Cinquant’anni di incontri straordinari nelle foto di Guido Harari

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

La prima impressione incide sempre, giusta o sbagliata che sia. Alla Fabbrica del Vapore, uno spazio del Comune di Milano destinato alla cultura, per la mostra «Guido Harari – Incontri 50 anni di fotografie e racconti», il benvenuto arriva da una gigantografia rappresentante i 3 mostri sacri milanesi che di più non ce n’è: il primo e unico cantattore, quello che ha portato la canzone a teatro (Giorgio Gaber), il medico cantautore che Paolo Conte (!) amava chiamare «Il genio» (Enzo Jannacci) e, infine ma non da ultimo, il Premio Nobel italiano più sorprendente (Dario Fo). Raggianti, braccia aperte (più «ben venuti» di così…) e in bianco e nero. Eh sì, perché le storie raccontate dalla mostra, arrivano da lontano.

Prima però, almeno per i lettori più giovani, diciamo chi è Guido Harari.

Nato al Cairo nel 1952 fin da adolescente ha bazzicato il mondo della canzone italiana. Inutile aggiungere che la sua curiosità iniziale si è subito trasformata in bravura e fin dai tempi delle fanzines «Ciao 2001» (fondata nel 1968, diciamolo), «Giovani» e «Rockstar» quella di Harari è subito diventata una firma. Critico musicale e fotografo.

Riconosciuto e bravo per almeno tre motivi: il suo essere regolarmente sul pezzo, la sua sensibilità (l’occhio del fotografo che è sempre diverso da quello comune) e la sua onestà. Tant’è che molte conoscenze si sono trasformate in amicizia. E lui, in pratica, in quell’ambito ha conosciuto tutti. Venendo anche ricercato, in Italia ma non solo. Tant’è che nel corso degli anni ha abbandonato la critica scritta lasciando parlare le sue immagini, scelte se non commissionate anche per parecchie copertine di album, o 33 giri. Così è andata per quello che potremmo definire come protagonista assoluto della canzone senza aver mai cantato n’è scritto un verso o rigo.

Torniamo alla mostra milanese: è impressionante la collezione di ritratti esposti. I cantanti in pratica ci sono tutti. Dai padri della canzone d’autore (Gino Paoli, Fabrizio De André, Bruno Lauzi), le stelle di questo movimento (Paolo Conte, Vasco Rossi, Francesco Guccini, Ivano Fossati) le star internazionali (Bob Dylan, il «Boss», BB King, Lou Reed, Sinéad O’Connor). Poi, cambiando ambito, ecco i registi-Oscar (Bernardo Bertolucci, Roberto Benigni) i miti veri (Gino Strada), i poeti (Alda Merini, Attilio Bertolucci), attori (Nanni Moretti, Marcello Mastroianni).

In poche parole c’è il mondo.

Certo, qualcuno potrà anche obiettare (l’abbiamo sentito dire in «presa diretta») che il fotografo ha avuto una gran fortuna ad «esserci», cogliendo il treno al volo. Ovviamente non è così: per prendere il treno occorre andare alla stazione, e bisogna scegliere quello giusto, magari con i vestiti adeguati e la percezione che solo Guido Harari. Uno che ha praticato la critica musicale con indubbia sensibilità e gentilezza (tessendo una ragnatela di rapporti di fiducia con i protagonisti delle proprie foto) e portando con sé una seria quanto profonda delicatezza. Uno che ha uno sguardo unico e speciale. Se no come farsi venire in mente di fotografare Fabrizio De André mentre si sottopone al taglio di capelli da parte di Dori Ghezzi? o addormentato a terra conto un termosifone? Istigare Francesco Guccini a sedersi sulle rotaie (e aspettare la locomotiva?), Giovanni Lindo Ferretti che scruta il mondo di sottecchi nascosto da un cavallo? E tacciamo di Umberto Eco che suona la tromba, Frank Zappa in mutande sul palco alla prova-concerto, Tom Waits artista di strada.

Un florilegio di storie, speciali nella loro unicità ma anche significative nel loro assieme: questo vuol dire in fondo essere artisti, rimanere attenti al particolare, magari mettendolo a fuoco (lo stretto vagone di una volta dove far sedere il Liga, il mare d’inverno dove far passeggiare Gino Paoli e Ornella Vanoni) senza dimenticare il generale. Scegliendo per ogni soggetto il formato adeguato: la gigantografia a colori per la leonessa ruggente Tina Turner, il bianco e nero anche sfuocato per i colombi che coprono Lucio Dalla in Piazza maggiore a Bologna.

Ogni focus merita una sosta, ogni quadro induce ad un ritorno per i necessari collegamenti. Magari anche nostalgici per chi ai tempi c’era (la panoramica sulla gestualità di Gaber a fine spettacolo è da antologia), di meraviglia per chi grazie a questa mostra semplicemente scopre un mondo che fu, ma che rimane ancora attuale.

Ovviamente alla mostra è stato dedicato un signor catalogo, dal titolo omonimo e (ben) stampato da Rizzoli. Inoltre certe fotografie firmate dallo stesso Harari sono acquistabili direttamente alla Fabbrica. La mostra rimane aperta fino al 1° aprile. Tutte le foto sono però ugualmente fruibili presso lo studio dello stesso artista, ad Alba: una meta non proprio banale, specie in autunno.

La Fabbrica del Vapore, che tra l’altro ha recentemente ospitato una mostra dedicata a Zerocalcare, non è proprio semplice da raggiungere. Per arrivarci occorre fare capo alle cartine elettroniche oramai presenti su tutti i cellulari. Un fastidio ripagato dal fatto che si attraversa un quartiere affascinante: Chinatown. Un valore aggiunto.


Napoli … non per caso

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

Prendiamo una ricorrenza usuale, una festa come tante. Prendiamo la notte di San Silvestro: la si festeggia dappertutto, un botto veloce nel paesino sperduto ed un po’ di fuochi nei centri più abitati. Poi ecco le metropoli di tutto il mondo che si sbizzarriscono tanto da alimentare il primo notiziario dell’anno di tutte le reti televisive. Se ne vedono di diverse, se ne vedono di belle ma … quando la telecamera porta in rassegna Napoli, allora è tutta un’altra cosa. Il golfo illuminato a giorno, in quell’ anniversario, è come l’aurora boreale: un’esperienza. Per una «usanza» che si ripresenta puntuale ogni anno. Se poi, e invece, prendiamo una «festa rara», mettiamo un’occasione attesa da 33 anni, allora … ecco Napoli nella sua versione primavera 2023. Un qualcosa di assolutamente unico e speciale. Un’aurora verde moltiplicata per dieci, cento … . 

Bisogna aggiungere un altro dato. Napoli è una metropoli (3 milioni i suoi abitanti!) che, a differenza di tante altre (Roma, Milano, Genova e Torino) non deve suddividere la propria passione calcistica. C’è un club solo, dunque un’esclusiva indiscutibile. Nessun battibecco con i dirimpettati, nessuna discussione pre o post derby: il cielo è azzurro e resta azzurro per tutti. E se dobbiamo collegare una striscia azzurra da un balcone di fronte all’altro… lo si fa, mettendo da parte la discussione avuta il giorno prima. Questa «totalizzazione» ha una potenza contagiosa incredibile: non solo coinvolge subito tutti ma fa sentire escluso chi tenta di chiamarsi fuori. Per cui quando si accostano le parole «calcio» e «Napoli» occorre intendere la totalità delle persone coinvolte. Dottori e camerieri, donne e uomini, suocere e suore, disoccupati e malandrini, politici della parte di qua e della parte di là, a sventolare bandiere e a gioire sono proprio tutti, all’unisono. E questo è il secondo valore aggiunto alla festa partenopea.

Un terzo aspetto, eminentemente tecnico, sportivo, che rende leggendaria l’impresa della squadra di Spalletti, è legato alle scelte dirigenziali, economiche decise durante la scorsa estate. Un qualcosa di assolutamente controcorrente. Il Napoli ha vinto il suo terzo scudetto dopo aver venduto i suoi migliori calciatori ed aver ridotto il monte-stipendi di un terzo. Solo 10 mesi fa nessuno indicava il Napoli come possibile protagonista stagionale; nemmeno i più ottimisti lo ipotizzavano fra i primi 4. E invece, invece i nuovi (Kvara, Kim, Raspadori…) hanno superato anche  le più ottimistiche aspettative, e sul campo gli schemi di Spalletti hanno fatto il resto. 

Il Napoli non ha solo vinto, ha dominato. Facendo inarcare un qualche sopracciglio anche in Europa (Guardiola, Klopp … non per dire). Aggiudicandosi il titolo alla trentatreesima giornata (record eguagliato) dopo 33 anni, anche questo è Napoli. Dunque l’eccezionalità della stagione non è riconducibile ad un anno di bassa marea del pallone italiano (c’è stato anche questo, diciamolo) ma di valori tecnici e tattici straordinari. Verrebbe da dire … «miracolosi». 

E qui sopraggiunge un quarto aspetto specifico partenopeo. Infatti la città di Napoli conta ben 56 Santi patroni (e fra questi 8 «Tutelari»). Un record assoluto a livello mondiale che non la dice ancora tutta. Infatti la lista dei Santi patroni, disponibile sul web, quella che inizia con l’istituzionalissimo San Gennaro, non contempla ufficialmente quel “santo laico” argentino, adorato e venerato ancora e per sempre dall’intera città, che gli ha pure dedicato il nome dello stadio. A Napoli Maradona si ritrova ovunque, a cominciare da quel muro che come un altare viene visitata e riconosciuto da tutti. Lui ha «segnato» i primi due scudetti, lui c’è ancora oggi, al punto che il popolo azzurro colloca ancora lui, Diego, fra i protagonisti di questa vittoria. Forse è esagerato, ma si potrebbe pure affermare che a Napoli non vi sono «generazioni che hanno dissipato poeti»: lì restano, sempre e comunque. Alla faccia di chi consuma e brucia i propri eroi in un amen. 

La vittoria, la festa, la programmazione controvento, l’azzardo, la scommessa, gli eccessi, il coraggio di andare oltre: Napoli 2023 non è per caso.

Nell’immagine: Napoli – il murale di Maradona ai Quartieri Spagnoli 


Enzo Jannacci, non un genio ma «il» genio

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

Quando si parla o scrive di Enzo Jannacci, quando si pensa alla sua opera, un termine risulta essere praticamente obbligato e obbligatorio: «genio». Veda il lettore se «un» oppure «il» genio.

Poliedrico, frequentatore di linguaggi diversissimi (la canzone, certo, ma anche il cabaret, il teatro, la poesia, la televisione, la narrativa, il cinema…) ed esploratore di generi persino opposti: il dramma come solo i comici, la denuncia sociale, la microstoria regionale, il surrealismo creativo, la tragedia e il noir…  

 Genio: come definire altrimenti uno che ha studiato al conservatorio ma anche medicina all’università, presentandosi dopo il liceo scientifico (una bestemmia, ai tempi)? Uno che è cardio-chirurgo ma anche protagonista della cultura alternativa milanese degli Anni Sessanta? Forse un’idea ce la può dare la rete di amicizie che lui ha sempre saputo tener vive, nomi che soli dicono già tutto: Dario Fo, Umberto Eco, Beppe Viola, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Paolo Conte, Sergio Endrigo, Fabrizio De André, Vasco Rossi… In poche parole: Jannacci è Jannacci. Unico e inarrivabile.

La sua storia, e non meraviglia, non è esente da ironia («volete sapere come si chiamano i miei genitori? non è una battuta ma… Giuseppe e Maria»). Figlio di un emigrato meridionale («Vegnii-giò chì a Milan, chì a Milan / Mi gh’avevi dù ann forse trii ann apena // Ohé son chì / ma quand sont arrivaa chi (mi, el teron) / Tegnii-su ‘me on fagott dal papà / Contrapes ‘na valis de carton») non si fa problemi nel diventare bandiera del dialetto lombardo, sua lingua materna. Attratto fin da piccolissimo dalla musica (gli regalano una fisarmonica quando ha 4 o 5 anni) non se ne distacca più, ovviamente abbracciando poi tanti altri strumenti. Nel suo momento jazz eccolo al pianoforte, quando scopre il rock una chitarra, sul palco teatrale altri strumentini, in concerto poi con una voce pronta a trasformarsi in strumento (da stridula a malinconica, da profonda a ieratica). Ogni etichetta è per lui riduttiva. Lui è oltre.

Non sempre ha avuto successo, anche perché lui l’ha ricercato sì e no. In fondo gli bastava essere conosciuto senza insistere troppo sull’ identità, agendo quasi di nascosto, alla faccia dell’ego oggi dominante. Per Jannacci l’importante è il contenuto, l’idea, non chi l’ha partorita. Basti pensare a due punti fermi della canzone d’autore italiana («Bartali» interpretata da Paolo Conte e «Via del Campo da Fabrizio De André): chi mai riconduce questi brani a Jannacci ? Pochi. Lui semmai richiama al sacrosanto insulto all’ipocrisia di «Vengo anch’io no tu no» (che nel suo piccolo è stata una vera bomba nel panorama della canzone, e culturale, italiana) o alla successiva «Ho visto un re» (subito censurata dalla Rai…).

Un idealista, ecco. E soprattutto uno vero. Che ha sempre detto e cantato quello che più gli andava, seguendo l’estro.  

Capace di far ridere e nel contempo rattristare, facendo magari riferimento a Brecht ed alla sua Tebe dalle sette porte («povero re / ah, beh, sì, beh / ma povero anche il cavallo / ah, beh, sì beh»), oppure con «L’ombrello di mio fratello» a dare quel tocco un più al film «La vita agra», 1964, di Carlo Lizzani (dal romanzo di Luciano Bianciardi, 1962). Struggenti storie d’amore («Giovanni telegrafista») e quadri di crudo realismo («Vincenzina e la fabbrica»). Surreale (con la già citata «Vengo anch’io, no tu no») e nello stesso tempo cantore della ligera (la malavita) milanese. Le sue non sono canzoni ma storie cantate, magari nate da una creatività improvvisa e sicuramente levigate da una sensibilità umana irrinunciabile nei confronti degli esclusi, degli infelici. «Ci vuole orecchio» cantava mettendoci tanto, ma tanto cuore: su di un palco, davanti a una telecamera, alle prese con un pianoforte. Altro che barlafuus…, vedasi «La filosofia di Enzo Jannacci: storie di un barlafuus», ed. Mimesis, 2019.

Oggi sono 10 anni che Jannacci ha salutato tutti. A chi scrive piace ricordarlo con due titoli: quello di un libro che già disse tutto nel 1974 («L’incomputer» scritto con Beppe Viola, voluto da Umberto Eco con presentazione di Stefano Bartezzaghi, edito da Bompiani) e quello della sua canzone-specchio-confessione: «Lettera da lontano», 2001, dedicata a Silvia Baraldini («non servirà a niente/ma almeno saprà che le siamo vicini») a suo figlio («che mi ha guardato cantare come fossi io il figlio») alla moglie («che non ha avuto un marito, ha avuto solo le doglie») e ad altri.

E una definizione di Beppe Viola: «Lui è Rivera, io sono uno che corre. Con una squadra fatta da me arrivi quinto o settimo, con lui vinci il campionato». 

Nell’immagine: un memorabile trio. Giorgio Gaber, Enzo Jannacci e Dario Fo in una celebre fotografia di Guido Harari


Quando la grande musica frequenta l’anima

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

La Scala di Milano è il tempio della musica lirica, la cappella Sistina dei melomani, l’Everest di tenori e direttori d’orchestra. Basta calcare il suo palco ed è subito curriculum. Un onore ed un vanto. Questo dall’anno della sua costruzione, vale a dire dal 1778 (manca poco e saranno 250 anni!). Scorrere i nomi dei protagonisti che si sono avvicendati su quel palco è fare i conti con la storia della musica (Verdi, certo, ma anche Toscanini, la Tebaldi, la Callas, Puccini, Muti, Abbado…).

Paolo Conte – parere personale ma condiviso da tantissimi – è il più grande chansonnier italiano. Una sfilza di cd alle spalle (è dal 1962 che è sulla breccia) e innumerevoli esibizioni in pubblico, sempre in sold out. Ha saputo narrare la provincia ma anche le grandi città, ha frequentato un linguaggio lirico sottile e profondo («Avevo una passione per la musica/di ruggine/nerastra tinta a caldo di caligine/Metropoli») senza per questo rinunciare ad un animo autenticamente popolare («Azzurro», che il recente Covid ha eletto quale secondo inno nazionale: era infatti cantato da un balcone all’altro nei momenti di cattività dal cosiddetto popolo).

Domenica 19 febbraio queste due eccellenze (lo so che in Ticino è un termine abusato ma qui ci sta tutto) si incontrano. Lei, la Scala antica ma sempre attuale (oltre che ristrutturata da Mario Botta nel 2’002) e lui, l’avvocato di Asti prestato per sempre alla canzone, con partenza dal jazz. Lei, abituata ai corteggiamenti della musica classica, si concede per la prima volta ad un cantautore. Eppure era già stata da altri adulata (un nome? quello di Bob Dylan, premio Nobel della letteratura, non per dire), ma niente. Giusto due scappatelle due per Keith Jarrett e Ludovico Einaudi, ma sono state due cose veloci, quasi indolori. Con la musica leggera il no è sempre stato perentorio. E lui, che ha frequentato altre cattedrali (l’Olympia ed il Théâtre des Champs-Elysées di Parigi, il San Carlo di Napoli, la Filarmonica di Chicago e l’Auditorium dei Berliner) a Milano non c’è stato mai. «Neanche come spettatore» ha confidato nell’intervista di presentazione. E adesso eccoli qui, per un appuntamento più unico che raro, un’occasione da «io c’ero». Non per nulla tutti i 2’007 biglietti sono stati venduti in poche ore.

Gli avvenimenti davvero importanti, si sa, non hanno bisogno di lanci prolungati con rulli di tamburi e squilli di tromba: nel loro esserci c’è già tutto. Una piccola conferenza di presentazione un paio di mesi prima e il gioco è fatto. Scontati i tentativi di polemica (Piero Maranghi, direttore di «Classica HD», ha parlato e scritto su “Il Foglio” di «violazione del tempio») e intuibile la malcelata emozione dell’avvocato che, nel 1979, cantava: «Lampi, / fuori nel buio temporale / e lampi / nel Teatro Comunale / … Io, che sono qui per rivederti / io, che non so un tubo di concerti»… e via con un «parapunzipumpunzipumpunzipum».

Il tinello maron con candelabri più unici che rari, l’ azzurro nella nebbia meneghina, il Mocambo catapultato nel’800 e le stelle del jazz a confrontarsi con quelle della lirica: questo ed altro nella serata scaligera.

Un momento speciale di «Vera musica», quella che … «sa far ridere/e all’improvviso ti aiuta a piangere/la grande musica frequenta l’anima/ col buio inutile, e non si sa perché, e non si sa perché». Era il 1981, è il 2023. L’avvocato ha pure precisato, sempre per nascondere con classe il pathos, che quella di Milano è la prima serata di una tournée che si concluderà ad Umbria jazz, vale a dire dove per lui tutto ha preso il via (erano gli Anni Settanta, lui era pianista e vibrafonista jazz…). Niente male per un ottantaseienne ancora in piena forma.


Il calcio italiano in una crisi inarrestabile. E il Ticino confina

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

«È drammatica ma non seria», la situazione attuale del calcio italiano. Non si pensi però ad un futile gioco di citazioni (l’inarrivabile Ennio Flaiano, in questo caso): è la triste realtà. Appena scoppiato il caso «doping», con Dino Baggio e Tardelli ad esprimere le loro paure sulle sostanze assunte tanti anni fa, ecco il pronto intervento dei pompieri: il tecnico della Nazionale Roberto Mancini in primis ed i media nazionali poi. «Non volevamo, non ci siamo espressi bene» hanno ripetuto i due alla «Domenica sportiva»… et voilà, l’omertà è servita. Non è successo niente, i malati gravi ed i morti di SLA ricacciati nuovamente nell’ombra. L’allarme rosso può prendere polvere fino al prossimo morto. E non fa niente se gli ultimi studi sulla SLA legata al calcio sono di una ventina di anni fa. Preciso è però il computo dei morti: in totale in Italia quelli legati al mondo del calcio sono stati 34 (fonte: Istituto Mario Negri).

In questi giorni, tutte le attenzioni si sono così rapidamente rivolte alla decisione della Corte di appello della Federazione per il “caso plusvalenze” della Juventus: tutt’altro genere di doping, ma sempre doping, in fin dei conti; in questo caso, di tipo finanziario, dove a morire rischia di andare la più blasonata società calcistica, quella, per intenderci, della famiglia Agnelli e dei milioni di tifosi in tutto il mondo.

Ieri la sentenza è stata confermata e sono state pubblicate le motivazioni che hanno indotto la Corte federale d’Appello a un drastico  taglio di punti in classifica. Erano stati richiesti 9 punti di penalizzazione ed i giudici hanno aumentato la pena, fissandola a 15. Nel frattempo i media hanno giocato (sporco) sul dato emozionale, sul tifo, quasi fossero alla ricerca di click o facili consensi. Mischiando apparenti razionalità («perché 15 punti e non 20 ?, perché non 8? eppoi… la pratica delle plusvalenza non è praticabile in solitaria: che cos`è onanismo economico ?») e vittimismo storico («già una volta abbiamo pagato per tutti… è uno scandalo, per di più applicato a campionato in corso… »). Con un pizzico di attualità politica: «è ora di finirla con le intercettazioni, lo ha detto anche il nuovo ministro della giustizia Carlo Nordio… ma presto si porrà fine a questa inciviltà» (n.d.r: «sem a post: Matteo Messina Denaro commosso, ringrazia»). Gli è che le motivazioni pubblicate ieri sembrano chiare: solo la dirigenza bianconera ha agito in consapevolezza e operato sistematicamente. Due macigni.

Al di là di tutto questo restano però incontestabili altre condanne sulla Juventus, magari espresse inconsapevolmente. Come interpretare ad esempio la prima dichiarazione del nuovo presidente Gianluca Ferrero, chiamato a sostituire Andrea Agnelli ?. Citiamo: «Agiremo senza arroganza». Se non è ammissione di colpa, questa…  

Chi scrive non sa se nella sentenza si sia fatto ricorso anche alla recidiva ma il dato di fatto è che a Torino hanno imparato poco da Calciopoli. Era il 2006 ed in questi 17 anni le cose sono andate male, malissimo per il calcio italiano tutto. Quattro fallimenti mondiali (due in presenza 2010 e 2014 e due in assenza 2018, 2022), la fuga dei ricchi presidenti indigeni (Berlusconi e Moratti), sostituiti da oriundi a stelle e strisce, original Yankees e cinesi non tutti credibili, con il rosso dei conti che cresce, cresce, cresce, a dismisura. E si inventano giochetti illegali (le plusvalenze) ma anche legali (come i contratti con le tv a pagamento, poi rivelatisi un flop, o quasi). Viene in mente il (bel) film di Kassovitz, «L’odio» del 1995: «Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. A mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio sbuffa. Fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene. Il problema non è la caduta ma l’atterraggio».

Intanto il calcio giocato manda a dire che quello che era il «campionato più bello del mondo è ora… il più finito». Ridotto ad una puntata, neanche troppo bella, del tenente Colombo: il colpevole lo si conosce con largo anticipo ed i colpi di scena sono riservati alle comparse. E si continua a «far finta di essere sani, tout va bien madame la marquise».

Ma se in Italia si piange – si dovrebbe piangere! – in Ticino c’è poco spazio per i sorrisi. Si sa, quando in Italia fa freddo il raffreddore arriva anche qui. A Chiasso si è celebrato l’ultimo (si spera) funerale dei cosiddetti grandi club ticinesi (vedi Stefano Marelli nel suo ottimo editoriale di sabato scorso su «laRegione»). Anche qui la sentenza non ha meravigliato nessuno: da troppo tempo la facile domanda «che senso ha un club così?» non aveva risposte. A Bellinzona, con la sua girandola di allenatori, la stessa domanda si insinua nell’animo di crescenti appassionati. E a Lugano? Il Lugano al momento tiene. Ma il pettine non è distante dai nodi. Un dato preoccupa: nel suo attuale organico vi è solo un calciatore formato e cresciuto nel club: Mattia Bottani. Al di là dei successi possibili, che comunque auguriamo alla squadra, questo dato statistico lascia inquieti. Le spalle del “Crus” (l’allenatore Croci Torti) sono ancora forti e potenti e la proprietà non sembra priva di serietà, ma… Se tutto si fonda, un’altra volta (come a Chiasso, a Bellinzona, per non parlare del “disperso” Locarno) sul commercio di giovani calciatori, sul viavai irrefrenabile di ragazzi ridotti a carne da macello, allora anche il senso di appartenenza dei tifosi vacilla, e a occhio e croce il destino potrebbe profilarsi inesorabile. E anche noi, nel nostro piccolo, come a Torino, sul futuro rischiamo di mettere una crus.


Nuvole nere sul pallone italiano, nerissime sul suo giornalismo

Alla Fabbrica del vapore di Milano un’imperdibile esposizione con i ritratti fotografici di grandi personaggi della cultura e dello spettacolo: una gran bella occasione per chi c’era e per chi c’è 

La cronaca ci dice che, negli ultmi mesi, il calcio italiano ha dovuto affrontare ed elaborare due gravi lutti. Sinisa Mihajlović e Gianluca Vialli hanno infatti salutato la compagnia dopo annunciata grave malattia. «Gli eroi sono tutti giovani e belli» e loro due «ci nacquero», ci ricordano Guccini e Totò. Il clamore per la loro dipartita è stato davvero enorme, oltrepassante l’impervia barriera chiamata «tifo» e, ovviamente, i confini nazionali. Sono stati, i due, calciatori di grandissimo livello eppoi allenatori di prestigiosi club (per qualche anno hanno pure condiviso esperienze in comune, fianco a fianco).

Esaurite le sacrosante laiche commemorazioni, alcune davvero toccanti, il mondo del pallone ha ripreso il suo tran tran. L’incredulità per queste due morti precoci (53 anni il serbo, 59 l’azzurro) è stata lenita e risolta con il guardare avanti, il riprendere le vecchie, non sempre tutte buone abitudini. La sfera di cuoio è tornata a rotolare procurando emozioni e rinnovando passioni: in fondo, come ha ben sottolineato Libano Zanolari su questo portale, «la dittatura del pallone ha una potenza enorme in sè»: ci indignamo per tutte le orrende nefandezze perpetrate per organizzare un mondiale in mezzo alle dune, giustificato solo dall’arrogante potere dei soldi, ma poi quando la rete si gonfia sono emozioni irresistibili per i tifosi. E pace per i morti sui cantieri di queste cattedrali, pur denunciate ai quattro venti da documentari, rapporti, testimonianze, libri, ecc. «The show must Go On»: ci si torna ad insultare sugli spalti e con la ferocia del gruppo, ci si esprime con cori razzisti (al punto da ridurre al pianto due giovani calciatori del Lecce: Lameck Banda e Samuel Umtiti), ci si dà appuntamento sull’autostrada per regolare i conti come all’ «Ok Corral». E sono legnate vere.

Nuovi idoli prenderanno il posto di Sinisa e Gianluca perché, come diceva qualcuno, «domani è un altro giorno» e… «morto un papa se ne fa un altro». Via libera alle banalità, pure loro necessarie per superare certi momenti. Anche i giornali hanno esorcizzato il tutto rimettendo la faccenda sull’antagonismo fra le diverse bandiere, sulla competitività, o se si preferisce sul tifo. Con un obbligo tassativo: assolutamente proibito usare una parola, doping.

E certi brutti pensieri, o semplici risposte sul «perché …» (così giovani belli) rimangono latenti. Quasi fossero un fastidio da nascondere, un segreto da custodire. Il verbo dei media rimane sintonizzato sul «tutto va bene», sul via… cancelliamo anche i brutti ricordi (Vialli da splendido atleta in un attimo si ritrova un «X-Men»), lasciamo stare altre tragedie (la Sla di Borgonovo e Signorini, di Anastasi, la morte misteriosa di Fortunato e di Ventrone… sì il famoso preparatore fisico che sembrava un istruttore dei marines). 

Il pallone «deve» continuare a rotolare. Un atteggiamento ipocrita e per nulla confacente ad un giornalismo che si vuole «sul pezzo», dunque animato da ricerche e inchieste. Ma lo spartito è quello ed il coro consolidato. «Facciamo finta di essere sani», dai, non costa nulla. Eppoi buttare sabbia nell’ingranaggio porta male, sembra quasi uno sputo nel piatto in cui si mangia. Questo il trend, anzi, il comandamento mai dichiarato ma da tutti i media praticato. Fino a quando, ed è cronaca di pochi giorni fa … un qualche ex-calciatore, mosso da semplice ma profonda paura, una qualche domanda se la fa, e la rende pubblica. Come Dino Baggio che ricorda certe esperienze non proprio esaltanti («bisognerebbe investigare sulle sostanze prese in quei periodi» sono le sue testuali parole, e aggiunge «certi integratori assunti hanno fatto bene o no? E queste sostanze siamo riusciti ad espellerle oppure ci sono rimaste dentro? Io ho paura, sta succedendo a troppi calciatori»). A Dino Baggio ha fatto subito eco un altro giocatore dell’epoca, il rumeno Florin Raducioiu («facevo flebo con liquido rosa», ora voglio saperne di più) eppoi anche Massimo Brambati («Micoren come caramelle, prendevo anche l’amilina, una sostanza non dopante ma dall’effetto evidente: non sentivo la fatica, avevo i battiti accelerati e una maggiore prontezza di riflessi»). Il figlio di Beatrice, altro morto eccellente,  e Antonio Di Gennaro, che del suo debutto, diciannovenne, ricorda che ( «la partita si interruppe ed il massaggiatore venne a darmelo in campo»).

 Dichiarazioni spontanee, mitigate da giustificazioni che si trasformano in aggravanti: ignoranza accettata («non sapevamo cosa prendevamo»), obbedienza incomprensibile («C’erano allenatori che se non facevi la flebo, si arrabbiavano»). Queste voci sono subito state censurate, Mancini su Baggio ed il medico di allora del Brescia a Raducioiu, ma anche questa non è una reazione sana. Quasi un’ammissione di colpa: in fondo dagli ex-calciatori è arrivata solo una richiesta di chiarimenti, una risposta a timori (personali, intimi e comunque assolutamente legittimi) oggi in grado di togliere il sonno.

 No, qui non si vogliono emettere sentenze che non ci competono. Ci basta che si evitino banalità e che serenamente si aprano inchieste volte alla NON ripetizione di certe azioni nocive. Perché «vincere non è l’unica cosa che conta», perché lo sport dovrebbe essere sinonimo di salute, perché il divertimento o la passione non possono essere pagati fino alla morte. «Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi»… diceva Bertolt Brecht.