In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati
Ingessare la neutralità nella Costituzione per trasformarla in un dogma intoccabile. È questo l’obiettivo degli alabardieri dell’Udc che avanzano con l’alabarda in resta: escludere ogni sostegno, ogni sanzione, ogni presa di posizione. Vogliono imporci l’egoismo nazionale come regola aurea. Io dico no. Voto no a questa caricatura della buona politica. La neutralità è legittima solo finché non calpesta la dignità umana e il diritto internazionale. Oltre quel confine, la presunta imparzialità si svela per quello che è: pura indifferenza. E l’indifferenza, di fronte al sopruso, è complicità.
La favola della neutralità “immutabile” è una clamorosa distorsione della storia: la nostra tradizione non è mai stata un fossile immobile, ma si è sempre adattata ai tempi, dalla Società delle Nazioni all’Onu. La neutralità non è una pietra tombale, ma uno strumento dinamico che l’esecutivo deve poter modulare di fronte ai mutamenti delle contingenze. E l’articolo 54 della nostra Costituzione parla chiaro: la politica estera deve promuovere la democrazia e i diritti umani, non servire da pretesto per il disimpegno e per voltarsi dall’altra parte. Troppe volte, in questi ultimi tempi la Svizzera l’ha fatto, e non è il caso di insistere. Io seguo quanto disse nel 1986 lo scrittore e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace, Elie Wiesel: “Dobbiamo sempre prendere posizione. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il tormentatore, mai il tormentato”. E quando le vite umane sono in pericolo, “i confini nazionali e le sensibilità diventano irrilevanti”.
Lo Stato democratico non può abdicare ai propri principi. Eppure assistiamo a un cortocircuito osceno: gli stessi che pretendono il diritto alla difesa armata del nostro Paese e invocano (…) (…) il soccorso altrui in caso di pericolo, negano ogni sostegno all’Ucraina invasa e privilegiano un silenzio di comodo sui massacri a Gaza e in altre parti del mondo. In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Rifiutare le sanzioni, isolarsi e lavarsene le mani non ci rende super partes: ci rende moralmente e strategicamente parassiti della sicurezza altrui. L’alibi dell’isolamento felice trasuda ipocrisia e opportunismo contabile. Che credibilità può avere un Paese che, in nome dei “buoni uffici”, si estranea dal mondo e rinuncia a denunciare le violazioni del diritto? Chi rinuncia al giudizio etico non è un mediatore: è semplicemente il notaio del più forte.
La nostra vera identità non è la fortezza muta e pavida. È la tradizione umanitaria di Ginevra, è l’eredità di Henri Dunant. La neutralità autentica non è disimpegno, ma attivo impegno. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati. Votare no significa respingere la falsificazione della storia, difendere la Costituzione e salvare la nostra autorità morale. Un Paese che tace per convenienza non è neutrale: è soltanto irrilevante.
Nell’immagine: soli al mondo (illustrazione da Republik.ch)