Miracolo a New York

I Knicks – storica e iconica squadra del basket statunitense – tornano a vincere dopo una maledizione di 53 anni 

Ci sono squadre che sembrano destinate a non vincere mai più. Che, con il passare degli anni, si trasformano in monumenti alla nostalgia: custodiscono il ricordo di un passato glorioso, ma ogni nuova stagione finisce per alimentare la sensazione che quel passato non tornerà mai. Per oltre mezzo secolo i New York Knicks sono stati esattamente questo. Una delle squadre più iconiche dello sport americano, uno dei marchi più potenti dell’NBA, eppure incapace di riportare a casa quel trofeo che mancava dal 1973. Fino a oggi.

Con la vittoria nelle Finals NBA 2026 contro i San Antonio Spurs, New York ha spezzato una maledizione lunga 53 anni. Un’attesa interminabile, che sembrava quasi parte integrante dell’identità della franchigia. Per capire quanto fosse pesante quel fardello basta tornare agli anni Settanta, quando i Knicks conquistarono i loro due unici titoli. Erano i tempi di Walt “Clyde” Frazier, di Willis Reed, di Dave DeBusschere, di Bill Bradley e di Earl Monroe, il leggendario “Black Jesus”. Una squadra memorabile che nel 1970 e nel 1973 riuscì a imporsi come simbolo della città.

Da allora New York sponda Knicks ha conosciuto soprattutto delusioni. Negli anni Novanta arrivò vicinissima al titolo con Patrick Ewing, il centro che più di ogni altro ha incarnato il sogno infranto dei Knicks. Le Finals perse contro Houston nel 1994 e la corsa del 1999, conclusasi anch’essa in finale contro San Antonio, sono rimaste ferite aperte nella memoria dei tifosi. Ewing è diventato un gigante della storia della franchigia newyorkese senza riuscire a ottenere ciò che conta più di ogni altra cosa nell’NBA: l’anello.

Lo stesso destino è toccato, in forme diverse, ad altri simboli della squadra. Carmelo Anthony riportò entusiasmo e rilevanza mediatica al Madison Square Garden, ma non riuscì mai a trasformare il talento individuale in una reale corsa al titolo. Altri giocatori amati dal pubblico newyorkese sono passati lasciando ricordi, prestazioni e momenti memorabili, ma nessuno è riuscito a spezzare il digiuno.

Eppure, se esiste un posto al mondo dove il basket è più di uno sport, quel posto è New York. La città dei playground. La città del Rucker Park, dei campetti di Brooklyn, del Bronx e di Queens, i campetti dei quartieri popolari newyorkesi in cui ragazzi fantasticano di riscatto sociale con in mano una palla spicchi, generazioni che hanno imparato a giocare all’aperto immaginando di essere stelle dell’NBA. Non è un caso che New York venga spesso definita la Mecca del basket. Qui la pallacanestro è cultura popolare, linguaggio comune, identità collettiva.

Proprio per questo vincere è sempre stato così difficile. Essere un giocatore dei Knicks significa convivere ogni giorno con aspettative enormi. Il Madison Square Garden amplifica ogni vittoria e ogni sconfitta. La squadra è una delle più seguite e popolari dell’intera lega e, insieme ai Los Angeles Lakers, rappresenta il punto di riferimento per il tifo delle celebrità. Taylor Swift, Timothée Chalamet, il “veterano” del Garden Spike Lee. Attori, musicisti, registi, personaggi televisivi: la celebre “Celebrity Row” del Garden è diventata parte integrante dello spettacolo tanto quanto ciò che accade sul parquet. Ogni partita è un evento. Ogni errore finisce sotto una lente d’ingrandimento.

Forse è proprio per questo che questi Knicks sono riusciti dove tanti altri avevano fallito. Perché non sono stati costruiti attorno a una superstar obbligata a vincere. Non c’è il peso schiacciante che accompagna certi fenomeni generazionali. Non c’è l’idea che il titolo sia l’unico risultato accettabile per giustificare una carriera.

Il volto della squadra è Jalen Brunson, ma Brunson non è mai stato percepito come una divinità del basket distante dai compagni. È una stella, certamente, ma soprattutto un leader accessibile, uno che sembra appartenere al gruppo prima ancora che dominarlo. Non sorprende che perfino il sindaco Zohran Mamdani lo abbia citato come esempio di leadership e di eccellenza civile. Brunson rappresenta un modello di successo costruito sul lavoro quotidiano e sulla responsabilità condivisa, caratteristiche che rispecchiano perfettamente l’identità di questi Knicks.

Le Finals hanno raccontato tutto questo nel modo più spettacolare possibile. La serie è stata durissima, molto più equilibrata di quanto dica il risultato finale. San Antonio ha mostrato per lunghi tratti il proprio enorme potenziale. Gli Spurs hanno talento, atletismo e un futuro luminosissimo davanti a sé. Hanno il futuro padrone della NBA, Victor Wembanyama. Ma hanno anche evidenziato ciò che spesso separa una squadra giovane da una squadra campione: l’esperienza.

L’emblema della serie è stata gara 4, destinata a entrare nella storia del Garden. Quando i Knicks sembravano ormai spacciati, sotto di quasi trenta punti, hanno trovato la forza di reagire. Possesso dopo possesso, difesa dopo difesa, Brunson e compagni hanno ricucito uno svantaggio che appariva impossibile da colmare. La rimonta si è completata nel finale, in una partita che verrà ricordata per decenni come una delle più incredibili mai viste sul palcoscenico delle Finals. Uomo partita è stato il cestista nigeriano-britannico OG Anunoby. Memorabile l’ultimo possesso della partita, caratterizzato prima da una stoppata su DeAandre Fox e poi, sul rovesciamento di fronte, da un tap-in in elevazione con un coefficiente di difficoltà non indifferente. Un ultimo possesso destinato a diventare un gesto simbolo della storia delle finali NBA, come la stoppata con rincorsa di Lebron James su Iguodala nel 2016 o The Shot di Jordan del 1998.

Dall’altra parte gli Spurs hanno pagato l’inesperienza nei momenti decisivi. Nei possessi che contano davvero, quelli che separano la gloria dal rimpianto, sono emerse esitazioni e indecisioni. Errori comprensibili per una squadra giovanissima, ma fatali contro un gruppo che ha imparato a convivere con la pressione.

E così, alla fine, il cerchio si è chiuso. I Knicks hanno riportato il titolo nella città che più di ogni altra vive di pallacanestro. Per cinquantatré anni New York è stata la Mecca del basket senza avere un campione NBA da celebrare. Oggi non è più così.

Nell’immagine: Zohran Mamdani festeggia la vittoria dei Knicks in un bar di Manhattan


Gattopardi del Kazakistan e il prezzo della democrazia

I Knicks – storica e iconica squadra del basket statunitense – tornano a vincere dopo una maledizione di 53 anni 

Da Astana

Astana a metà marzo è ancora copiosamente innevata e il termometro non si avventura sopra lo zero nemmeno nelle ore più calde del giorno. Diventata capitale del Paese nel 1997 su iniziativa di Nursultan Nazarbaev, il padre del moderno Kazakistan – lo Yelbasy, “la guida della nazione” in lingua kazaka – la città ha conosciuto da allora una crescita impetuosa (da 300’000 a 1’300’000 abitanti), sviluppandosi in un paesaggio urbano fatto di grattacieli e di costruzioni immaginifiche.

Nome cangiante

Nell’arco di meno di un secolo la città ha cambiato cinque volte di nome: Akmolinsk, Tselinograd (1961-’92), Akmola (1992-’98), Astana (19982019), Nur-Sultan (1919-’22) e di nuovo Astana da quest’anno. Un’instabilità toponomastica quasi emblematica dei numerosi cambiamenti di paradigma culturale e politico che la nazione centroasiatica ha dovuto affrontare nella sua storia recente: dal Kazakistan pre-sovietico di Akmolinsk in cui dominava ancora il nomadismo, a quello post-sovietico di Astana, capitale di un Paese esportatore di materie prime necessarie alla catena di produzione dell’odierno capitalismo globale.

L’ex lager di Stalin

Negli anni di Stalin la regione era soprattutto la sede dell’ALZhIR (sigla che tradotta sta a significare Lager delle Donne dei Traditori della Patria di Akmolinsk). Un secolo di grande discontinuità storica, sui cui l’attuale repubblica ha costruito un modello di relativo successo – in particolare rispetto ai competitor dell’Asia Centrale – di Stato laico, multiculturale e multietnico. Domenica si sono svolte le elezioni parlamentari. Si è eletta la Mazhilis, la camera bassa che elaborerà le nuove leggi del Paese, e i Maslychaty, gli organi di governo regionale. Queste elezioni sono state annunciate come quelle della svolta verso un modello costituzionale più democratico. Infatti a livello costituzionale e giuridico le differenze rispetto a prima sono colossali.

Oltre il superpresidenzialismo

È finita l’era del superpresidenzialismo in vigore fino alle scorse elezioni. Superpresidenzialismo che si era imposto nell’era del padre-padrone del Paese Nursultan Nazarbaev (ai vertici del Kazakistan dal 1989 al 2019), un’era di accentramento dei poteri e di elementi di quello che chiameremmo un culto della personalità (basti pensare alla capitale rinominata in suo onore mentre è ancora in vita).

L’attuale presidente Qasym-Jomart Toqaev è succeduto a Nazarbaev in una transizione controllata, avviando una stagione riformista. Dapprima moderata e poi più decisa dopo i fatti di gennaio 2022, quando proteste di piazza a sfondo sociale avevano messo a ferro e fuoco alcune delle città più importanti del Paese. Si protestava contro il carovita, contro l’inflazione dei carburanti (segnatamente del Gpl), contro l’ineguaglianza sociale e contro l’oligarchia, puntando il dito proprio contro l’ex presidente Nazarbaev.

In risposta a questi eventi Toqaev ha proposto una serie di riforme ad ampio ventaglio. Nel caso concreto del voto per il Parlamento, le modifiche costituzionali favoriscono il pluralismo, il pluripartitismo e la politica dal basso, permettendo la corsa come candidati indipendenti (“autonominati”) oppure la registrazione di liste politiche con appena 5’000 firme raccolte. Che queste riforme favoriscano una democratizzazione effettiva del Paese e non si tratti solo di gattopardismo dell’élite al potere per ora non ci è ancora dato sapere. Il rapporto preliminare degli osservatori Osce sulle elezioni parla di pecche ancora presenti a livello di libertà di espressione, di spazi informativi adeguati ed equi, di ostacoli amministrativi ancora da rimuovere per la registrazione di tutti i candidati indipendenti.

Helvetistan

Si tratta di un partner importante di due grandi potenze confinanti, Russia e Cina, ma pure di diversi Paesi dell’Ue. La Svizzera dal suo canto può contare su delle ottime relazioni economiche e diplomatiche figurando tra i primi investitori esteri. Inoltre la Repubblica kazaka fa parte del cosiddetto Helvetistan, degli Stati rappresentati dalla Svizzera alla Banca Mondiale. Per la sua posizione geografica e il valore strategico della sua produzione di materie prime, il Kazakistan è destinato a incrementare la sua importanza dal punto di vista geopolitico.

Ero già stato in Kazakistan durante le elezioni parlamentari precedenti del gennaio 2021. Ad Almaty ci furono delle proteste di piazza represse dalla polizia. Questa volta non si sono viste. Il dipendente del ministero degli Affari esteri che accompagnava l’allora sparutissima truppa di reporter stranieri simpatizzava segretamente per i manifestanti (di cui seguiva le imprese su Telegram).

Occhio ai social

I kazaki dimostravano di essere un popolo particolarmente accogliente. Le persone con cui avevo parlato ad Almaty al di fuori degli eventi istituzionali manifestavano apatia e disinteresse per la politica. Alcuni mi dissero che non bisognava usare Whatsapp per parlare di politica. Ad Astana, ai briefing degli osservatori internazionali, un parlamentare europeo ed ex ministro di Fillon e Sarkozy, molto attivo pure in Russia e Azerbaijan, pose alla piccola platea dei giornalisti occidentali presenti una domanda provocante – “un dilemma”: è meglio una democrazia formalmente compiuta che non garantisce benessere socio-economico alla popolazione o una democrazia incompiuta come il Kazakistan che assicura alla popolazione un livello socio-economico adeguato?

Nel 2021 il partito Nur Otan di Nazarbaev e di Toqaev vinse le elezioni con il 71% dei voti. Riuscirono a entrare in Parlamento solo due altri partiti superando la soglia di sbarramento (allora al 7%). In questa tornata elettorale sono entrati nella Mazhilis 6 partiti. Nel 2007 le elezioni avevano portato addirittura a una Majilis monocolore: tutti i 98 candidati eletti appartenevano a Nur Otan guidato da Nazarbaev.

È stato uno degli scopi annunciati dalle riforme costituzionali, sviluppare il multipartitismo e il pluralismo nel Paese. Per questo è aumentato il numero di partiti in lizza per le elezioni ed è stata introdotta la possibilità a candidati indipendenti di correre in collegi uninominali. Yerkin Tukumov, direttore dell’Ufficio di studi strategici del Kazakistan presso la presidenza della repubblica, ha commentato dopo le elezioni che molto rimane da fare per costruire una cultura partitica forte. I giornalisti stranieri presenti a questa Mazhilis sembrano tre volte quelli presenti nel 2021. Segno che l’interesse per le elezioni kazake all’estero è cresciuto.

Novità e certezze

Alla fine il partito Amanat, ex Nur Otan di Nazarbaev, ha ottenuto, come previsto, la maggioranza. Con il 54% delle preferenze secondo i risultati preliminari pubblicati dal Ministero degli affari esteri. Altri 5 partiti entrano in parlamento. In ordine di preferenze: il partito di tendenze agrarie Auyl (11%), il partito Respublica – appena formato con lo scopo di rappresentare società civile e imprenditoria (9%), il partito di destra liberal-conservatrice Ak Jol (8%), gli excomunisti del Partito Popolare del Kazakistan (7%), il partito Nazionale Sociale Democratico (5%). Quasi il 4 per cento dell’elettorato ha votato per l’opzione “contro tutti”, introdotta anch’essa nelle ultime riforme.

Al di là dei risultati al voto dei partiti, che non sembrano prefigurare dei cataclismi politici nonostante il fatto che i partiti presenti nella Majidi lis sono raddoppiati, c’è un altro dato percentuale che è molto interessante. Quello dell’affluenza alle urne, che complessivamente fa segnare un non altissimo 54%. Il dato è il più basso di sempre per le elezioni kazake e potrebbe essere dovuto a una diffusa sfiducia nelle istituzioni o a una stanchezza dell’elettorato non abituato con questa frequenza a recarsi alle urne: a giugno si era votato su un referendum sulle modifiche costituzionali, a novembre per un’elezione presidenziale anticipata. D’altro canto, potrebbe anche avere una connotazione positiva. Cioè essere il segno di una minor costrizione sociale oppure di metodologie più appropriate a livello di calcolo dell’affluenza.

Il dato più impressionante è quello che riguarda le grandi città. Ad Almaty, la città più popolosa con oltre 2 milioni di abitanti e centro economico e finanziario del Paese, si è recato alle urne meno del 26% degli aventi diritto. Almaty era pure stata sede delle proteste più estese nel gennaio del 2022. Nella capitale Astana l’affluenza alle urne è stata del 43%, mentre nella terza città, Shykment, di meno del 46%. Insomma, nelle grandi città del Paese il tasso di fiducia o di interesse nella politica non sembra essere altissimo…

Vox populi

Ma cosa ne pensa la gente incontrata in questi giorni prima e durante il voto? Svetlana, 71 anni, un figlio imprenditore, entrambi ad Astana. Incontrata per strada, ci dice che non voterà perché non serve a nulla. Suo figlio, dice, voterà per evitare che lo faccia qualcun altro a nome suo. Nazira, 35 anni, project manager di Astana: voterà per i partiti governativi. “Ad Astana nessuno si aspettava le proteste di piazza, qui moltissimi lavorano per il governo. La paura di sommovimenti interni non è più attuale, ora la gente teme soprattutto i russi per via delle forti comunità russofone nel nord del Paese”. Secondo una signora italiana che vive da due decenni in Kazakistan “alcuni voteranno, altri no. L’interesse è in crescita rispetto agli altri anni, ma ancora per pochi”. Un imprenditore nell’ambito degli alimentari con buoni rapporti in Italia, sulla cinquantina, di Almaty, chiede di rimanere anonimo: “In Kazakistan c’è sempre lo stesso autoritarismo e non cambia mai nulla!”. In generale i kazaki si esprimono con grande libertà e schiettezza. È schietta e sincera pure la gente ai seggi elettorali. L’atmosfera è molto accogliente, jingle risuonano in sottofondo; è presente pure una quantità sorprendente di osservatori della società civile. “Le candidature di alcuni candidati indipendenti, attivisti abbastanza popolari, non sono state registrate per ragioni non del tutto chiare” sostiene Kamila Kovjazina, sociologa, 32 anni, osservatrice presso un seggio elettorale di Astana.

La statua nascosta

Il voto si è svolto alla vigilia del Naurys (Nowruz in altri Paesi), la sentitissima festa dell’equinozio di primavera, che segna tradizionalmente l’inizio dell’anno nuovo in molti Paesi dell’Asia Centrale e del Medio Oriente, secondo un’antica tradizione persiana. In questa occasione nelle sale degli edifici pubblici un posto d’onore è assegnato a iurte montate appositamente. Le Kyjz Uj, le iurte kazake, erano ancora usate dalla maggior parte della popolazione negli anni 1920 e ’30, prima della sedentarizzazione forzosa praticata dall’autorità sovietica.

Al Museo nazionale kazako di Astana la iurta è stata posta nell’atrio principale proprio a coprire la vista della statua in bronzo dorato di Nursultan Nazarbaev [nell’immagine], che altrimenti avrebbe troneggiato nel campo visivo di chi avesse varcato la soglia del museo.


Kazakistan ricco “cuscinetto” fra Russia e Cina

I Knicks – storica e iconica squadra del basket statunitense – tornano a vincere dopo una maledizione di 53 anni 

Da Astana

In un’epoca in cui il baricentro economico e politico mondiale pende sempre di più verso l’Estremo oriente e il subcontinente indiano (l’area più rilevante del mondo a livello demografico e di PIL complessivo), l’Asia centrale assume un ruolo cruciale come area di cerniera tra diversi attori geopolitici fondamentali: la Cina, la Russia, i Paesi del Medioriente, l’India e il Pakistan. 

Nel contesto dell’Asia Centrale, Il Kazakistan è emerso nell’ultimo trentennio come il leader regionale a livello economico e politico. Paese di appena venti milioni di abitanti, ma con un sottosuolo ricchissimo di materie prime, in particolare di petrolio, carbone, gas, uranio (di cui è il primo produttore mondiale) e di vari metalli fondamentali per i cicli produttivi contemporanei, è tradizionale partner economico e politico della Russia, ma nel corso degli anni ha assunto un ruolo sempre più significativo anche per la Cina. Infatti dal suo territorio passano due dei corridoi terrestri definiti dalla cosiddetta Nuova via della seta (Belt and Road Initiative), che collegherebbero la Cina al mercato europeo e a quello mediorientale. 

La Belt and Road Initiative come piano di sviluppo strategico delle relazioni economiche internazionali è stata annunciata non a caso dieci anni fa (nel settembre del 2013) proprio nella capitale kazaka, Astana. In un sistema economico mondiale in cui il commercio si fa in maniera assolutamente prevalente su nave, lo sviluppo delle vie di commercio terrestri è fondamentale per il colosso cinese al fine di precorrere le possibili criticità che potrebbero causare in futuro le rotte marittime, in particolare rispetto ai colli di bottiglia di Malacca, Bab Al-Mandeb, Suez e non solo, oppure riguardo al confronto crescente con la potenza talassocratica degli Stati Uniti e dei loro alleati. Con le sanzioni imposte alla Russia i corridoi terrestri che attraversano il Kazakistan hanno acquisito un interesse ancora maggiore per il commercio tra Europa e Cina. In una recente conferenza stampa il viceministro degli esteri Roman Vasilenko ha ribadito l’importanza di sviluppare i corridoi commerciali centrali (via Mar Caspio) e meridionali (via Iran) verso occidente per contrastare gli effetti delle sanzioni alla Russia. 

Oggi, domenica 19 marzo si svolgono in Kazakistan le elezioni della camera bassa del parlamento kazako, la Mazhiliz (l’organo che nel Paese  ha prerogativa nell’iniziativa legislativa) e l’elezione di tutta una serie di consessi regionali chiamata Maslichaty. Si tratta di un’importante tornata elettorale perché si svolge dopo varie serie di riforme promosse dal Presidente Qasym Jomart Toqaev. Da una prospettiva legalistico-formale, queste riforme rappresentano un cambiamento enorme nella giovane repubblica kazaka: si tratta di una modifica di un terzo degli articoli della costituzione nazionale (33 su 99) con una chiara democratizzazione giuridica del Paese. 

Oltre a riforme rilevanti dal punto di vista dei diritti umani, come l’abolizione della pena di morte, il dato più importante è la fine dell’era del superpresidenzialismo costituzionale. La costituzione precedente infatti attribuiva un forte potere di ingerenza al presidente, che aveva diritto alla nomina diretta o indiretta di una quota non irrilevante di membri delle due camere del parlamento kazako (ora tutti i membri della Mazhilis sono eletti dal popolo) e nominava direttamente tutti i governatori delle regioni e i sindaci delle città più importanti, mentre ora si procederà ad elezione. Altre novità concernenti direttamente la Mazhilis riguardano la facilitazione nella registrazione di partiti (a partire da una riduzione importante del numero di firme necessario per presentare la lista) e di conseguenza l’aumento da 5 a 7 partiti in lista per le elezioni rispetto al 2011, la possibilità di presentarsi in numerosi collegi uninominali come candidato indipendente senza partito (“candidati autonominati“), delle quote obbligatorie del 30% per donne, giovani e persone con disabilità tra gli eletti (!) dai partiti, una diminuzione della soglia di sbarramento dal 7% al 5%.

Sulle reali motivazioni di queste riforme e sull’effettivo sviluppo democratico del Paese, si potrebbe aprire un capitolo a parte di una storia che attualmente è ancora in itinere. A voler abbozzare delle ipotesi, ci sono sicuramente importanti ragioni sia di ordine interno che esterno. Le rivolte di piazza del gennaio 2022 che hanno scosso il Kazakistan e hanno assunto delle dimensioni drammatiche (quasi 230 morti), soprattutto nella città più popolosa del Paese, Almaty, hanno sicuramente allarmato la dirigenza kazaka attuale con a capo il presidente Toqaev, che poi nel corso di quest’anno ha annunciato diverse riforme in ambito politico e sociale. Le rivolte erano state suscitate dall’aumento dei prezzi sugli idrocarburi e avevano un chiaro fondamento di protesta contro le diseguaglianze ancora fortissime nel Paese nonostante l’importante crescita economica degli ultimi decenni. 

Un bersaglio delle proteste era stato l’ex-presidente Nazarbaev, che aveva guidato la repubblica centroasiatica ininterrottamente per più di 30 anni e la cui famiglia si era appropriata di una parte importante delle risorse del Paese (basti pensare al genero Timur Kulibayev, “padrone” degli idrocarburi nel Paese). Toqaev non è certamente una persona che può vantare un’estraneità storica al sistema di potere dell’ex-presidente, a cui è succeduto in una transizione controllata nel 2019 dopo una carriera di alto livello politico e diplomatico. Tuttavia, una parte importante delle riforme è stata rivolta a ridimensionare la posizione dell’ex-presidente nel sistema istituzionale kazako. Accusato esplicitamente di aver favorito la creazione di un’élite ricca anche “per gli standard internazionali“ in un sistema molto diseguale, l’ex presidente si è visto liquidare la legislazione speciale che riguardava la figura del “primo presidente“ detto anche Elbasy (in Kazako “guida della nazione“), che stabiliva la difesa costituzionale della sua figura (con risvolti inquietanti sulla libertà di opinione), l’immunità, l’inviolabilità della proprietà privata, l’istituzione di una festa nazionale in suo onore. 

La capitale del Paese aveva cambiato il nome ufficiale in Nursultan (dal nome di “battesimo“ del primo presidente) nel 2019 con una decisione approvata all’unanimità dal parlamento solo tre anni fa, mentre da gennaio è stato ripristinato il nome ufficiale precedente di Astana. Alcune delle riforme introdotte da Toqaev sembrano riguardare direttamente la famiglia Nazarbaev o essere rivolte alla lotta contro l’oligarchia. È stata introdotta la proibizione per i parenti del presidente di occupare cariche di alto livello, oppure è stato istituito un fondo di recupero di somme illegalmente trasferite all’estero (fondo che in meno di un anno ha rimpatriato più di un miliardo e mezzo di dollari).

L’altro fronte delle riforme è quello internazionale. Il Kazakistan è da sempre protagonista di una politica estera multivettoriale, di collaborazione e di amicizia politica ed economica con tutti i partner più importanti a livello mondiale: Russia, Cina, UE, USA, Turchia prima di tutti. Uno sviluppo in senso liberale e democratico è sicuramente un buon modo di attirare investimenti e simpatie da parte delle istituzioni internazionali e dei partner occidentali, in particolar modo dell’UE, che rappresenta complessivamente il primo partner commerciale del Paese. Il perseguimento di buoni rapporti con tutti i partner internazionali più importanti consente al Kazakistan di avere una politica estera ben bilanciata e pienamente sovrana ed indipendente, fermo restando gli ovvi rapporti di collaborazione e di buon vicinato che lo legano a Cina e Russia, con cui condivide alcune delle frontiere terrestri più estese del mondo.

Sull’effettiva democratizzazione del Paese è ancora difficile esprimersi. Probabile vincitore, il partito Amanat (ex Nur Otan), che è sempre stato il principale partito governativo finora (a questo partito aderiva anche in passato l’attuale presidente. Alle elezioni si presentano anche due partiti fondati e registrati di recente, che idealmente dovrebbero rappresentare la sensibilità ambientalista delle nuove generazioni (partito Baitak) o una possibilità di espressione più diretta della società civile (partito Respublica). Oltre ai partiti tradizionali che hanno animato la politica kazaka in questi ultimi due decenni (dal centro destra di Ak Zhol all’estrema sinistra del Partito popolare del Kazakistan), c’è anche il ritorno di una partito (Nazional Social Democratico), che si era rifiutato di partecipare alle ultime elezioni, perché considerate antidemocratiche. 

Sulle più recenti riforme ed elezioni, importanti organizzazioni di difesa dei diritti umani come Amnesty o HRW non sembrano essersi ancora espresse in maniera dettagliata, mentre la missione dell’OSCE in occasione delle ultime elezioni presidenziali anticipate di novembre aveva espresso soddisfazione per i miglioramenti legislativi, ma le aveva giudicate ancora carenti a livello di garanzie di pluralismo. Un dato interessante, che secondo alcuni osservatori kazaki mette un po’ in discussione la legittimità delle suddette elezioni presidenziali, era stata la bassa affluenza al voto nelle grandi città (ad Almaty, la vera metropoli del Paese, l’affluenza non aveva superato il 30%). Raccogliendo voci tra la gente comune della capitale e di Almaty, ho notato in maniera prevalente un certo scetticismo verso il processo elettorale, misto tuttavia ad una certa crescita di interesse per la politica.

Da una prospettiva svizzera, queste elezioni sono pure importanti, visto lo sviluppo dei rapporti economici e diplomatici tra i due Paesi negli ultimi trent’anni. In Ticino ha sede una filiale dell’azienda nazionale degli idrocarburi (KazMunajGaz) che si occupa di trading. I rapporti di amicizia tra parti dell’imprenditoria ticinese e svizzera e il Kazakistan (e in particolare con la famiglia Nazarbaev) sono noti a tutti. Pure il presidente attuale Tokaev ha avuto una lunga esperienza elvetica: in passato ha svolto pure il ruolo di direttore dell’Ufficio ginevrino dell’ONU. Inoltre molte dell’aziende svizzere attualmente in Russia potrebbero anche pensare in futuro a un trasferimento delle proprie attività macroregionali in Kazakistan per via delle sanzioni: secondo il ministero dell’economia della repubblica centroasiatica, sono potenzialmente 37 le aziende che potrebbero spostarsi.

Nell’immagine: il palazzo presidenziale di Astana, costruito (come il 40% degli edifici della città – dato del 2009) dall’azienda ticinese Mabetex


Kazakistan alle urne in un momento delicato della sua storia di ex-Repubblica Sovietica

I Knicks – storica e iconica squadra del basket statunitense – tornano a vincere dopo una maledizione di 53 anni 

Domenica 20 novembre in Kazakistan è il giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Elezioni dall’esito scontato, che porteranno alla rielezione di Kassym-Jomart Toqaev in un Paese che non ha mai veramente conosciuto l’alternanza politica. Ma che arrivano allo schiudersi di una delle annate più significative per la storia della giovane repubblica centroasiatica. Infatti, l’anno è iniziato con le proteste popolari e le violenze di piazza in diverse città kazake (2-11 gennaio), che sono state contenute e represse grazie anche all’aiuto delle truppe dell’alleanza difensiva CSTO (2500 unità ca., per lo più russe). A questi eventi ha fatto seguito un tentativo di riformare in senso più democratico e più sociale lo stato kazako in risposta alle suddette rivolte di piazza. Nel mezzo di questi eventi si è inserita la guerra in Ucraina che per ragioni storiche ha delle implicazioni importanti pure in Kazakistan, che, ricordiamo, è stato interessato in epoca sovietica da una forte immigrazione proveniente sia da Russia che da Ucraina.

Il Paese dell’Asia centrale riveste un ruolo sempre più strategico in un contesto geopolitico mondiale in rapida definizione. Questa posizione è dovuta sia alle sue grandi riserve di materie prime (metano, petrolio, carbone, uranio, ferro, ecc.), che ne hanno favorito la grandissima crescita economica nell’ultimo ventennio, sia al ruolo di confine e di mediazione tra diverse aree geografiche e culturali del mondo, che il Paese si è assunto in maniera anche consapevole. Il Kazakistan si trova a costruire un suo cammino storico particolare tra più mondi che esercitano influenze politiche ed economiche più o meno forti: ci riferiamo in particolare a Cina, Russia, UE (primo partner del Paese per interscambio commerciale e investimenti esteri), USA e Turchia (nella sua proiezione panturanica). In questo contesto di mediazione si inserisce ad esempio l’istituzione del Congresso delle religioni mondiali e tradizionali, caso più unico che raro di congresso di questo genere organizzato a scadenze regolari da uno Stato (laico) per promuovere il dialogo interreligioso e la pace. La partecipazione di Papa Francesco al congresso del settembre scorso ha sicuramente rafforzato il prestigio diplomatico e politico di questa iniziativa.

Quelle che si svolgeranno domenica sono, come accennato delle elezioni anticipate, seguite alle riforme della costituzione proposte dall’attuale presidente Toqaev e approvate dal popolo kazako il 5 giugno. In una modifica sottoscritta il 17 settembre da Toqaev stesso è stato introdotto il limite di un solo mandato per l’incarico di presidente della Repubblica kazaka. Anche se l’attuale presidente rimarrà probabilmente in carica per un periodo complessivo di 10 anni (2019-29), si tratta di una proposta esplicitamente in controtendenza in un Asia centrale e in uno spazio post-sovietico caratterizzato spesso dalla propensione a presidenze a vita.

Come detto, è stato un anno di riforme costituzionali, che nelle intenzioni di chi le ha proposte dovrebbero portare alla nascita di una seconda repubblica kazaka, un modello alternativo al super presidenzialismo che è stato il modello istituzionale finora in vigore nel Paese, dominato nella sua breve storia dalla figura di Nursultan Nazarbaev, presidente ininterrottamente per quasi trent’anni, dalla nascita del Paese nel 1991 al 2019. La gestione del potere da parte di Nursultan Nazarbaev aveva avuto come risvolto una promozione di persone della sua cerchia familiare in posizioni strategiche e l’avvento di elementi di quello che noi chiameremmo un culto della personalità.

Le riforme costituzionali hanno riguardato soprattutto una decentralizzazione delle competenze dal governo nazionale a quelli locali, una facilitazione nelle registrazioni dei partiti politici nelle tornate elettorali, un rafforzamento del ruolo del parlamento. Le riforme contemplano ad esempio una diminuzione del numero di parlamentari scelti direttamente o indirettamente dal presidente, la democratizzazione del processo di scelta dei governatori regionali, l’istituzione di una corte costituzionale che serva da ultimo grado di appello per i cittadini. Solo il tempo potrà dirci se la democratizzazione legale in atto corrisponderà pure ad una situazione de facto più democratica.

È parsa molto significativa pure di una nuova forma di gestione del potere la reazione rispetto ai fatti tragici di gennaio, quando le rivolte di piazza avevano fatto più di 230 morti in seguito a scontri molto cruenti con polizia ed esercito. Al contrario delle famose proteste degli operai dell’industria degli idrocarburi del 2011 a Zhanaozen, dove la risposta, anche giudiziaria, delle autorità era stata molto più dura e spietata, in seguito a questi eventi la reazione si è rivelata molto più conciliante. Di recente (il 2 novembre) è stata concessa pure una vasta amnistia da parte di Toqaev a circa 1500 persone, colpevoli di reati penali di media portata durante i fatti di gennaio.

Un altro capitolo importante di questa recentissima storia kazaka riguarda i rapporti con la Federazione russa. Nonostante un rapporto storico, economico e politico fortissimo con la Russia, Toqaev ha ribadito più volte che non riconoscerà nessuna modifica dei confini ucraino-russi. La posizione era già stata espressa emblematicamente in giugno al forum di San Pietroburgo. In una conferenza stampa congiunta con Putin, incalzato dalle domande di Margarita Simonyan in merito alla sua posizione sul riconoscimento delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Luhansk, Toqaev aveva risposto con grande fermezza che il suo Paese non avrebbe mai riconosciuto nessun quasi stato (sic).

A inizio settembre Toqaev ha ottenuto da Xi Jinping la promessa di garantire la sovranità e integrità del suo Paese. Questa conferma da parte cinese è da una parte il riconoscimento del crescente ruolo cinese nella regione come potenza di riferimento. Dall’altra serve ad assicurarsi che mire straniere non riguardino in futuro anche il Kazakistan: già dagli anni ’90 è diffusa negli ambienti nazionalisti russi l’idea che bisogna riunificare le città russofone del nord (Pavlodar, Karaganda, Petropavl) alla Russia. Questo tema è ritornato pure in un post apparso chissà per una decina di minuti sul profilo social dell’ex-presidente russo Medvedev (su VK) il 2 agosto di quest’anno. Nel complesso le relazioni politiche tra Kazakistan e Russia continuano ad essere eccellenti e niente sembra averle turbate, nemmeno il fatto che gli hacker filorussi della formazione “Beregini” abbiano scoperto ad inizio agosto una triangolazione già avvenuta tra Kazakistan e Giordania – e una ancora da effettuarsi attraverso una ditta bulgara – per una vendita di armi all’Ucraina per decine di milioni di dollari.


La giornata di “Memorial”: per non dimenticare le vittime della repressione, non solo sovietica

I Knicks – storica e iconica squadra del basket statunitense – tornano a vincere dopo una maledizione di 53 anni 

 

È noto come Restituzione dei nomi un evento annuale organizzato oggi, 29 ottobre, a Mosca e in diverse altre città in Russia e nel mondo da “Memorial”, l’associazione fondata alla fine degli anni 80 da Andrej Sacharov e da altri attivisti sovietici, recentemente insignita del premio Nobel. 

L’associazione si occupa fin dalla sua creazione di ricostruire tutte le vicende delle persone represse dal regime sovietico (con un focus particolare sull’epoca di Stalin): negli anni della perestrojka, in cui iniziò la sua attività, si trattava di milioni di biografie di cui spesso gli stessi discendenti delle vittime conoscevano poco o nulla. Inoltre, dagli anni ’90 si sono sviluppati altri progetti molto importanti e l’associazione ha allargato il proprio ambito di azione ad altre tipologie di vittime: si tratta ad esempio dell’archiviazione del materiale disponibile sui cittadini sovietici deportati e costretti ai lavori forzati da parte dei Nazisti (un gruppo di persone che faceva riferimento ai cosiddetti Ostarbeiter) o del loro Centro per i diritti umani, che è diventato un punto di riferimento fin dalla prima guerra di Cecenia nel campo delle indagini sulle violazioni dei diritti umani in Russia. 

Si tratta in pratica della più antica ONG riconosciuta dallo stato sovietico e per il carattere di assoluta libertà della sua azione è stata spesso mal sopportata dal potere in Russia. È stata infatti dichiarata agente straniero nel 2016 ed è stata poi liquidata definitivamente da un tribunale russo alla fine del dicembre scorso con l’accusa di “rappresentare una falsa immagine dell’Unione Sovietica come uno stato terrorista”.

“Memorial” continua però ad esistere come ONG internazionale con ramificazioni in diversi Paesi. Anche se una buona parte dei documenti dell’archivio dell’associazione è già stato caricato su internet, l’archivio cartaceo si trova in questo momento nelle mani della giustizia Russia e non è noto quale sarà la sua destinazione futura.

La manifestazione di Restituzione dei nomi si svolge dal 2007 e consiste in un tentativo meno istituzionale e più libero di ricordare le vittime della repressione staliniana o sovietica rispetto alla Giornata nazionale della memoria delle vittime di repressione politica della Federazione russa, che dal 1991 si celebra il 30 ottobre. La ricorrenza di domani è a pieno titolo parte del calendario ufficiale e in passato non si sono sottratti all’evento nemmeno i Presidenti russi. 

Nel 2007 “Memorial” ha introdotto una modalità celebrativa più popolare e partecipata, e meno ufficiale: una manifestazione che si svolge la vigilia del 30 ottobre a microfono aperto, in cui si dà liberamente a tutti la possibilità di ricordare le vittime della repressione. Chi parla davanti a tutti semplicemente legge nome, cognome, dati biografici principali (ad es. professione), motivo e data della condanna, dato di luogo della morte della persona perseguitata. La scelta della vittima da citare è a discrezione di chi si propone per la lettura oppure può essere  assolutamente casuale, tratta da una lista messa a disposizione da “Memorial” al momento stesso della manifestazione.

Questa modalità apparentemente apolitica di proporre la nuda lettura di biografie senza pathos né giudizi politici, ha in passato suscitato delle critiche pure da ambienti dell’opposizione, perché, così facendo, si scindeva la manifestazione dalla tradizionale lettura della lista dei prigionieri politici della Russia di Putin prevista per gli stessi giorni (lista compilata tutti gli anni da “Memorial” stessa). 

Perché è stata scelta questa modalità di trattare la questione della memoria, cioè partendo dalle biografie private e non dalla “grande storia”? La risposta sta in quella che è la cultura di “Memorial” fin dall’inizio, una cultura che poggia prima di tutto su un interesse prevalente per l’uomo, per la persona che ha vissuto un proprio percorso esistenziale in rapporto con i fatti della Storia. 

La persona che, ce lo ricorda la cultura illuminista, è sempre un fine e non un mezzo. Come diceva Arsenij Roginskij (storico, ex detenuto politico, cofondatore e per 27 anni direttore di “Memorial”) lo scopo è di “arrivare ad ogni destino” singolare. Una manifestazione come quella della restituzione dei nomi mette in rilievo soprattutto lo scopo dell’associazione di offrire memoria di ciò che è stato inflitto alle popolazioni ex-sovietiche, con un metodo che permette di ridare voce alle vittime delle repressioni in un processo di riappacificazione che permetta di riconciliare i discendenti delle diverse anime contrapposte della Russia del Novecento. 

La manifestazione ha luogo a Mosca davanti ad un monumento dall’alto valore simbolico. Si tratta infatti del monumento detto della Pietra delle Solovki [nell’immagine], portata nella capitale russa da queste isole nel Mar Bianco dove nel 1923 fu creato il primo campo di concentramento per prigionieri politici.