Studenti, vi esorto a percorrere la strada dell’immaginazione

Il discorso ai neolaureati dell’USI di Bruno Giussani, relatore ospite 

Si è tenuta a Lugano la Cerimonia di consegna dei diplomi dell’Università della Svizzera Italiana, per la prima volta a facoltà riunite. Nella sala del LAC gremita si sono espresse/i la presidente dell’Università Monica Duca Widmer, la rettrice nominata dell’USI, Luisa Lambertini, il prorettore vicario Lorenzo Cantoni, la direttrice del dipartimento dell’educazione cultura e sport Marina Carobbio, il sindaco di Lugano Michele Foletti, i decani delle cinque facoltà di Scienze biomediche, Comunicazione cultura e società, Scienze economiche, Scienze informatiche e Teologia, e la responsabile del Servizio carriere e alumni, con intermezzi musicali da parte dei musicisti dell’OSI.

La relazione ufficiale è stata tenuta da Bruno Giussani, ticinese noto come curatore globale del think-tank TED e giornalista. Pubblichiamo di seguito il testo integrale del suo discorso alle e ai laureandi (pronunciato in italiano e inglese, le lingue d’insegnamento dell’USI) sui temi dell’immaginazione, del futuro e della digitalizzazione consapevole. (red.)

Signore e signori, gentili ospiti, membri dell’USI, e soprattutto voi, laureate e laureati, che oggi ricevete il vostro diploma: buonasera. Vorrei parlarvi per qualche minuto di immaginazione. Di quel tipo di immaginazione che plasma il nostro mondo.

Prendete un momento per guardarvi attorno e osservare questa sala. Pochi anni fa, questa sala non esisteva. Poi qualcuno l’ha immaginata. Ha immaginato che dovesse essere foderata di legno. Che dovesse avere le pareti curve, il soffitto ondulato, le poltroncine nere anziché rosse, un grande palco invece di uno spazio piccolo.

In questo momento, letteralmente, noi ci troviamo dentro l’immaginazione di qualcuno. Questa struttura – e tutto quello che contiene – esiste soltanto perché è stata dapprima concepita, ha preso forma nella mente di qualcuno, poi è diventata una visione condivisa da altre persone, che hanno contribuito a modificarla, aggiustarla, nutrirla, che hanno immaginato a loro volta gli strumenti per realizzarla, e per finire è stata materializzata, è stata costruita ed è diventata parte della normalità di questa città.

Questa è la dinamica dell’ingegno umano, che dà origine a tutto ciò che conosciamo che non sia naturale: 

  • le idee, come la democrazia o il libero mercato o la socialità; 
  • le infrastrutture, come le strade e gli ospedali; 
  • le regole, come il codice penale, e i metodi, come l’approccio scientifico; 
  • i modi di trasmissione del sapere, come la scuola e l’università; 
  • le tecnologie come i libri, i telefonini, i treni, l’elettricità, l’agricoltura, le macchine industriali, gli antibiotici, purtroppo anche i carri armati e le armi nucleari; 
  • e poi: l’alfabeto, la rima baciata, la tavola periodica degli elementi, le interfacce dei giochi video, la forma di una racchetta da tennis, gli algoritmi, la musica, i loghi dei marchi della moda e naturalmente il design dei loro prodotti.

Tutto ciò – e tutto il resto – è dapprima esistito nell’immaginazione di qualcuno o di qualcuna. Non necessariamente appartenente a quella categoria che oggi chiamiamo “i creativi”, ma nell’immaginazione di persone preoccupate, per esempio, come voi, della scienza, della comunicazione, dell’economia, dell’informatica, dell’etica e della morale, e in generale del futuro della società. 

E questo potere dell’immaginazione si sdoppia, naturalmente, nel potere delle storie immaginate, delle finzioni condivise che reggono la società umana. Pensate ai soldi, ai diritti umani, ai sistemi politici, all’economia globale: non sono realtà oggettive, ma costruzioni narrative condivise, alle quali tutti crediamo, e perciò funzionano.

E tutte queste immaginazioni del passato, che magari all’inizio, quando furono verbalizzate per la prima volta, furono qualificate come impossibili, irrealistiche, troppo ambiziose, formano oggi la nostra realtà. La nostra normalità. 

E così noi oggi siamo qui, in questa sala, nata da una scintilla d’immaginazione che ha incontrato altre immaginazioni, plasmandosi e nutrendosi a vicenda. Questa è la forza centrale della storia, del progresso, il meccanismo attraverso il quale creiamo, e abbiamo da sempre creato e modificato, la realtà nella quale viviamo.

Oggi in questa sala voi ricevete il vostro diploma, e mi congratulo con tutte e tutti voi: avete tutte le ragioni d’essere orgogliose e orgogliosi per aver raggiunto questo obiettivo. 

Doppiamente, poiché una parte importante del vostro curriculum universitario è stato fortemente influenzato da quello strano periodo storico che chiamiamo “la pandemia” – e in effetti anche cerimonie come questa si sono svolte negli ultimi anni online, grazie ad un’altra immaginazione, quella che ha creato i sistemi di videoconferenza.

Quindi, a tutte e a tutti, oggi: le mie più sentite felicitazioni! Laurearsi in un’università è un enorme privilegio. Il diploma che ricevete oggi lo si può guardare in molti modi. Io penso che il modo più interessante sia di considerarlo un invito, anzi, un mandato di utilizzare la vostra immaginazione.

Se la parola immaginazione sembra mancare di concretezza – anche se questa sala nella quale ci troviamo è molto concreta – usiamo pure altre parole. 

Perché là fuori c’è un futuro tutto da immaginare e creare – e abbiamo bisogno di voi e delle competenze che avete acquisito per immaginarlo e crearlo: un futuro fatto di energie pulite, di città ripensate, di vaccini contro il cancro, di tecnologie digitali che siano al servizio degli utilizzatori invece di sorvegliarli e manipolarli, di un’economia adattata alla società anziché viceversa, di relazioni sociali che rimettano al centro la fiducia, di meno “fake”, in ogni senso, di rispetto, pure in ogni senso, per il vivente, che è una parola migliore di “natura”, perché natura indica qualcosa di separato da noi, e da questa falsa separazione nascono molti dei problemi contemporanei.

Il sistema nel quale viviamo ha bisogno di ambiziose trasformazioni. E se guardando vicino e lontano possiamo avere l’impressione di un futuro carico di pericoli, caratterizzato dalla velocità e dal cambiamento, dobbiamo rimanere consapevoli che il futuro non è un luogo verso il quale camminiamo. Non è qualcosa che “ci succede”. È qualcosa che creiamo, giorno dopo giorno, immaginandolo e realizzandolo insieme.

Tra i tanti temi possibili, mi è stato chiesto di parlarvi per qualche istante di tecnologia, e in particolare dell’imperativo della digitalizzazione consapevole.

Viviamo ogni giorno, ogni minuto, in un mondo nel quale la tecnologia sta rapidamente cambiando e controllando il modo in cui viviamo, apprendiamo, lavoriamo, interagiamo e pensiamo. Abbiamo tutti, in tasca, un computer connesso molto potente, o forse due. Per molti di noi, la principale attività quotidiana è diventata l’interazione con schermi e interfacce digitali. E ora sono anche apparse macchine che possono conversare con noi – quel che si chiama “chat” – con un livello impressionante di plausibilità formale del linguaggio.

La digitalizzazione delle nostre vite ha portato grandi benefici, convenienza e ricchezze. Ma ha anche creato enormi sfide, disuguaglianze e rischi. Quindi, cari studenti, ora che vi apprestate ad uscire da questa sala per entrare nel mondo ed iniziare un nuovo capitolo della vostra vita, vorrei esortarvi ad usare la tecnologia in modo consapevole.

Digitalizzazione consapevole significa essere intenzionali su come usiamo la tecnologia, come la pensiamo e ne parliamo, come lasciamo che abbia un impatto sulla nostra vita e sulla nostra immaginazione.

Ciò inizia con la comprensione della tecnologia. Il che non significa che dobbiamo tutti diventare ingegneri. Ma significa riconoscere che gli strumenti digitali non sono solo strumenti, non sono neutri, ma hanno il potere di modellare i nostri pensieri, le nostre convinzioni e azioni. E quindi, che dobbiamo – tutti noi – investire sullo sforzo di essere tecnicamente competenti riguardo alle macchine che utilizziamo, per comprendere le loro implicazioni sociali, personali ed etiche, le relazioni di potere che creano e la loro influenza economica e cognitiva.

So che sembra un grande sforzo, ma è necessario, perché siamo diventati estremamente bravi a creare tecnologie straordinarie, ma siamo molto meno bravi a usarle correttamente e a comprenderne gli impatti.

La seconda condizione per una digitalizzazione consapevole è rimanere vigili. Siamo entrati nell’era della realtà artificiale. Molti di voi sicuramente conoscono, ad esempio, ChatGPT, il chatbot messo sul mercato circa sei mesi fa che potrebbe essere la tecnologia adottata più velocemente nella storia (finora). Alcune frasi di questo discorso sono d’altronde state scritte da ChatGPT, il che è stato utile e interessante. 

I sistemi di intelligenza artificiale possono sbloccare capacità senza precedenti, offrendo grandi opportunità per lavorare diversamente e migliorare la vita delle persone, ma sollevano anche paure e preoccupazioni molto valide su tutta una serie di problemi. Ad esempio, ChatGPT ha una relazione molto casuale con i fatti. La costante vigilanza su queste tecnologie è il prezzo che dobbiamo pagare per mantenere una società e un pianeta funzionanti. Il vero rischio delle tecnologie che chiamiamo intelligenza artificiale non è che prendano il controllo del mondo, come accade nei film di Hollywood. È piuttosto che influenzeranno, confonderanno e alla fine prenderanno il controllo delle nostre menti.

Infine, c’è un terzo elemento fondamentale da considerare: dobbiamo rimanere umani. Digitalizzazione consapevole significa anche prendersi delle pause dalla tecnologia, disconnettersi dai dispositivi digitali, dimenticare gli hashtag, dare spazio e valorizzare le relazioni umane, preservare la gioia dell’umanità.

Troppo spesso diamo la priorità al tecnico, al virtuale, al reale.

Mi direte che il virtuale è anche molto reale, nel senso che ciò che accade online ha effetti offline. È vero. Ma dobbiamo stare attenti a non lasciare che la tecnologia diventi il principale – o unico – canale attraverso il quale creiamo e manteniamo connessioni interpersonali e sociali e attraverso il quale sperimentiamo la realtà. Occorre resistere al semplicistico impulso di definire le questioni politiche e morali come problemi tecnici nella speranza di poterle poi affrontare con soluzioni tecnologiche.

Quindi, cari laureati, mentre state entrando in un mondo difficile da decifrare, e state per applicarvi le vostre capacità e la vostra immaginazione e confrontarvi con tecnologie che continuano a svilupparsi in modo esponenziale, vi invito a tener presente queste tre modeste regole:

Restate vigili. Imparate a conoscere e capire le tecnologie che utilizzate. E mantenete la vostra umanità.

La tecnologia è anch’essa una manifestazione dell’immaginazione umana. Sta a voi usarla per ampliare il campo del possibile, in modo consapevole.

Ed è un campo quasi infinito, il campo del possibile. I suoi soli limiti sono dati dalle leggi della fisica. Tutto il resto – come abbiamo visto – sono costruzioni culturali che cambiano ed evolvono, sono finzioni narrative condivise, momenti di immaginazione materializzati – e quindi cose che possiamo cambiare e fare evolvere.

È venuto il vostro momento d’immaginare e di creare. Scegliete, se potete, di immaginare e creare cose importanti. Non importanti nel senso di grandi o globali o famose o che fanno tanti soldi. Ma importanti nel senso di non banali, nel senso di non dannose, nel senso di necessarie e pratiche e giuste.

Scegliete, se potete, di immaginare e creare insieme ad altri, perché tutte le grandi sfide del nostro tempo hanno un elemento in comune: non possono essere affrontate se non attraverso un’azione corale.

Scegliete con cura le nuove storie da raccontare, ma anche quelle obsolete da lasciare indietro, perché le storie che ci raccontiamo definiscono la nostra realtà e il nostro impatto.

Felicitazioni per il vostro diploma. È il momento per voi di sentirvi orgogliose e orgogliosi, realizzate e realizzati, e piene e pieni di speranza per il futuro. E poi di andar là fuori ed immaginarlo, e crearlo, quel futuro.

Grazie, e auguri!

Nell’immagine: Agustín Ibarrola, Bosque de Oma (Guernica) 


Nadia Sikorsky: “Bisogna leggere i classici russi”

Il discorso ai neolaureati dell’USI di Bruno Giussani, relatore ospite 

Quando il Teatro alla Scala di Milano ha aperto la stagione operistica lo scorso dicembre con “Boris Godunov”, del compositore russo Modest Mussorgsky, la sua facciata è stata spruzzata da un gruppo di attivisti con vernice rossa, il colore del sangue. “L’ho trovato assurdo. “Boris Godunov” racconta la storia del primo zar a cui fu chiesto di prendere il potere, e che ne abusò. È un’opera che risuona totalmente con il mondo di oggi”, afferma Nadia Sikorsky, fondatrice e caporedattrice del primo quotidiano online in lingua russa della Svizzera, Nasha Gazeta (nashagazeta.ch), che significa “Il nostro giornale”.

Per mesi dopo l’inizio della guerra contro l’Ucraina da parte del presidente russo Vladimir Putin, molti casi di annullazione di concerti, spettacoli teatrali, mostre di artisti russi e di appelli al boicottaggio di opere della letteratura russa hanno risuonato negli Stati Uniti e attraverso l’Europa. In realtà, suggerisce Nadia Sikorsky, dovrebbe accadere il contrario. “Fortunatamente questo fenomeno è passato abbastanza velocemente, soprattutto in Svizzera dove abbiamo potuto deplorare solo pochi casi. Che personaggi come il direttore d’orchestra Valery Gergiev non vengano più invitati, posso capirlo: ha un legame diretto con il potere russo”, ci ha detto durante un incontro a Ginevra, dove vive. “Ma cercare di bandire le opere di Ciajkovskij, i romanzi di Dostoevskij, è stupidità. Al contrario, bisogna studiare i classici russi, con attenzione, perché nessun altro è stato così spietato con le debolezze e i difetti del sistema russo, in ogni epoca, quanto i grandi autori, da Pushkin a Bulgakov”.

Un’incursione culturale occidentale nell’Unione Sovietica – su invito del governo sovietico – è stata uno dei fattori decisivi della carriera di Nadia Sikorsky. Era ancora una studentessa del secondo anno alla Scuola di giornalismo dell’Università di Mosca quando le è stata offerta un’opportunità che, dice, “ha cambiato la mia vita”. Nel 1986, il Ministero della Cultura aveva invitato, a nome del presidente Mikhail Gorbaciov, un gruppo di noti scrittori e intellettuali occidentali – gli autori americani Arthur Miller e James Baldwin e il turco Yaşar Kemal, il futurista Alvin Toffler, lo scienziato spagnolo Federico Mayor, che l’anno successivo diventerà Direttore Generale dell’Unesco, l’attore Peter Ustinov e altri – a partecipare a un convegno informale chiamato Issyk-Kul Forum (perché svoltosi sulle sponde del lago Issyk-Kul, in Kirghizistan) per discutere e immaginare il futuro del mondo. L’incontro, presieduto dallo scrittore kirghiso di lingua russa Chinghiz Aitmatov, necessitava di interpreti, e la giovane studentessa fu fra loro. La conferenza non è forse stata di grande beneficio per l’Unione Sovietica, che sarebbe scomparsa cinque anni dopo, ma lo è stata per Nadia Sikorsky, che a 19 anni poté così trascorrere due settimane ad ascoltare gli invitati, tradurre le loro discussioni e “sentire la mia visione del mondo cambiare”.

Nel 1989, due settimane dopo la caduta del muro di Berlino, Sikorsky traslocò a Parigi grazie a una borsa di studio offerta dall’Unesco per terminare il Master e poi conseguire il Dottorato lavorando come funzionaria internazionale. Nel 1991, l’Unione Sovietica implose. Dopo dieci anni a Parigi (e dopo aver imparato il francese per amore del teatro) Nadia Sikorsky si stabilì a Ginevra. Lavorò ancora per qualche anno all’ONU. Poi intervenne un altro cambiamento radicale.

Nel 1993 Mikhail Gorbaciov aveva creato la Green Cross, la Croce Verde Internazionale, un’organizzazione con finalità socio-ambientali. Nel 2004 Sikorsky ne diventò la direttrice della comunicazione, lavorando così al fianco dell’ex leader sovietico per più di due anni. “Gorbaciov era un prodotto della sua generazione e del sistema sovietico, ma era una brava persona. Era sincero. Era molto umano. Era la sua grande forza e la sua grande debolezza, perché i russi – e non solo loro – prendono l’umanità, la gentilezza e la sincerità per debolezza. Ha offerto una opportunità al mondo, ma l’Occidente non l’ha colta, ha scelto l’approccio conflittuale piuttosto che quello cooperativo”, ed è dalle molte ramificazioni di questa occasione persa che sta germogliando oggi la nuova guerra fredda. 

Sikorsky è ancora arrabbiata con i leader occidentali che non hanno preso parte ai funerali di Mikhail Gorbaciov, morto il 30 agosto dell’anno scorso. “Non era presente nessun capo di Stato tranne l’ungherese Viktor Orbán. Perché? Gorbaciov aveva aperto loro tutte le porte, voleva davvero la pace. Sarebbe stato un modo molto potente per inviare un segnale a Putin, se la comunità internazionale avesse mostrato rispetto per questa persona, la cui importanza storica l’attuale presidente russo sta cercando di negare”.

Nel 2007 Nadia Sikorsky lancia, su invito di un editore romando, “Nasha Gazeta”. Il giornale online è inizialmente concepito come sito per i russofoni a Ginevra, ma diventa rapidamente un medium nazionale che copre l’intera Svizzera. Ha oggi migliaia di lettori in Svizzera, in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in Germania, Francia, Israele, Stati Uniti.

Nel giorno dell’invasione dell’Ucraina da Parte di Putin, il 24 febbraio 2022, la giornalista prende, in vari articoli, una posizione netta contro la guerra.

“Ogni russo onesto e responsabile, che ha un cuore e una testa, che si cura del futuro del suo Paese”, scrive allora, “deve mostrare la sua integrità denunciando questa guerra e fare del suo meglio per il raggiungimento della pace”. Deve farlo, aggiunge, per preservare la sua dignità: “Denunciare la guerra non è tradire la Russia, come dice la propaganda”. Per sottolineare questa posizione, l’autrice si richiama alla letteratura, citando l’autore di origini abkhaze ma di lingua russa Fazil Iskander, secondo il quale “un essere umano deve rimanere integro, e questo è fattibile in ogni circostanza, sotto tutti i regimi. L’integrità non presuppone eroismo: presuppone la non partecipazione alla bassezza”.

La guerra, dice oggi, mentre abbiamo appena superato il 400° giorno di combattimenti in Ucraina, “è un monumentale fallimento della diplomazia mondiale. Più va avanti, più mostra quanto impotente sia la diplomazia. Oppure bisognerebbe credere che il prolungamento della guerra serva degli interessi”. Teme che stia nascendo una nuova cortina di ferro, che potrebbe tagliar fuori dal resto del mondo non solo coloro tra i russi che “vivono nella negazione e, guidati dalla propaganda, sostengono Putin”, ma anche tutti quelli che si oppongono alla guerra.

Un altro tipo di negazione è presente in Occidente e Sikorsky lo trova molto pericoloso: “Non è uno che bluffa, Putin, ed è per questo che coloro che hanno detto fino al 23 febbraio 2022 che stava bluffando, che non avrebbe invaso l’Ucraina, “chiamando” il suo bluff, sono irresponsabili. Dissero che stava bluffando anche davanti alla Georgia, e ci fu la guerra. Dissero che stava bluffando sulla Crimea, e l’ha annessa. La cosa più inquietante è che Putin non ha mai nascosto le sue intenzioni, continua a fare quello che ha detto che avrebbe fatto, non c’è nessuna sorpresa. E ora sono gli stessi irresponsabili che dicono “non premerà mai il pulsante nucleare”. Non credo che su questo argomento sia nel nostro interesse mettere alla prova i suoi limiti. Bisogna capire che Putin non ha nulla da perdere. Non gli si possono applicare categorie che si applicherebbero a una persona “normale”, che ama la vita, che ama i suoi figli, che ha una moglie. Putin è pura ambizione”.

Torniamo a parlare di cultura. La Russia è un paese dalla lunga storia di potere autoritario e repressivo, ed è probabilmente per questo che la sua cultura è così profondamente veicolo di resistenza. Testimonia della possibilità di articolare forme di dissidenza in ogni circostanza. “Bisogna ascoltare l’opera e leggere i grandi classici della letteratura russa, perché individuano con struggente precisione e chiarezza ciò che non va nella politica e nella società”, afferma la nostra interlocutrice. “Alcuni dicono che l’arte e la cultura sono deboli di fronte alla guerra. Io vedo piuttosto in loro una notevole resistenza”.

Uno scrittore di cui si torna a parlare in questi mesi è Evgenij Zamjatin, autore nel 1922 di un romanzo di fantascienza politica intitolato “Noi” (edizione italiana da Mondadori). È scritto nella forma di un diario tenuto dal suo protagonista, che porta un numero al posto del nome. D-503 vive nello Stato Unitario (diretto dal Benefattore), luogo di totalitarismo e conformismo non dissimile dall’Unione Sovietica. Il libro ha ispirato tra gli altri George Orwell nella stesura di “1984”. 

Quello che Zamjatin consegna a noi che viviamo un secolo esatto più tardi, in società sempre più intrise di sorveglianza, conformismo, normalizzazione del “fake” e proiezioni pubblicitarie e manipolatrici della realtà, è un messaggio di resistenza. “Ci dice”, commenta Nadia Sikorsky, “che dobbiamo resistere a chi vuole trasformarci in robot, in numeri. Che dobbiamo mantenere la nostra dignità per rimanere umani”.

La letteratura russa, tuttavia, non uscirà indenne da questa guerra e dalle tensioni che la circondano. Sikorsky: “Ho notato che molti grandi scrittori contemporanei di lingua russa stanno smettendo di scrivere in russo. Andrei Kurkov ha appena pubblicato il suo ultimo libro in inglese. Mikhail Shishkin (che vive in esilio nella Svizzera tedesca) lo ha fatto in tedesco. Mi par di capire che il prossimo libro di Sergei Lebedev non sarà in russo. Non li giudico, ma lo trovo triste”.

Nell’immagine: Nadia Sikorsky ritratta da Janna Lambinet


Perché la guerra in Ucraina è anche un momento decisivo per il clima

Il discorso ai neolaureati dell’USI di Bruno Giussani, relatore ospite 

L’invasione russa dell’Ucraina è cominciata da una quarantina di giorni, ma ha già causato sofferenze e distruzione indicibili e cambiamenti epocali nell’ordine globale. Mentre i paesi occidentali hanno iniziato a dissociarsi dalla Russia sia economicamente che politicamente, l’attenzione si sta ora concentrando sulla sicurezza energetica – e sulla tentazione di aumentare la produzione di combustibili fossili altrove per disincagliarsi dalla dipendenza al petrolio e al gas russi. “Possiamo occuparci più tardi del cambiamento climatico”, si comincia a sentir dire. Ciò rischia di fare dello sforzo esistenziale di decarbonizzare l’economia globale un danno collaterale della guerra. Sarebbe catastrofico.

La domanda diventa quindi: Possiamo essere indignati per la guerra, preoccuparci della sicurezza energetica e combattere il cambiamento climatico allo stesso tempo?

Questi obiettivi non sono necessariamente in contrasto. Ma richiedono una comprensione chiara delle forze in gioco, sia economicamente che geopoliticamente.

La guerra in Ucraina è, per molti versi, una guerra dell’energia. L’Europa in particolare sta diventando drammaticamente consapevole della propria dipendenza dai combustibili fossili russi – e di come ciò stia letteralmente alimentando il conflitto. L’Unione Europea, e in misura minore il Regno Unito e gli Stati Uniti, acquistano ogni giorno per centinaia di milioni di dollari di petrolio e gas dalla Russia (che in parte transitano in oleodotti e gasdotti che attraversano l’Ucraina), e sono quei molti milioni che finanziano il regime russo e il suo esercito.

L’Europa dipende oggi dalla Russia per circa il 40% del proprio fabbisogno di gas, e per circa un quarto delle importazioni di petrolio. Interrompere questi flussi sarebbe a doppio taglio: paralizzerebbe la Russia economicamente, ma potrebbe anche innescare blackout e caos in tutto il continente. Questo aiuta a spiegare perché le sanzioni dell’UE attualmente non si estendano ai combustibili fossili della Russia (gli Stati Uniti e il Regno Unito ne importano molto meno e si sono mossi per vietare le importazioni di petrolio).

Il cancelliere tedesco recentemente eletto Olaf Scholz, che con un unico, storico discorso ha rovesciato decenni di politica estera non militarizzata, ha dovuto riconoscere che la disponibilità di energia in Europa “al momento non può essere assicurata altrimenti”. Il suo ministro dell’economia e dell’energia Robert Habeck, del partito dei Verdi, ha messo in guardia contro il rischio di “disoccupazione di massa e la povertà”. E così i combustibili continuano a scorrere, e il pieno di benzina e il riscaldamento delle case europee finanziano la guerra.

La situazione energetica dell’Europa è un problema auto-inflitto. Ma ciò non cambia il fatto che sganciare il continente dal gas e dal petrolio russo – una necessità di cui si è parlato per anni tra le righe nelle discussioni europee – è diventato un imperativo di sicurezza urgente. La Commissione europea ha presentato un piano per rendere l’Europa indipendente dai combustibili fossili russi prima del 2030, iniziando con la riduzione delle importazioni di gas di due terzi entro la fine dell’anno. (Questo include l’aumento delle importazioni di gas liquido (LNG), l’adozione più rapida delle energie rinnovabili, il risparmio energetico, lo sviluppo dell’idrogeno e l’introduzione di misure per far fronte all’aumento dei prezzi dell’energia). L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) ha poi aggiunto le proprie riflessioni sui modi per ridurre questa dipendenza.

Queste misure possono contribuire ad affrontare il cambiamento climatico, e molti vedono l’instabilità provocata dalla guerra come un momento di svolta, un rinnovato e potente incentivo ad accelerare la (peraltro necessaria per decarbonizzare l’economia globale) adozione delle energie pulite. Sbarazzarsi della dipendenza dai combustibili fossili russi significa sbarazzarsi dei combustibili fossili – e una volta passati a fonti energetiche più pulite non ci sarebbe più ragione di tornare indietro. Questa è, per ora, la posizione dell’Europa, che ha trovato nuova unità e vigore politico in risposta alla guerra. (Vale la pena notare che a questo obiettivo condiviso non corrisponde ancora un consenso sul metodo: mentre la Germania sta eliminando gradualmente le centrali nucleari, la Francia sta progettando una vasta espansione dell’energia nucleare, per esempio).

Altri, tuttavia, pensano che non sia possibile affrontare contemporaneamente la sicurezza energetica e la decarbonizzazione. Secondo questo punto di vista l’instabilità provocata dalla guerra crea aumenti di prezzo e istabilità nell’approvvigionamento energetico, con ripercussioni economiche e sociali significative. Dovremmo quindi affrontare dapprima questa crisi, e solo dopo preoccuparci del cambiamento climatico, dando la priorità alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici, aumentando la produzione di petrolio e gas e ritardando l’abbandono del carbone. Questa sembra essere la posizione degli Stati Uniti (che stanno persino cercando di convincere il Venezuela e l’Iran ad aumentare la produzione di petrolio), e in una certa misura, anche del Regno Unito e della Cina.

Chi ha ragione? Questo conflitto tra le esigenze di sicurezza energetica e gli obiettivi globali di transizione ad un’economia “pulita” è ora centrale nella discussione sul clima. Non può essere – e non dovrebbe essere – risolto facilmente. Porre questi due obiettivi come alternative è un lusso che non possiamo permetterci. Ci sono aspetti ragionevoli in entrambi i punti di vista, almeno a breve termine. Non è tanto una scelta quanto un dilemma – uno di quei casi dove dobbiamo tener presente, in parallelo, due obiettivi contrastanti, attribuendo ad entrambi lo stesso alto livello di priorità.

Il che ci porta alla seconda grande minaccia che rischia di rallentare l’azione contro il cambiamento climatico: la deglobalizzazione. Affrontare il problema necessita di collaborazione globale. Tuttavia dopo decenni di integrazione, accelerata nel 2001 quando la Cina è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, il mondo sta ora diventando meno integrato. Questa tendenza alla deglobalizzazione non è nuova. Può essere fatta risalire alla crisi finanziaria del 2008, ed è stata accelerata negli ultimi anni dalla crescente rivalità economica e strategica tra Stati Uniti e Cina, e dalla pandemia di Covid-19, che ha approfondito le disuguaglianze globali e fornito nuovi motivi per politiche più protezionistiche.

Anche per questa tendenza la guerra in Ucraina è un drammatico fattore di accelerazione. Per evitare lo scontro con una Russia dotata di ordigni nucleari, che potrebbe degenerare in un conflitto generalizzato (una terza guerra mondiale) l’Occidente ha scelto di non impegnarsi militarmente in modo diretto in Ucraina ma di offrire supporto esterno. Di per sé, questa è una decisione prudente e razionale: nessuno vuole che i caccia della NATO e della Russia volino troppo vicini gli uni agli altri.

Parallelamente, tuttavia, i paesi occidentali hanno iniziato ad attuare sanzioni economiche severe ed espansive, mirate alle banche russe, alle importazioni di tecnologia, ai beni degli oligarchi. Come conseguenza delle sanzioni (e dell’indignazione dei loro clienti per la guerra) centinaia di aziende si sono ritirate dalla Russia o vi hanno sospeso le loro attività. Molti pensano che il paese sia diventato “non adatto agli investimenti” e lo rimarrà per molto tempo. Ciò sta mettendo un’enorme pressione sulla Russia, ma ha anche esteso la scena del conflitto alla sfera economica globale.

Per esempio, in una recente conversazione TED il geopolitologo Ian Bremmer, fondatore di Eurasia Group, mi ha detto che l’ambasciatore cinese a Mosca ha riunito gli investitori cinesi in Russia per suggerire loro che il ritiro occidentale rappresenta un’opportunità unica per “impegnarsi e fare di più, perché la Russia dovrà contare su di noi”. La maggior parte delle sanzioni, ha suggerito Bremmer, sono potenzialmente permanenti (almeno finché il presidente Putin sarà al potere, e soprattutto se mette in atto la sua minaccia di sequestrare i beni delle aziende occidentali), e i loro effetti a catena stanno già attivando una riorganizzazione dell’economia globale.

Molti scenari possono scaturire da questa situazione, ed eccone uno. Il mondo si divide in due parti ideologicamente incompatibili, una autoritaria intorno alla Cina e alla Russia, e una democratica intorno agli Stati Uniti e all’Europa. Anche l’infrastruttura sottostante inizia a divergere, con sistemi di carte di credito e di pagamento, reti Internet, sfere di informazione (questo sta già accadendo, soprattutto dopo la chiusura completa di qualsiasi media e network indipendente in Russia), sviluppi tecnologici e catene di approvvigionamento separati. Se suona familiare è perché lo è. Il mondo era già diviso in due durante la guerra fredda.

Questa Nuova Guerra Fredda tuttavia è diversa, per almeno tre ragioni. In primo luogo, il mondo è diventato molto più interconnesso e interdipendente, il che significa che una rapida riorganizzazione (o disorganizzazione) delle catene di approvvigionamento globale porterà perturbazioni significative e prezzi più alti. In secondo luogo, la Cina non è l’Unione Sovietica: è una grande economia di successo con una politica estera assertiva, che ha praticamente raggiunto la parità tecnologica con gli Stati Uniti, ha la più grande marina del mondo e si avvicina ogni giorno di più al momento in cui riprenderà il controllo di Taiwan, il centro mondiale dei semiconduttori.

Infine, non è ovvio che gran parte del resto del mondo si allinei con Europa e Stati Uniti. I media occidentali si sono concentrati sul fatto che la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che condanna l’invasione dell’Ucraina ha raccolto 141 voti, con 35 paesi che si sono astenuti e solo 5 che hanno votato contro (Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord, Siria e la stessa Russia), considerandola la dimostrazione che il mondo è unito contro la Russia.

Un’attenzione troppo scarsa è invece stata prestata alla lista dei paesi che hanno effettivamente aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia, che è molto più breve: Stati Uniti, Regno Unito, UE, Canada, Giappone, Svizzera e una dozzina di altri. I paesi del Sud, per esempio, ne sono restati fuori, forse perché vedono i doppi standard che l’Occidente sta applicando. Anche i paesi del Medio Oriente si tengono a distanza. Le loro motivazioni sono probabilmente sia economiche che politiche.

In altre parole siamo ad un punto di snodo geopolitico, di fronte a un futuro con meno “ordine liberale globale” e più crudi interessi nazionali. Vediamo già meno attenzione alle istituzioni e alle regole internazionali – che hanno bisogno di essere re-immaginate – e più alla sovranità nazionale, e al vantaggio competitivo di coloro che controllano fonti affidabili di energia, materie prime e prodotti alimentari, così come la tecnologia e le catene di approvvigionamento. L’Europa sta rendendosi conto che stanno accadendo “movimenti tettonici” e, nelle parole del presidente francese Emmanuel Macron al recente incontro di Versailles dei capi di Stato dell’UE, che l’energia, l’alimentazione e la difesa sono questioni centrali per la sovranità di un paese.

All’interno dei paesi la spirale dei prezzi dell’energia (e dei prodotti alimentari), che colpisce più duramente gli strati sociali meno abbienti, potrebbe destabilizzare i sistemi politici, rendendo ancora più difficili politiche climatiche ambiziose. In questo senso questa crisi energetica sarà un test cruciale. Mostrerà molto chiaramente quanto sarà costosa la transizione climatica, e la risposta sarà la misura di quanto siamo seri nell’affrontarla. Come lo dice l’AIE, “più velocemente i politici dell’UE cercheranno di rinunciare alle forniture di gas russo, maggiori saranno le implicazioni potenziali, in termini di costi economici e di emissioni a breve termine”. Assorbire questi costi richiederà enormi sforzi, impegno e creatività politica, e coesione sociale.

Quali sono le implicazioni di tutto questo per il clima? Negli ultimi anni la lotta contro il cambiamento climatico ha finalmente guadagnato slancio, spinta da una combinazione di pressione pubblica da parte dei movimenti giovanili, crescente apprensione per i catastrofici incendi, le inondazioni, la siccità e le ondate di calore in tutti i continenti, le prove scientifiche sempre più accurate (e inquietanti) e lo sviluppo di concetti ancora vaghi (e spesso abusati) ma utili come net-zero ed ESG.

La conferenza sul clima COP26 dello scorso novembre a Glasgow, anche se dipinta da alcuni attivisti come un fallimento, ha prodotto una serie di impegni reali che vedono in prima fila le città, il settore privato, la finanza, la scienza e la società civile. Lo scienziato del clima Johan Rockström, che partecipa regolarmente alle riunioni della COP, ha detto che per la prima volta ha visto “uno slancio che va oltre i piccoli passi”.

Nel complesso lo slancio è ancora verso la transizione energetica (anche quando lo si guarda attraverso il comportamento degli investitori sul mercato azionario). Ma ora è spaventosamente facile intravvedere come rischiamo invece di indirizzarci verso un mondo in cui gli sforzi di decarbonizzazione di alcuni potrebbero essere interamente spazzati via da altri, meno sensibili alla pressione dell’opinione pubblica e più concentrati sulla crescita economica, che pompano e bruciano senza scrupoli. E quando si tratta di emissioni di CO2, non importa dove e da chi viene prodotta, perché l’atmosfera è una sola, e condivisa.

Proprio per questo la lotta al cambiamento climatico ha bisogno di una cooperazione globale. La nuova configurazione che emerge dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle sanzioni economiche dell’Occidente minaccia di rendere questa collaborazione esponenzialmente più difficile, se non impossibile.

Inoltre, la lotta contro il riscaldamento globale e i suoi effetti ha bisogno che i paesi ricchi condividano tecnologie e risorse finanziarie con quelli più poveri, per permettere loro di adattarsi e sviluppare le proprie economie e società senza ricorrere ai combustibili fossili.

Finora questo sostegno è mancato, come ha detto il primo ministro delle Barbados Mia Mottley nel suo discusso discorso alla COP26, aggiungendo che “il nostro popolo sta guardando e prendendo nota”. È la stessa Mottley che in una più recente conferenza del Financial Times ha difeso il piano del suo paese di espandere la ricerca di combustibili fossili al largo della costa. Secondo il resoconto del giornale ha spiegato che i paesi emergenti hanno bisogno di “un modo per finanziare il proprio percorso verso l’economia decarbonizzata”, e se le nazioni ricche che “hanno causato il problema” non forniranno finanziamenti, dovranno trovare altri modi per generare entrate, come l’estrazione e l’esportazione di combustibili fossili. Questo è probabilmente un punto di vista condiviso da una maggioranza di i politici dall’Africa all’India, e favorisce la potenziale divisione geopolitica che la guerra in Ucraina sta innescando.

Quello che vale per l’energia vale anche per i prodotti alimentari e i minerali. Dall’Ucraina e dalla Russia vengono circa il 12% delle calorie scambiate nel mondo, e gli effetti della guerra sulle forniture alimentari si sono già fatti sentire attraverso il pianeta. Inoltre molte delle materie prime necessarie per una transizione energetica pulita sono pure dipendenti da instabili catene di approvvigionamento globali, delle quali fa parte pure la Russia (e che non ho spazio di trattare qui).

Quindi cosa possiamo fare? Questo è il momento di mettere tutte le carte in tavola ed esplorare un nuovo tipo di politica climatica.

Come la crisi del Covid-19 prima di essa, è improbabile che la guerra in Ucraina sia l’ultimo shock sistemico globale in grado di far deragliare l’azione sul clima. Ci saranno altre crisi, e non possiamo continuare a rimandare la questione climatica allo scoppio di ogni altra crisi. Abbiamo bisogno di sviluppare un piano adesso, un piano che, come mi ha detto la scrittrice sul clima Gabrielle Walker in una e-mail, “sia dinamico e flessibile, tenga presenti tutti gli aspetti e si adatti alle circostanze del momento”.

In primo luogo dobbiamo riconoscere che in un mondo in cui l’obiettivo è quello di sbarazzarsi della fonte principale (i combustibili fossili) che fornisce circa l’80% della nostra energia, le soluzioni climatiche non possono essere disgiunte dalla sicurezza energetica. Le società moderne non possono funzionare senza una fornitura affidabile di energia.

Anche se le rinnovabili sono ora la fonte di energia più economica e i paesi occidentali dovessero collaborare per accelerare la loro diffusione, adottando serie misure per aumentare l’efficienza e ridurre i consumi, sviluppando nuovi approcci come il geotermico e l’idrogeno, e investendo massicciamente in nuove tecnologie (per esempio per lo stoccaggio), sarà impossibile mantenere la stabilità dei loro sistemi economici nel breve-medio termine senza combustibili fossili e nucleare. Ci vogliono anni per mettere in rete una grande centrale solare, per esempio. In altre parole – e lo dico da attivista per il clima – nel breve termine dovremo sopravvivere alla crisi energetica con soluzioni “impure”, mantenendo lo sguardo sugli obiettivi climatici a più lungo termine.

In secondo luogo, mentre lavorano per assicurare il loro approvvigionamento energetico, i paesi occidentali devono diventare molto più seri nel finanziare le infrastrutture energetiche in tutto il Sud del mondo. È una questione di equità, ma anche un elemento cruciale per contrastare la divisione geopolitica che sta iniziando a formarsi. Vale anche la pena sottolineare che la Cina ha ancora un impegno “net-zero”, ed è ovviamente interessata ad essere un fornitore di soluzioni a basse emissioni di carbonio (si pensi alla tecnologia solare) al mondo. Anche questo è un tema che non dovrebbe diventare vittima delle bombe russe.

Anche riformulare il modo in cui usiamo il concetto di “net-zero” potrebbe essere utile, per quanto avrebbe bisogno di una definizione più stringente, che colleghi in modo rigoroso il permesso di compensare alcune emissioni alla decarbonizzazione effettiva. Potrebbe essere considerato non come un obiettivo climatico, ma come una via sicura per il mondo, il meccanismo attraverso il quale la sicurezza energetica e la decarbonizzazione possono essere entrambe raggiunte.

Christiana Figueres, la diplomatica costaricana che ha diretto le trattative che hanno portato all’accordo di Parigi, mi ha detto in una discussione recente che “quello che sta succedendo ora dovrebbe essere, per l’accelerazione della lotta ai cambiamenti climatici, un momento assolutamente decisivo”. Il suo collega Tom Rivett-Carnac, che partecipava alla conversazione, ha aggiunto che “spera che il mondo sappia unirsi intorno alla tripla sfida della sicurezza energetica a breve termine, delle preoccupazioni di stabilità sociale e della necessità imperativa della decarbonizzazione a lungo termine”. E questo vale non solo per coloro che si identificano come scienziati del clima, esperti del clima, investitori del clima o attivisti del clima, ma per tutti coloro che si preoccupano di mantenere il pianeta accogliente per la vita umana. Finora l’unità non è stata una caratteristica della comunità “climatica”.

Il 28 febbraio 2022 un rapporto scioccante è passato quasi inosservato, scansato dalle prime pagine dalla guerra in Ucraina, iniziata quattro giorni prima. L’IPCC, il gruppo di scienziati di tutto il mondo riuniti sotto l’egida delle Nazioni Unite che valuta lo stato del clima, ha pubblicato quel giorno una devastante seconda parte (su tre) della sua sesta valutazione, che descrive come il degrado del clima stia accelerando. È un documento incontrovertibile: il “riassunto per i responsabili politici” del rapporto deve essere approvato all’unanimità, parola per parola, da tutti i 195 governi membri. Il segretario generale dell’ONU António Guterres l’ha definito “un catalogo della sofferenza umana e un’accusa schiacciante di fallimento per la leadership climatica”.

Questo documento è stato seguito, l’8 marzo, dal ‘Global Energy Review’ dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Dice che il 2021 ha registrato “il più grande aumento annuo delle emissioni di CO2 legate all’energia in termini assoluti”, con un aumento del 6 per cento principalmente determinato dal carbone, e raggiungendo il livello più alto di sempre. Nel frattempo piogge record hanno causato inondazioni calamitose e morti nell’Australia orientale. In altre parole la crisi climatica sta accelerando, e l’urgenza di decarbonizzare è indiscutibile.

È quindi vitale conciliare gli obiettivi energetici a breve termine con gli obiettivi climatici a lungo termine, in questo mondo in fase di deglobalizzazione, con un’unità di intenti e di direzione. Ma nel frattempo la sofferenza e la distruzione in Ucraina si intensificano, e affrontarle è urgente. Non fare entrambe le cose allo stesso tempo avrebbe ripercussioni sul mondo per generazioni a venire.

Quando ha tenuto il suo discorso inaugurale nel 2019, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha lanciato un messaggio che era diretto al parlamento, mai che dovrebbe risuonare nel mondo intero di oggi. Ha detto: “Costruiremo ‘il paese delle altre opportunità (…) e per questo abbiamo bisogno di persone al potere che servano il popolo. Ecco perché non voglio la mia foto nei vostri uffici. Perché il presidente non è un’icona, un idolo o un ritratto. Appendete invece le foto dei vostri figli, e guardatele ogni volta che prendete una decisione”.

Bruno Giussani è il responsabile europeo della non-profit TED e il co-fondatore della sua iniziativa climatica, Countdown. Recentemente sulla guerra in Ucraina ha intervistato lo storico Yuval Noah Harari e l’analista geopolitico Ian Bremmer.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata sul sito TED Ideas il 16 marzo 2022.
Poiché è stato redatto originariamente in inglese i link, che abbiamo mantenuto, rimandano a pagine e siti non in italiano. La traduzione è di Mario Conforti.


Il paese dove quasi tutti sono vaccinati

Il discorso ai neolaureati dell’USI di Bruno Giussani, relatore ospite 

Ho pubblicato sul Corriere del Ticino un articolo che raccontava i 14 giorni di quarantena obbligatoria imposti a chi voglia entrare in Nuova Zelanda: organizzata militarmente, con tre test Covid successivi, uscendo dalla stanza solo mezz’ora al giorno per camminare (vietato correre) sul parcheggio dell’albergo, e neanche tutti i giorni. Tenendo fermi in questo modo i visitatori all’arrivo, il paese riesce da mesi a correre più veloce del virus, e dall’altra parte dell’isolamento, finiti i 14 giorni, la vita scorre come se fosse il 2019: cene al ristorante, concerti, eccetera.
Mi ha scritto uno dei redattori dei “Naufraghi” rimproverandomi bonariamente per non aver analizzato, per esempio, “come sarebbe possibile per la Nuova Zelanda muoversi in questo modo se non fosse in mezzo all’oceano, in una sorta di ‘autosufficienza’ che non la vede, sempre per esempio, dipendente da un quarto di lavoratori frontalieri (che per fortuna fanno andare avanti settori cruciali della nostra economia e del nostri sistema sanitario); insomma, il nostro stare in mezzo all’Europa rende intrinsecamente impossibile adottare anche solo lontanamente misure come quelle descritte nell’articolo” (che era basato sul diario di quarantena a Auckland di un’imprenditrice romanda).

Vero. Infatti la premessa dell’articolo era esplicitamente che la Svizzera e la Nuova Zelanda si assomigliano molto (politicamente, socialmente, demograficamente – 8 milioni/5 milioni) ma sono anche diametralmente opposte (in mezzo a un continente l’una, un arcipelago nell’oceano l’altra). E l’intenzione non era di suggerire misure alla neozelandese: era solo di descriverle.
Ma riprendiamo la domanda del redattore: è possibile non essere un’isola, avere un numero elevato di frontalieri, e minimizzare l’impatto del Covid?

Usiamo allora un altro esempio, che non è un’isola ma la porzione d’Europa più vicina all’Africa: Gibilterra. Territorio cosiddetto “d’oltremare” della Gran Bretagna; fa frontiera con l’Andalusia, in Spagna; fa parte dello spazio Schengen. La sua economia è centrata sulla finanza offshore e sul turismo. Il tenore di vita è più elevato di quello spagnolo. I gibilterrini sono 34’000, un decimo dei ticinesi. Ogni giorno 15’000 frontalieri entrano dalla Spagna. In altre parole, il tasso di frontalierato è doppio del nostro.
Gibilterra ha avuto un’evoluzione pandemica non totalmente diversa da quella del Ticino: confinamento la primavera scorsa, estate un po’ più rilassata, poi le cose si sono fatte difficili di nuovo con l’inverno. Attualmente il numero totale di morti è di 94 su 4250 casi totali. Non siamo molto lontani, in proporzione, dai dati ticinesi, che sono, dall’inizio della pandemia, di 978 morti su 30800 casi.

Due realtà quindi altamente paragonabili.
A Gibilterra i ristoranti e caffè sono aperti, le strade commerciali sono piene [nella foto, ndr]. L’obbligatorietà delle mascherine è progressivamente ridotta. Recentemente 600 persone hanno assistito alla partita della nazionale di calcio contro l’Olanda (finita 0-7) e alcune migliaia a un incontro di boxe – tutti vaccinati e testati negativi.

Perché il paese ha puntato tutto sulla vaccinazione, e l’ha eseguita in modo estremamente efficiente ed efficace, senza tentennare e senza se e ma: oltre l’85% della popolazione sopra i 16 anni è stata vaccinata (il 98% di coloro sopra i 60). La vaccinazione è stata offerta anche a tutti i frontalieri spagnoli e più della metà di questi hanno già ricevuto almeno la prima iniezione. Certo, la piccola dimensione del paese e la densità della popolazione (praticamente è una sola città, all’ombra della famosa Rocca) ha giocato a favore. Ma c’è anche “uno spirito comunitario attorno alla questione”, ha detto la ministra della salute Samantha Sacramento a una newsletter americana, e quello spirito sta persino spingendo i pochi dubbiosi sulla vaccinazione a cambiare idea. La gente si comporta ancora in modo guardingo ma, dice ancora la ministra, “l’abbiamo chiamata Operazione Libertà, la campagna di vaccinazione, e ora, a tre mesi dall’inizio, sembra proprio una liberazione”.