Dopo gli sgravi, piovono i tagli

Come nelle peggiori previsioni gli effetti della manovra di rientro voluta dal “decreto Morisoli” stanno colpendo le classi medio-basse 

Prima scavi la fossa, poi chiedi sacrifici per coprirla. Nel 2020, il Cantone aveva tagliato le entrate riducendo per tre anni il coefficiente cantonale d’imposta dal 100 al 97%. Guardando i consuntivi sul gettito d’imposta delle persone fisiche, l’impatto della riduzione del coefficiente cantonale sui tre anni è stato tra 120 e 150 milioni di entrate in meno per le casse cantonali. Oggi il governo propone nel Preventivo 2024 di tagliare la spesa pubblica di 133,7 milioni, una cifra simile agli ammanchi creati negli ultimi tre anni. Il tappabuco di cui si parlava sopra.

Certo, nel medesimo triennio le uscite sono state maggiori delle entrate, non solo per la riduzione del coefficiente, ma perché la società muta e i bisogni variano. Inoltre erano gli anni della pandemia, dove l’introito delle imposte di aziende e salariati ha subito una flessione mentre lo Stato era molto sollecitato, dalle imprese in modo particolare. Ma quei milioni tolti alle casse statali con l’abbassamento del coefficiente, oggi pesano e influenzano le scelte politiche.  

Classe media alla cassa

A farne le spese oggi sono le 6.400 persone escluse dal diritto ai sussidi dei premi dell’assicurazione malattia per un risparmio statale stimato di sedici milioni. Persone appartenenti alla classe media il cui reddito non consentirà più di accedere al sussidio superando per pochi soldi la riga appena alzata dal governo. La famosa classe media di cui tanti si ergono a difensori che dalla riduzione del coefficiente d’imposta cantonale aveva risparmiato in un anno poche decine di franchi. Col simulatore d’imposta del sito cantonale, per una famiglia con due figli con 70mila franchi di reddito e 50mila di sostanza, quel 3% di riduzione corrisponde a 75 franchi di imposte in meno in un anno. Neanche sufficiente a coprire l’aumento di un mese dei premi malattia familiari.

Anzianità e disabilità colpite

A versar lacrime saranno anche anziani e disabili. Ai primi, il Cantone congelerà i versamenti futuri alle case per anziani sull’ultimo anno. «Le case anziani sono confrontate da diversi anni col mancato riconoscimento del costo della vita. Siamo preoccupati. A questo punto, vogliamo capire dal governo dove dobbiamo tagliare» ha detto alla Rsi Eliano Catelli, presidente dell’associazione dei direttori delle case per anziani. Sempre in tema di anziani, il governo propone di aumentargli la fatturazione dei pasti a domicilio e la frequentazione dei centri diurni terapeutici Alzheimer per risparmiare 850mila franchi l’anno.

Il settore dei disabili perde invece 11 milioni di franchi di contributi. Ciò comporterà un blocco di «una serie di nuove prestazioni, magari anche pianificate, che nei prossimi anni verosimilmente non potranno essere attuate» ha commentato Danilo Forini, direttore di Pro Infirmis Ticino. A titolo d’esempio, significa che per le famiglie con un figlio a cui è stato diagnosticato l’autismo si allungano i tempi per usufruire di un servizio specialistico. Previsti tagli anche ai servizi psicoeducativi per adolescenti, in un momento in cui il disagio è in crescita.

A pagar dazio importante saranno i dipendenti delle strutture per anziani e per disabili, poiché in entrambi i settori il personale rappresenta quasi l’ottanta per cento delle uscite. «Gli operatori sociosanitari arrivano da un periodo molto duro dopo il Covid. Ed è un mestiere già duro di per sé ed è difficile trovare del personale qualificato. C’è un grande tasso di abbandono tra infermieri ed educatori. Visto che il contributo fisso del Cantone sarà diminuito, si andrà a toccare le condizioni di lavoro» spiega Forini. Discorso identico dai direttori delle case anziani per il proprio personale.

Meno reddito per i dipendenti

Ad essere penalizzati sarà l’intero settore pubblico. Ai dipendenti cantonali viene chiesto un contributo eufemisticamente definito di “solidarietà” che ridurrà i loro salari fino al 2% in maniera progressiva a partire da un reddito salariale annuo di 60mila franchi. A peggiorare il potere d’acquisto dell’insieme dei dipendenti pubblici, si aggiunge il mancato riconoscimento del rincaro e il maggior contributo chiesto per sanare la cassa pensioni. C’è chi si è preso la briga di tradurre in soldoni a quanto ammonti la perdita salariale per dipendente a seconda della classe salariale occupata. Impossibile riassumere qui l’effetto sulle varie classi salariali dei dipendenti pubblici elaborato dal Movimento per il socialismo (Mps). Ci limitiamo a segnalare che la perdita annua va dai mille ai 2.500 franchi a seconda dell’anzianità nelle prime due classi, fino ai 2.500 e 5.300 annui per chi occupa posizioni di quadro medio.

La mannaia Morisoli

L’urgenza della manovra, spiega il governo nell’introduzione al pacchetto di tagli, è dovuta «al pareggio del conto economico entro il 31 dicembre 2025 con misure di contenimento della spesa e senza riversamento di oneri». Il famoso decreto Morisoli, approvato nel 2021 dalla maggioranza dei parlamentari di destra, Lega-Plr e Udc. Il decreto fu poi benedetto in votazione popolare dal 38% del corpo elettorale che si recò alle urne a metà maggio, ottenendo il 57% di sì.

«Chi dice che non ci saranno tagli e non si toccheranno le fasce più fragili della popolazione mente» aveva detto la coordinatrice dei Verdi Samantha Bourgoin lanciando la campagna dei contrari al decreto Morisoli. «Ogni volta che si è raggiunto un timido equilibrio nei conti pubblici, le forze che sostengono questa iniziativa dell’Udc hanno promosso e votato inutili sgravi fiscali, che hanno gettato nuovamente nel profondo rosso le finanze cantonali. E che hanno colpito la progettualità dello Stato. E sempre dalla destra stanno arrivando ulteriori proposte di sgravi» aveva ricordato Ivo Durisch, capogruppo dei socialisti nel dibattito in Gran Consiglio sul decreto Morisoli. I fatti gli danno parzialmente ragione. Neanche il tempo di coprire un buco che se ne prepara un altro.

Vogliono allargare il buco

A luglio, il Consiglio di Stato ha presentato l’ennesima riforma tributaria. La metà dei nuovi sgravi andrebbe a favorire gli alti redditi, dai 350.000 franchi in su. L’ammanco annuo per le casse pubbliche cantonali sarebbe di 23 milioni, diciotto per quelle comunali. A pagare lo sgravio dei ricchi dovrebbe essere l’intera cittadinanza, poiché a mente del governo, andrebbe annullata l’ulteriore riduzione del coefficiente dal 97 al 96% prevista per il solo 2024. La rinuncia ad uno sgravio di pochi spicci per la gran parte dei contribuenti per finanziare un bel risparmio ai ricchi. Solidarietà al rovescio.

Ma non finisce qui. Lo stesso governo ha chiarito che ai tagli annunciati ora, ne seguiranno altri il prossimo anno. «Altrimenti sarà impossibile rispettare il Decreto Morisoli imposto dalla Costituzione». Per dire no a questa politica e ai tagli, i sindacati (Unia compresa) e dei movimenti politici hanno indetto una manifestazione per mercoledì 22 novembre alle ore 17 in Piazza del Governo a Bellinzona.

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Nell’immagine: manifestazione contro i tagli a Bellinzona


La sanità ostaggio dei lobbisti

Come nelle peggiori previsioni gli effetti della manovra di rientro voluta dal “decreto Morisoli” stanno colpendo le classi medio-basse 

La (nuova) stangata è servita. I premi dell’assicurazione malattia saliranno mediamente dell’8,7% a livello nazionale, del 10,5% in Ticino, l’aumento più elevato tra i cantoni. Negli anni, i vari tentativi di ridurre i costi della sanità elvetica sono puntualmente naufragati in Parlamento. “Merito” dei veti incrociati di farmaceutica, casse malati, ordine dei medici e cliniche private, che possono contare su diversi parlamentari influenti a libro paga.

A circa 90 miliardi di franchi ammonta la torta economica della sanità elvetica. Di quella enorme torta, farmaceutica, medici, le cliniche private e le assicurazioni malattie si spartiscono lucrose fette di guadagno. Per carità, nessuno si illude. I costi della sanità (non della salute, perché quest’ultima non può essere ridotta a banale merce), sono destinati a crescere a causa dell’invecchiamento della popolazione. Ma non tutti i costi sono inevitabili. Una gran parte di questi sono gonfiati dai guadagni incassati dai vari soggetti presenti nel mercato sanitario elvetico. A farne le spese, i cittadini chiamati a pagare dei premi assicurazione malattia diventati sempre più insostenibili. Tanto più che un semplice dipendente paga lo stesso importo di un multimiliardario.

Da anni in Parlamento si susseguono le varie ricette per ridurre i costi della sanità. L’ultima in ordine di tempo, l’iniziativa del PS che chiede di porre un tetto massimo (10% del reddito disponibile) ai premi malattia, bocciata dalla maggioranza dei parlamentari dei due rami. Il popolo si esprimerà nelle urne.

È un percorso già visto. La quasi totalità delle misure di risparmio s’infrangono contro i veti dei soggetti interessati, ben rappresentati nelle istituzioni politiche. Le Commissioni della sanità dei consigli Nazionale e degli Stati hanno un ruolo determinante nell’elaborare le possibili misure di riduzione dei costi. Sono i luoghi dove si “cucinano” le decisioni poi sottoposte ai due rami del Parlamento. Raramente vengono ribaltate.

In entrambe le Commissioni, diversi membri sono a libro paga dei soggetti privati interessati a mantenere lucrosa la loro fetta. Ciò è possibile perché in Svizzera il lobbismo è legale. Ogni iniziativa politica volta a vietarlo, ridurlo o renderlo almeno trasparente, è regolarmente bocciata in Parlamento. Non stupisce. Nessuno taglia il ramo su cui è seduto.

Fortunatamente, esiste chi prova a sbrogliare l’intreccio d’interessi. Su Lobbywatch, piattaforma curata da giornalisti, si scopre che su 38 membri delle Commissioni sanità dei due rami del Parlamento, ben sedici hanno attività retribuite da soggetti attivi nella sanità elvetica. A farla da padrone sono le casse malati, con nove parlamentari. Ospedali, farmaceutica e corpo medico hanno tutti due membri a libro paga nelle Commissioni sanità.

A livello di partiti, a farla da padrone sono Il Centro con sei esponenti, tallonati dall’Udc (5), Plr (3), Verdi liberali (1) e Ps (1). Alcuni politici sono decisamente più influenti nel convincere i colleghi di partito a votare in Parlamento quanto da loro suggerito. La retribuzione dei mandati è quasi sempre ignota, perché la trasparenza non è dovuta. In alcuni casi, però, dei giornalisti riescono a rompere il muro del silenzio.

Chi sono i baroni della sanità

Tre anni fa, il settimanale Schweiz am Wochenende aveva rivelato le cifre delle retribuzioni percepite dai più importanti politici portatori di consenso in materia di politica sanitaria. Di consenso o di contrasto.

È il caso del consigliere nazionale Udc di Basilea Campagna, Thomas de Courten, che si spese molto per far affossare in Parlamento la proposta del Consiglio federale di limitare il prezzo dei farmaci generici. Farmaci che in Svizzera possono costare fino a tre volte di più rispetto a un qualunque paese europeo. De Courten, membro della Commissione nazionale della sanità, è pure presidente di Intergenerika, l’associazione mantello dei farmaci generici, percependo 45mila franchi l’anno per quel ruolo. Il risparmio stimato dal Consiglio federale per l’intervento sui prezzi dei generici affossato, sarebbe stato di svariate centinaia di milioni di franchi l’anno.

Un altro politico influente è il liberale Josef Dittli, consigliere agli Stati urano e presidente dell’associazione cartello delle casse malati Curafutura con 140mila franchi di retribuzione annua. Al passato, poiché Dittli a maggio ha lasciato Curafutura dopo cinque anni di presidenza.

Nella classifica dei deputati influenti più pagati troviamo Lorenz Hess, consigliere nazionale (Il Centro/Berna). La sua biografia professionale è istruttiva. Terminati gli studi, inizia a lavorare come portavoce della polizia bernese, per poi passare al Dipartimento della comunicazione dell’Ufficio federale della sanità pubblica. In quel ruolo, Hess impara i meccanismi e le relazioni dello Stato coi vari attori privati della sanità. Quanto appreso lo consegna in dote alla società di pubbliche relazioni Burson-Marsteller per poi fondare qualche anno più tardi la propria agenzia di consulenza in relazioni pubbliche. Il grande salto lo fa nel 2011, quando viene eletto al Consiglio Nazionale nelle fila degli allora Ppd. Oltre a sedere in numerosi enti o fondazioni in ambito sanitario, dal 2017 presiede il Consiglio di fondazione e il Consiglio di amministrazione di Visana. Solo per queste due cariche, percepisce 165mila franchi l’anno.

Un compenso simile dovrebbe percepirlo Erich Ettlin, consigliere agli Stati (Il Centro/Obvaldo), occupando la carica di vicepresidente del Cda del gruppo assicurativo Css. Un altro membro influente della commissione sanità degli Stati è Peter Hegglin (Il Centro/Zugo). È membro del Cda di Rvk, l’associazione delle piccole e medie imprese d’assicurazione sanitaria. Per quest’ultima, siede nell’associazione mantello di casse malattia santésuisse. Il suo compenso quale presidente di Rvk è stimato sui 100mila franchi, mentre non si conosce quello di santésuisse. Di quest’ultima, si sapeva solo che il vecchio presidente, l’ex consigliere nazionale Udc Heinz Brand, percepiva circa 120mila franchi di compenso.

Fino a giugno dello scorso anno, nella Commissione sanità del Nazionale sedeva anche Isabelle Moret, deputata liberale del Canton Vaud e presidente di H+, l’associazione mantello degli ospedali pubblici e privati svizzeri. Compenso annuo dichiarato, 40mila franchi.

Un altro membro di peso della Commissione sanità degli Stati, Damian Müller (Plr/Lucerna), il più giovane consigliere agli Stati mai eletto, fa parte del comitato direttivo dell’associazione dei medici svizzeri Fmh ed è presidente di un gruppo lobbistico composto esclusivamente da parlamentari, la Ig Ricerca e innovazione biomedica. Il segretariato si trova nella sede di Interpharma, l’associazione mantello delle aziende farmaceutiche tra cui spiccano i colossi Novartis e Roche. Quanto Müller e i suoi colleghi parlamentari siano retribuiti per questi incarichi non è noto.

Sebbene le due Commissioni sanità rivestano un ruolo di filtro importante nell’elaborazione delle misure, a decidere se affossarle o approvarle saranno i voti degli eletti a Berna. Nei due rami del Parlamento, gli eletti con mandati retribuiti da attori della sanità sono 69 secondo Lobbywatch. Dei ticinesi, solo Marco Chiesa, presidente Udc nazionale e consigliere agli Stati, è retribuito per un montante ignoto dalla cassa malati Groupe Mutuel.

Per capire l’importanza del lobbismo sanitario a Palazzo, prendiamo in prestito le parole di un maestro nel campo, Lorenz Hess, il cui compenso di Visana supera quello di consigliere nazionale. Intervistato da Le Temps in estate sui premi cassa malati, Hess dice: «All’inizio, siamo tutti concordi che non può continuare così ed è urgente intervenire. Poi, quando discutiamo le misure, c’è sempre un attore della sanità che impone la sua linea rossa. Alla fine, tutte le riforme sono bloccate». Si sente responsabile? «Sì. Tutti noi attori dobbiamo assumere la nostra parte di responsabilità».

Articolo scritto per areaonline


Parlo con loro, e i ‘molinari’ rispondono che…

Come nelle peggiori previsioni gli effetti della manovra di rientro voluta dal “decreto Morisoli” stanno colpendo le classi medio-basse 

Sono di parte, lo confesso. D’altronde, seguendo gli insegnamenti di un grande maestro, odio gli indifferenti e son partigiano. Ho partecipato all’occupazione dei Molini Bernasconi di Viganello un quarto di secolo fa, e ho condiviso l’esperienza collettiva della pratica autogestionaria per diversi anni al Centro sociale il Molino. Oggi, pur frequentandolo sporadicamente, mi sento molto vicino al Molino e ritengo fondamentale la sua esistenza in una città qual è Lugano. Poiché autogestione significa partecipazione, porto rispetto e apprezzo chi quotidianamente s’impegna nel farla vivere. E per sbarazzare ogni equivoco, preciso dunque di non rappresentare in alcun modo il centro sociale autogestito. Ma sulla scorta dell’esperienza personale, sento il bisogno di far chiarezza in merito a un termine, il dialogo, tanto evocato in questi giorni. Da più parti, s’imputa ai molinari di essere chiusi al dialogo con l’autorità cittadina. Non è una novità. È un’accusa che si ripresenta ciclicamente nella storia delle relazioni tra autogestiti e autorità. Lo è stato fin dall’inizio.

Dal non dialogo, la ricerca di una soluzione tra due parti contrapposte, nacque il Centro sociale autogestito il Molino nel 1996. L’occupazione degli ex stabilimenti dei Molini Bernasconi a Viganello fu la risposta ad una richiesta inascoltata di spazi autogestiti preesistente da una trentina d’anni a Lugano. Si dialogò invece col Cantone l’anno successivo, poiché seriamente interessato a trovare una soluzione. E il Molino si trasferì al Maglio.

Arrivò poi il tempo del dialogo col sindaco Giudici, in quel momento pragmaticamente convinto di trovare una soluzione condivisa, che portò il Centro sociale autogestito a insediarsi in una parte degli spazi dell’ex Macello. Un altro balzo temporale per arrivare al 2015, quando i molinari accettarono l’invito a un dialogo col Municipio. In totale vi furono tre incontri, sufficienti per capire che quest’ultimo non era interessato a una soluzione. In fondo, la questione è semplice. O esiste una sede alternativa o si resta al Macello. L’attuale compagine municipale non ha mai proposto una soluzione. Mai. Esistono le prove rileggendo le varie cronache, ma forse basterebbe chieder loro. Instaurare un dialogo con una controparte non interessata a trovar una soluzione, non ha alcun senso.

Ai molinari si possono forse imputare tante cose, ma non di essere ipocriti. La parola dialogo non può essere una coperta buona da usare mediaticamente, per coprire la tua ipocrisia. Nei suoi venticinque anni di storia, i molinari hanno sempre dialogato quando aveva un senso. Oggi, accusarli di negare il dialogo con chi lo invoca ma non è conseguente nei fatti, è ipocrisia che forse soddisferà la gente perbene, ma non consentirà di avanzare di un millimetro nella ricerca di una soluzione. Sempre che la si voglia trovare.