Giornata della Memoria: il “Mai più” alla prova del presente

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

Per diversi anni, nei miei corsi destinati a futuri insegnanti, in occasione della Giornata della Memoria ho proiettato il toccante documentario Memory of the Camps – Memoria dei campi di Sidney Bernstein e di Alfred Hitchcock, i due registi che montarono i filmati registrati dagli Alleati in occasione della liberazione dei campi di sterminio nazisti nel 1945.

Alla visione anteponevo una breve introduzione di carattere storico, dichiarando che le immagini che si sarebbero presentate agli occhi del nutrito gruppo di studenti raccolti in aula magna avrebbero potuto suscitare forti emozioni e turbamenti. Pertanto, lasciavo libertà a chiunque di uscire dall’aula in qualsiasi momento qualora non riuscisse a sopportare tale visione. Solo pochi, nell’arco degli anni in cui praticai questa ricorrenza uscirono dall’aula, mentre a molti gli occhi si inumidivano e lo sguardo e l’espressione del volto emanavano incredulità, sgomento e orrore. Il pubblico rimaneva in un silenzio profondo, e nello stesso totale silenzio si usciva al termine della proiezione in compagnia dei propri più intimi pensieri e delle forti commozioni avvertite.

Dopo anni di questa pratica, a un certo punto, in concomitanza con le informazioni e le notizie relative a quanto avveniva in Israele e nei territori occupati – in particolare a seguito delle ondate di repressione / distruzione condotte dalle forze militari israeliane dopo le diverse ‘intifada’ nella Striscia di Gaza – ci fu una certa reazione da parte del corpo studentesco. Alcuni posero la questione: “ma non è che le vittime di allora – ai tempi dell’Olocausto – si sono trasformate in carnefici?”. Alla luce di tali argomentazioni e suggestioni, condotte da ragazzi svegli, attenti e sensibili alle vicende umane che si presentavano sulla scena geopolitica globale, ho dovuto rivedere le mie pratiche educative e pur continuando comunque a commemorare quella Giornata con espliciti riferimenti alla Shoah, anch’io – anche alla luce dello spirito critico manifestato dai miei studenti, che consideravo uno dei beni più preziosi che la scuola potesse coltivare – ho intrapreso un sostanziale cammino di revisione delle mie credenze e conoscenze, recuperando la storia della Palestina e l’influenza di un certo sionismo aggressivo in quella terra straziata.

Così, mi sono spesso chiesto se la famosa poesia di Primo Levi, non potesse valere anche per le immani sofferenze patite e che sta tuttora provando il popolo palestinese a Gaza e in Cisgiordania, da oltre due anni a questa parte, senza che la comunità internazionale, pur testimone quotidiana del genocidio in corso, riesca a trovare una via d’uscita quantomeno per alleviare l’immane sofferenza di bambini, donne, anziani, malati, mutilati, denutriti….

Shemà (‘Se questo è un uomo’)

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi

Il riferimento o la traslazione semantico-geopolitica potrebbe apparire azzardata, ma alla luce di tutta una serie di letture e interpretazioni storiche trovo del tutto legittima, perlomeno, la domanda:

Ma come mai, un popolo con una cultura millenaria così ricca e profonda e che ha sofferto una tragedia terribile come la Shoah, nel giro di così poco tempo ha espresso una classe politica e un apparato governativo-militare accusati da molte voci/organismi di condotte genocidarie?

Con la messa in campo di un’efferatezza e determinazione annientativa impressionanti, con l’incapacità di autocontrollo, di freno della furia vendicativa davanti alla totale distruzione di un territorio, di un minimo di umanità al cospetto di gente che muore di fame e di freddo … in particolare bambini, neonati.

«Un neuroscienziato oggi commenta, riguardo alla prolungata carestia usata come arma di sterminio da Israele, che nel cervello umano ci sono 87’000’000’000 neuroni, e bilioni e bilioni di connessioni sinaptiche, e neuroni e sinapsi si generano nei primi quattro anni di vita, e senza il nutrimento di cui il bambino ha bisogno il loro numero si riduce a meno della metà, e questo significa che, per generazioni, persone sopravvissute alla carestia soffriranno di problemi cognitivi, di apprendimento, di memoria, di ansia, e problemi fisici con masse muscolari e ossee ridotte che li renderanno più vulnerabili a una serie di malattie, e ancora i problemi epigenetici per più generazioni e degenerazioni, e queste cicatrici invisibili marcheranno migliaia di persone, per generazioni».

Vanni Bianconi, WAHOO! Un’Odissea al contrario, Marcos y Marcos, 2025, p. 16

Intere generazioni spazzate via: minate nel corpo e nell’anima con privazioni esistenziali, condizioni di vita disumane (contingentamento e privazione di risorse idriche, energetiche, alimentari, medico-sanitarie, sradicamento di colture/ulivi, uccisione di bestiame, incendi dolosi di case, espropriazione di terreni e abitazioni), vessazioni e torture orrende nei comandi di polizia e nelle carceri.

Non ho risposte e lascio la riflessione e le considerazioni in merito al lettore, con l’invito a consultare le fonti indicate in calce, per farsi un’opinione su quanto è successo e quanto sta accadendo in quei territori dopo l’insediamento dello Stato di Israele. Nessuno ne vuole negare l’esistenza, tantomeno io; anzi, ne sottolineo la legittimità, anche se mi interrogo circa la modalità di farla valere.

Spero vivamente che Israele riesca a fare i conti con il proprio passato, rivedendo con coraggio, senza pregiudizi, vittimismi o autocelebrazioni autoreferenziali gli antecedenti, le origini e gli sviluppi della propria configurazione statuale (prima, durante e dopo il 1948), riconoscendo i risvolti problematici e poco edificanti della propria storia.

Esponenti della cosiddetta “Nuova Storiografia” israeliana (i New Historians) definiscono il progetto sionista e la successiva politica governativa come ‘Colonialismo d’insediamento’.

Uno dei capifila di questa scuola è il noto storico ebreo Ilan Pappé, il quale, in opere come La pulizia etnica della Palestina, ne delinea le dinamiche politico-strutturali individuandole in:

  • la logica dell’eliminazione: a differenza del colonialismo classico (dove la madrepatria sfrutta la manodopera locale, come gli inglesi in India), il colonialismo d’insediamento cerca di sostituire la popolazione indigena con una nuova società di coloni;
  • la Nakba del 1948 (la ‘catastrofe’ secondo il vissuto dei Palestinesi): non intesa come un evento isolato o un episodio puntuale di guerra, ma l’inizio di un processo sistematico e predeterminato di espulsione continuativa nel tempo di chi non appartiene all’etnia “pura” dominante;
  • la negazione del ritorno: la politica insediativa si regge sulla necessità di mantenere una maggioranza demografica, impedendo il ritorno dei profughi e occupando progressivamente il territorio attraverso gli insediamenti (soprattutto dopo il 1967).

Anche dopo l’avvio del fantomatico ‘piano di pace’ (!?) per Gaza orchestrato da Trump la situazione sul campo rimane drammatica e terrificante, sia per quanto riguarda le intenzioni distruttive totalizzanti dei leader israeliani, sia per le conseguenze di chi le subisce giorno per giorno:

«Senza pietà. Tally Gotliv, deputata del Likud, il partito del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, lo ha ripetuto tre volte in diretta tv. Voleva che il messaggio fosse chiaro, implacabile come il tono della sua voce in crescendo: «Non abbiamo più ostaggi e, con gli ultimi tre corpi in rientro, non dobbiamo più essere precisi. Possiamo attaccare senza pietà, senza pietà, senza pietà». (…)

L’offensiva prosegue, ora più indisturbata che mai. Sotto altre forme e identiche politiche: se non si assiste più a bombardamenti a tappeto (seppur i palestinesi vengano uccisi ancora a decine), Israele continua a perseguire la strategia dell’invivibilità. Rendere Gaza un luogo inadatto alla vita, un genocidio silenzioso.

I bulldozer non hanno spento i motori: oltre la linea gialla – che cambia perimetro ogni giorno, apparentemente randomica, mangiando metro per metro il territorio a disposizione dei palestinesi – l’esercito israeliano e le compagnie private vincitrici di appalto stanno demolendo quel poco che restava in piedi. Intanto, al di qua della linea gialla, i camion umanitari appaiono con il contagocce, non c’è ricostruzione all’orizzonte per precisa volontà israelo-statunitense e i poveri rifugi improvvisati vengono sommersi da pioggia e fango. Israele sta applicando un modello che ritiene di successo, il metodo Libano: tregua sulla carta e violazioni costanti e quotidiane per cementare una feroce guerra di attrito il meno visibile possibile. (…)

La stessa strategia, sotto altre forme, Israele la sta portando avanti in Cisgiordania: le operazioni militari, le chiusure, le violenze feroci e fasciste dei coloni, le demolizioni di case e le confische di terre servono non solo a prendere più terra possibile ma anche a sfilacciare e inibire qualsiasi rete politica, economica e sociale palestinese».

Chiara Cruciati, “Il Manifesto”, 1.12.2025

Certo, un processo di reale pacificazione implicherebbe una grossa rimessa in discussione etico-politica della propria storia nazionale, con la capacità di guardarsi fino in fondo allo specchio per ri-elaborarne senza sconti anche i lati più oscuri, analogamente a quanto è avvenuto in Sudafrica grazie a personaggi come Nelson Mandela, il vescovo Desmond Tutu e il coraggio dell’allora presidente sudafricano bianco F. W. de Klerk di mettere in discussione il sistema di apartheid applicato per decenni con i relativi soprusi e con pugno di ferro. Fu quest’ultimo ad avviare le riforme e i negoziati con l’ANC e con Nelson Mandela che portarono allo smantellamento dell’apartheid e alle elezioni multirazziali del 1994; Mandela e de Klerk ricevettero insieme il Nobel per la Pace nel 1993 per una tale transizione pacifica. Ne seguì, nel 1995, l’istituzione della ‘Commissione per la Verità e la Riconciliazione’ (Truth and Reconciliation Commission, TRC), voluta dal nuovo Sudafrica democratico con Mandela presidente e Desmond Tutu figura guida. La TRC puntava a far emergere pubblicamente la verità sulle violazioni dei diritti umani commesse durante l’apartheid, dando voce alle vittime e ricostruendo responsabilità e dinamiche della violenza. L’idea di fondo non era una “giustizia dei vincitori”, quanto piuttosto una forma di giustizia riparativa orientata a evitare vendette e guerra civile. Nella fattispecie, la transizione post-apartheid cercò di trasformare memoria e conflitto in un percorso di riconciliazione nazionale.

Si parla di Marwan Barghouti come il Mandela palestinese, ma temo purtroppo che dopo un quarto di secolo nelle famigerate galere israeliane egli ne possa eventualmente uscire (il governo Netanyahu cerca in ogni modo di evitarlo, per paura che egli possa in effetti riuscire ad unificare le varie fazioni palestinesi trovando un interlocutore autorevole e riconosciuto dalla comunità di quel popolo) molto minato e l’ombra di sé stesso dopo le torture e le umiliazioni subite (si pensi al vergognoso video, diffuso a metà agosto 2025, della visita in carcere a Barghouti del ministro della Sicurezza nazionale del governo Netanyahu, Itamar Ben-Gvir, leader del partito israeliano di estrema destra Otzma Yehudit, che insulta e umilia il leader di Fatah, il quale appare fisicamente molto provato).

D’altro canto, sul fronte opposto, siamo ben lungi dall’avere un equivalente della figura di de Klerk – per rimanere nell’analogia con il Sudafrica – dopo la scomparsa di Yitzhak Rabin, il 4 novembre del 1995, allorché venne assassinato, dopo un discorso tenuto a Tel Aviv a sostegno del processo di pace da lui portato avanti attraverso gli Accordi di Oslo, da un estremista di destra che gli sparò a distanza ravvicinata.

È incontrovertibile che una simile rivisitazione autocritica del proprio passato implica un notevole rigore di giudizio e una grande forza morale, come quella dimostrata, non senza l’inevitabile dolore, dal celebre scrittore israeliano David Grossman: segnato dalla tragica perdita del figlio Uri – giovane ufficiale dell’esercito israeliano – durante la Seconda guerra del Libano nel 2006. Quando un uomo del calibro di Grossman finisce per riconoscere, con grande onestà intellettuale unita a un’enorme sofferenza etico-morale, che quanto sta succedendo ora si possa definire ‘genocidio’ (vedi “Naufraghi” 1.08.2025), penso che vi possano essere pochi dubbi sulla legittimità di chiamare le cose con il loro vero nome.

Dal canto suo, pure Ilan Pappé, nell’intervista-testimonianza rilasciata il 7 aprile 2025 sul Progetto sionista: “Siamo all’ultimo capitolo di una storia sanguinosa”, esprime quanto fosse stato difficile per lui attraversare il drammatico e lacerante tunnel della presa di coscienza che l’ha portato, dopo decenni di studi e di confronti accademici ed internazionali, ad assumere le vesti di uno dei più autorevoli storici israeliani “revisionisti” della retorica narrativa che, per i primi vent’anni della sua vita, famiglia, vicinato, scuola, cultura etnico-religiosa di appartenenza gli avevano propinato secondo i canoni “ufficiali” del “popolo senza terra per una terra senza popolo”, resa fertile, prospera e verdeggiante grazie al lavoro infaticabile dei nuovi residenti, paladini di un’epopea gloriosa e palingenetica senza ombre e macchie.

Tanti altri intellettuali e studiosi appartenenti al mondo ebraico hanno con coraggio passato il Rubicone, inoltrandosi in orizzonti interpretativi e territori semantico-concettuali nuovi, alla ricerca di verità che, per quanto possano essere dolorose, aiutano a riscoprire una rinnovata identità culturale, collettiva, nazionale più credibile e autentica, innanzitutto per sé, e anche sul piano del confronto interazionale e interculturale.

Questo è stato il caso per il Sudafrica del post-apartheid, che ha dimostrato che fare i conti con il passato – compresi i risvolti più tragici, bui e traumatici – non è un atto di debolezza o di “tradimento”, bensì può diventare un’operazione liberatoria, nel riconoscimento reciproco dell’umanità dell’Altro da sé, non più visto come un acerrimo nemico da annientare, ma come un interlocutore con il quale confrontarsi e cercare di con-vivere.

Senza questo processo di rielaborazione, lottando con i propri demoni, ma anche con le proprie straordinarie potenzialità rigenerative, temo che la ricorrenza della Giornata della Memoria rischi di dissolversi in un oblio pericoloso e pernicioso o in una mera ritualità formale del “Mai più” che lascia il tempo che trova, mentre tutt’attorno imperversa la legge del più forte dal punto di vista muscolare, militare e finanziario.

Un tale coraggio autocritico e confronto aperto, senza infingimenti e senza continue giustificazioni auto-assolutorie, probabilmente costituisce pure uno degli antidoti più significativi e potenti al diffondersi del nuovo antisemitismo:

«Io che pure sono altrettanto preoccupato e allarmato del Rabbino capo di Roma Di Segni che è la principale autorità religiosa dell’ebraismo italiano, come lui, non meno di lui sono allarmato dall’ostilità antiebraica che riesplode in forme di minaccia o addirittura di azioni violente, non posso separare questo allarme dalle cause di questa ondata nuova. Questo è il punto del mio dissenso, detto con brutalità e in estrema sintesi: noi abbiamo il dovere di ricordare Auschwitz e di continuare lo sforzo che non arriverà mai a compimento di capire come sia stato possibile, ma oggi diventa impossibile farlo senza parlare anche di Gaza. Questa convinzione indispettisce una componente maggioritaria dell’ebraismo italiano, stiamo parlando di pochi e da questo punto di vista sono consapevole di trovarmi in una condizione di minoranza e di dissenso. Sono grato al Rabbino capo di Roma che ha cercato questo dialogo con me, perché naturalmente non sono solo, ci sono altre voci per fortuna sia in Italia che in Israele che vogliono incoraggiare un pensiero critico all’interno dell’ebraismo mondiale e dello Stato di Israele. Credo che se il Rabbino ha voluto parlare con il dissidente che altri nella comunità ebraica trattano come un traditore, qualcuno da censurare, dipenda dal fatto che il momento è drammatico per il nostro futuro, rischiamo una catastrofe morale del nostro mondo. Nessuna indulgenza all’antisemitismo, ma come si fa a contrastarlo senza comprendere il moto di comprensione e solidarietà per il popolo palestinese?».

Da un’intervista a Gad Lerner

Fonti

  • Atef Abu Saif, Diario di un genocidio. 60 giorni sotto le bombe a Gaza, Fuoriscena, 2024
  • Atef Abu Saif, Vita appesa, Alessandro Polidoro Editore, 2025
  • Ilan Pappé, La pulizia etnica della Palestina, Fazi Editore, 2008
  • Ilan Pappé, La prigione più grande del mondo storia dei territori occupati, Fazi Editore, 2023
  • Ilan Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, 2024
  • Ilan Pappé, La fine di Israele. Il collasso del sionismo e la pace possibile in Palestina, Fazi Editore, 2025
  • Gilles Kepel, Israele, Gaza e lo sconvolgimento del mondo dopo il 7 ottobre, Feltrinelli, 2024
  • Francesca Albanese, Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina, Rizzoli, 2025
  • Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio (traduzione italiana del rapporto ONU A/HRC/59/23, 30 giugno 2025), PDF, https://cdn77.pressenza.com/wp-content/uploads/2025/07/Rapporto-Francesca-Albanese-def.pdf
  • Arturo Marzano, Storia di Gaza. Terra, politica, conflitti, Il Mulino, 2025
  • Anna Foa, Il suicidio di Israele, Laterza, 2024
  • Gad Lerner, Odio e amore per Israele, Feltrinelli, 2024
  • Riccardo Di Segni & Gad Lerner, Ebrei in guerra. Dialogo tra un rabbino e un dissidente, Feltrinelli, 2025
  • Paola Caridi, Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (Nuova edizione aggiornata), Feltrinelli, 2022
  • Paola Caridi, Elegia per Gaza, Feltrinelli, 2025
  • Tomaso Montanari, Per Gaza, Feltrinelli, 2025
  • Tahar Ben Jelloun, L’anima perduta di Israele. La Nave di Teseo, 2025
  • Majd Al-Assar, Il mio cuore libero. La forza di una madre di Gaza, Garzanti, 2025
  • Rachid Benzine, Il libraio di Gaza, Corbaccio, 2025
  • Susan Abulhawa, Ogni mattina a Jenin, Feltrinelli, 2013


Quale Natale?

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

“Abbiamo attraversato i territori palestinesi occupati. Quattro ore in un territorio che non avevo mai visto. Perché noi siamo di Gaza. Non abbiamo mai visto la nostra stessa terra. Il resto della Palestina ci è sempre stato proibito. Eppure, era là: montagne, vigneti, colline coperte di ulivi. Il mar Morto e, infine, gli stabilimenti balneari. Gli alberghi a cinque stelle, le europee che si abbronzano in bikini mentre a trenta chilometri da lì molti bambini sono sepolti sotto una tenda. È il teatro crudele dell’occupazione: genocidio nel Mediterraneo, cocktail sul mar Morto …”
Nour Elassy, giovane giornalista, scrittrice e poeta della Striscia di Gaza

“Non dimenticatevi di me, Sara Awad, una studente palestinese il cui sogno più grande è finire l’università e diventare giornalista. Non dimenticatevi della gente di Gaza e dei loro due milioni di storie d’amore, di angoscia e di perseveranza. Non dimenticate la mia città, Gaza, un’antica metropoli piena di storia e cultura. Non dimenticate quanto strenuamente abbiamo resistito e ci siamo tenuti stretti alle nostre case e alla nostra terra, anche quando il mondo ci ha abbandonati.”
Sara Awad, scrittrice e studente di letteratura inglese che vive a Gaza

“Gaza è la ‘cosa’ più sconvolgente vissuta dalla mia generazione.
Un paese alleato del nostro (una ‘democrazia’, sostiene la propaganda colonialista occidentale) vi compie uno sterminio (…)
Ingenuo avevo sempre pensato che se il mondo avesse vissuto cosa succedeva ad Auschwitz sarebbe insorto, spazzando via il nazismo. Mi sbagliavo: noi vediamo ripetersi ciò che accadde al Ghetto di Varsavia, e non smettiamo nemmeno di vendere armi agli aguzzini. Vediamo cose indicibili: corpi di bambini straziati, neonati scheletrici morti di fame, vecchi che cadono a terra stecchiti, migliaia di cadaveri lasciati sotto le macerie. E mangiamo e beviamo, e dormiamo, e lavoriamo: come se niente del genere accadesse su una sponda vicinissima del nostro stesso mare. E allora le parole suonano usurate, vuole, inadeguate.
E tuttavia, è alle parole che dobbiamo ricorrere (…)
E allora la parola che contiene che contiene davvero ciò che è compiuto a Gaza è una, e solo una: ‘genocidio’. (…)
Ebbene, sta succedendo ora: sotto i nostri occhi. Vediamo tutto e tutto sappiamo: se non chiameremo genocidio il genocidio, non saremo perdonabili”.
Tomaso Montanari, Per Gaza, Feltrinelli, 2025

“Non c’è più alcun sogno qui – le cose più amate sono svanite,
nessuna voce resta per esprimere i nostri desideri.
Quando abbiamo cercato, tutto ciò che abbiamo trovato erano
minacce e singhiozzi soffocati.
Quale sogno potrebbe mai restare, ora che siamo
dinanzi a questa totale vacuità?
Restiamo alla disperazione con il silenzio, resistiamo
al desiderio con il silenzio, e al silenzio resistiamo con altro silenzio.
Massacri senza fine e un popolo sepolto vivo sotto le macerie del silenzio.
Sopravvivere è divenuto lotta – persino illusione.
Sopravvivere è impossibile, la morte giunge in molte forme.
La scena a Gaza oggi è puro tradimento.
Un popolo assediato, esausto, affamato, braccato anche mentre fugge la morte.
Ogni angolo di questa terra grida e ogni bambino
porta negli occhi una sola domanda:
Perché siamo lasciati soli?”
Rita Baroud, giovane giornalista palestinese che dopo essere stata sfollata 17 volte nella Striscia di Gaza vive ora in esilio “inseguita dai fantasmi del passato”

Natale con i soliti discorsi retorici sulla pace, la montagna di regali più o meno in-utili che finiranno in gran parte in cumuli di rifiuti e nelle discariche, le feste di fine anno con le consuete abbuffate seguite dai programmi di disintossicazione e ripresa del peso forma in palestra e con diete spartane. Poi si spegneranno i luccichii degli addobbi e si riprenderanno le incombenze frenetiche di tutti i giorni, fino al prossimo giro di giostra orchestrato dalla macchina consumistico-mediatica che ci induce a comprare beni e servizi, addomesticandoci a questa routine e obnubilando le nostre coscienze con spot pubblicitari a profusione e miraggi di benessere.

Gaza rappresenta l’epicentro della nostra dis-umanità, emblema della nostra inerzia e incapacità – malgrado tutte le nostre strabilianti scoperte, conquiste e “intelligenze artificiali” – di mettere fine a uno scempio, uno sterminio, un genocidio, che rappresenta e racchiude in sé tutte le nostre inadeguatezze nell’affrontare i conflitti guerreggiati sulla nostra terra che tanta sofferenza cagionano (si pensi al Sudan, all’Ucraina e ai tanti altri conflitti armati in corso). E intanto i fabbricanti di armi si fregano le mani mentre rimpinguano i loro portafogli, mentre il pianeta sprofonda in una crisi ambientale che prefigura la fine del genere umano. Il che, probabilmente, non sarebbe una gran perdita per il globo che abitiamo in modo tanto sconsiderato.

Là dove la cristianità attende la ri-nascita del Bambin Gesù, a Gaza i bambini continuano a morire di freddo o sotto i bombardamenti, che, seppur meno intensi, si verificano costantemente, malgrado la fragile/fasulla tregua tanto declamata. Intanto, il solito Bezalel Smotrich (ministro delle finanze) e Israel Katz (ministro della difesa) si affrettano a far approvare alla Knesset ulteriori nuovi insediamenti in Cisgiordania, onde impedire in tutti i modi ogni possibile idea-zione di uno Stato palestinese. In parallelo, rispunta il megalomanico progetto della “Riviera di lusso” promosso dagli inviati speciali della Casa Bianca Jared Kushner (genero di Trump) e Steve Witkoff (grande amico e socio del tycoon): palazzinari sedicenti ambasciatori di pace, in missione per fare soprattutto affari miliardari nella regione, cercando di coinvolgere e blandire le petromonarchie del Golfo.

Ordunque, non si trattava di uno scherzo di cattivo gusto il “famoso” filmato lanciato settimane fa in rete a mo’ di ‘ballon d’essai’, bensì rappresentava la reale intenzione di erigere una megalopoli tecnologica, pacchiana e distopica sopra la terra intrisa di sangue di decine di migliaia di gazawi.

Nel frattempo, gli aiuti umanitari pronti per soccorrere una popolazione ormai oltre lo stremo, giungono con il contagocce, per i blocchi e le innumerevoli difficoltà orchestrati dal governo israeliano, che continua ad erigere barriere e divieti all’accesso di merci, beni, macchinari indispensabili per la sopravvivenza a Gaza. Ora si cerca in pratica di impedire l’operatività delle encomiabili ONG ancora miracolosamente e stoicamente operative nella Striscia, come “Medici Senza Frontiere”.

In tutto questo, i governi del cosiddetto Occidente libero e democratico rimangono silenti ed assenti, facendo finta di niente, per non urtare la fantomatica realizzazione del piano di “pace” targato Trump e per non incorrere nella consueta accusa di antisemitismo, brandita ad ogni piè sospinto dai governanti israeliani per garantirsi la totale immunità da ogni politica repressiva e azione genocidaria

Buon natale e buone feste a chi riesce a festeggiarli.

Voglio chiudere, però, con un messaggio di speranza o un’utopia, che per quanto lontana, possa prefigurare un disegno progettuale volto a sostenere che un altro mondo potrebbe essere possibile.

«In cuor mio, credo davvero che ebrei israeliani e palestinesi potrebbero vivere insieme in piena uguaglianza, con un genuino processo di riconciliazione e un pieno ritorno dei rifugiati, e che una tale giustizia storica scatenerebbe qualcosa di miracoloso per le persone in tutto il mondo. Riuscirò a vederlo realizzato? Non ne ho idea. Ma il sogno è questo.»

Questa citazione è tratta dal libro ‘Essere ebrei dopo la distruzione di Gaza’, edito da Baldini & Castoldi 2025, e scritto da Peter Beinart, il quale vi sostiene una profonda ridefinizione dell’identità ebraica in risposta alle politiche israeliane nella Striscia di Gaza. Nonostante le distruzioni e le colpe del passato, egli crede in una futura coesistenza giusta e condivisa fra i due popoli di Palestina, ispirata alla tradizione ebraica dell’Anno giubilare — un tempo di liberazione, restituzione e rinnovamento.

Nell’immagine: vignetta di Emad Hajjaj da The new Arab, 22 dicembre 2025


Educazione e giornalismo: pilastri della democrazia

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

L’educazione come bene comune

In tempi di smarrimento collettivo e di crescente polarizzazione, tornare a parlare di educazione e giornalismo può sembrare un esercizio nostalgico, superfluo o accessorio. Eppure, mai come oggi, questi due ambiti rappresentano la spina dorsale di ogni democrazia che voglia restare viva o non sprofondare in derive oscurantiste.

Educazione e Giornalismo sono i pilastri della convivenza civile e della cittadinanza attiva: strumenti che permettono a una società e una cultura di conoscersi, interrogarsi e rigenerarsi.

Proteggere la scuola pubblica oggi significa difendere la possibilità di formare cittadini liberi, capaci di pensiero autonomo e di responsabilità personale e collettiva. Essa “assicura che ogni voce sia presente: è espressione di unità, di coesione, di uguaglianza civica” (Piero Calamandrei 1950)

L’educazione – intesa non come semplice trasmissione di nozioni, ma come costruzione condivisa di senso – è la condizione di base per una società inclusiva e matura nella sua consapevolezza socio-politico-culturale, così da garantirne un’autentica matrice democratica. “La democrazia deve rinascere in ogni generazione, e l’educazione è la sua levatrice.” (John Dewey, 1916)

Eppure, proprio questo bene prezioso è minacciato da una doppia deriva: economica e ideologica.

Da un lato, la tendenza alla privatizzazione dell’istruzione. Negli Stati Uniti, la tendenza verso la ‘School Choice’ ha orchestrato un sistematico dirottamento delle risorse pubbliche verso il settore privato. L’espansione dei ‘voucher’ consente di fatto alle famiglie di utilizzare fondi statali – originariamente destinati ai distretti pubblici – per pagare le rette di scuole private, comprese quelle confessionali. Parallelamente, le ‘Charter Schools’, pur finanziate pubblicamente, operano con autonomia privata e contribuiscono a drenare fondi dai comprensori locali. Il risultato è un’accentuata frattura sociale: le circoscrizioni pubbliche nelle aree meno abbienti si ritrovano cronicamente sotto-finanziate e sovraccariche di oneri, mentre le scuole d’élite ricevono sussidi statali indiretti. La formazione di qualità, in questo scenario, cessa di essere percepita come un diritto universale per trasformarsi in un privilegio negoziabile, strettamente correlato allo status socioeconomico e alla capacità di scelta della famiglia.

Dall’altro lato, si moltiplicano i segnali di ingerenza politica nei contenuti formativi. In molti Stati americani, sotto la spinta conservatrice, libri che affrontano temi come il razzismo sistemico, la rappresentazione della brutalità storica e psicologica sulla comunità nera compresa la violenza esercitata dalla polizia, i diritti LGBTQ+ e la critica al controllo statale sul corpo femminile e alla teocrazia, vengono rimossi da biblioteche e programmi scolastici. Tra gli autori colpiti: le scrittrici afroamericane Toni Morrison (vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1993) e Angie Thomas, nonché la scrittrice, poetessa e attivista canadese Margaret Atwood. Il fenomeno della messa al bando e della restrizione dei libri (book banning) nelle biblioteche scolastiche e pubbliche, insieme alla loro rimozione dai programmi di studio, si diffonde sempre più, comportando un preoccupante restringimento dell’orizzonte espressivo e del confronto dialettico d’idee. Simile iniziativa è spesso guidata da gruppi di genitori e organizzazioni conservatrici che accusano i testi di essere inappropriati, divisivi o di promuovere ideologie non gradite o posizioni non allenate ai “valori tradizionali”.

“Nel nostro libro del 2024 [Shapiro, S. A., & Tomain, J. P. (2024). How Government Built America. Cambridge University Press], analizziamo la storia dell’istruzione pubblica, che non solo ha creato una forza lavoro istruita, ma ha anche diffuso valori fondamentali come libertà, uguaglianza, giustizia e difesa del bene comune. (…) Da quando è alla Casa Bianca, Trump vuole aumentare i finanziamenti alle scuole private e stabilire cosa si deve e si può insegnare in quelle pubbliche” (Sidney Shapiro e Joseph P. Tomain, Un bene comune prezioso, in “Internazionale” 1631, 12.09.2025).

Nemmeno le università sono esenti da trattamenti censori e intimidatori, anzi!, alla faccia della tanto decantata autonomia e libertà accademica,

Mentre negli USA si consolida la tendenza verso la privatizzazione della scuola pubblica e la censura di testi considerati “scomodi”, l’Europa appare meno esposta a tali derive, ma non immune da dinamiche preoccupanti. In diversi Paesi europei, infatti, la riduzione dei finanziamenti al welfare state sta avendo un impatto diretto sull’istruzione pubblica. In Italia, come in altri Stati membri, la spesa per la scuola rimane stabilmente al di sotto della media UE, sia in rapporto al PIL, sia alla spesa pubblica complessiva. Questo squilibrio strutturale è oggi aggravato dalle pressioni per aumentare la spesa militare, in linea con gli obiettivi della NATO e con i nuovi programmi di difesa comune. La riallocazione di risorse verso tale comparto rischia di aggravare i tagli ai settori sociali, favorendo indirettamente la crescita dell’istruzione privata e riducendo la capacità dello Stato di garantire pari opportunità formative.

Anche la Svizzera, pur non appartenendo all’Unione Europea, si trova di fronte a dinamiche simili: la spinta a rafforzare la cooperazione militare con i Paesi europei e l’acquisto di nuovi sistemi d’arma hanno riacceso il dibattito sull’equilibrio tra sicurezza e investimenti sociali. Sebbene il sistema educativo elvetico resti tra i più solidi d’Europa, l’aumento delle spese militari rischia di incidere nel medio periodo sulla capacità dello Stato di mantenere gli attuali livelli di finanziamento all’istruzione pubblica, alla formazione professionale e a quella universitaria.

Difendere la scuola e l’istruzione pubblica, dunque, non è una causa di categoria, ma una questione di cittadinanza: significa garantire pari accesso al sapere, alle conoscenze e competenze necessarie per orientarsi e trovare una collocazione soddisfacente nel mondo, evitando “ghetti socioculturali”, vale a dire spazi educativi/formativi separati per reddito, provenienza e capitale simbolico (il prestigio, il riconoscimento, la reputazione e l’apprezzamento di cui gode un individuo o un gruppo; cfr. Pierre Bourdieu). Vuol dire altresì costruire comunità partecipative e contrastare l’analfabetismo civico che alimenta le derive autoritarie e il disinvestimento nella partecipazione alle tornate elettorali e alle decisioni politico-istituzionali inerenti alla cosa pubblica.

Il giornalismo come presidio di analisi critica e libertà di pensiero

Accanto all’educazione, un altro pilastro portante della democrazia è il Giornalismo, non quello gridato o spettacolarizzato, ma quello d’inchiesta e di approfondimento – libero, pluralistico, indipendente –, capace di scavare nei meandri del potere politico ed economico, verificare le notizie e le versioni ufficiali, dar voce a chi non ne ha, vale a dire alle componenti più fragili della compagine sociale, il tutto conferendo spessore e credibilità all’informazione.

Oggi, però, il giornalismo indipendente vive una crisi di sopravvivenza. La precarietà economico-finanziaria del settore, la costante pressione politico-partitica, la competizione con le piattaforme digitali ne mettono a dura prova l’esistenza. 

Il recente attentato perpetrato il 16 ottobre scorso sotto casa di Sigfrido Ranucci, conduttore della nota trasmissione Report in onda la domenica sera su Rai3, dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che neppure le democrazie consolidate sono immuni da atti d’intimidazione eclatanti, campagne di delegittimazione e tentativi di censura rivolti a chi esercita la professione giornalistica. Del resto, la lunga scia di sangue ne attesta la pericolosità e il coraggio, fino al sacrificio della vita, di tanti corrispondenti, cronisti, editorialisti che hanno scandagliato nei recessi più bui del rapporto tra mafia, politica, poteri occulti, servizi segreti deviati …, 

Solo per citare i nomi più noti e i casi più conosciuti:

in Italia

  • Cosimo Cristina (1960) – Termini Imerese. Inchieste sui legami tra vecchia mafia e traffico di droga. (decesso inizialmente archiviata come suicidio)
  • Mauro De Mauro (1970) – Palermo. Scomparso mentre indagava sulla morte di Enrico Mattei e sui rapporti tra mafia, politica e servizi segreti.
  • Giovanni Spampinato (1972) – Ragusa. Indagini sui legami politico-mafiosi in Sicilia.
  • Mino Pecorelli (1979) – Roma. Fondatore di OP – Osservatore Politico. Ucciso mentre indagava su scandali politici, P2, servizi segreti e il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro.
  • Mario Francese (1979) – Palermo. Cronista di giudiziaria che per primo descrisse i componenti della Cupola mafiosa e il ruolo di Totò Riina.
  • Pippo Fava (1984) – Catania. Fondatore de’ I Siciliani. Ucciso per le sue inchieste sui rapporti tra mafia, imprenditoria e politica a Catania.
  • Giancarlo Siani (1985) – Napoli. Cronista de’ Il Mattino. Ucciso dalla Camorra per le sue inchieste sugli appalti, l’abusivismo edilizio post-terremoto e i legami con la politica.
  • Mauro Rostagno (1988) – Valderice (Trapani). Ucciso dalla mafia per le sue denunce in TV sul malaffare, i traffici di armi e droga nel trapanese, con intrecci tra mafia e ambienti dei servizi deviati.
  • Beppe Alfano (1993) – Barcellona Pozzo di Gotto (Messina). Collaboratore de’ La Sicilia. Ucciso per le sue indagini su mafia, politica locale e la presenza di cellule eversive.

Giornalisti uccisi in missione all’estero

  • Graziella De Palo e Italo Toni (1980) – Beirut, Libano. Inviati per documentare il traffico di armi e scomparsi nel nulla (il loro caso è stato coperto dal segreto di Stato).
  • Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (1994) – Mogadiscio, Somalia. Uccisi mentre indagavano su un traffico internazionale di armi, rifiuti tossici e scorie radioattive che coinvolgeva enti italiani e somali. I mandanti non sono mai stati accertati.

Esempi di rilievo internazionale

  • Anna Stepanovna Politkovskaja (2006) – Mosca, Russia. Assassinata sulla porta di casa a causa delle sue inchieste critiche sulla Cecenia, sui diritti umani e sul governo di Vladimir Putin. (Il mandante non è stato individuato).
  • Daphne Caruana Galizia (2017) – Malta. Giornalista e blogger uccisa da un’autobomba per le sue inchieste sulla corruzione, il riciclaggio di denaro e i legami tra politici e criminalità organizzata a Malta, in relazione ai Panama Papers.
  • Jamal Khashoggi (2018) – Istanbul, Turchia. Giornalista saudita e editorialista del Washington Post, critico nei confronti della monarchia saudita. Ucciso e smembrato all’interno del consolato saudita.
  • Ján Kuciak (2018) – Velká Mača, Slovacchia. Ucciso insieme alla fidanzata Martina Kušnírová, per le sue inchieste su frodi fiscali e corruzione che coinvolgevano alti livelli di imprenditoria e politica slovacca con possibili legami con la ‘Ndrangheta.

Questi sono solo alcuni dei nomi che hanno pagato con la vita la ricerca della verità in contesti di collusione tra potere politico, economico, istituzionale e criminalità organizzata. Molti altri sono stati minacciati, aggrediti o vivono sotto scorta.

Non vanno poi dimenticati i numerosi corrispondenti di guerra, come i giornalisti locali della Striscia di Gaza (dato che a quelli internazionali, provenienti da fuori, è stato tassativamente impedito di documentare quanto accadeva, di atroce, in quel martoriato territori), che sono stati un “target” preso consapevolmente e specificamente di mira e da eliminare, durante il genocidio [vedi nota in calce] pianificato dal governo israeliano e realizzato dall’esercito di Tel Aviv, seguito all’orrendo massacro del 7 ottobre 2023 ad opera di Hamas.

Il numero di professionisti dei media uccisi è drammatico e in continuo aggiornamento: fonti autorevoli come il Comitato per la Protezione dei Giornalisti (CPJ) e la Federazione Internazionale dei Giornalisti (IFJ) stimano che il totale dei giornalisti e operatori dei media uccisi nel novero della guerra scatenata nella Striscia di Gaza superi i 240, con la stragrande maggioranza delle vittime (oltre il 90%) costituita da palestinesi operanti in quel contesto. Le principali organizzazioni di difesa della stampa non esitano a definire tale “conflitto” come “il più mortale per i giornalisti mai registrato”. Il CPJ ha indicato nello specifico che il tasso di mortalità nelle prime settimane ha superato quello di qualsiasi altro conflitto monitorato dal 1992, e ha sottolineato come la guerra rappresenti “lo sforzo più letale e deliberato per uccidere e mettere a tacere i giornalisti” mai documentato. Reporter, fotografi, cameraman, freelance, blogger e filmmaker locali, operanti in condizioni di estremo pericolo e con accesso bloccato alla stampa internazionale, sono stati gli unici “occhi e orecchie del mondo” per testimoniare l’impatto del genocidio perpetrato nella Striscia.

“Ogni volta che un giornalista viene ridotto al silenzio, una parte della coscienza pubblica tace con lui.” (Mauro De Mauro)

Intanto, l’uso politico dei media da parte di leader mondiali come Donald Trump continua a erodere la fiducia nell’informazione. Lo stesso presidente, che ha definito i giornalisti “nemici del popolo”, sfrutta i social e i contenuti generati da intelligenze artificiali per manipolare l’immaginario pubblico e gettare discredito su qualsiasi forma di dissenso od opposizione. Un recente deepfake lo ritrae in atteggiamenti diffamatori e spregiativi: travestito da monarca e ai comandi di un aereo getta escrementi sui manifestanti che nei giorni precedenti, a milioni, sono scesi nelle piazze di diverse città statunitensi per denunciare la deriva illiberale delle politiche adottate dell’amministrazione guidata dal tycoon. Un esempio paradossale ma rivelatore di una modalità di esercitare il potere dove la prepotenza, la tracotanza e il disprezzo per qualsiasi voce critica si fondono in una propaganda volgare e aggressiva.

La prima puntata di Report, dopo l’attentato citato, andata in onda il 26.10.2025 su Rai3, ha messo in evidenza il tentativo di colonizzazione ideologica da parte del populismo nazionalista statunitense per intaccare la stabilità democratica in Europa. Questo preoccupante intento non è casuale, ma è orchestrato attraverso una complessa rete di think tank e ingenti finanziamenti destinati a sostenere forze politiche di destra e di estrema destra nel Vecchio Continente. Al centro di questa strategia c’è la potentissima The Heritage Foundation con sede a Washington D.C. e il suo Project 2025: un programma politico che, sebbene formalmente incentrato sulla transizione di un’eventuale amministrazione presidenziale conservatrice USA, è diventato il manifesto di un più ampio disegno politico illiberale, conservatore e retrogrado a livello globale, vale a dire un progetto ideologico transnazionale. Il Project 2025, infatti, non è solo una lista di ordini esecutivi, ma una vera e propria visione del mondo basata sul nazionalismo, sul tradizionalismo cristiano e sulla volontà di smantellare le agenzie federali USA per accentrare il potere nelle mani dell’Esecutivo. L’eco di questa visione si estende in Europa tramite finanziamenti, lobbying e la creazione di alleanze con i partiti sovranisti: l’obiettivo ultimo è la decomposizione dell’Unione Europea a favore di una “Comunità europea delle Nazioni” basata su stati nazionali individuali e non su principi federali. Tali misure includono l’attacco alle politiche di inclusione (DEI), la promozione di politiche anti-immigrazione e l’opposizione alle tutele LGBTQ+ e alla lotta al cambiamento climatico, temi che alimentano l’agenda dei movimenti ultraconservatori europei. 

Sono riscontrabili alleanze strategiche e/o affinità ideologiche tra questa rete d’influenza (comprendente la Heritage Foundation da cui è scaturito il Project 2025) e diverse formazioni politiche e leader di destra e di estrema destra in Europa, come: Viktor Orbán e il suo governo in Ungheria; in Italia, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni con i think tank associati ‘Fondazione Machiavelli’ e ‘Nazione Futura’, nonché Matteo Salvini della Lega che ha avuto stretti legami con Steve Bannon, ex capo stratega di Trump e figura chiave nel promuovere un’internazionale votata a un populismo nazionalista di stampo sovranista; in Germania, l’ Alternative für Deutschland (AfD) guidata da Alice Weidel e Tino Chrupalla; in Francia il Rassemblement National (RN) di Marine Le Pen; nei Paesi Bassi, il Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders; in Estonia, il Partito Popolare Conservatore Estone (EKRE) di Martin Helme. 

Questa pressione finanziaria e ideologica esterna rischia di minare i principi liberal-democratici europei, spingendo le democrazie occidentali verso un modello di democratura in cui il potere esecutivo domina sui corpi/contrappesi legislativi e giudiziari, in uno scontro frontale con i pilastri costituzionali.

In simile scenario, il giornalismo d’inchiesta e di approfondimento, autorevole, documentato e verificato, resta l’ultimo baluardo contro il disordine informativo minacciato da raffiche di fake news e l’ipertrofia della propaganda demagogica e antidemocratica.

Ma servono investimenti, tutele e una rinnovata coscienza collettiva del valore della ricerca ostinata della verità. Il giornalismo, come la scuola e l’istruzione, è un servizio pubblico: la sua indipendenza non è un lusso, ma una necessità democratica. Quando ci troveremo ad esprimerci in merito alla votazione sull’iniziativa popolare federale denominata “200 franchi bastano! (Iniziativa SSR)”, che mira a ridurre il canone radiotelevisivo in Svizzera dagli attuali 335 franchi a 200 franchi, dovremmo ricordarcene.

La difesa della democrazia

L’Educazione autorevole e il Giornalismo di qualità sono due vie per coltivare la libertà di pensiero e l’autonomia di giudizio. Entrambi orientati a formare cittadini piuttosto che sudditi, nel solco della nostra tradizione democratica e umanistica più nobile, volta ad affrancarci da poteri autoritari e dogmatici, diretti teologicamente o/e politicamente (cfr. Kant). Insegnano a distinguere tra conoscenza e manipolazione, tra confronto aperto e chiusura in bozzoli autoreferenziali, tra proficue ibridazioni culturali e anelito ossessivo di (pseudo)purezze identitarie assolute. Eppure, ambedue vengono spesso trattati come costi da contenere, non come investimenti preziosi da proteggere.

La democrazia non si difende con muri o armi, ma con idee progettuali solide, con la capacità di leggere criticamente il mondo, di coglierne e interpretarne la complessità, di discuterlo animatamente ma civilmente.

Una scuola pubblica viva e un giornalismo indipendente costituiscono la più alta forma di sicurezza collettiva: preservano il pensiero critico e la possibilità del dissenso dialettico. 

In un’epoca contrassegnata dall’affermazione della legge del più forte e dalla cacofonia della “chiacchiera” di heideggeriana memoria – una dispersione del linguaggio amplificata dai vettori comunicativi elettronici, priva di spessore riflessivo e competenziale – richiamare al valore inestimabile dell’educazione/istruzione e del giornalismo professionale non è un semplice appello, ma una vera e propria forma di resistenza civile.

Difendere questi due pilastri come servizi di utilità pubblica in favore della cittadinanza attiva, battendosi per salvaguardarne l’integrità, l’indipendenza e la sostenibilità (anche finanziaria), rappresenta una delle azioni più radicali e necessarie per contrastare la deriva populista-sovranista e ricostruire il fondamento di una società informata e consapevole.

“Una democrazia non muore all’improvviso: comincia a spegnersi quando smette di educare e di raccontare.” (Corrado Augias)


Nota
La ‘Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e Israele’ diretta da Navi Pillay (giurista sudafricana, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e giudice della Corte Penale Internazionale-CPI), ha reso pubblico il suo rapporto frutto di due anni di lavoro a metà settembre 2025, giungendo alla conclusione che lo Stato di Israele è responsabile di non aver impedito il genocidio, di aver commesso genocidio e di non aver punito il genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza. La Commissione ha affermato di aver trovato “prove pienamente conclusive” sull’esistenza dell’intenzione genocida. Per correttezza, è opportuno precisare che le conclusioni delle Commissioni d’inchiesta dell’ONU sono analisi legali e politiche significative, ma non equivalgono a una sentenza emessa da un tribunale internazionale penale come la Corte Penale Internazionale (CPI) o la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), sebbene queste indagini possano informare il lavoro di tali organi giurisdizionali.

Nell’immagine: Sigfrido Ranucci ad una manifestazione in sostegno dei giornalisti/e RAI


Memoria, giustizia e l’ombra dell’oblio su Gaza

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

La tentazione dell’oblio: ricostruzione senza giustizia

L’impressione che si ricava da quanto sta avvenendo dopo la fragile tregua in corso è che i principali attori sulla scena geopolitica mondiale, in particolare i governi occidentali, siano proiettati alla ‘ricostruzione’ di Gaza, cercando di lasciarsi alle spalle quanto accaduto in questi due anni. È come se ci fosse una volontà di cancellare, con un rapido colpo di spugna, tutti gli orrori ai quali abbiamo assistito e dei quali siamo stati testimoni giorno per giorno, e che hanno originato il genocidio ordito dal governo d’Israele e perpetrato dal suo esercito. Della serie: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdámmoce ‘o ppassato”, sulla scorta della celebre canzone partenopea del 1944 ‘Simmo ‘e Napule, paisà!’.

Nella fattispecie, però, come del resto in tanti altri contesti storici, senza giustizia e senza fare i conti con il passato, Hamas – con un altro nome o in altre vesti – riemergerà dalle ceneri del nostro fallimento, per diventare un incubo infernale per generazioni future e un fantasma angosciante per le nostre coscienze… almeno per coloro che si accorgeranno di averne una.

Ancora una volta abbiamo avuto la drammatica esperienza che la Storia non procede linearmente secondo una scala ascendente verso un grado di progresso vieppiù raffinato ed elevato (come sostenuto e anelato dal positivismo), bensì si muove secondo linee e logiche sinuose, nell’alternanza tra avanzamenti e regressioni, evoluzione e involuzione. Il popolo ebraico, dopo aver subito la terrificante pagina dell’Olocausto e aver trovato un posto dove edificare un proprio Stato, in poco tempo è stato testimone di una compagine governativa che si è resa artefice di un genocidio. A dimostrazione che non possiamo sentirci esenti dal ricadere nelle tenebre o nel baratro della negazione dell’umanità, sempre in agguato, nonché nel riconoscere che la libertà e la democrazia non sono delle mete acquisite, ma dei traguardi da conseguire sempre di nuovo.

“Viviamo un’epoca in cui la sproporzione tra le tragedie che colpiscono interi popoli e le nostre parole è ormai tale che solo ad aprir bocca sembra di mentire. Che vale intendere, interpretare, ricercare cause e nessi storici di fronte a donne e bambini trattati come eserciti nemici in fuga [da annientare]? Neppure si prova vergogna a discettare sul nome più adatto per definire la ‘cosa’ – chiamarla genocidio o ricostruzione immobiliare delle spiagge di Gaza non ne sposta di uno iota l’orrore. Io temo che essa, proprio nella sua violenza, dica del vuoto che sta tutti inghiottendo, che questo sia il suo vero nome. (…) Gaza può oggi accadere perché il mondo sta precipitando in tale vuoto.” (Massimo Cacciari, “La Stampa”, 29.09.2025)

L’oblio sta investendo anche imprese altamente significative e nobili come quella compiuta dalla Global Sumud Flotilla. Esprimo qui tutta la mia riconoscenza e ammirazione per aver dato corpo, voce e testimonianza concreta di solidarietà a un popolo martirizzato, al di là di tante chiacchiere giustificatrici e assolutorie di classi politiche e compagini governative asfittiche e imbelli di un Occidente e di un mondo decadente e vacuo.

La Flotilla non ha portato solamente degli aiuti umanitari (cibo, apparecchiature sanitarie, medicamenti, beni di prima necessità), ma ha portato altresì il propellente più corroborante per la popolazione stremata che da due anni soffre le pene dell’inferno (dimenticata da governi cosiddetti democratici), vale a dire la solidarietà, la vicinanza, il desiderio dell’incontro diretto e corporeo (non solo virtuale o mediatico), guardandosi negli occhi, dandosi la mano e magari anche abbracciandosi. Quanti i messaggi inviati dalla Striscia dai gazawi! Essi sono stati rinvigoriti e rincuorati dal fatto di sapere che qualcuno si era messo in rotta verso di loro e non li avesse dimenticati, per incontrarli e per riconoscerli come vittime sacrificali di un mondo alla rovescia, dove gli attivisti nonviolenti venivano tacciati da terroristi, dai veri terroristi di Stati braccati dalle istanze giuridiche internazionali e già condannati dalla storia. Uno per tutti, emanato da Gaza dalla scrittrice palestinese Eman Abu Zayed: “Al popolo italiano, e a tutti quelli che si mobilitano per Gaza, voglio dire: vi vediamo, vi sentiamo, riempite i nostri cuori di gioia”.

Ma queste speranze di una svolta umana, prima ancora che umanitaria, sono state ben presto infrante dalla tracotanza e dalla pervicace e cieca brama di vendetta e annientamento del nemico – completamente disumanizzato per giustificarne l’annichilimento attraverso la fame/sete, i bombardamenti devastanti, la distruzione di case, ospedali, scuole, luoghi di culto… – da parte di un governo di sadici che, in forza dell’immunità di cui gode, continua a perpetrare azioni volte a fomentare la guerra.

I gazawi, che da due anni vivono giorno dopo giorno nel terrore e sotto la costante minaccia di morte che piove dal cielo o da qualsiasi fonte militare di terra in un territorio ristrettissimo trasformato in un paesaggio lunare da macerie infinite, devono ora affrontare la rigidità dell’inverno e le piogge battenti che rendono l’esistenza, nelle misere tende dove in gran parte sono ammassati, invivib

La sceneggiata della ‘pace eterna’: interessi e affari

Abbiamo tirato un sospiro di sollievo quando sembrava giunto il momento di un cessate il fuoco, ma il tanto declamato “accordo di pace” tessuto dall’amministrazione Trump in 20 punti, ha dimostrato ben presto la sua fragilità, in assenza del coinvolgimento e di un intervento diretto di organismi interazionali riconosciuti, in primis l’ONU, delegittimato in ogni modo da chi sta alla Casa Bianca e dagli esponenti apicali del governo israeliano.

Faceva specie vedere a Sharm el Sheikh, il 13 ottobre 2025, la scenografia – sarebbe meglio chiamarla sceneggiata – della sottoscrizione del cosiddetto “Accordo di pace per Gaza” (preludio della trumpiana ‘pace eterna’ per il Medio Oriente che aveva preannunciato qualche settimana prima, forse sottintendendo o prefigurando con tale locuzione la morte perpetua – il sotterramento, sotto il cumulo di macerie della Striscia – di qualsiasi speranza di uno Stato palestinese). In prima fila spiccava il regista ipernarcisista mitomane affiancato da tre comprimari, messi lì in bella vista come statuine tanto per dare una parvenza di multilateralismo (sullo sfondo una ventina di capi di Stato e di governo, sfuocati in tutti i sensi e silenti).

Inquietanti i personaggi schierati:

  • L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani: il Qatar è un emirato – formalmente una monarchia costituzionale, ma di fatto una monarchia assoluta – dove l’emiro detiene il potere esecutivo e legislativo finale. I partiti politici sono vietati e i cittadini godono di diritti politici e civili limitati.
  • Il presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdoğan: la cui presidenza è segnata da una crescente deriva autoritaria, dalla repressione delle proteste di Gezi Park nel 2013, e dall’utilizzo del sistema giudiziario per neutralizzare i rivali politici (come dimostra l’incarcerazione del popolare sindaco di Istanbul, Ekrem İmamoğlu).
  • Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi: la sua presidenza è iniziata con il colpo di stato militare del 2013 da lui orchestrato, seguito da un’ondata di violente repressioni, migliaia di arresti e la sistematica violazione dei diritti umani. Ne è una testimonianza l’episodio del sequestro e della morte sotto tortura del ricercatore italiano Giulio Regeni nel 2016.

Spiccava l’assenza di qualsiasi delegazione o rappresentante palestinese, né vi era alcun esponente del governo israeliano, dopo il veto di Erdoğan sulla presenza di Netanyahu e dopo il siparietto alla Knesset del giorno prima, con la celebrazione osannante del tycoon, “il migliore amico che Israele abbia mai avuto” secondo il primo ministro israeliano. In tale occasione si era in pratica sancita la garanzia di un appoggio incondizionato di Washington agli interessi di Tel Aviv. A sua volta Trump, con la solita retorica millantatrice e iperbolica, dopo aver tessuto le lodi di Netanyahu (definito “un uomo dal coraggio e dal patriottismo eccezionali, che ha fatto tanto per rendere possibile questo giorno importante, uno dei più grandi presidenti (sic!) in tempo di guerra”), ha persino chiesto in quell’occasione, paternalisticamente, al vero presidente d’Israele, Isaac Herzog, di concedergli la grazia per le pendenze giudiziarie a suo carico per corruzione e abuso di potere.

“In effetti i regali che il primo ministro israeliano e sua moglie sono accusati di aver accettato, per un valore complessivo di $260.000, sono un peccato veniale in confronto a quelli che Trump e i suoi hanno ricevuto dai monarchi arabi del Golfo e da altri miliardari” (Gilbert Achcar, professore emerito presso la School of Oriental and Africans Studies: università di Londra, in “Le Monde Diplomatique”, novembre 2025).

Del resto, come sorprendersene: abbiamo ormai capito che la politica internazionale di Trump è improntata essenzialmente a una logica predatoria-affaristica – innanzitutto per sé e il suo clan familiare e poi per affermare il predominio statunitense sul mondo secondo lo slogan “Make America Great Again” (MAGA).

Il ‘piano di pace’ “più abborracciato nella storia” prevede in pratica che Gaza sia posta sotto tutela di un ‘consiglio di pace’ diretto dallo stesso Trump, il quale supervisionerà l’attuazione di un “piano Trump per lo sviluppo economico” teso a “ricostruire e rilanciare” la Striscia di Gaza, con la creazione a tale scopo di una “zona economica speciale”, vale a dire, in sostanza, “una riproduzione dei mandati coloniali istituiti nel periodo tra le due guerre mondiali” (G. Achcar, cit.).

Indicativo il successivo ricevimento in pompa magna alla Casa Bianca, a metà novembre, del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman, ritenuto il mandante dell’uccisione di Jamal Khashoggi, giornalista saudita critico del regime. Trump, con Bin Salman seduto al suo fianco nello Studio Ovale, ha ufficialmente minimizzato l’atroce morte e lo smembramento di Khashoggi, perpetrati nel 2018 presso il consolato saudita di Istanbul con il coinvolgimento diretto di membri della scorta d’élite del principe. Si conoscono le mire imprenditoriali-immobiliari della famiglia e dell’entourage del presidente americano in Medio Oriente e in Arabia Saudita, con i due principali procacciatori di interessi – il genero e consigliere strategico Jared Kushner e l’amico di lunga data e inviato speciale Steve Witkoff. L’abominevole progetto di Riviera a cinque stelle di Gaza scaturisce proprio da questo background di colonialismo affaristico-finanziario.

Anche il discutibile ‘piano di pace’ in 28 punti per l’Ucraina, elaborato da settimane con negoziati segreti fra Russia e USA, tralasciando qualsiasi altro partner compresa l’UE – tagliata completamente fuori e nemmeno informata –, sembra essere dettato più  da interessi economico-strategici che da una vera intenzione di pervenire a una pacificazione improntata al diritto internazionale. Secondo Bill Emmott (giornalista ed ex direttore di “The Economist”): esso “propone una vergognosa capitolazione ai piedi dei russi, criminali di guerra e feroci invasori”, rispecchiando in buona parte le richieste avanzate da Putin nell’incontro ufficiale avuto con Trump in Alaska il 15 agosto scorso, con la calorosa stretta di mano fra i due immortalate dalle emittenti televisive di tutto il mondo. Emmott annota: “Trump si è dimostrato incapace di tenere testa all’aggressione e al bullismo della Russia. Altrimenti, lo si potrebbe interpretare anche come un modo per Trump di voler in verità fare causa comune con la Russia, per arricchire sé stesso, la sua famiglia e i suoi amici e, forse, unirsi a quel bullismo. Parte di questa seconda interpretazione, purtroppo, sembra plausibilmente vera.” (“La Stampa”, 22.11.2025).

La resistenza e l’oblio mediatico

Intanto a Gaza si continua a morire: i bombardamenti dell’esercito israeliano sono ripresi e vi sono giornalmente decine di vittime civili, mentre in Cisgiordania proseguono senza sosta gli assalti dei coloni fuori di ogni controllo, contro donne, uomini, bambini, case, coltivazioni e bestiame, accecati dall’odio e dall’invasamento messianico teso alla soppressione di qualsiasi presenza palestinese in vista di giungere alla “purezza” etnico-religiosa ebraica della Samaria. (È purtroppo ancora di grande attualità il documentario del collettivo israelo-palestinese intitolato “No Other Land” – vincitore di due premi importanti al 74º Festival Internazionale del Cinema di Berlino nel 2024).

La voce della resistenza: “Israele non vuole la pace, vuole l’annessione totale [della Cisgiordania], l’hanno votata in parlamento quindi neanche lo nascondono. E il mondo guarda in silenzio (…) Per fermare il genocidio e le uccisioni quotidiane ci deve essere un’azione concreta per porre fine all’occupazione, non bastano accordi temporanei o tregue che Israele viola ogni volta” (Sami Houraini, fondatore nel 2017 del Youth of Sumud: movimento di giovani attivisti impegnato nella resistenza non violenta contro l’occupazione israeliana e le aggressioni dei coloni in Cisgiordania).

Ma l’attenzione mediatica si sta ormai affievolendo e spostando su altri focus informativi. L’Europa e la Svizzera sono silenti e assenti: a fronte di 19 pacchetti di sanzioni contro la Russia, non ve n’è alcuno nei confronti di Israele, che nella sua impunità dirige a suo piacimento il miserrimo ‘accordo di pace’, decidendo se chiudere o meno i valichi per l’afflusso degli aiuti umanitari nella Striscia, dove i giornalisti internazionali sono ancora banditi, mentre l’IDF controlla ancora militarmente oltre il 50% di Gaza.

Chi pensa più alla giustizia, al diritto internazionale, a una pace giusta con il riconoscimento di uno Stato palestinese… a dare voce/memoria a chi è morto innocentemente, da una parte e dall’altra, a recuperare i tanti cadaveri ancora sotto le macerie, a curare gli innumerevoli mutilati, paralizzati, orfani, traumatizzati per tutta la vita?

È ormai l’ora degli affari, dei profitti e dei lauti guadagni da arraffare, degli accordi miliardari da stipulare… la pace (quella vera), la giustizia, il diritto e le organizzazioni internazionali, le sentenze della Corte Penale Internazionale e della Corte Internazionale di Giustizia, le risoluzioni dell’ONU possono attendere, anzi, gettiamoci una pietra tombale sopra.

Nell’immagine: Norberto Bobbio


Dove andiamo? Che facciamo?

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

Il 7 agosto scorso, al Film festival di Locarno, prima della proiezione serale in Piazza Grande, il pubblico si è alzato in piedi, esponendo delle cartoline con una garza bianca intrisa di colore rosso, simboleggiante il sangue versato dal popolo palestinese, distribuite dagli organizzatori del gesto collettivo e spontaneo. Circa due minuti di silenzio, terminati con un grande applauso, mentre qualcuno gridava «stop it», «basta». In merito alla pacata, breve, silente manifestazione simbolica, il consigliere agli Stati Fabio Regazzi non ha trovato di meglio che manifestare il suo dissenso, sostenendo che si sarebbe dovuto manifestare per tutte le guerre e non solo per Gaza (“Corriere del Ticino”, 9.08.2025).

Al cospetto dell’orrore perpetrato nella tristemente nota Striscia, da mesi quotidianamente sotto i nostri occhi (per cui nessuno, oggi e domani può/potrà dire: “non lo sapevo”), se non riusciamo a scuoterci e avere un sussulto coscienziale, con dei gesti e con interventi concreti per quanto piccoli, ma significativi, figuriamoci se ci mobiliteremmo per altri scenari bellici, per buona pace di Fabio Regazzi e Co.

Ad argomentazioni capziose di tale natura, volte a sviare qualsiasi coinvolgimento e responsabilità, tanto per mettersi il cuore in pace e passare ‘oltre’, mediante una vacua generalizzazione del discorso, ha risposto magistralmente il dottor medico Giovanni Pedrazzini, sullo stesso quotidiano (in data 12.08.2025), sostenendo convincentemente la tesi secondo cui “non tutte le guerre sono uguali”, fermo restando che nella fattispecie sarebbe ancora da appurare se si tratti di ‘guerra’ o di qualcosa d’altro: un annientamento pianificato di un intero popolo preso per fame, sete, e con tutta una serie di sistemi abietti e crudeli. Sembra però che non si possa parlare di ‘genocidio’: per molti statisti e in molte cancellerie il termine è tabù e lo si rigetta con veemenza.

Pur non provando in genere molta stima per Massimo D’Alema, condivido quando afferma che, di fronte a un simile scenario di morte, disputare sulle parole, appare “moralmente discutibile, sinceramente immorale” (‘Incontri di Villa Mussio 2025’, 11.08.2025). Tuttavia, quando un uomo di cultura e uno scrittore del calibro di David Grossman – personalmente, eticamente e civilmente implicato fino in fondo in quanto avviene in Medio Oriente (egli ha perso suo figlio Uri, giovane ufficiale dell’esercito israeliano, durante la Seconda guerra del Libano, nel 2006. Il tragico evento ha profondamente segnato Grossman, influenzandone la scrittura e il suo attivismo per la pace) – finisce per riconoscere, con grande onestà intellettuale unita a un’enorme sofferenza etico-morale, che quanto sta succedendo ora si possa chiamare ‘genocidio’ (“È genocidio, mi si spezza il cuore ma adesso devo dirlo”, Naufraghi/e 1.08.2025), penso che vi possano essere pochi dubbi sulla legittimità di chiamare le cose con il loro vero nome.

A Ferragosto, a Monte Sole di Marzabotto, dove nell’autunno del 1944 i nazifascisti si resero responsabili di un terribile massacro di civili, il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei (Conferenza episcopale italiana), ha voluto leggere uno a uno i nomi dei bambini uccisi a Gaza: cinquecento pagine di vite annientate, ben ordinate in tre raccoglitori blu, la cui lettura è proseguita per ore e ore, così da strapparli all’anonimato, poiché “nessuno è un numero, tutti hanno pari dignità”. Suor Ada, presente alla commemorazione, così si è espressa: “Oggi ci mettiamo in ascolto non di articoli e analisi sul conflitto, ma dei nomi dei piccoli che sono stati uccisi dai signori della guerra in questi due anni. In silenzio ascoltiamo i loro nomi, per ricordarli, chiedendo perdono per l’indifferenza e l’ignavia con cui li abbiamo considerati. E per la nostra sterile compassione”. (“La Repubblica”, 15.08.2025)

Altamente significativa, emblematica di tante altre storie simili e commovente, la testimonianza di una ragazza palestinese – operatrice umanitaria – scappata da Gaza per sopravvivere.

Il 28 luglio 2025 l’organizzazione israeliana Physicians for Human Rights–Israel (PHRI) ha pubblicato un documento dal titolo “La distruzione delle condizioni di vita: un’analisi sanitaria del genocidio a Gaza”. Il rapporto, di natura legale e medica, prende in esame quasi ventidue mesi di guerra a partire dall’offensiva israeliana dell’ottobre 2023 e descrive la sistematica demolizione delle infrastrutture sanitarie e delle condizioni minime di sopravvivenza nella Striscia. La denuncia si concentra non solo sulla devastazione materiale degli ospedali, ma anche sugli effetti di lungo periodo su salute, nutrizione e ambiente, arrivando a qualificare tali azioni come atti di genocidio. L’analisi di PHRI si fonda sull’Articolo II della Convenzione delle Nazioni Unite sul genocidio, che definisce come atti genocidari non solo le uccisioni di massa, ma anche l’inflizione di gravi danni fisici o mentali e l’imposizione deliberata di condizioni di vita tali da distruggere, in tutto o in parte, un gruppo umano. In questo quadro, gli esperti documentano tre aspetti centrali: la distruzione del sistema sanitario, l’erosione dei determinanti sociali della salute e le conseguenze sanitarie e ambientali a lungo termine.

Secondo il rapporto, 33 dei 36 ospedali ancora operativi a Gaza sono stati attaccati o messi fuori uso, mentre oltre 1.800 operatori sanitari sono stati uccisi o detenuti. A ciò si aggiunge il blocco di carburante e acqua, che ha determinato il collasso di servizi essenziali come dialisi, oncologia, reparti maternità e gestione delle malattie croniche. Decine di bambini, privati di cure adeguate, sarebbero già morti per malnutrizione. Parallelamente, il 93 per cento delle famiglie non ha accesso ad acqua sicura, l’80 per cento dei terreni agricoli è stato devastato e il 95 per cento del bestiame è andato perduto. Il blocco e la gestione arbitraria degli aiuti aggravano la crisi: circa un milione di persone vivono in condizioni di insicurezza alimentare acuta e quasi mezzo milione affronta livelli considerati catastrofici. PHRI sottolinea che queste distruzioni non sono semplici conseguenze collaterali, ma configurano una strategia mirata a rendere impossibile la vita nella Striscia.

Anche se le ostilità cessassero oggi, le ferite inferte al tessuto sanitario e ambientale continuerebbero a produrre morti e sofferenze per anni. Di qui la conclusione: le evidenze raccolte bastano a dimostrare l’esistenza di una “specifica intenzione genocida” da parte di Israele, il cosiddetto dolus specialis richiesto dal diritto internazionale. Il documento si chiude con un appello alla comunità internazionale affinché intervenga con urgenza. PHRI chiede in particolare l’avvio di indagini e procedimenti legali, il ripristino immediato dei servizi sanitari essenziali e la protezione del personale medico, troppo spesso trasformato in bersaglio.

Nello stesso giorno, il 28 luglio 2025, anche l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha diffuso un rapporto parallelo dal titolo “Our Genocide”, che accusa il governo di condurre una campagna coordinata per distruggere la società palestinese a Gaza. Entrambi i documenti segnano una svolta nel panorama israeliano: per la prima volta due ONG locali denunciano apertamente il proprio Stato per genocidio, un’accusa che non lascia spazio a interpretazioni politiche ma che si fonda su dati sanitari, ambientali e legali di portata particolarmente devastante. (Cfr. Francesca Albanese, Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio. Rapporto della Relatrice Speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, Nazioni Unite, 2025).

Michele Serra, pur riconoscendo che il mondo è sempre stato un “luogo orrendo” (e, nel contempo, “meraviglioso”), crede vi sia oggi “una novità molto rilevante. Ed è la sostanziale solitudine di molti (di quasi tutti?) di fronte al male e alla distruzione. Riassumibile nella diffusa domanda, per esempio su Gaza: ‘possibile che nessuno riesca a fare qualcosa?’ (…) I famosi ‘punti di riferimento’ (…) sembrano sbiaditi o scomparsi. (…) La Politica e i Partiti quando avevano la maiuscola ed erano case comuni (…) L’America sembra il covo di un cartello di taglieggiatori razzisti; la Russia un impero coloniale dei secoli passati; dell’Onu si parla solo per compatirne l’inutilità e il declino; l’Europa, se è quella prona e poco dignitosa di von der Leyen che va a riverire l’Imperatore nel suo campo da golf, vale quanto una speranza tradita (…) Il rischio è che sempre più persone, direi per autodifesa, chiudano porte e finestre a un mondo che le sovrasta, che sfugge non dico al loro controllo, ma alla loro comprensione.” (in “La Repubblica”, 8.08.2025).

Invece di incappare negli strali dei soliti politici attenti a difendere lo status quo e i propri interessi e privilegi, certe denunce pacate, composte e simbolicamente efficaci come quella locarnese, meriterebbero un plauso, giacché raccolgono e rendono visibile uno stato d’animo alquanto diffuso nella cittadinanza, svolgendo una minima azione catartica per esorcizzare – almeno per un momento – il pervasivo sentimento di impotenza e frustrazione che molti provano, senza sentirsi in alcun modo ascoltati o rappresentati da una classe politica imbelle, al cospetto dello sconcertante silenzio e della pavidità delle nostre autorità: ostaggio di equilibrismi, calcoli, affari, lobby …

Leader di Svizzera ed Europa, dove siete?

In una lettera-appello inviata il 27 maggio 2025 al Consiglio federale, diciotto personalità di spicco del Cantone Ticino hanno espresso un profondo allarme riguardo alla drammatica situazione umanitaria che attanaglia Gaza, senza trascurare le condizioni critiche anche in Cisgiordania, in Libano e, più in generale, in tutto il Medio Oriente. Nel documento, hanno sollecitato la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni internazionali sul Diritto umanitario e patria della Croce Rossa, a superare l’atteggiamento di passività finora mantenuto e a passare rapidamente all’azione, con un approccio “più chiaro ed audace”. I firmatari hanno inoltre esortano il Consiglio federale a far valere la propria voce con serietà e coraggio, attivando misure concrete volte a sbloccare l’accesso agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza. Infine, hanno raccomandato con fermezza la necessità di procedere al riconoscimento formale dello Stato di Palestina, un passo ritenuto urgente e indispensabile.

Il 24 giugno 2025, in una presa di posizione intitolata “La vergogna di Gaza non deve essere la nostra vergogna” e rivolta al Consiglio federale e al Parlamento nazionale, 114 medici e operatori sanitari della Svizzera italiana hanno richiesto che il nostro Paese metta immediatamente in atto ogni strumento a disposizione per far cessare da parte del governo e delle forze armate israeliane gli attacchi contro civili, personale e strutture sanitarie. Hanno inoltre chiesto che fosse garantito il libero accesso a tutti gli aiuti umanitari attraverso organismi indipendenti, includendo anche la presenza di giornalisti come testimoni delle violazioni.

I firmatari hanno sottolineato che i concetti di ‘neutralità’ e ‘apertura al dialogo’ non devono mai tradursi in una posizione di equidistanza rispetto alle gravi violazioni del diritto internazionale umanitario. Essi hanno altresì sollecitato la Svizzera, in quanto depositaria delle Convenzioni di Ginevra, a fare pieno uso del proprio potere politico ed economico per esercitare pressione sui responsabili, richiamando anche gli appelli della presidente del Comitato Internazionale della Croce Rossa, Mirjana Spoljaric Egger, affinché all’indignazione segua un’azione decisa e senza più alcuna titubanza.

In effetti, invece di un disarmante e penoso mutismo o balbettio, la Svizzera dovrebbe essere in prima fila e dare l’esempio nella mobilitazione a difesa del diritto umanitario, giacché intrattiene un legame particolarmente stretto con le Convenzioni di Ginevra, sia per ragioni storiche, sia per il suo ruolo internazionale. La prima di esse fu adottata a Ginevra nel 1864, grazie all’iniziativa di Henry Dunant (Premio Nobel per la pace nel 1901) e del Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), organizzazione fondata nel 1863 e con sede nella città sul Lemano. Questi trattati stabiliscono le norme fondamentali del diritto internazionale umanitario per la protezione dei feriti, dei prigionieri e dei civili in tempo di guerra.

La Confederazione, coerentemente con la sua neutralità e la sua tradizione di mediazione, è stata tra i primi paesi a ratificare le Convenzioni, aggiornandole con le successive revisioni (1906, 1929 e soprattutto quelle del 1949, con i relativi Protocolli aggiuntivi del 1977 e 2005). Inoltre, svolge un ruolo speciale come depositaria ufficiale delle Convenzioni di Ginevra: custodisce i testi originali e gestisce le ratifiche, fungendo da canale di comunicazione fra gli stati che vi aderiscono. In sostanza, dunque, la Svizzera non è solo parte contraente, ma anche garante e custode del sistema giuridico che esse rappresentano.

Pertanto, 28 professori di diritto internazionale pubblico e penale appartenenti a università elvetiche, in virtù della “nostra responsabilità accademica”, dopo aver stigmatizzato l’ “inazione” del Consiglio federale, hanno prefigurato linee di intervento concreto per salvare la faccia e la credibilità del nostro paese, sia verso l’interno, sia verso l’esterno:

  • “sostenere attivamente l’UNRWA” [invece di sospenderne i finanziamenti come ha fatto così prontamente e pavidamente il nostro ministro degli esteri, Ignazio Cassis, sulla base di denunce di collusione di un manipolo di dipendenti con Hamas, lanciate da Tel Aviv, mai suffragate da prove concrete];
  • l’obbligo di monitorare le attività delle imprese svizzere evitando il commercio di armi che “favorisca l’occupazione con la forza del territorio palestinese” e “l’importazione di prodotti provenienti da insediamenti” illegali israeliani;
  • il dovere, da parte di Berna, “di cooperare agli sforzi collettivi degli altri Stati delle Nazioni Unite per l’istituzione di uno Stato palestinese come condizione per l’autodeterminazione del popolo palestinese. Impegno da realizzare “anche senza il consenso di Israele”, il cui governo sta perpetrando “i crimini più gravi del diritto penale internazionale, tra cui crimini di guerra, crimini contro l’umanità e possibilmente genocidio”;
  • la Svizzera “ha anche l’obbligo di prevenire e reprimere tali crimini”. Marco Sassoli, dell’Università di Ginevra e uno dei tre estensori della Lettera aperta, ha ribadito e sottolineato in un’intervista: “prendere misure per fermare le violazioni del diritto umanitario e l’annessione della Cisgiordania è un dovere”.

Ebbene, tutti coloro che hanno redatto e sottoscritto le lettere aperte e gli appelli summenzionati, avrebbero potuto continuare comodamente a coltivare le loro brillanti carriere, piuttosto che sporcarsi le mani, coinvolgendosi in quanto sta accadendo in Medio Oriente.

Eppure no, hanno preferito e deciso di non girarsi dall’altra parte, come tanti hanno fatto per decenni, per esprimere la loro indignazione e la necessità di uscire dal nostro colpevole torpore, con l’intento di mobilitarsi per opporsi all’orrore che si sta consumando sotto i nostri occhi, o perlomeno di superare l’indifferenza e il silenzio con un gesto di denuncia di tale orrore: prima ancora che per venire in soccorso al popolo palestinese, per salvare noi stessi dalla nostra ignavia e vergogna.

Purtroppo, credo proprio che sia indiscutibile e calzante l’acuta ed efficace analisi di Andrea Ghiringhelli (vedi articolo apparso su “La Regione” e riportato da “Naufraghi” l’11.08.2025):

“Ci hanno fatto toccare con mano le ragioni del discredito della politica, ridotta a meschini giochi di potere, e il parere dei cittadini non conta. (…) Il problema è che oggi la mediocrità è la regola ed è incontenibile. (…) Una volta c’erano poi dei partiti con delle idee, che orientavano e formavano pure una classe dirigente mediamente preparata che quelle idee rappresentavano. Oggi, anche in politica – per dirla con Victor Hugo – ci sono moltissime bocche che parlano e pochissime teste che pensano, e la cultura politica in circolazione mi pare inesistente”,

Classe politica disposta, sul piano cantonale, ad investire non poche energie per occuparsi di arrocchi(ni) governativi o pronta, a livello nazionale, a imbarcarsi immediatamente quando si tratta di scattare in missione per recarsi dal bullo-narciso plutocrate insediatosi alla Casa Bianca, per implorarne clemenza e mendicare un trattamento daziale non così severo. Atteggiamento servile e ossequioso come del resto quello assunto dall’Europa nei confronti dello stesso personaggio e per gli stessi motivi.

In simile contesto e con tali “pezzi da novanta”, politicamente parlando, cosa può “valere” un piccolo popolo vessato e martoriato da decenni, che ormai non conta più nulla. E dunque viene lasciato andare alla deriva verso il proprio martirio genocidario.

“Di fronte a questa tragedia, le posizioni europee sono state di un’indicibile vergogna, cioè il segno del declino di una civiltà, di un sistema di valori, di principi. (…) Ma ci rendiamo conto, noi europei, che pretendiamo di predicare i diritti umani e il diritto internazionale, che se non siamo coerenti con noi stessi, nessuno ci prenderà più in considerazione. Questo è, secondo me, il grande interrogativo oggi. L’Europa appare frastornata (…) Non è in grado di esercitare il suo ruolo nel Mediterraneo. In questo modo qui, io credo che noi rischiamo non soltanto di liquidare i nostri principi il che non è poco, ma anche di mettere in discussione i nostri interessi” (M. D’Alema, ‘Incontri di Villa Mussio 2025’, 11.08.2025).

Qui si fa riferimento alla minaccia per la nostra sicurezza a seguito del montante sentimento di odio che cova nei confronti dell’Occidente da pare di milioni di persone afferenti al mondo arabo e di religione musulmana, e più in generale di una sconfinata popolazione appartenente al Sud del mondo, che comincia ad averne piene le tasche della nostra arroganza e avida propensione predatoria.

L’uovo del serpente sionista

A chi crede, più o meno in buonafede, di far risalire l’attuale terribile conflitto mediorientale all’attacco scellerato di Hamas del 7 ottobre 2023, sarebbe bene rammentarne gli antecedenti storici.

In effetti, i germi di una deriva autoritaria orientata alla pulizia etnica e di un ‘etnofascismo religioso’ si intravvedevano già alle soglie della costituzione dello Stato israeliano, sul finire e alla scadenza del Mandato britannico nel 1948, come un serpentello che covava nel grembo gestativo (cfr. film “L’uovo del serpente” di Ingmar Bergman). Lo storico israeliano Ilan Pappé, così ricostruisce quegli avvenimenti, frutto di tanti anni di studi storici per smontare e decostruire la narrativa epica ufficiale che ha modellato per diverse generazioni l’immagine di uno Stato ebraico smagliante, laborioso e senza macchie, tutto proteso agli ideali più nobili e alla cura più premurosa della Terra promessa.

“Non appena fu fissata una data per il ritiro britannico e l’ONU avallò la partizione come ‘soluzione’ al conflitto, la leadership sionista iniziò a pianificare i passi successivi. Un piccolo gruppo clandestino di consiglieri del leader della comunità ebraica in Palestina, David Ben Gurion, cominciò a immaginare come consolidare il predominio nel territorio designato per lo Stato ebraico (…) Nel febbraio del 1948, ebbe luogo il caso più spudorato di questo tipo di operazione, in tre villaggi attorno all’antica città romana di Cesarea. Questi tre villaggi furono sottoposti a un’epurazione talmente violenta e forzosa che quasi nessun edificio rimase in piedi. Impossibile trovare tracce, oggi, delle fiorenti comunità di un tempo. Gli abitanti arabi dei villaggi dovettero andarsene in massa per poter sopravvivere. Tutto questo fu fatto mentre gli inglesi erano ancora responsabili dell’ordine pubblico. (…) Il 10 marzo 1948, David Ben Gurion e un piccolo gruppo di generali militari dell’unità di intelligence della Haganah produssero quello che sarebbe passato alla storia come Piano Dalet, o Piano D. (…)

Il suo obiettivo era semplice: allontanare quanti più palestinesi possibile dalla Palestina, così da poter creare uno Stato a maggioranza ebraica. Ecco il metodo: ogni villaggio e quartiere doveva essere circondato da tre lati, lasciando il quarto libero affinché i residenti potessero andarsene quando venivano espulsi o fuggivano terrorizzati. Poi il villaggio sarebbe stato ridotto in polvere e tra le macerie sarebbero stati piazzati degli esplosivi, in modo che nessuno potesse tornare. Dove sarebbero andati tutti i palestinesi? Su questo il piano era chiaro: dovevano uscire dai confini del paese. (…) Tra marzo, aprile e inizio maggio, le forze sioniste presero di mira i centri urbani della Palestina. Alla fine, furono tutti completamente distrutti, in quello che oggi possiamo solo definire un urbicidio. In quel periodo, la popolazione palestinese fu espulsa da Haifa, Bisan, Giaffa, Acri, Tiberiade e Safed, così come dai villaggi circostanti. (…)

Il caso più noto dell’uso di tale tattica fu l’epurazione di Gerusalemme Ovest e dei trentanove villaggi vicini nell’aprile del 1948. Il 9 aprile 1948, gruppi paramilitari di destra, l’Irgun e la Banda Stern fecero irruzione nel villaggio di Deir Yassin e uccisero i residenti casa per casa, senza risparmiare nemmeno donne e bambini. Morirono oltre cento abitanti del villaggio. I palestinesi recepirono il messaggio e molti nelle aree circostanti fuggirono, temendo che con l’avanzata delle forze ebraiche lo stesso sarebbe successo nei loro villaggi e quartieri. Numerosi membri di questi gruppi paramilitari sarebbero stati integrati nell’esercito israeliano dopo l’indipendenza, guidati dalla Haganah.” (I. Pappé, Brevissima storia del conflitto tra Israele e Palestina. Dal 1882 a oggi, Fazi Editore, 2024, pp. 66-70)

Del resto, due menti acute come Albert Einstein e Hannah Arendt, insieme ad altri 26 importanti intellettuali ebrei statunitensi, in una lettera aperta inviata al “New York Times” che la pubblicò il 2 dicembre 1948, denunciavano la presenza di derive autoritarie e fasciste nel neonato Stato di Israele, in particolare legate al Partito della Libertà (Tnuat Haherut) fondato da Menachem Begin: leader dell’Irgun Zvai Leumi (noto come Irgun o Etzel), un’organizzazione paramilitare sionista di orientamento nazionalista-revisionista. L’Irgun operava in Palestina contro il Mandato Britannico e contro le milizie arabe, spesso con tattiche considerate terroristiche dai britannici e anche da altri leader ebrei. Di seguito, alcuni estratti salienti della famosa Lettera:

«Tra i fenomeni più preoccupanti dei nostri tempi emerge quello relativo alla fondazione, nel nuovo stato di Israele, del Partito della Libertà (Tnuat Haherut), un partito politico che nell’organizzazione, nei metodi, nella filosofia politica e nell’azione sociale appare strettamente affine ai partiti nazista e fascista»; «con metodi da gangster, pestaggi, distruzione di vetrine, furti su larga scala, i terroristi hanno intimorito la popolazione e riscosso un pesante tributo (…) La discrepanza tra le affermazioni pubbliche e il loro curriculum passato non mostra il segno di alcun partito politico ordinario. Questo è, senza ombra di dubbio, il marchio di un partito fascista per il quale il terrorismo (…) e le false dichiarazioni sono i mezzi e uno “stato leader” è l’obiettivo»;«È imperativo che la verità su Begin e il suo movimento sia resa nota a questo paese… i più alti comandi del sionismo americano si sono rifiutati di condurre una campagna contro Begin…».

Interessante notare come, in seguito, Einstein rifiutò la proposta di diventare presidente dello Stato di Israele, proprio perché aveva profonde riserve sul tipo di sionismo che stava emergendo. Remore del tutto giustificate tenuto conto dell’assorbimento di leader radicali ed estremisti di allora, negli apparati e nei gangli nevralgici del nuovo ordinamento statuale. Begin, ad esempio, avrebbe ricoperto successivamente il ruolo di ministro tra il 1967 ed il 1970, poi di primo ministro di Israele dal 1977 al 1983, e nel 1978 fu addirittura insignito del Premio Nobel per la Pace. Nel 1973, aveva lasciato il Partito della Libertà per fondare il Likud, il partito attualmente al governo di Israele sotto la guida di Benjamin Netanyahu.

“Ma certo è che questa politica è oggi al comando in Israele. E quando in ballo c’è il diritto divino, quello internazionale, che non dispone di forza, nemmeno di quella del fanatismo, naviga in pessime acque. (…) per assecondare davvero fino in fondo il corso etnocentrico e stragista dell’attuale governo di Netanyahu ci volevano il cinismo di Trump, i razzisti antislamici e i fanatici evangelici che lo circondano in attesa del compiersi delle profezie bibliche.” (Marco Bascetta, “Il Manifesto”, 14.08,2025)

Monito agli indifferenti di Moni Ovadia

“Chi è in pericolo di vita si guarda intorno alla ricerca di una mano, la cui stretta gli faccia capire che c’è ancora compassione, solidarietà, che da qualche parte ancora vivono esseri umani” (Sandor Marai)

Un giorno, tutti quanti noi, dovremo rispondere alla domanda: ‘dove eri/eravate quando è avvenuto tutto ciò?’ e qualcuno dovrà rispondere ai sopravvissuti o ai loro discendenti: magari saranno i nostri figli, nipoti o pronipoti, ma non tutti coloro che ascolteranno le nostre “ragioni” o giustificazioni saranno tanto persuasi e teneri, avendo avuto come eredità l’obliterazione della speranza e il diritto di esistere come persone, popolo, nazione. Non è escluso che qualcuno di loro, organizzandosi di nuovo in una forza violenta e distruttrice, minacci la nostra pace e sicurezza accecato dall’odio e dalla vendetta, che oggi stiamo contribuendo a seminare.

“La questione del genocidio palestinese non attiene solo alla Palestina, che paga sui suoi corpi, sui suoi bambini, ma attiene al fatto che coloro che non si schierano (questo non è uno schieramento di partito, questo è uno schieramento per la civiltà o la barbarie)… Allora un domani, i peggiori dittatori, quando con grande letizia compiranno dei crimini e qualcuno arriverà a dire ‘e i diritti umani?’, loro diranno: ‘ma state zitti buffoni! Cosa avete fatto con la Palestina? Non avete più titolo per parlare!’. Noi dobbiamo guadagnarci questo titolo, di nuovo. L’umanità ha impiegato secoli per arrivare alla Carta dei diritti universali dell’uomo e i cosiddetti democratici occidentali hanno fatto carne di porco della legalità internazionale. Se ci sarà domani un processo (…): sul palco degli imputati, sederanno certo i criminali, gli assassini sionisti, ma dovranno sedere anche tutti i presidenti degli Stati Uniti d’America, tutti quei governi, tutti i governi dell’Europa. Adesso versano lacrimucce.

Noi dobbiamo dire qualcosa che sta diventando importante: non si illudano, gli indifferenti, Gramsci ce l’ha insegnato: sono i più detestabili, i più vigliacchi, perché non si assumono la responsabilità. Dante diceva degli ignavi: ‘non ti curar di loro, ma guarda e passa’. Io, agli indifferenti, a quelli che di fronte a delle atrocità così smisurate, non alzano la voce, non partecipano, dico: tanto verrete giudicati lo stesso, non illudetevi. Saranno i vostri figli, magari i vostri nipoti: un giorno uno della vostra progenie vi guarderà negli occhi e vi domanderà: ‘dov’eri?’. E voi abbasserete gli occhi e i vostri figli vi sputeranno in faccia, per essere stati così vigliacchi. Io, di fronte a questi dirigenti, leader dell’Europa, che si sono svegliati, dico: da 77 anni il popolo palestinese è stato perseguitato, assassinato, torturato, espropriato, vessato, dov’erano questi signori?

Io ho cominciato la mia militanza più stretta una quarantina di anni fa, ho ricevuto insulti, maledizioni, minacce, anche di morte; adesso, li voglio vedere in faccia questi moderati. Non c’è peste peggiore della moderazione qui. I moderati ci hanno regalato la mafia, la ndrangheta, la camorra, ci hanno regalato la complicità in crimini, il Vietnam (…) Non ho ricette per come dobbiamo procedere, ma dobbiamo alzare la voce forte, è arrivato il momento di non accettare, su questa questione, alcun understatement (…) Cosa fanno i sionisti? Sperimentano nuove armi. Non so se avete visto quella donna palestinese che camminava, così come qualcuno che si trovi in quelle situazioni, camminava in mezzo alla strada segnata dalle macerie da una parte e dall’altra: l’hanno polverizzata!

Questa donna era sola, non c’era nessuno attorno: le hanno sparato addosso qualcosa e lei si è dissolta in una nuvola di polvere. Sperimentano queste armi. Sapete anche perché? Perché non puoi seppellire la polvere e così non possono avere neanche quella ‘pietas’ che fino dai tempi della guerra di Troia c’era: avere il corpo del proprio caro per piangerlo. Siamo di fronte a una barbarie che non abbiamo ancora visto: si credeva che avessimo toccato il vertice, ma non è così. Dobbiamo reagire!”. (Discorso tenuto da Moni Ovadia due mesi fa ad una manifestazione pro Palestina)

Nell’immagine: fotogramma dal servizio della RSI sulla manifestazione simbolica al Festival


Dove sta andando l’università?

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

Le università occidentali, un tempo faro di libertà intellettuale, dibattito critico e ricerca della verità, sembrano oggi aver smarrito la propria identità originaria. Sempre più spesso, le istituzioni accademiche appaiono trasformate in aziende, guidate da logiche manageriali di profitto, marketing reputazionale e conformismo ideologico. Un esempio emblematico di questo scivolamento si manifesta nella gestione delle critiche e delle manifestazioni legate alla situazione in Palestina, in particolare nei confronti dell’asfissiante e prolungato assedio, dei bombardamenti ininterrotti su Gaza e della mattanza di decine di migliaia di civili, in maggioranza bambini, donne, anziani.

Da spazi di critica a spazi di controllo e censura

Nate come luoghi in cui ogni pensiero — anche scomodo e dissonante — poteva trovare voce, le università hanno progressivamente adottato politiche che limitano l’espressione critica quando essa contrasta con interessi politici, economici o di immagine. L’autonomia accademica si piega così alla necessità di compiacere donatori privati, aziende sponsor, fondazioni legate al potere politico o gruppi d’influenza, sino a piegarsi ai ricatti mercantili (se non fate come voglio io vi taglio i fondi statali) e a dimostrarsi pusillanimi nei confronti delle minacce muscolose del bullo insediatosi alla Casa Bianca, nonché pavidi verso chi pretende la repressione nei confronti di coloro  (studenti e docenti) che esercitano un legittimo diritto di protesta e denuncia a riguardo della carneficina e della pulizia etnica perpetrati dal governo guidato da Netanyahu.

Negli Stati Uniti, la repressione del dissenso pro-palestinese nei campus ha assunto proporzioni assai allarmanti. Numerose università, tra cui Columbia, Harvard e NYU, hanno represso manifestazioni pacifiche, sospeso studenti e sgombrato campi di protesta con manu militari, spesso invocando motivazioni legate alla ‘sicurezza’ o all’ ‘incitamento all’odio’. Tuttavia, dietro questa narrativa si cela spesso un’impostazione profondamente sbilanciata, in cui la solidarietà verso le vittime palestinesi viene trattata come sospetta, estremista o addirittura antisemita — confondendo deliberatamente la critica al vendicativo e spietato governo israeliano con l’odio generalizzato verso gli ebrei.

La filosofa americana Donna Haraway, alla quale l’8 maggio scorso, alla Biennale di Venezia, è stato conferito il Leone d’oro alla carriera, con la motivazione: “È una delle voci più riconoscibili del pensiero contemporaneo a cavallo fra scienze sociali, antropologia, critica femminista e filosofia della tecnologia”, in un appassionato intervento apparso sulla rivista scientifica trimestrale “History of Science” denuncia senza mezzi termini l’assalto alle università statunitensi condotto da quello che non esita a definire il ‘regime di Trump’, “anziché ‘amministrazione Trump’ per indicare il suo uso indiscriminato di mezzi illegali e anticostituzionali”. E prosegue: “Nel regime attuale, le critiche a Israele o al Sionismo e il supporto alla Palestina vengono immediatamente tacciati di antisemitismo, e qualsiasi protesta di questo tipo viene punita sempre più severamente nelle nostre università. (…) Trump e i suoi nazionalisti cristiani e altri compari, in Israele e negli Stati Uniti, vogliono di più. Vogliono mettere in ginocchio le università, e ci stanno riuscendo”. Nello stesso articolo si riporta quanto prevede “la capitolazione della Columbia University”: “Commissariamento governativo dei dipartimenti accademici, di fatto privando il corpo docente del controllo su curriculum e programmi di ricerca; aumento della sorveglianza, della presenza della polizia  e degli arresti degli studenti attivisti, con un’attenzione esplicita alla repressione della protesta politica; sostituzione di una commissione disciplinare composta da docenti, personale e studenti con un mandato esecutivo del presidente dell’università; imposizione dell’adozione di una definizione di antisemitismo che equipara la critica al governo israeliano alla discriminazione, contraddicendo le tutele consolidate del Primo Emendamento”.

Ma non sono solo le più prestigiose strutture accademiche del Paese ad essere sottoposte a una simile pressione intimidatoria: “oltre sessanta università sono state minacciate di indagini con questo pretesto [l’accusa di aver ignorato l’antisemitismo]. Incutere paura è il vero obiettivo, perché la paura genera obbedienza. La semplice presenza di programmi di Diversità, Equità e Inclusione è un altro pretesto addotto regolarmente dal regime di Trump per giustificare il taglio dei fondi (…) La Columbia University non è l’unica responsabile della sua capitolazione. Pochissimi alti amministratori (…) hanno rilasciato dichiarazioni forti a difesa dei principi fondamentali della libertà di parola, della libertà accademica e dell’autonomia delle università”. (Donna Haraway, Dentro le università americane, in “Sette – Corriere della Sera”, 9.05.2025; cfr. Eric Alterman, Trump in guerra contro la libertà di pensiero, in “Le Monde Diplomatique – Il Manifesto”, maggio 2025; Alexander Stille, La Columbia nel mirino, l’assalto all’accademia peggio del maccartismo, in “La Repubblica”, 16.04.2025).

In Europa, pur non raggiungendo il livello di virulenza verificatosi oltreatlantico, la situazione non appare certo rosea o rassicurante, anzi!

Negli ultimi mesi, in seguito all’intensificarsi della guerra condotta da Israele a Gaza, si sono moltiplicati in Europa gli episodi di censura e repressione delle voci critiche, in particolare in ambito universitario. 

In Germania, dove il governo applica una Staatsräson (ragion di Stato) a sostegno incondizionato di Israele, la linea è apparsa particolarmente dura nei confronti sia degli ambienti universitari sia dei mass media. Eventi accademici e culturali critici verso Israele sono stati sistematicamente cancellati, così come espressioni di solidarietà con la popolazione palestinese sono state bollate come “antisemite”, anche quando provenivano da intellettuali ebrei. Studenti e docenti sono stati sanzionati per aver criticato il governo Netanyahu e numerosi studenti arrestati durante proteste pacifiche. All’Università Humboldt di Berlino manifestazioni pro-Palestina sono state sgomberate con la forza. 

Pure in Francia, alla Sorbona, a maggio 2024, la polizia ha caricato con gas lacrimogeni e manganelli un accampamento di studenti che chiedevano il disinvestimento da aziende collegate a Israele, arrestando una ventina di manifestanti. A “Sciences Po” di Parigi, l’amministrazione ha minacciato sanzioni disciplinari contro comitati studenteschi intenzionati ad organizzare eventi su Gaza, accusandoli di “minare l’ordine pubblico”. In altre città come Lione e Tolosa, assemblee e dibattiti sul terribile conflitto in corso sono stati vietati con la scusa del “rischio di tensioni comunitarie”, mentre alcuni docenti hanno denunciato pressioni per evitare di menzionare la parola “genocidio” nei corsi. 

In Italia, sit-in pro-Palestina alla Sapienza di Roma e all’Università di Bologna sono stati sgomberati dalla polizia, mentre eventi accademici sono stati soppressi per motivi di “sicurezza” e docenti solidali con le proteste hanno ricevuto richiami formali. In talune università, come a Napoli e Milano, i collettivi studenteschi sono stati accusati di antisemitismo per aver promosso dibattiti critici, anche allorché si basassero su fonti giuridiche e documenti delle Nazioni Unite. Il clima è diventato tale che numerose assemblee si tengono oggi in forma semiclandestina, lontano dagli spazi istituzionali. 

In Svizzera, il quadro si presenta più sfumato ma ugualmente problematico: più che di repressione palese, si assiste a una forma pervasiva di autocensura preventiva, che contribuisce a silenziare le voci dissenzienti in nome di una presunta “neutralità”. 

All’Università di Ginevra, nel novembre 2023, una mostra fotografica dedicata alle vittime civili di Gaza è stata rimossa in seguito alle proteste di gruppi filo-israeliani, con la giustificazione ufficiale di “preservare la neutralità politica” dell’ateneo. All’ETH di Zurigo – uno dei più prestigiosi politecnici d’Europa – alcuni ricercatori hanno ricevuto richiami ufficiali per aver sottoscritto petizioni a sostegno della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni), considerate “discriminatorie”. A Losanna, il corso previsto per il semestre primaverile 2025 con il prof. Joseph Daher – politologo svizzero‑siriano e noto attivista pro‑Palestina – è stato improvvisamente cancellato: l’Istituto ha dichiarato che egli avrebbe compromesso ‘la sicurezza’ prestando il proprio badge a una studentessa durante un’occupazione pacifica del campus, ma non ha fornito altri elementi giustificativi. Il professore era già stato formalmente incaricato e il suo corso, dedicato alla storia delle relazioni internazionali post‑1945 con focus sul Medio Oriente, era stato preparato mesi prima, con centinaia di iscritti. Secondo Daher, la decisione non è spiegabile se non alla luce del suo attivismo pubblico in favore della causa palestinese, e la vicenda si inserisce in un contesto più ampio di controllo preventivo sulle voci dissidenti all’UNIL.

Il caso forse più emblematico è quello dell’Università di Berna, che (analogamente all’Università di Friborgo) ha rifiutato di ospitare una conferenza organizzata da Amnesty International su Gaza per il 30 giugno 2025, che avrebbe visto la partecipazione della relatrice delle Nazioni Unite Francesca Albanese e della segretaria generale di AI, Agnès Callamard. L’evento, precedentemente autorizzato e già tutto esaurito, è stato annullato all’ultimo minuto, in quanto l’ateneo ha ritirato la concessione degli spazi adducendo la mancanza di un ‘equilibrio’ tra le parti, nonostante Amnesty avesse fornito piena trasparenza sul programma. Questa decisione è stata denunciata da Amnesty Svizzera e da collettivi accademici quali CLADS (Collectif pour la liberté académique, la démocratie et la solidarité) e PJA (Association of Palestinian and Jewish Academics) come un attacco alla libertà di espressione e al pluralismo in sede universitaria. L’incontro si è svolto comunque, il 30 giugno 2025 a Berna, in una sede alternativa, con grande partecipazione di pubblico. Pochi giorni dopo, il 9 luglio, l’amministrazione statunitense guidata dal segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni ufficiali nei confronti di Albanese — inclusi congelamento dei beni e divieto di ingresso — motivandole con accuse di “campagna politico‑economica ostile” contro USA e Israele, e di supporto al terrorismo. Come si vede, la mannaia repressiva avviene anche contro funzionari di alto livello internazionale, giacché Francesca Albanese è una giurista, designata ufficialmente come relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, incarico che ricopre dal 2022 (Nel suo ruolo, agisce come esperta indipendente nominata dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU, con il compito di monitorare e riferire sulle violazioni commesse nei confronti della popolazione palestinese, in conformità al diritto internazionale). 

Anche nei Paesi europei, insomma, la solidarietà con Gaza è sempre più marginalizzata a livello istituzionale e accademico, e il solo criticare le azioni del governo Netanyahu può bastare a scatenare accuse infamanti, sospensioni, o addirittura l’intervento delle forze dell’ordine. Questi episodi segnalano un restringimento dello spazio democratico, dove la difesa dei diritti umani rischia di essere subordinata a logiche geopolitiche e a forze censorie orchestrate da gruppi di potere e d’influenza. Così, le università, invece di proteggere la libertà di pensiero, diventano spazi di autocensura e conformismo, dove il dissenso viene obliterato da pressioni politiche, diplomatiche o lobbistiche (e sappiamo bene come il lobbismo israeliano sia particolarmente efficace e capillare anche in Europa, vedi inchiesta giornalistica di “Report” andata in onda su RAI3 il 12.01.2025), finendo per allinearsi al pensiero unico dominante.

L’ aziendalizzazione dell’università e il soffocamento del pensiero critico

Alla base di queste reazioni si cela una trasformazione più profonda: l’università si comporta oggi come un brand. Tutto ciò che rischia di danneggiare l’immagine dell’istituzione — anche quando legittimo sul piano del diritto e dell’etica — viene neutralizzato. L’interesse non è più la formazione di cittadini critici, ma la tutela della “reputazione aziendale”, la tranquillità dei finanziatori e la conformità ai paradigmi dominanti. Vi è chi, come il sociologo Martin Barnay, non esita a sostenere che in taluni casi “le grandi università statunitensi assomigliano più a fondi di investimento che a luoghi consacrati al sapere” (Università statunitensi, un modello traballante, in “Le Monde Diplomatique – Il Manifesto”, giugno 2025).

La libertà accademica, principio fondamentale per il progresso culturale e sociale, viene sacrificata sull’altare dell’opportunismo e della paura. Docenti e ricercatori che prendono posizione su temi controversi rischiano l’isolamento, la perdita di fondi o addirittura il licenziamento. Gli studenti, invece, imparano fin dai primi anni che dissentire ha un costo — e che conviene piuttosto adattarsi, tacere, obbedire.

Il pericolo più grande non è solo la censura di una posizione politica, ma la normalizzazione dell’apatia intellettuale. Se l’università non è più il luogo in cui si può discutere apertamente dei crimini di guerra, dei diritti umani o delle disuguaglianze globali, allora dove potrà mai svilupparsi una vera coscienza critica?

La libertà di parola, quando viene applicata in modo selettivo, smette di essere un diritto e diventa un privilegio. Le università che reprimono la solidarietà verso Gaza tradiscono la propria missione fondativa: quella di formare spiriti liberi, capaci di giudicare, scegliere, agire in coscienza. Rifiutare il dibattito, imporre silenzi, etichettare le opinioni scomode come pericolose: tutto ciò non è segno di forza, ma di decadenza.

Oggi più che mai, è necessario rivendicare il diritto alla critica e alla disobbedienza civile/intellettuale dentro gli spazi universitari. Chi si batte per i diritti dei palestinesi — così come chiunque sfidi l’ordine costituito con argomenti solidi, ben argomentati e in maniera nonviolenta, a difesa della dignità e della sopravvivenza dei più deboli e di chi non ha voce in capitolo — non dovrebbe essere zittito, ma ascoltato. Le università devono ricordarsi chi sono, da dove vengono, e quale compito storico hanno: non quello di vendere diplomi, ma di coltivare la libertà di pensiero e di parola, al fine di costruire un mondo un po’ migliore, più equo e umano.

“Un Paese in cui la polizia può agire in segreto arrestando migranti che pagano le tasse (…) E che agisce a viso coperto contro studenti disarmati, ignari di essere diventati ‘target’. No, non è poi così difficile dire che questo Paese in cui vivo è, sì, al crocevia del fascismo. (…) Storicamente le università americane sono state palestra di dissenso civile, lo spazio in cui i giovani protestavano – e imparavano anche il modo corretto per farlo. Luoghi da cui è sempre partito il cambiamento. Ovvio che oggi questo faccia paura al potere, ma è qualcosa cui non possiamo rinunciare”. (Percival Everett, vincitore del Pulitzer per la narrativa e il National Book Award, in “Il Venerdì di Repubblica”, 16.05.2025).

Per fortuna, rimangono alcune autorevoli sacche di resistenza: mentre la Columbia capitola, c’è Harvard che fa causa all’amministrazione Trump per violazione dei diritti costituzionali e non cede al diktat su didattica e politiche inclusive: “Non possiamo consentire al governo di prendere il controllo di un ateneo” (parole pronunciate da Alan M. Garber, presidente di Harvard – Donald contro Harvard tagliati 2,2 miliardi, “La Repubblica”, 16.04.2025). “A Harvard [l’atmosfera] è spaventosa. E il braccio di ferro con l’Amministrazione costerà molto all’ateneo. Ma c’è anche un grande orgoglio che unisce tutti noi, professori e studenti, per aver scelto di reagire e mostrare la spina dorsale della nostra istituzione” (Teju Cole, scrittore, fotografo e storico dell’arte nigeriano-americano, autore della raccolta di suoi saggi: Carta nera. Scrivere in tempi bui, Einaudi, 2025; in “Il Venerdì di Repubblica”, 16.05.2025).

Perdenti e minoritari sì, ma non rassegnati e complici

Ma l’orizzonte generale non è per nulla promettente: non solo sullo sfondo si affacciano nuvoloni cupi e minacciosi, ma questi ce li ritroviamo già incombenti sulle nostre teste, mentre la speranza lascia spesso il posto alla disillusione, alla sfiducia e persino alla disperazione.

Mentre buona parte delle opinioni pubbliche e delle società civili occidentali (e non solo) deplorano, condannano e si indignano al cospetto di un flusso continuo di immagini e notizie umanamente ed eticamente insopportabili – e quando possono manifestano contro gli orrori che si verificano quotidianamente in Medio Oriente –, le classi politiche che le governano appaiono pavide, smarrite, balbuzienti nello sciorinare appelli vacui e dichiarazioni retoriche evocando concetti tanto triti e ritriti quanto evanescenti del tipo: ‘de-escalation’, ‘cessate il fuoco’, ‘soluzione dei due stati’, che dopo oltre settant’anni d’inerzia spaventosa e di colpevole indifferenza o “laisser aller/faire”, hanno il sentore non solo di una nota stonata ma di una colossale beffa/truffa ai danni di un intero popolo. 

“Da due anni l’umanità urla nelle strade con milioni di voci, scrive miliardi di parole per gridare una morale minima: non si possono uccidere bambini che fanno la fila per un pezzo di pane. Eppure dal 7 ottobre 2023, dall’inizio della guerra israeliana nella Striscia di Gaza, l’umanità vive questo incubo, urlando inascoltata. In passato ci sono state guerre che abbiamo cercato di impedire, senza riuscirci, e genocidi che non siamo stati in grado di fermare. Tuttavia, questa è la prima volta dopo la seconda guerra mondiale che il mondo deve assistere a una scena da guerra apocalittica combinata a un genocidio, trasmessa in diretta, temendo la distruzione totale della civiltà umana. In fondo lo sappiamo tutti: anche se manifestiamo a milioni o organizziamo la più grande petizione per la pace, probabilmente non ne vedremo traccia sui social media o in tv. L’umanità è stata hackerata dai pirati del cinismo, frutto di quell’abisso morale che chiamiamo neoliberismo. Il male radicale che conduce lo show ci ignora così profondamente che abbiamo la sensazione di essere inesistenti. Non possiamo rivolgerci alle istituzioni democratiche, perché sappiamo che molte delle decisioni che riguardano l’umanità sono prese in stanze segrete.” (Ece Temelkuran – giornalista turca che vive in Croazia -, L’umanità sprofonda nell’abisso del cinismo, in “Internazionale” n. 1622, 11 luglio 2025)

Ma pure nel campo degli sconfitti, abbiamo cionondimeno una possibilità di scelta: rassegnarsi e capitolare di fronte al cinismo, alla prepotenza e alla violenza, oppure ingaggiare una seppur minima resistenza esistenziale, che dia un barlume di senso ai nostri giorni.

“Mi sento un vinto, ma non mi rassegno. E soprattutto non accetto di essere complice di un sistema che ha tradito ogni speranza di giustizia e di cambiamento.” (Goffredo Fofi in “Il Manifesto”, 26.10.2016).

“Abbiamo perso, è inutile negarlo. Ma proprio per questo non possiamo permetterci di abbassare la guardia, di diventare complici del peggio.” (G. Fofi, Il banco vuoto. Scuola, giovani, ribellione, Edizioni dell’Asino, 2016, p. 45).

“Che fare? Resistere, che è già una gran fatica. Studiare, guai a non studiare. Fare rete (…). E un’ultima cosa: rompere i coglioni” (G. Fofi, cit. in “Internazionale” n. 1623, 18 luglio 2025).

Uscire sconfitti non è l’ultimo dei mali (c’è senz’altro di peggio) e, anzi, può fornire l’occasione di un riscatto non solo individuale ma più solidaristico e corale, nella ricerca di salvarsi o sopravvivere non ‘da soli’, ma ‘insieme’.

“C’è un’umiltà politica e morale nella sconfitta e, soprattutto, ci richiama alla solidarietà con l’urgenza della sopravvivenza. (…) Contribuiamo alla perdita di azione politica quando non ammettiamo di non contare nulla. E non abbiamo nulla su cui contare, né le istituzioni né le leggi né le difese politiche convenzionali. Possiamo contare solo gli uni sulle altre, ed è da qui che dobbiamo partire.” (Ece Temelkuran – giornalista turca che vive in Croazia –, L’umanità sprofonda nell’abisso del cinismo, in “Internazionale” n. 1622, 11 luglio 2025)

Donna Haraway, dopo la sua coraggiosa e implacabile analisi critica dell’attacco ordito per intaccare l’autonomia e la libertà delle università, invita a non arrendersi e a non chinare supinamente il capo ai poteri forti o tirannici, ma esorta all’azione collettiva per innescare un processo di resistenza contro l’autoritarismo e il fascismo.

“È ormai tempo di ritornare alla nostra eredità di potenti movimenti collettivi e di una scienza seria al servizio del popolo (…) La resistenza all’autoritarismo e al fascismo nella costruzione e nella cura del sapere è una lotta globale” (op. cit.).

Lotta che coinvolge ciascuno di noi, nella ripresa di un impegno culturale e politico all’insegna dell’ “I CARE” di donmilaniana memoria, vale a dire di quell’atteggiamento di fondo che aborrisce l’indifferenza per abbracciare un impegno militante e costante improntato al ‘mi interessa’, ‘mi riguarda’, ‘mi tocca’:

“Dobbiamo respingere in maniera ferma e costante l’estremismo di quelli che oggi sono al potere. Non parlo di atti rivoluzionari, ma di una resistenza umana, una resistenza quotidiana, che impedisca loro di fare altri danni. Noi dobbiamo essere capaci di agire come rivoli di pioggia che non si possono contenere.” (Valeria Luiselli, messicana trapiantata a New York, autrice de’ Archivio dei bambini perduti, La Nuova Frontiera, 2025, cit. in “Il Venerdì di Repubblica”, 16.05.2025).

Nell’immagine: protesta dei docenti dopo che la Columbia University ha annunciato l’accettazione delle richieste di Trump


C’è sempre Gaza mentre brucia Teheran

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

Ed eccoci “finalmente” alla guerra diretta con il nemico tanto odiato scatenata dall’attuale governo guerrafondaio di Israele (dopo aver polverizzato la Striscia di Gaza, colonizzato altro territorio palestinese in Cisgiordania ed essere passati per il Libano, lo Yemen, la Siria) contro l’Iran, cavalcando la retorica più volte sfoderata dell’imminenza del pericolo che quest’ultimo, ormai prossimo a confezionare l’arma atomica, possa procedere ad annientare lo Stato ebraico, evocando un nuovo olocausto.

Non è così strano constatare come una motivazione scatenante del genere sia simile alla falsa tesi sostenuta dagli Stati Uniti di George W. Bush all’inizio degli anni 2000, utilizzata per giustificare la guerra in Iraq del 2003: allora si sostenne che Saddam Hussein possedeva armi (chimiche e biologiche) di distruzione di massa (WMD – Weapons of Mass Destruction) e che stava tentando di sviluppare armi nucleari, rappresentando una minaccia imminente per gli Stati Uniti e i suoi alleati.

Nel 2004, il Rapporto della Commissione Duelfer (Iraq Survey Group) concluse peraltro che l’Iraq aveva smantellato i suoi programmi di armi di distruzione di massa già nel 1991, dopo la Guerra del Golfo, e non ne possedeva più al momento dell’invasione. Questa tesi errata è oggi ampiamente riconosciuta come uno degli esempi più discussi di manipolazione politica delle informazioni.

Riccardo Radaelli, professore ordinario di ‘Storia e istituzioni dell’Asia’ presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Milano, ha confutato, in un servizio di approfondimento di skynews24 andato in onda il 13.05.2025, la tesi secondo la quale l’Iran sarebbe vicino a costruire la bomba atomica, precisando che Netanyhau è da diversi anni che continua a ripetere simile accusa, priva di fondamento empirico.

A conferma di ciò, nell’Annual Threat Assessment dell’Office of the Director of National Intelligence (ODNI), del marzo 2025, si dichiara esattamente il contrario, ovvero: “La Comunità di Intelligence statunitense [che comprende tutte le agenzie federali coinvolte nella raccolta, analisi e diffusione di informazioni di intelligence, tra cui: CIA (Central Intelligence Agency), NSA (National Security Agency), FBI (Federal Bureau of Investigation, sezione Intelligence), DIA (Defense Intelligence Agency), NGA, NRO, e molte altre, tutte coordinata appunto dall’ODNI] continua a ritenere che l’Iran non stia costruendo un’arma nucleare.” Inoltre, vi si precisa che il leader supremo Khamenei è dal 2003 che non ha autorizzato un programma di armamento nucleare. Il documento ufficiale ODNI usa esattamente il verbo “not building” (“non sta costruendo”).

Alle soglie di una nuova tornata negoziale fra USA e Iran sul nucleare, Tel Aviv lancia dunque un attacco diretto e massiccio contro strutture iraniane coinvolte nel programma nucleare: un’ottantina di morti di alti esponenti governativi e graduati militari e di scienziati uccisi nelle loro case insieme ai propri familiari. Dopo Gaza tutto è ormai concesso: per abbattere un nemico non importa ormai più quante perdite civili occorrono: tutto è sdoganato in una sorta di videogame guerrafondaio a tutto campo.

La diplomazia – già di per sé assai balbuziente e poco vigorosa e credibile – è ormai zittita. Pavide dichiarazioni all’insegna del tanto generico quanto vacuo refrain della “de-escalation”. In un contesto geopolitico dominato dai bulli non c’è spazio che per la forza bruta della violenza e delle armi: la mediazione, la negoziazione, le iniziative diplomatiche non hanno voce in capitolo, anche perché non si intravedono notabili e figure all’altezza del compito.

L’Europa (quale? dov’è?), che marcia in dis-ordine sparso, non riesce ormai da tempo ad esprimere una voce autorevole e significativa. Ha deciso 18 pacchetti di sanzioni contro la Russia di Putin (ben vengano, per carità, per deprecare l’inaccettabile e brutale invasione dell’Ucraina da parte del bullo imperialista insediato al Cremlino, anche se rimane il sospetto che a livello di reali applicazioni poi si trovino escamotage e raggiri per preservare comunque, ciascuno dal proprio versante nazionale, i propri interessi e tornaconti), senza mai esprimersi con altrettanta decisione nei confronti dei crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza, dove sotto i nostri occhi si sta consumando una tragedia umanitaria immane, con un intero popolo preso per fame e intere famiglie (bambini, donne, anziani, disabili) falcidiate da una violenza brutale e spaventosa.

Persino il pacato presidente italiano Sergio Mattarella, in occasione del suo discorso del 2 giugno ha parlato di “semina della sofferenza”: “S’impone subito il cessate il fuoco a Gaza. È disumano che venga ridotta alla fame un’intera popolazione, dai bambini agli anziani: l’esercito israeliano renda accessibili i territori della Striscia all’azione degli organismi internazionali, rendendo possibile la ripresa di piena assistenza umanitaria alle persone. È inaccettabile il rifiuto di applicare le norme del diritto umanitario nei confronti dei cittadini di Gaza. È grave l’erosione di territori attribuiti all’Autorità nazionale palestinese. I palestinesi hanno diritto al loro focolare entro confini certi [rif. alle ripetute e violente occupazioni di terreno in Cisgiordania]”. E Mattarella così prosegue, accomunando ‘de facto’ Putin a Netanyahu: “Ovunque, in qualsiasi continente, l’occupazione illegale di territorio di un altro Paese non può essere presentata come misura di sicurezza: si rischia di inoltrarsi sul terreno della volontà di dominio, della barbarie nella vita internazionale” (“La Repubblica”, 2.06.2025).

Netanyahu, con i suoi governi e con l’appoggio dei servizi segreti e dei vertici militari, da anni ormai rimesta nel torbido per evitare ad ogni costo la nascita di uno Stato palestinese e per rimanere saldamente in sella a un potere sempre più dispotico e cieco a qualsiasi compromesso negoziale e beffandosi del diritto internazionale.

Sotto Netanyahu, gli apparati governativi, in base al principio strategico del ‘divide et impera’, ha deliberatamente favorito per anni Hamas, consentendo cospicui e regolari trasferimenti di fondi – per centinaia di milioni di dollari – dal Qatar ad Hamas come contrappeso alla leadership di Mahmoud Abbas e alla proposta di uno Stato palestinese in Cisgiordania. L’obiettivo era mantenere i palestinesi divisi tra Gaza (Hamas) e Cisgiordania (Autorità Palestinese), ostacolando ogni tentativo e iniziativa verso la pace o l’autodeterminazione di uno Stato palestinese indipendente (newyorker.com; timesofisrael.com; haaretz.com; “El País”, 22.05.2025: “Netanyahu ha ammesso che fin dal 2018 il suo governo ha permesso il trasferimento di circa 30 milioni di dollari al mese da Qatar a Hamas, con l’approvazione del gabinetto di sicurezza e su consiglio di Shin Bet e Mossad” elpais.com; huffingtonpost.es 21.05.2025).

Analogamente il governo di Tel Aviv ha fornito un appoggio (diretto o indiretto) a bande armate e criminali a Gaza, orchestrato dal governo Netanyahu per creare il caos e boicottare gli aiuti umanitari:

“Da mesi Israele e chi lo difende affermano che Hamas ruba gli aiuti umanitari. Hanno usato questa accusa per giustificare la fame imposta a due milioni di persone a Gaza, per bombardare i forni, bloccare i convogli umanitari e sparare ai palestinesi disperati in fila per il pane. Ci hanno detto che questa è una guerra contro Hamas e che i palestinesi comuni sono stati solo presi nel mezzo. Ora sappiamo la verità: Israele ha armato e protetto alcune bande criminali a Gaza che rubano gli aiuti e terrorizzano i civili. Un gruppo guidato da Yasser Abu Shabab, che sarebbe legato a reti estremiste e coinvolto in attività criminali, riceve armi direttamente dal governo di Benjamin Netanyahu. E il primo ministro israeliano lo ammette con orgoglio: “Cosa c’è di sbagliato? Così si salvano le vite dei soldati israeliani”. Cosa c’è di sbagliato? Tutto. Israele non ha mai voluto proteggere la popolazione palestinese. Vuole spezzarla.” (Ahmed Najar, Al Jazeera, Qatar, in “Internazionale” n. 1618 – 13.06.2025; cfr. “The Guardian”, “Wall Street Journal”, “Associated Press”).

A questo punto mi chiedo che cosa ne sarà del destino del popolo palestinese, mentre la nostra attenzione mediatica si sta ormai spostando sullo scenario geopolitico più generale del Medio Oriente nel suo insieme e delle preoccupazioni per i nostri traffici commerciali internazionali (le questioni umanitarie possono ben aspettare quando sono in ballo i nostri interessi economici) di petrolio e altre merci attraverso gli stretti di Hormutz e di Bab el-Mandeb, cruciali per le rotte marittime.

Se finora abbiamo lasciato sostanzialmente fare alla vendicativa manu militari di Tzahal nella striscetta martirizzata resa/rasa ormai a un cumulo di macerie e di cadaveri, chi vi si soffermerà più per cercare una minima via d’uscita allo scempio umanitario che lì si sta consumando nel baratro della civiltà?

Io invece continuo a pensare a quanto ha raccontato un’encomiabile per quanto esausta operatrice sanitaria di Medici senza Frontiere al TG della sera di RAI3 il 10 giugno scorso, allorché ha risposto, alla domanda circa l’immagine che l’avesse scossa maggiormente nelle ultime ore: la reazione di due bimbe amputate, di 5 e 9 anni che dopo aver perso buona parte della loro famiglia sotto i bombardamenti a tappeto, invocavano la morte per raggiungere la propria madre e i propri familiari. Quando dei bambini non vedono altra prospettiva che la morte vuol dire che siamo proprio giunti al capolinea della nostra credibilità e umanità, spegnendo anche la più esile fiammella di speranza.

Ma non dimentico neppure quella splendida futura madre israeliana che con la bimba che portava in grembo manifestava nella piazza principale di Tel Aviv contro la politica del governo in carica e rispondeva, piangendo, al giornalista che raccoglieva la sua testimonianza: sono qui perché un giorno mia figlia mi chiederà ragione di quanto stiamo facendo e io vorrei risponderle senza vergognarmi.

E mi interrogo costantemente circa la domanda cruciale di Arwa Mahdawi, columnist del Guardian di origine palestinese che vive negli Stati Uniti:

“Cosa direte quando vi chiederanno come avete potuto permettere il genocidio a Gaza?” “Dopo diciannove mesi di violenza e distruzione, è troppo tardi per fare giustizia. (…) Dopo diciannove mesi di violenze genocide e quasi tre mesi di riduzione alla fame, il Regno Unito ha deciso di definire la situazione ‘vergognosa’. (…) C’è un leggero cambiamento anche nella copertura dei mezzi d’informazione. (…) Tutto questo è troppo poco e troppo tardi. Non riporterà in vita Hind Rajab, uccisa a cinque anni quando 335 proiettili sono stati sparati dai soldati israeliani contro l’auto in cui era intrappolata in preda al terrore. Né gli operatori umanitari assassinati da Israele e sepolti in fosse poco profonde. Non ricostruirà gli ospedali, gli asili, i centri di fecondazione assistita e le università che sono stati sistematicamente rasi al suolo da Israele. Non restituirà gambe e braccia ai bambini di Gaza, che sono il più grande gruppo di bambini amputati al mondo. Non rimedierà ai danni a lungo termine che la malnutrizione e i quasi due anni di privazione della scuola hanno causato a una generazione. (…)

E voi cosa direte? Quando le generazioni future leggeranno di Gaza con orrore e si chiederanno come il mondo occidentale, forte della sua superiorità morale, del suo ordine basato sulle regole e della sua attenzione per il diritto umanitario, abbia permesso un genocidio in diretta, cosa direte? Quando le generazioni future sapranno che ci siamo svegliati ogni mattina con i video di bambini bruciati vivi – bombardati con armi pagate anche dai cittadini statunitensi con le loro tasse e giustificate dal mondo occidentale – potrete dire di aver alzato la voce? (…)

Come disse Martin Luther King Jr: ‘Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici’.”

Arwa Mahdawi, “The Guardian”, in “Internazionale”, n. 1616, 30.05.2025


Il martirio di un popolo continua

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

La breve tregua, raggiunta a grande fatica dopo un anno di una feroce guerra vendicativa che ha praticamente raso al suolo la Striscia di Gaza con pesanti bombardamenti e massicce distruzioni, è saltata: da circa un mese l’esercito israeliano, galvanizzato dal pieno sostegno incassato da Benjamin Netanyahu alla corte di Donald Trump,  ha ripreso le operazioni militari con rinnovata brutalità che colpisce deliberatamente civili inermi, tra cui bambini, donne, anziani e non risparmia operatori sanitari e giornalisti. 

Non basta la carneficina di oltre 60’000 morti e centinaia di migliaia di feriti, mutilati, straziati, traumatizzati. Mentre la comunità internazionale sta a guardare e a disquisire se si tratti o meno di genocidio, di pulizia etnica o di qualche altra etichetta semantico-lessicale, la povera gente muore o invoca la morte come unica via di uscita.

David Hearst, cofondatore e direttore del sito di approfondimento sul Medio Oriente ‘Middle East Eye’, esprime la tesi che la decisione israeliana di violare la tregua bombardando la Striscia di Gaza dimostra la volontà del primo ministro israeliano di restare ben aggrappato al potere. Ma anche il fallimento dell’Occidente come guida morale del mondo. 

E la Svizzera? Nemmeno dopo che Tsahal ha colpito la sede della Croce Rossa a Rafah il ministro degli esteri e/o il governo del nostro Paese si è sentito di prendere una posizione chiara nel condannare o perlomeno deplorare un simile affronto, che non è più archiviabile sotto il comodo e sbrigativo annuncio di “incidente collaterale”, dopo che innumerevoli (troppi) episodi (non) “causali” hanno e continuano a provocare la morte di giornalisti (troppo “scomodi” perché tentano disperatamente di documentare l’orrore che stanno vivendo), operatori umanitari internazionali (come i sette membri del World Central Kitchen – organizzazione non governativa statunitense – freddati il primo aprile 2024 da un raid aereo mentre prestavano soccorso agli sfollati con insegne ben visibili e la comunicazione dei loro spostamenti alle autorità militari), medici e personale sanitario.

Ne è un’ulteriore tragica testimonianza l’agghiacciante episodio dell’annientamento di un’intera colonna di ambulanze, chiaramente identificate dalle luci di emergenza attivate – contrariamente alle dichiarazioni ufficiali di Tzahal –, avvenuto il 23 marzo scorso e costato la vita a quindici paramedici palestinesi. Altro fatto: il bombardamento senza alcun preavviso, nella notte tra il 6 e il 7 aprile, di una tenda adiacente all’ospedale Nassera di Khan Younis, che fungeva da rifugio per diversi giornalisti, con il bilancio di due morti e diversi feriti.

Di fronte a questa drammatica escalation di brutale violenza e al blocco totale degli aiuti umanitari (decretato da oltre un mese dal governo di Tel Aviv, equivalente a una ‘punizione collettiva’, espressamente vietata dal diritto internazionale umanitario, in particolare dall’Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra risalente al 1949) destinati alla popolazione stremata e martoriata della Striscia, privata di beni essenziali come cibo, acqua, elettricità, medicamenti, si registra un silenzio assordante a livello internazionale.

La scarsa mobilitazione della Svizzera, dell’Europa e dell’Occidente in genere nell’esercitare efficaci pressioni su Israele o nel promuovere un cessate il fuoco duratura rivela un sostanziale eurocentrismo di fondo. I valori fondativi contenuti e sbandierati nell’Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea: Dignità umana, Libertà, Democrazia, Uguaglianza, Stato di diritto, Diritti umani, inclusi i diritti delle minoranze, sembrano valere solo per chi vive dentro le mura della fortezza Europa, mentre per chi sta fuori sembra vigere un altro regime assiologico, un altro canone di princìpi e valori da far valere sui generis o in maniera ondivaga, a seconda di un’opportunistica e ipocrita realpolitik. 

Di conseguenza, per i palestinesi – come del resto per diversi altri popoli e paesi – le risoluzioni dell’ONU, i trattati internazionali, il diritto dei popoli di vivere liberi e in pace appaiono optional, selettivi, validi solo quando ci fanno comodo.

Per descrivere questa concezione bipolare o bifocale lo storico Henry Laurens utilizza la locuzione “terre di sangue” (espressione impiegata originariamente da Timothy Snyder nel suo libro Bloodlands, pubblicato in italiano con il titolo Terre di sangue, Rizzoli, 2011), con la quale intende designare quelle aree nelle quali si applicano regole e percezioni diverse, in cui la vita umana non ha lo stesso valore che altrove.

Gli orrori e le atrocità che si producono a Gaza e che ci giungono sotto forma di immagini e resoconti raccapriccianti, seppur ovattati nei canali mainstream, non sembrano essere degne di una mobilitazione vigorosa per farli cessare. Taluni “sono quasi invisibili: il numero straordinario di bambini palestinesi amputati, i nati prematuri condannati a morire dall’esercito israeliano, i corpi dilaniati dai bulldozer, la normalizzazione della pratica della tortura attraverso lo stupro in prigione, i ripetuti assassinii di giornalisti, i crudeli divieti sull’importazione di tutti i tipi di apparecchiature mediche di prima necessità, e così via. È evidente che le vite dei palestinesi non hanno lo stesso valore di quelle degli occidentali, una logica macabra che si estende al Libano, alla Siria, all’Iraq, allo Yemen e alla Libia” (Peter Harling, direttore del centro di ricerca Synaps a Beirut, in “Le Monde Diplomatique”, febbraio 2025).

Pertanto, i princìpi, i valori, i diritti nati nell’Europa occidentale e legati alla nostra più nobile storia e tradizione politico-culturale, finiscono per essere percepiti spesso, da chi ci guarda da fuori, validi solo per noi: “per alleviare [esclusivamente] le sofferenze degli europei. Questi ultimi oggi vorrebbero farne un loro privilegio, escludendo una parte dell’umanità in nome di una visione gerarchica del mondo che attinge a una tradizione coloniale e razzista” (Ivi). 

Il portavoce aggiunto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), Jens Lærke, ha affermato che ciò a cui stiamo assistendo a Gaza è “un insensibile disprezzo per la vita e la dignità umana”, aggiungendo che “gli atti di guerra a cui assistiamo portano i segni distintivi dei crimini atroci”.

Se da un lato, Amnesty International e Human Rights Watch, sulla scorta di un’abbondante documentazione, hanno qualificato, dal punto di vista legale e formale, le condizioni inflitte ai gazawi come un genocidio in corso, dall’altro, la Corte internazionale di giustizia (CIG) ha evocato un rischio di genocidio in corso, mentre la Camera preliminare I della Corte penale internazionale (CPI) ha emesso, il 21 novembre 2024, due mandati di arresto: per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e l’ex ministro della difesa Yoav Gallant.

“Questa grave accusa non ha minimamente scalfito il sostegno materiale e morale, militare, politico, diplomatico e giornalistico di cui Israele gode nonostante tutto” (P. Harling, cit.). I principali paesi europei e occidentali fanno quadrato attorno allo Stato ebraico, così come la Svizzera: con le autorità elvetiche e con Ignazio Cassis in prima linea.  La prontezza con cui è stata decisa la sospensione dei finanziamenti all’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi in Medio Oriente, guidata dallo svizzero Philippe Lazzarini, in seguito alle accuse – prive di prove concrete – del governo di Tel Aviv circa un presunto coinvolgimento di un esiguo numero di dipendenti (sette sui mille impiegati) nell’orrendo massacro del 7 ottobre 2023, ne è un esempio emblematico. È noto, d’altronde, il consistente e costante investimento di Israele in attività di lobbying presso le istituzioni europee a Bruxelles, finalizzate a garantirsi un sostegno pressoché incondizionato, come dettagliatamente illustrato dall’inchiesta giornalistica di “Report” andata in onda su RAI3 il 12.01.2025.

“Conducendo una battaglia contro l’Unrwa (…) la Svizzera ha contribuito a smantellare un sistema internazionale che è alla base della reputazione e della prosperità di Ginevra”. Dal canto suo la Germania “ha dichiarato formalmente che le infrastrutture civili sono un obiettivo accettabile, nonostante il paese ospiti più di un milione di rifugiati ucraini messi in fuga dallo stesso argomento brandito da Vladimir Putin” (P. Harling, cit.). E inoltre ha represso con forza le manifestazioni studentesche volte a esprimere solidarietà nei confronti dei palestinesi, analogamente all’ondata repressiva ingaggiata negli Stati Uniti per tacitare le proteste scoppiate nelle università. I Paesi Bassi hanno ufficialmente preso posizione contro la Corte penale internazionale, con sede all’Aia, sconfessando una delle istituzioni sovranazionali più significative in materia di diritto internazionale, che dovrebbe essere motivo di orgoglio per il paese d’insediamento.

A scanso di equivoci, è fondamentale ribadire con chiarezza che non si intende affatto demonizzare l’intero popolo ebraico, evitando generalizzazioni semplicistiche e fuori luogo. Al contrario, emerge la necessità di esprimere solidarietà verso quelle voci – associazioni, gruppi, testate giornalistiche, personalità di spicco e singoli individui – che, sia all’interno di quello Stato sia nelle file della diaspora, si espongono con coraggio per dissentire dalle politiche di un governo percepito come guerrafondaio, messianico-estremista e sordo a qualsiasi compromesso.

Significativi in tal senso sono l’appello “NO alla pulizia etnica dei palestinesi” firmato da centinaia di intellettuali ebrei italiani (fra i quali: Anna Foa, Carlo Ginzburg, Gad Lerner, Samuel Ovadia, Tamar Pitch – “La Repubblica” 26.02.2025), le crescenti manifestazioni della società civile israeliana a Tel Aviv contro Netanyahu, il fenomeno del rifiuto crescente da parte di militari della riserva di prestare servizio, unitamente alla lettera scritta da centinaia di riservisti al governo perché cessino i bombardamenti su Gaza: immediatamente licenziati dalle autorità belliche dell’aviazione.

Tuttavia, l’attenzione globale sembra progressivamente allontanarsi dal dramma mediorientale, oscurata da nuove priorità come l’ambizioso programma di riarmo europeo solennemente annunciato da Ursula von der Leyen o la necessità di riprendersi dallo scompiglio e dal disorientamento generale causati dai dazi imposti (minacciati, decisi, sospesi…) da Donald Trump, i quali in pochi giorni hanno bruciato migliaia di miliardi di dollari in borsa.

Per quanto riguarda l’Europa, invece di pensare ad investire 800 miliardi di euro in armi per alimentare in sostanza 27 eserciti nazionali che marciano ancora a ranghi separati – con l’illusione, nemmeno tanto velata, di fornire una boccata di ossigeno, mediante una parziale riconversione, alle produzioni industriali endogene in affanno, specie nel comparto automobilistico – ritengo sia più sensato profondere sforzi ed erogare finanziamenti adeguati al fine di creare una effettiva Unione europea. Assai indicativo, come controesempio, l’ennesimo schiaffo rifilato all’UE dal primo ministro ungherese Orban con l’invito e il ricevimento a Budapest, in pompa magna, del proprio omologo Netanyahu, in barba al mandato di arresto decretato dalla Corte penale internazionale, con la postilla di ritirarne l’adesione da parte dell’Ungheria.

In conclusione, sarebbe quantomeno un atto di onestà intellettuale riconoscere che, lungi dall’essere i paladini universali della democrazia, dei diritti umani e del diritto internazionale, l’Europa e l’Occidente sembrano guidati innanzitutto da interessi continentali e nazionali, mostrando una preoccupante indifferenza verso le sofferenze di popolazioni che vivono al di fuori dei propri confini geografici e mentali. Con profonda vergogna, si constata, ancora una volta, l’abbandono di bambini, donne, anziani e giovani palestinesi che vivono in un inferno continuo e in un cimitero diffuso, senza che ciò scuota più di tanto le nostre coscienze. 

Il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, ha accusato Israele per aver trasformato Gaza in un “campo di sterminio”. Ed ha aggiunto: “L’attuale percorso è un vicolo cieco, totalmente intollerabile agli occhi del diritto internazionale e della storia, e il rischio che la Cisgiordania occupata si trasformi in un’altra Gaza lo rende ancora peggiore. È tempo di porre fine alla disumanizzazione, proteggere i civili, liberare gli ostaggi, garantire aiuti salvavita e rinnovare il cessate il fuoco” (Ansa, 8.04.2025).

Ai gazawi, ormai, non resta che la poesia disperata di Rita Baroud, un grido di solitudine e tradimento:

Non c’è più alcun sogno qui — le cose più amate sono svanite, nessuna voce resta per esprimere i nostri desideri.
Quando abbiamo cercato, tutto ciò che abbiamo trovato erano minacce e singhiozzi soffocati.
Quale sogno potrebbe mai restare, ora che siamo dinanzi a questa totale vacuità?
Resistiamo alla disperazione con il silenzio, resistiamo al desiderio con il silenzio, e al silenzio resistiamo con altro silenzio.
Massacri senza fine e un popolo sepolto vivo sotto le macerie del silenzio.
Sopravvivere è divenuto lotta — persino illusione.
Sopravvivere è impossibile, la morte giunge in molte forme.
La scena a Gaza oggi è puro tradimento.
Un popolo assediato, esausto, affamato, braccato — anche mentre fugge la morte.
Ogni angolo di questa terra grida e ogni bambino porta negli occhi una sola domanda:
Perché siamo lasciati soli?

Ma voglio concludere con una piccola nota positiva: di recente, la Francia, per bocca del presidente Macron, ha annunciato l’intenzione di riconoscere ufficialmente lo Stato palestinese entro giugno 2025. Si spera che tale presa di posizione induca altri paesi fondatori dell’UE a seguire lo stesso passo: costituirebbe un gesto politico importante.

Sarebbe bello che la Svizzera riuscisse a smuoversi dal suo torpore e andare nello stesso senso … ma probabilmente questa è solo fantascienza.


Il bullismo imperante ai vertici della geopolitica

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

“Siamo in un momento molto buio in America, abbiamo un bullo e un delinquente come presidente degli Stati Uniti. Questo non vale solo per gli Stati Uniti, succede ovunque. L’autoritarismo ci conquista”: così definisce il bis-neo-presidente USA, Richard Gere in un recente discorso (vedi “La Torre di Babele” con Corrado Augias, del 24.02.2024)

Mentre Alon Pinkas, su “Haaretz” del 5 febbraio 2025, ne analizza le intenzioni e le gesta in questa maniera: “Trump è un agente preminente del caos. Questo è un marchio di fabbrica che ha sempre sfoggiato, in modo vanaglorioso e provocatorio. Come ha detto che avrebbe fatto, sta attivamente generando e promuovendo il caos in America, la discordia all’interno delle alleanze e sta cercando di minare l’ordine mondiale. Gli agenti del caos seminano il caos. (…). Instillano discordia, confusione, controversie e incertezza”.

In effetti, Trump esercita il potere come dominio assoluto, a suon di decreti/ordini esecutivi, con minacce, ricatti, spirito mercantile, con offerte di acquisto o di annessioni territoriali (Canada, Groenlandia, Canale di Panama). Il bullismo sembra la sua cifra prediletta, assurgendo a metodo di governo: tracotanza di un potere assoluto-messianico, di chi crede megalomanicamente di poter decidere l’esito della storia.

“Vanno al macero decenni e secoli di multipolarismo e tentativi (modesti, a dire il vero) di composizione dei conflitti, per tornare ai galeoni, alle colonie, ai conquistadores, alla lineare elementarietà dell’Ottocento. Ci serve oro? Semplice, conquistiamo chi ce l’ha. Carbone? Andiamo a prendercelo. Terre rare? Roba nostra. Eccetera eccetera” (Alessandro Robecchi, “Il Fatto Quotidiano”, 5.02.2025).

Luciano Canfora: eminente storico, ne sintetizza lo “stile” (si fa per dire) o la postura con il termine “megalomania”.

Anche Trump, come qualcun altro prima di lui … che è (ahimè) durato, politicamente, un ventennio lasciando un segno che si vede bene ancora oggi, si ritiene “unto dal Signore”, designato direttamente da Dio per riportare gli Stati Uniti alla loro “grandezza” imperiale. In quanto sopravvissuto, miracolosamente, a un attentato grazie, secondo la sua narrazione auto-agiografica, all’intervento diretto dell’Altissimo, si ritiene ormai investito dall’Ente supremo del compito di salvare la Superpotenza da un infausto declino cui sarebbe destinata senza la sua provvidenziale leadership. Re per volontà di Dio, insomma.

Esercita o intende esercitare uno strapotere politico, economico, ideologico, con il controllo dell’opinione pubblica attraverso i social media (con l’assist del suo degno compare: Elon Musk) e le catene televisive a lui affiliate/asservite. Va inoltre menzionata la spettacolare sottomissione dei magnati delle ‘big tech’ a Donald Trump, suggellata in mondo visione con la loro compatta e plaudente presenza al momento del giuramento – sulla Bibbia – come 47esimo presidente degli USA. Zuckerberg (fondatore di Meta, cui afferiscono Facebook, Instagram, WhatsApp), Bezos (proprietario di Amazon) e Sam Altman (fondatore di OpenAI, che commercializza ChatGPT) “stanno moltiplicando le loro dimostrazioni di fedeltà” al nuovo comandante in capo. “Nell’XI secolo, i principi si inginocchiavano davanti al papa per chiedere la revoca della scomunica. Mille anni più tardi, i baroni del digitale baciano l’anello del presidente” (Benoit Bréville, Le ‘big tech‘ vanno a Canossa, in “Le Monde Diplomatique”, febbraio 2025).

L’idea di fondo, soggiacente a questo tipo di gestione del potere assoluto, è che il pubblico o i cittadini sono sostanzialmente incolti, “primitivi” e istintivi, per cui non hanno bisogno di logiche argomentative elaborate e ragionamenti troppo sofisticati, poiché hanno bisogno di messaggi, iconografie, simbologie e linguaggi lineari, immediati, “primordiali”. In linea di continuità con lo scomposto e vergognoso assalto perpetrato il 6 gennaio 2021 dai facinorosi suoi sostenitori per la “vittoria scippata” a Capitol Hill (sede del Congresso USA, vale a dire uno dei simboli più “sacri” della democrazia statunitense): tutti graziati in blocco, non appena entrato in carica, dall’attuale presidente.

Le democrazie liberali – le quali, a differenza di quanto si sostiene spesso, non si sono manifestate solo in Occidente, bensì anche in altre parti del mondo, come in India ad esempio –, sono troppo complicate e delicate per reggere il confronto. Come sostiene Gustavo Zagrebelsky, fine costituzionalista e penna de’ “La Repubblica”, esse sono facilmente smontabili dall’interno, per chi volesse svuotarle del loro portato di consociativismo garantito dal rispetto delle minoranze e degli sconfitti nelle elezioni, nonché sostanziate dal riconoscimento della divisione dei poteri esecutivo, legislativo, giudiziario in virtù dei contrappesi che le reggono. Qui siamo di fronte a una versione ben diversa che, in forza della volontà di vendetta dopo quattro anni di attesa rancorosa, chi vince vuole distruggere gli avversari e fare piazza pulita di quanti si frappongano sulla propria strada trionfale verso un nuovo imperialismo o addirittura assolutismo.

I veicoli comunicativi che contano sono ormai diventati i social, dove anche l’attuale inquilino della Casa Bianca si esprime e si sbizzarrisce nelle sue esternazioni deliranti, come il video sul futuro di Gaza – realizzato con l’intelligenza artificiale (bell’esempio, non c’è che dire) e pubblicato sul profilo Instagram di Donald Trump –, il quale diffonde l’immagine o il miraggio, ostentatamente pacchiano e provocatorio, di farla diventare la Riviera del Medio Oriente. Nello stesso appaiono resort di lusso, ballerine sinuose e barbute (?!), palme e piscine al cui bordo troviamo pasciuti e compiaciuti un Trump e un Netanyahu gongolanti di gioia su delle sedie-sdraio, l’alter ego Musk che prende l’aperitivo a base di champagne e ostriche; non manca neppure un’enorme statua d’oro a tutto corpo che rappresenta il culto della personalità dell’uomo forte della superpotenza a stelle e strisce (neo vitello d’oro). Una sorta di luna park su una terra gravida di storia, ma soprattutto di dolore, ma anche di grande resilienza da parte di un popolo tanto abbandonato a sé stesso, quanto indomito.

“Come palestinesi, a prescindere da quello che succederà, non abbiamo fallito. Abbiamo fatto del nostro meglio. E non abbiamo perso la nostra umanità. Non ci siamo sottomessi alla loro barbarie”. Sono le parole di Refaat Alareer: poeta, scrittore e docente universitario, ucciso da un raid israeliano nel nord della Striscia di Gaza nel dicembre 2023 (in “Internazionale”, 24.01.2025).

Intanto, mentre Trump sospende tutti gli aiuti militari a Kiev, un altro bullo in Medio Oriente, Netanyahu, sorride compiaciuto per le ulteriori forniture belliche miliardarie appena stanziate da Washington.

Piccola consolazione, il premio come miglior documentario conferito agli Oscar 2025 al lavoro del collettivo di registi palestinesi e israeliani (a dimostrazione di una possibile convivenza, come in diversi altri casi, purtroppo poco mediatizzati) intitolato No other land. Da segnalare il loro accorato e intenso intervento durante la premiazione: “Chiediamo al mondo di agire per fermare le ingiustizie e la pulizia etnica del popolo palestinese”, dopo aver mostrato con le loro potenti immagini e testimonianze le violenze, le ingiustizie e i soprusi che la popolazione palestinese subisce reiteratamente in Cisgiordania. Immediata e immancabile la reazione indignata, per il riconoscimento attribuito, di un esponente del governo di Tel Aviv, il ministro della cultura israeliano Zohar: “Narrazioni che distorcono l’immagine di Israele”.

A ciò si aggiunge la pietosa messa in scena con l’agguato teso a Zelensky da Trump e dal suo vice Vance nel recente incontro presso lo Studio Ovale della Casa Bianca, dove il primo è stato bistrattato e umiliato (messo all’angolo e alla berlina) davanti all’intera batteria mediatica filopresidenziale (ben selezionata dal tycoon e dal suo seguito), schierata a mo’ di plotone d’esecuzione per indurlo alla resa o all’arrendevolezza, con l’esclusione dei giornalisti scomodi e poco allineati, mentre, guarda caso, c’era un giornalista dell’agenzia ufficiale d’informazioni della Federazione Russa.

Andrij Ljubka, scrittore e poeta ucraino di 37 anni, così esprime il suo sfogo: “Il disgusto che provate leggendo queste righe è giustificato, e per gli ucraini è familiare da tempo. Perché nessun ‘accordo di pace’ produrrà il risultato più importante, cioè la punizione dei criminali di guerra e la condanna delle loro atrocità. Invece di finire in carcere o subire l’isolamento internazionale, l’aggressore si siederà comodamente nella sua poltrona nelle più prestigiose riunioni internazionali, imponendo le sue condizioni. Viene voglia di gridare: non è possibile!” (in “Internazionale”, 28.02.2025).

E l’Europa? Dov’è, che cosa fa?

Pare che per ora se ne stia piuttosto ai margini, poco considerata e a sua volta sottoposta a improperi (Trump) e a lezioni di democrazia (Vance), mentre vi è chi la esorta ad uscire dal suo letargo. È il caso dell’economista francese Thomas Piketty, il quale così si è espresso sulle colonne di “Le Monde”, il 18 gennaio scorso: “Nella battaglia globale tra la democrazia e l’oligarchia, la speranza è che l’Europa possa uscire dal suo letargo e avere finalmente un ruolo attivo. Il continente ha tutto da perdere dalle politiche trumpiane”.

Tuttavia, mi sembra che, sull’onda dell’emergenza o del panico per lo scaricamento o il disinvestimento statunitense nella difesa del nostro continente, l’Europa si stia imbarcando in un’impresa poco lungimirante, con una chiamata alle armi, nel senso di una rigenerazione retorica affidata al riarmo generale, a tutto campo. La solita von der Layen, con il suo viso serafico forse leggermente più greve, ha lanciato un appello piuttosto infervorato perorando la causa di un grande riarmamento europeo, con un investimento di ben 800 miliardi di euro, che inevitabilmente andranno a detrimento di qualche altra posta in palio, in primis il ridimensionamento dei piani annunciati a gran voce fino a poco tempo fa per la transizione green. Vi sarà altresì la (rin)corsa dei vari paesi membri a rastrellare i miliardi prospettati per il rafforzamento del comparto militare con tagli dolorosi agli aiuti umanitari all’estero (peraltro già prontamente attuati da taluni), allo stato socio-assistenziale, vale a dire al sistema sociale che garantisce a tutti i cittadini l’accesso ai servizi e alle forme di assistenza fondamentali, compreso un contenimento delle risorse finanziarie per l’istruzione e la formazione, le cure medico-sanitarie, i progetti a favore dell’ambiente e quelli volti a sostenere lo sviluppo delle regioni meno sviluppate del continente legati ai fondi di coesione dell’UE, che verranno in buona parte dirottati per rafforzare le spese militari nazionali. Eh sì, da qualche parte questi miliardi andranno pur presi e guarda caso sono sempre i settori testé menzionati a farne le spese e a pagarne le conseguenze. Mentre le industrie belliche e degli armamenti gongolano pensando ai lauti affari in vista, che aumenteranno i loro profitti già allo stato attuale esorbitanti e assai accresciuti per i conflitti in corso.

Vi è poi chi pensa ingenuamente che un tale imponente impulso possa favorire il sistema industriale europeo, permettendo, grazie all’incremento muscoloso delle forze armate continentali (che non si capisce bene se saranno “comuni”, oppure se rimarranno sotto l’egida dei vessilli nazionali) una parziale riconversione nella produzione bellica di certi comparti, come quello metalmeccanico e automobilistico che sta perdendo sensibilmente quota, senza tener conto che fra i dieci maggiori colossi mondiali che producono sistemi d’arma, otto sono statunitensi: dunque andremmo semmai a foraggiare quel mercato.

Ancora una volta, com’è stato il caso con la moneta unica, alla quale ci si è ancorati per aggregare il processo di unificazione europea, lasciando in secondo piano, per non dire dimenticando per strada, le dimensioni sociali, culturali, formative, come se le stesse dovessero venire da sé trascinate dall’affermarsi di un sistema monetario unificato.

In merito all’enfasi per la creazione di una forza di difesa comune, il premio Nobel 2001 per l’economia Joseph Stiglitz, così si pronuncia: “Sarebbe più opportuno, anzi è un imperativo, dare il via a politiche industriali che le consentano [all’Europa] di rendersi più indipendente” (“La Repubblica”, 5.03.2025).

La proliferazione degli armamenti, come è sempre accaduto nel corso della storia, non può che provocare l’incremento dell’uso di armi sempre più sofisticate e micidiali, in una spirale senza fine verso l’autodistruzione del genere umano (che forse, a guardare bene, non sarebbe poi una gran perdita per il globo terracqueo dove siamo capitati a vivere).

Una delle poche, per non dire l’unica voce autorevole fuori dal coro rimane quella di Papa Francesco, voce peraltro inascoltata, come fosse un fastidioso rumore di fondo o una sorta di refrain in mezzo alla cacofonia del presente, del resto ora confinata in un ospedale dove giace in cattive condizioni.

La cosiddetta opinione pubblica o la società civile appare talmente disorientata e frastornata, od occupata in altre questioni e faccende, da risultare ammutolita, asfittica, assente o silente, analogamente ai movimenti pacifisti, ai partiti di sinistra, agli intellettuali di vario genere, alle istanze laiche, costantemente dilaniati o frantumati da fazioni, correnti, personalismi, distinguo, discettazioni infinite.

È impressionante e deludente constatare come l’unica o prioritaria risposta, sempre di tipo emergenziale giacché si reagisce prevalentemente rispetto all’immediatezza degli eventi, con prospettive di piccolo cabotaggio, senza una gittata progettuale capace di sviluppare una visione palingenetica di ampie vedute, capace di aprire orizzonti nuovi e promettenti, anziché di tipo bellicista seppur edulcorati con la patina della ‘difesa’.

Peccato che, per una volta, non si cambi logica e paradigma, rifacendosi e riproponendo con decisione e convinzione, per adattarli alla realtà odierna, i princìpi e i valori di matrice umanistica su cui si fonda la costituzione dell’Unione europea.

Nel Preambolo della ‘Carta dei diritti fondamentali dell’UE si legge: “I popoli d’Europa, nel creare tra loro un’unione sempre più stretta, hanno deciso di condividere un futuro di pace fondato su valori comuni. Consapevole del suo patrimonio spirituale e morale, l’Unione si fonda sui valori indivisibili e universali della dignità umana, della libertà, dell’uguaglianza e della solidarietà; essa si basa sul principio della democrazia e sul principio dello Stato di diritto. Pone la persona al centro della sua azione istituendo la cittadinanza dell’Unione e creando uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia. L’Unione contribuisce alla salvaguardia e allo sviluppo di questi valori comuni nel rispetto della diversità delle culture e delle tradizioni dei popoli d’Europa (…); essa si sforza di promuovere uno sviluppo equilibrato e sostenibile…”.

Allora mi chiedo, perché non investire energie, sforzi, risorse intellettuali e finanziarie in queste direzioni, in maniera ben maggiore di quanto si faccia attualmente, per cercare una maggiore e migliore coesione comunitaria che sicuramente oggi non c’è a vari livelli, all’insegna dell’unità nella diversità. Giacché, prima di un muscoloso esercito continentale, occorrerebbe costruire una solida/solidale unione culturale, sociale, politica, economica, maturando l’appartenenza al blocco di valori, princìpi, ideali testé evocati, riconoscendo peraltro le specificità regionali intese come ricchezza all’interno di un quadro condiviso.

A mio avviso, uno dei canali più idoneo in tal senso sarebbe puntare sulla dimensione educativa, in linea di continuità e collaborazione con prospettive enunciate dagli organismi internazionali che si occupano di queste materie.

Come esempio, mi rifaccio al documento dell’UNESCO del 2018, “Educazione alla Cittadinanza Globale: Temi e Obiettivi di Apprendimento”: strumento concettuale e metodologico per dare impulso a una cultura di pace, sostenibilità e rispetto dei diritti umani. Di seguito, in estrema sintesi, i temi trattati e le finalità perseguite:

  • Interdipendenza globale: comprendere le relazioni tra questioni locali e globali, come povertà, cambiamento climatico e migrazioni.
  • Diritti umani: promuovere la conoscenza e il rispetto dei diritti umani fondamentali.
  • Sostenibilità: educare alla responsabilità ambientale e alla promozione di stili di vita sostenibili.
  • Pace e nonviolenza: favorire la risoluzione pacifica dei conflitti e il rifiuto della violenza.
  • Diversità culturale: valorizzare le differenze culturali e promuovere il dialogo            interculturale.
  • Partecipazione civica: incoraggiare l’impegno diretto nella società e coltivare la cittadinanza attiva e lo spirito democratico-partecipativo.

Utopia? Scarsa propensione alla realpolitik?

Probabilmente sì, ma forse alle volte può valere la pena uscire dagli schemi dominanti per tentare nuove vie, accompagnati da una visione utopistica (che significa peraltro non perorare qualcosa di impossibile, bensì anelare piuttosto a qualcosa di non ancora compiuto nel presente, ma suscettibile di realizzarsi in futuro), unendo tutte le forze che ne condividano l’orizzonte intenzionale a tutte le latitudini e a tutte le scale.

Ho fatto un sogno, sulla scorta dell’esortazione di Richard Gere a reagire allo stato delle cose, contenuta nel discorso richiamato all’inizio di questo scritto: “Dobbiamo essere attenti, dobbiamo avere energia, dobbiamo essere spavaldi, dobbiamo essere coraggiosi (…), dobbiamo essere uniti, alzarci in piedi, dire la verità, essere onesti”.

Nel mio viaggio onirico, come locarnese ho richiamato la conferenza per la sicurezza e la pace tenuta nella cittadina sulle rive del Verbano dal 5 al 16 ottobre 1925, con la partecipazione di delegati delle principali nazioni europee e che sfociò nello storico Patto di Locarno, in ricordo del quale è detta “città della pace”. Gli accordi stipulati allora contribuirono a un breve periodo di distensione e di collaborazione internazionale dopo la Prima guerra mondiale.

Due anni dopo, fra il 3 e il 15 agosto del 1927, Locarno ospitò un altro importante congresso internazionale, promosso dalla Ligue Internationale pour l’Éducation Nouvelle (LIEN) fondata a Calais nel 1921, per tracciare i connotati di una nuova stagione in campo educativo con la partecipazione dei più eminenti pedagogisti dell’epoca e con delegazioni provenienti da una quarantina di paesi e dai cinque continenti.

Ebbene, ho sognato che quel fervore ideale e progettuale anelante alla pace e a un mondo migliore prodottosi allora attorno al Lago Maggiore si potesse ripresentare oggi… ma mi accorgo che, tenuto conto del clima o dello ‘spirito del tempo’ attuale, sto vaneggiando, per cui è meglio che mi fermi qui.

Nell’immagine: Jim Shaw, “Large Trump Chaos I”


Schermi, smartphone e social media: il loro uso da parte dei giovanissimi

Ogni 27 gennaio la Shoah ci impone di ricordare, ma anche di interrogarci e riflettere su quanto accade oggi sotto i nostri occhi, alla luce anche dello sguardo critico delle nuove generazioni 

(segue dalla prima parte)

Forse, la soluzione non consiste tanto nel procedere a divieti o a decisioni draconiane, quando ormai i buoi sono scappati dalla stalla o dal recinto (chissà perché reagiamo immancabilmente “a posteriori”, e un bel po’ dopo il manifestarsi di fenomeni psico-sociali assai importanti, sempre a rimorchio dei fatti e in ritardo!). Quanto piuttosto nell’avviare una riflessione seria e un dibattito approfondito sul possibile impiego delle tecnologie, dal punto di vista educativo, come contributo per la crescita e il potenziamento delle facoltà cognitive, sociali, etiche delle nuove generazioni. Viene qui ad affermarsi uno sguardo/discorso pedagogico, sempre ammesso sia ancora plausibile ricorrervi o farvi riferimento, nello ‘spirito del tempo’ attuale in cui a farla da padrone sembrano essere pareri, consigli, orientamenti indotti da influencer, opinion maker, coach di ogni tipo (da quelli “per dimagrire” o “per mantenersi in forma”, ai “life coach” che abbracciano addirittura la fenomenologia dell’intera sfera esistenziale).

Invece di adottare un approccio basato su divieti rigidi, a me sembra più utile promuovere un progetto pedagogico globale che coinvolga tutte le figure chiave nel processo educativo: genitori, figli, insegnanti, educatori, psicologi, pediatri, eccetera. Una simile impostazione dovrebbe puntare a sensibilizzare non solo i giovani, ma anche gli adulti, sull’importanza di un uso avvertito, creativo e critico degli strumenti informatici. L’educazione non deve riguardare solo la limitazione del tempo o la regolamentazione dei contenuti, ma anche lo sviluppo di competenze digitali, la capacità di far fronte ai rischi e la promozione di un uso positivo della tecnologia.

In sostanza, un patto comune di educazione digitale può fornire una risposta più duratura ed efficace rispetto ai semplici divieti. L’obiettivo sarebbe quello di formare cittadini digitalmente consapevoli, capaci di navigare nel cyberspazio con responsabilità e autonomia. Il tutto nell’auspicio di contribuire a creare una società più sana e attiva, anche nel mondo virtuale, senza che quest’ultimo diventi un universo totalizzante e sovraesposto, bensì coltivando parallelamente il gusto di immergersi attivamente e creativamente anche nell’ambiente reale circostante mediante attività conoscitive, ricreative e ludiche che abbiano il fulcro nella mobilitazione globale del corpo e delle facoltà psico-fisiche.

In simile prospettiva, sarebbe utile riscoprire apprendimenti, abilità, perizie da costruire e perfezionale nel proprio contesto ambientale e nella reale sfera socioculturale di appartenenza. Un valido esempio è costituito dai bambini colombiani – quattro fratelli appartenenti alla comunità indigena Huitoto: la più grande di tredici anni, gli altri di nove, quattro e il più piccolo di appena un anno – che per quaranta giorni hanno resistito nella fitta e pressoché impenetrabile giungla del Guaviare, nel sud della Colombia, riuscendo a sopravvivere all’incidente aereo che aveva provocato la morte della propria madre con cui viaggiavano. Sono sopravvissuti grazie agli insegnamenti della nonna Fatima, la quale, attingendo dalla tradizione del loro popolo, ha trasmesso alla nipote utili istruzioni e indicazioni per sostentarsi nella giungla, come la conoscenza delle piante e delle erbe commestibili e dei possibili rimedi per sostentarsi in quell’ambiente ostile (“La Repubblica”, 10 giugno 2023).

Questa vicenda, per fortuna coronata con un lieto fine, dimostra che la diversificazione di conoscenze, competenze, abilità, lingue/linguaggi per leggere e interpretare quanto ci circonda può costituire un valido patrimonio, una preziosa dote/dotazione per affrontare un mondo vieppiù complesso, al punto da rivelarsi in taluni casi addirittura un’assicurazione sulla vita, indispensabile per la stessa sopravvivenza.

Emerge pertanto la validità di intraprendere operazioni/iniziative volte a conciliare i dispositivi elettronici e le pratiche tecnologiche più avanzati, con altre attività che mettano in funzione il corpo, e da praticare in outdoor: nell’ambiente circostante, andando alla scoperta di esperienze, emozioni, paesaggi nuovi e arricchenti, al di là delle succulenti suggestioni della realtà aumentata delle TIC o degli ambienti fittizi dei videogiochi (per quanto essi possano senz’altro, a talune condizioni, contribuire allo sviluppo cognitivo e ad incentivare determinate capacità psico-sociali).

Peer Education: una soluzione dal basso per una maggiore consapevolezza

Un’alternativa che merita particolare attenzione alle proposte di divieti e restrizioni avanzate da Haidt, risiede nella Peer Education (PE): un approccio educativo basato sull’insegnamento tra pari, che si sta rivelando particolarmente efficace, non solo nel campo dei comportamenti a rischio praticati in contesti giovanili, ma anche per quanto attiene all’educazione digitale. Piuttosto che affidarsi a regole imposte dall’alto o a discorsi paternalistici che rischiano di avere poca presa sulla popolazione giovanile, la PE coinvolge gli stessi ragazzi come educatori e promotori di buone pratiche in diversi settori di vita che li coinvolgono.

L’idea centrale di questo approccio è che i giovani siano spesso più propensi ad ascoltare e seguire i consigli dei loro coetanei, piuttosto che quelli degli adulti, percepiti talvolta come distanti e poco al passo con i cambiamenti rapidi della realtà socioculturale di riferimento. Attraverso la PE, i ragazzi vengono formati per diventare educatori all’interno delle loro comunità, aiutando i loro pari a sviluppare una maggiore consapevolezza e responsabilità nell’ambito esistenziale preso in considerazione.

D’altro canto, occorre doverosamente precisare e sottolineare che non si tratta di mandare spontaneisticamente i ragazzi allo sbaraglio (della serie: “andate e fate … qualsiasi cosa va bene …”): coloro che assumessero il ruolo di Peer vanno debitamente accompagnati e formati all’assunzione di un tale importante ruolo animativo e mediativo, fornendo loro efficaci strumentazioni metodologiche per l’animazione e la gestione di gruppi attraverso tecniche e accorgimenti comunicativo-relazionali adatti alla bisogna.

La PE sembra funzionare per diversi motivi:

  • Empatia e affinità generazionale: gli adolescenti possono condividere esperienze comuni con i loro coetanei e parlare lo stesso linguaggio, rendendo il processo educativo più naturale e meno formale.
  • Modelli di comportamento positivi: quando i ragazzi vedono che anche loro amici o coetanei adottano comportamenti responsabili, sono più inclini a seguire questi esempi. I coetanei diventano modelli di riferimento, favorendo una cultura dell’autoregolamentazione.
  • Coinvolgimento attivo: invece di essere passivi destinatari di regole imposte o calate dall’ “alto”, i giovani diventano protagonisti attivi della loro formazione, assumendo responsabilmente decisioni pertinenti e sviluppando un pensiero critico funzionali alla loro crescita.

Nel nostro contesto, la PE diventa Peer Media Education (PME), la quale, applicandosi al campo specifico qui preso in esame, non solo fornisce agli adolescenti strumenti pratici per affrontare i rischi di navigazione nelle reti telematiche, ma promuove altresì l’empowerment per orientarvisi e agirvi con perizia e sagacia (con particolare attenzione ai social media), favorendo la costruzione di una cittadinanza digitale attiva e cosciente dei risvolti etici.

Una proposta educativa integrata a livello intergenerazionale

L’inclusione della PME come parte di un progetto educativo integrato, in cui genitori, insegnanti, psicologi e altri professionisti collaborano con i giovani, potrebbe rappresentare una svolta importante. Questo approccio consente di superare la dicotomia tra ‘controllo’ e ‘libertà’, spostando il focus su un apprendimento condiviso, dal basso, che non solo rafforza la responsabilità individuale, ma promuove anche una consapevolezza collettiva sui rischi e le potenzialità dei dispositivi e delle pratiche tecnologici.

Se la PME si è dimostrata efficace per sensibilizzare i soggetti in età evolutiva all’uso responsabile delle tecnologie, lo stesso concetto e approccio può essere applicato agli adulti, in particolare ai genitori. Analogamente, dunque, gli adulti possono trarre beneficio da un processo educativo tra pari che li aiuti a gestire e comprendere meglio l’universo informatico, diventando modelli di riferimento più credibili agli occhi dei giovani.

La PME tra adulti potrebbe tradursi in un’ottica di auto-mutuo aiuto, in cui i genitori, così come insegnanti e altre figure professionali e non, condividono esperienze, suggerimenti e strategie per far fronte convenientemente alle sfide della digitalizzazione in corso. Questo tipo di educazione mira a superare l’idea che sia solo il mondo giovanile ad avere bisogno di una guida al digitale, riconoscendo che anche gli adulti, spesso impreparati, possono beneficiare di un percorso formativo che li aiuti a comprendere meglio i rischi e le possibilità offerte dalle tecnologie più avanzate.

Attraverso gruppi di incontro, workshop e scambi di esperienze vi sarebbe l’opportunità di:

  • gestire il proprio tempo digitale, riducendo il rischio di un’esposizione eccessiva o addirittura di dipendenza, con l’assunzione di un atteggiamento critico nei confronti di utenze e contenuti inappropriati.
  • comprendere le dinamiche dei social media, sviluppando un uso avveduto e critico delle piattaforme, cogliendone logiche e funzionamenti soggiacenti.
  • essere un esempio positivo per i propri figli/allievi, promuovendo un impiego equilibrato, sano, propositivo e costruttivo del portato tecnologico.

Uno degli aspetti più importanti di questo approccio è che consente agli adulti di perseguire una maggiore coerenza e credibilità agli occhi dei giovani. Non si può chiedere ai ragazzi di limitare l’uso dei social media o di essere perfettamente coscienti del loro tempo online, se gli adulti stessi non adottano comportamenti responsabili e conseguenti rispetto ai princìpi proclamati. La forza educativa dell’esempio è un elemento chiave: genitori e insegnanti che mostrano di utilizzare i social media in modo equilibrato e costruttivo forniscono ai giovani un modello reale e tangibile da seguire (il che non sembra oggi essere sempre il caso).

Considerazioni conclusive: educare insieme attraverso l’esempio

La PME e l’auto-mutuo aiuto tra pari, sia tra i giovani sia tra gli adulti, rappresentano un’opzione educativa più sostenibile e partecipativa rispetto ai divieti o alle imposizioni esterne. Promuovere l’apprendimento reciproco e la responsabilità condivisa può aiutare a creare una cultura digitale più consapevole, in cui genitori, figli, insegnanti e educatori siano tutti coinvolti. Solo attraverso l’esempio e la cooperazione possiamo sperare di formare una generazione capace di affrontare, in modo sano e intelligente, le sfide di quanto ruota attorno ad internet e alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Unendo i benefici della PME per i giovani e per gli adulti, emerge una visione più ampia e ambiziosa: un’educazione intergenerazionale fondata sulla reciprocità e sull’attivismo educativo.

In un mondo sempre più digitalizzato, in cui le innovazioni tecnologiche evolvono a una velocità vertiginosa, è essenziale che genitori e figli, insegnanti e studenti, si confrontino e si supportino a vicenda, promuovendo – attraverso un dialogo continuo e costruttivo nel novero di un patto educativo robusto e vigoroso, in cui entrambe le componenti generazionali imparano le une dalle altre e crescono insieme – una cittadinanza attiva, creativa e responsabile, non solo all’interno delle reti mediatiche e informatiche, ma anche nella vita reale, in funzione di una effettiva e produttiva convivenza civile.

La cittadinanza attiva diventa così un viatico e un traguardo condiviso, dove le nuove generazioni, grazie all’educazione ricevuta, siano in grado di esercitare una partecipazione critica e costruttiva alla vita sociale e digitale, mentre quelle più “mature”, grazie alla formazione reciproca, acquisiscano efficaci strumenti per accompagnare le prime nell’accedere responsabilmente e con piena consapevolezza nel contesto socioculturale attuale, valutandone/soppesandone potenzialità e rischi, opportunità e insidie e prendendone parte in termini protagonistici, con vigore e partecipazione.

In codesto orizzonte intenzionale, l’educazione non andrebbe più vista come un compito unilaterale o settoriale, bensì come un impegno collettivo, in cui ogni individuo, indipendentemente dall’età, si senta responsabile per il proprio comportamento e per quello degli altri, in maniera da contribuire alla costruzione di una comunità digitale e socioculturale più informata, scrupolosa e perspicace, in cui il rispetto reciproco e l’uso etico della tecnologia risultino valori idealmente condivisi da tutti.

Fulvio Poletti è pedagogista
Nell’immagine: tasche per raccogliere i telefonini durante le lezioni in una scuola americana