La politica e l’elefante

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Ticino, terra di artisti e di… giallisti. I romanzi di questo genere letterario hanno vieppiù invaso il mercato conquistando lettori: delitti, indagini, commissari e investigatori, misteri, oscure trame e colpi di scena. Ma ecco che quest’estate la realtà ha superato la pur fervida fantasia dei nostri autori, con un intreccio le cui origini sono tuttora ignote. Protagonisti il presidente dell’esecutivo cantonale, alcune donne (amiche o presunte tali), una delle quali ritrovata esanime nel Ceresio, registrazioni carpite e diffuse da scaltre mani, probabilmente per sabotare qualche piano politico, come l’intenzione di Zali di candidarsi per il Consiglio nazionale o come l’idea che Lega e Udc dovessero divorziare e correre separati alle cantonali del 2027. Subito è emersa la teoria del complotto e bisogna dire che gli elementi rimasti sospesi non sono pochi, a partire appunto dalla tempistica.

Tutto questo è confluito in un magma che si è rimesso in moto con largo anticipo rispetto al passato. Anche nel nostro piccolo angolo di terra, le campagne elettorali si stanno facendo sempre più lunghe e concitate, diluite su più mesi, e fin dall’estate che precede l’appuntamento. La spiegazione risiede nella crescente frammentazione della costellazione partitica, priva di soglie di sbarramento, e nell’indebolimento dei partiti maggiori, quelli detti storici, che in passato lasciavano ai partitini solo le briciole. Ora tutti reclamano uno spazio e un microfono, se non in parlamento, almeno nell’informazione radiotelevisiva e nella galassia dei canali sociali. Tale frammentazione riflette una società sempre più volubile e balcanizzata per interessi e orientamenti ideologici e quindi sempre più difficile da ricondurre su piattaforme condivise.

Nel frattempo prenderà il via, da ottobre, una compagine mai vista prima, con esponenti di cinque formazioni diverse, cinque monadi che dovranno comunque dialogare e governare, non semplicemene vivacchiare in attesa della resa dei conti in agenda il prossimo aprile. In quel mese la parola passerà al popolo, che deciderà se confermare l’attuale composizione (con Marchesi al posto di Zali), o se ricalibrare i rapporti di forza. La campagna sarà intensa e vivace, soprattutto ai due lati dello schieramento. A destra l’Udc appare in crescita: spera di uscire dall’angolo d’ombra in cui l’hanno relegata per decenni gli amici-rivali della Lega. Quest’ultima, zavorrata da una serie di scandali e passi falsi, è in calo da alcune legislature. A sinistra assisteremo al duello tra Marina Carobbio e Greta Gysin, anche se entrambe giurano che il confronto rispetterà le regole della lealtà e della correttezza. Raffaele De Rosa, per il Centro, può dormire sonni tranquilli, mentre i liberali-radicali continuano a sognare il raddoppio per recuperare il seggio perso nel 2011 (l’intento sarebbe di riprendersi il Dipartimento dell’educazione). Alex Farinelli è quasi certo di poter subentrare a Vitta.

Già ora possiamo elencare alcuni elementi che caratterizzeranno la campagna elettorale in corso:

  1. Un ritorno della passione politica: la mobilitazione che si sta profilando dovrebbe riportare i cittadini al voto e quindi arrestare la curva al ribasso dell’astensionismo (nel 2023 la percentuale dei votanti è scesa al 56%);
  2. L’arrivo dei rinforzi da Berna: Marchesi, Gysin, Farinelli e in parte Chiesa (ora presidente ad interim dell’Udc cantonale) si apprestano a lasciare la fredda capitale federale per risollevare il morale delle sfiduciate truppe locali;
  3. L’Udc cantonale può contare sull’appoggio, politico ma soprattutto finanziario, dell’Udc nazionale guidata dai Blocher (non perdere seggi alle camere);
  4. Un ruolo decisivo lo svolgeranno i media e i social, la RSI come pure TeleTicino, il Corriere come la Regione. Già nell’affrontare il caso Zali sono emersi approcci e stili assai diversi tra i principali gruppi editoriali. Sarà un banco di prova anche per il giornalismo che si vuole cane da guardia del potere.

Tendenze, ipotesi, congetture… forse fondate, forse no, lo si vedrà nei prossimi mesi. Nel Palazzo delle Orsoline staziona però un elefante i cui barriti stanno salendo di tono ogni giorno di più: i premi delle casse malati, che tra poco torneranno a mordere i bilanci domestici. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare il 28 settembre del 2025, che di fatto si sono trasformate in una macina al collo delle finanze pubbliche. Come noto, gli assicurati-votanti, sfiniti ed esasperati, le hanno accettate entrambe, nella convinzione che almeno una delle due avrebbe sortito qualche effetto benefico. Ma così facendo il Ticino è finito in un vicolo cieco che si sarebbe dovuto e potuto evitare: sarebbe bastato fin dapprincipio accordarsi su un testo unico, finanziariamente sostenibile e socialmente equo. E invece si è preferito arrivare allo scontro, con l’apertura di una serie di falle che ora nessuno sa più come tappare.

Questa volta, a risolvere il caso, non basteranno l’intuito e la perizia di qualche nostrano tenente Colombo.

Pubblicato da laRegione


Sulle tv israeliane solo il 7 ottobre così Israele non si accorge di Gaza

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Di Francesca Caferri, la Repubblica

C’è una cosa che non si può mai dimenticare per capire l’Israele di oggi. Il fatto che per due anni consecutivi, fino al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, su tutti i canali, ad ogni ora del giorno, le televisioni hanno raccontato solo un unico, lunghissimo giorno: il 7 ottobre del 2023. Un racconto che è stato fondamentale nell’indirizzare l’opinione pubblica. Capire questo è la base per comprendere come il Paese vede la realtà: e ciò che ha scelto di non vedere.

Messa da parte la fase immediatamente dopo l’attacco, in cui la totalità del Paese – media inclusi – ha operato sotto uno shock totale e senza un piano predefinito, da un certo punto in avanti la maggior parte dei mezzi di informazione (in particolare le televisioni) hanno fatto una scelta: al racconto si è sostituito il tifo, ai giornalisti i propagandisti, alla storia intera una parte sola di essa. «I media, e la tv in maniera speciale, hanno rifiutato di guardare l’altro e di raccontarlo. Si sono schierati con il governo, sposandone la retorica violenta e la volontà di vendetta», spiega Anat Saragusti, 73 anni, a lungo responsabile della libertà di stampa nel Sindacato dei giornalisti. Sin dalle prime settimane di guerra Saragusti più volte ha messo in guardia dal fatto che ritrarre Israele come l’unica ed esclusiva vittima senza mai dare spazio alle sofferenze dei palestinesi fosse sbagliato. Ma pochi in Israele l’hanno ascoltata.

Così, della disperazione dei civili della Striscia, dei palestinesi usati come scudi umani dai soldati dell’Idf, delle famiglie sterminate e dei bambini morti per gelo o fame che per mesi hanno invaso il racconto dei nostri media, alla tv israeliana non è passato nulla: per due anni Gaza è stata mostrata unicamente con gli occhi degli ostaggi o dei militari chiamati a combattere lì. Se le sofferenze dei civili della Striscia hanno trovato qualche spazio, è stato solo per attribuirne la responsabilità ad Hamas.

«L’unico modo per capire il quadro completo è leggere la stampa straniera: il che implica una scelta, quella di andare a cercare, mettersi in discussione. Pochissime persone dopo il 7 ottobre 2023 hanno avuto voglia di farlo», risponde la scrittrice Dorit Rabyian a chi le chiede come sia possibile che Israele non capisca perché tanta parte del mondo sia inorridita dalle sue politiche.

In questi mesi, quando uno sguardo sull’altro è riuscito a rompere il muro, ad accoglierlo ha trovato odio e rabbia: lo racconta la storia di Yocheved Lifshitz, 85nne attivista per la pace rapita il 7 ottobre da Hamas dalla sua casa nel kibbutz Nir Oz e rilasciata venti giorni dopo. Al momento della liberazione Lifshitz si girò verso i suoi rapitori e salutò dicendo loro “Shalom”, pace. Una cosa inaudita nell’Israele di quei giorni: si disse che era una traditrice. «Doveva restare lì», arrivò a sostenere un commentatore su Channel 14.

È importante ribadire che questa retorica così violenta appartiene principalmente alle tv. Il quadro è diverso se si passa alla carta stampata: fatto salvo lo shock dei primi mesi, alcuni dei giornali israeliani hanno lentamente ma con decisione preso le distanze dalla condotta sulla guerra. Lo ha fatto Haaretz, la Bibbia dell’intellighenzia di sinistra, ma anche Yediot Ahronoth e il Times of Israel. Di riflesso altre testate – Jerusalem Post e Israel Hayom per prime – hanno preso la via opposta: totale e incondizionato sostegno al governo.

La direzione intrapresa negli ultimi anni dai media e in particolare dalle televisioni non può sorprendere chi ha seguito la storia di Israele e quella dell’uomo che da trent’anni ne domina la scena, Benjamin Netanyahu. Fin dal suo primo mandato come premier, nel 1996, è stato un feroce critico di giornali e tv israeliani, che ha sempre definito vicini alla sinistra e inaffidabili. Un’idea che da allora non lo ha mai abbandonato. Dal disprezzo e dalla diffidenza è nata la volontà di piegare i media che negli anni è stato uno dei pilastri dell’azione politica del premier. Per metterlo in pratica ha seguito due strade: boicottare le organizzazioni sgradite e sostenere le testate fedeli alla linea ufficiale, in alcuni casi modellandole a sua immagine e somiglianza.

È il caso di Israel Hayom (Israele oggi), quotidiano fondato nel 2007 da un uomo d’affari vicino a Netanyahu, che è oggi il giornale più letto del Paese grazie al fatto di essere gratuito e distribuito a tappeto ovunque. E di Channel 14, la Fox News locale, ultima nata delle emittenti di news, che nel giro di pochi anni anche grazie una serie di leggi sponsorizzate dal governo è diventata a seconda tv più seguita del Paese. «Gaza così com’è oggi deve essere spazzata via»; «Dobbiamo bombardare indiscriminatamente»; «Lasciamoli affogare nelle loro tende» sono alcune delle espressioni usate dai suoi commentatori parlando della Striscia in questi anni.

L’approssimarsi delle elezioni ha amplificato il tentativo di controllo del governo sui media, con una serie di proposte di legge che, messe tutte insieme (alcune sono state approvate, altre no) minacciano di modificare il panorama dei media in maniera irreversibile. Non sorprende che nel 2025 Reporters senza frontiere abbia messo Israele al 112mo posto su 180 Paesi nel suo World Press Freedom Index: «Le campagne di disinformazione e le leggi repressive si sono moltiplicate in Israele e la pressione sui giornalisti è aumentata», si legge nel report.

Certo: non tutto va in questa direzione. Negli ultimi mesi, molti giornali hanno aumentato le critiche al governo, Haaretz è passato allo scontro aperto con il primo ministro e per questo è oggetto di una vera e propria guerra da parte dell’esecutivo. E piccole isole come Local call/+972 magazine – testate gemelle in ebraico e inglese che raccontano l’attualità dal punto di vista degli israeliani e dei palestinesi – hanno visto crescere la loro audience. Ma questo non basta a invertire una rotta che in tre anni è stata tracciata in maniera profonda: e che avrà un’influenza decisiva sul voto del 27 ottobre.


Ecco come un sistema agricolo malato colpisce la salute a livello globale

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Di Francesco Romizi, il manifesto

C’è un numero che da solo dovrebbe cambiare il modo in cui parliamo di pesticidi: tra 402 e 433 milioni di episodi di intossicazione acuta non intenzionale ogni anno nel mondo. Su una popolazione agricola stimata in circa 934 milioni di persone, significa che quasi un lavoratore agricolo su due può essere colpito, nell’arco di dodici mesi, da un’esposizione capace di provocare sintomi acuti. Sono le stime di una nuova revisione pubblicata su Frontiers in Public Health, che aggiorna il quadro globale delle intossicazioni da pesticidi. Il peso maggiore ricade sull’Asia meridionale e sud-orientale e sull’Africa orientale, Paesi in cui l’impiego di bambini e adolescenti in agricoltura è predominante. Circa 11 mila episodi l’anno hanno esito mortale.

DIETRO QUESTE CIFRE non c’è un rischio astratto. C’è il lavoro quotidiano nei campi: preparare e miscelare i prodotti, riempire le irroratrici, trattare le colture, rientrare troppo presto nelle aree trattate, toccare piante, attrezzature, vestiti o terreno contaminati. Il pesticida può entrare nell’organismo attraverso la pelle, gli occhi, le vie respiratorie o, più raramente nelle esposizioni professionali, per ingestione. La via cutanea è particolarmente importante per chi lavora molte ore tra colture appena trattate; quella inalatoria può diventare decisiva durante la nebulizzazione, soprattutto in presenza di vento, alte temperature o dispositivi di protezione inadeguati.

L’INTOSSICAZIONE ACUTA non ha un solo volto. Dipende dalla sostanza, dalla dose, dalla durata dell’esposizione e dalle condizioni del lavoratore. I primi segnali possono sembrare banali: mal di testa, vertigini, nausea, irritazione degli occhi e della pelle, debolezza, sudorazione. Poi possono comparire vomito, diarrea, crampi addominali, disturbi visivi, salivazione eccessiva, difficoltà respiratoria, tremori e fascicolazioni muscolari. Nei quadri più gravi si arriva a convulsioni, perdita di coscienza, paralisi e insufficienza respiratoria. È il caso, in particolare, di molti organofosforici e carbammati, pesticidi che interferiscono con il funzionamento della colinesterasi, un enzima fondamentale nella trasmissione degli impulsi nervosi. Quando il sistema viene sovraccaricato, il corpo perde progressivamente la capacità di governare funzioni essenziali: respirare, muovere i muscoli, regolare le secrezioni, mantenere coscienza e orientamento. L’inalazione può produrre sintomi molto rapidi; l’assorbimento attraverso la pelle può invece essere più lento e insidioso, con una sintomatologia che cresce nelle ore successive.

IL PROBLEMA È CHE NEI CAMPI l’esposizione raramente è un episodio isolato. Per molti braccianti, piccoli agricoltori e lavoratori stagionali è una condizione che si ripete per settimane, mesi e anni. E qui la frontiera tra intossicazione «acuta» ed effetti cronici diventa più sottile. Una persona può superare un episodio senza ricovero, tornare al lavoro e subire nuove esposizioni pochi giorni dopo. Cefalea, stanchezza, disturbi della memoria, formicolii, problemi respiratori o irritazioni cutanee possono essere sottovalutati, attribuiti al caldo, alla fatica o alla disidratazione. Una parte della malattia resta così fuori dalle statistiche sanitarie.

LA LETTERATURA SCIENTIFICA associa l’esposizione professionale e prolungata a pesticidi a un ampio spettro di possibili effetti: disturbi neurologici (fra i quali il Parkinson, riconosciuto come malattia professionale degli agricoltori in Francia), respiratori, alterazioni endocrine e riproduttive, danni dermatologici e, per alcune sostanze e condizioni di esposizione, un aumento del rischio di specifiche patologie croniche. Non significa che ogni esposizione produca inevitabilmente una malattia, né che tutti i pesticidi abbiano la stessa tossicità. Significa però che il rischio cresce quando l’esposizione è ripetuta, quando si utilizzano sostanze altamente pericolose, quando più prodotti vengono impiegati insieme e quando protezioni, formazione e sorveglianza sanitaria sono insufficienti.

ED È QUI CHE LA GEOGRAFIA delle intossicazioni diventa anche geografia delle disuguaglianze. Nei Paesi a basso e medio reddito si concentra la parte più pesante del problema. In molti contesti i lavoratori dispongono di meno tutele, meno formazione, minore accesso ai dispositivi di protezione e a servizi sanitari capaci di riconoscere tempestivamente l’avvelenamento. Il caldo rende difficile indossare tute, guanti e maschere per ore. I prodotti possono essere travasati in contenitori non sicuri, le etichette non sempre sono comprensibili, i tempi di rientro nei campi vengono ignorati perché fermarsi significa perdere reddito. La vulnerabilità sanitaria coincide così con quella economica.

NON È UN CASO CHE FAO E OMS insistano da anni sui pesticidi altamente pericolosi, gli HHPs dall’inglese Highly Hazardous Pesticides, chiedendo ai governi di identificarli, valutarne i rischi e sostituirli quando esistono alternative più sicure. Un documento congiunto Oms-Fao del 2024 ricorda che le intossicazioni acute non intenzionali da pesticidi restano una grande questione di salute pubblica e richiama la stima di circa 11 mila morti l’anno. Il nuovo studio di Frontiers conferma che quel numero non appartiene al passato.

LA QUESTIONE, ALLORA, non può essere ridotta alla prudenza individuale del singolo agricoltore. Dire «basta usare correttamente il prodotto» significa ignorare come funziona davvero il lavoro agricolo in gran parte del mondo. La sicurezza dipende dalla qualità della regolazione, dalla possibilità di sostituire le molecole più pericolose, dalla formazione, dai controlli, dalla disponibilità di dispositivi adeguati, dal rispetto dei tempi di rientro, dalla sorveglianza sanitaria e, soprattutto, dal potere contrattuale di chi lavora.

SE CENTINAIA DI MILIONI di episodi di avvelenamento possono verificarsi ogni anno, il problema non è l’errore del singolo. È un modello produttivo che continua a scaricare una parte del proprio costo sanitario sui corpi di chi produce il cibo. Ridurre l’uso dei pesticidi più pericolosi, accelerarne la sostituzione e investire in pratiche agroecologiche non è quindi una battaglia ideologica contro l’agricoltura. È, prima di tutto, una politica di salute e di giustizia del lavoro.

Nell’immagine: donne e bambini indiani reggono dei cartelli durante una protesta organizzata dall’organizzazione non governativa Bachpan Bachao Andolan (Movimento per salvare l’infanzia) contro la morte di alcuni alunni avvenuta dopo aver consumato il pasto gratuito di metà giornata servito a scuola


L’ecologia (non) è di sinistra. 1 – La volontà di salvarsi

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Per le elezioni in Consiglio di Stato del 2027, il Partito socialista ticinese (PS), I Verdi del Ticino (Verdi) e il Movimento per il socialismo (MPS) hanno deciso di presentare una lista congiunta. Già per le elezioni del 2023 si era parlato di un programma rosso-verde. All’epoca, la base elettorale non l’aveva veramente integrato. Propongo quindi (ora che i nomi della lista sono tutti noti) di riprendere alcune questioni fondamentali, che devono essere elaborate per poter difendere un’alleanza come quella prospettata e per renderla allettante anche alle persone al di fuori dei tre partiti.

In questa prima parte comincio con l’articolare le relazioni tra ecologia e sinistra, per arrivare a dire che un fronte unitario rosso-verde deve innanzitutto fare appello alla volontà di salvarsi delle persone e insistere su ciò che accomuna. Soprattutto in una logica di raddoppio. 

Ecologia e sinistra non sempre allineate

Alcuni dicono che l’ecologia è una cosa a parte e che giustifica la creazione di un partito a parte che se ne occupa. Altri invece pensano che l’ecologia riguarda tutte e tutti e che quindi tutte e tutti debbano occuparsene e se ne occupano. Ci sono poi quelli che affermano che comunque i problemi non sono né di destra né di sinistra (il che a me suona un po’ come « i soldi non hanno odore, l’importante è averne »). È vero che sono piuttosto le soluzioni a essere di destra o di sinistra. È vero poi che ogni decisione in un qualsiasi governo o parlamento democratico necessita di una maggioranza, ma questo non toglie che le proposte sono il frutto di sensibilità particolari. Chiaramente ci impantaneremmo, se volessimo cominciare a definire cos’è la sinistra o essere di sinistra. Malgrado tutto questo ritengo la domanda pertinente. D’altronde è una domanda che mi è stata posta a più riprese. 

Il fatto è che la relazione tra ecologia e socialismo è un problema largamente aperto da tempo e questo spiega in parte perché non si riesca per esempio ad affrontare efficacemente la questione climatica, da noi o altrove. Riflettere su questo tema è quindi una sfida interessante e cercare delle modalità di dialogo e di azione per le forze politiche implicate contribuisce a far vivere un laboratorio di idee tutt’altro che sterile.

Per mostrare la difficoltà del problema, bisogna tenere presente che l’ecologia può essere considerata come reazionaria ed è spesso associata al ritorno a un ordine mitico. La difesa di valori come la Terra, il rispetto e la preservazione del territorio si apparentano alle politiche degli storici partiti agrari, che si trovano piuttosto alla destra dello spettro politico (da noi l’UDC). Inoltre, domando: chi non ha sentito un sedicente ecologista auspicare l’avvento di una dittatura mondiale illuminata come unica possibile soluzione ai problemi ecologici globali? Ci sono eco-fascisti, che promuovono un fondamentalismo antidemocratico motivato dall’urgenza climatica (pensiamo alle idee di controllo digitale del consumo individuale di CO2 scaturite dopo la crisi del Covid-19). Come se non bastasse, la critica ecologica del mondo moderno contiene elementi che istigano ad andare oltre l’opposizione tra destra borghese e sinistra progressista. La critica della standardizzazione dei beni, della società dei consumi, della distruzione della natura, della tecnica, della burocrazia;  la promozione di modi di vita autentici; il rifiuto di ogni forma di sottomissione e sfruttamento non sono certo centrati attorno al valore lavoro. La promozione della sobrietà si oppone alle politiche di crescita economica difese dalla destra. La difesa delle comunità locali si oppone all’universalismo caro alla sinistra. 

Non tutte le difficoltà sono però da imputare ai promotori dell’ecologia politica. Storicamente, e salvo eccezioni, la sinistra non ha dimostrato una grande apertura alle problematiche care agli ecologisti. (Un’eccezione recente è stata data dall’iniziativa volta a far pagare più tasse ai super-ricchi, che sottolineava che questi sono anche dei super-inquinatori.) Insomma, non sembrano esserci chiare basi per realizzare una sintesi degli approcci verdi e rossi. Questo in generale. Ma soffermiamoci un attimo sul progetto per le elezioni ticinesi del 2027. 

Un fronte unitario?

Dall’estate del 2025, su iniziativa del MPS è sul tavolo una proposta di costruzione di un fronte unitario di opposizione sociale e politica. Il PS e I Verdi hanno mostrato il loro interesse alla proposta. Un anno dopo è stato lanciato un appello che invita le forze politiche e associative, e tutte le persone interessate, a contribuire alla costruzione di un’opposizione politica e sociale unitaria in alternativa alle politiche dominanti. Per quel che ne so, per il momento, l’unico risultato concreto di questo sforzo è la composizione di una lista quasi completa per le elezioni in Consiglio di Stato sulla quale figura Matteo Pronzini per il MPS. La presenza di Pronzini in lista mostra un cambiamento positivo importante rispetto al 2023 e vista la qualità dei componenti della lista, dato poi lo sfacelo della destra cantonale, non è assurdo immaginare che lo sforzo rosso-verde possa portare all’elezione di due consiglieri di Stato rosso-verdi.

C’è chi non osa parlare di questo raddoppio per paura di essere tacciato di ambizioso o ingenuo nel caso la lista porti all’elezione di un solo consigliere di Stato. Di fatto, i numeri delle elezioni passate o quelli delle basi dei partiti in gioco non giustificano da soli la speranza in un tale grande cambiamento. Ma è esattamente questo il punto: non si può andare avanti come prima. Anche per questo l’appello menzionato è intitolato « È ora di cambiare! » ed è indirizzato a tutte le persone interessate a un cambiamento. Inoltre, è probabile che se la lista non si presentasse in una logica di raddoppio rischierebbe di portare a una sterile competizione interna. 

Sarebbe bello avere un programma a sostegno della lista, un qualcosa su cui costruire per il futuro, un testo che motivi una larga adesione. Come aveva detto Christian Marazzi in un’intervista del 2022, che si può trovare su I Naufraghi: « L’alleanza rosso-verde diventa interessante se impostata su una strategia che vada oltre la scadenza elettorale ». Purtroppo, dal 2023 non s’è visto alcuno sviluppo dell’alleanza oltre agli accordi che vi sono stati in Parlamento, oltre a intese tra deputate e deputati. Naturalmente non è una ragione per non cercare di fare meglio questa volta, cominciando col riprendere la Piattaforma di governo redatta nel 2022, intesa a portare una svolta ecosocialista in Ticino, promuovendo più giustizia sociale e ambientale.

Però credo che l’essenziale in questo momento non sia un programma. L’importante – se posso permettermi di riprendere lo slogan de I Naufraghi – è il volersi salvare. Ci sono tutte le ragioni del mondo per i rosso-verdi a voler assumere più responsabilità in governo al fine di far cambiare rotta alla zattera Ticino. La volontà di volersi salvare è quello che porterà nuovi elettori alle liste rosso-verdi. La volontà di chiarezza, il coraggio e l’onestà dei candidati permetterà di convincerli.

È stato detto che la parola «fronte» suona troppo bellica. Forse si può trovare una parola migliore, ma resta il fatto che – come si dice correntemente – c’è da fare su più fronti. In particolare, sul fronte sociale e su quello ambientale. La parola importante in «fronte unitario» è quindi «unitario», che indica la volontà di unire, di formare un insieme coerente, non di congiungere due o più entità in maniera solidale. In un fronte unitario possono sopravvivere le differenze. È quindi fuori luogo seminare zizzania, come è stato fatto per esempio appena Greta Gysin ha annunciato la sua disponibilità a figurare in lista, sottolineando che aveva avuto una posizione diversa da quella di Matteo Pronzini riguardo ai licenziamenti presso FFS-Cargo. È più interessante sottolineare che Gysin e Pronzini sono entrambi sindacalisti e che ognuno a modo suo difende le lavoratrici e i lavoratori, contrariamente per esempio a Alex Farinelli, candidato del Partito liberale radicale, vice-direttore della Società Svizzera Impresari-Costruttori Sezione Ticino.

Insomma, cominciamo col sottolineare quello che accomuna piuttosto che quello che separa e cerchiamo di perdere le abitudini divisive che hanno da sempre indebolito la sinistra. 

Nell’immagine: Olafur Eliasson e Minik Rosing, “Ice Watch” (2014)

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento


Da Pico della Mirandola ai polli di casa nostra

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Pico della Mirandola, grande protagonista della civiltà umanistica-rinascimentale, scrisse nel 1486 un celebre testo: De hominis dignitate. La cui tesi è notevole: ogni realtà esistente ha una sua “natura” che condiziona la sua attività per cui il leone vivrà leoninamente, il cane caninamente e l’asino asinamente. L’uomo, invece, non ha una sua “natura” che lo obblighi, una entità che lo influenzi. L’uomo è padre a sé stesso, non ha nessuna condizione: la sua costrizione è quella di essere libero di scegliere il proprio destino, di costruirsi il suo percorso, di costruirsi con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna.    

Il passo, che qui propongo in traduzione italiana, è famosissimo:  « Il Sommo Padre, Dio creatore, aveva foggiato […] questa dimora del mondo quale ci appare. […]. Recato il lavoro a compimento, l’artefice desiderava che ci fosse qualcuno capace di afferrare la ragione di un’opera sì grande, di amarne la bellezza, di ammirarne la vastità. Perciò, compiuto ormai il tutto, pensò da ultimo a produrre l’uomo. […]. E postolo nel cuore del mondo così gli parlò: « non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché quel posto, quell’aspetto, quelle prerogative che tu desidererai, tutto secondo il tuo voto il tuo consiglio ottenga e conservi. […]. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo valore, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine». 

Mi sono ricordato di questo passo osservando quanto sta accadendo da troppo tempo nel nostro mondo, nella nostra Svizzera e nel nostro Ticino. Pico mette l’accento sulla centralità, sulla “dignità” dell’uomo, sulla sua condizione di privilegio rispetto a tutto ciò che è stato creato. 

Qual è la condizione, la sorte scelta dall’uomo oggi? Si è «costruito con le sue mani l’altare della gloria o le catene della condanna?» 

Ascoltando i dibattiti di questi giorni in Gran Consiglio e alla RSI, e leggendo gli articoli sui quotidiani e sui social,  pare indiscutibile che l’essere umano abbia scelto le catene, di «degenerare nelle cose inferiori». Vogliamo fare qualche esempio? Dopo un dibattito fiume iniziato già lunedì 14 settembre, il giorno dopo il  Legislativo ha accolto per pochi voti il Piano energetico e climatico cantonale (PECC), ritoccando però alcuni punti importanti rispetto al progetto originale voluto dall’ormai ex direttore del dipartimento del territorio Claudio Zali. In particolare, sono state cassate dalla Legge cantonale sull’energia due importanti imposizioni: «l’obbligo di installare pannelli in caso di rifacimento del tetto della propria abitazione e anche quello che imponeva entro il 2045 la copertura, per almeno metà, di tutti i grandi stabili con superficie superiore a 300 metri quadri con pannelli fotovoltaici» (RSI online, 15 settembre). Insomma, grazie al voto compatto del centro-destra, sono cadute due norme tra le più incisive per affrontare la crisi climatica, come se essa non esistesse, ma fosse una fantasia. Cercansi coraggio e responsabilità verso le future generazioni. 

Altro esempio di alta politica. Sempre di martedì (che non è la trasmissione condotta da Floris sulla 7) una mozione interpartitica (che puzza di manovra elettoralistica) chiede di valutare l’introduzione di una divisa scolastica nella scuola dell’infanzia ed elementare ticinese. La proposta parte dall’idea che la scuola sia anche uno spazio nel quale «i bambini imparano a rispettare regole condivise e ad adeguare il proprio comportamento ai diversi contesti» (CdT, 16 settembre). Secondo i promotori, anche l’abbigliamento rientrerebbe tra gli aspetti educativi. La divisa, si legge nella mozione,  «non avrebbe lo scopo di limitare la personalità degli allievi, ma di trasmettere il principio secondo cui ogni ambiente richiede un modo di presentarsi adeguato». 

Stiamo parlando di bambini che hanno un’età che va dai 5 ai 10 anni. Sono tutti orfani? Per cui lo stato deve fare da patrigno? Tolto dalle mani del bambino l’ iPhone di 800 CHF, si chiede ora a chi fa le veci di genitore di acquistare «una maglietta o una polo, una felpa e pantaloni o gonna in colori prestabiliti, eventualmente personalizzati con il nome o il simbolo della scuola o del Comune». A meno che sia il babbo Cantone ad inventarsi una forma di acquisto centralizzato, «oppure a valutare l’opportunità di una fornitura gratuita dei capi alle famiglie che ne avessero bisogno» (CdT, 16 settembre). 

Ma i genitori possono ancora decidere a che ora mandare a letto i propri figli e cosa dar loro da magiare? O deve pensarci lo Stato?

Siccome le sorprese non hanno scadenze, eccone un’altra. Ieri pomeriggio la maggioranza del Gran Consiglio ha deciso – dopo le risposte agli atti parlamentari – di non aprire la discussione generale sul “caso Zali” (48 voti contrari, 29 favorevoli e 4 astenuti) perché già se ne è parlato assai. Vero, se ne è parlato tutta l’estate nei bar, nei lidi comunali (in  quello di San Domenico no perché si era troppo presi a leggere un paio di cervellotici bandi di concorso sulla futura gestione dello stesso). Persino nel confessionale di don Abbondio, parroco che ogni tanto giunge anche a Rasa con la teleferica. Dappertutto, dunque, tranne che nell’unica sede in cui si sarebbe dovuto parlarne: la sala del Parlamento cantonale, la sede istituzionale in cui si dovrebbe discutere di politica. E il vicino di casa, non senza malizia, mi ha subito informato al mio rientro che anche “i tuoi” hanno votato come  “i miei” per non aprire quella che io ritengo una doverosa discussione generale.  Non si sa più a che santo votarsi. La classe politica deve aspettare che sia la magistratura a svolgere  il suo compito per poi prendere delle decisioni che le competono?    

Per non fare ulteriormente del male ai miei 15 lettori, evito di parlare dei due atti parlamentari (inoltrati a Berna e a Bellinzona) sulla posa di semafori a Cadenazzo.

Siamo di fronte a un paradosso: nella nostra epoca, in cui l’accesso agli studi è per tutti e tutte, il livello culturale è molto basso. Meglio: è soprattutto scarso in coloro che sono stati eletti/elette per amministrare il Paese. Questo in generale. Poi, volendo scendere (ma già l’abbiamo fatto mille volte) nel particolare, possiamo dire che oggi, per molti la politica non è più una scienza, un’ «arte che attiene alla città-Stato», ma un mezzo per acquisire una visibilità difficilmente raggiungibile attraverso la propria professione, con ciò che sappiamo fare nella vita quotidiana. (Un mio amico ama dire che la politica è un taxi che serve solo per farsi trasportare da qua a là). È una realtà che capita anche in molti altri ambiti. Pensiamo al servizio militare, che ha offerto (e forse offre ancora) a molti la possibilità, guadagnandosi i galloni utili per comandare, di essere “qualcuno”.  

Gli uomini e le donne competenti fanno altro. Perché in politica la competenza non serve. Anzi.

Volete una verifica? Per non offendere nessuno in patria, trasferiamoci “nella vicina penisola”: nel Consiglio dei ministri della prima repubblica, 1974 (anno in cui approdavo all’Università di Pavia), presieduto da Aldo Moro, membri Ugo la Malfa, Giovanni Spadolini, Francesco Cossiga, ecc., quanti degli attuali ministri (Salvini, Tajani, Lollobrigida, Nordio, Giuli, Urso, ecc.) ne avrebbero fatto parte? Zero!

Tiriamoci su. Abbiamo la possibilità tra pochi mesi di dire la nostra. Ma davvero? E votando chi? Non vedo all’orizzonte, fatte le debite eccezioni e parafrasando Montale, falchi che volano alti nel cielo, ma solo galline e galli che fanno piccoli balzi in avanti, ma anche indietro. 

Ma un appello ai partiti (se esistono ancora) lo possiamo fare: non mettete in lista candidati che guardano solo alle prossime elezioni, ma persone che guardino alla prossima generazione. Che abbiano competenza, senso dello stato, onestà morale e intellettuale, senso di responsabilità verso il bene comune. Non gente in cerca di visibilità, di pubblicità perché  «quanto piace al mondo è breve sogno» (Petrarca). 


Io dico no

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Ingessare la neutralità nella Costituzione per trasformarla in un dogma intoccabile. È questo l’obiettivo degli alabardieri dell’Udc che avanzano con l’alabarda in resta: escludere ogni sostegno, ogni sanzione, ogni presa di posizione. Vogliono imporci l’egoismo nazionale come regola aurea. Io dico no. Voto no a questa caricatura della buona politica. La neutralità è legittima solo finché non calpesta la dignità umana e il diritto internazionale. Oltre quel confine, la presunta imparzialità si svela per quello che è: pura indifferenza. E l’indifferenza, di fronte al sopruso, è complicità.

La favola della neutralità “immutabile” è una clamorosa distorsione della storia: la nostra tradizione non è mai stata un fossile immobile, ma si è sempre adattata ai tempi, dalla Società delle Nazioni all’Onu. La neutralità non è una pietra tombale, ma uno strumento dinamico che l’esecutivo deve poter modulare di fronte ai mutamenti delle contingenze. E l’articolo 54 della nostra Costituzione parla chiaro: la politica estera deve promuovere la democrazia e i diritti umani, non servire da pretesto per il disimpegno e per voltarsi dall’altra parte. Troppe volte, in questi ultimi tempi la Svizzera l’ha fatto, e non è il caso di insistere. Io seguo quanto disse nel 1986 lo scrittore e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace, Elie Wiesel: “Dobbiamo sempre prendere posizione. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il tormentatore, mai il tormentato”. E quando le vite umane sono in pericolo, “i confini nazionali e le sensibilità diventano irrilevanti”.

Lo Stato democratico non può abdicare ai propri principi. Eppure assistiamo a un cortocircuito osceno: gli stessi che pretendono il diritto alla difesa armata del nostro Paese e invocano (…) (…) il soccorso altrui in caso di pericolo, negano ogni sostegno all’Ucraina invasa e privilegiano un silenzio di comodo sui massacri a Gaza e in altre parti del mondo. In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Rifiutare le sanzioni, isolarsi e lavarsene le mani non ci rende super partes: ci rende moralmente e strategicamente parassiti della sicurezza altrui. L’alibi dell’isolamento felice trasuda ipocrisia e opportunismo contabile. Che credibilità può avere un Paese che, in nome dei “buoni uffici”, si estranea dal mondo e rinuncia a denunciare le violazioni del diritto? Chi rinuncia al giudizio etico non è un mediatore: è semplicemente il notaio del più forte.

La nostra vera identità non è la fortezza muta e pavida. È la tradizione umanitaria di Ginevra, è l’eredità di Henri Dunant. La neutralità autentica non è disimpegno, ma attivo impegno. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati. Votare no significa respingere la falsificazione della storia, difendere la Costituzione e salvare la nostra autorità morale. Un Paese che tace per convenienza non è neutrale: è soltanto irrilevante.

Nell’immagine: soli al mondo (illustrazione da Republik.ch)


L’informazione strangolata dagli oligarchi

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Di Francesca Coin, il manifesto

Nel febbraio di quest’anno l’Economist ha pubblicato un long form sullo stato del giornalismo nel mondo. Partiva da una notizia: la libertà di informazione non sta morendo solo nei regimi autoritari, ma anche nelle democrazie. L’articolo elencava le strategie di questo attacco: l’intimidazione diretta, capace di generare, tra i giornalisti, insicurezza e autocensura. L’abuso di querele temerarie per paralizzare il lavoro investigativo. La delegittimazione: per Trump, non a caso, i giornalisti sono «nemici del popolo».

Lo strangolamento finanziario, che trasforma le testate in affanno nella carcassa su cui vanno a pasteggiare banche e oligarchi, come è accaduto quando il gruppo Antenna, per iltrenta per cento proprietà del fondo sovrano saudita Pif, ha acquistato la Repubblica. O quando Jeff Bezos ha comprato il Washington Post per trasformare la storica testata del caso Watergate nell’ufficio stampa del capitalismo.

L’informazione nasce per controllare il potere, non viceversa. Eppure, viviamo oggi in un mondo capovolto, in cui i privati investono nell’informazione per proteggere la propria reputazione, sino a convincere la società che l’unico modo per costruire un futuro migliore è odiare la classe lavoratrice, lo stato sociale e la democrazia.

La posta in palio è sempre la stessa: distruggere lo stato di diritto e permettere alle classi dominanti di governare senza ostacoli, sino a eliminare ogni voce critica. Una tendenza che ha già imbarbarito il dibattito pubblico e di fronte alla quale l’allarme dell’Economist suona giusto ma tardivo, tanto è diffusa, ormai, la propaganda e il consenso alle politiche autoritarie in Europa.

Per questo, il titolo di Dig Festival 2026 è Bella Ciao. «Il nostro è un canto partigiano«, ha scritto il Direttivo che lo organizza, di cui faccio parte, nella presentazione della dodicesima edizione. «È una chiamata alla resistenza, un invito a lasciarsi sedurre dal controcanto. Perché non è scolpito nella pietra che l’autoritarismo debba prevalere. Ma per far questo, la libertà va praticata e espansa ogni giorno, scegliendo di disobbedire e di prendere la parola quando c’è chi vorrebbe imporre il silenzio».

Resistere, quando si parla di cultura e informazione, significa tante cose. Significa, come sa il presidente dell’associazione Alberto Nerazzini, farsi cane da guardia della democrazia.

Nerazzini è il giornalista che ha scoperto i legami tra l’ex sottosegretario alla giustizia Delmastro e la figlia di Mauro Caroccia, prestanome del clan mafioso Senese. Un’inchiesta che ha pesato sul risultato del referendum sulla giustizia, spingendo il sottosegretario alle dimissioni

Resistere significa portare a galla ciò che è nascosto nell’ombra. Significa, anche, non cedere alle lusinghe o alle minacce di chi controlla l’informazione, spesso a scapito della propria sicurezza professionale o economica. Nel mondo capovolto in cui viviamo, del resto, il coraggio e l’etica non sono sempre considerate virtù. Per questo, Dig nasce per celebrare le inchieste più scomode del giornalismo internazionale.

Nel programma del Dig festival tutte le iniziative seguono un fil rouge: celebrare chi ha fatto del tentativo di espandere la democrazia una priorità, nel mondo della stampa e della scuola, delle arti o del lavoro educativo, senza rinunciare a lavorare per una società più giusta. Gramsci le chiamava Casematte: tutte quelle istituzioni della società civile che contribuiscono, in vario modo, a plasmare la direzione morale della storia.

Come espandere la democrazia è una domanda che riguarda tutti. È una domanda, tuttavia, che non piace a tutti. Nelle ultime settimane, la destra ha attaccato Dig per avere scelto Bella Ciao come cornice del festival. Hanno detto che Bella Ciao è uno slogan di parte che non può essere finanziato con soldi pubblici. Era accaduta una cosa simile quando un deputato di FdI aveva chiesto la sospensione dei fondi all’Anpi finché non si fosse dichiarata «apolitica e apartitica». Va da sé che il richiamo alla Resistenza sotteso a Bella Ciao non è un’opinione politica tra le altre nella Costituzione, ma la sua precondizione storica: il fondamento che rende possibile il pluralismo, non un elemento di quel pluralismo. In questo senso, questa polemica non è banale. Il bersaglio è l’allocazione dei fondi pubblici e l’esistenza stessa del dibattito democratico.

Il problema non è quale tipo di visione di mondo sia sottesa a Bella Ciao, ma quale società desideri chi considera questo canto un problema. È una domanda aperta, a cui non sta a noi rispondere. Da parte nostra, la visione di mondo di Dig 2026 è chiara e speriamo di celebrarla con l’edizione più partecipata di sempre.


Germania, ospedali pronti alla guerra: riaprono i bunker, medici istruiti a ferite da combattimento

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Di Sandra Riccio, La Stampa

Gli ospedali tedeschi iniziano a organizzarsi per il caso più estremo, quello di una guerra. E’ il resoconto di un ampio reportage di Bloomberg intitolato “Germany’s Hospitals Prepare for War and Mass Casualties as Russia Threat Looms” (“Gli ospedali tedeschi si preparano alla guerra e a un’ondata di feriti mentre incombe la minaccia russa”).

Per decenni i tedeschi hanno costruito la loro sicurezza sull’idea che la guerra fosse qualcosa che accadeva altrove. Ora, sui media, quel tabù comincia a incrinarsi. Non si parla più soltanto di riarmo, di missili o di carri armati: si comincia a ragionare su cosa succederebbe il giorno dopo, se davvero una guerra arrivasse in Europa, se ci fosse un attacco con i droni oppure con missili? E la domanda entra negli ospedali. Quanti feriti potrebbe dover curare la Germania? Quanti posti letto, chirurghi, farmaci e sangue servirebbero? Come funzionerebbero le strutture senza elettricità o Internet?

Nello scenario più estremo, la Germania rischierebbe così di essere non solo il fronte di un eventuale conflitto, ma anche la grande retrovia logistica e sanitaria della Nato, attraverso cui transiterebbero truppe e feriti diretti verso gli ospedali tedeschi.

Il reportage di Bloomberg racconta, per esempio, dell’ospedale della città di Ulm, nel sud-ovest della Germania, sembra molto simile a qualsiasi altro. I pazienti siedono nelle sale d’attesa in attesa di essere chiamati, i medici percorrono i corridoi consultando referti o i propri telefoni. Solo i soldati in divisa tra il personale lasciano intuire un legame con l’esercito. Molti metri sotto i reparti affollati dell’ospedale, si trova un bunker risalente all’epoca della Guerra Fredda che è improvvisamente tornato ad avere importanza. La struttura medica sotterranea fu completata nel 1979, nel pieno dello stallo tra Mosca e l’Occidente. Fu progettata per consentire ai medici di continuare a curare i soldati feriti in caso di attacco nucleare ed è in grado di ospitare fino a 2.000 persone per 90 giorni. Per gran parte degli ultimi tre decenni, questa struttura labirintica è rimasta inutilizzata. Ora, l’esercito tedesco sta valutando di rimetterla in funzione.

Non c’è soltanto Bloomberg. Nei mesi scorsi anche i media tedeschi avevano cominciato a raccontare, con sempre maggiore concretezza, la possibilità che gli ospedali dovessero prepararsi a una guerra. Già a marzo la Zeit dedicava un lungo reportage allo scenario di una Germania in guerra, con migliaia di soldati da curare e il rischio di un collasso del sistema sanitario. A giugno 2026, Zeit e Süddeutsche Zeitung sono tornate sul tema, raccontando il coordinamento sempre più stretto tra Bundeswehr e ospedali civili.

Il punto è che i cinque ospedali militari tedeschi non sarebbero sufficienti in caso di conflitto di grandi dimensioni: le strutture civili dovrebbero diventare una vera e propria riserva sanitaria della Bundeswehr. Si discute così di triage, ferite di guerra, farmaci, posti letto, comunicazioni e capacità di operare anche in condizioni degradate. È un tema che fino a pochi anni fa sarebbe stato difficile immaginare sulle prime pagine tedesche. Oggi, invece, la domanda è diventata molto concreta: se una guerra arrivasse in Germania, il sistema sanitario sarebbe pronto?

Tra le misure c’è anche la necessità di protezione dagli attacchi con droni, compresa la possibilità di barriere protettive e vetri blindati nelle strutture sanitarie. Gli ospedali stanno inoltre pensando a scorte di medicinali e materiali, alla possibilità di lavorare durante blackout e interruzioni delle infrastrutture e alla gestione simultanea di grandi quantità di feriti.

I chirurghi civili vengono addestrati alle ferite di guerra e alla gestione di un mass casualty event, cioè un afflusso improvviso e straordinario di pazienti.

E c’è una vulnerabilità notevole: secondo le informazioni riprese dal reportage, in Germania sono soltanto poche centinaia i medici con esperienza specifica nel trattamento delle ferite tipiche della guerra.

Più in generale la Germania si trova di fronte alla necessità di organizzare una serie di misure pratiche e molto specifiche: bunker della Guerra fredda da riaprire, chirurghi civili da addestrare, ospedali da proteggere dai droni, scorte da accumulare, treni sanitari da progettare, percorsi per evacuare i feriti e un sistema civile-militare da coordinare. E’ una preparazione che sta diventando sempre più visibile e concreta e che spaventa tutta l’Europa.


Salman Rushdie: “Il mondo è uno, non lasciamoci dividere dai fascismi”

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Di Giampaolo Visetti, La Repubblica

«L’ascesa dell’estrema destra in Europa e il suo radicamento negli Stati Uniti sono i fatti di cronaca che, in quanto cittadino, oggi mi preoccupano di più. Mai, per difendere la democrazia, avremmo pensato di essere richiamati a lottare contro un globale potere nazista, deciso a reprimere la libertà. Gli apparati delle propagande lavorano per imporre come prioritario l’incubo dell’aumento di prezzo dell’energia: nella profondità del mondo reale suona però l’allarme per la tenuta dei diritti fondamentali». Salman Rushdie, scrittore simbolo della narrazione civile, non può nascondere i segni dell’attacco terroristico che, dopo la fatwalanciata contro di lui nel 1989 dall’ayatollah Khomeini, lo ha infine colpito quattro anni fa. L’occhio destro, cieco, è coperto da una benda nera. Invitato a inaugurare il festival Pordenonelegge, che si concluderà domenica con il saluto del presidente Sergio Mattarella, Rushdie invita l’Europa a «svegliarsi dal torpore rinunciatario che sembra averla contagiata dopo la disastrosa uscita della Gran Bretagna dalla Ue». «Condivido l’appello di Ursula von der Leyen a unirsi contro gli ultranazionalisti – dice a Repubblica prima di ricevere l’onorificenza Ambassador of Freedom – ma ovunque colgo l’inquietante diffusione dell’estremismo tra i giovani. È il punto cruciale: gli anziani non possono rappresentare una trincea politica».

Quanto l’avanzata dell’estrema destra la preoccupa?

«La destra, come insegna la storia, tende a restringere lo spazio della libertà e a limitare i diritti democratici. Già un anno fa, in Germania, mi dicevano che i giovani votano Afd. Oggi mi confermano la stessa tendenza in Francia e anche in Spagna si soffia forte sul vento dell’intolleranza. Nel mirino dei nuovi poteri autoritari, spesso non elettivi, ci sono i princìpi su cui l’Occidente ha costruito la pace».

Vale anche per l’Italia?

«Qui per ora governa un centrodestra che si presenta più moderato. Non sempre sono d’accordo con le sue scelte, ma non voglio entrare nei dettagli. Nessun Paese però è un’isola, il futuro non è un fatto italiano e non mi azzardo a profetizzarlo».

È Donald Trump il generatore del caos che rende accettabile la violenza?

«Il presidente Usa non è una minaccia solo per la libertà d’espressione. È una minaccia, punto. Mai l’America ha subìto una leadership paragonabile, un simile livello di volgarità e di menzogne. Vale anche per la sua difesa dell’intelligenza artificiale: la regola è che se Trump dice una cosa, è vero il contrario. Al voto di midterm mancano meno di cinquanta giorni: mi pare che il vento stia cambiando».

Condivide gli allarmi sull’IA?

«Sono felicemente ignorante. Se potessi terrei le cose come stanno, ma so che purtroppo non succederà».

Cosa pensa dell’auspicio, anche della destra italiana, che negli Stati Uniti la cultura woke sia già al tramonto?

«Non so quale sia la capacità di tenuta collettiva contro ingiustizie, discriminazioni e razzismo: di certo io sono più woke che anti-woke».

Perché, con “Knife”, ha scelto di girare un documentario sull’attentato che ha subìto?

«Chi ha cercato di assassinarmi non sapeva nulla di me. Nel nome di un dio, o di un interesse ignoto, ha accettato di uccidere uno sconosciuto. Mi è parso attuale mostrare la radiografia del patto folle che rende possibile il terrorismo e in definitiva ogni guerra. Mia moglie però ha ripreso ogni istante della mia guarigione, un piccolo atto di resistenza. La prima di Knife è nelle prossime ore a New York: spero di tornare in tempo».

In quanto indiano-americano-inglese, lei si definisce un migrante seriale: perché l’ancestrale cammino delle persone rende oggi i popoli estranei?

«Non sono i migranti ad approfondire conflitti sempre più vasti. I cosiddetti “stranieri” sono il sacrificio pubblico consumato dal potere del terrore. L’obiettivo degli autoritarismi è il controllo della ricchezza da spartire tra pochi: per questo vanno scavate divisioni sociali e si potenzia la difficoltà del dialogo diretto».

È una sconfitta la delega all’arte della denuncia degli orrori?

«Scrittori, pittori e musicisti non sono alieni. L’arte è tale se ha una visione larga della vita. Il problema è che oggi la politica applica anche in Occidente uno sguardo stretto. Il compito dei narratori è tenere le braccia spalancate. Le reazioni alla Mostra del Cinema di Venezia confermano questo bisogno».

Cosa intende dire?

«Il primo ministro israeliano Netanyahu ha reagito con intolleranza alla denuncia sulle violenze del suo esercito a Gaza fatta dal film premiato dalla giuria internazionale. Nulla di lui mi stupisce più: la sua crudeltà nutre il mostro dell’antisemitismo. Anche per questo mi congratulo con i registi di Naza: cercano di proteggerci dal contagio dell’odio».

L’effetto boomerang vale anche per l’attacco Usa contro l’Iran?

«Fa parte della follia di Trump, possibile per la debolezza di istituzioni internazionali minate da anni di egoismo dei governi nazionali. In Iran la Casa Bianca non aveva una strategia e ancora non indica fini comprensibili. Un’altra guerra controproducente, che trasforma in fascismo la religione. Non mi riferisco solo all’islam: in Iran però la gente muore e il regime si rafforza».

Il suo libro è “L’undicesima ora”, intesa come quella che precede la fine della vita: pensa che il nostro pianeta sia prossimo a quell’istante?

«Affronto la questione sotto il profilo creativo, riflettendo sul modo di congedarsi dalla vita da parte di artisti diversi. L’eredità dell’Undicesima ora (il libro in Italia è edito da Mondadori, ndr) è però il problema fondamentale di ognuno e riguarda anche la natura, madre dell’umanità. Il compito dell’immaginazione non è evadere dalla realtà, ma di dimostrarla. L’ultima ora non è evitabile: accelerarla è una colpa che umilia la nostra specie».


Lunga vita ai Brics?

Nel Palazzo delle Orsoline staziona un pachiderma: i premi delle casse malati. Il vero e ineludibile interrogativo di questa agitata stagione politica è capire come il cantone dipanerà la matassa delle doppie iniziative accolte in votazione popolare 

Il summit dei Brics a New Delhi è stato visto come marginale rispetto all’Occidente, al G7 o al G20. Un errore di valutazione enorme, tipico di una visione occidentalista. I paesi che aderiscono al Brics rappresentano circa il 41-48% della popolazione mondiale e il 36-41% del Pil mondiale calcolato secondo la parità di potere d’acquisto. Attualmente il gruppo è composto da 11 paesi membri (Brasile, Cina, Egitto, Etiopia, India, Indonesia, Iran, Russia, Arabia Saudita, Sud Africa e Emirati Arabi) e 10 paesi partner quali Bielorussia, Bolivia, Cuba, Kazakhstan, Malaysia, Nigeria, Tailandia, Uganda, Uzbekistan e Vietnam. Dal punto di vista occidentale queste nazioni potrebbero non destare grandi preoccupazioni. Ma è veramente così?

Per capire cosa sta succedendo bisogna fare un piccolo passo indietro. L’ascesa del prezzo dei titoli pubblici Usa – i cosiddetti Treasury – sarebbe un segnale importante per l’economia mondiale perché sono il punto di riferimento. Il loro costo (tasso di interesse), stabilito dagli acquirenti del debito americano, ha deciso per decenni il costo del denaro nel resto del mondo, per gli stati, per le imprese e per le famiglie. Siccome il mondo non è più globalizzato come lo era solo pochi anni – e questo per volere del presidente Usa –, una buona parte del resto del mondo e dei grandi fondi d’investimento è rimasto indifferente limitandosi semplicemente a non acquistare Treasury e se possibile cercare di liberarsene.

Altro esempio. L’Fmi – tempio dell’ortodossia economia – nel 2022 predisse che l’economia Russa sarebbe crollata di 8,5 punti: nella realtà registrò una contrazione di un punto percentuale e l’anno seguente il suo Pil registrò un aumento superiore a quello europeo. Come mai uno sbaglio così macroscopico? Perché le analisi Fmi erano basate sul fatto che la Russia dipendesse dall’Occidente mentre in realtà i suoi scambi commerciali erano indirizzati verso i Brics, in particolare Cina, India, Iran.

Ma l’elemento centrale è che i paesi Brics sono diventati la fabbrica del mondo, mentre all’occidente è rimasto un effimero potere finanziario. Vediamo più in dettaglio.

Beni energetici: controllano oltre il 43% della produzione mondiale di petrolio. I massimi produttori sono Arabia Saudita, Russia e Emirati Arabi Uniti (e Iran, sulla carta). Detengono oltre il 35% della produzione globale di gas naturale e più della metà delle riserve mondiali, trainati principalmente da Russia e Iran.

Beni industriali e alta tecnologia. La manifattura e la tecnologia – elettronica e smartphone – sono i pilastri della crescita asiatica. La Cina è il leader assoluto e il primo produttore mondiale di cellulari, computer e circuiti integrati. Sempre la Cina domina la produzione globale di pannelli solari, batterie al litio e veicoli elettrici ed è leader mondiale nella transizione green. Cina, India e Brasile nel mercato globale detengono un’elevata quota della produzione di macchinari e acciaio, mentre l’India è il principale produttore e fornitore mondiale di farmaci generici e principi attivi.

Agroalimentare: Il Brasile è il primo produttore e fornitore mondiale di soia. Per grano e cereali, la Russia (primo esportatore globale di grano) e la Cina guidano il settore. L’India e la Cina producono più della metà del riso mondiale, mentre Brasile e Etiopia sono grandi esportatori di caffè e zucchero.

La base industriale globale dipende pesantemente dalle attività estrattive dei paesi Brics. Sud Africa e Russia sono tra i massimi estrattori mondiali di oro e diamanti. Il Brasile è un gigante nell’estrazione di ferro, mentre la Cina controlla la produzione e la raffinazione dei metalli industriali, le cosiddette terre rare, essenziali per microchip e tecnologia militare, in un regime di quasi monopolio.

Immaginare di ignorarli o, peggio ancora, contrastarli sarebbe un suicidio economico. Certo molti di questi paesi peccano abbondantemente di democrazia, ma dare lezioni in questo senso non sembra particolarmente opportuno. Basti pensare alla democrazia del paese capofila degli Occidentali, dove Trump sta cercando in tutti i modi di manipolare le votazioni di metà mandato (e oltre) magari utilizzando la sua tanto amata IA.  Nonostante i Brics non siano un blocco omogeneo a fra loro possono esistere profonde divergenze storiche – Cina e India o Iran e Arabia Saudita –, si siedono allo stesso tavolo e discutono; questo mentre in Occidente amici storici – Usa e Canada, Usa e Eu – si fanno la guerra, per ora economica.

Il prossimo il summit, nel 2027, si terrà in Cina. E’ altamente probabile che verrà creata una banca centrale dei paesi Brics e verosimilmente una moneta comune. A quel punto il potere economico si traferirà altrove, anche se saranno necessari ancora diversi anni. Ma è invitabile e sarebbe opportuno iniziare a conviverci.