La politica, l’algoritmo e il capitale

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

La capacità di generare, scintilla della creazione tipica degli esseri viventi, può diventare la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale, portandola non soltanto ad accelerare il presente ma a concepire il futuro. È la rivelazione di Anthropic, che dopo gli allarmi di queste settimane dei ricercatori — preoccupati per il rischio che l’IA si metta in proprio, inseguendo obiettivi e traguardi autonomi, non prefissati dagli uomini — rende noto che Claude, il suo modello di intelligenza artificiale, partecipa ormai in buona percentuale alla realizzazione delle versioni successive di sé stesso.

Stiamo dunque per varcare una nuova soglia, inesplorata, affascinante e piena di incognite, che risolve eterni limiti per la macchina e pone problemi nuovi per l’uomo: «Spinta abbastanza avanti e con sufficiente potenza di calcolo — dice il rapporto di Anthropic — questa tendenza conduce a un sistema di IA capace di progettare e sviluppare autonomamente il proprio successore». L’algoritmo mette su famiglia.

L’inquietudine della fase che stiamo vivendo davanti alle conquiste della tecnologia è tutta in quell’avverbio: «autonomamente». Siamo preoccupati se la macchina si allontana da noi, abbiamo timore di perdere il controllo, ci allarma l’idea che la potenza del suo processo di elaborazione dei dati la porti fuori dai confini che le abbiamo assegnato, consentendole di calcolare l’ignoto, senza autorizzazione.

Col rischio che invece di controllare l’IA e di usarla come una struttura servente noi scopriamo una sua facoltà imprevista e nascosta, una finalità indipendente, una procedura a noi celata, una quota di lavoro per sé e non per noi, una capacità di scegliersi altri agenti virtuali con cui dialogare che ce la rende addirittura sospetta: in qualunque momento, non sappiamo più a cosa sta pensando.

In una logica numerica, le diverse e successive fasi di crescita del potenziale con cui si esprime l’IA dovrebbero portare a questo risultato. Che è anche il punto di arrivo della letteratura, della sceneggiatura, della narrazione visionaria della ribellione delle macchine. Mentre ci interroghiamo sul futuro, così, ci muoviamo in realtà dentro ciò che abbiamo già immaginato e raccontato. E invece la vera questione è senza precedenti, e non riguarda noi e loro, cioè l’uomo e le macchine: ma la tecnica e la politica, il capitalismo e lo Stato, la coscienza e l’algoritmo.

Il primo problema è la fine dell’unità di tempo. Vuol dire che non viviamo più alla stessa velocità, misurata sulle facoltà umane. La tecnica, dopo l’avvento di internet, ha dimostrato di saper trasformare il mondo più velocemente della politica. Oggi l’intelligenza artificiale ha introdotto un terzo stadio temporale con un’accelerazione, fino a ieri impensabile, del processo tecnologico.

La distanza tra il primo stadio dove si muove l’uomo, e il terzo stadio dove agisce l’IA è diventata impressionante. Tanto che Anthropic avverte: «Se gli esseri umani non riusciranno a revisionare il codice con la stessa rapidità con cui Claude lo genera, la revisione umana diventerà il collo di bottiglia dello sviluppo dell’intelligenza artificiale». Cioè il controllo umano rischia di non essere in grado di tenere il ritmo generativo della macchina. Non solo: può rallentarlo. Di più: l’uomo che ha inventato la macchina può essere visto da lei come una strettoia, una strozzatura. Un ostacolo. Perché non è più il dominus dello sviluppo, ma il suo limite di velocità.

Entra in campo il capitale. Viveva insieme con l’uomo, si muoveva con le sue stesse sequenze. Ma con la rivoluzione di internet è diventato uno dei principali beneficiari della smaterializzazione del lavoro, che ha perso l’ancoraggio di tempo e di luogo, e fluttua nell’universo sovranazionale della globalizzazione.

Il nuovo capitalismo è libero e svincolato, capisce e segue i ritmi dell’IA, agisce nello spazio dei flussi finanziari e d’informazione. Scarica sui governi nazionali il peso delle conseguenze materiali della mondializzazione, l’indebolimento del welfare, la denatalità, l’erosione della base delle pensioni, l’immigrazione, la sicurezza. In passato come tutte le forze sociali ha cercato di condizionare la politica, piegandola verso i suoi interessi.

Oggi è un passo oltre, perché ha fatto un salto di dimensione: giudica la politica l’arte di un’altra età che si affanna invano a governare un’epoca che le sfugge, anzi la considera come una delle tante intermediazioni che la velocità, l’ubiquità e la contemporaneità dell’innovazione hanno divelto, facendole saltare.

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati: entrambi convinti che della politica si può ormai fare a meno visto che si possono guidare direttamente i processi, da protagonisti e non più da sudditi, traducendo finalmente il moderno plusvalore — finanziario, tecnologico — in potere diretto, in comando. E magari fabbricando una politica 2.0. Sono i custodi della formula che dischiude il nuovo mondo.

Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? Chi ha non solo la potestà, ma l’autorità di decidere il ritmo del tempo in cui dobbiamo vivere? In sostanza, chi deve comandare tra tecnica, politica e capitale? Si può rinviare la risposta, ma non si può eluderla.

La Cina, il mercato geopolitico con cui ci confrontiamo, ha risolto il problema incorporando nel sistema tutti gli elementi, politica, tecnica e capitale, integrandoli in un unico disegno di potenza. Ma le democrazie hanno vincoli che le dittature non conoscono, e tengono la partita ancora aperta, anche se si intravvede una tendenza: non è lo Stato che detta le regole alla tecnica, ma è la tecnica che tenta di incorporare funzioni sovrane.

Il risultato è l’embrione di un governo di fatto, dove la sovrastruttura domina sulla struttura materiale dei Paesi, nella tentazione-convinzione di poter rispondere a ogni domanda (anche normativa) con uno scrutinio delle probabilità. È la nuova onnipotenza post-democratica: tutto è calcolabile, nulla può avvenire fuori dal calcolo.

È il passaggio dalla responsabilità del giudizio alla neutralità della previsione, che scarnifica la politica perché riduce anch’essa a tecnica, privandola di tutto ciò che non è commensurabile, valori, ideali, coscienza, libertà, dignità e soprattutto cancellando il dubbio, la funzione critica, l’azzardo: e laggiù in fondo, il dissenso. Non deve ingannare la richiesta che arriva dal tecno-capitalismo ai governi, perché intervengano a regolare il ritmo dell’accelerazione dell’IA.

Non è la proposta di disegnare insieme il futuro del pensiero artificiale regolando rischi e opportunità in nome del bene comune: è una richiesta di regolamentare il pericolo quando è già fuoruscito dalla provetta, senza offrire garanzie e condivisione, per continuare a privatizzare l’innovazione, pubblicizzando la cautela a carico dello Stato. Il capitale vuole che la politica manovri il freno, ma vuole intanto tenere nelle sue mani l’acceleratore.

È giusto che il mercato segua le sue leggi, che il capitale insegua i suoi obiettivi, che la tecnica trasmetta il suo sapere alle nuove generazioni virtuali che sta creando. Ma a condizione che la politica sieda a capotavola, governando il nuovo patto sociale: magari scritto con l’IA.

Nell’immagine: Varsavia (Polonia), 7 settembre: una dimostrazione con un robot umanoide 


L’uso capitalistico delle macchine

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Di Marco Bascetta, il manifesto

Completamente proiettato verso il futuro, il dibattito sull’Intelligenza artificiale e i suoi rischi dimentica di guardarsi alle spalle dove forse troverebbe qualche risposta ai più inquietanti interrogativi che lo sviluppo di questa tecnologia solleva. Un antico concetto critico che risale addirittura agli albori della meccanica manifatturiera metteva già a fuoco quella deriva della tecnica e quell’oggettivazione del comando, che poi si è puntualmente sviluppata accompagnando tutta la storia dell’industrializzazione. Si chiamava «uso capitalistico delle macchine», espressione incompatibile con il gergo neoliberale e dunque bandita dal vocabolario della contemporaneità. Non stupisce dunque che amministratori delegati e padroni delle grandi industrie tecnologiche nel cominciare a valutare i rischi dell’Ai non sfiorino neanche la logica della concorrenza spietata, dell’accumulazione, dell’appropriazione di risorse e dello sfruttamento che muove e motiva le loro aziende.

Si sostiene piuttosto che l’apocalisse tecnologica potrebbe essere generata da un processo autopoietico (e cioè dalla qualità più preziosa dell’Ai, quella di accrescersi e perfezionarsi autonomamente) sfuggito al controllo e nel quale la soggettività e l’interesse particolare dei magnati dell’industria informatica, l’input dottrinario e metodologico trasmesso al sistema per ottimizzare i loro scopi, sparirebbero senza lasciare traccia in una sorta di incontrollabile reazione a catena scatenata dai capricci del grande cervello artificiale.

Noi di fare qualche passo indietro possiamo invece permettercelo. Cosa si intendeva con «uso capitalistico delle macchine»? Per semplificare, che una innovazione, un nuovo macchinario, che avrebbe potuto alleviare la fatica o sostituirsi alle mansioni più pericolose e debilitanti, veniva invece utilizzato per aumentare il ritmo del lavoro, incrementarne l’intensità e la ripetitività, accrescere la produttività e lo sfruttamento a tutto vantaggio dei profitti. Nonché usato per ricattare i lavoratori e abbattere il costo della loro forza con la minaccia (o la realtà) della disoccupazione da investimenti. Ma c’è un passo ulteriore e decisivo che muove verso la potenza del sapere e la sua appropriazione. In un celebre brano dei Grundrisse, lo studiatissimo «frammento sulle macchine» Marx elaborava il concetto di general intellect, un insieme di saperi e conoscenze sedimentato nelle macchine, riconducibile alla storia e all’esperienza dell’intera società. Un sapere sociale generale destinato a divenire anche la principale forza produttiva immediata, che avrebbe ridotto il lavoro materiale salariato e il suo tempo di applicazione a «un miserabile residuo» e trasformato l’operaio in controllore del processo più che suo agente. Questa potenza, negata nella sua genesi collettiva, rimaneva però assorbita nel capitale, presentandosi come sua proprietà e più precisamente come pertinenza del capitale fisso, ovverosia delle macchine di proprietà del capitalista.

Oggi l’enorme patrimonio cognitivo sociale, l’insieme delle interazioni e delle innovazioni, dei linguaggi e delle informazioni riversati nell’addestramento dell’Ai, in breve l’intera vita mentale del pianeta, si presenta riorganizzata nelle grandi strutture dell’Intelligenza artificiale come proprietà di Big Tech e in ultima istanza del capitale finanziario. Che può decidere di rallentare o accelerare lo sviluppo dei sistemi, quali funzioni sostituire e quali modificare, quali pericoli scongiurare (soprattutto il rischio sempre più concreto di perdere molto denaro) e quali invece correre (catastrofi sociali e umanitarie), quali arbitri scegliersi per governare gli eccessi della concorrenza. Ciò che l’Ai deciderà di rendere superfluo dipenderà comunque dalla direzione di marcia impressa alla tecnologia da un apprendistato tutt’altro che neutrale. La superiore razionalità che sarà chiamata a perfezionarsi, rimuovendo ogni ostacolo e scrupolo eccessivo, è quella dell’accumulazione capitalistica e del comando oligarchico. E ci sono pochi dubbi su quale sarà l’uso capitalistico della «macchina pensante» da parte dei tecno oligarchi.

Un potere che già è ampiamente dispiegato. Il famoso detto secondo cui è più facile immaginare la fine del mondo che quella del capitalismo vuol dire probabilmente che la prima sarà opera del secondo. Il rischio più immediato è invece che il fine, dettato da una feroce demenza naturale, venga perseguito con mezzi selezionati e perfezionati dall’ Ai capaci di una imprevista potenza distruttiva. A Gaza abbiamo avuto l’orrenda illustrazione di come il prezzo sostenibile in termini di vite palestinesi per l’uccisione di ogni singolo miliziano di Hamas venisse affidato a un calcolo automatizzato. Questo affidamento e la rimozione di ogni scrupolo è stata però opera di un decisore politico. E così come l’Onu e altri organismi sovranazionali fondati su principi universalistici si sono rivelati impotenti a fermare il massacro e perseguirne i mandanti, così è improbabile che un analogo organismo riesca a mettere la museruola all’Ai. Almeno fino a quando i suoi padroni e i poteri politici che la usano come strumento di sopraffazione e di dominio non saranno sconfitti da una forza collettiva decisa a riappropriarsi di ciò che le appartiene.


Stop dell’Arabia, incubo petrolio per l’Europa: pericolo razionamenti e barile a 140 dollari

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Di Fabrizio Goria, La Stampa

L’Europa rischia uno shock petrolifero ancora più grave del previsto. La sicurezza energetica del continente si trova di fronte a un nuovo strappo dopo che i raid con droni – e missili, ancora ieri – hanno paralizzato l’oleodotto East-West di Saudi Aramco, interrompendo le forniture di greggio saudita proprio alle porte dell’autunno. JPMorgan ha rinunciato venerdì scorso a fare previsioni sul prezzo del greggio data l’incertezza. Ma il timore degli hedge fund come Brevan Howard è che si possa presto passare quota 140 dollari al barile, vicino a quel 147,25 dollari toccato nel luglio 2008. Con lo Stretto di Hormuz bloccato e il Medio Oriente in fiamme, la chiusura del condotto azzera i flussi diretti verso l’Occidente. «Le raffinerie europee che dipendevano dal greggio arabo attraverso il Mar Rosso devono trovare alternative, ma non tutti i greggi sono uguali», ha sottolineato Wells Fargo in una nota. Questo perché il taglio espone la vulnerabilità del blocco continentale in una fase di estrema fragilità macroeconomica.

Saudi Aramco ha informato almeno due clienti industriali europei che il prossimo mese non assegnerà carichi di greggio nell’ambito dei contratti a lungo termine. La decisione riguarda la totalità dei compratori europei. Per l’Ue si tratta di un colpo significativo sul fronte degli approvvigionamenti. I Ventisette consumano circa 10 milioni di barili di petrolio al giorno e oltre 330 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il greggio di Riad costituiva un pilastro irrinunciabile per la raffinazione continentale. L’Agenzia Internazionale dell’Energia rileva che i Paesi europei dell’Ocse hanno importato 577.000 barili al giorno dall’Arabia Saudita nel mese di giugno. Questo volume viene a mancare quasi del tutto. Le raffinerie europee, che in genere ritirano il petrolio saudita dal terminale egiziano di Sidi Kerir, sono state spinte a una ricerca affannosa di barili alternativi per evitare fermi agli impianti. La polacca Orlen ha già acquistato 16 carichi da Norvegia, Gran Bretagna, Algeria, Kazakistan, Azerbaigian e Americhe. «Le consegne di petrolio alla Polonia e alle restanti raffinerie del Gruppo Orlen vengono effettuate su base continuativa e coprono interamente il loro fabbisogno», ha annunciato l’azienda. Tuttavia i barili arabi hanno qualità uniche, ideali per gli impianti europei concepiti per lavorare qualità medie e pesanti, e la loro sostituzione è complessa.

L’infrastruttura colpita rappresenta il perno dell’export saudita verso l’Occidente. L’oleodotto East-West, noto come Petroline, misura 1.200 chilometri e attraversa la penisola arabica dai giacimenti orientali di Abqaiq fino al porto di Yanbu sul Mar Rosso. Costruito negli anni Ottanta durante la guerra tra Iran e Iraq, l’impianto consente di bypassare lo Stretto di Hormuz, punto di transito per il 20% delle forniture globali di petrolio e gas naturale liquefatto, bloccato dalle ostilità esplose a fine febbraio tra le forze statunitensi, israeliane e Teheran. I droni lanciati dall’Iraq da milizie legate all’Iran e le pressioni dei ribelli Houthi hanno danneggiato due delle undici stazioni di pompaggio per ovviare ai problemi di dislivello da Golfo Persico al Mar Rosso, dato che bisogna bypassare la catena montuosa dello Hijaz. Spingendo così Riad alla chiusura precauzionale dell’arteria. Il condotto trasportava fino a 5 milioni di barili al giorno, equivalenti al 5% dell’offerta planetaria. E la sua protezione si rivela complessa. «Il dispiegamento di sistemi anti-drone lungo 1.200 chilometri di territorio saudita per difendere l’oleodotto sarebbe un processo che richiede molte risorse», sottolineano gli analisti dell’Institute for the Study of War.

Le conseguenze investono l’intera catena del valore e riaccendono le tensioni sui prezzi. Sul mercato europeo il benchmark del Dated Brent ha superato i 130 dollari al barile, mentre il greggio scambiato sui listini internazionali oscilla attorno ai 113 dollari, spinto da un vuoto di offerta stimato tra 3,5 e 4 milioni di barili al giorno. Come evidenziato dalla banca statunitense Citi, un rincaro prolungato del greggio e del diesel comporterebbe costi marcati per trasporti, agricoltura e famiglie, aumentando i timori per l’inflazione europea. Aramco ha iniziato a offrire carichi spot verso l’Asia dal Golfo Persico, ma questa rotta esclude l’Ue. Per raggiungere i porti comunitari le navi dovrebbero sfidare i missili Houthi nel Mar Rosso o circumnavigare il Capo di Buona Speranza affrontando cinque settimane di navigazione. I tentativi di riparazione procedono tra mille ostacoli. Riad punta a ripristinare la piena operatività in sei/otto settimane.

Le scorte a Yanbu sono però al limite. Meno di 9 milioni di barili di greggio a fronte di una capacità di stoccaggio da 35 milioni. Le raffinerie della costa occidentale saudita «fanno sempre più affidamento sulle provviste, mentre le esportazioni verso Suez sono parzialmente interrotte», avverte la società di analisi Kpler, segnalando che le riserve residue bastano per pochi giorni. Fra i quattro e i sei per la precisione. Senza un rapido ripristino dei flussi e con la costante minaccia di nuovi raid, l’autunno europeo rischia di aprirsi con un pesante razionamento industriale.


L’ecologia (non) è di sinistra. 3 – Il lavoro necessario

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Per le elezioni in Consiglio di Stato del 2027, il Partito socialista ticinese (PS), I Verdi del Ticino (Verdi) e il Movimento per il socialismo (MPS) hanno deciso di presentare una lista congiunta. Già per le elezioni del 2023 si era parlato di un programma rosso-verde. All’epoca, la base elettorale non l’aveva veramente integrato. Propongo quindi di riprendere alcune questioni fondamentali, che devono essere elaborate per poter difendere un’alleanza come quella prospettata e per renderla allettante anche alle persone al di fuori dei tre partiti.

In questa terza e ultima parte sottolineo la pertinenza dello sforzo rosso-verde, indicando come il lavoro necessario per arrivare al cosiddetto raddoppio sia equivalente a quello da fare per chiarire l’integrazione degli obiettivi delle diverse forze politiche implicate. Un lavoro che potrebbe essere appassionante!

Ineluttabilità del socialismo

Perché per I Verdi è meglio avanzare con il PS e il MPS? Fondamentalmente perché bisogna comunque continuare a battersi sul fronte che ha occupato i socialisti da almeno un secolo a questa parte. Vediamo di cosa si tratta in generale e diamo un esempio ticinese. 

Da quando il capitalismo è diventato il paradigma, vi è stato il bisogno di correggere le sue conseguenze nefaste. Passiamo sulla questione dell’accumulo del capitale e concentriamoci su quella dei contratti di lavoro. Ogni lavoratore o lavoratrice che si trovasse isolata davanti al datore di lavoro sarebbe in posizione di svantaggio. Da qui l’importanza dei sindacati e dei contratti collettivi. Inoltre, un lavoro retribuito a ogni momento della propria vita non dev’essere la condizione necessaria per non soffrire la fame. Da qui l’importanza delle pensioni (da pensare come salari differiti), delle ferie pagate e delle indennità di disoccupazione. Tutte istituzioni che oggigiorno sembrano ovvie, ma che continuano a essere rimesse in questione. C’è poi il fatto che il capitalismo evolve continuamente, modificando le relazioni di lavoro e richiedendo sempre più mobilità e flessibilità.

Il punto non è di fare una lezioncina sul capitalismo, ma di sottolineare quanto sia veramente difficile sostenere lo sforzo per mitigarne l’impatto negativo sulle nostre vite. Ancora una volta, non si tratta di teoria astratta. La discussione in corso in Ticino sulle pensioni dei dipendenti dello Stato ne è la prova provata. Basta seguire le tribolazioni volte ad aumentare il tasso di copertura dell’IPCT.  

Altri esempi di come il capitalismo evolve nel tempo scaturiscono da domande come le seguenti: non è notevole come il brand «bio» sia stato recuperato dalla grande distribuzione? Non è perverso apporre l’etichetta «vegano» su delle scarpette da tennis fatte di soli materiali sintetici? Non è deleterio che l’ «uberizzazione» abbia profondamente cambiato le abitudini alimentari e il modo di lavorare di così tanta gente? Non è scandaloso che si abbia isolato socialmente un sacco di creativi, che adesso o se ne stanno in solitudine o devono inventare un modo di pagare l’affitto del loro posto di lavoro nei vari coworking in cui possono ritrovarsi? Non è incredibile che riviste scientifiche prodotte essenzialmente da accademici pagati con soldi pubblici debbano essere acquistate dalle università a un prezzo che ogni anno cresce a causa delle esigenze degli azionisti delle case editrici? Non è uno scempio che le aziende che sviluppano la cosiddetta intelligenza artificiale usino le risorse delle nostre biblioteche solo per darle in pasto alle loro macchine, al fine di «istruirle»? Ecc. E non abbiamo neanche accennato agli aspetti più tragici che portano al continuo aumento delle disuguaglianze e alle guerre.

Visti questi sviluppi pervasivi non possiamo limitarci a un timido approccio riformista. Per illustrare il tipo di coraggio che ci vuole per essere all’altezza della situazione, vorrei evocare il breve testo «Perché il socialismo?» scritto dal  celebre fisico Albert Einstein nel 1949. Può sorprendere che Einstein abbia scritto un tale testo visto che le sue posizioni politiche sono spesso taciute o sminuite nei riassunti della sua vita. Di fatto, Einstein ha militato contro le guerre imperialiste, contro la segregazione razziale e contro il sionismo politico. Così, per esempio l’8 dicembre 1948, in una lettera inviata al New York Times e firmata anche da Hannah Arendt, ha messo in guardia contro la crescita in Israele del partito Herut di Menachem Begin, antenato dell’attuale Likud di Benjamin Netanyahu, qualificandolo di partito strettamente imparentato per la sua organizzazione, i suoi metodi, la sua filosofia politica e il suo fascino sociale, ai partiti nazisti e fascisti. 

Per Einstein, porre la domanda «Perché il socialismo?» è interrogarsi sull’avvenire dell’umanità. È chiedersi come vivere insieme, come raggiungere la più grande libertà possibile compatibile con il benessere pubblico. Nel suo articolo racconta di una discussione con un uomo intelligente e ben disposto a proposito della minaccia di una nuova guerra che, a suo modo di vedere, metteva in grave pericolo l’esistenza dell’umanità. Avendo fatto osservare al suo interlocutore che solo un’organizzazione sopra-nazionale avrebbe offerto una protezione contro un tale pericolo, questi rispose «con calma e a sangue freddo: ‘’perché è così fermamente opposto alla sparizione della specie umana?’’». Einstein cerca allora di capire questa posizione sorprendente, conseguenza secondo lui di una sofferenza e di un isolamento dolorosi (già) largamente diffusi. Egli identifica la fonte del male nell’anarchia economica della società capitalista, che porta alla mutilazione della coscienza sociale degli individui. Einstein conclude che la ricerca di una via d’uscita dall’estinzione conduce al socialismo, che è quindi ineluttabile. Nella sua dimostrazione, Einstein mette in risalto la necessità di un’economia pianificata, ma sottolinea che un’economia pianificata non basta a definire il socialismo, che deve anche impegnarsi per un’estensione massimale della democrazia, per la protezione dei diritti individuali e in una lotta alla burocrazia. Einstein ha sempre avuto il coraggio di difendere queste posizioni, anche in situazioni difficili, certamente protetto dalla sua fama internazionale, ma non senza prendere rischi. Saremo alla sua altezza? Sapremmo per esempio affrontare una discussione per spiegare la differenza tra servizio pubblico e burocrazia? Avremo il coraggio di condannare guerre come quella contro il popolo palestinese? Sapremo promuovere un’economia pianificata in Ticino?

Evidentemente, la nostra società è cambiata rispetto all’immediato dopo-guerra e l’emancipazione individuale è progredita. Sempre di meno si pensa che la famiglia sia la cellula naturale della società, che la donna abbia un luogo naturale di sposa e di madre nel focolaio domestico, ma in parallelo una certa l’ideologia naturalista nega l’esperienza democratica di un dibattito illimitato e aperto a tutte e tutti su cosa sia giusto e che mette in questione le referenze biologiche per una definizione naturale delle identità individuali. Non dobbiamo sottostimare queste tendenze, ma dobbiamo soprattutto sottolineare che alle sfide evocate da Einstein si è aggiunto il pericolo dell’estinzione del genere umano a causa del cambiamento climatico. Da qui ancora una volta l’importanza dell’idea che per avanzare si debba innanzitutto avere voglia di salvarsi e l’importanza di tenere in giusto conto l’urgenza ecologica.

Urgenza dell’ecologia 

L’ecologia politica ha una storia più breve del socialismo, anche se il concetto scientifico di ecologia è stato introdotto negli anni 1860. Dagli anni 1970 l’ecologia politica ha però preso sempre più spazio e guadagnato in pertinenza, fino a diventare la legittima portavoce delle questioni ambientaliste, dell’urgenza climatica e della transizione energetica. Per natura necessita quindi un approccio cosmopolita e condiviso, il che l’avvicina al socialismo.

L’urgenza dei problemi che affronta l’ecologia non dovrebbe far dimenticare che il disastro ecologico e il capitalismo vanno di pari passo, il che fa dell’ecologia un’alleata naturale del socialismo. Il pensiero anti-ecologista incarnato dall’attuale Presidente degli Stati Uniti d’America, ma più generalmente dai neoliberali (anche ticinesi), ne è la conferma indiretta. Le nostre società sprecano un gran tempo e spendono somme ingenti per sanare i danni di uno sviluppo industriale senza riguardi per l’ambiente. Pensiamo già solo ai nostri laghi inquinati e ora di nuovo balneabili, all’aria meno inquinata grazie all’introduzione della benzina senza piombo, o ancora alla tardiva introduzione del trattamento differenziato dei rifiuti. Restano ancora i problemi causati dall’uso spropositato di pesticidi, dal volume troppo grande del traffico su strada, dal revival del sogno-incubo nucleare, dallo spreco alimentare, dalla difficoltà a regolamentare le quantità di zucchero e sale negli alimenti, ecc. Per quel che riguarda il cambiamento climatico, vale la pena ricordare che è ormai provato che almeno un attore principale del settore dello sfruttamento delle risorse fossili sapeva già dalla fine degli 1970, che vi sarebbero stati «degli effetti ambientali drammatici prima del 2050» dovuti al riscaldamento climatico causato dall’uso di combustibili di origine fossile. Ispirandosi ai metodi sviluppati all’inizio del XX secolo dall’industria del tabacco, ExxonMobil ha agito in maniera criminale, approfittando in vari modi della correttezza delle sue previsioni, propagando bugie e intralciando il lavoro della comunità internazionale che lavora sul clima.

Nel 1972 è stato pubblicato il Rapporto di Roma sui limiti dello sviluppo, che è un indice della presa di coscienza globale delle conseguenze della continua crescita della popolazione, dell’industrializzazione, dell’inquinamento e dello sfruttamento delle risorse. Il pensiero ecologista ha sottolineato l’importanza di certi limiti e credo che per questo l’ecologia sia la bestia nera di coloro che desiderano produrre senza freno o che vogliono poter consumare il più liberamente possibile. Naturalmente, questo tipo di libertà non è quello dell’emancipazione cara ai socialisti. Quindi anche sulla questione dei limiti può esserci convergenza tra ecologia e socialismo.

Conclusione

Come detto, se abbiamo voglia di salvarci, il socialismo è ineluttabile, tanto più che il disastro ecologico e il capitalismo vanno di pari passo. L’ecologia non può quindi fare senza il socialismo e il socialismo non si oppone all’ecologia, a condizione che non anteponga gli interessi delle persone a quelli della natura e che dia il giusto peso all’urgenza ecologica. Nel tempo, ci sono stati tentativi di integrare una via ecologica nei movimenti di lotta per l’uguaglianza e l’emancipazione di tutte e di tutti, ma sono rari. Per dare credibilità alla lista rosso-verde bisogna quindi elaborare una riflessione per niente evidente, ma appassionante. In Ticino, riusciremo forse a sviluppare idee e pratiche politiche innovanti! In ogni caso, il lavoro di integrazione da fare è a mio modo di vedere equivalente a quello per arrivare al raddoppio.

(fine)

Nell’immagine: Olafur Eliasson e Minik Rosing, “Ice Watch” (2014)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


Partiti, politica, democrazia, istituzioni, crisi

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

“I partiti servono ancora? Sì, ma non questi. Nonostante le ricorrenti promesse di redenzione (“voltar pagina”, si usa dire), l’orchestra è sempre quella e la musica stonata. I partiti novecenteschi se ne sono andati per sempre: erano pieni di difetti… ma avevano idee, rappresentavano aspettative della società e proponevano visioni, sapendo trasformare i bisogni collettivi in risposte concrete. Oggi i partiti sono corpi estranei della società…” Così scrive Andrea Ghiringhelli su laRegione, ripreso da Naufraghi/e. Gli ha fatto eco Enrico Lombardi, sullo stesso giornale, con un’analisi mista di ironia e acido solforico, per concludere: “partiti senza lasciare indirizzo o, tutt’al più, con un fermo posta alle Orsoline, dove, in assenza di formazione e progettualità restano a litigare e poi a dirsi che devono smettere. Di litigare, s’intende, non di stare seduti sul loro scranno”.

“Il potere economico diventa potere politico”

Peggio di così… Qualcosa d’altro può però frullare in testa. I partiti si dicono o si ritengono: progressisti, socialdemocratici, socialiberali, liberali, radicali, democristiani, conservatori. Ma, curiosamente, mai capitalisti. Forse perché si dovrebbe ricorrere a una realtà che non vuol dire il suo nome?

Ha acceso una luce, sempre in questa sede, Nelly Valsangiacomo, che di filosofia e di storia è maestra, richiamando che “tra l’universalità dei diritti e la logica del capitalismo esiste una tensione profonda”. E commenta: “la politica democratica, pensata anche come strumento per porre limiti, è sempre più subordinata alla forza e all’economia. Il potere economico diventa direttamente potere politico…”.

L’alleanza tra un regime politico essenzialmente democratico fondato sullo stato di diritto ( il “rule of law”, e cioè l’uguaglianza davanti alla legge: nessuno si trova al di sopra delle regole; la limitazione del potere: chi governa deve agire entro limiti stabiliti da norme certe, evitando qualsiasi abuso o arbitrio), le libertà individuali, la sovranità della volontà collettiva, da un lato; d’altro lato un regime economico fondato sulla proprietà privata e la libera contrattualità: ecco quanto oggi è in crisi o superato.

Si riteneva che questi regimi si rafforzassero l’uno con l’altro dandosi così una base stabile. Ci si accorge ora ch’era un’illusione e che il reciproco sostegno è esistito in un momento storico particolare. Durante il quale, il primo ha saputo mostrare la sua capacità ad addomesticare il secondo e a governarne gli eccessi. Sul lungo periodo il mercato ha però generato così tante ineguaglianze che ha scardinato le fondamenta stesse della democrazia e delle stesse istituzioni, sia a livello nazionale sia a livello internazionale o intercontinentale.

La disgregazione

Non si può certo negare (come rileva Ghiringhelli) che i nostri maggiori partiti politici abbiano assolto il compito dell’alfabetizzazione civile e politica (soprattutto nel corso del primo trentennio postbellico, che è poi quello coincidente con l’età d’oro della democrazia europea) e hanno anche saputo rispondere a domande sociali con programmi credibili, progetti dignitosi di società e Stato. Si deve però ora constatare (come descrive Lombardi e rileva in particolar modo Valsangiacomo) che si è disarmato culturalmente (oltre che scomposto e sempre più frantumato politicamente) un blocco storico di forze sociali, sconvolgendo o escludendo criteri intellettuali e morali di orientamento e giudizio; sradicati il più delle volte da quadri di riferimento liquidati subito come “ideologici”.

Senza accorgersi che da quella sorta di disgregazione sociale politica e culturale derivava la passività o la subalternità all’egemonia “intellettuale e morale” dell’individualismo, dell’affare che è solo mio, del capitale che è ciò che solo conta e muove, delle istituzioni democratiche intese solo come ostacolo o impedimento o prelievo fiscale per spreco democratico-socializzato, della destra o anche di una informazione che descrivono o rappresentano la crisi sotto un’angolatura che ne impedisce o addirittura ridicolizza ogni lettura critica o ricostruttiva.

È certo che la storia non si ripete mai uguale a se stessa; è però anche ragionevole ritenere che quanto capita presenta analogie che rischiano di replicare dinamiche analoghe, già storicamente e tragicamente sperimentate e vissute.


C’è sempre qualcuno che continua a spostare la soglia del ridicolo

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Il fanciullino è un’opera di Giovanni Pascoli, pubblicata per la prima volta nel 1897, in cui  esprime nel modo più ampio la propria concezione poetica. Estrapolo dal testo questo passaggio: «È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi […] ma lagrime ancora e tripudi suoi. Quando la nostra età è tuttavia tenera, egli confonde la sua voce con la nostra, e dei due fanciulli che ruzzano e contendono tra loro, e, insieme sempre, temono sperano godono piangono, si sente un palpito solo, uno strillare e un guaire solo. Ma quindi noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia.»

Il passaggio mi viene a taglio per descrivere lo stato… d’incoscienza di molti nostri politici (capirete dopo il perché, ma subito chiedo perdono ai pascoliani). Principalmente dopo aver letto l’articolo intitolato Il Dt ci ha tolto il posteggio? Allora il governo rinunci al suo pubblicato il 18 settembre, su «LaRegione». Una trentina di deputati, cioè un terzo del Parlamento cantonale, con una mozione chiede che i quindici parcheggi riservati a pagamento ai Consiglieri di stato e alle automobili di servizio siano messi a disposizione dei 90 gran consiglieri.

Come mai? Per una infantile, plateale e arrogante ripicca da casta. L’ex capo del Dipartimento del territorio (Dt), il dimissionario Claudio Zali, quest’estate ha deciso di trasformare in un parco pubblico il posteggio in via Ghiringhelli messo gratuitamente a disposizione dei nostri rappresentanti. E per non lasciare sprofondare i colleghi nello sconforto, il “sempre lui” ha proposto loro di parcheggiare (naturalmente “a gratis”) il veicolo non nel cortile del lontano castello di Sasso Corbaro, ma in via Tatti, cioè a qualche minuto in più dal Palazzo delle Orsoline: 3 minuti in più di prima, facciamo anche 5 per esagerare. Ecco perché si dice che “il tempo è denaro”. (Lascio ai miei volonterosi 15 lettori la libertà di leggere l’intero articolo perché  a me non fa nemmeno ridere e non ho il coraggio di riassumerlo).

Il “fanciullino” di cui parla Pascoli ovviamente è una metafora. Ma io credo, dopo aver assistito agli ultimi exploit della nostra classe politica, che il “fanciullino” che è dentro di loro, cioè dentro il loro corpo, si sia materializzato e abbia avuto la meglio, cioè abbia ucciso “l’altro” per darsi alla pazza gioia. Altro che «noi cresciamo, ed egli [il fanciullino] resta piccolo»: è vero tutto il contrario!

Mi vergogno di perdere tempo nello scrivere questi pezzulli, ma dovrebbero vergognarsi soprattutto loro, che trascinano quella che dovrebbe essere l’ arte del governo nelle voragini dell’indecenza, e forse dovrebbero pentirsi un pochino anche le persone che li hanno votati. Il fossato che separa il palazzo dalla piazza è ormai diventato un baratro e, contrariamente a quanto ha scritto ieri l’amico Orazio Martinetti («La mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo»), il numero di chi non voterà ad aprile aumenterà.

Nonostante il Paese sia immerso in una crisi politica mai vista, c’è chi si preoccupa di garantirsi il parcheggio il più vicino possibile alla sala del Gran Consiglio, potendo nel cortile interno del Palazzo delle Orsoline. A questi qui (sarebbe utile conoscere i loro nomi) potrei, come fa il Porta con Fraa Diodatt, augurare un miglior futuro, lontano però dalla politica: «E fôrt foeura di ball, chi ha avuu n’ha avuu».


La Duma del malcontento

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Di Alessia de Luca, ISPIonline

Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina i russi sono invitati a rinnovare i rappresentanti della Duma, il parlamento di Mosca. E anche se il risultato delle elezioni – che si svolgono per tre giorni a cominciare da oggi – è di fatto già deciso, e in pochi dubitano della vittoria del partito Russia unita del presidente Vladimir Putin, il voto presenta comunque delle incognite. La principale è l’affluenza, da cui si potrà dedurre il livello del sostegno al Cremlino e al conflitto in corso, i cui effetti sono sempre più sentiti anche dalla popolazione. Durante l’estate, infatti, sciami di droni ucraini hanno colpito raffinerie, fabbriche e centri logistici in tutto il Paese, portando letteralmente la guerra nella vita quotidiana delle persone. Il tutto mentre i sondaggi registrano un’ansia crescente per l’andamento dei combattimenti e per ciò che potrebbe ancora accadere. In questo contesto, spiega l’analista russo Andrei Kolesnikov, l’obiettivo del Cremlino è “produrre l’effetto ottico di una maggioranza in cui tutti sostengono Putin e la sua operazione militare”. Sebbene queste elezioni non siano né libere né eque, rappresentano comunque l’unica fonte di legittimità per il presidente russo che si è già assicurato un nuovo mandato di sei anni alle presidenziali del 2024, escludendo dalla scheda ogni vera opposizione, estendendo così il proprio governo almeno fino al 2030.

Una campagna senza contendenti

Alle urne, che rinnovano i 450 seggi della Duma, sono chiamati circa 110 milioni di elettori. La scelta, però, è pressoché illusoria: sulle schede compaiono solo candidati approvati dal regime e nessun partito realmente contrario alla guerra. Yabloko, l’unica formazione registrata su posizioni apertamente pacifiste – il suo slogan chiedeva un accordo di cessate il fuoco e la via diplomatica – è stata esclusa dalla Corte Suprema il 10 agosto in seguito a un ricorso presentato dal partito nazionalista Rodina. Da allora il partito ha visto cadere una dopo l’altra anche le candidature nei collegi uninominali, mentre il vicepresidente Maxim Kruglov è stato condannato a sette anni di carcere per le sue critiche alla guerra. Anche gli altri oppositori di Putin sono per lo più incarcerati, in esilio, o comunque esclusi dalle liste. Restano in corsa dieci partiti, tutti favorevoli al proseguimento del conflitto: accanto a Russia unita, le formazioni che da anni siedono in Duma – comunisti, liberaldemocratici, Russia giusta – costituiscono quella che gli analisti definiscono “opposizione sistemica”, che critica il governo su temi marginali ma vota compatta con il Cremlino su ogni questione rilevante. Anche per gli standard russi, però, questa tornata appare sorprendentemente priva di vitalità: la maggior parte dei candidati non ha praticamente fatto campagna, e le immagini dei dibattiti televisivi in studi semivuoti perché i politici non si sono presentati, con grande imbarazzo dei conduttori, hanno fatto rapidamente il giro del web.

La guerra arriva nelle case
Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, ISPI Co-Head, Russia, Caucaso e Asia Centrale“I risultati delle elezioni parlamentari in Russia non sono difficili da prevedere. Perché, allora, occuparsi di un’elezione il cui vincitore è già noto? Perché il voto è uno dei pochi momenti in cui il Cremlino deve ancora dimostrare pubblicamente che il sistema politico funziona. Putin non deve soltanto conquistare la maggioranza: deve produrre affluenza, consenso e un risultato sufficientemente convincente da dimostrare che quasi cinque anni di guerra non hanno eroso la stabilità del regime. Allo stesso tempo, le conseguenze più dirette per l’Ucraina e l’Europa potrebbero arrivare dopo il voto. Se sono fondate le preoccupazioni espresse da analisti internazionali e da molti russi, secondo cui il Cremlino potrebbe lanciare una nuova mobilitazione a ottobre, Putin potrebbe preservare il vantaggio della Russia in termini di risorse umane e dare nuovo slancio alla sua invasione.”

Se la campagna elettorale non scalda gli animi, a farlo è la crisi del carburante che da quest’estate attanaglia il paese. Gli attacchi dei droni ucraini contro le raffinerie russe, intensificatisi da giugno, hanno prodotto la carenza di benzina e diesel più grave dai tempi dell’Unione sovietica: secondo un’analisi del Financial Times, la crisi colpisce direttamente circa 50 milioni di russi, il 35% della popolazione. Molti distributori sono senza carburante, mentre in alcune regioni i tempi di attesa hanno raggiunto diversi giorni, e i social media sono pieni di video di risse scoppiate nelle lunghe code alla pompa. È una crisi che, a differenza dei precedenti quattro anni e mezzo di guerra, entra nella quotidianità di moltissimi abitanti. Lo stesso Putin nelle ultime settimane ha collegato esplicitamente la partecipazione elettorale al conflitto, chiedendo ai cittadini di dimostrare compattezza attorno ai soldati al fronte: un mese prima delle elezioni, parlando alla Megasport Arena di Mosca, ha affermato che “molto dipende dalla nostra unità, dal coraggio dei soldati russi e da chi lavora con coscienza al proprio posto per contribuire alla vittoria”.

L’incognita della mobilitazione

Per molta della popolazione, tuttavia, il significato più profondo delle elezioni non risiede nel risultato, bensì in ciò che ne conseguirà. Viste le difficoltà delle truppe di Mosca in Ucraina, lo stallo sulla linea del fronte e le ingenti perdite sul campo, negli ultimi mesi si sono moltiplicate le voci che parlano di una nuova mobilitazione su larga scala: l’intelligence ucraina sostiene che lo Stato maggiore russo avrebbe predisposto un piano per arruolare 600.000 uomini tra il 2026 e il 2027. L’ansia avrebbe già spinto alcuni giovani a lasciare il paese, in scene che ricordano il settembre 2022, quando centinaia di migliaia di russi fuggirono dopo il primo annuncio di leva obbligatoria in tempo di guerra. Putin ha respinto per due volte, a inizio settembre, le voci di una mobilitazione imminente, bollandole come “sciocchezze” e “propaganda” contro Mosca. Ma la sua stessa mobilitazione “parziale” del 2022, tecnicamente, non è mai stata revocata. Il timore diffuso è che, chiusa la tornata elettorale e insediata una Duma compiacente, il Cremlino si senta più libero di adottare misure impopolari che ha finora rinviato.

Nell’immagine: un cartellone pubblicitario mostra i ritratti del vicepresidente della Duma di Stato, Pyotr Tolstoy, e del sindaco di Mosca, Sergei Sobyanin, a promozione del partito “Russia Unita”. Mosca, 15 settembre 2026


Alleati abbandonati nella strategia Usa del caos

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Di Alberto Negri, il manifesto

Con gli Houthi padroni dello stretto di Bab el Mandeb siamo tutti ammiragli. Salvo poi come ha fatto il ministro della Difesa Crosetto promettere prima l’invio della Marina in difesa di mercantili italiani e quindi voltare la prua non verso il mare aperto ma in Parlamento per decidere cosa fare.

E scoprire che, con la missione in Arabia saudita, anche l’Italia è un bersaglio nelle guerre degli Stretti: ieri un Eurofighter italiano è stato colpito nella base di Taif; intanto, quasi a forzare la mano al Parlamento, la nave militare italiana Bergamini (missione Aspides), scorterà subito un nostro mercantile sempre nello stretto di Bab el Mandeb.

SFIORA QUINDI un dubbio: che gli Houthi, descritti come guerrieri in ciabatte o al più miliziani sciiti alleati dell’Iran, siano davvero una cosa seria, come li descrive nel suo libro I Partigiani di Allah, Laura Silvia Battaglia? Qualche cosa da dire ce l’hanno pure loro come dimostra sul manifesto l’intervista di Patrick Zaki a Mohamed Farhan, dirigente del movimento degli Ansar Allah. Tra le righe emerge quello a cui aspirano: essere liberati dall’assedio, dalle black list delle sanzioni europee e statunitensi e ottenere un riconoscimento internazionale. E forse anche di questo hanno parlato i funzionari Usa che li avrebbero appena incontrati.

Ancora più chiaro è stato lo stesso Trump, il quale ha rifiutato per due volte le richieste saudite di attaccarli e minimizzato l’ipotesi di un intervento: «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi», lasciando intendere che il loro scontro è soprattutto con l’Arabia saudita. Gli americani hanno dimostrato uno scarso interesse a difendere gli interessi di Riad che pure acquista miliardi di dollari di armi da Washington. Non è una buona notizia per i sauditi. A Est lo stretto di Hormuz resta fortemente destabilizzato dallo scontro tra Iran e Stati Uniti. A Ovest gli Houthi hanno consolidato il loro potere sulla costa yemenita del Mar Rosso e intorno allo stretto di Bab el Mandeb, dove in pochi mesi il traffico di petroliere è aumentato del 50 per cento. Nel mezzo i droni lanciati dall’Iraq da gruppi filoiraniani hanno mostrato che anche l’oleodotto Est-Ovest, principale rotta alternativa di Riad a Hormuz, è vulnerabile.

I SAUDITI sono intrappolati in un triangolo sempre più scomodo, scrive L’Orient-Le Jour. Forse per questo avrebbero proposto nelle ultime ore una tregua di due settimane.
Gli Houthi invece, pur essendo nel mirino saudita, israeliano e occidentale, possono contare su una catena di comando più coesa e hanno dimostrato la loro capacità di spostare rapidamente le forze da un fronte all’altro, ma anche di portare l’escalation al di là delle frontiere dello Yemen.

IN 48 ORE, dal 10 settembre, si sono impossessati della città di Mokha, poi hanno preso il controllo dello stretto strategico di Bab el Mandeb che collega l’Europa all’Asia. Eppure i sauditi, con l’aiuto degli Usa, bombardano gli Houthi dal 2015 e si sono serviti delle milizie di mercenari create inizialmente dagli Emirati Arabi e poi passate sotto la gestione di Riad. Un disastro militare e politico pagato duramente dai civili yemeniti. Un fallimento così lungo, così profondo e ribadito dagli eventi recenti che fa riflettere gli americani e adesso persino i pensosi ammiragli italiani che scrutano l’orizzonte dalla tolda di comando e si chiedono – cosa che faranno anche in Parlamento – se una missione esclusivamente nazionale sarà sufficiente a garantire la sicurezza delle navi italiane, o dirette in Italia, che varcheranno Bab el Mandeb.

L’alternativa alla missione europea Aspides è quella di una “coalizione di volenterosi”, la formula magica da evocare come negromanti quando non si sa cosa fare. L’incertezza occidentale è il riflesso di quella di un’intera regione sotto un rivolgimento strategico iniziato dal 7 ottobre con Gaza e continuato con la guerra del 28 febbraio di Usa e Israele contro Teheran, «fuori dal diritto internazionale» per lo stesso ministro Crosetto.

AL CENTRO C’È la strategia americana avviata dopo gli accordi di Abramo del 2020, che puntavano a isolare l’Iran, frenare l’espansione economica e diplomatica, della Cina, preservare la preminenza di Israele e controllare allo stesso tempo i principali corridoi energetici e commerciali. Di questi obiettivi l’unico rimasto fuori discussione è la centralità israeliana. Tel Aviv ha portato quasi a termine l’annientamento di Gaza, devastato con i coloni la Cisgiordania, occupato un pezzo di Libano e di Siria, con una campagna di assassinii, bombardamenti e distruzioni che non finisce mai. Non solo, Israele si è proiettato ben oltre il Medio Oriente facendo accordi con l’India, l’Etiopia, il Somaliland, le Forze di intervento rapido in Sudan. Tel Aviv inoltre ha appena inglobato la Grecia e Cipro nella sua rete di alleanze, proiettandosi nel Mediterraneo orientale in funzione anti-turca. In pratica oggi Israele protegge con una parte del suo Iron Dome un Paese europeo della Nato e minaccia la Turchia, altro membro dell’Alleanza atlantica: forse ritiene che in caso di scontro con Ankara la Nato non interverrebbe.

LA GUERRA israelo-americana contro Teheran per le monarchie della regione è stato uno shock. Il loro mondo si fondava su due pilastri: la protezione militare Usa e la sicurezza delle vie energetiche. Le basi americane in Qatar, Emirati, Barhein, Kuwait e Arabia saudita dovevano proteggerli e invece l’Iran li ha ridotti a bersagli, fatto saltare i loro calcoli strategici e le rotte del petrolio. L’Arabia saudita si è rifugiata nel patto della Mecca di agosto con Pakistan e Turchia, gli Emirati si sono tirati fuori dall’Opec e resi autonomi da Riad, l’Oman tratta con l’Iran. Ognuno per sé.

Tutti si sono resi conto che gli Stati uniti di Trump possono scatenare una guerra, negoziare una tregua o fare altro ignorando in gran parte i loro interessi e anche quelli dell’Europa. Per questo nello stretto di Bab el Mandeb, e altrove, servono pensosi ammiragli.

Nell’immagine: la marina militare italiana in una missione europea tra il Mar Rosso e la Somalia nel 2024


Trump: “Accordo fatto sulla Groenlandia”

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Di Alberto Simoni, La Stampa

Le mani di Donald Trump e degli Stati Uniti si allungano sulla Groenlandia, stavolta però non ci sono minacce e prese di posizione unilaterali. Il capo della Casa Bianca ha infatti annunciato su Truth, il raggiungimento di un’intesa con la Groenlandia e il Regno di Danimarca – “Infinite life Agreement” – che darà agli Usa il controllo permanente sulla sicurezza e su altro in Groenlandia. Secondo Trump con questa intesa gli americani hanno risolto «tutte le molte preoccupazioni». E lo fanno «senza alcun costo».

Non vengono dettagliati i contenuti dell’accordo, ma Trump spiega che i rappresentanti di “Danimarca e Groenlandia” hanno garantito agli Usa la completa «possibilità di fare tutto il necessario» sull’isola «per garantire e difendere la sicurezza della Groenlandia e degli Stati Uniti». Una delle conseguenze dell’intesa è che nessuna potenza straniera potrà avere mai basi o una presenza militare senza l’autorizzazione di Washington.

Trump aveva messo nel mirino la Groenlandia già durante il suo primo mandato. La questione è tornata di attualità non appena insediatosi nel gennaio del 2025 quando aveva anche minacciato di ricorrere alla forza per controllare l’isola autonoma sotto il Regno di Danimarca. Il presidente Usa ha nominato anche un inviato speciale Jeff Landry, che è anche governatore repubblicano della Louisiana. Il punto di massima tensione si è raggiunto lo scorso gennaio dopo che alcuni Paesi europei, in risposta alle ambizioni trumpiane, avevano mandato alcuni soldati. Il timore di una spaccatura all’interno dell’Alleanza atlantica era stato profondo, almeno sino a quando Trump non ha fatto marcia indietro rinunciando ai propositi di “annessione” della Groenlandia e insistendo invece per un accordo che potesse dare una certa forma di controllo delle rotte marittime, dello spazio aereo, e del territorio – ricco fra l’altro di petrolio e minerali rari – agli americani. Landry da gennaio ha lavorato con i diplomatici danesi e inviati della Groenlandia sino all’intesa annunciata ieri. Trump ha detto che «cominceremo subito il progetto di sviluppo di un’ampia presenza militare» e «lavoreremo con il popolo groenlandese per lo sviluppo e la costruzione».


L’ecologia (non) è di sinistra. 2 – Un motivo di speranza

Nella nuova stagione il capitalismo e l’intelligenza artificiale sono naturalmente alleati. Ma da una lontananza di duemila anni torna una domanda: chi custodisce i custodi? In sostanza, chi deve comandare? 

Per le elezioni in Consiglio di Stato del 2027, il Partito socialista ticinese (PS), I Verdi del Ticino (Verdi) e il Movimento per il socialismo (MPS) hanno deciso di presentare una lista congiunta. Già per le elezioni del 2023 si era parlato di un programma rosso-verde. All’epoca, la base elettorale non l’aveva veramente integrato. Propongo quindi di riprendere alcune questioni fondamentali, che devono essere elaborate per poter difendere un’alleanza come quella prospettata e per renderla allettante anche alle persone al di fuori dei tre partiti. 

In questa seconda parte: propongo delle condizioni per fare in modo che l’ecologia sia con la sinistra; formulo qualche osservazione sullo svolgimento della campagna della lista rosso-verde;  indico qualche difficoltà di fondo e un motivo di speranza. 

L’ecologia è con la sinistra, se…

Propongo di dire che l’ecologia è con la sinistra se entrambe si battono contro l’estrattivismo, cioè lo sfruttamento esagerato delle materie prime, ma anche della forza lavoro, e la messa sul mercato della vita intera delle persone e più generalmente degli esseri viventi. Sono assieme, se si battono contro il produttivismo, che porta alienazione e che in fin dei conti si basa sulla trasformazione di apporti naturali limitati. L’ecologia è con la sinistra, se difende i beni comuni, naturali o sociali, cioè quelle cose che possono essere percepite come sottratte o espropriate, e quindi necessitano una riappropriazione collettiva. Non sono concetti astratti, senza declinazione concreta. In Ticino abbiamo materie prime: l’acqua, i boschi, le rocce; abbiamo anche luoghi di formazione, luoghi di vita comune e luoghi dove si sviluppa la cultura. Da secoli sono oggetto di contesa e devono continuare a essere curati. Ci sono quindi molte ragioni facili da elencare che giustificano uno sforzo comune di chi pratica l’ecologia e di chi si batte per più libertà, giustizia e dignità. 

La campagna e l’esercizio del potere

La campagna elettorale è una premessa all’esercizio del potere, non soltanto nel senso evidente che bisogna candidarsi e farsi conoscere per arrivare nella stanza dei bottoni, ma anche perché la campagna è l’occasione di mostrare come si intende esercitare il potere. In particolare, è il momento per mostrare che si vuole cambiare la società piuttosto che semplicemente prendere il potere e mostrare che il potere è un mezzo e non un fine. Si tratta quindi non solo di convincere che si hanno buone idee e buone intenzioni, ma mostrare come si pensa di governare. La collegialità è spesso invocata dai consiglieri di Stato come se bastasse a dare coerenza all’azione del Governo. Per far fronte alle sfide che ci attendono, bisogna andare oltre e portare in Consiglio di Stato la trasversalità. Non c’è un problema importante che non richieda l’intervento di più Dipartimenti e una campagna per il raddoppio permette di affrontare esplicitamente il lavoro di squadra che potrebbero fare i consiglieri di Stato. Le candidate e i candidati devono quindi mostrare il loro interesse per le questioni più diverse. Bene che Matteo Pronzini si occupi già delle questioni di genere oltre che dei lavoratori. Bene che Rocco Vitale porti le rivendicazioni giovanili, ma sarebbe meglio che tutte e tutti in lista lo facciano.

Durante la campagna, invece di promettere questo o quello, si dovrebbe dare l’esempio di come si intende incarnare il ruolo di statista vicino alla gente. Non una persona che somministra soluzioni, ma che sa essere all’ascolto dei bisogni e che promuove il dibattito democratico. Non un semplice amministratore di un Dipartimento, che applica protocolli, ma qualcuno che osa immaginare nuovi modi per affrontare i problemi più gravi. Non qualcuno che rappresenta solo la propria base elettorale, ma che ha a cuore il benessere della popolazione ticinese nel suo insieme. Qualcuno che crede nel servizio pubblico. 

Naturalmente, si dovrà anche spiegare come si intende affrontare i problemi che preoccupano il più gran numero. Primo tra tutti quello delle finanze pubbliche. Non è qui il luogo per approfondire la questione, ma in coerenza con l’obiettivo dell’articolo credo che sia utile indicare che si può affrontarla in maniera coerente con le idee che sostengono uno sforzo rosso-verde. Per quel che riguarda la spesa pubblica, è importante sottolineare ad esempio quanto costano alla collettività l’inquinamento, un’informazione e una prevenzione insufficienti in ambito sanitario, così come il cattivo uso delle risorse energetiche, e proporre misure di contenimento di queste spese. I risparmi che si potrebbero fare in questi ambiti permetterebbero per esempio di definire finalmente un budget cantonale per la cultura. Inoltre, si dovrebbe analizzare in che misura le agevolazioni e le misure di sostegno alle imprese servono gli interessi collettivi, andando oltre il credo nel cosiddetto gocciolamento (trickle down). Per quel che riguarda le entrate, oltre a rivedere le entrate fiscali, si dovrebbe studiare la possibilità di far svolgere allo Stato un ruolo imprenditoriale in ambiti di rilevanza generale. Il che non vuol dire che lo Stato dimentichi il suo ruolo di ridistribuzione delle ricchezze, o che amministri direttamente la produzione, ma piuttosto che la orienti nell’interesse generale. (Nel 2022, avevo proposto per esempio l’idea di promuovere dei «villaggi ecosostenibili».) 

Restano però tre problemi di fondo. In maniera generale, e semplificando molto, il problema principale per convincere l’elettorato (di sinistra) a sostenere un progetto rosso-verde è che bisogna arrivare a convincerlo che è possibile coniugare gli obiettivi ecologici con quello di arrivare alla fine del mese. L’ecologia non è un lusso. 

Il secondo problema è che vi è una parte dell’elettorato, soprattutto giovane, che è talmente stufa di come stanno le cose, che vorrebbe che tutto vada a quel paese e che si limita ad affermare il proprio rifiuto, ribadendo per esempio la propria posizione anti-capitalista. Purtroppo non basta, non perché i capitalisti non siano  «brutti e cattivi», ma perché non serve semplicemente opporre un ideale anarchico all’anarchia del mercato capitalista. Inoltre, essere anti-capitalisti non significa essere per la democrazia e essere anti-capitalista non significa essere di sinistra. Il generale De Gaulle era dichiaratamente anti-capitalista e il suo modo per correggere le derive del capitalismo è stato di promuovere la partecipazione ai mezzi di produzione e a un certo numero di decisioni che riguardano i lavoratori. Ha però esercitato il potere in maniera tutt’altro che collettiva. 

Il terzo problema è quello di mantenere sullo stesso piano priorità diverse in seno al progetto rosso-verde. Prendo spunto da una discussione pubblica durante la quale quando è stata evocata la questione del lupo, predatore di greggi di montagna, uno dei partecipanti ha—per inciso—ricordato il detto “homo homini lupus est”, riferendosi certamente a come le donne siano preda per certi uomini. Se questo commento, che a ragione insiste sull’importanza della questione della violenza di genere, traducesse anche l’idea che la dominazione sulla natura segue dalla dominazione dell’uomo sull’uomo, avremmo un’ostruzione evidente a una collaborazione paritaria tra ecologisti e socialisti. 

Per fortuna, ci sono però anche ragioni che lasciano ben sperare per il progetto rosso-verde. Penso per esempio al lavoro svolto da ErreDiPi, l’associazione recentemente creata per difendere gli interessi degli affiliati all’Istituto di previsione dei dipendenti del Cantone (IPCT). Purtroppo questo lavoro non è ancora abbastanza conosciuto, ma indica come affrontare i problemi che preoccupano la gente, lavorando direttamente dalla base.

(segue)

Nell’immagine: Olafur Eliasson e Minik Rosing, “Ice Watch” (2014)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento