L’anima dell’Afghanistan è stata strappata un’altra volta

Intervista a Mahbouba Seraj, attivista afghana per i diritti delle donne 

Mahbouba Seraj, 73 anni, è discendente dalla famiglia reale afghana vicina allo Shah Amanullah Khan, il quale nel 1919 diede l’indipendenza all’Afghanistan che conosciamo attualmente. Imprigionata durante gli anni del regime comunista afghano, Seraj ha vissuto anni in esilio negli Stati Uniti prima di tornare in Afghanistan nel 2003. Dopo il suo ritorno si è dedicata alle donne e ai bambini afghani, fondando varie associazioni, delle quali la più famosa è il “Afghan Women’s Network”. Con il ritorno dei Talebani in agosto, “Bubi” Seraj, com’è conosciuta in famiglia, ha deciso di rimanere e di non abbandonare il suo paese.

Signora Seraj, sono passati ormai tre mesi da quando i Talebani sono entrati a Kabul. Da allora, molto si è detto. Dopo un inizio molto preoccupante e la reazione di terrore di una gran parte della popolazione, specialmente quella femminile, cosa possiamo dire della situazione attuale?

“Ci siamo già parlati a inizio settembre. Posso ripetere la stessa cosa: siamo ancora in quella situazione caratterizzata da “aspettiamo di vedere cosa succederà”. Pure i Talebani stanno aspettando e osservando. Nemmeno loro sembrano avere le idee ben in chiaro anche se sono ben coscienti di non avere soldi nelle casse dello stato. E se la priorità, per le donne, è la riapertura delle scuole, per il paese e l’intera popolazione è lo scongelamento dei fondi e dei soldi degli afghani chiusi nelle banche private che erano gestite dagli stranieri. È il gatto che si morde la coda: senza soldi non funziona nulla e la gente non può mangiare, pagare gli affitti. Questa è la vera piaga. Gli Afghani non sono mai stati così poveri. E con la fame e la povertà a livelli che rasentano il 98% della popolazione, la gente è pronta a tutto”.

Questo è sicuramente un dato preoccupante che fa capire come le priorità del governo talebano e della popolazione verta oggi sulla sopravvivenza. Considerando, invece, la situazione delle donne, cosa possiamo dire rispetto a 3 mesi fa?

“È un altro grattacapo. Come ho già detto, ci si aspetta la riapertura delle scuole. Per ora, le ragazze vanno a scuola in sole 5 provincie su 34. Non va bene assolutamente. Anche questo contribuisce al rallentamento di soluzioni diplomatiche internazionali. I Talebani provano a istituire rapporti, ma penso proprio che questo sia uno dei fattori che blocca la ripresa delle relazioni. Specialmente con gli europei, che hanno a cuore l’educazione femminile. Sembrano pronti a riaprire relazioni diplomatiche ma bisognerà che i Talebani facciano un passo in questa direzione. Ma all’interno del paese c’è una grande differenza: le donne vivono situazioni differenti a dipendenza del luogo in cui risiedono. Quando i media occidentali parlano di donne, si riferiscono a quelle della città. Sì, loro soffrono perché le scuole e le università sono chiuse e molte hanno perso il lavoro, anche perché compagnie e agenzie sono fallite o sono state chiuse del tutto. Ma in 20 anni di presenza occidentale, le donne delle provincie hanno sempre avuto un accesso molto scarso a tutto ciò che è lavoro e educazione. Per non dire inesistente. È per queste donne che io mi batto. Per questa fascia di popolazione che non ha voce. Se riuscissimo a far cambiare questo trend, che non è mai cambiato per decenni, facendole andare a scuola e ad educarsi, si potrebbe cambiare completamente la prospettiva della società”.

Si parla spesso di persone in pericolo, di donne nascoste, che si travestono. Sicuramente è vero in alcuni casi. Ma è anche vero che molte di loro hanno voluto cercare, o cercano una via d’uscita.

“Non ho mai conosciuto, sin da quando sono nata, una donna afghana che non volesse andare in occidente. È chiaro che la maggior parte di loro ha usato questa situazione per partire e per crearsi un futuro in Europa o in America, senza essere veramente in pericolo. Vale lo stesso per i ragazzi. Ed è un problema grave per il paese, perché la gioventù educata è fuggita. Tutti questi anni di studi, formazioni, non servono a nulla se si abbandona l’Afghanistan e lo si lascia solo. Non è vero che tutte queste ragazze rischiano così tanto come si dice sui media occidentali. È vero però che ci sono molte persone, uomini e donne, che sono in pericolo. Sono soprattutto coloro che hanno criticato molto i talebani, che hanno lavorato per i servizi segreti e il vecchio governo o che hanno lavorato come giornalisti in determinati settori e dei quali i Talebani non si sono dimenticati. Molti individui sono stati freddati o sono semplicemente spariti. Ma non sappiamo se siano stati dei criminali o i talebani. Il problema è che in questo caos, è troppo facile addossare la colpa agli altri. È una situazione che rischia di degenerare. Basti pensare ai giudici uomini e donne. Quando, appena prima dell’arrivo dei talebani, il carcere di Pul-e-charkhi (storico carcere alla periferia di Kabul) è stato aperto dai soldati dell’ex-governo, i criminali sono fuggiti e per prima cosa sono andati a cercare i loro giustizieri. Loro rischiano davvero. I casi di rapimenti aumentano, tocca una parte della popolazione che interessa a qualcuno, come grandi imprenditori o politici. Non bisogna dimenticare le rese di conti mafiose e il gioco di potere.”

A settembre mi aveva detto che non c’erano donne in giro per Kabul. Oggi, la situazione sembra cambiata.

“Decisamente. Le ragazze, che all’inizio erano scomparse dalle vie, sono tornate per strada, vestite come prima, fanno shopping, sono nei caffè e chi può va in università. Non dimentichiamo che molte scuole sono chiuse anche perché professori maschi e femmine non ci sono più e altre donne hanno perso il lavoro perché non esistono più le aziende o non sono pagate. Molte lavorano già in vari settori come media, ministeri, aeroporti, banche. Ma manca l’educazione, che è la nostra richiesta. I Talebani sanno benissimo che non possono privare le donne del loro posto di lavoro. E se lo facessero, commetterebbero un terribile autogol, perché molte di loro sono diventate l’unica fonte di sostentamento per migliaia di famiglie. Continuano a dire che tutto tornerà come prima. Ma per ora, come detto, sembra tutto bloccato. Possiamo, fortunatamente, contare su una società civile diventata molto forte in questi anni, soprattutto fra le donne cittadine che si sono emancipate, partecipando a varie attività”.

Possiamo stilare una breve lista di cose positive e negative sui talebani secondo il suo punto di vista?

“I Talebani, che ho incontrato molte volte e che ho imparato a conoscere nelle strade, mi danno l’impressione di essere molto più onesti dei criminali che c’erano al potere prima. La sicurezza è aumentata decisamente. Ora esco anche la notte, cosa che prima nemmeno era pensabile.
Sembrano avere una concezione di gerarchia differente. Anche se hanno ranghi militari, si rispettano molto più fra di loro, come eguali. E non penso che siano corrotti come quelli di prima, che hanno fatto molto male al nostro paese. Ma chiaramente ci sono molti lati negativi. Non appena sono arrivati 3 mesi fa, le sensazioni non potevano essere più cupe. La gente, traumatizzata dalle loro brutalità degli anni ’90, si è fatta prendere dal panico. Lo si è visto con la tragedia dell’aeroporto. Hanno cambiato le prospettive del paese per molti, impedendo a una parte della popolazione di continuare a vivere come prima e sicuramente una parte di loro è molto intransigente su cose che la gente – soprattutto in città- dà oggi per scontate. Ma anche se molti dicono che è solo una facciata e fanno apposta a comportarsi, nella maggior parte dei casi, in maniera meno brutale, finora si sono trattenuti molto. Sembrano cambiati, e ne sono io stessa sorpresa, in alcuni comportamenti. Non possiamo dire, quindi, che sia la fine del mondo, ma bisogna tenere alta la guardia”.

Giornalisti uomini e donne, in varie parti del paese, si lamentano per una stretta nella libertà d’espressione, che il governo di prima si vantava di avere nella sua costituzione. A Kandahar, alcuni giornalisti sono spariti, a Mazar uno è stato ucciso.

“Sì, è vero. Oggi in Afghanistan non si possono criticare i talebani, non esiste la possibilità di evidenziare una cosa che l’Emirato islamico fa male. E questo è un problema. Ma prima non era meglio. La gente tende a dimenticare facilmente. Il governo era brutale, uccideva attivisti, giornalisti, metteva bombe nelle loro macchine. Ne abbiamo le prove. La cerchia del presidente Ghani e dei suoi vice era intoccabile. Se erano esposti, a pagarla erano giornalisti e attivisti. Insomma, non sembra essere cambiata molto la situazione. Ma in generale, penso che tutto questo caos non sia colpa degli afghani, ma di chi cospira da fuori e ci vuole sempre fare del male.”

A chi si riferisce?

“Gli afghani si sono sempre fidati dello straniero, sperando nel suo aiuto e credendo nel rispetto e nella fiducia. E sono sempre stati traditi. È una ferita che non si rimarginerà mai. Come il governo Ghani e l’amministrazione occidentale hanno trattato gli afghani per tutti questi anni, è una cosa imperdonabile. Tutti si aspettano e sono pronti a denunciare i Talebani per ogni atrocità che si pensa abbiano commesso senza nemmeno avere le prove. Ma le atrocità che hanno commesso gli uomini di Ghani non hanno pari. Gli afghani non si fidano più degli stranieri. Specialmente ora, in questo limbo. Stiamo tutti aspettando di vedere quale sarà la prossima mossa. Non appena ho sentito un occidentale, poco tempo fa, dire che i talebani non sarebbero rimasti al potere a lungo, mi sono spaventata. Mi sono subito chiesta, questa volta chi ci attaccherà? Chi ricomincerà la guerra? Torneranno quei signorotti della guerra corrotti come Massud, Dostum, Nur, Saleh che hanno saccheggiato, distrutto, rubato i soldi degli afghani? Sarebbero da incarcerare, non da idolatrare come si fa in occidente. Non li vogliamo. Ci hanno fatto troppo male. Questi sono i nostri veri fantasmi, le nostre paure. Questa situazione ha strappato ancora una volta l’anima all’Afghanistan”.

A suo parere si tratta dunque della stessa storia che si ripete sempre.

“Non so più cosa dire alla comunità internazionale. Siamo tutti noi afghani, talebani e non, a dover farci delle domande su dove vogliamo andare. Ho speranza e sono sicura che le cose andranno meglio. La gente che per 20 anni aveva cominciato a trovare un proprio cammino è stata brutalmente risvegliata dalla realtà dettata dall’esterno. Non sono i talebani, e qui lo sottolineo, ma il governo precedente, il quale trattando la popolazione con arroganza, supponenza, violenza, odiando i propri compatrioti, ha rovinato tutto. Oggi girano con le loro Lamborghini a Londra.
Vorrei tanto che non gli avessimo mai permesso tutto questo. Ma siamo stati noi a farlo, in primis. E ora ne paghiamo il prezzo, con tutti che scappano, lasciando il paese in balia di sé stesso.
Dobbiamo restare uniti per ricostruire un Afghanistan più forte. Perché è l’unica cosa che ci rimane”.


Gli afghani prigionieri di fame e povertà

Intervista a Mahbouba Seraj, attivista afghana per i diritti delle donne 

Da Kandahar (Afghanistan)

“Nell’ultimo mese i casi di malnutrizione fra i bambini sotto i 5 anni sono raddoppiati e sebbene l’ospedale sia sostenuto dalla Croce Rossa, che ci ha fornito cibo e medicine per 6 mesi portandole dall’estero, le scorte potrebbero finire in soli 3 o 4 mesi”, ci dice il Dottor Mohammed Sidiq, responsabile del reparto di pediatria dell’ospedale Mirwais di Kandahar. È visibilmente sofferente, ma si sforza di sorridere mentre passa fra i letti del reparto e osserva i suoi pazienti, piccoli bambini che piangono, urlano, portano i segni della malnutrizione, e soffrono di anemia. Chi ha perso i capelli, chi ha problemi cutanei. I visi emaciati al punto da sembrare scheletri. Un bambino piange, sdraiato sul fianco e con tutto il fondoschiena aperto e privo di pelle. Il dottor Sidiq ogni tanto ci fornisce qualche spiegazione: “questo bambino è arrivato qui in fin di vita, ma si salverà” prima di ridere molto dolcemente, consulta alcune schede mediche, e procede.

Nel reparto, i letti sono divisi fra più bambini, accompagnati dalle loro madri. Alcuni con la mascherina d’ossigeno attaccata a una bombola di gas, altri con flebo. Una madre nutre il proprio figlio con un cucchiaino, un’altra donna mette un biberon in bocca alla sua piccola, che la guarda con gli occhi fuori dalle orbite. Alcune donne si inginocchiano e pregano. Ci sono sorelline che si appoggiano al letto e fissano i fratelli con sguardo amorevole, o li distraggono facendo loro qualche scherzetto. Osman, un neonato di soli 20 mesi, giace immobile, lo sguardo fisso verso il soffitto, è sfinito. “Aveva febbre, l’ho portato qui 4 giorni fa, ora sta meglio, dovrebbe farcela”, dice la madre, coprendosi il volto preoccupato. Il dottor Sidiq osserva il piccolo, rivolge uno sguardo rassicurante verso la donna.

Scene che sono un esempio lampante della devastante crisi economica che sta vivendo l’Afghanistan, oggi isolato a livello internazionale, senza aeroporti, senza confini. Una prigione a cielo aperto che sta mettendo in ginocchio la popolazione, allo sbando totale, senza salari e senza lavoro. La fame aumenta. È questo che impensierisce in maniera particolare il nuovo regime talebano, squattrinato e che può contare, per ora, solo sulle esigue entrate doganali. Un circolo vizioso che rischia di far salire la soglia della povertà a livelli mai visti. E i mesi di dura guerra, il cambio di regime repentino e il caos pesano sul paese, mostrano ora i loro segni indelebili su una popolazione afflitta e straziata del lungo conflitto.

La crisi alimentare aumenta di giorno in giorno, l’Onu ha lanciato un forte allarme dicendo che entro la fine dell’anno 14 milioni di persone (su un totale di 34) potrebbe trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare, e l’appello di Unicef è chiaro: a dicembre, più di 3 milioni di bambini sotto i 5 anni soffrirà di malnutrizione acuta. Un dato spaventoso, che è visibile non solo a Kandahar, ma in tutti gli ospedali e in tutte le città del paese.

Secondo il Dottor Sidiq però, le cose non stanno come sono raccontate a livello internazionale: “Non è colpa del nuovo governo. Per sviluppare un problema come la malnutrizione ci vogliono fino a sei mesi. Loro sono qui solo da tre. Il problema esisteva già prima, ma molti di loro arrivano dai distretti e dalle province confinanti, e prima la gente non poteva spostarsi per via della guerra. Molti di questi bambini erano già malati. Ora le famiglie li possono portare da noi più facilmente, possiamo constatare quanti sono numerosi i piccoli ammalati, e come ogni giorno aumentano di numero. Molto semplicemente, e molto drammaticamente, la gente non ha più soldi per garantire loro il cibo necessario” Per ora, Sidiq dice che meno del 10% dei pazienti internati muore. A suo dire, un dato rincuorante. Tuttavia, è Taiba, un’infermiera molto giovane nel reparto malnutrizione, a chiedere aiuto: “Con l’aumentare dei pazienti, non abbiamo personale sufficiente. Molti di noi non percepiscono il salario da 5 mesi”. “Ma siamo afghani e dobbiamo lavorare per la gente” aggiunge poi Sidiq.

Nel reparto di cure intense, al piano di sotto, i casi più gravi sono tenuti sotto controllo. “Questo bambino rischiava la vita”- dice Sidiq indicando la piccola Asma. “Vomitava e aveva diarrea allora l’ho portato qui” commenta, anch’essa coprendosi la faccia, Malika, la madre.

“Oltre alla mancanza di salari e di medicine, c’è il fatto che molti ospedali dei distretti non sono operativi perché le Ong internazionali li hanno abbandonati ad agosto: è grave. Nel settore della sanità le cose non sono cambiate con l’arrivo del nuovo governo”, sostiene il Dottor Musa Jan Sultani, vice responsabile della sede del ministero della salute a Kandahar da anni. “Lavoravo qui già durante la vecchia repubblica. La colpa non è dei Talebani ma delle agenzie straniere che non ci sostengono più. Perché non ci aiutano? La crisi economica non permette alla gente di comprare cibo, mangiano male e poco, c’è siccità, l’acqua è sporca. Inoltre, molti campi non sono coltivabili perché distrutti dalla guerra. Infine, prima chi poteva andava a farsi curare in India o in Pakistan. Ora però le frontiere sono chiuse e non ci sono soldi e tutti si riversano negli ospedali regionali come il Mirwais. Non abbiamo mezzi”.

La sanità è uno dei primi settori che sta collassando in Afghanistan. All’ospedale pediatrico Indira Gandhi di Kabul, un dottore sostiene che sono “gli stessi pazienti a dover comprare le medicine dalle farmacie, e poi venire in ospedale”. Secondo il Dottor Sidiq, i Talebani “ci hanno permesso di continuare a lavorare normalmente, come prima, senza toccare il nostro personale” ma Musa Jan Sultani lancia l’allarme: “Se la gente non riceverà i salari, forse fuggiranno. Molti medici lo hanno già fatto”.

Intanto, gli Stati Uniti hanno stanziato 144 milioni di aiuti umanitari al paese donati attraverso organizzazioni internazionali. Ma non può bastare. Il paese è nel caos totale. Non solo afflitto da una forma di terrorismo, che paradossalmente conoscevano anche i Talebani con l’aumento degli attentati perpetrati dall’ISK, e che ora non sembrano in grado di arginare; ma flagellato anche da una crisi senza precedenti a livello economico e sociale e un isolamento totale e preoccupante. I bambini piangono, hanno fame. E così anche i loro genitori, pronti davvero a tutto per farli mangiare. Anche a venderli.

Fotografie di Filippo Rossi

 

 

 

 


Vi racconto un altro Afghanistan

Intervista a Mahbouba Seraj, attivista afghana per i diritti delle donne 

Vorrei fare una provocazione. Una riflessione. Per chi ha conosciuto l’Afghanistan della Repubblica islamica, Kabul non sembrerebbe più la stessa oggi. Non solo Kabul, il paese in generale. Molte cose sono cambiate. Ma non tutte in negativo. Molta disinformazione, molti giudizi e preconcetti hanno completamente distorto la realtà dei fatti. Sì, l’Afghanistan che l’occidente ha conosciuto e che ha voluto cambiare forzatamente non esiste più. In realtà non è mai esistito. È sempre stata un’immaginazione per giustificare un’occupazione fallimentare e massacri di centinaia di migliaia di persone.

Il ritorno dei Talebani è stato preso molto male da tutti, quasi fossero estranei completamente al paese e il diavolo in terra. È vero, negli anni ’90 lo sono forse stati. Ma oggi, oltre a rappresentare molta più popolazione afghana di quanto si pensi -trasformandosi negli anni da movimento puramente ultraconservatore a movimento di resistenza (caratterizzato sì da tratti estremisti) e sostenuto da molte persone che hanno subito torti o uccisioni da parte delle forze Nato – non si stanno comportando esattamente come la gente pensa o dice che facciano. Girano fake news a tutto spiano. Nemmeno una delle più famose attiviste del paese (una donna di più di 70 anni) si azzarda per ora a fare pronostici su ciò che succederà, sebbene non nasconda che a suo modo di vedere la situazione non prometta nulla di buono. Le donne con le quali ho parlato hanno pianto, sì. Ma più per il timore dettato dall’incertezza, visto che i fatti alla mano non confermano le paure. Non è un elogio all’Emirato islamico. Non bisogna fraintendere, attenzione. Difatti, sarebbe difficile difenderne alcuni comportamenti al limite, come le intrusioni notturne, i furti di veicoli da proprietà private, le minacce, oppure il fatto che hanno bandito le donne dallo sport. 

È semplicemente l’esposizione di una realtà dei fatti. 

Sia uomini che donne dicono: “Mitarsim ama bibinim chi meisha”, ovvero: “Siamo spaventati ma aspettiamo per vedere”. I giornalisti europei giustificano le proprie idee dicendo che non ci sono donne per strada, che è pericoloso, che sono costrette a coprirsi. Si creano nel loro proprio immaginario degli scenari che poi trasmettono a chi legge da casa perché spesso non hanno una misura di riferimento con il passato. Sono spesso esagerazioni fatte perlopiù per ingigantire il loro lavoro che per riportare quello che succede. Forse ci saranno meno ragazze in giro. Può darsi, anche se è difficile fare un calcolo preciso. Ma ne vedo altrettante come prima negli ospedali, negli aeroporti, nei locali, nei mercati e anche nelle università. E sono vestite come prima, senza niqab o chadori (burqa). Ma con Hijab-Islami, il velo, il fazzoletto. Cosa che era normale anche prima.

Persino i talebani hanno espressamente detto che solamente l’”Hijab Islami”, il fazzoletto, è obbligatorio. Il burqa altro non è che una forma culturale e personale di una donna o di una famiglia. Cosa differente. E che nelle province ci siano più donne con questo tipo di abbigliamento viene dal fatto che nelle province la gente è più conservatrice. Ma è sempre stato così. In Afghanistan, le donne si sono sempre vestite in modo conservatore per strada e ora non hanno cambiato molto il loro stile. Spesso proprio perché durante il governo precedente, era pericoloso camminare per strada e gli abusi erano moltissimi. E chi obbligò il burqa per un periodo – dettaglio storico- fu il noto Ahma d Shah Massud. Il periodo del Jihad fu tremendo. Chiedetelo a qualsiasi donna afghana. Piuttosto, vedere giornaliste di fama internazionale girare per le strade con braccia e gambe scoperte, oppure con magliette attillate è un insulto alla cultura afghana, non ai talebani. E questo ha dato fastidio a tutti. Quindi per i blogger arrivati come avventurieri dico: va bene fare informazione, ma almeno fatela giusta. Inutile fare sensazionalismo per accaparrarsi qualche follower in più e fare propaganda. Tutti fanno errori, compreso io. Anzi ne ho fatti molti e li ammetto. Ma perseverare è diabolico.

Alcune scuole femminili sono state interrotte. Sì, verissimo. Ma le università private no. Le classi fra ragazzi e ragazze sono state separate ma al liceo, per esempio, lo erano già prima. Non è quindi una misura uniforme né una novità. Ora si vedranno le vere misure prese. Non si può giudicare troppo in fretta. Per ora l’unica università che resta chiusa è quella di Kabul, che ancora non ha ricevuto il via libera per riaprire. Molti dicono che non potranno studiare, fare arte, cantare. Ma ancora nessun divieto finora, o solamente moniti unilaterali da parte di mujahidin per strada.

Il discorso sulle donne, infine, è molto delicato in una società conservatrice come l’Afghanistan. Io posso assicurare, e lo ribadisco – e sono le parole anche di reporter che come me hanno seguito il paese per anni – che le donne girano per strada, sono all’università, sono a scuola e soprattutto si vestono come prima. L’ho visto.

Le donne, per dirla tutta, hanno paura. Comprensibile. E le cose per loro non saranno più come prima. Non bisogna nasconderlo e rattrista molto. Avranno sicuramente delle limitazioni, come ad esempio nello sport o nei viaggi. Sono cose che si sentono ed è solo questione di tempo prima che vengano imposte. Ed è una cosa tragica. Ma per ora speculiamo come se stessimo scommettendo alla roulette e sicuramente i Talebani non saranno restrittivi come prima. Non al punto che vogliono far credere i più allarmisti. È evidente come la questione delle donne afghane, utile per 20 anni a politici e attivisti, sia stata rimessa in voga da maniaci di protagonismo che poi, per davvero, non se ne curano molto appena la notizia scema.

Ci sono vari motivi se molte donne non lavorano e non escono. Innanzitutto, se le scuole sono chiuse non vanno al lavoro (ma le donne lavorano nei ministeri, negli ospedali, negli aeroporti, sono nei luoghi pubblici di fianco ai talebani). Ma poi c’è la crisi economica, problema principale. Se non hanno soldi per andare al mercato, non ci vanno. E la maggior parte delle donne si occupa della casa. 

Vorrei portare un esempio concreto: nell’ospedale Ali Abad di Kabul, un medico mi ha detto che ha visto donne morire perché non ammesse alle cure intensive, perché i talebani non permettevano che fossero curate da uomini. Bene. Dopo 10 minuti, intervisto una dottoressa. Mi dice che non è vero, che lei può curare tutti, anche uomini. Molti manipolano i giornalisti per i propri interessi. 

Osservando i mujaheddin per strada e parlando con i leader ci si accorge che hanno vissuto per anni in un altro emisfero. Quando li ho visitati durante la guerra, mi potevo benissimo immaginare uno scenario simile. Per molti di loro arrivare in una città come Kabul dove tutti i servizi sono presenti – parliamo di servizi base come l’elettricità – è stato uno shock. Non hanno mai assistito a una manifestazione, mai avuto a che fare con proteste oppure con donne per strada che urlano. Non hanno mai visto un luna park o uno zoo. Ancora, non è una giustificazione, ma bisogna capire che non hanno mai avuto il tempo di essere istruiti e di abituarsi a una vita cittadina e civile, essendo stati costretti a vivere in grotte remote senza nemmeno la connessione per il cellulare durante la guerra. 

Dietro a tutte le critiche – e se ne potrebbero fare molte ai talebani a partire dal governo che è stato scelto e alle stranezze che stanno accadendo in questi giorni a livello politico – non possiamo ancora giudicare le misure prese. Finora ci sono state esclusivamente imposizioni unilaterali, decise da comandanti o leader regionali. Discoste e non ufficiali dal governo di Kabul. Ancora, molte le fake news di propaganda estera, indiane, russe, turche e anche occidentali che hanno cercato di infangare la reputazione generale del movimento. Titoli di giornale fuorvianti. Dal Panjshir, dove si parla di torture sui civili senza nessuna prova, alle donne frustate o alla stampa messa a tacere. Forse è successo, ma ammesso che ci siano le prove, sono casi isolati. Molte violenze contro i giornalisti che abbiamo potuto vedere, inoltre, mi ricordano alcune manifestazioni europee. Non è sbagliato dire che ci sono state violenze e che sono state denunciate. Ho sentito di alcuni abusi e uccisioni anche in città di provincia. Ma ancora, sono casi isolati.

La cosa che mi sorprende è vedere molti giornalisti stranieri prendere una parte, essere faziosi, solamente perché nell’immaginario comune (così come nel nostro vocabolario), un talebano è satana. Ma non è sempre così. Ci sono molti dettagli che andrebbero approfonditi. E sarebbe tema di un articolo a parte. Vedere una giornalista di punta della principale rete pubblica italiana che provoca volutamente un talebano per fare scandalo e diventare un’eroina non è giornalismo. È spazzatura. E vorrei dirle che una persona in Afghanistan non si guarda mai negli occhi, perché è segno di sfida. Provocare un talebano solamente per fare l’eroina, fa di te una persona che non rispetta la cultura altrui, cercando di imporre la propria.

Con questo non voglio dire che non ci siano persone a rischio. Anzi, molte sono fuggite perché impaurite e forse davvero ricercate. La guerra fa brutti scherzi. Ma altrettante che non ci sono riuscite hanno ricevuto un’amnistia ufficiale. Alcuni dicono che i talebani entrano nelle case di notte. Ma non ci sono prove ufficiali. Sono voci di molti amici e conoscenti che raccontano. O hanno rubato e occupato molte case. Io ci credo, ma a volte sono esagerazioni. In Afghanistan gira ogni tipo di notizie per spaventare e fomentare l’odio, quando per ora non c’è una via ufficiale, non ci sono leggi concrete e si è creata una situazione caotica. Peraltro, non troppo distante da ciò che era prima, dove i signorotti della guerra presenti nel palazzo presidenziale e nel parlamento chiudevano strade intere, rapivano, uccidevano, torturavano. E le leggi e la costituzione per alcuni erano “aleatorie”. Era uno stato mafioso. Ora questo non c’è più.

Una cosa che si dimentica facilmente inoltre è che per molti afghani vedere il numero di morti a causa della guerra scendere dai 200 giornalieri a zero è per ora più importante di altro. E poi, il vero problema adesso è la crisi economica che sta affossando il paese in un baratro dal quale difficilmente si rialzerà senza aiuti internazionali, i quali difficilmente arriveranno se la leadership talebana non darà una sterzata alle decisioni prese nell’eleggere un gabinetto molto radicale – secondo alcuni imposto dal Pakistan proprio per mantenere una situazione di instabilità nel paese. Ma non è solo colpa dei talebani se l’economia è al collasso. Gli occidentali sono i primi responsabili, con un ritiro caotico, quasi fatto apposta, e una gestione immorale delle risorse durante 20 anni di presenza ingiustificata durante i quali miliardi sono stati sperperati per uccidere civili e creare solo dipendenza. La chiusura delle frontiere, degli aiuti internazionali ai civili. La chiusura voluta delle banche. Tutti fattori che hanno pesato molto su un paese che viveva praticamente solo di rimesse e aiuti esteri (il governo repubblicano stesso e suoi addetti erano pagati principalmente dai fondi USAid). Non sono io a dire che l’occupazione è stata una violenza contro l’Afghanistan. Lo dicono tutti gli afghani, compresi coloro che hanno approfittato e si sono arricchiti con il flusso di denaro arrivato nel paese da ovest. 

Intanto la gente non mangia e non beve. Non è uno scherzo. E ora arriva l’inverno, i trasporti su strada si faranno più difficili, i costi dei beni di base aumenteranno ancora di più. La gente ha fame perché il mondo non fa respirare il paese. Ciò aumenterà solamente la tensione.

Molte persone che sostenevano i talebani durante gli anni della resistenza all’occupazione, si sono schierate contro questo governo. A pochi piace. Ed effettivamente non sorprende. Ma ciò non toglie che bisogna lasciare la transizione fare il suo corso, vedere cosa succederà e le misure che verranno prese, anche perché se i Talebani manterranno le promesse cercheranno di creare un governo inclusivo. Ma solamente se i paesi vicini e la comunità internazionale lo permetteranno. Poi se ne riparlerà. Gli scenari politici sono due: una riforma del gabinetto, ovvero un’apertura a donne e minoranze, oppure uno scontro civile. Ci sono troppe incognite, troppe sorprese. Ministri che non si sa nemmeno che faccia abbiano, altri che sono sulle liste dei terroristi. E uno scontro fra diverse fazioni interne al nuovo regime, che non è altro che un riflesso di interessi esterni, aggiunto a gruppi di milizie per ora silenziose ma pronte all’agguato e sparse su tutto il territorio, potrebbe essere letale per la stabilità del paese. 

La gente ha gli occhi puntati solo sul Panjshir, idolatrando un gruppo di signori della guerra corrotti visti come eroi della resistenza contro i talebani, guidati da un leader – Ahmad Massud- tanto temerario che guida la prima linea da un hotel 5 stelle di Parigi, o dalla capitale tagika Dushanbe. Oppure dall’eroico e corrotto ex-vicepresidente Amrullah Saleh, il quale appena sentito l’odore di polvere da sparo avvicinarsi troppo è decollato con un elicottero per il Tajikistan, spendendo per il carburante tanto quanto sarebbe costato il cibo per sfamare l’intera Kabul per una settimana. Non mi ha sorpreso per nulla. Mentre il problema più grande, di cui nessuno parla, è latente: in tutto il paese decine di milizie armate e sostenute da paesi ostili al nuovo regime potrebbero improvvisamente fare un brutto scherzo al nuovo governo.

Insomma, l’Afghanistan che molti hanno conosciuto non esiste più. Molte cose cambieranno, molte sono già cambiate. La sensazione di estrema sicurezza che si ha camminando per le strade, però, fa capire anche che non tutto è negativo. Per molti afghani questo è inaccettabile, non riusciranno mai ad accettare i Talebani. Alcuni ci convivranno in silenzio, soffrendo. Altri invece hanno aperto la porta di casa e tirato un sospiro di sollievo. Non si può generalizzare. Chi è fuggito prima o poi proverà a tornare. Gli afghani sono troppo legati alla loro terra.

Resta il fatto che il più grande danno non lo hanno fatto i Talebani, bensì la comunità internazionale, la quale ha distrutto un paese con l’arroganza di chi pensa che il proprio modello sia il migliore. E non è ancora finita.