Una giornata che non deve finire mai. Perché sia sconfitto e cancellato un tragico principio di sopraffazione

Ricorre ogni 25 novembre la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ben venga, se aiuta a non trascurare il fatto che pure tutti gli altri giorni sono giornate mondiali di violenza contro le donne 

Ovunque si volga lo sguardo, a qualsivoglia latitudine, seppur con differenti livelli di gravità e frequenza. Presso qualunque realtà politico-sociale, culturale, religiosa, etnica, quasi senza distinzioni di ceto o anagrafiche. C’è soltanto l’imbarazzo della scelta e bisognerebbe avvertirlo davvero, un sincero imbarazzo, passando mentalmente in rassegna tutte le circostanze che si potrebbero chiamare in causa a titolo esemplare. Non serve nemmeno esplicitarle: non serve perché ne abbiamo occhi e orecchie traboccanti; non serve perché neppure questo basta a scuotere le coscienze, ad increspare la superficiale serenità delle nostre giornate ‘individuali’, così spesso dimentiche della realtà tutt’attorno, figurarsi della situazione mondiale.

Come ogni forma di violenza, anche i fenomeni di sopraffazione che colpiscono le donne rientrano nella logica perversa e purtroppo dominante del diritto del più forte di disporre dei più deboli, all’occorrenza bambini, donne, anziani, malati, minoranze, sconfitti: tutti quegli ultimi, insomma, che ancora attendono, su questa Terra, il momento in cui saranno messi al primo posto, o almeno in una condizione paritaria. Quasi cinque secoli prima della promessa evangelica, la Repubblica di Platone inaugurava la ricerca di una res publica ideale ammonendo che non ci può essere giustizia fintanto che quest’ultima è intesa e realizzata come l’utile del più forte: due millenni e mezzo dopo, è ancora arduo avanzare oltre la mota dell’utilitarismo più bieco e della forza bruta.

Ma se una metà del genere umano è puntualmente vittima dell’altra, se le donne sono vulnerabili e violabili in ogni momento della loro esistenza, in qualsiasi condizione, significa che non si può negare la realtà specifica di una violenza di genere, che prende di mira il genere femminile anche soltanto per le qualità, le potenzialità, le aspirazioni che esso incarna per il fatto stesso di esistere. Significa che la femminilità, inscindibile dall’archetipo materno e perciò espressione potentissima di vita e fecondità, fa paura a chiunque tema che il riconoscimento della sacralità e dei diritti fondamentali di ogni forma di vita possa andare a discapito dei suoi miseri, limitati privilegi. Per questo alle ragazze afghane è precluso l’accesso alla formazione scolastica. Per questo le giovani iraniane che si espongono contro il regime teocratico sono incarcerate, torturate e uccise. Per questo si perpetuano le pratiche di mutilazione genitale che impediscono il piacere femminile. Per questo, pochi giorni fa, una ragazza veneta è stata finita a coltellate a pochi giorni dalla laurea, perché non assaporasse l’indipendenza e le prospettive di soddisfazione personale e professionale che quel traguardo le avrebbe aperto.

Nulla di tutto questo accade a caso, non si tratta di violenza cieca, sebbene nasca dalla più atavica ignoranza: è una violenza sistematica che scorge molto bene un potenziale e si affretta con efficacia a soffocarlo. Anche nelle nostre regioni, che non sono soggette al giogo dei talebani. E allora ci si stupisce e indigna, almeno per l’intervallo di un telegiornale. Gli uni si chiedono come sia stato possibile che quel bravo ragazzo, quel padre modello abbiano alzato il coltello. Altri gridano al mostro con quanto fiato hanno in gola, cercando di svuotare insieme ai polmoni la propria coscienza. Credo che nessuna di queste categorie, generalizzanti e dunque incapaci di inquadrare il complesso spettro dell’esistenza, possa servire ad affrontare con obiettività il problema: le nostre società non si reggono sull’alternativa binaria tra bravi ragazzi o mostri, e ad ammazzare le proprie donne non sono né bravi ragazzi né mostri immigrati dal regno dei fratelli Grimm. Sono uomini che hanno una storia personale e relazionale di felicità e sofferenze, di progetti e traumi, nei quali la componente violenta e possessiva ha avuto modo di imporsi e prevalere. 

Spiegare quel che accade pressoché ogni giorno con follie o raptus omicidi è una giustificazione non più tollerabile. E non vedo di quale aiuto possa essere limitarsi a invocare che la belva sia intrappolata e le chiavi gettate, quando ormai le vittime sono sottoterra. Ci accontenteremmo davvero di una società di carceri sovraffollate e cimiteri pieni? Forse ci accontentiamo di una delle due soluzioni, quella più rispondente alla nostra sensibilità, perché entrambe attutiscono le responsabilità collettive. A nessuno di noi, soprattutto a nessun uomo possono essere imputate le singole coltellate sferrate al petto di una donna da un pazzo o da un mostro. Ma della società e della cultura in seno alle quali ragazzi e adulti integrati e ‘normali’ mettono in atto a cadenza quotidiana comportamenti violenti siamo tutti responsabili.

Non è umanamente possibile sradicare del tutto la dimensione brutale dell’essere umano, ma è doveroso impegnarsi ad estirpare quanto la alimenta e rinvigorisce. E se l’oppressione delle donne è un fenomeno storicamente radicato, non è difficile additare diverse ragioni contingenti dell’attualità del problema. La violenza germoglia nutrita dall’immaginario e dal linguaggio violenti e abusivi veicolati dai mezzi di comunicazione e dai contenuti audio-visuali. Dalla distorsione pornografica del rapporto tra i sessi, ridotto alla soddisfazione individuale e al possesso, che raggiunge capillarmente persino bambini e adolescenti. Dai margini di investimento ancora trascurati nell’educazione intellettuale, etico-civile ed emotiva delle nuove generazioni e della società tutta. Dalle risposte insufficienti al bisogno di sicurezza nelle strade, nei luoghi pubblici, sui mezzi di trasporto. Dall’inadeguatezza delle politiche che dovrebbero favorire la formazione e il protagonismo delle donne in ogni settore, per offrire loro la possibilità di conciliare serenamente la vita relazionale e il percorso professionale, e per garantire a quante sono minacciate l’indipendenza economica necessaria a svincolarsi da legami malsani e pericolosi. Davvero non si può fare nulla per arginare tutto questo, a livello locale e globale? È inevitabile che continuino a prevalere interessi più pressanti e miopi logiche di profitto? Sono domande retoriche che non hanno l’ambizione di proporre soluzioni semplici per questioni oltremodo complesse, ma aspirano ad essere parte, seppur minima, di un dibattito che non dovrà farsi via via più sommesso a partire dal 26 novembre.

Nell’immagine: un momento della rappresentazione “Vite spezzate” sulla scalinata della Collegiata di Bellinzona, in occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne 2019


Pediatra per passione, pazienti per divertimento

Ricorre ogni 25 novembre la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ben venga, se aiuta a non trascurare il fatto che pure tutti gli altri giorni sono giornate mondiali di violenza contro le donne 

Questa non è una recensione obiettiva. Per due motivi fondamentali. Il primo è facile da riassumere: chi scrive non ha le competenze per entrare nel merito della pediatria dello sviluppo e, dunque, della validità scientifica delle proposte condivise nel libro, firmato da uno degli specialisti in materia più rinomati della Svizzera italiana. Il secondo, pur meno oggettivo, non è comunque difficile da comprendere: l’autore è il pediatra delle mie figlie. Per la mia famiglia, Andreas Wechsler è “il dottore con le bretelle” da cui, di tempo in tempo, le bambine vanno “a giocare”.

Bretelle a parte (i familiari si dividono tra chi non ci si abituerà mai e chi le adora), il mio personale debito di gratitudine con il dottor Wechsler risale al giorno in cui, incontrandomi per la prima volta e ascoltando il mio resoconto delle prime tre settimane di vita in comune con due gemelline già parecchio vivaci, mi guardò negli occhi e mi disse, con voce sottile ma gravitas profetica: “Ma lei è consapevole qui non si tratta di correre i 100 metri, ma una maratona? Vuole esaurire le energie nello sprint iniziale?”. Tra tante dottrine pedagogiche e piani d’attacco per poppate e pannolini propugnatimi da levatrici, parenti, amici e signore incontrate per strada (tutti, a loro modo, animati dalle migliori intenzioni), mi sembrò che per la prima volta qualcuno stesse concentrando davvero l’attenzione su di me e sul mio benessere psico-fisico, riconoscendo che anche da quello sarebbe dipesa la salute delle piccole. Divago, ma forse non troppo. In fondo, in mancanza della teoria, sono proprio le esperienze maturate in questi ultimi cinque anni a permettermi un confronto relativamente consapevole con il libro che ho per le mani. Credo, inoltre, che l’aneddoto sintetizzi piuttosto bene uno dei cardini del modello pediatrico sviluppato da Andreas Wechsler, vale a dire la presa in carico non soltanto dei giovanissimi pazienti ma di tutta la famiglia, con gli equilibri e le esigenze particolari di ogni nucleo, con buona pace dei modelli teorici. Lo sa bene chi ha varcato anche solo una volta la soglia del Poliambulatorio Cresci e cresci bene, lo sa chi ha letto il primo manuale pubblicato dal dottore, Genitori per divertimento, figli per passione. Istruzioni per l’uso 0-3 anni (Casagrande, 2017), di cui questa seconda puntata non è che la naturale continuazione.

Ho già confessato di non essere molto ferrata in medicina, però di libri un pochino me ne intendo. Ed entrambi i libri di Andreas Wechsler hanno il merito innegabile di prender forma a immagine e somiglianza dell’autore: in altre parole, sono esattamente quel che ci aspetterebbe da un dottore con le bretelle. Il secondo volume, di cui parliamo, si struttura in tre momenti, corrispondenti ad altrettante fasi dello sviluppo infantile e dell’avventura genitoriale: 3-6 anni (Di genitori archiviati e di mondi paralleli), 7-11 anni (Di genitori taxisti e di ragazzi indaffarati), 12-16 anni (Adolescenza balorda; ovvero dell’arte di restare in piedi). Ciascuna di queste sezioni affronta diversi macro-temi, di volta in volta declinati in rapporto all’età in questione: dallo sviluppo cognitivo-linguistico-relazionale ai progressi neuromotori, dall’accoglienza di un fratello alla separazione dei genitori. E in ogni caso la voce autorevole del medico entra in dialogo con quelle dei bambini-ragazzi e dei genitori, ai quali sono idealmente concesse la parola e l’occasione di esprimere il proprio peculiare punto di vista. Molta vita, insomma, e davvero poca patologia. Lo stesso pediatra, accanto ai dati e alle spiegazioni scientifiche, condivide con grande onestà una sequela di esperienze personali, di cui è stato protagonista come medico o come padre dei suoi figli, raccontandosi in modo molto sincero e diretto.

Altri due meriti, a mio avviso altrettanto inconfutabili, sconfinano maggiormente in ambito retorico-stilistico (aspetto, ovviamente, tutt’altro che ininfluente sui contenuti o sulla loro ricezione). Anzitutto, occorre riconoscere all’autore il dono della sintesi: quella sintesi fulminante, che individua esattamente i problemi e insieme indica una strada per affrontarli. Per alcune questioni ci vorrebbero trattati, oppure le “perle di saggezza” del dottor Wechsler (così definite da lui stesso). Probabilmente ci vogliono gli uni e le altre, ma garantisco che, in alcuni frangenti, avere a disposizione una perla del pediatra è più comodo. Sono regole ridotte all’essenziale: alcune sono di più semplice applicazione (mi ripeto sempre che “a tavola, i genitori decidono che cosa si mangia, i bimbi quanto”, o il motto “cerotti sì, gessi no”), altre richiedono un’esistenza di tentativi. Sono senz’altro di questo secondo tipo i consigli su cui si chiude il manuale: 1. i genitori non devono investire nella pazienza che non possono avere; 2. i genitori non devono mai prenderla sul personale; 3. i genitori devono segnalare chiaramente ai loro figli che se la cavano, anche senza di loro. Le ho citate (soprattutto quest’ultima) per dare un saggio della seconda qualità ‘retorica’ della scrittura, che sorprende sempre il lettore con il suo carattere intimamente ‘paradossale’. Le argomentazioni e, in particolare, le conclusioni del dottor Wechsler possono risultare spesso inattese e spiazzanti, talvolta divertite e ironiche quando le vorremmo seriose e gravi. Alle motivate rimostranze dei genitori inascoltati, ad esempio, si risponde: «i vostri figli vi guardano e non vi ascoltano, e quando parlate non potete sorprenderli, sanno già tutto perché “vi hanno visti”» (p. 27); si presenta lo sforzo educativo come «un investimento a fondo perso» (p. 27); o si ricorda che «l’obiettivo dell’adolescenza è […] un giovane adulto libero, autonomo e indipendente, e dei genitori soli, abbandonati, come previsto dalla natura della nostra specie quando le cose vanno per il verso giusto» (p. 108). Dei bambini, invece, si rivela che «restano egocentrici» e che, per loro, «sapere che la responsabilità della felicità dei genitori non pesa tutta sulle loro spalle è un vero toccasana» (p. 75). Come tutte le formulazioni un po’ paradossali, anche queste richiedono del tempo per assimilarle (o rifiutarle!) e magari delle riletture successive. Che lo si accetti o meno (a ragione o a torto), il paradosso – cioè quel che si affianca ma non coincide esattamente con l’opinione comune – ha comunque il pregio di invitare a guardare alla realtà da un diverso punto di vista, che apre nuovi spiragli di comprensione.

Certo, se posso permettermi un’ultima considerazione squisitamente soggettiva, il dottor Wechsler e i suoi libri non sono forse per tutte le mamme, e sicuramente non sono per tutte le nonne. Chi ha bisogno di essere rassicurato sulla gravità delle proprie preoccupazioni e sull’inevitabilità del proprio stress (io stessa, il più delle volte, sono membro onorario del club) cerchi altrove. Agli altri, consiglio di leggere, e leggere bene.

Andreas Wechsler, Infanzie calzanti per piccoli e grandi. Istruzioni per l’uso dai 3 anni all’adolescenza, Casagrande, Bellinzona 2023


Principesse al risparmio

Ricorre ogni 25 novembre la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Ben venga, se aiuta a non trascurare il fatto che pure tutti gli altri giorni sono giornate mondiali di violenza contro le donne 

Un messaggio che ci raggiunge ripetutamente, per di più a caratteri cubitali, finisce quasi inevitabilmente per colpire la nostra sensibilità, magari anche più del dovuto. Forse per questo, avverto il bisogno insopprimibile di condividere una riflessione suscitata in me dalla frustrazione di ritrovarmi confrontata, una mattina dopo l’altra, con un cartellone pubblicitario affisso alla fermata del bus sotto casa, a Lugano. Una popolarissima cooperativa di supermercati promuove un prodotto alimentare a prezzo ribassato: giganteggia una confezione di piselli in scatola, accompagnata dalla scritta “Per le principesse del risparmio”.

Ciascuno è libero di avere la sua opinione sulle principesse, reali o fittizie. Per quanto mi riguarda, mi tocca ammettere di avere un debole per le altezze reali in carne ed ossa, e una latente simpatia, mai venuta meno con gli anni, per le protagoniste delle fiabe d’altri tempi. Comunque la si pensi in proposito, credo però si possa convenire tutti quanti che la principessa sul pisello non sia mai stata un mostro di simpatia o un modello cui aspirare. Quando il problema è un legume sotterrato da una stratificazione di materassi, dubito si riesca a suscitare particolare empatia.

L’inferenza della pubblicità in questione sembra confermarlo: la vita reale non è popolata di principesse sul pisello. Le donne vere non sono, o meglio non possono permettersi di essere principesse sul pisello… Già, ma che cosa subentra all’immaginario stereotipo, elitario e fuori tempo massimo della principessa sul pisello? Ebbene sì, la principessa del risparmio. La massaia felice cui è concesso sentirsi una principessa ogni volta che, con le sue doti primordiali di cacciatrice armata di solo carrello, riesce ad accaparrarsi un barattolo di latta in offerta sullo scaffale delle conserve, magari soffiandolo a quella brutta strega della vicina di casa. Son soddisfazioni, ragazze.

Non fraintendiamoci: il compito di provvedere ai bisogni di una famiglia, affidato ad una donna-moglie-madre o a qualsiasi altro membro del nucleo, è tra i più nobili che esistano. E l’oculatezza nella gestione delle spese, a partire dalle più quotidiane, è una dote che merita rispetto e mai derisione. Quel che induce alla derisione, o peggio, è il tentativo di attirare l’attenzione delle donne e di stuzzicarne l’ambizione ricorrendo alla declinazione più basica del solito ideale della principessa (dolce, saggia e dotata di inestimabili bollini-premio), per di più tristemente ridotto all’ampiezza di orizzonte di un barattolo di piselli.

Consiglio non richiesto ai pubblicitari: se con ‘principessa’ intendete suggerire il massimo della realizzazione che ci si prospetti… beh, credo che nessuna si senta una principessa quando compra verdure in scatola, qualunque sia stata la sua scelta di vita, dal lavoro casalingo alla direzione del CERN. Il ruolo di una donna – qualsiasi percorso personale, familiare o professionale abbia intrapreso – è talmente ricco e sfaccettato da non consentire simili, maldestri tentativi di riduzione formato-lattina, per quanto ironici o apparentemente innocui.

Se proprio si vuole restare fedeli alle metafore regali, non sarebbe più appagante, lasciando decadere il titolo di principesse consorti del risparmio, valorizzare delle regine in carica, parte attiva di una società davvero capace di riconoscere la dignità delle mansioni domestiche e di assicurare alle donne condizioni di accesso favorevoli al mondo del lavoro? Una realtà in cui le donne non siano celebrate perché sanno sfruttare gli sconti, ma perché hanno l’indipendenza e il potere di acquisto per comprarli a prezzo pieno, questi piselli?

Si obietterà che non grava sui pubblicitari la responsabilità di riformare la società. Vero. Eppure, continuo a pensare che chi lavora di fantasia abbia il compito di immaginare un mondo migliore, e di aiutare gli altri a concepirlo come possibile. Se qualcosa si può immaginare, è verosimile che prima o poi si potrà realizzare. A questo proposito, mi concederò un’ultima confessione squisitamente personale. Il malaugurato cartellone mi disturba tanto, perché me lo ritrovo davanti agli occhi, ogni mattina, mentre accompagno a scuola le mie bambine. E io non le accompagno a scuola perché immaginino di diventare principesse sul pisello o del risparmio. Le “principesse” non si risparmiano, a scuola, a casa, sul posto di lavoro. Non giochiamo al ribasso con le loro aspirazioni.


Il Re è morto. Viva il Re!

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Lo so: tecnicamente, in questo caso si avvicendano una Regina e un Re, ma nella sua perfetta simmetria la formula generica al maschile rende meglio l’idea. Nel momento stesso in cui un sovrano si spegne, i riflettori si spostano sul nuovo monarca. The Queen is dead. Long live the King! Il principio vitale dell’istituto monarchico non ha concesso eccezioni nemmeno per la scomparsa della Regina Elisabetta, incarnazione assoluta della regalità per chiunque al mondo abbia alle spalle meno di otto decenni di vita.

Un istante prima che si scatenasse la retorica funebre di testate giornalistiche e radiotelevisive, un comunicato ufficiale ha trasmesso la notizia della morte spendendo appena otto parole («The Queen died peacefully at Balmoral this afternoon», la regina è morta serenamente a Balmoral questo pomeriggio). Le restanti diciotto parole erano dedicate a rassicurare i sudditi sul prossimo rientro a Londra del Re e della Regina Consorte («The King and The Queen Consort will remain at Balmoral this evening and will return to London tomorrow»).

Certo, il lungo periodo di lutto che Regno Unito e Commonwealth stanno attraversando è costellato di omaggi alla compianta sovrana, nella forma delle solenni cerimonie rituali come delle manifestazioni più spontanee e toccanti dei sudditi. Ma entro le ventiquattr’ore dalla dipartita della Regina, prima ancora che un’immagine del feretro rendesse tangibile la realtà dei fatti, l’unico rito che non abbia potuto attendere è stato quello della Proclamazione ufficiale di Carlo III. Da venerdì 9 settembre, il God save the King risuona ininterrottamente, da Saint James’ Palace al Parlamento di Londra, da Edimburgo a Cardiff e Belfast, fino ai più remoti angoli del Regno. 

Requiem per una sovrana, verrebbe da commentare, ma Dio ormai ha da proteggere il successore. L’apoteosi si è avuta nel pomeriggio di domenica: mentre il convoglio funebre con le spoglie mortali di Elisabetta II attraversava per l’ultima volta le lande scozzesi nel silenzio della popolazione rispettosamente allineata lungo il percorso, la folla assiepata in attesa del corteo lungo il Royal Mile di Edimburgo veniva rumorosamente invitata da banditori e trombettieri ad inneggiare al suo erede. O forse no: forse, l’apice si è toccato quando la Banca d’Inghilterra si è sentita in dovere di assicurare i risparmiatori che banconote e monete con l’effigie della Regina continueranno ad essere accettate e non finiranno nella cartastraccia. Sic transit gloria mundi.

Ecco, credo che il punto qui stia proprio nella consapevolezza della transitorietà di qualunque gloria mondana. È curioso che a rammentarcene sia la forma istituzionale apparentemente più vincolata al culto della persona. Eppure, i rituali della monarchia convergono tutti a ricordare che la devozione nei confronti del sovrano è legittima se l’individuo che indossa la corona simboleggia qualcosa di più nobile del suo prestigio personale, se nella fragilità di un comune mortale si riesce a riconoscere la grandezza di valori imperituri. Per questo Re e Regine possono susseguirsi, in un immediato passaggio di consegne molto più indolore di quanto si possa immaginare. Un sovrano è tale perché, o meglio finché è al servizio delle istituzioni e della nazione che rappresenta: l’ultimo atto che gli è richiesto è lasciare in eredità il compito a chi verrà in seguito. Un attimo dopo, il suo ruolo può considerarsi ormai compiuto.

Sarebbe utile che lo tenessero a mente anche i politici democraticamente eletti, quando si affaccia la tentazione del protagonismo o la brama di difendere anzitutto la propria poltrona, neanche fosse un trono. Forse, la lezione che tutti possiamo trarre da una donna d’altri tempi, che ha regnato settant’anni per diritto di nascita, è che il maggior privilegio che otteniamo nascendo è la capacità di mettersi al servizio degli altri.


Samantha Cristoforetti paladina dei padri

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Cronaca di una mattinata di materna, ordinaria inquietudine. Come ogni giovedì, esco di casa prima che le mie figlie (due gemelline di quasi quattro anni) si sveglino: devo prendere di buon’ora un treno per raggiungere l’università in cui insegno e mi attende una trasferta di più di tre ore. E come ogni settimana, prima ancora di partire mi trovo già ad arrovellarmi sulla tabella di marcia che mi permetta – tra cambi di treni, coincidenze rocambolesche e corse a perdifiato – di rientrare all’ovile il prima possibile, sicuramente in tempo per la cena. Ma questo giovedì un’immagine si frammette potente tra i miei calcoli, offrendomi una tregua insperata: è la fotografia di Samantha Cristoforetti che saluta i figli al momento di accingersi alla sua trasferta verso la stazione spaziale.

Sorrido, e respiro. Sono grata a Samantha Cristoforetti. Grazie a lei, oggi, mi concederò di non correre: non scapperò dall’aula come una ladra al suono della campanella, prenderò un caffè con studenti e colleghi e tornerò a casa in tempo per mettere a letto le mie bambine, che intanto avranno fatto una bella cena col loro papà. L’insolita tranquillità non mi deriva dalla constatazione che, dopotutto, ci sono madri peggiori di me: io resto lontana una giornata, quella se ne va nello spazio… Samantha Cristoforetti non mi ha fornito su un piatto d’argento un modello negativo che gratifichi il mio amor proprio materno. Mi ha ricordato che nella vita servono ragionevolezza e prospettiva: ci sono famiglie a cui, per motivi eccezionali o di mera sopravvivenza, sono richiesti sacrifici notevoli, rispetto ai quali le nostre quotidiane preoccupazioni si ridimensionano in modo salutare.

Ma ci sono altre due figure, nella fotografia, che meritano più di uno sguardo distratto. Il padre, che tiene in braccio il più piccolo dei figli, e il collega astronauta Luca Parmitano, che sorregge la sorella maggiore. Già, i padri. La domanda su chi accudirà i due bambini durante la missione spaziale della madre – che tanto (forse eccessivo) scalpore ha suscitato – mi pare debba ferire più che altro il padre. Nella banalità della mia situazione, sono sposata con un uomo intelligente e premuroso, che si occupa con gioia e naturalezza delle nostre figlie. Perché allora non gli accordo più spazio e più fiducia, o meglio più responsabilità? Perché se una mattina prepara e accompagna le gemelle alla scuola materna in famiglia lo elogiamo con lo stupore che riserveremmo al primate che riuscisse a battere casualmente su una tastiera il testo della Commedia dantesca? Mi chiedo se l’istinto di controllo di noi madri non sia in realtà anzitutto un modo di difendere con gli artigli un feudo che sentiamo indispensabile al nostro ruolo di donne e per questo non siamo disposte a condividere più di tanto. Ma la mancanza di condivisione è una debolezza, e come tale va a scapito di tutti.

Non sono scandalizzata dalla domanda sull’accudimento dei figli rivolta a Samantha Cristoforetti. Trovo legittimo che ci si interroghi sul benessere di bambini che fronteggiano una lunga separazione da un genitore; un genitore, per di più, che si espone ad una situazione straordinaria, anche per i rischi che comporta. Fingere che sia la normalità non rende giustizia all’impresa dell’astronauta, né alla prova cui è chiamata la sua famiglia. Credo, però, che la domanda sia mal formulata: il problema ‘logistico’ dell’accudimento mi pare il minore (i bambini non resteranno certo senza pasti o fiabe della buonanotte), secondario rispetto al trauma del distacco e alla gestione di quest’ultimo, di cui ci si dovrebbe piuttosto preoccupare. Ma se davvero ci interrogassimo in modo un po’ più profondo su questi problemi, dovremmo ammettere che molte domande andrebbero rivolte anche ai colleghi uomini di Samantha Cristoforetti. I due astronauti maschi impegnati con lei hanno a loro volta dei figli: sono anch’essi dei bambini che soffriranno per la nostalgia di un genitore, eppure nessuno se ne cura; anche nelle loro case resta un solo genitore su cui graverà interamente la responsabilità della gestione familiare, eppure nessuno se ne cura. Forse le domande che ci vengono spontanee non sono da reprimere, ma da rivolgere a tutti: donne e uomini, madri e padri. Per alleviare il fardello di sensi di colpa delle prime e per riconoscere il coinvolgimento dei secondi.

Non dimentichiamo che i padri sono coinvolti ad ogni livello della vita familiare, che lo ammettiamo o no. Un padre condivide inevitabilmente il peso di notti insonni, neonati strillanti o bambini malati; anche le energie fisiche e mentali dei padri sono messe alla prova nell’avventura (sempre straordinaria) in cui i figli ci conducono per mano. Perché allora chiedono sempre e soltanto a me se sarò in grado di conciliare il mio compito materno con il lavoro, se troverò il tempo o la forza di barcamenarmi tra scrivania e bancone di cucina? Perché nessuno chiede nulla a mio marito, perché nessuno si preoccupa di lui? Forse Luca Parmitano avrebbe apprezzato qualche domanda su quel che ha significato per lui essere separato a lungo dai suoi cari, sul prezzo che ha pagato in prima persona per poter coltivare i propri talenti e la propria passione.

Se il dibattito suscitato dalla partenza di una mamma astronauta si sviluppasse un po’ più in profondità e in ampiezza, non sarebbero soltanto le madri in debito di gratitudine con lei.