Nove minuti che hanno cambiato l’America

Lo storico verdetto contro l'ex agente che ha ucciso George Floyd e il futuro dell'antirazzismo in America 

Guilty, colpevole. Una parola scandita per tre volte dentro l’aula del tribunale di Minneapolis, come tre erano i capi di imputazione nei confronti dell’ex agente di polizia Derek Chauvin, giudicato responsabile della morte di George Floyd: omicidio colposo, omicidio involontario di secondo grado e omicidio di terzo grado. Tra otto settimane il giudice stabilirà la sua pena, con Chauvin che rischia fino a 40 anni di carcere.

40 anni di prigione per quegli 8 minuti e 46 secondi con il ginocchio premuto sul collo di Floyd che hanno indignato, risvegliato e forse cambiato l’America. Forse, perché la sentenza di colpevolezza non elimina certo le discriminazioni razziali e il razzismo sistemico negli Stati Uniti – presenti in ogni ambito della società, dalla brutalità della polizia all’accesso a cure sanitarie.

Ma il verdetto di Minneapolis rappresenta comunque un “passo gigante” verso la giustizia per tutti, come ha detto il presidente Joe Biden rivolgendosi alla nazione in diretta televisiva, perché interrompe il vergognoso ciclo dell’omertà e dell’impunità: dal 2005, secondo una statistica tenuta da Vox, soltanto sette agenti di polizia sono stati incriminati e condannati per omicidio, e questo benché ogni anno centinaia di persone perdano la vita per l’uso eccessivo della forza da parte degli agenti. Il messaggio è chiaro: donne e uomini in uniforme non sono al di sopra della legge.

La condanna di Chauvin, per nulla scontata malgrado il video straziante che inchioda l’ex agente, è importante anche per un altro motivo: di fronte all’inaccettabile gratuità della violenza – George Floyd era disarmato e aveva comprato un pacchetto di sigarette con una banconota da 20 dollari falsa – per la prima volta le istituzioni si sono schierate dalla parte della vittima. E questo è stato evidente soprattutto con l’elezione di Joe Biden e di Kamala Harris: se l’anno scorso Donald Trump aveva bollato i manifestanti Black Lives Matter come “estremisti” e minacciato di dispiegare la guardia nazionale, il nuovo inquilino della Casa Bianca ha denunciato il razzismo sistemico come una “macchia sull’anima dell’America”.

Di una cosa gli attivisti per i diritti civili sono però concordi: il verdetto di colpevolezza contro Chauvin non deve costituire un punto di arrivo, bensì offrire l’occasione per un nuovo inizio nel lungo e tortuoso percorso verso una società davvero post-razziale. E che la strada sia tutta in salita lo dimostra l’ennesima tragica coincidenza: mentre a Minneapolis il giudice leggeva la sentenza, in Ohio una quindicenne afroamericana veniva uccisa da un agente di polizia bianco.

Rest in peace, George Floyd, riposa in pace: forse non hai cambiato l’America, ma almeno ne hai risvegliato la coscienza.

Andrea Vosti è giornalista e autore di “America First. Cronaca, storie e aneddoti di un paese in crisi di identità”, Armando Dadò editore


Biden e il mal d’armi

Lo storico verdetto contro l'ex agente che ha ucciso George Floyd e il futuro dell'antirazzismo in America 

«La violenza delle armi da fuoco è un’epidemia. E un imbarazzo per l’America a livello internazionale». Joe Biden non ha usato giri di parole per esprimere la sua indignazione di fronte alle ennesime stragi con armi da fuoco che hanno insanguinato gli Stati Uniti: dieci stragi di massa dall’inizio dell’anno, le più gravi quelle di Atlanta, Georgia (8 vittime) e di Boulder, Colorado, dove i morti sono stati dieci, nel parcheggio e all’interno del supermercato della catena King Soopers.

«Non possiamo aspettare un altro minuto per agire» aveva detto il presidente statunitense dopo la sparatoria in Colorado, reiterando il suo appello al congresso – cui spetta secondo la costituzione il mandato di legiferare in materia – affinché facesse qualcosa per fermare la proliferazione delle armi, istituire background check universali e mettere al bando i fucili d’assalto. Inutilmente. Con la maggioranza democratica al senato appesa al filo del voto – inevitabilmente spesso decisivo – della vice Kamala Harris basta una sola defezione perché la Casa Bianca si ritrovi con le armi spuntate… Anche perché il tema delle armi da fuoco è argomento sensibile (e tabù) pure per molti elettori democratici delle regioni più povere e selvagge come la West Virginia. Ecco allora che proprio un singolo senatore democratico di uno degli stati più poveri d’America, Joe Manchin, riesce a tenere Biden in ostaggio e a impedire di affrontare la violenza delle armi da fuoco in maniera più muscolare e con una riforma legislativa. Neppure il partito democratico è immune al potere pervasivo della lobby delle armi, 5 milioni di affiliati ma un potere politico immensamente più grande.

E così al neo presidente – che, va detto, cavalca l’onda di un forte consenso popolare grazie al successo di una campagna vaccinale che ha già somministrato la prima dose di vaccino anti-Covid a un terzo della popolazione – non è rimasta altra via che ricorrere all’identico strumento a cui aveva dovuto fare ricorso Barack Obama dopo altre stragi di massa del passato recente: una serie di ordini esecutivi. Nello specifico, per fermare la proliferazione delle cosiddette armi fantasma, auto-assemblate, prive di numero di serie e che sfuggono pertanto al tracciamento, e degli stabilizzatori, dispositivi – come quello utilizzato nella strage di Boulder – che trasformano di fatto una pistola in un fucile a canna mozza, aumentando la precisione del tiro. Oltre a una serie di altre misure, come la Red Flag Laws, che permetterebbero alla polizia o ai famigliari di una persona con disturbi psichici di chiedere a un giudice la sospensione temporanea del secondo emendamento della costituzione, che garantisce a ogni cittadina e ogni cittadino il diritto di possedere un’arma.

Misure tutto sommato timide, se confrontate alle promesse di campagna elettorale, piccoli passi nella giusta direzione ma che evidenziano ancora una volta uno dei paradossi della superpotenza: il commander in chief plenipotenziario può ordinare un attacco militare contro un obbiettivo straniero, ma non riesce – pur avendo un congresso tutto dalla sua parte – a far passare neppure una ragionevole, moderata riforma sulle armi e a mettere al bando i fucili d’assalto, usati in tutte le più gravi stragi di massa degli ultimi decenni.

Andrea Vosti è autore di “America First”, Armando Dadò editore


Le prime mosse di Biden

Lo storico verdetto contro l'ex agente che ha ucciso George Floyd e il futuro dell'antirazzismo in America 

Vladimir Putin è un assassino. I comportamenti della Cina costituiscono una “minaccia globale”. Il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman – secondo un rapporto della CIA declassificato su ordine del presidente – è il mandante dell’omicidio di Jamal Kashoggi e un interlocutore sgradito.

Chi pensava che nei suoi primi cento giorni alla Casa Bianca il vecchio Joe Biden si sarebbe mosso in politica estera con i guanti di velluto è stato decisamente smentito. Le relazioni con la Cina di Xi Jinping da fredde sono diventate glaciali, a dimostrazione della rissa verbale – oltretutto sotto l’occhio delle telecamere – andata in scena all’inizio del primo incontro bilaterale di Anchorage tra i rispettivi capi della diplomazia. Con Anthony Blinken a denunciare le violazioni dei diritti umani nello Xinjiang, in Tibet e a Hong Kong, e con la delegazione cinese a rinfacciare agli americani il razzismo sistemico negli Stati Uniti. Diplomazia da Far West insomma, alla faccia del protocollo e della prudenza, che si innestano sulla guerra commerciale e tecnologica avviata da Donald Trump. Il confronto tra le due superpotenze economiche si preannuncia molto duro.

Con Putin il presidente statunitense si è spinto addirittura oltre. Rispondendo a una domanda del giornalista di ABC George Stephanopoulos che gli chiedeva se Putin fosse un killer, Biden ha annuito, prima di proferire – con sconcertante candore – un convinto “yes, I do”. Certo, l’inquilino della Casa Bianca ha voluto indicare una netta inversione di rotta rispetto alla compiacenza (per alcuni sudditanza) di Trump verso lo zar del Cremlino, ma sono in molti a chiedersi l’utilità pratica di un simile attacco. Soprattutto quando in ballo c’è il rinnovo del trattato New Start sulla non proliferazione nucleare. Senza dimenticare che Putin resta un interlocutore indispensabile su numerosi fronti dello scacchiere internazionale, come in Medio Oriente.

E proprio in Medio Oriente la nuova amministrazione americana ha impresso la svolta più clamorosa e forse più avventata: dapprima con l’annuncio dello stop al sostegno bellico all’Arabia Saudita in Yemen; quindi con il raid punitivo contro due basi utilizzate da miliziani filo-iraniani in Siria; infine con l’ordine di togliere i sigilli al rapporto della CIA sull’omicidio Khashoggi che inchioda il principe bin Salman, erede al trono saudita e di fatto reggente plenipotenziario del principale alleato arabo di Washington nella regione. Non proprio il modo più pragmatico per conseguire due obiettivi dichiarati della presidenza Biden: contenere l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e riportare Teheran al tavolo dei negoziati sul suo programma nucleare.

Insomma, il trionfalistico “America is back!” con il quale Biden aveva voluto consegnare ai libri di storia la parentesi Donald Trump sembra per ora prendere forma nel ritorno del multilateralismo e dell’attenzione per il clima e per i diritti umani, con gli alleati di Washington – dall’Europa al Giappone – che tirano un sospiro di sollievo dopo quattro anni di imprevedibilità firmata America First. Per il resto, le prime mosse del nuovo presidente sembrano essere in linea con il tradizionale interventismo americano, in cui la forza militare e il pugno duro vengono giustificati – e talvolta impiegati – come surrogati della diplomazia.

Andrea Vosti è autore di “America First”, Armando Dadò editore


Donald riparte dal Rabadan

Lo storico verdetto contro l'ex agente che ha ucciso George Floyd e il futuro dell'antirazzismo in America 

Ci eravamo quasi dimenticati di Donald Trump. Per sette settimane – complice il bando post assalto a Capitol Hill di Twitter, Facebook, YouTube e Instagram – il risveglio di migliaia di giornalisti (e non solo giornalisti: anche politici, capi di stato, ministri e qualche consigliere federale) è stato graziato dal controllo, che era diventato degenere e compulsivo, dell’account twitter @realDonaldTrump. E, devo confessarlo, passare qualche settimana senza gli strali/cinguettii mattinieri dell’ex commander in chief è stato riposante, quasi rassicurante. Un mondo senza Donald Trump può esistere. Dovrebbe esistere. E in tutta franchezza i suoi tweets non ci sono mancati. Al contrario.

Ma adesso Trump è tornato. E per farlo ha scelto la platea più accondiscendente e scodinzolante che possa esistere: la conferenza CPAC, una sorta di Rabadan dei conservatori più conservatori d’America. E non ho scelto un paragone carnascialesco per il gusto di essere irriverente, la CPAC l’ho seguita per sei anni ed è davvero un carnevale, gioioso e giocoso fino a un certo punto, della destra americana. Cow-boys dell’America profonda, tele-predicatori evangelici, bionde ossigenate delle Women for Trump, qualche deputato nostalgico del Tea Party, gli immancabili crociati del secondo emendamento, quello che sancisce il diritto universale di portare un’arma da fuoco, senza condizioni o restrizioni. Fino all’anno scorso il ritrovo si svolgeva in Maryland, in un centro congressi sulle rive del Potomac, a pochi chilometri da Washington Dc. Questa volta, causa covid-19 e per compiacere l’ex presidente in congedo sabbatico a Mar-a-Lago, l’incontro ha avuto luogo a Orlando, Florida.

«Non formerò un nuovo partito» ha rassicurato la platea Donald Trump. Anche perché provocare uno scisma dentro il partito repubblicano significherebbe – nel sistema storicamente bi-partitico statunitense – decretare la condanna a morte del GOP e vanificare ogni speranza di vittoria nei prossimi giri elettorali. E le elezioni di midterm – con in gioco l’intera camera dei deputati e un terzo del senato – sono ormai dietro l’angolo.

Ma la notizia, per la democrazia americana, non ha nulla di rassicurante. Perché esprime e riflette il desiderio dell’ex presidente di continuare a svolgere il ruolo del kingmaker dentro un partito che per quattro anni si è lasciato prendere in ostaggio da Trump e che ora – del tutto disorientato – non sa bene che strada intraprendere. A breve termine, i repubblicani dipenderanno ancora da The Donald e dalla sua presa sulla basa dell’elettorato. Un elettorato che continua a credere alla sua menzogna dell’elezione rubata e che continua e continuerà a ritenere Joe Biden un presidente illegittimo. D’altro canto, tutti i big repubblicani sanno benissimo che a medio-lungo termine il cordone ombelicale che lega il partito all’ex presidente può soltanto lasciare scorie tossiche e infettare, in termini elettorali, le possibilità del partito di rinnovarsi e ritornare competitivo al di là del pericoloso culto della personalità di Trump.

Insomma, un bel grattacapo. E in mezzo a tutto questo c’è il nuovo presidente, Joe Biden. Che se da una parte ha ottenuto un eccellente risultato con l’incedere spedito della campagna di vaccinazione – 50 milioni di cittadini hanno ricevuto la prima dose in appena 37 giorni di presidenza, in anticipo sulla tabella di marcia – dall’altra inizia a sentire il logorio dello studio ovale, con i lembi della giacca presidenziale strattonati dalla sinistra che chiede più rappresentatività e dalla complessità delle sfide geo-politiche. Fare il duro con Xi Jinping è la strategia giusta? Auspicare un ritorno di Teheran al tavolo negoziale sul nucleare e poi bombardare una presunta base operativa iraniana in Siria è la mossa più sensata? E di fronte al colpo di stato in Myanmar e alla sanguinaria repressione dei civili, che fine faranno i tanto sbandierati diritti umani?

Per ora, Biden si gode l’abbraccio degli alleati e il sollievo per il ritorno dell’America all’atlantismo e al multilateralismo, concetti che Trump aveva sdoganato come obsoleti. Gli americani si aspettano il passaggio al Congresso del pacchetto di rilancio anti-Covid da 1900 miliardi di dollari. La prima emergenza, per il nuovo presidente, si trova dentro i confini americani. Ed è già una bella sfida. Il mondo, in fin dei conti, ha pazientato quattro anni. Di certo può attendere ancora un po’.