa di un settore strategico gravemente colpito dalle sanzioni», ha dichiarato in un video trasmesso dalla rete televisiva nazionale, facendo leva su un’inverosimile retorica win-win.

«Ogni parte contribuisce con quello che può fare meglio», ha detto: il Venezuela mette a disposizione il petrolio, l’industria e l’esperienza dei suoi lavoratori, gli Stati Uniti i capitali e la tecnologia. E i benefici dell’accordo, che, ha spiegato, rimarrà in vigore per 25 anni – nessun commento sulla notizia secondo cui le concessioni sarebbero state rilasciate per la durata di un secolo – andrebbero dalla creazione di posti di lavoro agli investimenti nell’infrastruttura fino a un aumento delle entrate per lo Stato.

ENTRATE STIMATE in 209.335 milioni di dollari utilizzando il prezzo di riferimento di 65 dollari al barile: 19 dollari al barile in base ai suoi calcoli, i quali però sono stati contestati da più parti: dividendo quei 209 miliardi di dollari per i 65 miliardi di barili ceduti agli Usa, il ricavo effettivo per lo Stato risulterebbe in effetti di circa 3,2 dollari per singolo barile, ossia meno del 5% del valore reale del greggio.

MA SONO TANTI i punti che la presidente ad interim non ha spiegato, a cominciare dal motivo per cui l’accordo non è stato sottoposto all’approvazione dell’Assemblea nazionale, secondo quanto prescrive la Costituzione, privandolo così di qualsiasi base giuridica. Tanto più a fronte delle critiche di chi ritiene che un governo non eletto, mantenuto al potere da Trump, manchi di qualsiasi autorità legale per cedere i diritti petroliferi del paese.

NÉ RODRÍGUEZ ha spiegato da chi proverrà l’investimento promesso di 100 miliardi di dollari: se da aziende private (e quali?) come sembrerebbe indicare l’assicurazione del tycoon che l’intesa non costerà un solo dollaro ai contribuenti statunitensi, o se dallo stesso governo statunitense. Secondo il Wall Street Journal, per esempio, l’intesa prevederebbe una partecipazione finanziaria diretta, tramite il Pentagono, in una delle maggiori compagnie petrolifere private del Venezuela – la North American Blue Energy Partners controllata dall’affarista Alejandro Betancourt – a cui sarebbero state appunto rilasciate concessioni per lo sfruttamento di un quinto delle riserve venezuelane.

VICINO ALLA PRESIDENTE Rodríguez e considerato uno degli esponenti di spicco dei cosiddetti bolichicos, come vengono chiamati nel paese i giovani imprenditori che hanno accumulato grandi fortune durante i governi chavisti, Betancourt ha già fatto molto parlare di sé: contro di lui l’Audiencia Nacional spagnola mantiene aperta un’indagine per presunto riciclaggio di denaro e reato fiscale in un caso partito nel 2024 dalla Procura di Zurigo. Indagini che non gli hanno comunque impedito di andare e venire in tutta tranquillità dagli Stati Uniti, che invece di arrestarlo gli hanno concesso un – rarissimo di questi tempi – visto.

NON SORPRENDE allora la valanga di critiche piovute da ogni parte contro tale operazione, considerata l’atto conclusivo di una capitolazione iniziata già all’indomani del sequestro di Maduro del 3 gennaio. Se l’ex ministro del petrolio Manuel Quevedo è ricorso al sarcasmo – «Ci diranno che sarà il non plus ultra per il paese, la Dubai dei Caraibi! Ci prendono davvero per scemi» – l’ex presidente della Pdvsa Rafael Ramírez ha parlato di «un accordo incostituzionale portato avanti alle spalle del paese», senza dibattito pubblico e in aperta violazione della Costituzione: «Si stanno cedendo agli Usa 65 miliardi di barili. Credo non sia mai avvenuto in nessuna parte del mondo». Né è pensabile che entrino risorse a breve termine: i giacimenti della Fascia dell’Orinoco, ha spiegato, richiedono complessi lavori tecnici, tempo e investimenti per mostrare risultati.

SULLA TRUFFA AI DANNI del Venezuela ha posto l’accento anche l’esperta di diritto costituzionale María Alejandra Díaz, mentre l’ex vicepresidente del Venezuela Elías Jaua, uno dei volti più autorevoli del chavismo ormai passato alla dissidenza, ha esortato alla lotta «per il recupero dell’indipendenza». Un invito rivolto anche da Marea Socialista e da molti altri gruppi dell’opposizione di sinistra. Se tali richiami si tradurranno in aperta rivolta è però ancora presto per dirlo.

 

Nell’immagine: Venezuelani in piazza a Caracas contro l’accordo siglato dal governo con Donald Trump


L’IA ci toglierà il diritto di non sapere

EL NIÑO La probabilità che nel prossimo inverno l'anomalia climatica sia molto forte era stimata dalla Noaa al 25% in aprile ed è ora superiore al 90%. Il Pacifico è in allerta 

Di Carlo Maria Medaglia*, La Repubblica

 

Per tutta la storia umana abbiamo convissuto con una verità tanto ovvia quanto pacificante: nessuno può sapere tutto. Non conoscere una lingua, non saper programmare, non capire un bilancio, non districarsi tra le norme non erano difetti, ma la condizione normale di ogni persona. Anzi, la società era costruita proprio su quei buchi. Esistevano traduttori perché i più non parlavano tutte le lingue, programmatori perché non tutti sapevano scrivere codice, commercialisti perché leggere un bilancio richiedeva anni di studio, avvocati perché il diritto bisognava averlo masticato a lungo. L’incompetenza, in fondo, non era un guasto del sistema: era il cemento, che teneva insieme la divisione del lavoro. Ognuno sapeva bene una cosa proprio perché poteva permettersi di ignorarne mille altre. L’intelligenza artificiale rischia di scardinare questa premessa antichissima e di produrre una conseguenza di cui parliamo ancora troppo poco: la lenta scomparsa del diritto di non sapere.

Prendiamo una scena semplicissima. A un manager arriva un documento in giapponese e lui risponde di non conoscere la lingua. Vent’anni fa sarebbe suonata come un’ovvietà; oggi suonerebbe già strana, perché quel documento può tradurlo in tre secondi. Un piccolo imprenditore riceve un contratto irto di clausole e ammette di non capirne alcune: può farsele spiegare, confrontare, smontare da un sistema, salvo poi rivolgersi comunque a un professionista. Un impiegato non sa costruire una formula in un foglio di calcolo né montare una presentazione: l’IA lo prende per mano. A poco a poco la risposta “non so farlo” perde legittimità, perché qualcuno è pronto a ribattere: non devi saperlo fare, devi sapere come ottenere il risultato.

Sembra una splendida democratizzazione e in buona parte lo è. Persone senza certe competenze potranno mettere le mani su capacità, che prima costavano anni di studio o parcelle salate ma ogni volta che cresce ciò che possiamo fare, cresce anche ciò che gli altri si aspettano da noi. Lo smartphone non ci ha soltanto reso sempre raggiungibili: ha reso quasi indecente non esserlo. La posta elettronica non ha solo accelerato la comunicazione: ha accorciato il tempo che il mondo considera educato per rispondere. Il navigatore satellitare non ci ha solo aiutato a orientarci: ha trasformato il perdersi da avventura ordinaria a colpa evitabile. È la regola non scritta di ogni tecnologia: non cambia soltanto ciò che possiamo fare, cambia ciò che gli altri ritengono ragionevole pretendere.

L’intelligenza artificiale potrebbe estendere questa dinamica non a un singolo gesto, ma a una fetta enorme delle nostre facoltà mentali. Se posso tradurre qualunque testo, riassumere qualsiasi documento, farmi spiegare quasi ogni argomento, generare codice, analizzare dati, sfornare immagini, quale livello di prestazione diventerà normale pretendere da me? Rischiamo di entrare in una stagione di inflazione delle aspettative cognitive. E l’immagine è quanto mai calzante: quando una moneta abbonda, ogni singola unità vale di meno e i prezzi salgono. Allo stesso modo, quando la competenza circola gratis e a fiumi, il valore di ciascuna prestazione si abbassa e l’asticella di ciò che serve soltanto per essere considerati normali continua a salire. La capacità in più non si traduce in tempo libero o in minore pressione, ma in un nuovo minimo sindacale.

Non è una novità assoluta. Il computer avrebbe dovuto tagliare drasticamente il tempo per svolgere mille attività d’ufficio. In effetti lo ha fatto, senza che ne seguissero giornate più corte. Abbiamo usato quel tempo risparmiato per produrre più documenti, più analisi, più riunioni, più slide. Quando preparare dieci diapositive costava una giornata, dieci diapositive erano un buon lavoro. Ora che quelle stesse slide si ottengono in dieci minuti, ci si aspetta che ne vengano preparate cinquanta, confrontando anche cinque scenari e presentando alla riunione tre alternative pronte. Cyril Northcote Parkinson lo aveva capito con la sua celebre legge: il lavoro si dilata fino a occupare tutto il tempo disponibile. L’efficienza tecnologica, insomma, si trasforma quasi subito in pretesa sociale.

Con l’AI il fenomeno può diventare molto più violento perché tocca il perimetro stesso delle competenze. Il professionista di domani potrebbe non essere giudicato per ciò che sa in prima persona, ma per tutto ciò che riesce a mobilitare attraverso le intelligenze a cui ha accesso. È come valutare un artigiano non più dalle sue mani, ma dall’intera bottega che ha alle spalle: gli attrezzi, gli apprendisti, i fornitori, i cataloghi. Il confine della competenza individuale finirebbe così per coincidere con il confine della propria architettura cognitiva. Non ciò che sai, ma ciò che tu, i tuoi strumenti, i tuoi agenti, i tuoi dati e le tue reti sapete fare tutti insieme.

C’è un versante splendidamente emancipatore in tutto questo. Una persona con una disabilità, una microimpresa senza grandi strutture, uno studente di provincia, un libero professionista, potrebbero afferrare capacità un tempo riservate a colossi organizzati. Ma c’è anche un versante meno tranquillizzante. Se la potenza artificiale viene inglobata nella definizione sociale di competenza, chi sceglie di non usarla rischia di apparire non soltanto più lento, ma addirittura irresponsabile. Perché dovrei tollerare un refuso, se esiste uno strumento che lo corregge? Perché una relazione dovrebbe restare lacunosa, se un sistema può passarla al setaccio? Perché un medico, un docente, un funzionario dovrebbe ignorare qualcosa che un agente avrebbe potuto recuperare in un istante?

La faccenda si fa ancora più spinosa quando entra in scena l’errore. Abbiamo sempre distinto tra ciò che una persona poteva ragionevolmente sapere e ciò che non era in grado di conoscere. Ma se una macchina spulcia in pochi secondi montagne di informazioni, il perimetro di ciò che “avresti potuto sapere” si gonfia a dismisura. Un domani potremmo sentirci rimproverare non più soltanto “dovevi saperlo”, ma “avresti dovuto chiederlo all’AI”. La semplice disponibilità della competenza artificiale potrebbe così riscrivere perfino il concetto di negligenza. Non interpellare un sistema capace di fiutare un rischio potrebbe diventare grave quanto oggi lo è ignorare una fonte obbligatoria.

Ed eccoci al paradosso. L’AI nasce con la promessa di sollevarci da una parte della fatica mentale e potrebbe, invece, partorire individui a cui si chiede di essere competenti in un numero crescente di campi. Non perché abbiano davvero studiato tutto, ma perché possiedono la chiave d’accesso a una capacità esterna, che rende quella competenza momentaneamente disponibile. Potremmo sapere di persona molte meno cose e, allo stesso tempo, essere ritenuti responsabili di molte più.

Lo scenario incrina anche l’idea di specializzazione. Se un singolo professionista può mobilitare capacità artificiali in diritto, economia, comunicazione, analisi dei dati e programmazione, che ne è dei confini tra le professioni? Gli specialisti non spariranno, perché la conoscenza profonda resterà indispensabile proprio per controllare e governare i sistemi. A rischiare è semmai la competenza intermedia, quella per cui pagavamo qualcuno soltanto perché possedeva una capacità, che a noi mancava. E la domanda si farà sempre più ruvida: quanto vale una competenza, quando chi non la possiede può simularne temporaneamente una fetta consistente?

La soluzione, certo, non può essere difendere per legge l’ignoranza. Sarebbe grottesco rimpiangere un mondo in cui non capivamo un testo perché non ne conoscevamo la lingua, o in cui il piccolo imprenditore restava tagliato fuori dagli strumenti di analisi. Dovremo però imparare a tenere distinte tre cose, che oggi tendiamo pericolosamente a confondere: possedere una competenza, accedere a una competenza, saper governare una competenza artificiale. Non sono la stessa cosa. Posso ottenere una traduzione senza sapere la lingua, un’analisi statistica senza sapere la statistica, un parere preliminare senza sapere il diritto. Il risultato può essere ottimo. Ma saper produrre un risultato non significa affatto saperne riconoscere i limiti. È la vecchia trappola descritta da Dunning e Kruger: chi meno sa di una materia è spesso il meno attrezzato ad accorgersene, e un output impeccabile sfornato dalla macchina rischia di spegnere del tutto quel campanello d’allarme.

È qui che il diritto di non sapere assume un senso nuovo. Non è la rivendicazione dell’ignoranza, ma il riconoscimento del limite come ingrediente indispensabile dell’autonomia. Una società sana deve permettere alle persone di dire “non lo so” senza obbligarle a mascherare il proprio vuoto dietro una macchina. Forse dovremmo preoccuparci meno delle AI, che ammettono candidamente di non conoscere una risposta. Il vero problema saranno gli esseri umani che, avendo un’AI sempre a portata di mano, non sentiranno più di avere il diritto di ammettere di non sapere.

Perché il dubbio, l’incertezza, il riconoscimento del limite non sono difetti della mente. Sono dispositivi di sicurezza, esattamente come le cinture in automobile. Chi sa di non sapere cerca un esperto, verifica, rallenta. Chi invece può generare all’istante una risposta plausibile può coltivare l’illusione di padroneggiare una competenza, che in realtà sta soltanto prendendo in prestito. Bertrand Russell lo diceva con la sua abituale perfidia: il guaio del mondo è che gli sciocchi sono pieni di certezze e le persone sagge traboccano di dubbi.

Forse, allora, la capacità più preziosa nell’età dell’intelligenza artificiale sarà la meno tecnologica di tutte: sapere con esattezza dove finisce la terraferma di ciò che sappiamo davvero e dove comincia il mare aperto di ciò che la nostra architettura cognitiva sa fare al posto nostro. È una saggezza antica travestita da problema nuovo. Già Socrate aveva fatto della consapevolezza della propria ignoranza il principio stesso del sapere: sapeva di non sapere e proprio per questo non smetteva mai di cercare.

Per secoli l’ignoranza è stata il muro contro cui abbiamo costruito la conoscenza. Nel prossimo futuro rischia invece di diventare qualcosa da nascondere, perché una macchina ci offre il modo di farlo. E in una società in cui tutti possono sembrare competenti in quasi tutto, pronunciare tre paroline semplicissime potrebbe diventare una delle forme più rare e più preziose di intelligenza: non lo so.

*Professore Carlo Maria Medaglia, delegato del Rettore per la Terza Missione, l’Innovazione Didattica e l’Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi IUL