La colpa di essere albero

L’annunciato abbattimento di 107 alberi secolari lungo il viale della stazione a Bellinzona colpisce un bene protetto 

 

 


Figura 1 fotografia tratta dal volume dell’ISOS

Come un secchio di acqua gelida è caduta la notizia che il Municipio di Bellinzona intende abbattere i 107 alberi secolari, oggi ancora parte essenziale dell’urbanità del viale della Stazione.
I motivi sono di bassa praticità e manca un’esplicitazione degli interessi eventualmente ponderati.
La reazione non si è fatta attendere e, ad esempio su Facebook, Franca Verda ha subito lanciato un grido d’allarme: spero che molti lo leggano e manifestino il loro sdegno e il loro dolore di fronte a tale scempio annunciato. Pochi sono quelli ai quali è noto che il viale della Stazione è segnalato in modo particolare nell’Inventario degli insediamenti svizzeri da proteggere ISOS: il suo duplice filare di alberi che ancora si sono salvati vi è indicato graficamente e testualmente ed è, pertanto, un bene protetto.
 

Già è scandaloso il fatto che l’allineamento dei gelsi tra la Casa del Popolo e il culmine del Viale sia stato amputato alla cattivella e nell’indifferenza generale. Chiunque abbia un minimo di sensibilità estetica si rende conto che l’assenza degli alberi costituisce una grave lacuna che concorre a fare dello spazio prospiciente la nuova stazione un vuoto senz’anima.

Non posso escludere che tra i 107 alberi condannati a morte ve ne sia qualcuno deperente e che debba essere sostituito, ma questo non può essere il pretesto per tagliare tutto il filare. Lascio immaginare ai bellinzonesi  e ai numerosi visitatori l’aspetto del Viale quando fosse privo di questo essenziale complemento della sua monumentalità. Essa si compone, infatti, grazie alle facciate degli edifici otto e novecenteschi di alto pregio architettonico e anche grazie a questa duplice cortina di alberi coevi e fittamente allineati, poiché chi li ha piantati ha scelto un’insolita distanza tra gli uni e gli altri di soli 4,50 m circa.  Sono certo che esista un altro modo per realizzare i lavori infrastrutturali necessari, senza che la sovrastruttura che rappresenta un incommensurabile valore storico e culturale debba essere sacrificata.

La socio-psicologia moderna ha messo in evidenza, quale componente essenziale dell’equilibrio psichico e, pertanto, della qualità del vivere in città, l’importanza per l’individuo e per la collettività dell’attaccamento ai luoghi. Concorrono a costituire il riferimento ai luoghi, non solo gli spazi pubblici e gli edifici che li definiscono, ma con ogni evidenza anche le maestose alberature.

Tutti ricordano con quale concorso di pubblico si siano salvati i platani di piazza Rinaldo Simen, qualche decennio fa anch’essi offerti in sacrificio al rito delle motoseghe. Fortunatamente le autorità di allora rinunciarono a quel sacrificio ed oggi i succitati platani si mostrano ancora in tutta la loro maestosa bellezza.
Il problema del taglio degli alberi secolari sta nel fatto che la loro sostituzione richiederà numerosi lustri, ossia almeno una ventina d’anni, prima che possano offrire il medesimo effetto urbanistico, tanto dal profilo volumetrico, quanto da quello ambientale, ovvero la salutare ombra sempre più necessaria a causa del surriscaldamento climatico. Recenti studi hanno dimostrato che gli alberi adulti possono ridurre la temperatura al suolo, ossia il beneficio della loro ombra, di 5 o addirittura 8 gradi: un’enormità in termini di benessere per la popolazione.
Sempre più si avverte come il cosiddetto progresso causi soprattutto danni irreparabili, così come irreparabile sarà la realizzazione del terzo binario con i suoi osceni muri antirumore che taglierebbero in due la Città su tutta la sua lunghezza.

 Invito chi non lo conoscesse a leggere i principali passi – qui sotto riportati – dello specifico volume dell‘ISOS concernenti la realizzazione del viale della Stazione a Bellinzona e, in virtù del valore culturale di questo spazio pubblico, di cui gli alberi sono parte costitutiva, a schierarsi pubblicamente per impedirne l’abbattimento.

 Articolo scritto per La Regione

 


Figura 2Estratto lella cartografia relativa alla protezione ISOS di Bellinzona. Il punto 2.1.2 Allineamento di latifoglie sul viale della Stazione, Elemento segnalato per la sua importanza storico-urbanistica

 

1 Pag.46 Preliminarmente – per accordi tra il comune e la Gotthardbahn – dopo numerose discussioni era stato realizzato il Viale Stazione (2). All’inizio del 1900 il viale era quasi del tutto edificato su entrambi i lati nel suo tratto meridionale, ma non ancora verso la stazione. Vi si insediarono soprattutto edifici commerciali. Già prima della programmazione di tale asse, sul suo tracciato veniva a trovarsi la Casa Bonzanigo edificata nel 1822 quasi frontalmente al Largo Elvezia (2.2.4). Secondo le aspettative, il viale, assolutamente rettilineo, in pendenza, realizzava il collega mento più diretto possibile tra centro medievale e stazione. Questo asse spodestava la Via Codeborgo come strada commerciale e il Viale Guisan quale via di rappresentanza cittadina.

PAG.51 Il rigore delle linee è uno degli elementi caratterizzanti il Viale Stazione (2.1, 2.2): gli edifici realizzano un allineamento regolare – anche quelli più recenti che ne hanno sostituito di vecchi – e gli alberi inseriscono un’ulteriore sottolineatura in tal senso, creando una prima delimitazione ottica allo spazio. La pendenza del tracciato rende tanto più avvertibile tale composizione simmetrica. Viene ribadita la continuità con il borgo medievale quanto al tipo di pavimentazione, uguale anche nel Piazzale Stazione (2.1), mentre l’ampio marciapiede su entrambi i lati è pavimentato con grandi lastre di granito.

Nell’immagine: gli alberi di Viale Stazione


Flora Ruchat-Roncati: le riflessioni e l’eredità culturale di un’architetta esemplare

L’annunciato abbattimento di 107 alberi secolari lungo il viale della stazione a Bellinzona colpisce un bene protetto 

Sono molto riconoscente ad Enrico Lombardi, redattore di Naufraghi, per aver attirato la mia attenzione sul recente libro curato da Nicola Navone e dedicato a Flora Ruchat-Roncati nel decimo anniversario dalla sua scomparsa. Il libro si compone di tre parti principali: l’introduzione critica del curatore, la parte tecnica disciplinare, e la parte degli scritti più personali di Flora.

Nella prima parte si apprezzerà la serietà del ricercatore, direttore nell’Archivio del moderno, Il quale si è assunto l’oneroso compito di fare una scelta logica tra gli scritti e le interviste della grande architetta. Seppure egli affermi che ella non era di quegli architetti che amano scrivere molto e sovente, Si può desumere, scorrendo le abbondanti appendici in calce al volume, che Flora Ruchat-Roncati, di tanto in tanto, prendeva la penna e in quei casi i suoi scritti “lasciavano il segno. I testi sono brevi, chiari e profondi, ognora un invito alla riflessione per un impegno totale al servizio di una causa tanto nobile, quanto carica di responsabilità, come la trasformazione del territorio.
 In questo capitolo introduttivo si nota come Nicola Navone e, e non era certo un caso isolato, nutrisse un rapporto affettivo e di profonda stima nei confronti di Flora. Sentimenti che, ovviamente, gli hanno reso più difficile il compito di selezione dei documenti scritti o disegnati, in gran parte conservati presso il suo Archivio. In ogni caso occorre esser grati a lui per la sua pertinente scelta e all’editore per aver messo a disposizione di tutte le persone interessate alle questioni del territorio e della sua trasformazione una sintesi estremamente ricca di insegnamenti e di stimoli alla riflessione.

Dal profilo del pensiero disciplinare, ritengo che traspaiano, sia nella seconda che nella terza parte, la grande umanità ed il rigore morale di Flora Ruchat-Roncati, ossia il suo senso di responsabilità nei confronti non solo del territorio e dei suoi spazi, ma anche e, forse, soprattutto nei confronti della società, poiché come essa stessa afferma (pag. 132): “La manipolazione dello spazio, il progetto, dunque, ha sempre l’uomo al centro della riflessione e si estende in una dimensione squisitamente collettiva e culturale che deve resistere nel tempo”.

Percorrendo gli scritti prescelti si ricava il convincimento che l’architetta declinasse in ogni frangente della vita, sia essa professionale o privata, la medesima coerente rettitudine, la fedeltà ad un pensiero strutturato con chiarezza e basato su alcuni principi dichiarati e ripetuti, magari con parole diverse, in ognuno di essi. Sempre ritornano i medesimi termini cari, quali modestia, capacità di ascolto, rifiuto del protagonismo e dei comportamenti sguaiati.

E questo si verifica sia che si tratti di descrivere la sua collaborazione con Rino Tami per la consulenza architettonica nella progettazione dell’autostrada in Ticino, la sua consulenza architettonica per la Transjurane, o della progettazione delle tratte a cielo aperto di AlpTransit, oppure ancora quando parla del suo maestro, Rino Tami, per l’appunto, o rivolge parole quasi poetiche all’indirizzo di Alberto Camenzind, collega amico, oppure, infine, quando esprime i ricordi della sua vita, dall’infanzia alla maturità, nella bella intervista curata da Lucia Morello.

Altrettanto ricorrente e il concetto secondo cui ogni luogo e ogni spazio ha una sua dignità che merita rispetto, non solo perché contiene valori di memoria, ma anche perché questi valori possono e devono dettare tutte le scelte progettuali. In qualche passo si legge che la trasformazione di un luogo deve configurarsi in modo che l’osservatore abbia l’impressione che il nuovo è sempre stato lì. Il luogo stesso contiene le regole per la propria trasformazione; sta all’architetto scoprirle e realizzarle.  Si legge, infatti (p.78) “I principi dell’approccio architettonico rimangono fondamentali. Su questo credo non ci sia molto da inventare. La triade vitruviana rimane sacrosanta: alle firmitas, utilitas e venustas si deve aggiungere il luogo, inteso come generatore del progetto. Nessuna invenzione, ma piuttosto una traduzione adeguata delle premesse tecnologiche e funzionali, la progettazione della forma non è autonoma. Bisogna dare molto peso al contesto e alla nozione di progetto, come modificazione del luogo, dando ad esso un valore alto rispetto alla tradizione, che non è una tradizione congelata, ma un’esperienza che, come diceva Rogers, si modifica.
 Detto con parole più semplici (p. 132): “Una regola: quella di riuscire a leggere il luogo e le sue preesistenze; una delle prime forme di approccio al progetto, un’ancora sicura. Questo dialogo fa sì che ogni cosa dovrebbe essere lì e non altrove, come se ci fosse sempre stata.”

Illuminante e pure il passo in cui Flora Ruchat-Roncati descrive il processo mentale del progettare
(p. 131): “… poi l’operazione progettuale avviene in parallelo in un percorso interattivo e non lineare, ma contorto, pieno di tranelli, di dubbi, di ritorni. Poi il progetto deve essere via via semplificato (non banalizzato!) un processo complesso di riduzione rispetto agli obiettivi e ai mezzi per raggiungerli. Dapprima hai sul tavolo una marea di oggetti già prescelti, poi poco per volta selezioni quei pochi che davvero ti servono e alla fine il dubbio di aver “buttato con l’acqua sporca anche il bambino” potrebbe rimanere, ma non per molto.”

Suppongo che nell’ambito nelle sue numerosissime letture e della sua immensa e variegata cultura Flora Ruchat-Roncati conoscesse gli appunti rimasti di Antonio Gaudi, il quale, già nella seconda metà dell’Ottocento, esprimeva concetti analoghi: il prodotto architettonico è valido quando l’autore ha spogliato il suo progetto da tutto ciò che non è assolutamente necessario per la sua funzione e per la sua presenza nel contesto territoriale in cui verrà realizzato. In definitiva, questo libro di piccole dimensioni contiene un immenso tesoro, ossia la lezione essenziale per chiunque voglia essere architetto nel senso culturale del termine, ossia quel professionista che, in dialogo con altri specialisti, si fa carico d’interpretare l’insieme delle esigenze del compito e lo traduce in un’opera che si inserisce, come vogliono la deontologia e la legge, in modo ordinato e armonioso nel territorio che lo accoglie. Non posso che concludere con parole di Flora Ruchat-Roncati, un invito all’impegno civile e, allo stesso tempo, un malinconico monito (p. 133):

“È anche un diritto -primario- quello di avere uno spazio adeguato alle esigenze di vita. Purtroppo, resta privilegio di pochi, ma l’architettura, in questo senso, è un servizio da rendere per una società più giusta. Detto così è un’utopia un po’ passata di moda nel nostro mondo globalizzato, enfatizzato dalla voglia di apparire e da un eccesso di invenzioni sovente gratuite.”

Flora Ruchat-Roncati – Memoria e trasformazione – Scritti e conversazioni su architettura e territorio, a cura di N. Navone, Edizioni Casagrande Bellinzona 2022


Villa favoritissima

L’annunciato abbattimento di 107 alberi secolari lungo il viale della stazione a Bellinzona colpisce un bene protetto 

Alla fine del mese di maggio si è concluso il periodo di esposizione della variante di piano regolatore (PR) proposta dal Municipio di Lugano per modificare le disposizioni pianificatorie vigenti concernenti l’importante proprietà denominata Villa Favorita nel comparto di Castagnola.
Numerose sono state le reazioni negative, tanto che il capo dicastero Filippo Lombardi, si è immediatamente dichiarato disponibile a modificare quegli atti.

Tutti conoscono l’importanza di questi luoghi che si affacciano sul golfo, sia dal profilo storico, sia da quello architettonico e paesaggistico, non fosse altro perché, per molti anni, fu la residenza del barone Von Thyssen, il quale in accordo con il Cantone e con la Città permise al pubblico la visita della straordinaria collezione di quadri che egli riunì per ricostituire quella che era stata la collezione di suo padre ricomprando i pezzi distribuiti ai vari co-eredi, e poi arricchendola con ben mirati acquisti personali.
Tutti ricordano anche la polemica che seguì il triste epilogo di questa generosa presenza artistica e culturale di Lugano, quando tutta la collezione fu trasferita a Madrid.

Deceduto il Barone, per parecchi anni Villa Favorita è rimasta in vendita e, finalmente, otto anni fa ha trovato un acquirente (la famiglia Invernizzi), al quale, però, i vincoli di PR, esistenti sulla proprietà fin dagli anni ‘80 del secolo scorso, non piacciono per nulla. Ragione per cui il Municipio di Lugano ha deciso di farsi parte diligente per modificarli secondo il benvolere del sopraggiunto nuovo cittadino.

Questo modo di fare, che per di più anticipa il lavoro tanto declamato del piano direttore comunale, non è prassi. Anzi, il Municipio, di regola, deve pianificare mettendo l’interesse generale, ossia quello della stragrande maggioranza dei suoi cittadini davanti a quello di un singolo privato, sia pur esso facoltoso e rinomato.

Ma il peggio è che anche il Cantone, e più precisamente il Dipartimento del Territorio a firma Claudio Zali, ha preavvisato favorevolmente il progetto di PR tagliato su misura per i nuovi proprietari.

I nuovi disposti di PR, infatti, sono in grave contrasto con i principi materiali della Legge federale sulla pianificazione del territorio (Art. 3 LPT) e più precisamente con l’obbligo di rendere libere e percorribili le rive dei laghi e dei fiumi. La proposta di variante di PR, inoltre, concede possibilità edificatorie che non tengono conto, o per lo più, lo fanno in modo del tutto insufficiente, dei valori culturali del complesso edilizio e delle sue adiacenze e questo in grave contrasto con i disposti dell’ISOS, l’Inventario Federale degli Insediamenti da proteggere, che, per nostra fortuna, di questo comparto della città si è occupato in modo attento e preciso.
Dobbiamo ricordare che è perlomeno dal 2016 che dovrebbe essere pacifico per tutti che l’ISOS vincola le autorità cantonali e comunali con compiti territoriali. La Legge federale sulla protezione della natura del paesaggio obbliga i cantoni a recepire l’ISOS nel Piano direttore (Cfr. Scheda di coordinamento P10) e mediante questo, obbliga i comuni a riprendere nei loro PR, cosa avvenuta solo in rari casi.

Hanno l’aria di gargarismi, pertanto, le parole dei municipali di Lugano quando affermano pubblicamente di aver esaminato il PR del centro città giungendo alla conclusione che esso già rispetta in larga misura l’ISOS stesso. Visto però il gran numero di opposizioni che le decisioni di questo medesimo Municipio obbliga a presentare, si ha la dimostrazione che, per Lugano, l’ISOS è un atto insignificante.

Per tornare al gesto quasi servile dell’esecutivo comunale, dobbiamo formulare una duplice ipotesi: quando il nuovo proprietario era sul punto di acquisire questi fondi, delle due l’una, o il suo notaio gli ha nascosto le condizioni di PR e quindi non avrebbe agito correttamente, oppure il medesimo notaio ha presentato tutte le condizioni di edificabilità e di fruibilità previste dall’atto pianificatorio e quindi l’acquirente ha firmato l’atto in piena consapevolezza.
C’è da supporre che l’ipotesi buona sia la seconda e che, quindi, l’acquirente abbia fatto valere tutte queste restrizioni nei confronti del venditore, per ottenere un prezzo notevolmente più favorevole. Manifestamente, egli aveva una riserva mentale, quella di presentarsi poi al politico, forte di tutte le sue qualità carismatiche e patrimoniali, per convincerlo del fatto che lui non poteva sopportare tali e tanti vincoli e, si suppone, minacciando pretese espropriative gigantesche nel caso che quei vincoli non fossero stati tolti o, perlomeno, modificati secondo i suoi comodi.

Questa seconda ipotesi così come descritta non sembra lontana dalla realtà, poiché la si legge in filigrana nei piani e nelle norme che il municipio ha posto in consultazione.

Esperti mi confermano che ci si potrebbe trovare in una situazione di minacce di esportazione materiale (ovvero l’indennizzo dovuto al proprietario per le gravi limitazioni del suo diritto di disporre di un bene, di solito tutta o una parte importante del diritto di edificare, ma anche gravi disturbi come immissioni ambientali o altro senza che ne perda la “nuda” proprietà).

Si tratta di minacce che possono essere proferite, ma chi amministra la cosa pubblica dovrebbe anche sapere o informarsi e quindi prendere coscienza che tali minacce sono prive di significato, poiché i vincoli di PR sono stati posti suo tempo da un Municipio più lungimirante molti anni or sono, un periodo sufficientemente lungo da far decadere il diritto di presentare una richiesta di risarcimento.

Per concludere, dobbiamo pure considerare il fatto che in tempi molto recenti il Consiglio Comunale di Lugano ha votato all’unanimità una mozione che chiedeva, per l’appunto, che venisse realizzato il congiungimento via riva lago tra la proprietà Di Villa Favorita e il sentiero di Gandria. Tale mozione è totalmente disattesa dal Municipio il quale, probabilmente, per costringere il proprio legislativo a fare un passo indietro, si fa forte politicamente accampando le minacce del proprietario in materia di espropriazione materiale.

Un agire come questo da parte del Municipio di Lugano ci fa temere che le tante belle idee scritte nel piano direttore comunale (PDC) presentato negli scorsi mesi restino nel cassetto delle belle parole, perché quando si tratterà di tradurle in piani e norme concrete, più che all’interesse generale si guarderà a quello dei soliti privati di peso.