Peggio dei droni

 


Nenad Stojanović – Perché alla Svizzera piace la neutralità così com’è

 

Nenad Stojanović, politologo, è professore associato al Dipartimento di scienze politiche dell’Università di Ginevra

Tutte le interviste della rubrica Tre domande a… si possono ascoltare in podcast su YouTube Music


Trasporti ’45: dubbi sul piano da 50 miliardi

 

Di Riccardo Franciolli, tvsvizzera.it

“Trasporti ’45Collegamento esterno” è il programma con cui il Consiglio federale intende definire le priorità per lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie, delle strade nazionali e della mobilità d’agglomerato fino al 2045. Il pacchetto prospettato vale circa 50 miliardi di franchi.

Nel suo auditCollegamento esterno, il Controllo federale delle finanze (CDF) riconosce il valore di una pianificazione trasversale dei tre comparti. Ma rileva “importanti carenze”: le basi per stabilire una graduatoria solida e comprensibile sarebbero insufficienti, la redditività di alcuni progetti probabilmente sovrastimata e la disponibilità delle risorse necessarie non dimostrata.

Cos’è Trasporti ’45?“Trasporti ’45Collegamento esterno” è il programma con cui il Consiglio federale intende stabilire quali infrastrutture ferroviarie, stradali e d’agglomerato debbano avere priorità fino al 2045 e oltre.  Per la prima volta, ferrovia, strade nazionali e mobilità d’agglomerato sono riunite in una pianificazione unica. L’obiettivo è aumentare la capacità della rete ferroviaria, ridurre i principali colli di bottiglia stradali e finanziare misure di mobilità negli agglomerati. La graduatoria proposta si basa su una periziaCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo, commissionata dal DATEC, e sulle valutazioni degli uffici federali competenti. Il piano contempla investimenti per circa 50 miliardi di franchi entro il 2045; un primo pacchetto da circa 11 miliardi dovrebbe essere sottoposto al Parlamento all’inizio del 2027.

L’audit non analizza nel dettaglio i costi e le varianti di ogni singola opera. Esamina piuttosto se la priorizzazione proposta sia comprensibile e se l’allocazione delle risorse sia adeguata. La conclusione del CDF è netta: soprattutto per i nuovi ampliamenti, mancano criteri sufficientemente affidabili, aggiornati, trasparenti e riproducibili.

Una perizia limitata e dati non aggiornati

Secondo il CDF, una parte rilevante della graduatoria si fonda sulla periziaCollegamento esterno dell’ETH di Zurigo, incaricata di ordinare 226 progetti per un valore complessivo superiore a 100 miliardi di franchi. Il mandato affidato all’istituto era però circoscritto: prevedeva criteri semplici e prevalentemente qualitativi e non contemplava la possibilità di modificare i progetti né di rimettere in discussione l’impostazione generale.

Pur considerandola utile, l’organo di vigilanza ritiene quindi che non costituisca una base sufficientemente solida per definire in larga misura la politica nazionale dei trasporti.

Il CDF rileva inoltre che le previsioni sulla domanda di trasporto utilizzate per la pianificazione risalgono al 2021. Il loro aggiornamento, atteso nel 2026, non potrà essere integrato nel messaggio che il Consiglio federale intende sottoporre al Parlamento all’inizio del 2027.

Redditività sotto esame

L’audit mette in discussione anche le valutazioni economiche dei progetti. Alcuni parametri utilizzati per calcolare il rapporto fra costi e benefici, pur essendo tuttora formalmente in vigore, sono considerati superati dal CDF. Il rapporto richiama in particolare il valore attribuito al tempo risparmiato nei viaggi, fondato su una norma del 2009, e il costo esterno delle emissioni di CO₂, basato su conoscenze scientifiche del 2019. Un loro aggiornamento, secondo l’organo di controllo, ridurrebbe il beneficio attribuito a diversi progetti e potrebbe modificare l’ordine delle priorità.

Per il comparto ferroviario, il CDF rileva che non era ancora disponibile una valutazione costi-benefici aggiornata per l’insieme delle opere previste fino al 2045. I benefici sono in parte calcolati sulla base di concetti d’offerta superati, mentre l’evoluzione dei costi non è stata recepita in tutte le analisi. Per il CDF, una graduatoria fondata su queste basi non può essere considerata sufficientemente solida.

Tra i casi citati compare la galleria ferroviaria del Grimsel. Richiamando i dati dell’Ufficio federale dei trasporti, il CDF segnala che il progetto presenta un beneficio negativo: anche senza considerare il costo di costruzione, i costi di esercizio diretti e indiretti supererebbero i vantaggi per la collettività. L’ultima stima di 830 milioni di franchi deriva inoltre da uno studio di fattibilità del 2023 e resta quindi soggetta a margini d’incertezza.

Sul fronte stradale, l’audit indica due esempi particolarmente problematici. Per l’ampliamento Aarau-Ost–Birrfeld, il rapporto costi-benefici scenderebbe da 1,6 a 0,4 franchi per ogni franco investito applicando parametri aggiornati. Per Perly–Bernex, il beneficio passerebbe da 90 a circa 30 centesimi per franco investito. Nella stessa verifica figurano inoltre, fra gli altri, il tratto Lugano Sud–Mendrisio, il Rheintunnel Basel e il terzo tubo del Rosenberg a San Gallo. Per queste opere il rapporto non chiede un rinvio esplicito, ma mostra come l’aggiornamento dei parametri possa cambiare sensibilmente le valutazioni economiche.

Il CDF chiede inoltre che, prima di procedere con gli allargamenti autostradali, siano esaminate sistematicamente alternative meno costose, quali limiti dinamici di velocità o l’utilizzo temporaneo della corsia d’emergenza.

La sostenibilità finanziaria

Il CDF ritiene che la finanziabilità dei circa 50 miliardi previsti fino al 2045 non sia dimostrata. Sul fronte ferroviario, il Fondo per l’infrastruttura ferroviaria (FIFCollegamento esterno) è sotto pressione: l’audit segnala quindi un possibile rischio di carenza di liquidità già a partire dagli anni 2030. Inoltre, al momento della verifica non era disponibile una proiezione aggiornata dei flussi del fondo fino al 2045 che includesse le opere proposte in “Trasporti ’45”.

Anche le previsioni per il Fondo per le strade nazionali e il traffico d’agglomerato (FOSTRACollegamento esterno) sono considerate troppo ottimistiche. Il CDF confronta spese teoriche fino al 2045 per 16,3 miliardi con liquidità previste per 7,2 miliardi, che salirebbero a 9,5 miliardi ipotizzando il ritorno all’attribuzione ordinaria di una quota dell’imposta sugli oli minerali. Le proiezioni fanno inoltre affidamento su entrate da una futura tassa sui veicoli elettrici, misura che richiederebbe una modifica costituzionale e il voto popolare.

Il DATEC: non si decide soltanto con i calcoli

Il Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni (DATEC) respinge la critica di fondo del CDF. Nella presa di posizione allegata all’audit, il Dipartimento sostiene che la perizia dell’ETH di Zurigo e le valutazioni degli uffici federali costituiscono una base appropriata per affinare la pianificazione in una fase di risorse limitate.

Il DATEC contesta in particolare l’idea che la graduatoria debba fondarsi in modo rigido sui soli calcoli costi-benefici. Nella scelta delle grandi infrastrutture, afferma, devono essere considerati anche elementi difficilmente quantificabili, quali la resilienza della rete, la stabilità dell’esercizio, lo sviluppo regionale e le dipendenze fra progetti.

Ticino: il nodo della continuità verso sud

Le critiche sulla graduatoria delle opere si inseriscono inoltre in un dibattito già acceso sulle priorità territoriali del progetto.

Per il Ticino le misure contemplate riguardano soprattutto il miglioramento dell’offerta regionale, fra cui l’aumento delle frequenze sull’asse Bellinzona–Locarno, uno dei più sollecitati del Cantone.

Per diversi osservatori ticinesi, però, la questione centrale è la continuità del corridoio ferroviario verso sud. Il Ticino è infatti il collegamento svizzero con la Lombardia e con una delle principali aree economiche europee. Da qui la richiesta di attribuire maggiore peso alla direttrice del Gottardo e di integrare più esplicitamente nella pianificazione i collegamenti internazionali e il traffico transfrontaliero.

Le riserve non arrivano soltanto dal Sud delle Alpi. Nel dibattito figurano anche l’Herzstück Basel, il collegamento ferroviario sotterraneo nel cuore di Basilea, che il Consiglio federale considera oggi troppo costoso e complesso, e il rinvio della seconda fase della stazione passante di Lucerna.

La scelta delle priorità

Al di là delle singole opere, il confronto aperto dal Controllo federale delle finanze pone una questione di fondo: come stabilire le priorità quando le risorse sono limitate e la domanda di mobilità continua a crescere. Nei prossimi mesi, Cantoni e altri attori potranno esprimersi nella consultazione. In seguito, Consiglio federale e Parlamento dovranno decidere non soltanto quali progetti realizzare, ma anche quali rinviare. Una scelta destinata a incidere per decenni sull’assetto dei trasporti svizzeri.

Nell’immagine: un fotogramma dal servizio del Telegiornale RSI


Nell’Ucraina occupata si muore di fame: “A Oleshky costretti a mangiare erba”

 

Di Monica Perosino, La Stampa

A Oleshky ormai si mangia l’erba. La portulaca che cresce nei giardini e ai bordi delle strade viene raccolta, bollita, messa nelle pentole insieme a quello che resta. Quando resta qualcosa. Lo chiamano il borsch di Oleshky.

La città sulla riva sinistra del Dnipro, occupata dal primo giorno dell’invasione, è intrappolata in una catastrofe umanitaria: non entrano viveri né medicinali, manca l’elettricità, l’acqua corrente è quasi inesistente e fuggire è impossibile. L’ultima consegna di cibo risale a maggio. Da allora le forze russe che controllano la città impediscono sia l’ingresso degli aiuti sia l’evacuazione dei civili. L’unica strada per uscire è minata, sorvegliata dai droni, disseminata di automobili bruciate e cadaveri. I tentativi di evacuare feriti e civili finiscono in stragi. Delle 24 mila persone che vivevano qui prima dell’invasione ne sarebbero rimaste circa duemila, soprattutto anziani, persone che non possono muoversi e chi si prende cura di loro. Tra loro 47 bambini. Contando gli insediamenti intorno, i civili intrappolati sarebbero seimila, 182 bambini.

«Il primo settembre è stato il giorno in cui abbiamo perso l’ultima speranza. La speranza per il cibo, per poter partire, per la vita», ha scritto Alla Lykhman-Malysh, che a Oleshky gestisce con le donazioni un rifugio per animali abbandonati. Per quattro settimane, racconta, ogni mattina la gente ha aspettato i camion dei viveri. «Ogni mattina ha sperato che riuscissero a entrare. Non sono mai arrivati».

Finora si è vissuto di orti: cetrioli e pomodori, zucchine, melanzane. Ma l’estate è finita e con lei sta finendo anche l’ultima riserva di cibo. Non c’è più nulla con cui nutrire le galline, e così sono state macellate. Negli orti sono cominciati i furti: «Esci di casa, torni e le patate sono sparite». La giornalista ucraina Natalia Mazina, che da mesi raccoglie per Hromadske le testimonianze di chi è rimasto, racconta una città in cui ormai persino comunicare è pericoloso. Dei messaggi scambiati in primavera con molte delle persone intervistate non resta traccia: sono stati cancellati per paura che i russi li leggano.

Maria Semenchenko, giornalista originaria di Oleshky e oggi a Kyiv, aveva ancora tre familiari in città. Due sono riusciti a partire a maggio. Quando sua zia è arrivata era così dimagrita da riuscire a indossare i vestiti della figlia di nove anni. Un altro familiare è ancora lì. Una delle ultime zuppe l’ha preparata con fagioli, un peperone, un pomodoro, una patata e margarina vecchia di cinque anni trovata in una cantina. I cani, racconta Alla, sono «pelle e ossa». Alcuni gatti sono così magri «che il vento li trascina via». Chi riesce a catturare serpenti li fa bollire per dare qualcosa ai propri animali. Alcuni, racconta Semenchenko, avvelenano i cani per non vederli morire lentamente di fame. Dei gatti ne sono rimasti pochissimi: molti vengono sbranati dai randagi. Tetiana Hasanenko, capo dell’Amministrazione militare di Oleshky, ha ricevuto segnalazioni terribili: «Qualche giorno fa per la prima volta ho avuto conferma che ci sono famiglie costrette a mangiare i cani».

A Oleshky anche morire è difficile. Nel seminterrato dell’ospedale c’è quello che gli abitanti chiamano l’obitorio. Secondo le testimonianze ci sarebbero circa cento cadaveri, alcuni chiusi nei sacchi da mesi. Il fetore è tale che non si riesce a restare vicino all’ingresso. Così alcuni seppelliscono i propri morti negli orti, in fosse poco profonde. Hasanenko racconta di una donna che ha trovato quello che restava del marito ucciso, ne ha raccolto le parti, lo ha seppellito. «Ma i cani scavano».

L’ambulanza non esce più. In ospedale non ci sono medicine. Una delle poche cose che i medici riescono ancora a fare è fermare le emorragie. E i feriti sono moltissimi.

Da mesi Kyiv chiede un corridoio umanitario. Il 16 settembre il commissario per i diritti umani del Parlamento ucraino Dmytro Lubinets aveva annunciato un accordo con la Russia per evacuare gli abitanti e il Comitato internazionale della Croce Rossa si era detto pronto a intervenire. Ma dalla parte russa, sostiene Kyiv, non è seguito nulla. «La cosa più terribile è che le persone stanno già attraversando i campi minati», ha detto Lubinets. «Rischiano di saltare in aria o di essere colpite dai droni, ma continuano ad andare avanti perché restare a Oleshky è peggio». Si è tentato anche di far arrivare il cibo con i droni, ma i russi li abbattono, oppure individuano la casa nel cui cortile sono caduti i pacchi e accusano gli abitanti di collaborare con l’esercito di Kyiv. Una famiglia sarebbe stata portata via dopo uno di questi episodi. Da allora non se ne sa più nulla.

A New York, intanto, la diplomazia prova ad aprire qualche varco. Dal palco dell’Onu Sergej Lavrov ha accusato ancora una volta l’Europa di «fare di tutto per ostacolare la pace» e di puntare alla «sconfitta strategica della Russia». Ma lontano dai riflettori ha incontrato per la prima volta dall’inizio dell’invasione il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul. Donald Trump ha detto di sperare in un accordo tra Putin e Zelensky «prima del pieno inverno». A Oleshky, però, l’inverno non è una scadenza astratta, ma il momento entro il quale devono arrivare cibo, medicinali e una via d’uscita.


L’altro problema dell’IA: saremo sommersi dai rifiuti elettronici dei data center

 

Di Paolo Travisi, La Repubblica

Elevato consumo energetico e grandi quantità di acqua per il raffreddamento. I data center hanno un costo collettivo molto elevato, e la loro diffusione – che va di pari passo con la progressione dell’IA generativa – avrà ripercussioni sempre più tangibili e drammatiche. Anche per quanto riguarda i rifiuti, aspetto fino ad ora trascurato, ma messo in evidenza da un white paper relalizzato da Basel Action Network (BAN), l’organizzazione ambientalista nota per le sue battaglie contro il traffico internazionale di rifiuti tossici.

Il dossier, infatti, mette l’accento sulla quantità di rifiuti elettronici, i RAEE, che i data center produrranno nei prossimi anni. Si chiama The Coming AI Waste Waveil documento del BANche, citando dati McKinsey, sottolinea che tra il 2025 e il 2030l’industria investirà circa 7.000 miliardi di dollari per costruire l’infrastruttura necessaria a sostenere l’IA. Per comprendere quanto sia enorme l’investimento compresso in appena cinque anni, secondo il dossier la stessa cifra metterebbe fine alla fame nel mondo per i prossimi 75 anni. Soldi che serviranno a raggiungere 219 gigawatt di capacità totale nei data center entro il 2030, l’80% in più rispetto al 2025: sempre per fare paragoni utili a capire quanto sia alta la posta in gioco, la stessa mole di energia potrebbe alimentare tutte le abitazioni degli Stati Uniti messe insieme. Restando in America, solamente lì, sono in programma 4.871 impianti per sfamare la sete di IA necessaria allo sviluppo delle big tech e delle aziende che useranno questa tecnologia.

“I rifiuti elettronici rappresentano già il flusso di rifiuti in più rapida crescita sul pianeta e solo un quinto viene gestito correttamente”, ha affermato Jim Puckett, cofondatore di BAN, ma perché queste infrastrutture produrranno questa enorme mole di rifiuti? La velocità di sviluppo della tecnologia attuale ha saturato i limiti fisici del silicio contenuto nei chip, per cui per aumentare la potenza richiesta dall’IA sono stati aggiunti chip che lavorano in parallelo. Milioni di macchine che una volta obsolete devono essere smaltite. Per il BAN,l’87% della massa complessiva delle infrastrutture di un data centerè rappresentato da trasformatori, sistemi UPS, cablaggi in rame, sistemi di raffreddamento, di backup con batterie e generatori diesel. Ed il problema è che non esiste un piano strutturato per gestire questi rifiuti, che contengono anchepiombo, mercurio, cadmio e sostanze chimiche persistenti, oltre a metalli preziosi difficili da recuperare.

A questo si aggiunge l’effetto contagio, chiamato AI waste contagion: ovvero l’obsolescenza indotta su dispositivi che si trovano fuori dai data center, comePC, smartphone, dispositivi edge, infrastrutture di telecomunicazione, resi obsoleti in tempi rapidissimi dai nuovi requisiti hardware imposti dall’IA. Insomma quel che diventa vecchio, si deve cambiare per essere al passo con il mercato, e non è il frutto di scelte consapevoli di consumatori e imprese.

Le cifre stimate dall’organizzazione ambientalista hanno volumi davveri giganteschi: entro il 2050 saremo sommersi da una forbice compresa tra 395 e 617 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici legati anche all’IA, l’equivalente di un massimo (nell’ipotesi peggiore) di23 milioni di container che allineati circonderebbero la Terra per ben sei volte. Per comprendere meglio le proporzioni. Ad oggi, si producono circa 67 milioni di tonnellate di e-waste all’anno, di cui — secondo il Global E-Waste Monitor dell’ONU citato nel rapporto —solo il 22,3% viene riciclato in modo corretto. Il white paper però precisa che si tratta di proiezioni, sottostimate o sovrastimate? È presto per dirlo, ma sicuramente intende porre l’attenzione e accendere la sensibilità suun fenomeno nuovo, che potrebbe essere incontrollabile. Ma se ora l’attenzione è stata posta sui RAEE, nei prossimi approfondimenti, BAN annuncia di voler analizzare anche il livello di tossicità di questi nuovi rifiuti, che potrebbero contenere PFAS nei liquidi di raffreddamentoe infine, l’assenza totale di un piano per gestire questi volumi di rifiuti da parte di hyperscaler comeAWS, Microsoft Azure, Google, Meta, Oracle o Alibaba. “Ci troviamo tutti a partecipare alla corsa all’intelligenza artificiale”, afferma il rapporto, “quasi sempre senza essere consapevoli delle conseguenze più ampie che ne derivano”.


Blocher sconfitto

 

Äxgüsi, Silvia, gib mer de ander Huet. Ich muess jetzt für de Waffenexport werbe. Gnueg isches mit dem «Nei zur Krieg»-Grede wo mich au scho einigi Millione Franke kostet het [Scusa, Silvia, passami l’altro cappello. Ora devo promuovere l’esportazione di armi. Ne ho abbastanza di questi discorsi sul «No alla guerra» che mi sono già costati diversi milioni di franchi].

È cominciato così il pomeriggio di Christoph Blocher nella sua villa di Herrliberg, dopo la sconfitta della sua iniziativa: chiedendo alla moglie di cambiare cappello, per passare da (finto) promotore della pace a (convinto) bellicista esportatore di armi.

Bene che Blocher e la sua UDC siano stati sconfessati dal popolo a poca distanza dalla bocciatura dell’iniziativa sui dieci milioni. Il miliardario ha buttato quasi 4 milioni di franchi nella falsa campagna che inneggiava al “No alla guerra”. Adesso si impegnerà per favorire l’esportazione di armi, in votazione a novembre.

L’iniziativa sulla neutralità era bugiarda. Non avrebbe cambiato niente, salvo ancorare nella Costituzione il principio della neutralità armata.

La neutralità è già nella Costituzione elvetica, agli articoli 173 e 185, dove si afferma che l’Assemblea federale e il Consiglio federale prendono “provvedimenti a tutela della sicurezza esterna, dell’indipendenza e della neutralità della Svizzera”. Basta e avanza, ha pensato la maggioranza dei votanti.

L’iniziativa era bugiarda perché, sostanzialmente, non garantiva la neutralità permanente (che non esiste più da una vita). Specificava che il nostro Paese avrebbe potuto collaborare con alleanze militari “in caso di atti preparatori in vista di una aggressione diretta contro la Svizzera”. Collaborare con alleanze militari significa confermare gli accordi, già ora in vigore, con la NATO.

Basta seguire le esternazioni del colonnello Pfister, capo del Dipartimento della difesa, e di qualche deputato, per capire che Governo e parte del Parlamento considerano la Svizzera già ora minacciata. Per esempio Pfister: “Il pericolo non si limita a un classico scontro militare, ma si estende anche a una guerra asimmetrica sotto forma di attacchi terroristici”. A suo dire anche in Svizzera “sussiste il rischio che si verifichino attentati”. In linea anche la presidente della Commissione della politica di sicurezza del Consiglio nazionale Jacqueline de Quattro, che sentenzia: “Da 25 anni non c’è una minaccia così concreta sul continente europeo. Gli altri Stati, nella NATO, si aspettano che la guerra tornerà sul nostro continente tra due o tre anni. Dobbiamo prepararci, sperando di non averne bisogno”.

Ecco servita la strategia della politica borghese per sancire che “gli atti preparatori” citati nell’iniziativa blocheriana sono già realtà. Quindi, la “neutralità permanente” è liquidata e l’unica cosa che conta è il riarmo.

Infatti, come dicevamo all’inizio, adesso l’UDC, assieme a tutti i partiti borghesi, si lancia nella campagna a favore della Legge che prevede di allentare le restrizioni sull’esportazione di materiale bellico elvetico. Contro la Legge, in linea con la politica bellicista della maggioranza del Parlamento e con gli interessi dell’industria bellica elvetica, hanno lanciato il referendum i partiti di sinistra, il partito evangelico, diverse ONG e il Gruppo per una Svizzera senza esercito. Sarà importante affossare questa legge se si vuole dire “No alla guerra”. Si voterà il 29 novembre.

Per lottare contro le guerre la neutralità conta poco, anche perché è ormai una foglia di fico, invece è importante contrastare le politiche di riarmo. Quindi no all’esportazione di materiale bellico e no, prossimamente, all’aumento dell’IVA per finanziare le nuove spese militari. Il Governo prevede di finanziare il Fondo con un aumento dell’IVA, con le eccedenze della Confederazione (se ci saranno) e con il  bilancio della Confederazione: quindi questo buco nero sottrarrà soldi alla formazione, alla ricerca, al welfare e all’ambiente.

Quando sarà definitivamente approvato dalle Camere, sarà inderogabile lanciare un referendum per bloccare il Fondo e i suoi 24 miliardi.

Regalare tanto denaro all’esercito dopo i disastri e gli scandali collezionati negli ultimi anni è una follia. Se si strilla “No alla guerra” si deve urlare NO ALLE ARMI!


Iniziativa sulla naturalizzazione: il Consiglio degli Stati dice «no» a tutto!

 

Pochissimi ritengono che sia un problema per la nostra tanto decantata democrazia il fatto che ben un quarto della popolazione svizzera sia escluso dalla partecipazione politica. Con una sola eccezione (Fabien Fivaz, Verdi NE), il Consiglio degli Stati è contrario all’iniziativa popolare «Per un diritto di cittadinanza moderno». Le sue richieste vanno troppo oltre per i parlamentari. Secondo l’iniziativa, il passaporto svizzero viene concesso a chi ha soggiornato legalmente in Svizzera per cinque anni, possiede conoscenze di base di una lingua nazionale, non rappresenta un pericolo per la sicurezza e non è stato condannato a una pena detentiva di lunga durata.

Una minoranza chiede una controproposta

La consigliera degli Stati zurighese dei Verdi liberali Tiana Angelina Moser ricorda che circa 450’000 stranieri sono nati in Svizzera, hanno frequentato le scuole qui, ma spesso rinunciano a presentare domanda di naturalizzazione a causa dei rigidi termini di soggiorno previsti a livello cantonale e comunale. Per questo motivo sarebbe necessaria una controproposta all’iniziativa. Mathias Zopfi, membro dei Verdi di Glarona e presidente dell’Associazione svizzera dei comuni, è contrario all’iniziativa, anche perché essa concentra la procedura a livello federale. Oggi il processo inizia nel comune, prosegue a livello cantonale e il passaporto svizzero viene rilasciato dalla Confederazione. A causa dei requisiti linguistici, che variano da cantone a cantone e sono sempre più severi, secondo Zopfi gli artigiani sono svantaggiati. In effetti, come ha evidenziato uno studio scientifico, negli ultimi anni due terzi delle naturalizzazioni hanno riguardato laureati. È ingiusto che chi esercita professioni artigianali ne sia quasi escluso. Per facilitare le naturalizzazioni, secondo Zopfi è necessaria una controproposta.

Naturalizzazione dopo 25 anni

Pierre-Yves Maillard (PS, VD) sottolinea che circa il 35% dei lavoratori paga le imposte e i contributi previdenziali, ma non ha diritto di voto, nemmeno in relazione alla propria AVS. Anche poco più di un terzo dei neonati è di nazionalità straniera. Si pone quindi la questione di quale possa essere la percentuale di persone escluse dal diritto di voto in uno Stato democratico. La proposta di Maillard: chi vive in Svizzera da 25 anni ottiene la cittadinanza in modo semplice. Un solo membro del Consiglio degli Stati, Matthias Michel (PLR, Zugo), ha espresso simpatia per la proposta di Maillard. La portavoce della commissione, Marianne Binder-Keller (Centro, AG), la presidente della commissione, Heidi Z’graggen (Centro, Uri), Andrea Gmür-Schönenberger (Centro, LU) e Pirmin Schwander (UDC, SZ) si sono tutti espressi contro l’iniziativa popolare, nonché contro un controprogetto; non vedono alcuna necessità di intervenire, al massimo si potrebbero valutare miglioramenti minimi.

Nessuna discussione

Lupi, mucche, cavalli e altri animali suscitano emozioni e fanno parlare i politici. I problemi relativi alla naturalizzazione degli stranieri, la distorsione della democrazia causata dall’elevato numero di persone prive del diritto di voto e di eleggibilità, su questi argomenti i membri del Consiglio degli Stati preferiscono tacere. Impegnarsi a favore del 25% di persone senza passaporto svizzero non porta voti: manca l’empatia verso la loro situazione. Certo, l’iniziativa si spinge molto lontano, ma offre l’occasione per affrontare in modo approfondito questo tema importante e significativo per molte persone. Eppure no, la «chambre de réflexion» non vuole guardare oltre il proprio naso e cercare soluzioni per il futuro.

Anche il consigliere federale Beat Jans è contrario all’iniziativa e a una controproposta. Egli cita gli ostacoli che rendono difficile la naturalizzazione e ha invitato i Cantoni a valutare le possibilità di semplificarla e armonizzarla. Si tratta di un approccio molto vago, che non lascia intendere che il Consiglio federale abbia una visione chiara. A seguito di ciò, l’iniziativa popolare «Per un diritto di cittadinanza moderno» e, contestualmente, una controproposta sono state respinte a larga maggioranza, come già in precedenza dal Consiglio nazionale. Gli aventi diritto di voto avranno l’ultima parola.

40 anni fa il Consiglio federale argomentava in modo del tutto diverso

Nel 1982 la situazione era ancora ben diversa. L’allora ministro della Giustizia, Kurt Furgler (PPD), voleva una naturalizzazione agevolata per gli stranieri cresciuti in Svizzera. A tal fine aveva ottenuto una maggioranza in Parlamento, ma nella votazione popolare del 4 dicembre 1983 il progetto del Consiglio federale e del Parlamento fu respinto (55% di «no», 45% di «sì»). All’epoca, nel messaggio del Consiglio federale si poteva leggere la seguente argomentazione del consigliere federale Furgler:

«Gli stranieri cresciuti qui, grazie alla frequenza delle scuole svizzere, hanno una buona familiarità con la nostra realtà e sono stranieri solo sulla carta. La loro piena integrazione nella società svizzera va promossa con ogni mezzo. Solo così si potrà evitare che, per mancanza di possibilità di partecipazione politica, siano spinti verso un isolamento indesiderabile dal punto di vista umano e, soprattutto, politico-statale. Anche se i giovani stranieri cercano di emulare in tutto i loro coetanei svizzeri, si sentono comunque un gruppo a sé stante. Questa sensazione è ulteriormente rafforzata dal fatto che, in questa o quella occasione, si rendono conto di essere stranieri».

Tali riflessioni di carattere politico-civico e umano non sono state né ascoltate né lette né nel Consiglio degli Stati né nel messaggio del Consiglio federale relativo all’iniziativa popolare appena respinta. Il passo indietro nella valutazione della naturalizzazione da parte del Governo federale è evidente, sebbene il numero di persone in Svizzera prive di passaporto svizzero sia nel frattempo cresciuto notevolmente e la questione sia diventata più urgente.

Nell’immagine: un solo sì


I media Usa e la verità di Trump

 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Da duemila anni ci chiediamo che cos’è la verità, interrogandoci sull’eterna domanda di Ponzio Pilato nel Vangelo: ma oggi è arrivato il momento di cambiare il quesito per chiederci piuttosto quante sono le verità che una democrazia può sopportare. È precisamente questo il nodo al centro dell’ultimo conflitto tra Donald Trump e i media americani, dopo che il presidente americano ha deciso di vietare l’ingresso alla Casa Bianca ai reporter di Cnn, Ms Now e Politico, accusati di aver scritto “storie deliberatamente negative” sull’amministrazione Usa, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Dopo la confusione totale tra politica e comunicazione, che caratterizza la nostra epoca, c’era soltanto più un passo da compiere per ridisegnare il perimetro dentro il quale si muove il potere: espellere dal cuore del sistema le notizie sgradite, le analisi critiche, le domande scomode escludendo i giornalisti, i microfoni e le telecamere dai luoghi in cui la politica prende forma ogni giorno, si muovono i protagonisti, e nascono le notizie. Nella speranza di intimidire il giornalismo, costringendolo a una dose supplementare e impropria di prudenza per evitare rischi, e soprattutto nella convinzione onnipotente che cancellando il giornalismo si può cancellare la realtà.

Non siamo di fronte alla replica ricorrente della tensione conflittuale tra governo e media, che va in scena in America con ogni amministrazione: né a uno scatto d’ira istintivo del leader della Casa Bianca o a un atto di bullismo politico tra i tanti cui abbiamo assistito in questi anni. Il legittimo potere ha naturalmente tutto il diritto di criticare il lavoro giornalistico, di confutare le accuse che gli vengono rivolte e di rispondere alla critiche segnalando gli errori compiuti, stigmatizzandoli e chiedendo le correzioni dovute. Ma qui e oggi siamo di fronte a qualcosa di diverso perché il presidente sottrae la realtà ai suoi critici per evitarne il giudizio, riduce lo spazio di cronaca dei reporter, decide la qualità e la portata della copertura dei fatti nel loro lavoro, impedisce la compresenza nello stesso luogo e nello stesso momento dei leader del governo e dei testimoni delle loro azioni, i cronisti.

Proprio questi elementi naturali della democrazia dell’informazione — la trasparenza della vicenda politica, il controllo del suo divenire, la libertà di movimento dei media con l’accesso alle fonti, la possibilità di conoscere, giudicare e se è il caso criticare — danno corpo a quel diritto fondamentale della libertà di parola che è tutelato dal Primo Emendamento della Costituzione americana così come dall’articolo 21 del nostro testo costituzionale e dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Ora un giudice deciderà se Trump ha violato la Costituzione, e intanto ha già disposto d’urgenza che sia garantito l’accesso alla Casa Bianca ai tre media, perché la procedura seguita dal presidente appare impropria. Ma il rapporto tra la piena potestà del governo di esprimere la sua sovranità legittima e il libero diritto dei media di vigilare e valutare questo esercizio non si risolve nei tribunali, in quanto la sua qualità è la cifra del nostro tempo: e in ogni caso le leggi non vegliano sulla verità delle opinioni ma sulla sicurezza e sull’integrità di ciascuno e dello Stato.

Il punto è capire la perfetta coerenza tra quest’ultima forzatura trumpiana delle regole e l’intero disegno di ristrutturazione della democrazia attorno a un potere sovraordinato che non conosce vincoli, equilibri e limiti. Il New York Times denuncia “il tentativo di ostacolare la libera circolazione delle informazioni nella società col totale disprezzo per la legge”, e sottolinea che Trump “ha limitato la libertà di stampa in modi che nessun presidente dell’era moderna ha adottato”. E tuttavia nel bando della Casa Bianca ai media sgraditi c’è qualcosa in più, che apre una nuova fase inedita, in cui il presidente rivendica il diritto di scegliere chi può controllarlo: e si assegna questo potere extra-costituzionale trasformando il proprio giudizio sui reporter, sul loro lavoro e sui media in un criterio governativo di accesso dei giornalisti alle stanze del potere. È come se il governo dicesse ai cittadini che l’interpretazione della realtà non è libera, perché è pericolosa: non avete il diritto di cercare da voi stessi la verità, e chi non accetta la lettura ufficiale degli avvenimenti è un trasgressore, e verrà punito.

Nello stesso tempo, mentre denuncia l’informazione “negativa” da bandire, il presidente annuncia l’informazione positiva che lui stesso distribuirà dalla nuova “Trump TV” aperta su YouTube 24 ore su 24, in modo che il popolo possa abbeverarsi direttamente alla fonte. È il verbo che si fa corpo, immagine, televisione e social, con il potere che sostituisce il giornalismo con la sua immanenza, raccontando sé stesso e saturando di sé l’opinione pubblica, con l’elettore definitivamente trasformato in spettatore della politica rovesciata in show. Basta guardare, invece di cercare di sapere, riconoscere piuttosto che conoscere, acconsentire anziché capire. A questo punto, il giornalismo è servito, e il cittadino anche: con la verità di Stato elargita erga omnes, che bisogno c’è ancora di fare domande?


Sudafrica, ancora paese dell’arcobaleno?

 

Le rivelazioni di un alto commissario di polizia del Kwazulu-Natal che hanno dato vita a una commissione di inchiesta (la commissione Madlanga), hanno reso pubbliche le infiltrazioni della malavita negli organi di sicurezza del Sudafrica. Ciò ha portato inquietudine nel paese ed ha suscitato una fase di profondo ripensamento.

Il grande sogno della „Rainbow Nation », la nazione dell‘arcobaleno, è ora solo un sogno ? Marianna Thamm, giornalista e scrittrice, lancia un appello : dobbiamo essere più realistici e capire che 30 anni dopo la fine dell’apartheid e l’introduzione della democrazia è giunta l’ora di affrontare e risolvere i gravi problemi del paese : corruzione e incompetenza a tutti i livelli.

Basti pensare alla malgestione dei municipi, quasi tutti fallimentari. Strade e edifici ricordano alla popolazione il coraggio e l’impegno dei suoi eroi, da Nelson Mandela a Steve Biko, il cui nome è quello dell’ospedale di Pretoria, la capitale del Sudafrica, ospedale a suo tempo a disposizione solo dei bianchi e abbienti. Ora si chiama l’Accademia Ospedaliera Steve Biko, leader del movimento « coscienza nera », che dopo gli studi di medicina dedicò la sua vita alla lotta contro l’ingiustizia sociale e l’apartheid, e morì a causa dei maltrattamenti subiti in carcere.

Sempre più manifestazioni pubbliche e cortei sono dedicate a questi eroi. Non sarà tuttavia facile ridare ai cittadini la fiducia nelle istituzioni del paese, ma è lecito sperare anche perché, sempre di più nel paese il sacrificio dei suoi eroi è sentito e ricordato in molte occasioni.  Sarebbe bello sperare che questa voglia di giustizia e onestà diventino realtà.


Francia, se il fervore cattolico diventa terreno delle destre

 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Finita la messa sulla piazza dove nel 1793 erano stati ghigliottinati il re Luigi XVI e la regina Maria Antonietta, passata l’emozione degli Champs Elysées trasformati nella navata di un’immensa cattedrale all’aperto, ottocentomila fedeli, una folla mai vista, cosa passerà alla politica francese dei messaggi del Papa? Siamo a sette mesi dalle elezioni presidenziali, le più incerte e attese, ma in Francia la separazione tra le cose dello Stato e quelle della religione è scritta nella legge e scolpita nella pratica politica. Tutto può succedere, ma è impensabile che siano rimessi in discussione leggi considerate una conquista, come quella recente sul fine vita o quella sulla procreazione assistita per single o coppie omosessuali. A giudicare dai presenti alla messa di ieri, solo destra ed estrema destra sembrano sensibili alle sollecitazioni del Papa che sono invece state precise sui temi più sensibili: rispetto della vita all’inizio e alla fine, condanna di tutte le manipolazioni genetiche, messa in guardia dall’illusione di abbandonarsi a un «paradiso delle macchine», rilanciando la sua enciclica sull’intelligenza artificiale.

Leone non si è sottratto nemmeno a citare la «vera» laicità che non esclude la dimensione religiosa, ma al contrario ne trae vantaggio educativo. E ha invitato i credenti al wojtyliano «non avere paura», e ripartire in missione per riconquistare la Francia, ricordando che «l’anima della vostra patria si è sviluppata attingendo al genio spirituale del cristianesimo». Dunque un discorso apostolico, ma dagli effetti molto politici.

Il presidente Emmanuel Macron, però, non ha partecipato alla celebrazione di ieri in Place della Concorde si è limitato a «salutare una messa monumentale nel cuore di Parigi». C’erano la moglie Brigitte e il primo ministro Sébastien Lecornu. Tre anni fa il presidente aveva assistito alla messa di Francesco al Vélodrome di Marsiglia e ci furono molte polemiche.

I retroscena dei giornali hanno però rivelato un’intensa trattativa diplomatica tra Santa Sede e Eliseo per definire i dettagli di questa storica visita. Il presidente avrebbe voluto essere più presente, anche solo per illustrare personalmente al pontefice il restauro di Notre Dame dopo l’incendio del 2019. Ma è stato Leone XIV a scegliere il tono “apostolico”: la celebrazione dei Vespri in Notre Dame era riservato al clero, cinque mila ministri e diaconi, accolti al tocco della seicentesca campana detta “le bourdon Emmanuel”. Esclusi i simboli più politici, come la scorta della Guardia Repubblicana a cavallo nella discesa degli Champs Elysées.

Alla messa di ieri in piazza della Concorde c’erano anche due ex primi ministri macronisti, Edouard Philippe e Gabriel Attal, entrambi candidati all’Eliseo. Nessun politico di sinistra. Ma era presente lo stato maggiore dell’estrema destra, Marine Le Pen con Jordan Bardella, la nipote Marion Maréchal Le Pen, Éric Zemmour con la compagna Sarah Knafo. Il partito ha votato a favore dell’iscrizione del diritto all’aborto in Costituzione, uno dei provvedimenti più discussi, ma contro alla legge sul fine vita. I sindaci e i militanti del Rassemblement lepenista, raccontava ieri Le Monde, sono diventati ferventi cattolici nel sostegno a ogni minima manifestazione religiosa. In Francia sembra che ci sia un nuovo fervore cattolico. A sostegno di questo ritorno, si cita la cifra di tredici mila battesimi di adulti alla scorsa Pasqua. Ma sulla Chiesa francese pesa il macigno degli abusi sessuali: oltre duecentomila casi accertati in cinquant’anni da una commissione indipendente che è stata possibile proprio grazie al principio della separazione tra Stato e Chiesa. Leone XIV incontrerà qualche vittima privatamente oggi a Lourdes, ma non ha voluto incontrare le associazioni che li difendono. Non sarà facile.

Nell’immagine: Papa Leone e Macron in Francia