Addio Lugano bella

Addio Lugano bella

Perché il Molino era il mio angolo di Paradiso


Gabriella Giuria
Gabriella Giuria
Addio Lugano bella

“Erotismo di Stato”, di Barricada Grafica (Carolina) – vedi nota a fondo pagina

Il Molino da quel lontano 1996 tante volte si è dovuto confrontare con svariati cambiamenti; è un’autogestione che in quel di Lugano non risponde a logiche organizzative; è una realtà “fluida” dove si propone, si dispone e si decide con l’assemblea; essere presenti determina “il vento che tira”.

Nella nostra razionalità queste dinamiche quasi tribali sono difficili da metabolizzare ma resta il fatto che se vuoi esserci lo spazio c’è… basta prenderselo ed io nel mio piccolo l’ho preso.

Per anni in quel posto ho trovato volti, abbracci, sogni, speranze; era il mio angolo alternativo, il mio pezzettino di Valparaiso: bohémien, decadente, godereccio e pure poetico.

E così tante volte alla bettola del Molino imponevo le mie canzoni latinoamericane, e tutti insieme facevamo un viaggio in quei posti dove l’allegria e la nostalgia ci commuoveva e avvicinava.

Provengo da una famiglia dove l’arte come arma di resistenza è stata portata avanti anche nei rapporti famigliari; per decenni è stata spaccata della dittatura di Pinochet; chi contadino, chi militare, chi intellettuale, chi artista; divisi dalla dittatura e dal suo classismo e mancanza di orizzonti.

In quel contesto la poesia di mia madre a l’arte di mia sorella Carolina rappresentavano dei veri momenti di tregua: recite, incisione e teatro, creatività e impegno arrangiandosi di qua e di là.

Con Carolina il Molino negli anni è diventato il posto da frequentare  quando veniva a trovarci a Lugano.

In ogni angolo trovavi una sua creazione: un murale, dei  quadri, degli adesivi… tutto sapeva di lei. Lì la ritrovavo nel tempo e nello spazio… poi con l’arrivo della pandemia non ci sono più tornata e nella distanza imposta dal virus anche la nostalgia del nostro Molino era motivo di scambio e di ricordi.

Ieri sera tutto questo però si è sgretolato e ho sentito come uno schiaffo: il nostro Molino sotto le ruspe, giovincelli pseudo fasci che provocavano e minacciavano; tanta – troppa – polizia  come nei miei peggiori ricordi di quel Cile che rifiuto: poco accogliente e autoritario.

Pensavo che questa sensazione di sopraffazione e paura era rimasta dall’altra parte del mondo e che qui perlomeno c’è un barlume di dialogo in nome di una pace sociale.

Ma purtroppo anche qui alcuni partiti e l’attuale Municipio – che in teoria rappresenta tutti quanti noi – sentono il bisogno di mostrare i muscoli e peggio ancora sembra si agisca per ripicca.

Sembrerebbe, dalle loro dichiarazioni nel corso della giornata, che rispondere alla provocazione è quasi più importante dell’autorevolezza, della correttezza e della trasparenza.

E cosi di colpo è triste realizzare che per trovare il mio angolo di Valparaiso non devo più recarmi alla bettola: è cambiata la prospettiva. Sabato notte il mio angolo di Cile  – quello che volevo lasciarmi alle spalle – era negli sguardi delle persone sgomente e nell’indifferenza della polizia; nella distruzione, nella violenza e nella costatazione che la prepotenza è dappertutto. Non dobbiamo mai abbassare la guardia perché le battaglie di civiltà si fanno ovunque.

Gabriella Giuria è attivista per i diritti umani

Il poster in immagine è stato realizzato da Carolina, sorella dell’autrice dell’articolo. Si trovava all’interno dell’ex Macello. Come per molte altre suppellettili (fra le quali libri, pubblicazioni, computer)  non si sa se sia stata distrutto sotto le macerie o se verrà restituito

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