Lo Stato sociale possibile

Dopo la pandemia: rivolte sociali e svolte storiche 

Dopo aver vinto la guerra, occorre vincere la pace, affrontare il futuro evitando di ripercorre la strada che ha portato alla crisi. Mai più, never again! È così che in Inghilterra, dopo la vittoria dei laburisti alle elezioni del luglio del 1945, si avviò la costruzione dello Stato sociale basato sull’universalità del diritto alla protezione sociale, l’uniformità dei contributi e delle prestazioni, la centralità amministrativa della previdenza e dell’assistenza. La costruzione del Welfare State inglese, che ispirò tutti i paesi europei (in Svizzera, l’AVS entra in vigore nel 1948), durò tre anni. Fu la risposta alla domanda di risarcimento di un popolo provato dalla sofferenza, la povertà, la disuguaglianza, la morte, causate da una guerra spietata, esito della disintegrazione dell’economia internazionale e del sovranismo politico quale risposta dei governi alla crisi del 1929. Un esperimento, quello di un’economia sociale comunque sempre di mercato, che per trent’anni si rivelò vincente, se è vero che le disuguaglianze diminuirono come mai nella storia del capitalismo degli ultimi due secoli. Un esperimento che Margaret Thatcher, con Ronald Reagan sull’altra sponda dell’Atlantico, fecero a pezzi con feroce determinazione, dando avvio all’economia liberista basata sul principio dell’auto-regolazione del mercato, dell’inutilità dello Stato sociale e della giuistizia redistributiva che lo caratterizza.

Oggi ci si interroga su come sarà l’uscita dalla guerra pandemica, quale sarà il futuro delle economie segnate da una crisi a suo modo inedita, ci si chiede se il boom post-pandemico, che sembra in divenire nei paesi ricchi (ma solo in essi), sia destinato a durare lo spirare di un giorno o di più anni. Ci si chiede, anche, se lo Stato sociale che in questa crisi si è riattivato per contrastare gli effetti della pandemia, rilegittimandosi non poco dopo anni di egemonia del pensiero liberista austeritario, abbia possibilità di successo oppure sia destinato a soccombere di fronte ai costi della guerra, al governo di una ripresa economica in cui i disavanzi pubblici e privati saranno (già lo sono) terreno di scontro politico permanente.

Come sempre durante le pandemie, quest’ultimo anno il risparmio dei cittadini è aumentato parecchio, ma non è affatto detto che in fase di ripresa tutto questo risparmio si riverserà nell’economia con l’aumento dei consumi. Se c’è un tratto distintivo di questa crisi è l’incertezza, l’opacità del futuro che la pervade, ciò che induce cautela nel comportamento dei consumatori. Parte del risparmio, e non poco, è andata a finire sui mercati finanziari alla ricerca di rendimenti tali da (almeno) compensare tassi di interessi nulli o negativi sui depositi bancari. Non è quindi detto che la ripresa possa poggiare spontaneamente sulla domanda privata, anzi c’è il rischio reale che il processo di finanziarizzazione, con le sue euforie irrazionali, si rafforzi a scapito dell’economia reale, l’economia in cui il reddito è in qualche modo legato alla produzione di ricchezza sociale. Una ragione in più per non buttare alle ortiche il sostegno pubblico della domanda tipico dello Stato keynesiano, investendo nelle infrastrutture fisiche secondo criteri di sostenibilità, laddove esse sono state sacrificate per troppo tempo sull’altare dei profitti di breve termine, ma anche nelle infrastrutture umane, in quel capitale sociale fatto di attività antropogenetiche, di produzione dell’uomo da parte dell’uomo, che fa della sanità, della socialità, della formazione-ricerca e della cultura, i settori strategici entro i quali lo Stato sociale si riqualifica strategicamente.

L’esperienza storica insegna che, sul lato dell’offerta, della produzione di beni e servizi, le crisi pandemiche stimolano gli “spiriti animali”, l’innovazione imprenditoriale, la ricerca avventurosa di nuovi modi di produrre o di colmare vuoti di mercato, nuove espressioni di “assunzione del rischio” economico. Anche qui, la crisi pandemica ha dato voce a quel mondo degli indipendenti che si è trovato confrontato con l’assenza o insufficienza di tutele assicurative non solo del reddito compromesso dai lockdown e dai confinamenti, ma anche delle spese necessarie alla conduzione dell’attività stessa. I nuovi indipendenti non sono solo una realtà statistica dell’economia emergente, ma incarnano una tendenza del mondo del lavoro in generale, fatto sempre più di esternalità, di intermittenza e di lavoro “su domanda”. Lo Stato sociale, con la riforma della sicurezza sociale all’altezza di questo nuovo mondo del lavoro, è una necessità storica.

L’esperimento della nuova amministrazione Biden sarà in grado di portare l’economia statunitense fuori dalle secche della crisi, riducendo le disuguaglianze e rilanciando lo Stato sociale? Si parla molto della dimensione finanziaria, enorme, delle misure di rilancio avviate dall’amministrazione Biden e subito ci si preoccupa dei possibili effetti inflazionistici di tale programma. Si temono aumenti inevitabili dei tassi d’interesse per raffreddare una ripresa troppo vigorosa, malgrado le rassicurazioni del presidente della Federal Reserve, al quale un po’ di inflazione non dispiacerebbe affatto, fosse solo per alleggerire il peso del debito pubblico e magari anche di un dollaro che rischia di rivalutarsi troppo se il resto del mondo non segue la traiettoria di sviluppo americana. Dietro questi timori di ripresa dell’inflazione, probabilmente ingiustificati almeno fino a quando non assisteremo a un aumento reale dei salari, ci sono gli interessi del mondo della finanza, che teme un crollo dei mercati quale conseguenza di una svolta della politica monetaria, da anni estremamente favorevole alla speculazione finanziaria e ai suoi effetti, qui davvero inflazionistici.

È quindi vero che nulla è scontato, ma quando mai lo è stato? Che l’uscita dalla pandemia sia irta di ostacoli politici, economici e finanziari è certo, come è probabile, a detta anche del Fmi, che il percorso sarà contrassegnato da rivolte sociali laddove la ripresa accentuerà disuguaglianze pre-esistenti. D’altronde, si capisce poco dell’esperimento americano se non si tien conto delle lotte del movimento Black Lives Matter, quelle lotte che hanno spezzato il ciclo liberista riportando al cuore della società la questione dei diritti sociali, umani, economici. Lo stato sociale del secondo dopoguerra fu una risposta al conflitto sociale, addirittura lo trasformò in motore della crescita economica e civile. Il liberismo ha distrutto il conflitto sociale per arricchire i pochi a scapito dei molti. Oggi il conflitto sociale è di nuovo al centro di una svolta storica, reale perché possibile.


Narrazioni tossiche

Dopo la pandemia: rivolte sociali e svolte storiche 

“È (molto) più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla di essere stata ingannata”.

Questa perla di saggezza di Mark Twain si addice perfettamente all’idea, dura a morire, secondo cui gli sgravi fiscali a favore dei ricchi hanno effetti positivi per tutta la società. Lo sgocciolamento della ricchezza verso il basso (trickle down, in gergo), così suona il ritornello, favorisce il consumo e l’occupazione grazie ai maggiori investimenti delle imprese alleggerite dal carico fiscale. È un’idea che non poggia su alcuna base scientifica, eppure è data per oggettivamente vera (“le cose stanno così e basta”), neutra e imparziale, e guai a chi cerca di confutarla, sarà subito tacciato di essere ideologico e fazioso.

Secondo il Consuntivo del Cantone per il 2020, i conti si sono chiusi con un disavanzo di 165 milioni di franchi e, a detta del Consiglio di Stato (ma non solo) la colpa sarebbe da attribuire al Coronavirus e ai suoi effetti sugli utili delle imprese e il numero degli occupati. Si tratta, sia detto per inciso, di un deficit pari allo 0,53% del Pil cantonale, un’inezia, roba da far rimpiangere i parametri di Maastricht. Nessuno nega l’impatto economico e finanziario della pandemia, ma nel nostro Cantone il calo dell’imposta sull’utile delle imprese è stato addirittura più marcato nel 2019, ossia prima dell’evento pandemico. Il che si spiega alla luce della riforma fiscale a favore delle imprese e, per quanto riguarda le persone fisiche, all’abbassamento del moltiplicatore cantonale d’imposta, avviato appunto nel 2019. Addirittura, nel corso del 2020, in piena crisi, si è pensato bene di ridurre ulteriormente (dal 98% al 97%) il coefficiente di imposta cantonale, un taglio lineare delle imposte che favorisce gli alti redditi senza avere effetti significativi sui redditi medio-bassi (ricordiamoci che in Ticino, un quarto dei contribuenti sono esentasse).

Benché insufficienti e lacunose, le misure di contrasto al Covid-19, sia sul fronte occupazionale (lavoro ridotto) che su quello dei redditi (come le Ipg per gli indipendenti) hanno perlomeno contenuto il calo delle entrate fiscali imputabile alle politiche fiscali ribassiste, un calo, come detto, che non ha niente a che fare col Coronavirus. In altre parole, è solo grazie all’attivazione dello Stato sociale che il disavanzo pubblico è stato minore di quanto si potesse prevedere.

Se ancora in piena crisi pandemica, si trascura di parlare del fattore fiscale per spiegare l’aumento del deficit pubblico, è certo che appena ci si avvierà verso tempi migliori non si esiterà a tagliare la spesa pubblica per ridurre i disavanzi. Si andrà a colpire la sanità, gli aiuti al lavoro dipendente e indipendente, mantenendo però intatta la politica fiscale a favore dei più ricchi, quella politica dello “sgocciolamento della ricchezza verso il basso” di cui nessuno, però, ha mai visto i risultati concreti. Sono trent’anni che li aspettiamo! Come è che non si sono visti neanche in questi mesi durante i quali la ricchezza dei più ricchi è aumentata in modo spropositato?

Non è facile confutare le narrazioni tossiche, le fake news, le bufale, proprio perché esse non si basano sulla razionalità, ma sull’illusione, l’incanto, il mito. L’idea, ad esempio, che gli sgravi fiscali arricchiscano tutti. È falso, ma funziona. Il problema è che ora il giocattolo si sta rompendo.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due


La rivolta degli schiavi

Dopo la pandemia: rivolte sociali e svolte storiche 

Lo storico dell’economia dell’antichità Moses Finley ha dimostrato la portata epocale delle guerre servili nell’imprimere una svolta alle forme economiche e all’organizzazione sociale.

In che misura il primo sciopero in Europa degli “schiavi dell’algoritmo” dell’intera filiera italiana di Amazon (lunedì 21 marzo), così come il referendum per la creazione di un sindacato al quale devono rispondere entro il 29 marzo i 5800 dipendenti del magazzino Amazon di Bessemer in Alabama, rappresentano una svolta all’interno del capitalismo delle piattaforme, l’inizio di un ciclo di lotte contro l’impero digitale?

Negli Stati Uniti solo il 10% dei lavoratori è iscritto a un sindacato (30% in Italia, 21% in Svizzera), ma di sicuro, nella storia 25ennale dell’azienda più importante del mondo, nessuno dei dipendenti americani di Amazon (un milione) ha mai potuto iscriversi, dato che il sindacato semplicemente non c’è. Negli anni, le proteste dei lavoratori dei magazzini Amazon contro i turni massacranti, il controllo esasperato sulle attività svolte, le pause inesistenti e le disposizioni disciplinari del tutto arbitrarie, si sono moltiplicate, ma nessuna protesta è mai riuscita ad andare oltre il caso isolato e a evitare licenziamenti in tronco. Il magazzino Amazon, inaugurato a Bessemer all’inizio del 2020, si trova in una regione dove il 25% della popolazione è povera e la forza lavoro di Amazon è per l’85% nera e per  il 65% femminile. Per questo, l’entrata ufficiale del sindacato è da considerarsi come la prima sfida aperta e organizzata al gigante Amazon, che rischia di perdere il controllo assoluto sulla “sua” classe operaia.

Si tratta di una battaglia per la dignità, se è vero che sotto il profilo salariale Amazon offre un salario orario pari a 15 dollari l’ora, il doppio dei 7,25 previsti dal salario minimo. Come ha dichiarato alla tv CBS Jennifer Bates, lavoratrice del magazzino Amazon-Bessemer

“Siamo trattati come se fossimo prigionieri che sono lì per portare a termine un lavoro”. “Ciò di cui la comunità non si rende conto è quello che succede dietro le quinte”; “Cosa stanno passando i lavoratori solo per assicurarsi che tutti ricevano i propri pacchi?”

Il New York Times ha raccontato la pausa pranzo di Jennifer con queste parole: “…si allontana dal posto di lavoro nel magazzino Amazon dove lavora, il tempo inizia a ticchettare. Ha 30 minuti esatti per andare in mensa e tornare. Ciò significa attraversare un magazzino delle dimensioni di 14 campi di calcio… Evita di portare il cibo da casa, perché riscaldarlo nel microonde le costerebbe ancora più minuti”.

La caparbietà antisindacale di Amazon sta creando le condizioni per uno scontro politico di proporzione nazionale, perfino il presidente Biden si è visto obbligato a dichiarare che “gli impiegati di Amazon devono essere liberi di sindacalizzarsi”.

Amazon ha rivoluzionato l’attività commerciale, nel farlo non ha trovato rivali, tranne in Cina dove da luglio 2019 ha deciso di vendere solo prodotti non cinesi, dopo aver provato a contrastare la multinazionale Alibaba e aver visto passare la sua quota di mercato dal 15% nel 2012 all’1% del 2018. Lo stesso in India. Ma queste sono eccezioni. Nel resto del mondo Amazon cresce da anni tra il 20% e il 40% ogni anno, e la crisi pandemica non ha fatto altro che accrescere in misura spropositata il suo valore azionario.

C’è chi propone di organizzare un boicottaggio di Amazon “per difendere il piccolo negozio vicino a casa”. Per quanto condivisibile (chi scrive non compra nulla su Amazon), non è detto che le condizioni di lavoro al negozio all’angolo siano migliori. Una proposta alternativa, avanzata da un gruppo di lavoratori Amazon della CGIL, “è quella di lottare per migliorare le condizioni di lavoro in Amazon, evidenziando allo stesso tempo, che questo modello aziendale mostra rozzamente quello che potrebbe essere un moderno sistema di pianificazione e distribuzione delle merci, di quelle necessarie, non solo i capricci stupidi”.


Stato sociale, quale futuro?

Dopo la pandemia: rivolte sociali e svolte storiche 

Nel giugno del 1937, proprio quando l’esperimento del New Deal di Franklin Roosevelt stava dando i suoi frutti migliori, con produzione, profitti e salari tornati ai livelli pre-crisi del 1929, il presidente americano dovette piegarsi all’ortodossia di politici e economisti conservatori, secondo cui il debito pubblico era troppo elevato. Roosevelt tagliò la spesa pubblica, diede una stretta al credito e aumentò le tasse. Poco dopo l’America piombò di nuovo nella crisi economica (1938). Fu solo il colossale programma di riarmo che permise all’economia statunitense di riprendere a crescere, recuperando lo stesso vigore degli anni durante i quali il primo esperimento di Stato sociale moderno aveva salvato il Paese dalla depressione. “Se la spesa negli armamenti risolverà davvero il problema della disoccupazione, allora è iniziato un grande esperimento” (…) “Potremo imparare un paio di trucchetti che verranno utili quando arriverà il giorno della pace”, disse Keynes (1939).

Da liberale illuminato, Keynes non era certo un guerrafondaio. È che l’esperimento del programma di spesa per l’armamento dimostrava la necessità dell’intervento pubblico a tutto campo per risollevare le sorti di un’economia distrutta dalle politiche economiche liberiste che avevano portato dritti alla crisi del 1929, facendola scoppiare con politiche monetarie ortodosse. La guerra fu il prezzo pagato per l’affermazione dello Stato sociale che nei trent’anni che seguirono permise alla crescita economica di essere non solo robusta, ma anche redistributiva e inclusiva. “Vedemmo nella guerra la conferma della teoria keynesiana”, scrisse John Kenneth Galbraith, l’economista che più si adoperò per divulgare il credo del grande economista britannico.

Anche oggi, la crisi pandemica e la guerra contro il Coronavirus stanno dimostrando che lo Stato sociale è indispensabile per contrastare la disoccupazione, la povertà, il crollo della produzione in molti settori dell’economia. Anche oggi, si tratta di un esperimento per così dire forzato, ma che restituisce legittimità al ruolo dello Stato dopo decenni di politiche liberiste, responsabili dell’aumento spaventoso delle disuguaglianze e della precarietà esistenziale.

Non è affatto detto che questo esperimento riuscirà a sopravvivere una volta usciti dalla crisi pandemica, “quando arriverà il giorno della pace”. I mercati già si attendono una ripresa dell’inflazione, col rischio reale che i tassi di interesse aumentino prima ancora che la ripresa economica possa dare i suoi frutti migliori. Come dicono gli economisti liberisti, “i mercati hanno sempre ragione”. Bontà loro. Ma sarà sul debito pubblico che ne vedremo delle belle, con le voci conservatrici che, invocando “responsabilmente” la disciplina del disavanzo, si alzeranno per porre fine al nascente Stato sociale, che è poi il loro vero obiettivo. Anche questa sarà una guerra, una guerra politica.

Testo dell’intervento nella rubrica Plusvalore di Rete Due