Il mito della milizia

In Svizzera, è sentimento comune, la politica deve basarsi sul volontariato. Ma è davvero così? In realtà il prezzo sta crescendo e non tutti se lo possono permettere 

La politica non è un lavoro perché, se così fosse, finirebbe col distaccarsi dalle vere esigenze del popolo. Si farebbe ‘casta’, élite autoreferenziale attenta a conservare solo i propri privilegi. Un assunto da sempre pilastro indiscusso della democrazia elvetica. Chi più chi meno, nella Confederazione e nei Cantoni, lo usa come faro del proprio procedere nell’applicazione del sistema politico istituzionale, ma anche i dogmi più granitici, proprio perché figli dell’umanità, sono fallaci.

Di fatto, con gli anni, la politica di milizia elvetica si è trasformata in stereotipo valoriale, un mito finito a torto nel bagaglio della ‘svizzeritudine’. La realtà è un’altra seppur incartata come un uovo di Pasqua nell’argento e nell’oro della presunta militanza volontaria. M’impegno gratuitamente e mi sacrifico un po’ per il bene del Paese. Ma è davvero così?

Stereotipo, perché ogni campagna elettorale, federale o cantonale, necessita consistenti investimenti finanziari dei partiti e dei singoli in lizza. Non solo. Essere presenti oggi nel territorio, ‘frequentare’ i cittadini, farsi conoscere e magari rispettare, diffondere le proprie opinioni, confrontarsi e discutere, comporta molto tempo e soprattutto soldi da spendere nel web in primis. Un buon profilo social, un’ottima pagina Facebook, il filo diretto e attualizzato con i propri ‘fan’ hanno un prezzo che il politico deve pagare ad altri perché già troppo impegnato altrove. E l’immagine conta. Anche in Ticino sono nate nuove figure professionali, così come in mezzo mondo. Giovani professionisti del web che, in verità spesso per pochi soldi, gestiscono Facebook, X, Instagram, TikTok e via discorrendo 24 ore su 24. E poi grafici, consulenti d’immagine, collaboratori scientifici, ‘scrivani’ a pagamento, giuristi e chi più ne ha più ne metta. La politica, benché se ne dica, è complicata e lo è a maggior ragione là dove la democrazia, per sua natura, dovrebbe quasi quotidianamente nascere dal basso per ascendere verso il vertice istituzionale, con tutto ciò che comporta: serrati confronti e lunghe mediazioni fra non pochi interessi contrapposti. Da sempre e a maggior ragione oggi con una comunicazione che ha cambiato registro, si è velocizzata, nel tempo e nello spazio.

L’esempio più eclatante, e al contempo più inquietante, ci giunge dalla democrazia deliberativa o cosiddetta diretta. Convincere i cittadini ha un prezzo, ma il costo sta raggiungendo punte preoccupanti. Prediamo le ultime votazioni popolari, quelle dello scorso 3 marzo sulla tredicesima AVS. La campagna referendaria sulla rendita di previdenza è costata ben oltre 8 milioni di franchi, quasi la metà spesi dai contrari (3 milioni dalla sola economiesuisse, associazione del mondo imprenditoriale). A prescindere dal risultato – nel caso specifico hanno vinto, come è noto, i favorevoli alla tredicesima – c’è forse ancora qualcuno convinto che la milizia politica sia pratica reale in Svizzera? Detta altrimenti, se la politica presenta un costo finanziario sempre più elevato, chi potrà permettersi in futuro di far capo a tutto l’armamentario di propaganda e comunicazione capace di strappare un sì o no al popolo votante? Già c’è, per dire, chi paga i ‘raccoglitori’ di firme per la promozione di referendum o iniziative popolari.

Nota a margine. I canali professionali dell’informazione (media indipendenti) si stanno sempre più riducendo, soprattutto a livello regionale, e la pressione sta coinvolgendo anche il servizio pubblico (SSR-SRG). Una deriva che premia i grandi gruppi editoriali e non aiuta la politica di milizia, a maggior ragione se forza di opposizione. In un questo contesto è interessante notare che la stragrande maggioranza delle entrate mondiali date dalla pubblicità su internet (il 76.8% del totale nel 2022, fonte Quaderno 20 dell’Osservatorio culturale del Canton Ticino-DECS) finisce nelle tasche delle prime dieci aziende, le stesse che gestiscono l’informazione sui social a cui fanno capo vieppiù cittadini per essere ‘informati’ sui fatti del mondo (sic!). Gli stessi portali che spopolano anche in Svizzera.

In realtà anche alle nostre latitudini la politica ha sempre avuto un costo, diretto o indiretto. È giunto il momento di riconoscerlo e darsi gli strumenti per garantire e potenziare il confronto democratico fra tutte le parti coinvolte, anche se con pochi mezzi a disposizione. Solo riconoscendo la politica come ‘professione’ si può tentare di limitare – sconfiggere è una chimera – la falsificazione, la demagogia e la retorica vuota, metodi certo sempre esistiti, ma che nella nostra contemporaneità hanno assunto dinamiche globali e dunque ingovernabili. Detta altrimenti, la politica ha bisogno di professionisti eletti, riconosciuti e trasparenti, a prescindere dal censo e dal patrimonio personale. Perché il vero rischio oggi è che la ‘casta’ si rafforzi davvero; la stessa che detiene le chiavi della finanza e dell’economia, che fa e disfa le sorti del Paese alimentando il mito della democrazia senza costi.

Nell’immagine: una seduta del Consiglio degli Stati


Elogio alla mediocrità (politica)

In Svizzera, è sentimento comune, la politica deve basarsi sul volontariato. Ma è davvero così? In realtà il prezzo sta crescendo e non tutti se lo possono permettere 

È sentire comune, ai piani alti dell’intelligenza comunitaria, considerare mediocre la politica dei nostri tempi. E mediocri, naturalmente, le donne e gli uomini che la fanno. La definiscono mediocrazia (vedi il filosofo canadese Alain Deneault). Un approccio datato e un po’ passatista, tant’ è che gli analisti di cui sopra, nel commentare cotanta mediocrità attuale, ricordano al contempo gli anni degli ideali nobili e gloriosi, dove tutto era possibile e il futuro a portata di mano. Molto ci sarebbe da dire e da scrivere su come sia poi finita, ma non è questo il punto. 

La questione è: e se la mediocrità politica fosse in realtà una virtù e non un difetto? Partiamo dalla definizione grazie al dizionario etimologico che ci descrive la mediocrità, dal latino mediocris, come una dimensione che sta in mezzo agli estremi o anche fra il molto e il poco, fra il buono e il cattivo. Uno stato medio, appunto. Nei secoli, la virtù umana è sempre stata riconosciuta in chi si è distinto, in chi ha dato prova di gloria e onore. Gli eroi, simboli virtuosi per antonomasia. In una società erede del progresso indiscusso, prima spirituale e poi umano, ancora oggi solo chi dà prova di “cambiare il mondo” può considerarsi vero rappresentante del bene comune. A prescindere che sia seguito, compreso, o meno. Anzi, il vero politico sarebbe colui che vede dove noi mediocri non vediamo. Al contrario, l’anonimo, il cittadino banale, modesto, piatto e magari anche scarso, non è certo – ieri come oggi – degno di elevarsi a rappresentanza dei molti. Essere eletto. 

Seguendo il sillogismo, si dovrebbe dunque concludere che la politica per essere davvero onorevole deve far capo agli eroi? Dall’Illuminismo ai nostri tempi, la risposta è nella domanda. Talmente scontata che la storia ci ricorda anche gli estremi, con le dittature e gli orrori della prima metà del Novecento. Eroi malefici, Belzebù ammalianti e potenti posseduti dalle stese virtù degli eroi virtuosi, ma usate a fin di male. Banalizzando, un politico mediocre non sarà mai un dittatore. Così come non è vero che la malvagità è mediocre. Anzi.

Estremi a parte, la mediocrità in politica altro non è che la miglior rappresentanza della propria realtà: non un passo indietro e non uno avanti. La politica “mediocre” ben evidenzia quanto necessità ora e qui; non un progetto rivoluzionario, non un sogno utopico, non uno scenario ipotetico. La mediocrità, in politica come altrove, è pragmatismo. E se altrove (nelle altre attività umane) spesso è un limite, in politica è capacità di rispondere alle esigenze di chi si rappresenta senza far capo a narrazioni immaginifiche o evocatrici di scenari mistici. Meglio, senza nessuna narrazione.

Troppo poco? In tempi come i nostri, dove le nuove tecnologie hanno l’ambizione di predeterminare il futuro dei cittadini-consumatori disegnando scenari decisamente distopici – o almeno eroici – e dove i fanatismi vecchi e nuovi mettono in forse la pace mondiale, il politico “mediocre” è un toccasana di realismo capace di traghettarci dall’ignoto a un nuovo mondo possibile. E non ultimo, ottimo lettore, quasi istintivo, dei bisogni e dei desideri di chi lo elegge. Senza sovrastrutture o acchiappa baci. 

Nell’immagine: Cetto c’è. Senzadubbiamente


Se ci manca la parola

In Svizzera, è sentimento comune, la politica deve basarsi sul volontariato. Ma è davvero così? In realtà il prezzo sta crescendo e non tutti se lo possono permettere 

“I mezzi di comunicazione concorrono all’omologazione sociale, modificano il nostro modo di fare esperienza non più in contatto col mondo, ma con la rappresentazione mediatica del mondo” scrive Umberto Galimberti nel suo recente saggio ‘L’etica del viandante’. Vale soprattutto oggi che la comunicazione è divenuta qualcosa di impalpabile, vago, leggero e fluttuante come l’acqua che scorre e non è mai la stessa. La comunicazione omologa soprattutto perché istiga alla pigrizia, alla definizione scontata, acquisita. Insindacabile. Così che le “cose” non hanno più un nome, ma tante definizioni tutte vere salvo il contrario.

L’esempio è sotto i nostri occhi tutti i giorni. Lo scorso 23 gennaio, giusto per concretizzare il concetto, ‘la Regione’ pubblica una pagina redazionale a pagamento della Camera di commercio, che già la cosa in sé potrebbe essere oggetto di una riflessione a parte (la verità ha un prezzo?), ma non è questo il tema che qui mi interessa. Si parla di fiscalità e delle buone ragioni a difesa degli “sgravi” fiscali per i contribuenti più benestanti (con oltre 500mila franchi annui di imponibile). Le virgolette a sgravi hanno un senso che dirò più avanti.

Orbene, nel testo in questione si può leggere la seguente premessa: “visione dottrinale (quella degli oppositori ai sopraccitati sgravi, mia nota) che vede nel fisco solo un’arma per espropriare la ricchezza e intimidire chi la produce”. Complimenti sinceri all’anonimo redattore! Un esempio bellissimo di mistificazione semantica, che utilizzando parole adatte allo scopo (difendere la propria causa) ci spinge a considerare scontato ciò che scontato non è.

Vediamolo assieme. S’inizia col considerare gli oppositori sacerdoti di una dottrina e dunque dogmatici, chiusi nel loro mondo (“visione dottrinale”). E si prosegue utilizzando termini guerrafondai (arma) e giacobini (espropriare, vale a dire portare via d’imperio ciò che non ti appartiene). Gli oppositori alla “riduzione del dovuto” – così si dovrebbero definire le proposte in questione e non “sgravi”, definizione che equipara le tasse, le imposte, a un “aggravio” – vorrebbero appropriarsi di una ricchezza d’altri e, peggio, intimidire chi la produce. In quest’ultimo passaggio, mi sia permesso, l’alterazione semantica fa un vero salto mortale. Non solo si dipingono gli avversari come brutali cosacchi pronti allo stupro dei ricchi, si spaccia anche per assodata una presunta verità sulla ricchezza.

Già, la fantomatica “produzione della ricchezza” usata come totem del capitalismo compassionevole. Orbene, la ricchezza è davvero solo figlia dell’impegno, della volontà e delle capacità del singolo imprenditore che ci mette il denaro (magari ricevuto in prestito da una banca), del singolo proprietario di una catena commerciale o di un qualsiasi azionista? O piuttosto la ricchezza è generata da un insieme di fatiche e di intelligenze che collaborano fra di loro, nei rispettivi compiti, dopo aver stabilito un patto di collaborazione (contratto di lavoro)? Il prodotto finale – la fonte di benessere – non è forse figlio di una comunità produttrice che vive in un dato e voluto contesto geopolitico?

E allora chi espropria cosa e chi intimidisce chi? La verità casomai è un’altra. Tanti, per non dire quasi tutti (oggi poi con l’uso spasmodico degli smartphone!), producono ricchezza; è piuttosto la ridistribuzione della stessa che fa difetto. Dati recenti, pubblicati in Italia, ci dicono che l’1% della popolazione di quel paese possiede il 25% della ricchezza nazionale. C’è da credere che dalle nostre parti non sia molto diverso.

In verità si dovrebbe aumentare l’imposizione fiscale ai contribuenti in questione (quelli, lo ricordiamo, con imponibile oltre i 500mila franchi annui) perché decisamente troppo ricchi rispetto ai “colleghi” che producono, con ruoli diversi, la ricchezza generata in Ticino. È a costoro, e non ai dipendenti dell’amministrazione cantonale, che si dovrebbe chiedere un contributo di solidarietà in tempi decisamente difficili per la maggioranza dei ticinesi. Ricchi, va ricordato, che si sono ancora più arricchiti quando tutti gli altri erano alle strette, ovvero durante la pandemia del 2020/23, e costretti – ma guarda un po’! – a ricorrere al sostegno statale.

Si dovrebbe tornare a dare un nome corretto alle cose, riportando l’esperienza al centro della nostra riflessione, fuori dalla rappresentazione mediatica e autoreferenziale dei social, ma anche dei luoghi comuni, scontati e vuoti. Chicca finale, sempre estratta dall’articolo della Camera di commercio. A un certo punto si precisa che meno tasse ai ricchi significa “modernizzare il nostro sistema tributario (…) che risale a mezzo secolo fa”. Un esempio tangibile di come il moderno non sia sempre sinonimo di progresso. Il sistema tributario in questione, voluto progressivo con molta lungimiranza, è quanto di più democratico e moderno si possa immaginare e non a caso è stato introdotto mezzo secolo fa, quando anche i conservatori credevano nello Stato. Stai a vedere che alla Camera di commercio piace assai di più la ‘tassa piatta’, quella uguale per tutti. Avete presente i premi delle casse malati? Mille franchi al mese per i ricchi e per i poveri, perché tutti si ammalano allo stesso modo. Poi magari, in un’altra occasione, si potrebbe precisare che anche quest’ultima affermazione non è corretta e il Covid ce l’ha dimostrato.

Le finanze dello Stato? Torniamo a ridefinire il pane col pane e il vino col vino, sarebbe già un buon inizio.

Nell’immagine: specchi deformanti per bambini