Ovvero, di come le sbarre che dividono ‘noi’ da ‘loro’ si possano superare con una semplice lettera : la straordinaria esperienza di una donna che tiene da anni un corrispondenza dalla Svizzera con detenuti negli Stati Uniti
Come ogni anno, l’arrivo del Natale ci porta a confrontarci con i nostri quotidiani egoismi, nel tentativo di escogitare nuovi modi per ristabilire un senso di comunione umana che esuli dall’ossessivo individualismo della vita odierna. E ripensandoci adesso, non mi sembra casuale che, anche per me, un vero momento di svolta sia giunto proprio durante le feste – per la precisione, il giorno dopo il Capodanno del 2019 – , quando ho intrapreso per la prima volta l’attività di ‘corrispondente carceraria’, dedicando così parte del mio tempo libero a fornire costante supporto emotivo (tramite lettere, e-mail, telefonate e video visite) a persone rinchiuse in prigione negli Stati Uniti.
Ho così scoperto come, per noi europei, sia quantomeno difficile immaginare l’esperienza della prigionia in un Paese come gli USA, che detiene il triste primato del più alto tasso d’incarcerazione pro capite al mondo e in cui le sentenze sono a tutt’oggi particolarmente spietate. Laggiù, il carcerato cessa a tutti gli effetti di essere una persona, divenendo per il sistema soprattutto una fonte di manodopera a costo zero e d’ingenti guadagni, grazie alle tariffe imposte su qualsiasi comunicazione con l’esterno (perfino le e-mail, da sempre gratuite nel cosiddetto ‘mondo libero’, in prigione hanno un costo). Nell’arco degli anni ho accompagnato nella navigazione di queste acque burrascose diversi corrispondenti, assistendo in prima persona a piccoli e grandi drammi – tra cui la pandemia, che per oltre due anni ha impedito ai carcerati qualsiasi contatto con i loro cari, costringendoli a trascorrere 24 ore al giorno in cella in una versione assai più drammatica dei nostri lockdown. Eppure, l’energia vitale dei miei amici di penna non è mai venuta meno, tanto che da loro ho imparato parecchio sul modo di affrontare le cocenti delusioni (e disillusioni) a cui la vita – sia essa vissuta ‘dentro’ o ‘fuori’ – ha l’abitudine di sottoporci.
In molti mi hanno chiesto perché io dedichi tanto tempo e risorse a una simile attività, e non è facile rispondere senza ribadire come oggi non potrei più fare a meno di ciò che è divenuto un elemento fondamentale della mia vita, e una sfida cruciale per il mio senso di umanità. Al pari di qualsiasi persona che soffra, ogni carcerato presenta percezioni, e di conseguenza necessità, diverse: il corrispondente deve quindi ‘diventare’ ciò di cui, di volta in volta, questi ha bisogno – in primis, un ascoltatore disponibile e mai giudicante; qualcuno di cui potersi fidare all’interno di un mondo in cui la minima debolezza viene percepita come imperdonabile. Occorre mettersi al servizio dell’altro e lasciare che sia lui a decidere i termini del rapporto, accettando non solo le sue idiosincrasie e peculiarità, ma anche e soprattutto il crimine commesso (del quale una tacita regola proibisce di fare menzione, a meno che non sia il carcerato stesso a volerne parlare).
Oggi, alcuni tra i miei primi corrispondenti sono stati rilasciati, permettendomi di sperimentare il senso più profondo della gratitudine; a coloro che devono affrontare sentenze particolarmente lunghe – come Mike, che, nonostante i problemi psichici, è stato condannato a due ergastoli quand’era appena quindicenne, o Charlie, il quale a 62 anni ha subìto, per una semplice truffa, una condanna che sulla carta lo vedrebbe morire in prigione – posso solo offrire la mia solidarietà e comprensione, così da rimanere, affinché lo desidereranno, una presenza costante nella loro vita.
Senza mai dimenticare come, per quanto mi trovi dall’altro lato delle sbarre, io sia più simile a loro di quanto non si creda; perché l’atto di specchiarmi in Mike o Charlie mi rende consapevole del fatto che, per molti versi, solo un destino benevolo mi ha risparmiato un’esperienza analoga. E perché, indipendentemente dalla nostra situazione o stile di vita, si è fatto davvero difficile, per tutti noi, sentirci davvero liberi all’interno delle piccole, spietate prigioni personali che ci siamo scelti.
Nell’immagine: murale nella prigione di Halden, in Norvegia