Come puzza di zolfo l‘economia!

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Alle volte si rimane esterrefatti nel cogliere nell’attualità che si vive, singolari combinazioni tra credenze, scolpite ormai nella memoria; tra storia e storia economica che si ripresentano più vive che mai; e ricerca di simboli o di significati che vanno sì oltre la ragione ma che non desistono dall’interpellarla, forse convinti che una ragione c’è o ci deve pur essere. O forse è anche un modo per tristemente divertirci.

Prendiamo lo zolfo. Lo zolfo di questi tempi è ritornato protagonista.

Ora, nella nostra tradizione cristiana e popolare, lo zolfo è storicamente associato al diavolo e all’inferno, forse a causa del suo legame con fenomeni sotterranei e vulcanici. Nella dottrina e nell’immaginario cristiano i tormenti dei dannati erano alimentati da fuoco e zolfo. Lo zolfo è stato considerato la firma materiale del demonio. Per il suo colore giallo vivo è stato anche spesso definito popolarmente “l’oro del diavolo”. E, continuando, non è certo un caso se l’oro, ritenuto spesso all’origine di ogni cupidigia e malefatta umana, è a sua volta definito “lo sterco del demonio”, che sa sempre di zolfo.

Forse, soprattutto chi è di una certa età e ha vissuto sotto altri regimi sanitari, non ha dimenticato lo sgradevole odore di uovo marcio, anche quello attribuito al diavolo che ci aveva messo la coda, che puzza. Ma poi, a scuola, ti dicevano che lo zolfo puro non ha “odore” (“inodoro”, insistevano); è il solfuro di idrogeno che puzza, il gas che si sviluppa nei contesti sulfurei, durante la decomposizione (e ci spetta quindi anche all’inferno, se finiremo per cascarci per i nostri comportamenti… sulfurei).

La domanda planetaria e quella puzza pestilenziale

Ora, in versione storica ed economica più moderna, trasformando il diavolo in troppi altri diavoli “anticristiani” più terribili e puzzolenti, si costruisce un altro tipo di combinazione sotto forma di domanda planetaria.

Che è questa: che cosa unisce l’ormai famoso e imprescindibile stretto di Hormuz con una miniera dell’insostituibile rame che vale ormai come l’oro (supponiamo nel Cile, che ne è grande produttore), con una fabbrica di semiconduttori a Taiwan, con l’industria dei fertilizzanti fosfatati che arrivano pure da quelle parti, con la batteria di un’automobile, con una raffineria di nickel in Indonesia? Un bel trambusto internazionale!

Chi ha l’intelligenza per rispondere a tutto questo risponde, divertito e ancora più furbesco e sadico: una puzza pestilenziale!

Che è poi quella dello zolfo, ingrediente indispensabile per fabbricare l’acido solforico (ed eccoti la formula fatidica: H2SO4), agente chimico che è alla base di un’infinità di procedimenti industriali e anche per l’estrazione di metalli come il rame, il nickel, l’uranio e le terre rare. L’acido solforico permette anche di trasformare il minerale di fosfato in fertilizzante con fosforo assimilabile dalle piante. Lo zolfo entra anche nella fabbricazione di prodotti farmaceutici, in processi come la purificazione delle acque, la vulcanizzazione della gomma per migliorarne la durata e anche… nella produzione di polvere da sparo.

Più 200 per cento

Questo zolfo è ricavato nella misura del 90 per cento dalla raffinazione degli idrocarburi. Il Medio Oriente ne è quindi uno dei massimi produttori al mondo (più di un quarto della produzione mondiale). Stando ai dati di Argus Media pressoché la metà (44 per cento) delle esportazioni mondiali di zolfo e di prodotti derivati passano dallo stretto di Hormuz.

Il caso dello zolfo sta quindi a dimostrare il rischio di “reazione a catena catastrofica” per l’economia mondiale. Il suo prezzo è salito del 200 per cento in pochi mesi e puzza d’inferno.

Nell’immagine: diavoli che tormentano i lussuriosi in un pozzo di fuoco e zolfo – in ‘Grand Calendrier et Compost des Bergers’, Lione


Senza sovranità, gli Stati uniti lasciano l’Iraq ridotto a una colonia

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Alberto Negri, il manifesto

Il colonnello dei marines McCoy fu il primo americano a entrare al Palestine Hotel e a chiedere una birra, senza per altro dire una parola sui due giornalisti occidentali appena uccisi al nono piano dal proiettile di un Abrams Usa. Era il 9 aprile 2003, nei quartieri sciiti di Baghdad si festeggiava e la statua di Saddam Hussein a piazza Firdous veniva abbattuta. È passata una generazione da allora e il premier Alì al Zaidi ha deciso di celebrare oggi primo ottobre la partenza delle truppe Usa come la «Giornata della sovranità». Vedremo quali festeggiamenti faranno gli iracheni: questo ritiro – che comprende gli ultimi militari italiani – presenta alcuni aspetti paradossali: la sovranità dell’Iraq è una scommessa.

L’Iraq, una cassaforte petrolifera, non è così sovrano e indipendente come potrebbe apparire. Le milizie armate sciite pro-Iran celebrano l’uscita degli Usa come una vittoria storica; nel campo sunnita avvertono che il vuoto potrebbe rafforzare Teheran e i suoi alleati, offrendo nuovo spazio a quel che resta dello Stato islamico. Il ritiro Usa, concordato nel 2024 da Biden e attuato da Trump mentre Washington è impegnata contro l’Iran, elimina, per gli osservatori un contrappeso militare al peso di Teheran in Iraq.

Quanto è avvenuto in passato induce alla prudenza. Le truppe americane invasero l’Iraq nel 2003, si ritirarono a fine 2011 e tornarono nel 2014 per sostenere gli iracheni contro lo Stato islamico fino al 2017. Tutto era iniziato con la più gigantesca fake news del secolo. Nel marzo 2003 Stati uniti e alleati invasero l’Iraq e rovesciarono Saddam Hussein ma la guerra fu giustificata con la minaccia delle armi di distruzione di massa irachene: il segretario di stato Colin Powell andò all’Onu a mostrare una fialetta che doveva essere la smoking gun, la pistola fumante delle prove. Ma gli arsenali chimici annunciati dagli statunitensi non furono mai trovati.

La caduta del regime fu rapida mentre costruire uno Stato capace si rivelò assai più difficile. Soprattutto per i colossali errori delle forze di occupazione guidate dal pro console Bremer: lo sbaglio più gigantesco fu lo scioglimento delle forze armate, che lasciò allo sbando decine di migliaia di soldati e il paese senza nessun controllo dei confini e del territorio. Fu per questo che i gruppi jihadisti come al Qaeda riuscirono a penetrare e fare proseliti soprattutto nella minoranza sunnita che non si sentiva più garantita dall’ascesa degli sciiti. Furono questi gli anni dell’insurrezione, degli attentati, della violenza tra comunità e delle battaglie per il controllo del paese. Nel 2007 i soldati americani in Iraq erano più di 170mila. Quando lasciarono il Paese alla fine del 2011 molti videro in quella partenza la conclusione della guerra. E si sbagliarono ancora una volta.

Fu il secondo tragico errore degli Stati uniti. L’Iraq fu abbandonato al suo destino e senza un apparato di difesa che potesse garantire il controllo. Un iracheno, Al Baghdadi, un ex qaedista liberato dal carcere di Camp Bucca proprio dagli Usa, si mise alla testa dell’Isis e nel 2014 riuscì a occupare Mosul facendosi proclamare califfo nella moschea di Al Nouri. La cavalcata dell’Isis minacciava anche Baghdad e mentre l’esercito iracheno si era liquefatto fu il generale iraniano Qassem Soleimani (poi ucciso dagli americani) a organizzare la difesa.

Soleimani si appoggiò alle milizie sciite legate all’Iran che oggi sono forze potenti. Il quadro è complesso: appartengono formalmente alle Forze di mobilitazione popolare, parte delle forze armate irachene, ma continuano ad agire con una propria autonomia. Alcune hanno motivato la propria presenza armata con quella dei soldati Usa. Se questi se ne vanno e le milizie restano, la questione diventa ancora più netta: può uno Stato dirsi sovrano se non controlla tutte le armi sul proprio territorio?

La presenza delle milizie sciite armate ha trovato un’altra giustificazione nella guerra lanciata il 28 febbraio da Usa e Israele contro la repubblica islamica dell’Iran. E qui siamo a un altro paradosso. Gli Stati uniti, mentre stavano per attaccare l’Iran, si appoggiavano alle milizie curde dei peshmerga intenzionati, a loro dire, a invadere l’Iran e combattere contro il regime degli ayatollah. Questa operazione -alla quale fu dato anche un risalto mediatico – è miseramente naufragata ma la dice lunga sull’improvvisazione della guerra di Trump e Netanyahu e come è stato trattato l’Iraq in questi anni. Non è una colonia ma gli Stati uniti l’hanno trattato come se lo fosse: ancora oggi non ha un’aviazione, un vero Stato, un governo riconosciuto e un esercito affidabile. Per questo la sua sovranità è una scommessa.

Nell’immagine: festa in Iraq per il ritiro Usa


Brexit o Britin? Burnham non esclude il rientro in Ue

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Da ISPIonline

“Brexit ha causato più danni che benefici”, ha detto il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham, impegnato in questi giorni alla conferenza del partito laburista a Liverpool, in un’intervista alla Bbc. Il neo premier ha anche dichiarato di non volere lasciare “in sospeso” la questione dei rapporti con l’Ue e di voler essere chiaro su dove sarà il Paese sotto la sua guida tra dieci anni. Alla domanda se desidera che il Regno Unito rientri nell’Ue, ha risposto di voler “valutare le opzioni”, aggiungendo di avere precedentemente sostenuto un simile passo, pur riconoscendo che “non è detto che sia questo il momento”. Il leader ha quindi elencato le quattro opzioni: “Potremmo rimanere così come siamo; potremmo considerare quanto detto dall’ex cancelliere George Osborne riguardo a un’unione doganale; potremmo esaminare quanto proposto dai Liberal Democratici alla loro conferenza, sul mercato unico; oppure potremmo spingerci fino in fondo”. Non una dichiarazione esplicita, dunque, ma un’apertura all’idea che un ritorno nell’Unione europea sia un futuro possibile per Londra. A distanza di dieci anni dal referendum popolare che portò a Brexit, l’esecutivo a guida laburista gioca una carta potenzialmente divisiva in vista delle prossime elezioni, previste per il 2029 nonostante le recenti instabilità di governo, con lo stesso Burnham che ha escluso di volere andare al voto anticipato.

Cosa dicono i cittadini?

Le dichiarazioni di Burnham non sono impulsive o estemporanee. Un recente sondaggio di YouGov mostra come sia cambiata l’opinione pubblica dal referendum. Quasi sei britannici su dieci dicono che l’uscita dal blocco regionale sia stata una decisione sbagliata, e solo il 30% invece la sostiene. All’interno del campione, colpisce che quasi un quarto di chi nel 2016 votò per uscire, quindi per “leave”, ha poi cambiato idea, mentre gli elettori favorevoli a “remain”, cioè a restare nell’Ue, sono largamente (89%) rimasti della stessa opinione. Un dato ancora più netto è quello che emerge alla domanda se Brexit sia stato un successo – lo è per il 12% – o un fallimento – per il 61% – mentre il 19% pensa che non sia stato né l’uno né l’altro. Sul futuro rapporto tra Ue e Uk, quindi, il 55% sostiene un “Britin”, quindi la reintegrazione nell’Unione, mentre appena un terzo vuole mantenere lo status quo di Brexit. Le rilevazioni danno inoltre un interessante giudizio politico sulla leadership britanniche dell’ultimo decennio. Tra coloro che giudicano Brexit un fallimento, i principali responsabili sono indicati nell’ex premier Boris Johnson e nei Conservatori: rispettivamente l’82% e l’85% ritiene infatti che abbiano almeno in parte contribuito al mancato successo dell’uscita del Regno Unito dall’Ue. Il 69% attribuisce una responsabilità analoga a Nigel Farage, a capo di Reform Uk. Seguono gli ex primi ministri Theresa May, indicata dal 64% del campione, e Rishi Sunak, con il 59%.

L’economia sta peggio

Quando lo scorso giugno è ricorso il decimo anniversario da quel voto popolare che cambiò il Regno Unito e l’Europa, sui quotidiani britannici si sono consumate decine di analisi comparate con quanto si predisse nel 2016. Il giudizio generale conferma che Brexit è costata molto sia alle famiglie che alle aziende britanniche. Tuttavia, le previsioni di recessione economica si sono rivelate esagerate. Ciò che va tenuto a mente è che da quando la Brexit è diventata effettiva, cioè dal 2020, l’economia del Regno Unito ha risentito di altri scossoni, come la pandemia da Covid-19, la guerra in Ucraina e i dazi imposti dall’amministrazione Trump. Gli esperti concordano però su un punto: le stime a lungo termine ci avevano azzeccato. L’economia è molto più debole rispetto alle proiezioni, gli scambi commerciali hanno accusato il colpo, la crescita di produttività e investimenti aziendali si è bloccata e il reddito delle famiglie si è ridotto in media di diverse migliaia di sterline l’anno. Il crollo iniziale della sterlina – che non è più tornata alle quote pre-referendum – ha fatto impennare i costi delle importazioni, scatenando una spinta inflazionistica che ha messo sotto pressione i conti pubblici e pesato sul bilancio di tutte le famiglie. Nemmeno gli esportatori – solitamente favoriti da una moneta debole, che rende più competitivi i loro prodotti sui mercati esteri – sono riusciti ad approfittarne, paralizzati da un clima d’incertezza che ha frenato il commercio. Relativamente alla crescita, uno studio firmato dall’economista Nicholas Bloom evidenzia come il pil pro capite britannico sia inferiore tra il 6% e l’8% rispetto allo scenario senza Brexit: fino al 2016 c’era un allineamento pressoché perfetto con altre 33 economie avanzate, ma poi ha iniziato ad aprirsi un divario netto e la crescita del Regno Unito ha cominciato a rallentare.

Il commento di Antonio Villafranca, Vice Presidente per la Ricerca dell’ISPI“‘Once in a lifetime’. Così era stata presentata ai britannici la decisione su Brexit. Dopo dieci anni, la strategia della Global Britain per riacquisire piena libertà di manovra nel mondo si è rivelata per quello che è sempre stata: un’ambizione fuori tempo massimo. L’idea di Burnham di riavvicinarsi all’Ue è un atto di realismo politico. Tanto più che in dieci anni il mondo è cambiato così tanto che sembra passata più di una vita.”

La politica non tanto meglio

Negli ultimi anni, il Regno Unito è stato anche molto instabile dal punto di vista politico. Sarebbe esagerato dire che si tratta di una conseguenza diretta della Brexit, ma è altrettanto vero che mai come negli ultimi dieci anni c’erano state così tante crisi di governo. Dal 2016 il Regno Unito ha avuto sette primi ministri (tra il 1990 e il 2016 ce ne sono stati solo quattro) e quasi tutti i predecessori di Burnham hanno lasciato in seguito a dimissioni volontarie, mentre Rishi Sunak è stato sconfitto alle elezioni del 2024 riportando i Laburisti al potere dopo 14 anni. L’obiettivo di Burnham, oggi, sembra quindi quello di ripristinare una stabilità di governo, possibilmente definendo meglio i rapporti con Bruxelles con un esecutivo più rappresentativo degli interessi di cittadini che hanno visto una parziale erosione del potere d’acquisto, nonché il non mantenimento di alcune promesse per il post-Brexit. Tra queste, il dossier immigrazione, uno dei capisaldi dei Leavers. Il saldo migratorio netto ha infatti registrato un’impennata, con il picco di un milione di nuovi arrivi nel solo 2023. Questo è drasticamente sceso negli ultimi tre anni, lasciando però al centro del dibattito pubblico il tema della sicurezza, che negli ultimi anni è degenerata in episodi violenti come lerivolte anti-migranti di Belfast dello scorso giugno.

Nell’immagine: il primo ministro del Regno Unito Andy Burnham


Libri scritti con l’IA? Ma i test falliscono. Abbiamo messo l’algoritmo alla prova

Non solo il petrolio bloccato a Hormuz. Il suo prezzo aumentato del 200 per cento in pochi mesi e puzza… d’inferno 

Di Sara Scarafia, La Repubblica

L’elefante è nella stanza e il mondo dell’editoria trema. Dopo la clamorosa esclusione dal premio Goncourt di Thélyson Orélien, l’autore accusato da un account X di aver scritto il suo romanzo utilizzando l’IA, nessuno si sente al sicuro. E l’Italia non fa eccezione. E se accadesse a un autore in corsa a un premio letterario? Le case editrici stanno prendendo provvedimenti? Hanno una strategia? Il tema è all’ordine del giorno, confessano gli addetti ai lavori rigorosamente off the record: telefonate, riunioni, report allarmati. Intanto, bocche cucite, ma dopo il caso Goncourt negli uffici non si parla d’altro. Da Mondadori, conEinaudi, a Feltrinelli al gruppo Gems tutti prendono tempo prima di esporsi. Del resto è un campo minato. Nessun sistema di verifica, come dimostreremo, è sicuro. Allo stesso tempo chiunque può scaricare uno dei tanti sistemi di rilevazione disponibili in rete e, sulla base dei risultati, accusare un autore di aver pubblicato un libro che non è farina del suo sacco. In America, e adesso in Francia, gli editori stanno studiando un bollino – “questo libro è 100% umano” – da piazzare in copertina. Ma con quale certezza? Chi certifica chi?

Si chiamano “AI detector” e sul web se ne trovano tantissimi, gratuiti e a pagamento. Nelle università sono ormai usatissimi per inchiodare gli studenti che si affidano all’algoritmo per scrivere le tesi. E la macchina, il grande fratello artificiale, ingrassa con i dati che raccoglie. È l’IA che prima genera e poi controlla se stessa. Con esiti mai certi. Come dimostra una piccola prova alla quale abbiamo sottoposto diverse piattaforme di verifica.

Il test

Abbiamo scelto alcune pagine di sette romanzi italiani. Tre vincitori di premi e tre bestseller di genere che scalano le classifiche. L’ultimo è un classico della letteratura italiana, scritto quando l’IA non c’era ancora: La malora di Beppe Fenoglio, anno 1954. Abbiamo usato cinque diversi rilevatori: tre nella versione a pagamento – Pangram, ChatGpt e Perplexity – due in quelle gratuite, Originality e Textguard. I detector hanno concordato, certificandoli come cento per cento umani, solo su due romanzi vincitori di premi, Di spalle a questo mondo di Wanda Marasco, Campiello 2025, e I convitati di pietra di Michele Mari, Strega 2026. E su Fenoglio. Con una curiosità. ChatGpt ha identificato il capolavoro dello scrittore di Alba: «Qui – scrive il chatbot – mi hai teso una trappola: è La malora». Qualcuno glielo aveva già dato in pasto.

Sì, no, forse

E negli altri casi? I sistemi non sono d’accordo, neanche nelle loro versioni a pagamento, quindi in teoria più accurate. Prendiamo due casi tra quelli sottoposti al test. Uno è il romance dell’autrice più venduta in Italia, First lady per caso di Felicia Kingsley(Newton Compton). L’altro è Le perfezioni di Vincenzo Latronico(Einaudi), finalista al prestigiosissimo Booker Prize nel 2025. In entrambi i casi, Pangram, lo stesso software che ha inchiodato Orélien, li certifica cento per cento umani. Perplexity, invece, quotatissimo tra gli accademici, è ambiguo. Se su alcune pagine diLatronico dà una percentuale tra il 50 e il 65 per cento di utilizzo di IA, su altre praticamente la azzera: 3 per cento. Anche su Kingsley il giudizio è disomogeneo: in un caso attesta le pagine al 75 per cento umane. Nel secondo la percentuale crolla al 40 per cento. È chiaro che qualcosa, nel sistema di rilevazione, non funziona.

Il grande calderone

Abbiamo sottoposto al test anche due titoli che hanno dominato le classifiche. L’ultimo dark romance di Carrie Leighton, che con la sua saga Better (Salani) ha venduto 500 mila copie, e uno dei romanzi di Gianluca Gotto, lo scrittore Mondadori “mistico” ininterrottamente in classifica da 210 settimane. Pangram li promuove entrambi al cento per cento. Secondo Perplexityinvece, nel caso di Leighton il romanzo è “IA assistito”, quindi scritto con l’aiuto dell’algoritmo, in una forbice che va tra il 65 e l’80 per cento. La piattaforma gratuita Originality dà addirittura il 73 per cento di probabilità che sia generato dalla macchina. Ma che significa? Che l’IA avrebbe generato la trama? Che il testo è stato sottoposto a editing dal chatbot? Risposte incerte anche su Gotto. Pangram lo salva, Perplexity e Originality lo bocciano: per il primo software Quando inizia la felicità è IA assistito al 60 per cento, per l’altro è generato dall’IA al 93 per cento.

L’algoritmo cade in fallo

Come ultima prova, abbiamo sottoposto ai detector un incipit generato appositamente con l’intelligenza artificiale: un sistema di rilevazione gratuito gli ha concesso il 50 per cento di possibilità di essere autenticamente umano. Perplexity lo ha dato artificiale solo al 70 per cento. Pangram lo ha bocciato: non è umano.

Ma sulla base di quali criteri?

La risposta di Perplexity, alla quale l’abbiamo chiesto, è spiazzante: «Non esiste un insieme di parametri che permetta di stabilire con certezza, dal solo testo, che un brano sia stato scritto da IA. Esistono strumenti probabilistici». Che, per le diverse piattaforme, sono più o meno gli stessi: prevedibilità delle parole che compaiono nelle pagine, uso di termini molto comuni, costruzioni delle frasi standardizzate e uniformità grammaticale. Pangram spiega che il suo algoritmo è stato addestrato attraverso il sistema “dello specchio”: «Per ogni esempio umano, generiamo un esempio prodotto dall’IA che corrisponda al documento originale su quanti più assi possibile». Un’ altra criticità è che i chatbot sono addestrati soprattutto con i testi in lingua inglese.Mark Spero, amministratore delegato di Pangram, società di Brooklyn, a New York, dopo il caso Orélien, ha detto che il suo detector ha un margine di errore per i testi in francese dello 0,0026 per cento. Ma al New York Times che glielo ha chiesto ha ammesso che non esistono studi indipendenti che certificano questo dato. E all’Atlanticha sottolineato che «Pangram non dovrebbe mai essere l’arbitro finale, ma piuttosto un punto di partenza per un’indagine più approfondita». Un’indagine fatta da chi? E con quali strumenti?

L’altra faccia della medaglia

Se finora i titoli ritirati dal mercato negli Stati Uniti sono di narrativa di genere (per esempio l’horror di Mia Ballard Shy Girl e il thriller di Jerry Falade contesissimo alle aste) il caso Goncourt, con l’esclusione di un concorrente dalla gara, tira in ballo anche la narrativa letteraria.

Solo che in questo caso il libro è ancora in vendita e domina le classifiche francesi. C’était ça ou mourir, pubblicato da Grasset, ha venduto circa 50 mila copie. E in Italia sarà pubblicato da Rizzoli. Che al momento resta cauta: «Abbiamo comprato il romanzo dalla casa editrice Boréal e l’abbiamo apprezzato per la sua voce. In Francia l’ha pubblicato un grandissimo editore come Grasset, ed è attualmente al primo posto nella classifica dei libri più venduti – dice Massimo Turchetta, direttore generale e publisher di Rizzoli – Le maggiori case editrici in tutto il mondo hanno partecipato all’asta internazionale per acquisirne i diritti. Boréal sta approfondendo l’analisi del testo per chiarire oltre ogni dubbio cosa sia successo, e Rizzoli rimane in attesa di avere un quadro più completo». Non tutte le IA vengono per nuocere.