Marina Senesi – Le parole sono cose

Quando si parla di violenza contro le donne le parole possono pesare come macigni 

I giornali e i media ne parlano troppo frequentemente. I casi di violenza sulle donne registrati dalla cronaca sono ancora numerosi. Ma come ne parlano? Sarà il bisogno di acchiappare click, sarà la retorica che si infiltra ovunque, ma la narrazione giornalistica favorisce spesso la prospettiva dell’aggressore più di quella della vittima. “Aveva una minigonna troppo corta”. “Lui non accettava di perderla”. “È stato un delitto passionale”. Più si analizza da vicino la comunicazione su questi fatti e più ci si rende conto della gabbia di parole che li circonda, deformandone il senso e le responsabilità. Lo racconta bene, non senza ironia, l’attrice e autrice Marina Senesi, che a partire da una ricerca universitaria sul tema ha allestito lo spettacolo “Doppio taglio”, in programma prossimamente a Bellinzona.


Simona Lanzoni – Protezione delle donne migranti, cosa dovrebbe cambiare

Quando si parla di violenza contro le donne le parole possono pesare come macigni 

La donna straniera che ha subito atti di violenza fisica e psicologica da parte di un congiunto dal quale dipende per soggiornare in Svizzera può essere facilmente rinviata al proprio paese d’origine se non dimostra di aver subito una “certa intensità della violenza”. La violenza di genere rappresenta una delle forme di abuso più diffuse al mondo. Coinvolge individui, famiglie e intere comunità, ed è frutto di dinamiche molto complesse. Colpisce tutte le donne, indistintamente. Ma spesso le donne migranti rischiano di subirla doppiamente, a causa della propria condizione di vulnerabilità. A questi casi occorre dedicare una specifica attenzione, perché le donne migranti, se prive di un regolare contratto di lavoro, sono maggiormente esposte a fenomeni di sfruttamento, tratta, schiavitù e violenza di genere.

Su questo tema si discuterà il prossimo 1° dicembre, alle ore 18.00, presso l’Auditorium ICEC in viale Franscini 32 a Bellinzona. Tra le persone invitate ci sarà anche Simona Lanzoni, esperta del Gruppo di lavoro che si occupa di verificare l’applicazione della Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, sottoscritta 10 anni fa nella città turca da 10 stati membri del Consiglio d’Europa (la Svizzera lo ha fatto con riserva).

Abbiamo approfittato dell’occasione per porre alcune domande in anteprima a Simona Lanzoni sull’ applicazione della Convenzione e il quadro generale di questo problema in Europa.

Immagine di Roberto Bonvallet (CC)


Ancora la retorica del testosterone

Quando si parla di violenza contro le donne le parole possono pesare come macigni 

Non c’è rivoluzione senza liberazione della donna. Non c’è liberazione della donna senza rivoluzione.

Questo il motto della prima Conferenza mondiale delle donne, svoltasi a Caracas (Venezuela) dal 4 all’8 marzo 2001. Sono passati vent’anni e c’è ancora molto da fare. In un contesto, come quello che stiamo vivendo, caratterizzato da una crisi economica, politica, sociale e culturale, sono le donne a pagare il prezzo più alto.

Rispetto agli uomini, le donne sono più esposte al precariato, alle forme di lavoro atipico (come il lavoro su chiamata) e alla nuova povertà. Spesso le donne sono occupate in settori mal pagati e dove la pressione sui salari – e sulle condizioni di lavoro – sono fortissime. Questo stato di pressione permanente ha inevitabilmente delle implicazioni dirette sulla salute delle lavoratrici, costrette sovente a far quadrare dei conti che proprio non tornano.

Oggi le donne devono conquistare spazi sempre più grandi di autonomia e d’indipendenza non solo per se stesse, ma anche per contribuire a porre le basi per la costruzione di un mondo migliore, possibile e necessario, in cui ogni donna sia valorizzata per il contributo che può dare alla collettività. In cui ogni donna sia messa nella condizione di poter svolgere un lavoro, vivere una vita dignitosa, libera da tutte quelle incombenze e discriminazioni che questo sistema patriarcale scarica sulle loro spalle, dal lavoro domestico alla cura dei bambini e degli anziani, dalle discriminazioni salariali alla violenza, dalle gabbie degli stereotipi al sessismo ostentato.

E gli organi d’informazione hanno una grande responsabilità. La narrazione dei media diventa complice nel divulgare pregiudizi, nel diffondere immagini sessiste, nell’alimentare la rappresentazione della donna sessualizzata e mercificata in nome del mercato, del profitto, dell’audience, dei clic sulla tastiera. Ed è qui che prende forza il “J’accuse” non solo di molte giornaliste, ma anche di donne in carne e ossa stanche di essere un bersaglio mobile.

Programmi d’intrattenimento – compresi quelli velleitariamente intelligenti – spot pubblicitari, cartellonistica e carta stampata, propongono quotidianamente la classica e logora dicotomia: donna angelo del focolare/ donna bella e voluttuosa. In un contesto culturale dove all’immagine si attribuisce ossessivamente un’esasperata importanza, le donne vengono spinte nel ruolo di seduttrici, eternamente giovani, desiderabili. Come se gli anni che passano – e passano anche per gli uomini che si credono immarcescibili – fossero qualcosa di cui vergognarsi.

Il continuo martellamento su ormai tutti i canali di comunicazione, ha normalizzato il linguaggio sessista fino a giustificarne e a legittimarne l’uso. È la retorica del testosterone: parlare così, quindi pensare così, ti rende parte del gruppo dominante, fa di te una persona moderna e brillante. “Il sessismo attraverso la lingua – ha spiegato una filosofa italiana – penetra così tanto nel subconscio fino a scomparire come violenza, aggressione, umiliazione, disumanizzazione, quale invece è”.

Scrive la femminista Monica Lanfranco:

La sottovalutazione e il disconoscimento degli effetti e dei pericoli culturali, sociali, simbolici e pratici del sessismo non si trova solo in ambienti aggressivi, ma è sulle labbra anche di uomini distinti, o presunti tali, indipendentemente dal colore politico.

Triste, ma profondamente vero.

Il linguaggio è la prima e più potente forma d’influenza sociale: la politica ha una grande responsabilità, così come i media e le istituzioni. Il linguaggio politico e mediatico degli ultimi vent’anni mostra quanto nessuno di noi sia al riparo dall’imbarbarimento verbale. Oggi ci pare accettabile ciò che invece dovrebbe ancora indignarci. Il lento covare di un silenzioso rancore ha alimentato insofferenza, rabbia, delusione e razzismo veicolati in modo sguaiato e volgare non solo tramite mezzi di comunicazione e social network, ma anche attraverso la minuta quotidianità.


La rete nateil14giugno propone un ciclo di conferenze proprio su questo tema. Un’occasione necessaria per riflettere sul potere delle parole e il loro impatto sulle nostre vite.