La vita, lo sport, il mondo

Il libro di una vita, e una prefazione sulle triangolazioni di Libàno Zanolari lette e commentate nella prefazione di Fabio Pusterla 

Il libro di Libàno Zanolari sarà presentato il 27 maggio alla Biblioteca di Locarno (cliccare per dettagli)

La vita, lo sport e il mondo di Libàno Zanolari, è un libro molto particolare e sorprendente, che merita per diverse ragioni di essere letto e meditato. Visto che l’autore è stato per molti anni un noto e apprezzato giornalista sportivo, cominciamo con una metafora calcistica: le pagine di Zanolari propongono al lettore parecchie triangolazioni interessanti. Di una di esse sono in piccola parte responsabile: quando, alcuni anni fa, Libàno mi chiese di leggere alcune sue poesie, accettai; e poi cercai di suggerire una mezza idea. Quelle poesie, che ora appaiono in questo volume, non erano affatto disprezzabili; ma forse, pubblicate da sole in libretto o plaquette, sarebbero parse al lettore un poco desuete, perché le scelte metriche e retoriche dell’autore parlano soprattutto di modelli non recentissimi. Perché allora non provare a inserire quelle poesie in una narrazione parcamente autobiografica, dentro la quale i versi avrebbero potuto assumere un valore e un significato maggiori? La mezza idea fu presa molto seriamente da Zanolari, che iniziò presto la nuova impresa; e il risultato attuale è dunque un costante dialogo tra prosa e poesia, tra racconto disteso e folgorazione; un prosimetro, come si sarebbe detto una volta, nel quale il racconto spiega la situazione in cui una poesia ha potuto nascere, e ne propizia l’apparizione improvvisa, mossa ora dall’ammirazione ora dallo sdegno, ora dalla bellezza e ora dall’orrore; e la poesia, quando si manifesta improvvisa sulla pagina, illumina retrospettivamente la prosa che l’accompagna, ne accende più intensamente il segreto.

Infatti, ed ecco apparire la seconda, ampia triangolazione, ciò che l’autore offre al lettore in forma narrativa e raggruma poi in pochi versi è un intreccio di situazioni, argomenti e a volte divagazioni di ampia portata. Punto di partenza, quasi sempre evidente, solo in rari casi lasciato all’intuizione del lettore, è l’esperienza biografica: c’è all’inizio un giovane poschiavino di belle speranze e di umili origini che finisce, un po’ per scelta un po’ per caso, a lavorare per la Televisione della Svizzera italiana, seguendo le manifestazioni sportive che lo portano in giro per il mondo. E, insieme a questo che è l’asse portante del libro, c’è naturalmente anche la dimensione familiare, la memoria che riconduce alle proprie origini, agli affetti presenti e passati, alle zone felici e tristi della vita, agli amici perduti; sicché il libro, che procede per brevi capitoli, è anche una galleria di quadri esistenziali, vividi e coinvolgenti, lieti o dolenti a seconda delle stagioni. Con pochi tratti, Zanolari ci fa entrare nel suo mondo, o per meglio dire nella molteplicità dei suoi mondi, in un bilico costante tra la val Poschiavo, così splendidamente raffigurata nell’opera del suo maestro Riccardo Tognina, il Ticino e la Svizzera, i tempi quasi eroici della televisione di mezzo secolo fa e gli innumerevoli appuntamenti sportivi che fanno spaziare il lettore dalla Finlandia al Messico, da Mosca alla Sierra Nevada.

Lo sport, dunque, professione e passione; e potrebbe a prima vista sembrare strana la relazione tra gesto sportivo e visione poetica. Per fugare il dubbio, che non ha davvero ragion d’essere, ecco una citazione:

Nelle feste Panelleniche, come nei giochi di Corinto, di Delfi, di Nemea, si scorge un intreccio tra cerimonia religiosa e gara sportiva, tra razionalità del divino e razionalità del corpo. E proprio al quinto-quarto secolo risale la grande scultura che rappresenta scene agonistiche: Mirone, Fidia, Policleto, Lisippo, Ermes, Scoopas – nei loro legami con l’Acropoli, con i fregi del Partenone, con l’architettura cultuale, disegnano quell’energia sacra e belligerante che pervade i Ginnasi e fa dell’esercizio atletico uno degli aspetti terrestri più contigui alla trascendenza. La fusione di sforzo supremo e armonia riproduce nelle membra una vicenda cosmogonica, un caos che diventa ordine necessario delle cose.

A parlare così è uno dei maggiori poeti contemporanei, Milo De Angelis, nel suo saggio di quarant’anni or sono intitolato Poesia e destino, dove si incontra un capitolo molto importante ai fini del nostro ragionamento, Poesia e gesto atletico. La scelta poetica di Libàno Zanolari nasce anche da qui, dalla coscienza che tra il gesto fisico dell’atleta e quello di chi prova a vivere e scrivere poeticamente esista un’antica alleanza; non per nulla il termine greco agòn si applicherà poi nei secoli, e ancora oggi, ai due ambiti, quasi indistintamente. Come non ricordare, a questo proposito, il senso di assoluta concentrazione e assoluto abbandono che ognuno di noi ha provato, da ragazzo, praticando con gli amici questa o quella attività sportiva? Chi, come me, ha giocato un po’ a calcio, sente ancora con un brivido il profumo di erba appena tagliata che può salire da un campo; e non può non rileggere con commozione il finale di una poesia (sempre di Milo De Angelis).

LE SQUADRE

freccia,
portaci tu i piedi
verso la vittoria, e in questo spiazzo
fa’, unico dio, unica gioia del pomeriggio,
fa’ che tutto sia immenso, fa’ che non
piova.

Questo antichissimo valore di ciò che oggi chiamiamo “sport” appare spesso nelle pagine di Zanolari; e, proprio per questa ragione, un capitolo conclusivo come quello dedicato a Giacometti può assumere una celeberrima scultura dell’artista come emblema altissimo del gesto atletico: L’homme qui marche vorrà dire anche quello, vorrà riconduci alla condizione assoluta di corpi eretti che procedono nello spazio: verso il nostro destino, appunto. O verso l’origine, si potrebbe anche dire, che Zanolari riconoscerà evidentemente in Atene («L’incontro con quella città l’avevo sognato fin da ragazzo»), che sotto le devastazioni del presente e del recente passato conserva ancora la traccia di un antico sogno, di «uomini simili a Dei, e viceversa».

Ma a questo filo tematico tanto importante, se ne aggiunge un secondo, gravido di altre conseguenze: il giornalista e cronista sportivo che viaggia in questo libro non è per nulla soltanto un giornalista sportivo; è un uomo curioso e ironico, un lettore appassionato, un cittadino responsabile e dotato di una propria visione del mondo, che è visione culturale e politica, dichiarata con onestà intellettuale e costantemente messa al lavoro durante i viaggi. Per capire meglio il tipo di curiositas che anima Libàno Zanolari quando approda in una delle molte città del mondo, si potrebbe ragionare su un esempio opposto, che è esempio illustre e per molti aspetti ovviamente ammirevole: quello di Eugenio Montale, inviato speciale del «Corriere della Sera» per meriti culturali. Montale va in giro per l’Europa a incontrare personaggi di primo piano, o a evocarne la presenza in questa o in quella capitale, e riunisce poi i suoi scritti migliori in un volume, intitolato Fuori di casa. (Mondadori, Milano 1975). Per esempio lo incontriamo nel 1953 a Lisbona, a ragionare sul fatto che «il Portogallo è uno dei due paesi latini che il Cielo ha meglio preservato dalla volgarità. (l’altro è la Spagna)». Ma la Lisbona in cui Montale ascolta il fado al Negresco (un ristorante di lusso, «uno dei pochi che abbiano camerieri non addormentati», annota il poeta) è la Lisbona di Salazar, cioè di una dittatura (come lo è la Spagna di Franco). E a questo proposito invano si cercherebbe qualche traccia nel pezzo montaliano, che pare del tutto disinteressato alla questione e che sottace ogni riferimento alla situazione politica. Zanolari rappresenta un caso diametralmente opposto: dovunque si trovi, è proprio l’orizzonte politico-culturale ad orientare le sue riflessioni, i suoi incontri e i suoi passi. E il lettore lo seguirà nel suo caparbio tentativo di riportare a galla, insieme alle tracce di un’antica bellezza, le memorie che parlano di ingiustizia, di repressione, di torture, e che si intrecciano con tutte le altre ragioni di questo libro: la vita privata, l’interesse per lo sport. Valga, come esempio fra i tanti, un breve testo poetico, nato da una riflessione su Atene (di nuovo!) e dalla rievocazione del regime dei Colonnelli, del calvario patito da Alekos Panagoulis, che diventa emblema di molte altre figure evocate nel libro, grandi e piccole, imprigionate e torturate, umiliate ed offese:

TORTURA – Per Amnesty International

Della tua nobiltà
certo, anche il calice più amaro
puoi bere: ma se giaci umiliato,
reciso il filo che ai meandri
t’annodava dell’anima, nell’angolo –
al ragno e al pipistrello
contesa – sigillata la fessura
che uno spicchio di cielo
schiudeva ai sogni, più nulla, nemmeno
la tua morte possiedi.

Questi tre fili, agonistico, autobiografico e politico-culturale, intrecciati in modi diversi lungo tutta l’opera ora in versi ora in prosa, riappariranno con forza nel capitolo finale, nell’elenco degli ultimi desideri in caso di nuovo infarto, visto che nel precedente nessun flash gli è apparso: l’agonismo, l’esperienza di vita e l’orizzonte politico vorticano e sorridono nel gioco di una bimba che apre al futuro, alla speranza e alla gioia; e prima, potranno scoprire in una figura altissima una sorta di precursore e garante. La figura è quella di Alberto Giacometti, quasi conterraneo di Zanolari, a cui si è già accennato; e più in particolare una sua scultura famosissima, L’homme qui marche. 

Vale la pena, per concludere questo breve viatico, ascoltare direttamente l’autore, in un paragrafo molto bello che riassume forse il senso profondo di questo libro:

“L’homme qui marche” non è mai stato paragonato a un atleta, a un olimpionico,
anche perché Giacometti non ha mai speso una parola in materia di “sport”.
Non è mai stato paragonato nemmeno all’homo viator, spe erectus  di Paolo di Tarso, l’uomo cristiano in cammino, diritto nella speranza, anche in questo caso forse per non  far torto all’artista, formalmene luterano come la mamma, in realtà poco interessato al culto ufficiale. Ma c’è una parola che unisce sforzo atletico e sforzo intellettuale, creativo, una parola magica: “agòn”, pietra filosofale, “religione” greca, usata non solo nello “stadion”, ma in qualsiasi altro campo della vita, dove tutto si decideva al termine di una pubblica sfida, poesia e opere teatrali comprese. L’atleta greco a Olimpia corre per rendere onore agli Dei che gli hanno dato un bellissimo corpo, capace di mille imprese. “L’homme qui marche” celebra la misteriosa forza che lo spinge, non è interessato alla forma esterna, all’involucro che racchiude il nucleo: incede con poche speranze in una ricompensa divina, secondo molti senza speranza alcuna, essendo Dio morto ad Auschwitz e su altri mille campi di battaglia, fra mille atrocità.
“L’homme qui marche” non ha scelta: obbligato ad essere doppiamente eroe senza sapere dove e quando il fato gli riserverà la prossima sfida, la prossima battaglia e quale sarà il suo premio – se ci sarà – in questa o forse in un’altra dimensione.

Nell’immagine: Alberto Giacometti, “L’homme qui marche” (1961)


Addio a un’associazione letteraria. “Non c’è dignità in questo silenzio”

Il libro di una vita, e una prefazione sulle triangolazioni di Libàno Zanolari lette e commentate nella prefazione di Fabio Pusterla 

Car* collegh*,
asterischini per bene abiti adatti
a sembrare per quel che si può degli artisti
sempre vagamente alternativi allineati mai,

mi dite che non è più tempo questo
di politica, oppure che la politica adesso
sta nella lobby del libro, nella difesa
dei diritti (d’autore) e che davanti

ai quotidiani massacri è preferibile
la dignità del silenzio. Perdonatemi se non vedo
nessuna dignità in questo silenzio
tanto comodo, a poco prezzo dignitoso.

Così subìto, non detto. Si può dire
(si deve?) il silenzio? Non è questo
il compito di chi sceglie
la scrittura?

Vi scrivo da una cantina della storia,
un vecchio bunker trasformato in bilocale
minuscolo. Giungono qui i rumori
del mondo, gli indizi.

Gli indizi del mondo, quello distante
e l’altro, piccolo, in cui tutti viviamo: se in entrambi
una trama si tesse costante, di rapina
e violenza. Una menzogna

esibita come unica realtà.
Non anche di questo
dovremmo parlare? Non soprattutto
di questo? A modo nostro, obliquamente,

sempre parlando d’altro eppure ritornando
a questo sempre, alla cosa che attenta e va contro
la vita. Ma non sento le voci ora chiuse
e distratte. Perfette

nella loro rinuncia, che sottrae
chi potrebbe parlare al suo rischio,
all’imperfezione della parola davanti alla cosa.
L’imperfezione, l’errore, l’inesatto,

persino a volte l’ipocrita
dichiarazione con cui qualcuno credeva possibile
salvarsi l’anima e lavarsi la coscienza.
Certo. Ma oggi: meglio il silenzio? O l’entertainment?

Davvero? Ieri il ministro della guerra
del nostro neutralissimo Paese
chiedeva 32 miliardi per ammodernare
l’esercito. Ci sono domande, osservazioni, commenti?

Non vedo mani alzate, ragazzi. Va bene così,
dunque? Tutti allegri e contenti,
tutti impegnati a scrivere
libri di futuro improbabile successo

(quante copie vendute: 3000, 5000 se va bene?)
e al presente sussidiati dagli uffici
statali più o meno competenti?
Nessuna pecora nera, nessun ratto?

Conta qualcuno altrove invece i morti: altri numeri.
Gaza, più di 30.000 (forse più): soldati russi in Ucraina.
Nonsisaquantimila: in fondo al mare
o nei lager di Libia. Cifre in costante crescita, bestsellers.

Giorni fa, dentro il bar di un ospedale,
ho incontrato una donna che guidava il marito
nel suo Parkinson. Una coppia
di vecchi compagni, sulle spalle

il XX secolo. Mi ha chiesto, lei, di colpo:
dove sono finiti gli intellettuali? Cosa fanno,
dove vivono oggi? Ho saputo non ho saputo
risponderle. E certamente la domanda era sbagliata,

direte voi, non senza ragione. Ma da qui vi saluto,
da questo irragionevole dolore. Quello che vedo dalla mia finestra
non è un passato da rimpiangere. Un futuro, piuttosto,
molto incerto, da inventare. Le domande

le faccio tutte a me stesso, non temete. Quelle sbagliate,
le poche forse giuste. Sembrano uncini i punti di domanda
e come uncini lacerano la pelle del mondo vicino e lontano:
mi fanno compagnia. Li preferisco

agli asterischi, ai puntini
di sospensione un po’ patetici, al pantano.

Non ho non mi aspetto risposte.

Nota dell’autore 

La poesia nasce da una serie di discussioni nate in seno all’A*ds (Associazione delle scrittrici e degli scrittori svizzeri) negli scorsi mesi. Tutto è partito verso la fine di ottobre, quando la Presidenza A*ds informava i suoi membri di non avere nessuna intenzione di assumere una posizione politica circa la situazione nel Medio Oriente, cosa che, si evinceva dal testo, alcuni membri A*ds aveva invece chiesto. È probabile che il punto di partenza fosse però la decisione della Buchmesse di Francoforte di non consegnare il premio già deciso e assegnato alla scrittrice palestinese Adania Shibli subito dopo l’attacco atroce di Hamas, subordinando così, ancora una volta, le ragioni della letteratura e dell’arte alle irragioni della politica.

Ma per me ovviamente il discorso è molto più vasto e riguarda l’assenza di una riflessione e di un dibattito di natura politica e politico-culturale in seno all’Associazione, che ormai si occupa quasi esclusivamente di aspetti tecnici legati al libro, ai diritti d’autore, e a cose del genere. Nell’articolo 2 degli statuti si legge tra l’altro:

L’A*dS s’impegna nella difesa delle diversità culturali, è contro la strumentalizzazione della cultura e incoraggia la creazione letteraria. Difende inoltre la libertà d’espressione e il rispetto dei diritti   dell’uomo anche nell’ambito internazionale. Sostiene gli sforzi destinati al progresso delle libertà culturali, politiche e del diritto dei cittadini del nostro paese. S’impegna a contribuire all’edificazione di una società solidale.

Mi sembra che queste parole siano ormai da tempo lettera morta; e ha sicuramente molta ragione chi osserva che l’A*ds fa quello che i suoi membri le chiedono (o non le chiedono) di fare; è infatti verosimile che per molti dei più di mille autori soci di questa Associazione la preoccupazione di natura politica e civile sia minima, se non addirittura inesistente. Molti membri dell’A*ds vogliono probabilmente essere soltanto tutelati in quanto scrittori, a proposito di diritti d’autore, minacce che provengono dall’intelligenza artificiale, e via discorrendo; e non credono che l’A*ds in particolare, e la letteratura in generale, debbano interessarsi troppo di politica.

Dunque, il problema riguarda secondo me il ruolo della letteratura in Svizzera, e ciò che la letteratura vuole o non vuole, può o non può essere. Una trentina di anni or sono Moritz Leuenberger, che allora doveva essere Presidente del Consiglio Federale, aveva invitato gli scrittori svizzeri a essere costantemente e coraggiosamente critici nei confronti del potere. Mi sembra che oggi lo Zeitgeist sia profondamente diverso, sia dal punto di vista del potere politico sia, purtroppo, da quello degli scrittori.

Non si tratta dunque soltanto dell’impegno o del disimpegno individuale di questo o di quello scrittore svizzero; né personalmente auspico delle generiche “prese di posizione” su argomenti di natura politica, bensì una riflessione e un dibattito sul senso stesso dell’attività letteraria, e sulla responsabilità che un’associazione mantello degli scrittori svizzeri intende o non intende assumere. 

Visto che i tentativi di innescare un dibattito su questi argomenti, portati avanti nei mesi autunnali del 2023, non sembrano aver sortito alcun effetto, ho deciso di rassegnare le mie dimissioni dall’A*ds.


«Attraverso granelli di parole»

Il libro di una vita, e una prefazione sulle triangolazioni di Libàno Zanolari lette e commentate nella prefazione di Fabio Pusterla 

Scompare con Anna Felder la grande signora della letteratura italiana in Svizzera. 

Dai suoi esordi, verso la fine degli anni ’60, Anna è sempre stata un punto di riferimento, tanto discreto nella sua postura intellettuale e umana quanto ineludibile nella sua cifra stilistica. La sua prosa, nitida, elegantissima e dissimulatamente sperimentale, si è via via affinata negli anni e nei decenni, senza mai venir meno alla sua vocazione originaria. Il primo romanzo, Tra dove piove e non piove, apparve nel 1972, per le edizione Pedrazzini; ma era già stato pubblicato, in versione tedesca, a puntate sulla «NZZ»: segnale di un’attitudine della scrittrice (e dell’insegnante: Anna ha lungamente lavorato presso il Liceo di Aarau, la città dove risiedeva, occupandosi intensamente anche dell’integrazione dei giovanissimi immigrati italiani) a muoversi agilmente tra nord e sud delle Alpi, sia nella vita privata che in quella professionale e intellettuale. 

Primo traduttore di Anna Felder, appunto per la «NZZ» fu Federico Hindermann, finissimo lettore e poeta di prima grandezza, con cui Anna intesse un sodalizio di grande intensità, umana, sentimentale e culturale. Le tematiche messe in campo in quella prima opera, che riguardano appunto l’emigrazione italiana in Svizzera vista attraverso gli occhi e le esperienze dei giovani scolari, erano forti e coraggiose: il libro usciva nella tristissima epoca delle iniziative Schwarzenbach (quasi un incunabolo dell’attuale clima politico) e affrontava di petto la situazione, sempre tuttavia restando fedele al celebre monito di Emily Dickinson: «Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua». 

 Nel contempo, quel primo titolo suggeriva già quale sarebbe stato il territorio prediletto da Anna Felder nei suoi futuri lavori: quella zona esistenziale intermedia, sfuggente e affascinante, segnalata dal Tra, e colta sempre attraverso i personaggi più fragili e inermi, bambini, donne, anziani e persino animali, con una stupefacente capacità di penetrazione psicologica e un costante umorismo sottotraccia. Non a caso il suo romanzo successivo, La disdetta, forse il suo maggiore esito, piacque subito a Italo Calvino, che lo pubblicò nei Gettoni einaudiani nel 1974; notevolissimo il ritratto critico che Calvino fa di Anna Felder in una lettera: 

Mi pare che Lei sia una scrittrice con una personalità molto netta. Il suo modo di raccontare attraverso oggetti, quasi nature morte, o comunque organizzazioni visive dello spazio, o “messe in scena” di momenti della vita quotidiana è interessante e compiuto e richiama esperienze della poesia contemporanea (ho in mente soprattutto esempi anglosassoni) […] Ma soprattutto quello che per me dà il piacere della lettura, è il Suo humour sommesso e trattenuto e continuo.

 Ripensando in questi giorni ad Anna, sapendola gravemente malata, ho deciso di fare quello che si può fare in simili meste circostanze: rileggerla, riascoltare la sua voce e la sua lezione. Ma, trovandomi per certe disavventure fuori casa, ho cercato i suoi libri nella Biblioteca universitaria di Lugano. Avrei dovuto saperlo, ma me ne ero dimenticato: le copie dei romanzi e dei racconti di Anna Felder conservati in questa biblioteca provengono tutte dal lascito di Alice Vollenweider, la scrittrice, critica e traduttrice zurighese che forse si è spesa maggiormente per la diffusione della letteratura italiana e svizzero italiana Oltralpe, traducendola, recensendola, sostenendola in molti modi e in molte forme. 

Alice Vollenweider conosceva bene Anna Felder; e questa amichevole vicinanza è testimoniata dalle fitte annotazioni che costellano le pagine: commenti, spesso in tedesco, sottolineature, simboli. Così ho riletto Anna attraverso gli occhi di Alice, ed è stata una rilettura elevata a potenza, per così dire. Cosa sottolineava, cosa commentava la lettrice zurighese? Talvolta dei passaggi più impervi, forse già con la preoccupazione di doverli tradurre o di doverne rendere conto in un articolo; in altri casi singole parole; ma più spesso dei brani, sembra di intuire, di profonda bellezza, che la colpivano per l’eleganza della lingua e dello stile, per il fascino del ritmo. E ho immaginato, seguendo e cercando di interpretare le annotazioni di Alice, quante volte Anna avrà dovuto rispondere a domande di critici o giornalisti, che le chiedevano di cosa parlassero i suoi libri, quali fossero le tematiche a lei più care, e così via. 

Conoscendo la signorilità di Anna, posso quasi vederla e sentirla nell’atto di rispondere garbatamente a quelle domande insieme giuste e sbagliate; senza forse mai dire la cosa più bruciante e più profonda, che simili interrogativi impediscono di vedere: che per un vero scrittore, e Anna questo appunto era, i temi hanno una certa importanza, naturalmente, ma la cosa più importante è lo stile, il modo di raccontare e interpretare quei temi. E proprio questo, io credo, suggeriscono le sottolineature di Alice Vollenweider, che paiono soprattutto sottolineature ammirative. La prima di esse riguarda l’attacco del romanzo La disdetta, attacco straordinario e spiazzante che subito mette in scena un narratore, e un conseguente punto di vista narrativo, assolutamente anomali:

Mi prendevano per un gatto perché facevo bene la mia parte. Un altro era un chicco d’uva nera, o un vecchio, un merlo femmina. Io ero un gatto.

Poche pagine più avanti, ecco un frammento dell’esplorazione gattesca, di nuovo rilevato dalla penna di Alice:

La pendola faceva il rumore di sempre di fronte ai soprabiti appesi, agli ombrelli: c’era da perdersi a guardar dento: non che mi illudessi di fermare il meccanismo, era impossibile da dietro il vetro; ma a metterci il muso contro, lì tra il pendolo d’ottone e la chiavetta, in quelle oscillazioni del tempo, minuto per minuto, io vedevo scaturire l’essenza delle cose; vedevo l’anima di un gatto, non corpo o fiato ma una parvenza di peli e baffi scuri appena riconoscibile, il brillio di un’iride, mi scostavo e si scostava; ne usciva l’anima di un soprabito, non materia non stoffa ma il volto dell’immobilità, l’idea di un ombrello, c’era e non c’era, bastava un niente e svaniva

 Si capisce bene, leggendo simili passaggi, perché Calvino parlasse di poesia; e forse si può sentire, in sottofondo, la lunga frequentazione da parte di Anna Felder della poesia montaliana, cui aveva dedicato tanti anni prima la sua tesi dottorale (pubblicata con il titolo La maschera di Montale nel 1968); si sentono forse, dentro «l’essenza delle cose», certi versi de I Limoni (in questi silenzi in cui le cose / s’abbandonano e sembrano vicine / a tradire il loro ultimo segreto»); si sente, soprattutto, il tentativo riuscitissimo di essere dentro  il fluire della lingua e della sintassi. Anna, infatti, non usava la lingua per raccontare, ma si serviva del racconto per scrivere, cioè per inventare soluzioni linguistiche e stilistiche capaci di colpire e di sorprendere il lettore e di condurre lei, l’autrice, sempre più addentro le cose, lungo la verticale del linguaggio letterario e poetico. 

Due altri passi, fra i tanti, che devono aver colpito Alice Vollenweider, si trovano in un’opera recente, una delle ultime scritte da Anna Felder, cioè il complesso romanzo Le Adelaidi del 2007: si tratta di due descrizioni paesaggistiche, che si richiamano l’un l’altra a distanza (la prima è all’inizio dell’opera, la seconda verso la fine), a suggerire, di nuovo, un ritmo, un’attenzione compositiva quasi più poetica che narrativa:

Basta infatti socchiudere gli occhi sui brividi accesi dalla corrente, per non più distinguere l’ammiccare sottile dei pesci, minuscoli, da quelli delle monetine di sassi. Sono le monete a scivolare o sono piuttosto i pesci?; le monete invece a frenarli? Sono le scaglie di metallo a rimbalzare in superficie, o sono viceversa i centesimi a rincorrersi testa e croce sul letto del fiume? Sassolini nel sepolcro. (…)

Dire che si scavalcano, le minime crespe d’acqua dolce ammiccanti sulla superficie del lago? Al di là del turchino, in lunghezza verso l’altra riva, la luce si disfa: dirla bianca?

Invece com’è trasparente l’acqua da questa parte fino a riva, liscia e color terra in trasparenza, da contare a uno a uno i sassi sul fondo. Color terra anche i pesci, grandi e piccoli in processione, guarda l’ombra che si portano in giro. Diresti ombra?

Entrambe le descrizioni nascono in realtà nella mente di Ottone, il protagonista maschile del romanzo, che è uno scrittore; uno scrittore che somiglia a «uno che parta, o che appena arrivi, intanto tace, in bilico sull’arrivo o sulla partenza, e di tutto si meravigli». Di nuovo un bilico, una faglia, una sospensione del tempo, provvisoria; e, insieme, il grande tema della meraviglia, che costantemente ha guidato anche lo sguardo e la penna di Anna Felder, nella sua esplorazione dei più minuti avvenimenti quotidiani, capaci però di accendersi improvvisamente, di schiudere un senso di vastità; quello che appare, per non fare che un esempio, in chiusa al racconto Le ombre sedute, compreso nella raccolta Nati complici del 1999:

La fiorista dando tempo al tempo non risponde né sì né no, lo accompagna alla porta e staccando un ramoscello di agrifoglio, cerca con lo sguardo i gabbiani verso il vuoto del lago, a già conoscere oltre il sonno dei battelli, i nubifragi a venire, le sirene del Nilo, il frutto del loto che dà l’oblio a chi lo mangia.

La storia continua.

Certo, «la storia continua», anche se l’autrice della storia, Anna Felder, adesso non c’è più; continua nelle sue pagine e nelle future letture che di quelle pagine saranno eseguite. A condizione, tuttavia, che i libri di questa bravissima scrittrice continuino a essere disponibili per i futuri lettori, e magari riuniti in un’edizione complessiva, che dia conto del vasto lavoro di Anna Felder, fatto di romanzi, racconti, radiodrammi e talvolta anche di testi poetici. Tutto le carte di Anna sono da tempo depositate presso l’Archivio svizzero di letteratura a Berna: e questo è senz’altro garanzia di conservazione e di valorizzazione, di ricognizione e di studio. Quanto all’auspicio di poco fa, relativo alla pubblicazione della sua opera finalmente riunita in uno o più volumi, c’è invece da temere che si tratti di un auspicio più ottativo che plausibile, più retorico che concreto: vista la scarsa attenzione che le istituzioni ufficiali della Svizzera italiana riservano ai migliori scrittori che hanno operato in questo territorio. Speriamo di sbagliarci, naturalmente; speriamo che le parole di uno dei protagonisti di un altro racconto di Anna, intitolato No grazie, siano troppo pessimistiche: 

Una vita ho impiegato per non ancora capire che cos’è la poesia. Potrei morire oggi e non so rispondere. I ragazzi quando erano bambini, loro sì, sono stati un momento una poesia; Marietta adesso è una poesia; ma dopo, sai dirmi dove va a finire tutto questo?


La ‘lingua nera’ di Prisca Agustoni

Il libro di una vita, e una prefazione sulle triangolazioni di Libàno Zanolari lette e commentate nella prefazione di Fabio Pusterla 

Questo libro, sarà bene dirlo subito, rappresenta probabilmente il punto più alto, più maturo e più sorprendente della ricerca poetica di Prisca Agustoni, iniziata da alcuni decenni e consegnata a un non piccolo numero di pubblicazioni, nella Svizzera italiana, dove l’autrice è nata e cresciuta, in Brasile, dove vive e lavora attualmente, e soprattutto in Italia, dove si è ormai da tempo fatta conoscere e apprezzare.

Libro forte, per più di un aspetto affascinante e inquietante, Verso la ruggine trae spunto da una catastrofe ambientale, o per essere più precisi da un eco-crimine perpetrato alcuni anni or sono, e seguito a ruota da altri avvenimenti nefasti, che riguardano il Brasile ma che per metonimia valgono per tutti noi. Ecco rapidamente il rosario cupo di date e fatti: nel novembre 2015 crolla una diga nello stato di Minas Gerais, e il contenuto tossico di un gigantesco bacino (62 milioni di metri cubi di acque acide di provenienza mineraria e di fanghi velenosi) si riversa nel pricipale fiume della regione il Rio Doce, devastandolo. Ci sono morti, naturalmente, ma soprattutto ci sono conseguenze forse irreversibili sull’ambiente che circonda il fiume e sulla popolazione indigena dei Krenak, che vivono sulle sue rive e che dal fiume traggono sostentamento. Ad oggi impunite le multinazionali responsabili della catastrofe, come da trito copione; poco dopo, altri crolli e colate di fango provocano un numero ancora più alto di morti. Tre anni più tardi, un incendio spaventoso e simbolico distrugge buona parte del Museo nazionale del Brasile, a Rio de Janeiro; preludendo ad altri incendi, questa volta amazzonici, che devasteranno le grandi foreste nel 2019, provocando colonne di fumo che oscureranno il cielo di Saõ Paolo. Intanto, nel gennaio del 2019, si è insediato al potere Jair Bolsonaro, rappresentante dell’ultradestra brasiliana e fieramente avverso ad ogni intervento a tutela dell’ambiente, delle minoranze e dei loro diritti.

Eco-poetrry, dunque? L’etichetta non ha per ora avuto grande fortuna in Italia, dove il dibattitto sull’argomento è stato aperto da non molti anni e stenta un poco a decollare (mentre è da tempo fiorente nel mondo anglosassone) ; pure, forse a Prisca Agustoni non dispiacerebbe poi troppo sentirsi annoverata tra gli autori attenti a questo orizzonte; a patto di considerare l’idea di un’eco-poesia e di un’eco-critica non come una limitazione o un sottogenere, ma come un’apertura, una rinnovata attenzione al rapporto profondo e minacciato che lega tutte le forme di vita, e che appunto la parola poetica può sperare di saper pronunciare, «poeticamente abitando il mondo», secondo il celebre verso di Hölderlin.

Ma ciò che davvero conta è il modo particolare con cui Prisca Agustoni si accosta alla materia del suo libro; materia che ha potuto osservare da vicino, quasi dal vivo, visto che lei stessa risiede nello stato di Minas Gerais, e ha dunque potuto visitare le regioni più colpite dalla catastrofe, parlare con i superstiti, lasciarsi insomma coinvolgere ben oltre la compassione di facciata. Da questa non superficiale condivisione nasce il primo elemento che orienta la scrittura: una forma di pietas nei confronti del popolo Kerak, con il conseguente tentativo di dare voce a chi voce non ha, di parlare, per quanto possibile, a nome di: non una semplice proiezione di buoni sentimenti, o peggio l’appropriazione del dolore altrui da parte del poeta, osservatore al sicuro; piuttosto, una compenetrazione profonda, che consente di far parlare gli altri a partire dalla propria soggettiva emotività, e che, per converso, accoglie il vissuto terribile degli altri (esseri umani, animali, acque, alberi) dentro di sé, dolorosamente, rileggendo attraverso di loro anche la propria storia individuale. E appunto questo avviene, sotto e dietro i versi, sia nella prima parte dell’opera, che offre una forma di accorato compianto generale; sia nella seconda, quando la voce è affidata ai sopravvissuti, esili figure umane sconvolte. Dentro di sé, nella propria esperienza, Prisca deve aver trovato, non senza dolore, il suo Rio Doce, il Watu dei Krenak ora distrutto: solo a questo prezzo ha potuto parlare.

Il libro si muove su di un confine fragile e già compromesso: quella frontiera tra la ruggine e il ferro che è suggerita sin dall’inizio. Ma se la ruggine indicherà evidentemente lo sfaldamento, l’usura, lo smangiarsi di ogni certezza, non è detto che il ferro possa costituirsi come polarità positiva e ora sconfitta. Si direbbe piuttosto che i due termini disegnino una morsa atroce, a cui è difficile sfuggire: il ferro che ferisce e che schiaccia (e il ferro è uno dei minerali maggiormente estratto nelle miniere di Minas Gerais) e la ruggine-devastazione che lo stesso ferro induce. In mezzo, tra ruggine e ferro, ma già spostate ormai verso la ruggine, stremate sotto la gragnuola di «bombe senza guerra» e dall’avanzare della «epidemia di deserti», stanno le figure e le voci inermi che popolano questo libro, come un tempo popolavano le rive del fiume; voci annichilite, umiliate, e che ciononostante «vegliano perché la parola sia / lumino ancora che porti pace», provano a «intonare il canto che invoca / l’umido centro dell’uomo».

I versi ora citati suggeriscono però anche un altro elemento singolare e importante di questo libro, che ne costituisce forse la cifra più segreta: il costante, sommesso slittamento delle immagini reali, geografiche e umane, su di un piano linguistico, come se ciò che avviene nel paesaggio si depositasse sopra e dentro la lingua, trasformandola e incupendola, come ci ha insegnato una volta per tutte Andrea Zanzotto. Molto frequenti sono in effetti i riferimenti al linguaggio, alla metamorfosi del fiume in lingua: «una lingua tossica che lecca la terra», «una storia che pianta radici in bocca», «il paradiso sono questi detriti / da battazzare / con nuovi nomi / arsenico, ferro, mercurio, piombo», «palude delle parole conficcate / come lance / spille ritte in una bocca / nera di spavento», «una devastazione senza radici / nella lingua o nella falda acquifera», e così via. In un testo di grande intensità, uno dei pochi volto, sia pure amaramente, verso il futuro, si trova infine l’opposizione ultima, più estrema: quella tra «l’alfabeto della resina e del lattice», che un giorno consentirà forse ai figli e ai nipoti di rileggere il passato, e la «lingua nera» del presente devastato da una «sintassi straniera»:

i nostri figli
conteranno un giorno gli anelli del tronco
le pagine del libro mai scritto

per scoprirne le età
e la sintassi straniera;

con sete di giustizia
indagheranno
la vita perpetua del legno
dopo lo squarcio.

L’alfabeto della resina e del lattice.

I nostri nipoti costruiranno da zero
il villaggio attorno agli argini del fiume:

sarà necessario tornare al taglio
alla diga crollata, al machete
alla lingua nera
alla biopsia dell’acqua e del cielo

e pazientare

Piccola Macondo brasiliana, la regione travolta e tradita rappresentata in questo libro tanto vero quanto simbolico entra nel nostro catalogo degli orrori e delle disperazioni, perché «il giorno che muove al massacro» (il verso è di Sereni, e lo ritroviamo felicemente in una delle poesie di Prisca) è anche il nostro, e ci vede contemporaneamente vittime e colpevoli, devastati e devastatori. Ho scritto a Prisca Agustoni, qualche tempo fa, dopo aver letto la raccolta, che non mi capita spesso di essere colpito e turbato da un nuovo libro di poesia: ne ho letti troppi, forse. Eppure Verso la ruggine ha prodotto su di me proprio questo effetto. Con una lingua essenziale ma niente affatto semplice, molto attenta a distillare dentro di sé una musica di profondità, con immagini lievi e potenti, questo libro raggiunge un non facile risultato: parla di una vicenda lontana da noi, senza per questo risultare né esotico né antropologico; ci dice che Watu scorre qui, nei nostri giorni, fra di noi, e che il fiume, il nostro fiume, non può più chiamarsi «Rio doce», perché ogni dolcezza è tramutata in fiele.

Presentazione di Fabio Pusterla alla raccolta di Prisca Agustoni Verso la ruggine, Interlinea, 2022 (pp. 5-8), per gentile concessione dell’autore


Ci ha teso la mano. A noi tutti il compito di esserne degni

Il libro di una vita, e una prefazione sulle triangolazioni di Libàno Zanolari lette e commentate nella prefazione di Fabio Pusterla 

Si è spento nei giorni scorsi, all’età di 93 anni, l’editore Libero Casagrande. Per sua espressa volontà, la notizia è stata data solo a funerali avvenuti. Sulla scomparsa di questa grande figura di “promotore culturale” proponiamo qui un contributo, un omaggio, di Fabio Pusterla, che, come tanti altri autori del nostro paese, deve proprio a Casagrande il proprio esordio letterario con la raccolta poetica “Concessione all’inverno”. (red.)

Libero Casagrande è stato un punto di riferimento importantissimo per tutta la cultura svizzero-italiana, a cui ha fornito un costante e prestigioso sbocco editoriale, in moltissimi campi del sapere: la storia, la storia dell’arte, la storia della lingua, la letteratura. Dopo la prima fase della sua attività, iniziata negli anni ’50, Libero ha iniziato la collaborazione con i principali intellettuali attivi sul territorio, a cominciare da Virgilio Gilardoni (e di questo fondamentale sodalizio basterà ricordare due titoli poderosi: il volume Il Romanico, del 1967, e la ristampa de La Svizzera italiana del Franscini, apparsa nel 1990), a cui si sarebbero affiancati nel tempo Sandro Bianconi, Raffaello Ceschi e molti altri.

Frutto capitale di questo intenso dialogo, protrattosi lungo i decenni, la rivista «Archivio storico ticinese», nata nel 1960 e ancora attiva. Ma per capire a fondo il senso culturale di questo lavoro, che Libero Casagrande ha affrontato con la passione per il lavoro dell’artigiano tipografico e con la lungimiranza dell’editore illuminato, bisogna considerare un altro aspetto. Libero, che era nato nel 1929, apparteneva alla generazione dei nostri padri, biografici e culturali; la generazione, cioè, che aveva vissuto intensamente, e nei casi maggiori drammaticamente, il periodo della Grande Trasformazione, cioè del passaggio da un mondo tutto sommato contadino (che in Ticino, fino alla seconda Guerra Mondiale, aveva significato anche povertà, emigrazione, difficoltà materiali) a un nuovo mondo animato da forze economiche diverse e vieppiù potenti, capaci di travolgere velocemente il passato e persino di oscurare la sua memoria.

A questo mutamento, che su scala italiana sarebbe stato testimoniato, per non fare che alcuni nomi, da Pier Paolo Pasolini, Lucio Mastronardi, Paolo Volponi, Andrea Zanzotto e Luigi Meneghello, le intelligenze che ruotavano attorno alle edizioni Casagrande hanno tentato di accompagnare la coscienza critica, la ricostruzione storiografica, il sogno di un umanesimo non nostalgico bensì volto al futuro, che parlasse un linguaggio profondamente oppositivo rispetto a quello delle grandi speculazioni in atto e al loro sforzo di cancellare il più rapidamente possibile la memoria di un Paese.

Nel campo della letteratura, questo tipo di impegno culturale ci fa subito pensare ai maggiori scrittori di quella generazione: a Plinio Martini, di cui Casagrande pubblicò Il fondo del sacco, un vero e sorprendente successo editoriale, a Giorgio e a Giovanni Orelli, entrambi ben presenti nel catalogo delle edizioni bellinzonesi, a Alberto Nessi e ad altri ancora.

Il nome di Giovanni Orelli ci aiuta però ad avanzare nel tempo: verso la fine degli anni ’70 nasceva infatti la collana “Versanti”, che allora si chiamava anche “dei tre Giovanni”: una collana di poesia diretta appunto da Giovanni Orelli, Giovanni Bonalumi e Giovanni Raboni, un progetto che intendeva idealmente saldare la Svizzera italiana con la Milano di Raboni e con la Svizzera interna (la Basilea di Bonalumi). Il tentativo, coraggioso, era di aprire e rinnovare la letteratura della Svizzera italiana, consentendo ai suoi esiti più promettenti di respirare un’aria più vasta: se l’umanesimo cui si accennava tentava prima di tutto di salvaguardare la memoria storica, dando solide fondamenta al presente, questo nuovo progetto intuiva e sosteneva la necessità di un’apertura che il Ticino regione aperta (questo il titolo significativo coniato da Sandro Bianconi, Raffaello Ceschi e Remigio Ratti per un volume del 1990) rendeva sempre più urgente.

Tra i primi titoli della collana: un poeta dialettale di grande spessore come Ugo Canonica; la raccolta d’esordio di un giovane molto promettente, Antonio Rossi; un libro-dibattito sul tema del dialetto, che metteva a confronto Piero Gibellini, Glauco Sanga e Andrea Zanzotto; e una versione da Ramuz. Negli anni successivi, la collana “Versanti” sarebbe diventata importantissima, soprattutto per molti allora giovani o giovanissimi poeti che da lì avrebbero tentato di prendere il volo.

Proprio in quegli anni iniziava anche il mio rapporto di stima e di amicizia con Libero Casagrande, a cui, come molti altri, devo moltissimo. Ma non degli affetti privati è adesso il momento di parlare, se non per rammentare che Libero appartiene a quelle figure umane e culturali che ci hanno teso la mano, consegnandoci, insieme all’amicizia, una responsabilità. A noi tutti il compito di esserne degni.