Io dico no

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

Ingessare la neutralità nella Costituzione per trasformarla in un dogma intoccabile. È questo l’obiettivo degli alabardieri dell’Udc che avanzano con l’alabarda in resta: escludere ogni sostegno, ogni sanzione, ogni presa di posizione. Vogliono imporci l’egoismo nazionale come regola aurea. Io dico no. Voto no a questa caricatura della buona politica. La neutralità è legittima solo finché non calpesta la dignità umana e il diritto internazionale. Oltre quel confine, la presunta imparzialità si svela per quello che è: pura indifferenza. E l’indifferenza, di fronte al sopruso, è complicità.

La favola della neutralità “immutabile” è una clamorosa distorsione della storia: la nostra tradizione non è mai stata un fossile immobile, ma si è sempre adattata ai tempi, dalla Società delle Nazioni all’Onu. La neutralità non è una pietra tombale, ma uno strumento dinamico che l’esecutivo deve poter modulare di fronte ai mutamenti delle contingenze. E l’articolo 54 della nostra Costituzione parla chiaro: la politica estera deve promuovere la democrazia e i diritti umani, non servire da pretesto per il disimpegno e per voltarsi dall’altra parte. Troppe volte, in questi ultimi tempi la Svizzera l’ha fatto, e non è il caso di insistere. Io seguo quanto disse nel 1986 lo scrittore e attivista per i diritti umani, premio Nobel per la pace, Elie Wiesel: “Dobbiamo sempre prendere posizione. La neutralità aiuta l’oppressore, mai la vittima. Il silenzio incoraggia il tormentatore, mai il tormentato”. E quando le vite umane sono in pericolo, “i confini nazionali e le sensibilità diventano irrilevanti”.

Lo Stato democratico non può abdicare ai propri principi. Eppure assistiamo a un cortocircuito osceno: gli stessi che pretendono il diritto alla difesa armata del nostro Paese e invocano (…) (…) il soccorso altrui in caso di pericolo, negano ogni sostegno all’Ucraina invasa e privilegiano un silenzio di comodo sui massacri a Gaza e in altre parti del mondo. In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Rifiutare le sanzioni, isolarsi e lavarsene le mani non ci rende super partes: ci rende moralmente e strategicamente parassiti della sicurezza altrui. L’alibi dell’isolamento felice trasuda ipocrisia e opportunismo contabile. Che credibilità può avere un Paese che, in nome dei “buoni uffici”, si estranea dal mondo e rinuncia a denunciare le violazioni del diritto? Chi rinuncia al giudizio etico non è un mediatore: è semplicemente il notaio del più forte.

La nostra vera identità non è la fortezza muta e pavida. È la tradizione umanitaria di Ginevra, è l’eredità di Henri Dunant. La neutralità autentica non è disimpegno, ma attivo impegno. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati. Votare no significa respingere la falsificazione della storia, difendere la Costituzione e salvare la nostra autorità morale. Un Paese che tace per convenienza non è neutrale: è soltanto irrilevante.

Nell’immagine: soli al mondo (illustrazione da Republik.ch)


Il tri­ste spet­ta­colo

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

Scri­vevo più di dieci anni fa che l’inde­cenza aveva toc­cato il fondo e il con­cetto di etica non faceva più parte del discorso poli­tico. Mi sba­gliavo: in que­sti anni siamo andati ancora più in là.

Al discre­dito isti­tu­zio­nale ha dato il suo con­tri­buto pure la magi­stra­tura. Se la fidu­cia dei cit­ta­dini nei gover­nanti si fonda non solo sull’effi­cienza delle leggi, ma anche sul pre­sup­po­sto che chi gesti­sce la cosa pub­blica lo fac­cia per il bene comune e con inte­grità morale, siamo messi piut­to­sto male.

Molte Costi­tu­zioni euro­pee insi­stono su clau­sole eti­che come dignità, decoro e onore per defi­nire i com­por­ta­menti di chi governa. La Costi­tu­zione sviz­zera – dove pre­vale il prag­ma­ti­smo elve­tico – pre­fe­ri­sce affi­darsi ai prin­cipi di lega­lità e tra­spa­renza per garan­tire il buon governo. Ma, a ben vedere, anche da noi il freno etico e il prin­ci­pio di lega­lità non sono par­ti­co­lar­mente effi­caci. In que­sti anni si sono affa­stel­lati vari scan­dali e altri se ne aggiun­gono con­ti­nua­mente: c’è solo l’imba­razzo della scelta.

Senza entrare nel merito dei sin­goli casi, la con­clu­sione è evi­dente: la nostra classe gover­nante è pale­se­mente ina­de­guata. Il bosco poli­tico ci offre tanti fasti­diosi cespu­gli che osta­co­lano il cam­mino, men­tre le piante d’alto fusto sono sem­pre meno.

La poli­tica ruspante, con enco­mia­bile costanza, è riu­scita a met­tere in evi­denza uno dei punti cri­tici della demo­cra­zia: per sua natura essa pri­vi­le­gia il numero e non il merito, la quan­tità e non la qua­lità. Non pre­sume, cioè, che la mag­gio­ranza che governa sia com­pe­tente e intel­li­gente, poi­ché dà a tutti lo stesso peso poli­tico. C’è quindi il rischio che gli imbe­cilli arri­vino in cima: in genere l’imbe­cille non eccelle per com­pe­tenza, ma nel con­qui­stare popo­la­rità e con­senso attra­verso la dema­go­gia.

Il guaio è quando si comin­cia a con­fon­dere la popo­la­rità con la com­pe­tenza: una sosti­tu­zione in corso un po’ ovun­que. È la con­ferma della legge del finan­ziere Tho­mas Gre­sham (1519-1579), appli­cata alla poli­tica: quando un sistema pre­mia com­por­ta­menti di bassa qua­lità, que­sti ten­dono a scac­ciare e sosti­tuire quelli di qua­lità migliore. La grave crisi isti­tu­zio­nale che stiamo vivendo ne è la riprova. Quando nei par­titi la fedeltà conta più del merito e la con­ve­nienza più dell’etica, la medio­crità non è un inci­dente di per­corso, ma il pro­dotto natu­rale del sistema, che fini­sce per allon­ta­nare le per­sone migliori. Il pano­rama del nostro mondo poli­tico – costel­lato oggi da inde­cenze di varia natura e da arroc­chi e accroc­chi che celano il fal­li­mento poli­tico degli arte­fici, coperto dal silen­zio di un Ese­cu­tivo pavido e incon­clu­dente – ci con­ferma che stiamo dav­vero toc­cando il fondo.

I par­titi ser­vono ancora? Sì, ma non que­sti. Nono­stante le ricor­renti pro­messe di reden­zione (“vol­tar pagina”, si usa dire), l’orche­stra è sem­pre quella e la musica sto­nata. I par­titi nove­cen­te­schi se ne sono andati per sem­pre: erano pieni di difetti (il clien­te­li­smo e la lot­tiz­za­zione con­di­zio­na­vano la vita di tutti), ma ave­vano idee, rap­pre­sen­ta­vano le aspet­ta­tive della società e pro­po­ne­vano visioni, sapendo tra­sfor­mare i biso­gni col­let­tivi in rispo­ste con­crete.

Oggi i par­titi sono corpi estra­nei alla società, impe­gnati uni­ca­mente a gestire le risorse dello Stato. Da luo­ghi di ela­bo­ra­zione cul­tu­rale e rap­pre­sen­tanza, sono diven­tati appa­rati di potere e mac­chine del con­senso. Inca­paci di auto­ri­for­marsi, par­lano solo fra di loro e i cit­ta­dini restano fuori, spet­ta­tori chia­mati a rac­colta solo per le sca­denze elet­to­rali. Sono privi di ampie pro­spet­tive per­ché “il futuro non vota”, e chi guarda al futuro richiede sacri­fici al pre­sente che invece vota.

In sin­tesi: siamo di fronte a una deva­stante crisi di rap­pre­sen­tanza. Un gran numero di cit­ta­dini non si sente più rap­pre­sen­tato e, allo stesso tempo, i par­titi non sono più in grado di inter­pre­tare le esi­genze della società nel suo com­plesso. Se i vec­chi par­titi rap­pre­sen­ta­vano la società, quelli odierni cer­cano il con­senso mobi­li­tan­dola con­tro qual­cuno. La pola­riz­za­zione ne è la logica con­se­guenza: non conta più per cosa si è, ma con­tro chi si è. In mezzo ci si arra­batta, né carne né pesce. E il tri­ste spet­ta­colo con­ti­nua.

Scritto per laRegione


Disumanizzazione preventiva

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

Guardo quel che succede nel mondo e mi convinco che se l’intelligenza umana si riflette nelle sue azioni, beh… comincia a scarseggiare, mentre stupidità, egoismi nazionali e dispregio dei diritti vanno alla grande.

Quel che vedo mi ricorda quel che dice Arturo Pérez-Reverte in un suo romanzo: «La morte collettiva è più tranquillizzante della morte individuale. Nelle grandi stragi, l’orrore si diluisce e diventa anonimo. Perfino i volti finiscono per essere uguali». È la rappresentazione della cattiva coscienza contemporanea, l’anestesia morale dell’abitudine. Moltiplicato per mille, il dolore del singolo perde il suo volto e diventa statistica. La sofferenza si riduce a rumore di fondo, mentre l’assuefazione si fa stadio supremo della disumanizzazione. La perdita di umanità è il vero dramma del nostro tempo. È la misura della nostra decadenza etica.

Nelle stragi del Mediterraneo o tra le macerie del genocidio a Gaza, l’orrore condiviso annulla la singolarità del dramma.
Guardiamo la massa che preme ai reticolati di Ceuta, ma non scorgiamo la disperazione umana, la donna accasciata o il bambino che piange. Vediamo numeri, non persone. È la disumanizzazione preventiva, indispensabile per tollerare l’intollerabile. La parola clandestino viene distillata nel discorso pubblico per inoculare paura, evocare minacce e oscurare volti. L’umanità in fuga diventa “umanità eccedente”, quella da scartare, per dirla con Papa Francesco in Fratelli tutti, un appello oggi inascoltato. Anche Papa Leone ha parole di fuoco contro la disumanizzazione della politica, ma trova scarsissimo ascolto.

In questo vuoto etico attecchisce il virus del sovranismo. Ha ragione Massimo Giannini, editorialista de la Repubblica: l’idea di Nazione si è trasformata in uno strumento per seminare odio, un totem identitario da scagliare contro lo straniero. È la miseria politica dei patrioti al comando: uno Stato contro l’altro, un confine morale contro il vicino. Quando i diritti cessano di essere universali e si legano alla cittadinanza o alla forza, il diritto scade a privilegio. E il privilegio esige muri. È così che si sta uccidendo l’Europa.

Al cospetto di questa follia identitaria, la realtà è più semplice: la vita è un incrocio di culture, un’identità fatta di stratificazioni e migrazioni. Possiamo e dobbiamo accogliere senza perdere chi siamo, perché l’accoglienza non distrugge la nostra società, ma la rende più umana. Eppure l’Europa fa l’opposto: cede alla paura, riapre la porta ai vecchi nazionalismi e rischia di finire in balìa delle destre più sguaiate.

I migranti sono gli invisibili che mettono a nudo questo devastante sbandamento. Con la loro presenza, rendono esplicite le diseguaglianze abissali della globalizzazione: economiche, sociali, politiche e ambientali. Sono lo specchio sgradito della nostra cattiva coscienza. È qui che si salda l’ideologia della nuova destra: trasforma la solidarietà in reato. Oggi, chiunque provi ad umanizzare questi corpi estranei, i migranti, e rivendichi il diritto di movimento per una vita dignitosa viene bollato come un pericoloso sovversivo. La pietà diventa una colpa, il diritto internazionale un intralcio.

In questo clima si consuma l’erosione della democrazia. La sua forza non sta nel conformismo imposto né nella pace garantita dalla paura, ma nella capacità di governare la complessità attraverso il cozzare pacifico delle idee. Quando le destre sostituiscono il dibattito con il culto del confine, la democrazia perde la sua linfa vitale.

I prossimi appuntamenti elettorali in Europa saranno un banco di prova decisivo per il nostro futuro. Ci diranno se l’Europa troverà il coraggio di difendere i propri valori fondativi o se scivolerà definitivamente nell’oscurantismo sovranista che, come insegna la memoria, non è mai stato paladino della pacifica convivenza. Potremo allora capire se queste righe sono dettate da un eccesso di pessimismo o da una cruda, inevitabile visione della realtà. Ma una cosa appare fin d’ora chiarissima: la disumanizzazione dell’altro finisce sempre per disumanizzare chi la pratica o la tollera. Se l’indifferenza continuerà a vincere, la prima vera vittima della caduta saremo noi.

Nell’immagine: Andy Alcala, “Face paintings” (2011)


Il crepuscolo della decenza

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

Il sospetto l’ho sempre avuto. Oggi ne ho la conferma. Non è un eccesso di pessimismo: stiamo andando dritti verso il peggio della politica. Quella che continuiamo a chiamare democrazia sta diventando qualcos’altro. Forse il suo esatto contrario.

Non ho mai avuto dubbi: la democrazia liberale è il miglior sistema che l’uomo abbia saputo inventare. È l’unico che pone a fondamento irrinunciabile il rispetto della dignità di ogni persona. È il solo che consente di mandare a casa gli incapaci e gli indegni senza ricorrere alla violenza. Pone limiti invalicabili a chi esercita il potere.

Questa è la democrazia ideale. La democrazia reale è tutt’altra cosa. Cammina sulle gambe degli uomini. È piena di difetti, di ipocrisie e di promesse mancate. Il suo unico dovere imperativo è autocorreggersi strada facendo e rimanere fedele ai principi su cui si regge. L’ha fatto per decenni. Oggi non più. Sta subendo un’inquietante mutazione genetica.

Aumenta la disuguaglianza. Cresce l’ingiustizia sociale. La dignità delle persone non è più una priorità dell’agenda pubblica. I valori vincenti oggi sono ben altri: arroganza, prepotenza, ignoranza, denigrazione pubblica dell’avversario. Un becero nazionalismo — con le alabarde sottobraccio contrabbandate per sano patriottismo — e una spudorata, costante semplificazione demagogica.

I limiti del potere non vengono più accettati. Vale la  legge del più forte o del più furbo. È svanito l’ingrediente  di ogni democrazia funzionante: la critica franca, dura, ma rispettosa. Non ci sono più avversari politici con cui confrontarsi, ma solo tifoserie contrapposte. I partiti, salvo rare eccezioni, non cercano più il bene comune; inseguono unicamente il convenevole di parte e la sopravvivenza della propria nomenklatura. E la cittadinanza? Sta a guardare dagli spalti: disillusa, rassegnata, complice o indifferente.

Emerge  in tutta la sua gravità il limite strutturale della democrazia liberale: privilegia il numero rispetto al merito, la quantità rispetto alla qualità. Karl Popper — uno che dell’argomento se ne intendeva — ricordava che lo scopo della democrazia non è garantire il governo dei migliori, ma consentire di cacciare i peggiori senza spargimento di sangue. D’accordo. Ma oggi nemmeno questa garanzia regge più. Le elezioni non sono più un esercizio critico e razionale: sono diventate un ricettacolo di umori cupi e rancori individuali. Premiamo sistematicamente i portavoce del risentimento e gli imprenditori delle paure. Una volta al potere, questi personaggi si rivelano totalmente incapaci di gestire la complessità dei problemi e diventano ancora più miopi di chi li ha votati.

Questa premessa era doverosa per arrivare al nostro Cantone.

Negli ultimi anni il Ticino ha dato un contributo notevole alla degenerazione della vita pubblica. Gli scandali — grandi, medi e piccoli — sono diventati una presenza fissa, quasi sistematica. Non serve  elencarli: basta fare mente locale e si spalanca una casistica sconfortante. Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad arrocchi, accrocchi, commistioni di ogni genere, manovre e piccoli giochi di potere qualificati, con la condiscendenza di un Governo evanescente, come «atti dovuti» per dare efficienza all’azione pubblica. Balle. Sono l’ennesima dimostrazione di incapacità politica dei consueti «culi di pietra», decisi a perpetuare la propria incompetenza e a blindare le proprie posizioni anche per il futuro.

E ora, a ridosso delle scadenze elettorali, assistiamo a una doppia porcheria in un colpo solo: da un lato, una porcheria politica con un amministratore che esterna affermazioni inaudite e del tutto incompatibili con la carica che ricopre.  Dall’altro, una porcheria tattica con un tempismo chirurgico e sospetto nella rivelazione dei fatti. Perché solo ora e non prima? Fatevi una domanda elementare: cui prodest? Chi ne trae vantaggio? Guardate dalla parte giusta e avrete  la risposta.

Non entro nel merito della brutta faccenda, ma pongo una domanda diretta agli amici elettori: non sarebbe ora di far seguire all’indignazione salottiera una vera opera di pulizia? Non è giunto il momento di riattivare quel processo di autocorrezione che come cittadini sembriamo aver colpevolmente dimenticato? Meno pancia, meno emozioni pilotate, più ragione e più etica pubblica.

Georges Simenon fece dire al protagonista di un suo romanzo che «le persone sono tanto più sicure delle proprie idee quante meno nozioni possiedono per supportarle». Teniamolo presente.

Prima di mettere la croce su un simbolo o su un nome, facciamo un’operazione elementare: verifichiamo la competenza, la preparazione e lo spessore morale di chi chiede il nostro voto. E smettiamola  di premiare gli incompetenti per vocazione.

Nell’immagine: dettaglio dalla copertina di un’edizione de “La fattoria degli animali” di George Orwell


Non lasciamoli soli!

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

«In uno Stato di diritto non ci si può scostare dai quadri legali di riferimento». La tesi, espressa dal Ministro degli interni ticinese, ha il sapore amaro del positivismo giuridico più rigido. Può diventare il comodo rifugio dei cinici. Sostenere che il diritto coincida sic et simpliciter con la volontà del potere sovrano non è solo un errore teorico; è una pericolosa scorciatoia che, storicamente, ha giustificato le cose peggiori.

La distinzione, purtroppo, è sfuggita all’analisi ufficiale: non tutto ciò che è legale — ovvero conforme alla norma — può dirsi legittimo. Quando la politica si disumanizza, trasformando esseri umani in oggetti da spostare, gestire o smaltire «a norma di legge», si consuma una spaccatura insanabile tra lo Stato di diritto e la politica.

In questo frangente, mi sono rammentato della formula di Gustav Radbruch (1946). Riassumo: la legge che viola apertamente la dignità umana perde la sua validità morale; il diritto non è un dogma, ma uno strumento al servizio della convivenza civile; se tradisce questo scopo, se calpesta la dignità della persona, decade ogni sua legittimità. Richiamare oggi questa teoria della negazione del «diritto gravemente ingiusto» non è un esercizio accademico, ma un atto di responsabilità civile.    La formula di Radbruch rappresenta il bastione del moderno costituzionalismo democratico: è un’ultima linea di difesa dall’arbitrio che oggi mostra crepe inquietanti.

Il caso di Zelal e Yekta ne è la prova tragica. Due giovani, fratello e sorella, strappati brutalmente al loro percorso di vita – scuola, apprendistato, affetti – e al contesto in cui erano pienamente integrati. Il padre, con la moglie e un figlioletto,  rinviato in Turchia e immediatamente arrestato (perché in Turchia c`è la democrazia! dicono quelli di Berna). Questi fatti non sono la conseguenza di semplici “procedure”: sono la dimostrazione plastica di come un’interpretazione burocratica, fredda e cinica, possa scontrarsi con l’essenza stessa della giustizia. Non è solo questione di norme più o meno conformi allo stato costituzionale, è anche l’interpretazione che può diventare iniqua. Ed è questo il caso.

Il Governo ticinese si trincera dietro l’assenza di competenze decisionali dirette. È l’alibi perfetto. Ma la mancanza di potere tecnico non esime dal dovere morale di una protesta ferma. Lo Stato di diritto è autentico solo se limita i poteri e tutela i diritti di tutti, come sancito dall’Articolo 7 della nostra Costituzione: «La dignità umana deve essere rispettata e protetta».

Trincerarsi dietro il quadro legale vigente per giustificare il trattamento brutale di questi ragazzi non è difendere lo Stato di diritto. È svuotarlo. È uno sfregio ai fondamenti della nostra democrazia.

È tempo che la politica, per una volta,  prenda una posizione chiara e coraggiosa, anche se in Ticino non sembra consuetudine.  Il silenzio — o, peggio, la tiepida condiscendenza — non è neutralità. È la prova che, di fronte alla dignità calpestata, i principi di cui tanto ci fregiamo, traballano pericolosamente.  E la frattura tra le procedure formali e il senso di giustizia dei cittadini diventa, purtroppo, definitiva.

Nell’immagine: Yekta e Zelal al momento della consegna delle 1200 firme in loro sostegno


L’importante è parcheggiare

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Vi ricordate Ennio Flaiano e il suo aforisma? “La situazione politica è grave ma non è seria”.

Siamo lì, sospesi nel ridicolo. Un cantone che cade a pezzi, bilanci che piangono, e quale sarebbe l’emergenza nazionale? I posteggi. Leggo della mozione sottoscritta – riferiscono – da una corposa abbondanza di deputate/i. Un’adunata di anime belle. Protestano fermamente.

Il motivo? I loro parcheggi devono restare lì, incollati al Palazzo, e non emigrare a cinquecento metri di distanza. Improponibile. Inaccettabile. Proporre loro di camminare per cinque minuti? Un attentato alla produttività. Potrebbero perdere l’attimo buono in parlamento.

Fra le ragioni addotte? Varie, anche questa: come si fa a camminare per un lungo tratto? Quindici minuti, dicono loro. Tre minuti e quaranta secondi, replicano i cronometristi scesi in campo. Diciamo cinque minuti, per stare larghi. E poi, il dramma estetico: se non si hanno le scarpe adatte, come facciamo? E se piove e tira il vento? Ma, penso io, siamo sicuri che il problema sia solo la suola delle scarpe? Non è che simile esibizione denoti che a essere decisamente inadatte siano altre parti del corpo? Quelle, per intenderci, collocate all’estremo opposto rispetto ai piedi? La materia grigia sembra scarseggiare, in compenso abbonda quella che poggia sugli scranni.

Una cosa, però, mi rallegra. Io che notoriamente veleggio in un radicalismo di sinistra, fuori tempo massimo e allergico ai recinti di partito, noto che Verdi, socialisti e Mps non hanno sottoscritto la scempiaggine. La cosa mi consola. Smentisce – seppur parzialmente – il generale Antoine-Charles-Louis de Lasalle. Il brillante provocatore napoleonico, di fronte ai suoi cavalieri, sbottò: “Les couillons à gauche!”.

L’aneddoto non specifica che cosa intendesse esattamente, ma la libera interpretazione è d’obbligo. L’attualità sconfessa le malelingue: dimostra, con somma tristezza, che i coglioni sono equamente distribuiti su tutto l’arco costituzionale.

Se vogliamo un tono un pelino più serio, mettiamo a fuoco il punto: questa mozione, che offende il buon senso dei cittadini comuni, non è solo una trovata poco felice. È la prova provata di uno dei limiti strutturali della democrazia: la tirannia del numero sulla qualità. Siamo finiti in una trappola aritmetica. Si privilegia il conteggio dei voti, non il valore delle decisioni. Siamo guidati da una mediocrità orgogliosa. E infatti, gli analisti avvertono: la democrazia è minacciata dalla qualità scadente delle scelte. La politica eccelle nel farsi piccola piccola.

A proposito: i partiti, grandi e piccoli, non si dicono impegnati a recuperare la credibilità e la fiducia degli elettori? È questa la strada? Ecco, direi che col posteggio sotto il sedere la fiducia è letteralmente parcheggiata in doppia fila.

Nell’immagine: fotografia del Gruppo Sciopero per il Clima


Uno spettacolo di disumanità

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Una famiglia smembrata: i genitori e un figlio espulsi, gli altri due lasciati in un limbo di sospensione. Non è la prima volta, la storia tristemente si ripete. Eppure, non avrei mai creduto di dover assistere ancora a simili spettacoli di disumanità.

Mi chiedo come possa una democrazia liberale, fondata sull’Articolo 7 della Costituzione — “la dignità della persona va rispettata e protetta” —, arrivare a tanto. Il tutto tra il gaudio di una certa destra che sbandiera la “tradizione” proprio mentre nega la solidarietà, che della tradizione dovrebbe essere il cuore. Dura lex, sed lex, dicono per liquidare la faccenda. Forse però è il caso di ricordare ai disattenti che legalità non significa necessariamente legittimità. Ad abundantiam: sopra la legge esistono i diritti inalienabili della persona. Se non accettiamo questo principio, allora non chiamiamola democrazia liberale: è un’altra cosa.

È, per citare qualcuno, una delle tante manifestazioni della “banalità del male”. Un male che corrode quotidianamente i fondamenti del diritto e che si nutre di disumanizzazione. Nella testa dei burocrati federali e di certa politica, gli espulsi non sono esseri umani con sentimenti, affetti e paure; sono “casi” da smaltire, pratiche da archiviare, “altri” che non ci riguardano perché nati altrove. È quel processo che trasforma l’uomo in oggetto: i migranti come nuovi schiavi della modernità.

La famiglia curda è stata espulsa perché — ci assicurano — la Turchia è una democrazia e le istituzioni locali li accoglieranno. Ai nostri dignitari federali servirebbe un corso di aggiornamento accelerato: dovrebbero imparare che una democrazia liberale è cosa ben diversa da una democrazia elettorale. La Turchia oggi è una “dittatura soft”, un regime coi guanti di velluto dove il voto serve solo a legittimare chi la libertà vuole soffocarla. In quel paese non pensarla come chi sta in alto porta male.

A suggellare questo clima inquietante arriva la dichiarazione del Direttore del Dipartimento delle Istituzioni. Colui che, nonostante i risultati latitanti, insiste a voler continuare a “servire il bene dei ticinesi”, sembra abbia sentenziato: “La competenza è federale, decidono loro”. Vi ricordate l’episodio evangelico di Ponzio Pilato? Siamo lì, al lavacro delle mani.

C’è solo da sperare che non solo i cittadini di buona volontà, ma in primis proprio questo  governo non chini il capo e scenda in piazza a rivendicare i sacrosanti diritti di Zelal e Yekta. Ne ha la facoltà. Aspettiamo da lui  un sussulto di umana dignità: è il minimo sindacale.

Scritto per laRegione

Nell’immagine: Yekta e Zelal Pokerce in uno dei servizi della RSI


Ridare senso al Bene Comune

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Provo a fuggire dall’oppressione dei “deragliati mentali” che seminano il caos planetario. Cerco refrigerio e qualche sollievo presso gli antichi alla scoperta della buona politica. Mi suggeriscono che la politica è l’arte di governare secondo giustizia e verità e che lo scopo ultimo non è il Potere bensì la virtù e la ricerca della felicità per tutti. Pur con vari intendimenti, la dimensione collettiva la ritrovo in altri autori. C’è chi precisa che la politica deve dare ordine e sicurezza alla collettività, chi ricorda che si tratta di tutelare i diritti naturali come la vita, la libertà e la proprietà e chi mette l’accento sulla volontà generale del popolo sovrano. È l’idea che ritroviamo nelle tante Dichiarazioni – 1776, 1789, 1948 – che hanno fatto la storia delle nostre democrazie.

Mi convince e sento assai attuale, ma allo stesso tempo fuori moda e inattuale, la definizione data da Hannah Arendt: la politica è spazio pubblico e pluralismo, è confronto fra liberi cittadini che consente nuovi diritti, nuove leggi, addirittura rivoluzioni pacifiche.

È idea attualissima perché richiama la vera democrazia che vuole dialoghi e contese fra tante idee diverse e spesso divergenti. È inattuale e fuori moda perché stride con la politica dei “deragliati” che sgovernano con la forza bruta (O accettate o vi distruggo! è il leit motiv trumpista). A questo proposito consentitemi di citare ancora un nome, quello di Max Weber, un signore tedesco, influentissimo studioso di cento anni addietro. Con brutale realismo ci dice di non perderci negli ideali e di osservare da vicino la politica che c’è: è dura lotta, spesso sporca, per conquistare e mantenere il Potere, e il Bene Comune lo decide chi vince e comanda: per Trump sono gli affari per sé e i suoi sodali; per Putin è il ritorno della Grande Russia imperiale con lui che sta sopra; per Netanyahu il Bene Comune è la continuazione della guerra che gli garantisce impunità. Max Weber, per dirla tutta, precisava che il potere deve essere gestito in modo responsabile, ma il dettaglio non è previsto da questi personaggi. Per tutti loro fare politica significa distruggere l’altro. Lo Stato è l’estensione del loro ego smisurato che non ammette mediazioni.

L’idea della Politica come azione per il bene di tutti oggi sopravvive nell’associazionismo, nel volontariato, nelle Ong, nelle manifestazioni e nelle piazze dei giovani che si indignano, protestano e si impegnano per cambiare le cose che vanno sempre peggio. Sono loro a progettare il futuro, mentre gli altri, in primis i partiti, restano indietro e guardano al consenso del presente perché il futuro non vota.

A tenere in vita la visione universalistica del Bene Comune e dell’interesse collettivo c’è una sola figura: è quella di Leone XIV che dice, con pacata serenità, cose definitive che i politici europei non osano dire – con la sola eccezione di Pedro Sanchez che parla da statista vero e non da vassallo, ma è solo. È incredibile ma è proprio così, è il Papa oggi a esprimere la dimensione dello statista. È un rovesciamento sorprendente. In mancanza di una vera leadership etica, l’Europa confida nell’autorità della monarchia assoluta per eccellenza, il Papato, per ridare senso alle democrazie liberali e riaffermarne i valori universali. Succede anche questo.


Scarpe grandi e democrazia stretta

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

Milioni di persone lo hanno ripetuto negli Stati Uniti e in diverse parti del mondo: No Kings.

Proprio in America, nel 1776, un grande intellettuale, Tom Paine, scrisse “Common Sense”, un pamphlet in cui indicò una volta per tutte il fondamento della democrazia americana: “In America la Legge è il re”. Infatti le varie Costituzioni sono il punto d’appoggio di tutte le democrazie occidentali.

Dubito che Trump abbia letto il pamphlet e comunque a lui non serve: si sente un monarca assoluto, e la sua pazzia è legittimata dal Dio dei folli.

Certo, guardiamoci attorno: osserviamo l’indecenza e la mediocrità della politica in atto e dei politici che ci governano, il crescendo di una destra estrema che fa il tifo per le democrazie illiberali (che sono un assurdo, perché non vi può essere democrazia senza libertà), e ti vien da pensare che la capacità di resistenza a questa distorsione sia assente. Milena Gabanelli ci illustra i tanti politici del mondo che di fronte al folle psicopatico si mettono a novanta gradi (copyright Gabanelli) o che, di buon grado, su indicazione di Trump, calzano le scarpe di 4 numeri più grandi perché, secondo un accertamento scientifico convalidato dal Presidente americano, ci sarebbe una diretta relazione fra le scarpe grandi e la virilità di chi le indossa. Semmai, verrebbe da pensare che la dimensione delle calzature sia inversamente proporzionale alla solidità dei principi democratici di chi le indossa.  Siamo a questo punto.

L’impressione è che stiamo scivolando sempre più in giù, risucchiati in un buco nero dove l’humanitas esibisce i lati peggiori. D’accordo, Trump è fuori categoria, uno psicopatico irrecuperabile, ma il suo linguaggio è stato sdoganato e le barriere della decenza sono ampiamente superate.

Ahimè! Fra le promesse mancate delle nostre democrazie, ci dice Norberto Bobbio, vi è l’educazione civica: senza l’educazione civica la democrazia è destinata a perire, pezzo dopo pezzo. Un pezzo di strada in quella direzione l’abbiamo già fatto. Oggi possiamo parlare di democrazia recitativa: “mi ricandido perché mi sta a cuore il bene dei cittadini” – recita il politico – ma i cittadini, dopo avermi votato, stiano lontano. Sosteneva John Stuart Mill che i governanti, grandi e piccoli, in genere preferiscono e assecondano l’apatia politica: il cittadino serve per votare, poi si scansi.

I nostri politici in genere non sono un granché? È uno dei difetti riconosciuti della democrazia: privilegia il numero e non la qualità. Diceva qualcuno che per essere eletti non occorre essere capaci, basta essere bravi nella sporca politica. Io, discretamente in là con gli anni, mi guardo intorno e debbo ammettere che la mia generazione, dopo un promettente avvio,  non ha fatto un granché per consolidare i valori democratici e dubito che chi ci governa sappia fare di meglio. Le speranze di redenzione non sono elevate.

Eppure i “No Kings” segnano un risveglio dall’apatia. Ascoltando quella giovane studentessa che con veemenza ha  buttato  in faccia i principi delle nostre costituzioni ai predatori che nel mondo vorrebbero la democrazia senza libertà (l’autocrazia elettiva, dicono gli analisti), mi sono detto che forse gli appelli di alcuni grandi vecchi, di ieri e di oggi – Hessel, Bauman, Chomsky, Walzer – che invitavano i giovani al pensiero critico, a indignarsi e a impegnarsi, e perfino a ribellarsi quando occorre per tenere in vita la vera democrazia e spingerla avanti, non sono caduti del tutto nel vuoto.

Formidabile la studentessa. Ha citato Piero Calamandrei: “La Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere le promesse, la propria responsabilità”.

Scritto per laRegione

Nell’immagine: manifestazione No Kings a St. Paul, Minnesota, il 28 marzo 2026


Per una democrazia militante

In un’epoca di minacce globali, pretendere la sicurezza isolandosi dai partner europei è una forma di analfabetismo strategico oltre che di cecità geopolitica. Il diritto internazionale non è un orpello ideologico: è l’unico vero scudo dei piccoli Stati 

D’accordo, la democrazia liberale lascia molto a desiderare. Fra la democrazia reale e quella immaginata lo scarto è evidente. Ma lo storico Gaetano Salvemini ci rammentava già cento anni fa che è meglio diffidare di chi promette il paradiso in terra ed è preferibile il purgatorio delle democrazie all’inferno delle dittature. Quindi teniamoci stretto il nostro sistema politico e diamoci da fare per conservarne i pregi ed eliminarne i difetti peggiori.

Ma come difendere la democrazia liberale? I sondaggi ci informano che per consistenti fasce di cittadini la democrazia liberale non è particolarmente gradita.

Quindi, come difenderla dalle insidie che la minacciano e stanno sgretolando i suoi valori? Ci sono due modi. Il primo è il neutralismo democratico. Lo indicava negli anni Venti dello scorso secolo il giurista austriaco Hans Kelsen : la democrazia deve restare neutrale e aperta a tutte le idee, anche a quelle più radicali, in nome della libertà di espressione. La soglia di tolleranza è superata solo quando appaiono movimenti che vogliono eliminare lo Stato di diritto (la difficoltà: capire quando bisogna intervenire a contenere le esuberanze anticostituzionali).

Oggi il neutralismo democratico gode di particolare successo, ma per lo più in una versione molto rabberciata: è l’alibi dell’inerzia di una classe politica mediocre che, con la sua inazione, sta normalizzando l’inaccettabile e suicidando la democrazia liberale. Purtroppo, in questi ultimi tempi, anche alle nostre latitudini c’è chi ha dato un colpo di mano al declino della cultura politica sostenendo che, in materia di manifestazioni, tutto è sullo stesso piano, a prescindere dai contenuti: secondo questa singolare interpretazione, contano le procedure e la quieta gestione degli spazi e non la difesa dei valori.

In Europa il neutralismo democratico malinteso sta fiaccando la capacità di resistenza delle liberaldemocrazie. Ce lo ha detto recentemente Pedro Sánchez, solitario leader di una democrazia europea progressista e orgogliosamente assertiva. Ma chi lo segue?

A questo punto, di fronte alla rapida erosione dello Stato di diritto, credo sia urgente passare al secondo modo di difendere il nostro ordinamento, a una nuova versione di democrazia liberale che non si limiti ad aspettare il peggio per reagire ma adotti strumenti energici di autodifesa attiva nei confronti di movimenti o partiti che vogliono distruggerla. È la via indicata da Karl Popper nel 1945 e da Raymond Aron nel 1955: entrambi introducono il concetto di democrazia militane e di liberalismo difensivo. La democrazia – dicono – deve essere aperta al dialogo e al confronto anche aspro fra le parti, ma non può tollerare chi rifiuta i principi costituzionali fondanti.

Insomma la democrazia militante afferma il principio della resistenza attiva e permanente nei confronti di chi attenta ai nostri valori, alla dignità delle persone e alla convivenza delle differenze. I sintomi di degrado che richiedono la costante vigilanza li indicano i costituzionalisti: rifiuto delle regole democratiche, tentativi di osteggiare la divisione dei poteri e l’indipendenza della Magistratura; concentrazione progressiva del potere nelle mani dell’Esecutivo e esautorazione delle funzioni del Parlamento. Sono gli indicatori immediati e manifesti di una deriva autoritaria in atto. Guardiamoci ancora una volta attorno: i segnali ci sono. I tedeschi hanno risolto la faccenda mettendo nella Costituzione la “clausola di eternità”: stabilisce che lo Stato di diritto è inviolabile. Non è necessario istituzionalizzare il principio: basterebbe fissarlo nella mente di ogni cittadino.

Ancora una cosa. La militanza democratica, energica e preventiva, è necessaria per salvare la democrazia, ma non basta. Per riconquistare i cittadini che guardano altrove bisogna sforzarsi di avvicinare un pochino la democrazia reale, quella che cammina sulle gambe degli umani, alla democrazia ideale, quella sorretta dalle idee. Il filosofo John Rawls ci indicava la strada già cinquant’anni fa: libertà fondamentali uguali per tutti, disuguaglianze ammesse solo se migliorano le condizioni dei più svantaggiati.

Nell’immagine: Pedro Sánchez, per una democrazia europea progressista e orgogliosamente assertiva