Dal trauma alla vendetta, la legge del più forte di Netanyahu sfida il lume della ragione

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Di Anna Foa, La Stampa

Tre anni dal 7 ottobre, la data che ha segnato una cesura radicale nella storia del conflitto israelo-palestinese e che ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza, alla quasi totale distruzione della Striscia, all’aggressione crescente di esercito e coloni in Cisgiordania, volta a sbarazzarsi cacciandoli dei suoi abitanti palestinesi. Cosa è oggi Israele, come è oggi il Paese che celebra questo ricordo?

Diciamo, a scanso di equivoci, che l’attentato terroristico del 7 ottobre è stato subito – e così doveva essere – condannato universalmente, tranne che da frange marginali di estremisti, non ha trovato giustificazioni né sostegno.

È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita proprio per scatenare la peggiore reazione degli israeliani, e non un, in qualche modo legittimo, atto di resistenza alla realtà dell’occupazione e dell’oppressione esercitata sui palestinesi da Israele.

Ma ben presto la solidarietà e la simpatia verso Israele, vittima del 7 ottobre, si è trasformata in una critica sempre più dura alla sua reazione contro Gaza, fino a diventare aperta ostilità man mano che cresceva a Gaza il numero dei morti sotto le macerie provocate da Israele. Le modalità di questa guerra asimmetrica ben si colgono nelle testimonianze dei soldati e degli ufficiali del film Naza.

Così come si coglie lo stato d’animo di chi organizza e mette in atto il massacro di civili innocenti, i “danni collaterali”: senso di essere nel giusto, di stare vendicando le vittime del 7 ottobre, di uccidere esseri inferiori. L’idea che l’unica legge sia quella del più forte, che Israele sia un’eccezione per cui non vale la legge internazionale, né quella della morale universale. Ma anche rimorso, risveglio doloroso dopo l’ubriacatura di sangue.

Per il governo israeliano, il peggiore in assoluto della sua storia, comunque sia andata la questione degli avvertimenti ricevuti, quello che è successo in questi tre anni è stato volto a impedire la nascita dello Stato palestinese, a creare la grande Israele voluta da Dio, a cambiare lo scacchiere mediorientale a suo favore. Per l’esercito, sotto la guida dei peggiori comandanti della sua storia, è stato realizzare la vendetta dei morti assassinati del 7 ottobre. E Hamas? Scompare quasi nell’identificazione con tutti i palestinesi, nella formula che “non ci sono innocenti a Gaza”.

Oggi coloro che hanno consentito, consapevolmente o meno, il 7 ottobre sono sui palchi delle commemorazioni a esaltare Israele e la sua guerra. Haaretz ce li descrive, tutti vicini, premier e ministri, compresa Sara Netanyahu, tutti colpevoli. Tra chi li ascolta si levano voci discordi, il padre di un ragazzo assassinato il 7 ottobre che accusa Bibi, il distacco dei famigliari degli ostaggi, che faranno una commemorazione da soli, senza il governo. L’isolamento del mondo, il boicottaggio, l’affiorare nella diaspora dell’antisemitismo. Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi, sulla volontà di estendere le guerre sempre di più.

E fra venti giorni questa Israele distrutta dal dolore, dalla paura e dalla colpa voterà. Ritroverà il lume della ragione, seguendo le strade più razionali della politica? È un Paese, come lo è – e lo era – Gaza, dove ci sono innocenti. Hanno il coraggio di opporsi, di gridare “Non in mio nome”, di essere protettive presenze contro coloni ed esercito in Cisgiordania, senza armi. Piangono anche loro i morti del 7 ottobre, e ne ricordano la terribile violenza, anche se il governo li considera sostenitori di Hamas.

E noi? Riusciremo a far sì che l’orrore del 7 ottobre non offuschi o addirittura cancelli quello, tanto più vasto, di Gaza? Lo ha detto bene David Grossman qualche mese fa in un’intervista, quando ha fatto sua l’etichetta di “genocidio”. È stato attaccato in Israele e i suoi libri sono stati dati alle fiamme. Eppure, sappiamo che è l’unica strada percorribile, che l’ingiustizia non cancella l’ingiustizia ma la moltiplica, che la vendetta è inutile e porta solo colpa e altre vendette. Ecco, sono passati tre anni.

Nell’immagine: Anna Foa


L’utopia della tregua, Gaza prigioniera di un giorno mai finito

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A tre anni dal 7 ottobre 2023, Gaza non è più il luogo che era prima. La distruzione ha stravolto le sue città, ha costretto alla fuga la maggior parte della popolazione e ha trasformato quasi ogni aspetto della vita quotidiana. Case, scuole e ospedali sono stati distrutti o danneggiati e le persone continuano a convivere con le conseguenze di anni di genocidio. Per i palestinesi, il 7 ottobre è una linea di demarcazione tra due vite diverse. Ciò che ne è seguito non è stata solo la distruzione degli edifici, ma anche la perdita di familiari, case, mezzi di sussistenza e quel senso di stabilità che era già stato messo a dura prova da anni di conflitto e di blocco.

A giugno 2026 almeno 21.700 bambini erano stati uccisi e 45mila feriti, di cui oltre 11mila con lesioni che hanno cambiato per sempre la loro vita. Ma l’impatto va oltre le ferite fisiche: quasi nove bambini su dieci, intervistati nella prima metà del 2026, hanno dichiarato di aver bisogno di sostegno psicosociale. Dal 10 ottobre 2025, 277 bambini sono stati uccisi, a dimostrazione che il cessate il fuoco non ha portato una sicurezza duratura.

LO SFOLLAMENTO ha modificato la geografia della vita: a metà del 2026, circa 1,9 milioni dei 2,1 milioni di abitanti stimati di Gaza erano sfollati. Molti vivono in tende, edifici danneggiati o rifugi di fortuna con accesso limitato ai servizi di base e sono stati costretti a trasferirsi più volte. I rischi sono particolarmente gravi con l’avvicinarsi dell’inverno: sono stati valutati oltre 400 insediamenti di sfollati, di cui 217 – che ospitano circa 235mila persone – considerati a rischio medio-alto di inondazioni. Più di 4mila edifici in tutta Gaza necessitano di demolizione totale o parziale, eppure oltre 2.300 rimangono abitati da quasi 44mila persone. La distruzione fisica stessa rimane un pericolo costante. Gli edifici danneggiati dalla guerra continuano a incombere sulle comunità, mentre le infrastrutture danneggiate e i rifugi sovraffollati espongono le persone a ulteriori rischi.

NEL CORSO dell’ultimo anno, lo spazio a disposizione dei palestinesi ha continuato a ridursi. Con l’espansione della «linea gialla» israeliana e delle aree soggette a restrizioni, centinaia di migliaia di persone sono state spinte in una parte sempre più stretta e sovraffollata. A ottobre 2026, le organizzazioni umanitarie stimavano che 1,8 milioni di persone vivessero in siti di sfollamento, mentre l’area a loro disposizione si era ridotta a circa il 30% del territorio. La riduzione dello spazio ha comportato che le famiglie abbiano meno luoghi in cui trasferirsi, mentre molte di quelle che vivono vicino alle aree soggette a restrizioni devono affrontare ripetuti sfollamenti e il fuoco dei cecchini e dei droni. Quella che era stata presentata come una divisione temporanea ha ridefinito i luoghi in cui le persone possono vivere, accedere ai servizi e tornare alle proprie case.

L’acqua è diventata un’altra lotta quotidiana. Circa l’82% delle famiglie è in condizioni di insicurezza idrica; fino al 70% delle persone non ha accesso nemmeno a sei litri di acqua al giorno a testa. Quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza è danneggiato o distrutto.

NEL SUD DI GAZA, i due impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare funzionano ai livelli minimi di produzione a causa della carenza di pezzi di ricambio e attrezzature, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico per circa 500mila persone a Deir al-Balah e Khan Younis. Circa il 74% della popolazione dipende dall’acqua potabile trasportata su camion.

Anche il sistema sanitario è stato stravolto. A settembre 2026, solo 19 dei 35 ospedali di Gaza erano parzialmente operativi e solo 10 dei 222 centri di assistenza sanitaria di base erano funzionanti. La carenza di medicinali, forniture mediche, carburante e attrezzature continua a limitare la capacità delle strutture sanitarie di fornire assistenza. Per il dottor Alaa Al-Shanti, «con gli ospedali che hanno subito una pressione senza precedenti a causa dell’entità dei feriti, della distruzione e delle carenze, il 7 ottobre ha cambiato le nostre vite in modi difficili da spiegare. Come medico, ho visto con quanta rapidità la vita normale sia scomparsa e come il sistema sanitario sia stato spinto ben oltre i propri limiti».

ANCHE IL SETTORE dell’istruzione ha subito un crollo simile. Più di 658mila bambini non frequentano la scuola; il 97,5% degli istituti scolastici è stato danneggiato o distrutto. Per una generazione che ha trascorso anni circondata dalla guerra e dagli sfollamenti, la perdita delle aule significa molto più che la perdita delle lezioni. Ha anche privato i bambini degli spazi in cui potevano trovare routine, sicurezza e un senso di vita normale.

Le conseguenze sono visibili anche nei luoghi in cui la popolazione ha cercato di ricostruire una qualche forma di vita. A settembre le organizzazioni umanitarie hanno riferito che oltre 840mila persone hanno ricevuto assistenza alimentare e che centinaia di migliaia dipendono dai pasti cucinati quotidianamente e dal pane sovvenzionato. E si prevede che la carenza di fondi ridurrà l’assistenza alimentare da questo ottobre. Anche la pressione economica è grave. A settembre 2026 i prezzi erano in media superiori del 204% rispetto a prima, rendendo sempre più difficile procurarsi i beni di prima necessità.

PER GLI ABITANTI di Gaza, il 7 ottobre è il punto di svolta in cui le loro vite sono cambiate e l’inizio di una realtà che plasma il loro presente. Per il giornalista Anwar Al-Azayza, che si è ritrovato a documentare una guerra mentre la viveva in prima persona, «il 7 ottobre ha cambiato tutto. Non mi limito più a seguire gli eventi; li vivo in prima persona, documentando la distruzione che mi circonda pur sapendo che anche la mia vita e quella della mia famiglia sono in pericolo». A distanza di tre anni, la guerra ha lasciato dietro di sé una Gaza in cui milioni di persone rimangono sfollate, migliaia di edifici sono pericolanti, i bambini crescono senza un normale accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria e beni di prima necessità come l’acqua rimangono difficili da garantire.

E DA CUI MANCANO l’appello oltre 74mila persone, uccise dall’offensiva israeliana, altre migliaia ancora sotto le macerie e altrettante uccise da fame, freddo e malattie.

Nell’immagine: una strada distrutta a Gaza City


Gaza, vivere tra le macerie che intrappolano una famiglia

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Di Lina Ghassan Abu Zayed, il manifesto

Nel quartiere di Sabra, a Gaza City, Musab Madoukh vive ancora vicino al luogo che un tempo era la casa della sua famiglia. Oggi è ridotta in macerie e i resti di alcuni suoi parenti sono ancora intrappolati al di sotto. Per Musab quelle rovine sono più che i resti di una casa: sono l’ultimo luogo in cui sua moglie, i suoi figli, sua madre, sua sorella e altri familiari sono stati insieme.

IL 29 GENNAIO 2024 la casa della famiglia Madoukh, nei pressi della moschea Abdullah Azzam a Sabra, è stata colpita da un bombardamento israeliano. Secondo la testimonianza di Musab pubblicata da Filastin, all’interno si trovavano 19 persone, tra cui sua moglie Samia e i loro cinque figli, sua madre Suhaira, i suoi fratelli Suhaib ed Ezz al-Din, sua sorella Doha, il marito di lei Mahmoud al-Ghurra e i loro figli. Musab non c’era, era uscito poco prima. Quei minuti trascorsi lontano lo avrebbero reso l’unico sopravvissuto.

Dopo il bombardamento, parenti e soccorritori hanno setacciato le macerie. Alcuni corpi sono stati recuperati, altri no. Mesi dopo Musab è ancora lì: «Sto attraversando un momento estremamente difficile. Vivo vicino alla mia casa distrutta. Ho cercato di riparare le parti danneggiate per poterci vivere, non posso allontanarmi da questa zona: i miei figli sono ancora sotto le macerie», racconta. Andarsene significherebbe allontanarsi dall’ultimo luogo che ha ospitato la sua famiglia: «Ma non c’è gioia qui. Ogni volta che mi avvicino, provo dolore».

Tra le persone che ha perduto c’era sua sorella Doha, incinta quando la casa è stata colpita. Per Musab, un’altra perdita senza fine: quel bambino avrebbe dovuto entrare a far parte della famiglia ma il suo destino è diventato un’altra domanda senza risposta.

A VOLTE MUSAB setaccia le macerie alla ricerca dei resti dei suoi cari. Non cerca sopravvissuti, cerca i morti. La sua unica speranza è dare loro una sepoltura dignitosa. La casa è un luogo di attesa: Musab non si aspetta che la famiglia torni. Sua moglie non varcherà la porta. I suoi figli non lo chiameranno. Sua madre non lo saluterà. Sua sorella non tornerà con il bambino che portava in grembo. Ma continua ad aspettare ciò che resta di loro.

Il suo dolore non si ferma però alla distruzione della sua famiglia: Musab è stato arrestato circa un mese e mezzo dopo l’attacco e portato in un centro di detenzione israeliano quando il destino della sua famiglia era ancora incerto. Ha trascorso quasi un anno e otto mesi in detenzione, secondo la sua testimonianza pubblicata da Al Jazeera. È stato rinchiuso in diversi centri di detenzione, tra cui Sde Teiman, Ofer e il Negev, ed è stato anche portato ad Ashkelon durante gli interrogatori.

Ha descritto la detenzione come un periodo di sofferenza psicologica e fisica, caratterizzato da carenze alimentari, assistenza medica inadeguata e isolamento dal mondo esterno. Ma per Musab, il dolore della prigionia era indissolubilmente legato alla perdita che aveva già subito. Non era un prigioniero semplicemente separato da una famiglia che attendeva il suo ritorno.

Il 13 ottobre 2025, Musab è stato rilasciato. Per molti prigionieri, il rilascio significa tornare dalle proprie famiglie. Significa rivedere i propri figli, abbracciare i propri genitori o tornare in una casa dove c’è qualcuno che li aspetta. Per Musab non c’era nessuno ad aspettarlo. È tornato a Gaza e tra le macerie della casa dove erano stati uccisi 19 membri della sua famiglia.

«SONO STATO RILASCIATO dal carcere il 13 ottobre 2025 e sono tornato per affrontare un’altra tragedia tra le macerie della mia casa, in attesa dei corpi dei miei cari», ha raccontato. È tornato in una casa senza sua moglie. È tornato senza i suoi figli. È tornato senza sua madre né sua sorella. È tornato in una casa dove alcuni dei suoi familiari giacciono ancora sotto le macerie. Da allora, è rimasto vicino alla casa distrutta. Dice che la presenza dei corpi sotto le macerie è «una ferita aperta che non guarisce» e ha chiesto le attrezzature necessarie per recuperare i resti di coloro che sono ancora sepolti lì.

La guerra gli ha portato via la famiglia. La detenzione gli ha sottratto quasi altri due anni di vita. E quando finalmente è uscito di prigione, non c’era più una casa di famiglia in cui tornare. Laddove gli altri vedono una casa distrutta, lui vede l’ultimo luogo in cui la sua famiglia era viva.

Nell’immagine: la famiglia al-Yazji rompe il digiuno di Ramadan tra le macerie di Gaza


Due giorni a Parigi – Come funziona una democrazia

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

È il 2 ottobre 2026, un venerdì sera nel 20ème arrondissement di Parigi, all’entrata di un piccolo supermercato. L’imponente addetto alla sicurezza scherza con alcuni giovani appena entrano: «non siete qui per il blocus, eh!?». Risate condivise.

L’indomani, sulla via per il métro, un cartellone della Ville de Paris che porta la dicitura «Paris est fièr.e» sotto a un grande cuore colorato di arcobaleno. Fiera.o di che? Forse dei pompieri e dei netturbini della Città che appaiono sul cartellone seguente? Vedremo.

A Place de la République, bancarelle che promuovono la convivenza con capre, maiali, mucche ecc. Immagini di fattorie tranquille. Quel giorno la piazza è la destinazione di una manifestazione all’insegna dell’opposizione allo specismo, che chiede la chiusura dei macelli inneggiando alla libertà e alla giustizia. Le forze dell’ordine sono poco visibili, anche se presenti in gran numero. Due robocop comandano un pasto in uno dei fast-food ai bordi della piazza. Probabilmente non si rendono conto che questo loro fare è una provocazione ai manifestanti.

Non lontano, arriva la spiegazione del cartellone esposto dalla Città. A Place de la Bastille è tutto un andirivieni di gente con le guance colorate, che si tiene per mano, si bacia e fa festa. Parigi è fiera.o di questa sua diversità e tolleranza. Anche qui grande spiegamento di forze a protezione dei manifestanti.

È il fine settimana, i liceali che hanno bloccato i licei, a cui si riferiva l’agente di sicurezza, sono a casa. Il loro movimento è però presente nelle conversazioni private e nei media. Circa 5000 feriti e almeno 400 licei chiusi in tutta la Francia. La rabbia dei liceali è comprensibile: le condizioni di studio sono peggiorate; gli immobili non sono mantenuti; il numero di allievi per classe cresce; i programmi sono diventati illeggibili, anche a seguito delle fluttuazioni in seno ai governi degli ultimi anni — 8 ministri dell’educazione in 10 anni; il Baccalaureat (la maturità francese), che era considerato il primo diploma universitario, non garantisce più l’accesso all’università; ecc.

Il governo ha messo 10 giorni a reagire e ha proposto… una piattaforma di dialogo. Ha poi puntato il dito contro La France Insoumise (LFI) di Jean-Luc Mélenchon: i liceali sarebbero suoi proxy, come se LFI fosse l’Iran e i liceali Hamas. Le stesse forze dell’ordine, che hanno protetto le manifestazioni organizzate dagli anti-specisti e da quelli di colore arcobaleno, hanno usato violenze inammissibili contro i liceali (per lo più minorenni), al punto che un ufficiale di polizia è stato accusato di tentativo di omicidio da un liceale.

E intanto, si entra nel vivo della campagna per le presidenziali del 2027. Si sono annunciati una quarantina di candidate e di candidati! Ricordiamo che per presentarsi allo scrutinio devono ottenere il sostegno di 500 sindaci (il che calmerà gli ardori di un certo numero di loro). Poi un primo turno eliminerà tutti tranne due, che si affronteranno in un secondo turno. I sondaggi danno Marine Le Pen favorita al primo turno, ma prima potrebbe risultare non eleggibile. Bardella (Plan B), il Presidente del suo partito, che avrebbe dovuto assicurare la sua eventuale sostituzione, è stato appena silurato da rivelazioni sul suo passato da giovane militante. LFI è in buona posizione. Partita in campagna prima dell’estate, ha cercato di allargare la sua base incontrando la gente anche sulle spiagge. È molto presente sui social e capitalizza su un lavoro di anni. Mélenchon è alla sua quarta campagna.

Domenica sera, terzo dibattito televisivo in vista della primaria socialista, alla quale partecipano in cinque. Chi vincerà la primaria rappresenterà i socialdemocratici al primo turno. Si parla del vocabolario inappropriato di uno di loro, che ha detto dell’unica donna in lizza di aver fatto la «danza del ventre» per ottenere posizioni da Macron. Si parla molto di LFI. Una donna nel pubblico esprime la sua delusione per come si svolge il dibattito. Ma bisogna dire che c’è anche chiarezza. Dagli interventi appare il lavoro svolto per anni. I cinque sono (stati): parlamentari, presidenti di regioni, attivisti… Tutte e tutti: sono impegnati dalla loro gioventù; hanno come obiettivo comune di battere il Rassemblement National (RN) di Le Pen; espongono ragioni per essere contro gli eredi di Macron; si impegnano ad abolire l’età unica per il pensionamento e di mettere l’accento sulla penosità del lavoro; ecc. In relazione allo scontento dei liceali raccontano di discussioni che hanno avuto con loro. Naturalmente promuovono la giustizia fiscale e parlano di «dividendi IA». Lodano gli interventi dei sindacati che si sono espressi contro il RN.

Si tratta di una democrazia viva, non una democrazia formale, che si esprime solo al momento delle elezioni e che ha come unico principio quello del dominio della maggioranza sulla minoranza. Si svolge su diversi livelli, non solo nei partiti, ma nelle strade, nelle piazze, sui luoghi di lavoro e di studio, sulle spiagge. Dà spazio a dibattiti in cui emergono vere alternative, vere scelte. Benché non manchino i colpi bassi e le manovre più sporche, non occupano tutto lo spazio mediatico per mesi.

(Dopo il caso Zali, non ancora chiuso, quanto tempo passeremo a seguire il dibattito in seno all’UDC riguardo alla successione del Consigliere federale Parmelin, invece di discutere di problemi che riguardano il più gran numero?)


Jill Lepore: “Una tecno-setta tiene le redini dell’IA”

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Di Raffaella De Santis, La Repubblica

FRANCOFORTE

Dalla Buchmesse viene lanciato l’allarme: facciamo qualcosa o l’intelligenza artificiale distruggerà le nostre democrazie. Gli Stati liberali rischiano di trasformarsi in “automatocrazie”, dice Jill Lepore, che ieri ha aperto la fiera di Francoforte ricordando che siamo sulla soglia di un bivio: oltre questa linea c’è la disumanizzazione. È stata una Opening Conference di quelle che si ricorderanno. Fra qualche anno potremo dire che il mondo del libro non è rimasto zitto, che ha chiesto aiuto alla politica per difendere il copyright e la libertà di espressione. È stato anche presentato un appello, firmato da 120 editori, per reclamare trasparenza sulle opere utilizzate per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.

Lepore, storica ad Harvard, premio Pulitzer vinto quest’anno, è autrice di un libro uscito in Italia proprio ieri per Rizzoli, intitolato significativamente Ascesa e caduta dello Stato artificiale. Chiamata sul palco, sorride ma non arretra, non teme di sembrare pessimista né di attaccare le Big Tech. Nella sua visione stiamo abbandonando le categorie razionali e facendo spazio a una nuova tecnoreligione. A Repubblica spiega come l’IApuò trasformarsi in un incubo.

Nel suo libro descrive l’ascesa dell’intelligenza artificiale quasi come una nuova religione, come mai?

«Le aziende della Silicon Valley parlano da molto tempo della propria “missione”, i loro leader si presentano come dei missionari. Se andiamo ad analizzare il linguaggio che usano, vediamo che deriva dal cristianesimo. È messianico, salvifico. Dicono di cercare di preservare il futuro dell’umanità. La dimensione è senza dubbio religiosa, non la liquiderei come semplice iperbole. Inoltre amano rendere misterioso il proprio potere e la fonte della loro conoscenza».

Siedono sul lato opaco del potere, stanno rispolverando gli arcana imperii?

«Per tipi come Elon Musk o Mark Zuckerberg è preferibile che la gente comune non capisca ciò che soltanto loro sono in grado di conoscere, quasi fossero dei sacerdoti».

Sono una setta misterica che ha in mano le sorti del mondo?

«Li osservi bene. Vestono tutti allo stesso modo, indossano una sorta di paramenti: scarpe da ginnastica nere, jeans neri, maglietta nera, felpa nera con cappuccio, cappellino da baseball nero. Una specie di uniforme che fa parte della loro cultura dell’autorità. Sia nella retorica che usano, sia nel modo in cui si presentano al mondo, hanno i tratti di una nuova religione».

In quale misura questa nuova fede è un rischio per le nostre democrazie?

«Sam Altman pensa che un presidente degli Stati Uniti basato sull’intelligenza artificiale sarebbe migliore di un presidente umano. Quando lo diceva, non stava facendo una battuta su Trump, del tipo “qualunque cosa sarebbe meglio di Trump”. Intendeva dire che una macchina sarebbe più efficiente e rappresenterebbe meglio gli interessi della popolazione. Ciò rivela una profonda incomprensione della natura del nostro sistema costituzionale, con i suoi pesi e contrappesi, la separazione dei poteri e il diritto dei cittadini a mettere sotto accusa chiunque sia stato eletto alla presidenza. Non è una forma utopica di democrazia, si chiama totalitarismo. Non so che cosa si possa fare, ma ho più fiducia che intervenga l’Europa piuttosto degli Stati Uniti, che pure dovrebbero farlo».

La politica americana su questo fronte latita. È colpa di Trump o si tratta di problemi di lunga data?

«Direi che latita a partire dagli anni Ottanta, durante l’era Reagan, con la spinta verso la deregolamentazione. Da allora in poi il Congresso ha rinunciato di fatto alla propria responsabilità di indagare se i nuovi strumenti provenienti dalla California potessero rappresentare un rischio per la vita politica americana e per la società civile».

Trump non ama il nome “intelligenza artificiale”.

«Ha proposto “superintelligence”. Inoltre ha stretto una sorta di accordo tra gentiluomini con le aziende dell’IA e lo ha chiamato “Costituzione”. Una Costituzione è un documento scritto da delegati eletti dal popolo, ratificato dal popolo e modificabile dal popolo, non un patto informale. È incredibile».

Se le macchine prendono il potere come in un racconto di fantascienza, cosa rimane dell’umano?

«Questo è il punto. Zuckerberg dice che nei fine settimana gli piace cucinare con una delle sue figlie e che sarebbe fantastico se una macchina potesse scegliere una ricetta, fare la spesa e far consegnare a casa tutti gli ingredienti. Altman vuole caricare il proprio cervello su un computer quando morirà, in modo da poter vivere per sempre come una macchina. Non è così che la maggior parte delle persone immagina la felicità».

Nella tradizione costituzionale americana c’è proprio il diritto alla ricerca della felicità.

«E se il governo smette di garantirlo, puoi cambiare quel governo, togliergli il consenso. Nel 1958, nel saggio Vita activa, Hannah Arendt scriveva di temere un futuro in cui avremmo creato macchine in grado di pensare e parlare al posto nostro. Tre anni prima era stato coniato il termine “intelligenza artificiale”. Lo Stato artificiale è il sogno di recidere i legami degli esseri umani non soltanto con il mondo naturale, ma anche degli uni con gli altri. È un futuro nel quale saremo governati — e sostituiti — da macchine possedute da aziende. I social media non hanno fatto che aumentare la nostra solitudine».

L’arte, la letteratura, le humanities in generale scompariranno?

«Sono vulnerabili, certo, ma nessuna democrazia può prosperare senza un elettorato capace di leggere. Penso che una gran parte della saggezza dell’umanità sia contenuta nella storia dell’arte, nella storia dell’architettura, nella storia della letteratura, nella storia della filosofia. Dovremo studiare i migliori pensatori e i migliori artisti per riuscire a comprendere nuovamente che cosa c’è nell’essere umano che consideriamo così prezioso, e quindi evitare di cederlo».

Il Libro

Ascesa e caduta dello Stato artificiale di Jill Lepore (Rizzoli, trad. di L. Rodinò e R. Prencipe,, pagg. 352, euro 24)

Nell’immagine: la storica Jill Lepore

 


Benzina alle stelle: un’opportunità (teorica)?

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Con 100 franchi fai circa 50 litri di benzina. Se poi la tua auto funziona a diesel arrivi a un 40 litri. Caro? Sicuramente, soprattutto per chi l’auto la utilizza per lavoro.

È quindi altrettanto normale che da più parti si chieda l’intervento della politica. La soluzione a breve termine è quella degli aiuti finanziari (per esempio in Italia la riduzione delle accise, peraltro temporanea), ma nel lungo termine sarà necessario trovare altre strade se vogliamo perlomeno provare a salvarci dalla catastrofe climatica.

Il problema è che più la situazione si aggrava, più aumentano i negazionisti. In questi giorni ho visto una maglietta con scritto: “Keep clean, inserisci la doppia trazione”. Invece di investire nel salvataggio del pianeta, si sprecano risorse ed energie per strategie fallimentari (esempio armamenti). Se guardate una mappa online degli aerei in volo, vedrete che l’intero pianeta (Russia e pochi altri paesi esclusi) è ricoperto da aerei in volo. Alcune mattine fa, alle 10.50, in volo c’erano 12’028 aerei e nelle ultime 24 ore sono atterrati 186’305 aerei civili. Stessa cosa per le navi cargo. Per i veicoli su gomma non ho trovato nulla di simile ma possiamo immaginare una situazione ancora peggiore.

Regolarmente sentiamo notizie entusiastiche sull’aumento dei passeggeri che si spostano in volo e sull’aumento dei numeri di turisti. Sarà anche un diritto acquisito quello di spostarsi per vacanza ma i limiti sono stati abbondantemente superati. Gli svantaggi – e non solo quelli climatici – sono ormai superiori ai vantaggi. La classe politica dei paesi industrializzati – Cina a parte – sembra aver definitivamente abbandonato i programmi climatici o comunque li ha ampiamente ridimensionati.

Nella realtà, il costo del carburante dovrebbe raddoppiare, soprattutto per gli aerei perché se un volo, ad esempio, tra Milano e Barcellona costa poche decine di euro, le persone ne approfittano. Stessa cosa per le automobili, in particolare se gli spostamenti non sono legati a motivi di lavoro. È chiaro che ci sono persone e imprese che i veicoli li utilizzano per lavorare. Un abitante della Val Morobbia o di Bosco Gurin ha bisogno dell’auto per lavoro ma anche per gli altri spostamenti.

Una possibilità sarebbe di introdurre tariffe modulari, ad esempio: se si dimostra che l’auto è indispensabile per lavoro, la persona in questione ha diritto a un tot di chilometri annui (ad esempio 10’000) a un prezzo scontato, superato questo limite il prezzo aumenta di molto. Il prezzo “calmierato” varrebbe anche per le ditte a condizione che si impegnino entro un tot di anni a passare all’elettrico (o altro combustibile non inquinante). Oggi la quasi totalità di auto è dotata di sistemi informatici che permetterebbero senza troppi problemi di introdurre un conteggio del genere.

Una misura troppo drastica? Sicuramente sì, ma non ci sono molte alternative. E naturalmente questa non è che una parte del problema. Il petrolio deve essere abbandonato al più presto, altrimenti faremo la fine della rana, della quale si dice che immersa in una pentola riempita di acqua fredda non si accorge, quando si accende la stufa, che l’acqua si sta progressivamente riscaldando fino a quando non è troppo tardi. L’eccesso di turismo deve essere limitato, i trasporti internazionali ridotti (come gli acquisti su Temu) e dobbiamo sviluppare modelli economici locali e non più globali.

Purtroppo non ci sono segnali in questa direzione. Dalla classe politica mondiale – che, salvo rarissime eccezioni, nel migliore dei casi viene derisa – non possiamo aspettarci nulla di positivo. L’unica debole e ultima speranza è che la scienza trovi delle soluzioni efficaci, perché il futuro che si intravvede è il disastro totale. Nemmeno l’estate più calda da sempre sembra indurre a strategie corrette.

Nell’immagine: aerei in volo in Europa alle ore 11 di oggi


La scuola fuori dalla scuola

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

“Dare a tutti eguali possibilità d’istruzione è un obiettivo auspicabile e raggiungibile, ma identificare questo obiettivo nella scolarizzazione obbligatoria è come confondere la salvezza eterna con la chiesa. La scuola è divenuta la religione universale di un proletariato modernizzato e fa vuote promesse di salvezza ai poveri dell’era tecnologica”. Queste parole, persino sacrosante, le ha scritte uno storico, pedagogista e filosofo austriaco poco più di cinquant’anni fa, proseguendo poi in questi termini: “Lo stato nazionale ha fatto propria questa religione arruolando tutti i cittadini in un programma scolastico graduato che porta a una successione di diplomi e che ricorda i rituali iniziatici e le ordinazioni sacerdotali di tempi lontani. Lo stato moderno si è assunto il compito di far rispettare le decisioni dei suoi educatori per mezzo di volonterosi funzionari addetti alla lotta contro gli evasori dall’obbligo scolastico e mediante i titoli di studio richiesti per ottenere un impiego, un po’ come i re spagnoli facevano applicare le decisioni dei loro teologi servendosi dei conquistadores e dell’inquisizione”.

Siamo nel 1971, l’onda lunga del Sessantotto non si è ancora del tutto spenta. A scrivere quelle righe è Ivan Illich, nato giusto un secolo fa e morto nel 2002. La scuola, in quegli anni, rivendicava più libertà pedagogica e didattica, e contestava i piani di studio degli anni ‘50. Ma nessuno osava scalfire la Laica Trinità Istituzionale: l’Insegnante, la Sua aula, i Suoi allievi. Da quella struttura non si uscirà mai davvero, salvo per l’espansione colonizzante degli specialismi: un po’ meno nella scuola elementare, quasi fondativa dalla scuola media in su.

Illich, che non ha niente a che fare coi movimenti del Sessantotto, in quegli anni pubblica “Descolarizzare la società”. Osserva che “è fuori della scuola che ognuno impara a vivere. Si impara a parlare, a pensare, ad amare, a sentire, a giocare, a bestemmiare, a far politica e a lavorare senza l’intervento di un insegnante. Gli orfanelli, gli idioti e i figli degli insegnanti imparano quasi tutto quello che sanno fuori del processo “educativo” predisposto per loro. Gli insegnanti che hanno tentato di migliorare l’istruzione dei poveri hanno ottenuto risultati mediocri. Ai genitori poveri che vogliono mandare a scuola i loro bambini non interessa tanto ciò che impareranno, quanto il diploma e i soldi che grazie al diploma potranno guadagnare. E i genitori borghesi quando affidano i propri bambini a un insegnante lo fanno per impedire che imparino ciò che i poveri apprendono per le strade”. Come nota efficacemente il nostro contemporaneo Philippe Meirieu: «Meno male che non è la scuola a insegnare ai bambini a camminare: altrimenti avremmo un terzo della popolazione che cammina bene, un terzo che zoppica e un terzo che rimane immobilizzato a letto!»

Studi più recenti si occupano dell’educazione informale, quel concetto che Illich aveva intuito senza ancora nominare. Nel 1993 un gruppo di ricercatori aveva dimostrato l’efficacia dell’educazione di strada, non imposta da alcuna autorità, osservando dei ragazzini che vendevano frutta in strada. Mentre risolvevano correttamente il 98% dei calcoli complessi nel contesto reale del mercato, la loro precisione crollava al 37% quando gli stessi problemi venivano proposti in forma astratta e scolastica, confermando che le competenze acquisite con la pratica potevano essere più efficaci delle didattiche scolastiche. Un’analoga ricerca aveva puntato i riflettori sulle casalinghe che, al supermercato, erano confrontate con Azioni imperdibili. Anche in quel caso i loro calcoli mentali non le avevano tradite, mentre gli stessi quesiti, in versione scolastica, avevano dato risultati più scadenti.

Sarebbe interessante discuterne oggi direttamente con Illich, immaginandolo ancora quarantacinquenne: chiedergli cosa pensa della nostra scuola, ancora lì ben salda e obbligatoria, ma col moltiplicarsi infinito di diplomi, bachelor e master e formazioni continue che spesso sono continue anche se non si impara niente di nuovo – sempre che imparare abbia a che fare con scelte individuali e umanistiche a favore della propria professionalità, non solo dettate da promozioni e fragili avanzamenti curricolari ed economici.

Eppure già in quegli anni Ivan Illich restò solo. Credo che le generazioni di insegnanti degli anni ‘40 e ‘50 l’abbiano incontrato sui loro percorsi formativi, perché tutto ciò che sosteneva era interessante, a parte, chissà?, l’abolizione delle scuole, che ovviamente non sarebbe stata applaudita da chi insegnante lo era già, lo stava diventando oppure sognava di diventarlo. Non tutti avevano la cosiddetta vocazione, perché c’erano, e ci sono ancora, canti di sirene piuttosto ammalianti, per lo più senza rischi.

Non so se oggi esista ancora, da qualche parte, una sana vena di iconoclastia, qualche opinione spregiudicata, radicale e irriverente verso le nostre autorevoli e secolari istituzioni. Ma mi piace crederci.

PS: Pochi anni dopo “Descolarizzare la società”, Illich se la prese anche con la sanità, denunciando, tra tante cose, la diffusione di malattie iatrogene, cioè malattie generate dalla notevole crescita della medicalizzazione. Nel 1975 pubblicò “La nemesi medica”, la vendetta. Se ci si pensa, si nasce se un medico lo certifica, e anche la morte è certificata da un medico. Serve un certificato per non andare al lavoro se ci si sente indisposti. Serve un diploma per poter entrare nel mondo del lavoro, in termini economici e sindacali. Se non hai il pezzo di carta non sei nessuno. È la liturgia finale di questa fede moderna. Capita, purtroppo.


Il brillante figlio di un’epoca finita per sempre

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Con Marco Blaser si chiude definitivamente la luminosa storia di un’Azienda che – molti diranno fatalmente – negli ultimi anni ha cambiato volto, obiettivi, collocazione sul mercato. Non per scelta propria, ma perché è la società stessa ad essere mutata anche nel proprio modo di informarsi, formarsi, concepire l’intrattenimento: i tre pilastri sui quali il Servizio pubblico radiotelevisivo (oggi multimediale) poggia.

Blaser è espressione di un’altra epoca: nato tra le due guerre, cresciuto potendo seguire una precoce vocazione al giornalismo, alla comunicazione, al mondo dei media che suo padre, pur sorpreso e forse un tantino preoccupato, mai ostacolò. A 19 anni Marco iniziò a frequentare Radio Monteceneri, così carica di storia e di prestigio, voce autonoma e indipendente che negli anni del conflitto veniva ascoltata con attenzione ben oltre i confini svizzero italiani.

Blaser, quello che ho personalmente conosciuto per una quindicina d’anni, fino al suo pensionamento nel 1999, era, da direttore, presentissimo a tutti i livelli: strategico (con sguardo sempre attento alla dimensione confederale del nostro Paese e della SSR, tanto nei contenuti di programma che per gli equilibri finanziari e di rappresentatività politica); operativo (pochissime persone come lui, pochissimi altri pionieri della RTSI conoscevano il mestiere, o meglio tutti i mestieri/professionalità che le permettevano di andare in onda). In lui si assommavano il realizzatore, il regista, il giornalista, il presentatore.

Quelli della mia età ricorderanno che era stato Marco – insieme a Eugenio Bigatto – a portarci sulla luna. Aveva un timbro di voce inconfondibile, impostato sì, ma non forzato o innaturale. E anche i contatti con lui non erano difficili. Sapeva ascoltare, suggerire, certamente anche influenzare talune scelte. Poliglotta, perfettamente a suo agio con le lingue nazionali, l’inglese e lo Schwyzerdütsch, si muoveva con leggerezza in ambiti diversissimi. Ha intervistato il mondo dello sport, i grandi dello spettacolo e della scienza, i tenori della politica, sempre adottando un linguaggio comprensibile a tutti. Radio e televisione erano e sono strumenti popolari, familiari e trasversali: la sua preoccupazione era di non escludere chi stava dall’altra parte dello schermo, bensì, semmai, di allargare in un’ottica che oggi, con un luogo comune, definiremmo inclusiva.

Blaser, si diceva, è stato anche influente uomo di equilibri tra regioni linguistiche e tra le unità aziendali della SSR: la RTSI doveva caratterizzarsi ai suoi occhi prima di tutto come antenna pienamente svizzera, nazionale, come riverbero sulla Svizzera italiana di quanto accadeva oltre San Gottardo e oltre Sarine, ma anche come testimonianza quotidiana dell’italianità linguistica del Paese verso San Gallo, Zurigo, la Berna federale, Coira, e la Romandia.

Tutti questi rapidi appunti, scritti lontano dal Ticino da chi per l’ultima volta lo intervistò, già segnato dalla malattia, una quindicina d’anni or sono, vanno certamente messi in relazione con il radicale cambiamento, o piuttosto la rivoluzione che ha toccato il mondo dei media e la sua  fruizione.

Oggi, in tempi di tutto gratis e subito, senza porsi molte domande, una figura come quella di Blaser è inimmaginabile: il giornalismo e le professioni ad esso affini e complementari da una parte, il management dall’altra. Marco è stato un unicum probabilmente irripetibile, ma anche un figlio brillante della sua epoca.

Nell’immagine: Marco Blaser denuncia il rifiuto della polizia degli stranieri di ammettere e far curare in Svizzera, alla fine degli anni ’60, alcuni bambini sud-vietnamiti feriti durante la guerra (dal documentario di Werner Weick “Qui Marco Blaser“)


L’insostenibile questione sociale

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Di Francesco Manacorda, La Repubblica

Il viaggio in dieci puntate che Repubblica ha appena concluso nell’Italia dei piccoli salari racconta non solo le storie dei working poor di casa nostra, ma anche lo slittamento, in apparenza inarrestabile, di una classe media che resta tale per cultura, aspirazioni e bisogni, e che si sente invece ogni giorno un po’ più lontana — prima di tutto nelle condizioni di vita materiali — dalle premesse su cui contava e dalle speranze che coltivava.

Per molti si tratta inoltre di una caduta che pesa ancora di più perché arriva a pochi anni di distanza da quella che era stata vissuta, al contrario, come un’ascesa: l’emancipazione in termini di studi, di consumi, di sicurezza economica dalla generazione dei loro genitori e da quelle precedenti. Ora non più.

È un tema, quello della sofferenza della classe media, specie nelle sue fasce meno qualificate, legato a cambiamenti che investono tutto il mondo, ma che da noi si declina con particolare urgenza in termini di lavoro e di stipendi, quando non di precarietà. Di classifiche che mostrano quanto in Italia i lavoratori dipendenti siano pagati meno che in altri Paesi industrializzati si possono riempire gli archivi.

Secondo l’Ocse, per fare solo un esempio, nel 2025 il salario medio annuo era di circa 34.700 euro in Italia, contro oltre 44mila in Francia e quasi 55mila in Germania. E in un Paese ad alta e solo relativamente contrastata evasione fiscale come l’Italia, il lavoro dipendente soffre di un’ulteriore condizione penalizzante: è in sostanza l’unico che paga fino in fondo tutte le tasse.

Sempre l’Ocse calcola che nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021: il divario più ampio tra le grandi economie esaminate. Sul perché di questo divario le ipotesi più accreditate riguardano la piccola dimensione media delle imprese italiane, la loro scarsa produttività e la scelta delle aziende di puntare sulla compressione dei salari e non sull’innovazione come fattore competitivo.

Ma, al di là delle analisi, la sostanza è che gli stipendi italiani, specie i più bassi, vanno aumentati e il lavoro salariato deve ritrovare in pieno una sua dignità, certificata prima di tutto dal trattamento economico. Per questo nella prossima campagna elettorale, e soprattutto nell’azione di chi poi governerà, il tema del lavoro deve diventare centrale.

È una questione di giustizia sociale, ma è anche una questione ben più ampia di tenuta del sistema democratico. Una democrazia viva si alimenta di forme di democrazia sostanziale, e a sua volta le alimenta, in un circolo virtuoso.

Se il circolo si inceppa, rischia di diventare un guscio vuoto. E i presupposti che dovrebbero garantire a ogni cittadino la partecipazione, in piena eguaglianza, all’esercizio del potere pubblico minacciano di incrinarsi non solo sul versante dell’eguaglianza sostanziale — visto che quella economica è sempre più in discussione — ma anche nella possibilità stessa della partecipazione di chi invece si sente sempre più escluso dalla costruzione sociale.

«Sa che cosa è che mi fa arrabbiare davvero? Il fatto di non poter scegliere», dice in una delle nostre storie Donatella Conte, 61 anni, addetta al banco gastronomia di un supermercato romano. Parla delle scelte di vita, della relativa libertà che potrebbe darle uno stipendio sufficiente. Ma l’impossibilità di scegliere e la mancanza di fiducia nel futuro fanno presto anche a trasformarsi in astensione elettorale.

La salute della democrazia in generale ha insomma a che fare anche con la democrazia contrattuale. Anche in questo caso si possono citare studi su studi che dimostrano come non solo l’aumento delle diseguaglianze, ma anche la perdita di potere d’acquisto, l’insicurezza economica e la stagnazione dei salari innescano un meccanismo noto: redditi fragili producono insicurezza e perdita di status; la percezione che il sistema non protegga più il lavoro intacca la fiducia e il senso di efficacia dell’azione politica e cresce così la disponibilità verso partiti populisti, radicali o che si propongono come avversari dell’establishment.

Un meccanismo che non a caso in tempi recenti è stato amplificato dalla grande incognita dell’Intelligenza artificiale, con le sue promesse ma soprattutto con le sue minacce di svuotare gli uffici come altre rivoluzioni tecnologiche hanno svuotato le fabbriche.

L’avanzata delle formazioni populiste, se non dichiaratamente ostili ai principi fondanti delle democrazie liberali, è del resto un fenomeno globale, che non riguarda solo casa nostra. Per fermarsi all’Europa, vale per la Germania con l’economia in frenata e i tagli decisi da un’impresa-simbolo come la Volkswagen, e anche per la Grecia e la Spagna, dove la crescita, letta con i numeri della macroeconomia, è superiore alla media europea, ma i suoi benefici non arrivano a tutti allo stesso modo.

L’Italia vive quindi un problema comune, ma in condizioni aggravate proprio dalla sua stagnazione salariale. Capirlo, e capire soprattutto che anche da questo dipende la tenuta della democrazia, è un passo rimandato da troppo tempo.

Nell’immagine: Napoli


Se cade Brasilia per Trump sarà bottino pieno

SPECIALE 7 OTTOBRE – Il premier verso il voto tra l’isolamento globale e la violenza dei coloni 

Di Roberto Livi, il manifesto

Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr. L’esito, del tutto inaspettato , della prima tornata presidenziale va in questa direzione.

Il tycoon si appresta a brindare secondo il suo slogan favorito, «The winner takes it all», il vincitore prende l’intero bottino, che in questo caso è il subcontinente a Sud del Rio Bravo. Le cose gli vanno male all’interno e in Medio oriente, ma si avvia alla «riconquista» dell’America Latina.

Questo era l’obiettivo della dottrina che porta il suo nome, la Donroe, annessa come corollario alla Strategia nazionale della sicurezza (NSS) degli Usa, varata alla fine dell’anno scorso. Essa prevede il controllo dei beni del subcontinente, definiti «asset strategici degli Stati Uniti». Nessun riferimento all’esportazione della democrazia made in Usa – come invece era il centro della dottrina Monroe del 1823. Quello che importa è il bottino.
Così è stato con il blitz su Caracas il 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro e della consorte Cilia Flores: si è visto poche settimane fa che vale a Trump il controllo di giacimenti di petrolio in Venezuela, valutati più di 40 miliardi di barili.

La presidente (tuttora ad interim) Delcy Rodríguez, può stare solo a guardare (ne va della sua testa, come le ha intimato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio). La premio Nobel María Corina Machado, non può, almeno fino a oggi, nemmeno tornare in patria come ha tentato un paio di volte nelle ultime settimane: nessun staterello del Caribe le dà il permesso di atterrare in transito. Di elezioni e di democrazia in Venezuela se ne parlerà quando Trump deciderà che il paese è «pronto alla transizione».

È l’«eccezione America Latina», bellezza, affermano gli aedi di Trump. Già l’aveva dimostrato il 7 marzo, riunendo a casa sua, a Mar-A-Lago in Florida, dodici leader, esponenti della nuova e radicale destra latinoamericana, che hanno firmato l’accordo battezzato “Scudo delle Americhe”. Il nemico comune sono le organizzazioni narcos (definiti i nuovi terroristi) e le sinistre antifa. Militari e leader politici latinoamericani sono i guardiani degli «asset strategici» Usa, i primi con le armi (e l’intelligence) sottomessi al Pentagono; i secondi al tycoon. Naturalmente lo scudo in questione è rivolto soprattutto contro la penetrazione cinese nel Sud dell’Emisfero occidentale.
Sono questi i termini sostanziali che hanno accettato anche gli ultimi vassalli, Keiko Fujimori e Abelardo de la Espriella, entrambi eletti alla presidenza con un pugno di voti – e pesante ingerenze di Washington – in Perù e in Colombia. A questo punto mancavano tre importanti ridotti: Cuba, Messico e Brasile.

l primo è sotto strangolamento economico con un blocco sia di petrolio sia di medicinali e prodotti di prima necessità che non vengano, col contagocce e con evidenti scopi politici, dagli Usa. La presidente messicana Claudia Sheinbaum , seppur sotto schiaffo (della Dea e dei reparti speciali Usa che minacciano di entrare negli Stati messicani confinanti per combattere i narcos) si mantiene a schiena dritta. Ma può farlo fino a quando avrà l’appoggio del Brasile.

Così è chiaro che il vero baluardo anti Trump – per popolazione, estensione e produzione – era ed è il Brasile governato da Lula. Il quale ha messo in chiaro che, con lui, «il nostro paese non entra nel cortile di casa degli Usa».Il terzo mandato di Lula ha dato frutti – aumento del salario minimo, crescita economica e livelli di disoccupazione ai minimi storici. Ma non ha avuto una vittoria politica che gli permettesse di affrontare Flávio Bolsonaro come prestanome di interessi sinistri ma enormi: la lobby delle scommesse, truffatori bancari e della sicurezza sociale, crimine organizzato. Ma soprattutto della Miami imperiale. Il suo programma interno è mano dura, ma quello che importa è la sua volontà di affidare a Trump e Rubio i minerali strategici e la sovranità del paese in cambio della libertà di suo padre, Jair.

Pure in questo caso l’intervento degli Usa è stato pesantissmo: l’agenzia nazionale brasiliana di intelligence, la Abin, ha presentato prove dell’ingerenza «apertamente riconosciuta» degli Usa.

La protervia di Trump, ovviamente, non basta a spiegare l’«eccezione America Latina», con la possibilità purtroppo di essere confermata dal Brasile. Anche le ultime indagini di Latinobarómetro dimostrano che in tutto il subcontinente la democrazia e la sovranità non godono di buona salute. La sinistra continentale dovrà analizzare in profondità le ragioni di una sconfitta di cui porta una forte responsabilità.

Nell’immagine: cartelli contro Trump e Bolsonaro a a San Paolo, in Brasile