Nicaragua, trame all’italiana

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

È stata una vigilia concitata, letteralmente “all’italiana”, quella dello scorso 19 de julio, 47° anniversario della cacciata del dittatore Anastasio Somoza in Nicaragua, per il quale il “fu” comandante Daniel Ortega (oggi ottantenne) è riapparso in pubblico dopo oltre due mesi di assenza di fronte a qualche decina di migliaia di astanti rigorosamente uniformati in camicia bianca. Annunciando con disinvoltura che “non ci saranno più elezioni che possano rovesciare il nostro governo” per mano di “golpisti e oppositori vendepatria”. E scatenando l’irritazione del segretario di stato Usa, Marco Rubio.

Ma veniamo al dunque.

Nella seconda metà degli anni ’80, in piena rivoluzione, il ministro degli esteri del Nicaragua padre Miguel D’Escoto si recò a Roma dal suo omologo Giulio Andreotti. Fra gli argomenti trattati, l’allora capo della Farnesina rimproverò al presbitero la presenza a Managua di diversi “latitanti italiani di organizzazioni terroristiche della sinistra” (BR, Nuclei Comunisti Combattenti…). D’Escoto lo rassicurò sulla loro innocuità per essere “sotto lo stretto controllo delle nostre autorità”. Belzebù annuì, ma precisando: “teneteveli tutti, basta che ci ridate Casimirri».

Alessio Casimirri, unico brigatista della strage di via Fani scampato a sei ergastoli (insieme allo svizzero-italiano Alvaro Lojacono Baragiola), si è rifugiato in Nicaragua nel 1983, ottenendo la nazionalità dall’88 dopo aver fatto l’istruttore subacqueo per le truppe speciali del ministero degli interni. Per poi aprire il ristorante La Cueva del Buzo. Numerosi sono stati i solleciti per una sua estradizione, rivolti in particolare ai due governi della destra locale succeduti alla sconfitta elettorale dei sandinisti del ’90. L’ultimo, nel 2004, ad opera del secondo esecutivo Berlusconi. Ma la costituzione nicaraguense proibisce l’estradizione dei propri cittadini.

Sta di fatto che da allora non se ne è più parlato.

Come si spiega allora che oltre vent’anni dopo il vicepremier Antonio Tajani abbia resuscitato la questione ponendola sorprendentemente e con veemenza al centro del suo intervento a Madrid la scorsa settimana al Libertas Forum dei “popolari” europei con i loro omonimi latinoamericani, in occasione del 50° della fondazione del PPE?

È evidente il voler sommarsi all’onda anti Antifa (neoterrorismo rosso) montata dall’amministrazione Trump in vista delle elezioni di midterm. Anticipando non a caso il vertice dei 67 paesi del giorno successivo a Washington, sotto la regia del segretario di stato Marco Rubio; e dove Giorgia Meloni ha inviato in rappresentanza “solo” il sottosegretario agli interni Emanuele Prisco.

Un discorso quello di Tajani che seppellirebbe al contempo le passate speculazioni sui presunti legami di Casimirri (alias “Camillo” nella colonna romana) con i servizi, emerse pure nella relazione finale del 2017 della Commissione parlamentare sul rapimento e assassinio di Aldo Moro (presieduta da Giuseppe Fioroni). E che spiegherebbero eventualmente come possa essere stato il solo ad averla fatta franca.

Il ministro degli esteri ha esordito attaccando “il governo estremista del Nicaragua col quale non condividiamo nulla”. Il che ha scatenato la reazione dei copresidenti (e consorti) Ortega e Rosario Murillo per le parole “ingiustificate, aggressive e irresponsabili contro la sovranità e dignità del popolo nicaraguense”.  Che hanno reagito con la rottura delle relazioni diplomatiche.

Non che i rapporti del paese centroamericano con l’UE siano dei migliori dopo che dalla rivolta popolare del 2018, soffocata nel sangue, il parlamento europeo ha disposto sanzioni sempre più severe contro il regime orteguista che via via ha violentemente azzerato ogni forma di dissenso. Ma non con l’Italia in prima fila. Tanto che nella stessa dura reazione contro Tajani, si esprime un certo stupore dopo “il rispetto, la comprensione e il vincolo storico” sperimentato fra i due paesi sin dai tempi dell’Unità d’Italia.

Ma l’iniziativa del nostro cancelliere è risultata ancor più inaspettata dopo che appena tre settimane fa il suo ex sottosegretario alla cooperazione (sino al febbraio scorso) Giorgio Silli, nonché deputato di Forza Italia nella precedente legislatura, si è recato a Managua per ben tre giorni da neosegretario generale dell’Istituto Italo-Latinoamericano, concludendo la missione con un entusiastico comunicato che inneggiava all’”ampliamento del partenariato nei settori della cultura, della formazione, dell’innovazione e dello sviluppo umanitario ed economico”. Quando i suoi due predecessori, nei loro nove anni di mandato, si erano ben guardati di toccare il suolo di quel paese; che a questo punto uscirà anche dall’organizzazione fondata da Amintore Fanfani nel 1966.

Viene da chiedersi che fine farà ora Monica Robelo, ambasciatrice del Nicaragua a Roma dal 2015, oltre che delegata presso le agenzie delle Nazioni Unite Pam, Ifad e Fao giusto dal 2007 quando Daniel Ortega, dopo aver fatto fuori i sandinisti democratici negli anni ’90 ed aver sancito un patto con la destra oligarchica somozista, vinse le elezioni è tornò al potere con l’intenzione di non lasciarlo mai più. Quella stessa Monica che ha vissuto pressoché tutta la sua vita in Italia per essere figlia di Lucia Raffone (stretta parente dell’ex segretario di stato vaticano Agostino Casaroli) e soprattutto dell’ottuagenario faccendiere nicaraguense-italiano Alvaro Robelo, che ancora stanzia prevalentemente nel Bel Paese (più che in Costa Rica e Nicaragua). Lui che, amico del “venerabile” Licio Gelli, era pure fratello massone nella Loggia di Andorra del “banchiere di dio” Roberto Calvi; il quale nel 1977 aprì a Managua, con l’approvazione dell’altrettanto massone/tiranno Somoza  la sede nicaraguense del Banco Ambrosiano; che a sua volta rilasciò a Calvi e a Michele Sindona un passaporto diplomatico.

Una volta rimasti sconfitti i sandinisti alle urne nel ’90, essendosi Robelo autodichiarato negli anni ’80 rappresentante dei contras in Italia, fu subito nominato dalla presidente Violeta de Chamorro ambasciatore a Roma. Con la giovanissima Monica a fargli da consigliera diplomatica.

Doña Violeta lo rimosse qualche anno più tardi quando scoprì che Robelo, a sua insaputa, aveva nominato due consoli onorari mafiosi a Catania e Palermo. Con tanto di stemma della Repubblica del Nicaragua affisso all’esterno di uno degli edifici dove operava Totò Riina. Del resto nell’87 il giudice Giovanni Falcone lo aveva già segnalato in uno dei suoi rapporti.

Non datosi per vinto Robelo tentò di rifarsi in Nicaragua fondando il Banco Europeo Centroamericano (Beca) la cui presidenza affidò al deputato berlusconiano Gianfranco Saraca. Promosse al contempo la “Milano da bere” che era andata a investire consistentemente laggiù. E si candidò alle presidenziali del 1996 fondando Arriba Nicaragua (emulazione di Forza Italia). Potè contare fra gli altri sull’appoggio di Francesco Cardella (ex della comunità Saman di Mauro Rostagno a Trapani, allora fuggito dall’Italia per essere ricercato), Donatella Dini (con grandi possedimenti in Costa Rica) e Gabriele Pillitteri fratello di Paolo (sindaco di Milano) nonché cognato di Bettino Craxi (nel frattempo riparato in Tunisia). Robelo ostentò di aver ricevuto da quest’ultimo un milione di dollari in sostegno alla sua campagna elettorale. Tanto che qualcuno sostiene che per Craxi (che aveva un consolidato rapporto anche con Ortega) il Nicaragua avrebbe costituito il “piano b” nel caso qualcosa non avesse funzionato nel rifugio tunisino. 

Fece poi uno spregiudicato accordo tattico/politico con lo stesso Daniel Ortega che suonava più o meno così: “io porto via voti all’ultradestra di Arnoldo Aleman e tu vinci; se invece vincessi io, sarò comunque il “tuo” presidente”.

Robelo cresce rapidamente nei sondaggi. Ma noi de il manifesto, che conducemmo al riguardo un’inchiesta che si prolungò per un intero anno sul posto (oltre che in Italia) scoprimmo che Alvaro Robelo aveva ancora il passaporto italiano. Il che era costituzionalmente incompatibile con l’assunzione di una carica pubblica o di rappresentanza. Sta di fatto che il Consiglio Supremo Elettorale inibì la sua candidatura. E a ottobre ai seggi finì che Aleman prevalse su Ortega, subentrando a Doña Violeta.

Come se non bastasse, tornato Ortega al governo nel 2007, Alvaro Robelo, ammanicato com’era col cardinale Pio Laghi e soprattutto col presidente dello IOR, mons. Paul Marcinkus (per essersi diplomato alla Pontificia commissione dei sacramenti e del culto divino della Santa Sede, oltre che aver ricevuto la laurea honoris causa in scienze bancarie presso l’università Pro Deo degli Stati Uniti) tentò di accreditarsi come ambasciatore in Vaticano. Ma la Curia Romana si rifiutò, non senza le sue pubbliche proteste. Dovette attendere il 2011 per ottenere il massimo incarico diplomatico in Austria, Grecia, Cipro, Liechtenstein e San Marino. Fino al 2018. Mentre su figlia Monica fu piazzata a Roma. E suo fratello Carlos divenne ambasciatore in Svizzera e presso l’Onu e l’Organizzazione Mondiale del Commercio di Ginevra. Dalle quali fu, suo malgrado, ben presto rimosso dalle autorità di Berna. 

C’è poi da domandarsi cosa decideranno di fare gli ambasciatori “nicaraguensi” (ora orfani dell’originaria nazionalità italiana) Maurizio Gelli, ritirato da Madrid dopo che la Murillo ha interrotto nel gennaio scorso anche i rapporti con la Spagna (ma tuttora rappresentante a Parigi, Londra e in Cechia, Slovacchia e Andorra); e suo figlio Licio j. (nipote del capo della P2) nominato in Uruguay e dei quali abbiamo più volte informato su queste pagine. Con Maurizio che dopo aver capeggiato lo scorso anno la delegazione del Nicaragua ai funerali di papa Francesco e all’insediamento di Leone XIV°, avrebbe sperato invano di accreditarsi pure presso la Santa Sede (le cui relazioni sono sospese dal 2022 dopo che Managua rispedì a Roma il nunzio apostolico e tre vescovi locali). Lui che aveva intrapreso la carriera diplomatica nei primi anni duemila come console onorario ad Arezzo, grazie al presidente “liberale” Enrique Bolaños.

Quale potrà essere adesso il prosieguo di cotanto disinvolto uso dei passaporti dei due paesi per i personaggi sopra citati? Insieme al mantenimento della preziosissima immunità diplomatica, assegnata loro chissà in cambio di cosa?

Non si tratta altro che del verminaio dell’odierno Nicaragua che un tempo ci fece sognare con la Rivoluzione più aperta e plurale della storia moderna. Per poi convertirsi politicamente oggi in un tutto e nell’esatto suo contrario. Con l’opposizione al completo in esilio, divisa grosso modo fra leaders della destra rifugiatisi negli Usa e sandinisti veraci in Costa Rica e Spagna. A cominciare dallo storico vice di Ortega durante tutta la decade rivoluzionaria dell’80, il grande Dottor Sergio Ramirez, premio Cervantes della letteratura spagnola, riparato suo malgrado a Madrid.

Per concludere, paradosso vuole che anche Alessio Casimirri, pur avendo intrapreso poi un’altra strada, sia cresciuto nei giardini vaticani avendo avuto come padre il capoufficio stampa della Curia romana di tre papi. Tanto che fu il cardinal Montini a battezzarlo e a somministrargli la prima comunione; per poi assurgere al Paolo VI che durante il sequestro tanto si diede da fare invano per liberare Moro.

Nell’immagine: Alessio Casimirri [ci scusiamo per l’immagine errata pubblicata in precedenza]


Honduras, Asfura giura da solo davanti a un po’ di generali

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

È iniziata in apparente solitudine la presidenza di Nasry Asfura in Honduras. Al chiuso di un parlamento blindato invece che (come di norma) allo stadio nazionale; e senza l’obbligo della diretta a reti unificate. Con neppure un capo di stato che vi abbia assistito, neanche delle piccole nazioni confinanti; a malapena c’erano i loro ambasciatori. E soprattutto in assenza della sua predecessora Xiomara Castro, che ha parlato di «governo de facto» scaturito da un «mostruoso broglio elettorale imposto da fuori». Proprio lei che aveva battuto nettamente Asfura quattro anni fa e al cui insediamento aveva partecipato nientemeno che la vicepresidente degli Stati Uniti, Kamala Harris.

Tutto è stato ricondotto all’oligarchico bipartitismo, protrattosi per oltre un secolo nella persistente banana republics centroamericana. Con il ricompattamento nel Congresso dell’ultradestra del Partido Nacional (per l’appunto di Asfura) e del moderato (di nome) Partido Liberal di Salvador Nasralla, dichiarato sconfitto da un impresentabile Consiglio elettorale per appena lo 0,7% dei voti, dopo un mese di riconteggi e palesi irregolarità. Un Nasralla, popolare conduttore sportivo tv, che nel 2022 si era alleato con la Castro per favorire la nascita di un governo progressista (salvo abbandonarla a metà mandato) che tentasse di mettere mano al paese con più poveri (il 60% degli 11 milioni di abitanti) e violento dell’America Latina dopo Haiti.

Xiomara che ha promesso che, non si sa come, «la lotta continuerà», ha amministrato tra mille difficoltà e qualche modesto risultato rifacendosi sul golpe subito nel 2009 dal marito Manuel Zelaya (anch’egli originariamente liberale) che pagò l’essersi alleato col venezuelano Hugo Chavez. Ma, sconfitta nettamente la sua candidata Rixi Moncada (del Partido Libertad y Refundación, giunta terza) ha dovuto lasciar fare, non controllando esercito e apparati di sicurezza; i cui generali, invece sì, erano presenti alla cerimonia. E a maggior ragione per essere invisa all’amministrazione Trump avendo rotto le relazioni con Taiwan per stringerle (per la prima volta) con Pechino.

Asfura, impresario edile di 67 anni, sindaco della capitale Tegucigalpa (dove è stato inquisito per riciclaggio) si è limitato a parlare di «riconciliazione nazionale» e «riduzione del bilancio statale». Ed ha azzerato lo stato di emergenza in 3/4 del paese che aveva dimezzato gli omicidi ma non il drammatico fenomeno delle estorsioni. Prima dell’assunzione dei poteri Asfura si era recato a Washington per riunirsi col Segretario di stato Marco Rubio, il ministro della guerra Hegseth e quello al commercio Lutnick. Per poi andare in Israele dove, lui di discendenza palestinese, si è “prostrato” di fronte a Herzog e Netanyahu.

Il tutto, per ora, nel silenzio di Donald Trump che durante la campagna elettorale aveva minacciato di scatenare «l’inferno» con tagli (al posto di incrementi) degli aiuti Usa in caso di una sua sconfitta. Per poi decretare clamorosamente, il primo dicembre scorso (a scrutinio dei voti appena iniziato) l’indulto e la liberazione del padrino di Asfura, l’ex (per due volte consecutive, violando la costituzione) presidente Juan Orlando Hernández; condannato a 45 anni di carcere per narcotraffico dallo stesso tribunale di New York che dovrà ora giudicare l’ex capo di stato venezuelano Nicolás Maduro. Il tycoon ha accusato Joe Biden di averlo inquisito inventandosi tutto, per poi farselo estradare negli Usa da Xiomara. Come a dire che per l’attuale inquilino della Casa Bianca la lotta ai narcos viaggia secondo due pesi e due misure. Come pure nel caso del narco/governo del giovane oligarca Daniel Noboa in Ecuador.

C’è chi prevede che il basso profilo (loro malgrado) del ritorno al potere dello scorso martedì dei nazionalisti honduregni, sarà riscattato da un prossimo rientro “trionfale” in patria di Hernández dagli Stati Uniti. Sta di fatto che le deportazioni di migrantes dagli States, le cui rimesse familiari coprono quasi un terzo dell’intero pil, saranno ridotte. Anche se i peones honduregni dovranno continuare a lavorare nelle piantagioni di banane, zucchero e olio di palma delle multinazionali dei gringos. Invece di coltivare riso e fagioli di cui si nutrono mezzogiorno e sera a caro prezzo poiché importati. Mentre resterà salda a Palmerola l’unica base militare della U.S. Force nel subcontinente.

Da ultimo, staremo a vedere cosa succederà con il lancio sperimentale di decine di Zede (zone franche sovranazionali di sviluppo economico, simili ai paradisi fiscali dei Caraibi) autorizzate a suo tempo da Hernández per favorire nuovi e controversi business stranieri. E che il governo della Castro era riuscita in buona misura a cancellare.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immagine: il presidente Nasry Asfura


Gelli Jr. cerca casa

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

E così, a sorpresa, la Spagna ha dichiarato non grato l’ambasciatore del Nicaragua a Madrid. A Maurizio Gelli, figlio del “venerabile” Licio, non è restato che fare le valigie e tornare a Managua, non senza passare (pare) prima da Roma. Ci si è più volte chiesti come mai e in cambio di cosa il “fu” comandante guerrigliero Daniel Ortega lo abbia riconvertito in proprio diplomatico, con la preziosa immunità e riservatissima valigia diplomatica, fin dalla sua rielezione nel 2007 alla guida (perenne) del paese.

Dopo aver ricevuto la cittadinanza nicaraguense, Maurizio Carlo Alberto Gelli ha esordito nel 2009 da ministro consigliere presso l’ambasciata in Uruguay, dove la famiglia del capo della P2 disponeva di sterminate proprietà, per poi essere promosso ambasciatore. Trasferito in Canada nel 2017, il salto di qualità però è del 2023, quando il governo del socialista Pedro Sánchez ne ha accettato l’accredito presso re Felipe VI.

In Spagna, Gelli padre alla fine degli anni ’30 ricevette l’onorificenza di “Giovane Legionario Franchista” dallo stesso dittatore Francisco Franco, per aver combattuto con il 735° battaglione delle Camicie Nere contro i repubblicani nella guerra civile.

DI LÌ IN POI per Gelli jr. è stato tutto un progredire, è stato nominato pure ambasciatore (non residente) in Grecia, Andorra, Slovacchia, Repubblica Ceca, per arrivare a Londra e Parigi. Lo scorso anno, nello stupore generale, la consorte di Ortega, nonché copresidente Rosario Murillo, lo ha inviato a rappresentare il Nicaragua ai funerali di papa Francesco, scavalcando l’ambasciatrice in Italia, Monica Robelo. Che a sua volta è figlia del faccendiere nicaraguese-italiano Alvaro Robelo, amico di Licio Gelli e soprattutto del “banchiere di dio” Roberto Calvi, col quale era “fratello” massone nella Loggia di Andorra.

Calvi nel 1977, con l’ok del dittatore Somoza, aveva aperto nella capitale nicaraguense una sede del Banco Ambrosiano. Mentre Alvaro Robelo (legato pure alla mafia siciliana dai tempi del giudice Falcone) dopo essere stato nominato e poi destituito come ambasciatore del Nicaragua a Roma dal governo post/rivoluzione sandinista di Violeta de Chamorro (rivelatasi una moderata), tornò in patria per candidarsi alle presidenziali del ’96 alla testa di Arriba Nicaragua, l’equivalente della Forza Italia berlusconiana.

CON LA “MILANO DA BERE” che tramite (fra gli altri) Gabriele Pillitteri (fratello del sindaco Paolo, nonché cognato di Craxi) aveva abbondantemente investito in terra nicaraguense. Tutti a finanziare la sua campagna elettorale attraverso il Banco Europeo Centroamericano, presieduto dal deputato di Forza Italia Gianfranco Saraca.

L’inchiesta sul posto di allora del manifesto, durata un anno, ne frustrò le intenzioni quando scoprimmo che Robelo si era postulato alla massima carica dello stato senza rinunciare (come prescrive la costituzione laggiù) alla decennale cittadinanza italiana. Il Tribunal Supremo Electoral ne dovette inibire la candidatura.

ALLE ELEZIONI vinse la destra estrema dell’uscente sindaco di Managua, Arnoldo Aleman, con Daniel Ortega che, liberatosi dei sandinisti democratici e nell’affanno di tornare al potere da solo, strinse abilmente un sorta di patto di “finta belligeranza” con gli eredi del somozismo. Una destra oligarchica che governò per due volte consecutive ma che doveva fare i conti con un esercito e una polizia controllati dall’ex comandante. Fu il presidente “liberale” Enrique Bolaños nei primi anni Duemila a riprendere quell’inquietante “filo nero” del passato e ad ingaggiare Maurizio Gelli come console onorario del Nicaragua ad Arezzo e a San Marino (che non lo accettò).

QUANDO POI ORTEGA VINSE le elezioni del 2006, propose Alvaro Robelo (convertitosi in suo sostenitore) come ambasciatore presso la Santa Sede. Proprio lui che era stato legato a Paul Marcinkus, presidente dello Ior. Naturalmente la Santa Sede rifiutò. E anch’egli (oggi “in pensione”) finì col fare per anni l’ambasciatore di Ortega in Austria, Grecia, Cipro, Liechtenstein, San Marino. Mentre sua figlia Monica lo è tuttora a Roma, dal 2015.

Ora la storia prova a ripetersi. Dopo aver assistito ai funerali di Bergoglio, la domenica successiva Maurizio Gelli è stato colui che, in nome del popolo nicaraguense, ha stretto la mano all’appena eletto papa Leone XIV. Pare che a Managua la soprannominata “papessa” Rosario Murillo – dopo aver sospeso le relazioni con la Santa Sede, espulso il nunzio apostolico), incarcerato e poi esiliato tre vescovi e qualche centinaio fra sacerdoti e religiose, espropriando un’infinità di beni ecclesiastici – volesse provare a ricucire con il Vaticano. Il pontefice argentino del resto aveva paragonato il Nicaragua a una «dittatura hitleriana».

A tale scopo lo “sperimentato” Maurizio avrebbe potuto essere la persona giusta. Ipotesi naturalmente ignorata dalla Segreteria di stato. Anzi, uno dei primi atti di papa Prevost è stato ricevere i tre vescovi nicaraguensi riparati a Roma. L’orteguismo ha reagito colpendo con nuovi divieti e confische la chiesa cattolica nicaraguense

RITORNANDO A MADRID, a onor del vero Gelli junior non avrebbe alcuna responsabilità per il suo allontanamento. È il clan degli Ortega che ha improvvisamente revocato il mandato all’ambasciatore spagnolo a Managua Sergio Farré (da poco installatosi), provocando il reciproco esautoramento.

Il motivo dell’improvvisa revoca non è stato reso noto. Ma si dice che Rosario Murillo, oltre ad essere infastidita dalle periodiche condanne della politica spagnola per la violazione dei diritti umani, nonché per la cittadinanza riconosciuta a oltre un centinaio di dissidenti nicas ivi rifugiatisi, non abbia ricevuto sufficienti garanzie per un eventuale esilio di figli e nipoti.

Il clamoroso blitz contro Maduro e consorte a Caracas ha seminato il panico a Managua, tanto che diversi famigliari della coppia presidenziale sono stati dislocati in località segrete. Allo stesso tempo, per ingraziarsi Trump, c’è stata la liberazione di qualche decina di prigionieri politici.

RESTA DA VEDERE ora che fine farà Maurizio Gelli, accreditato in diverse capitali europee dopo aver sognato la sede vaticana. Cosa che gli avrebbe assicurato l’immunità diplomatica de facto anche in Italia. Potrà forse riprovarci un giorno suo figlio, di nome Licio come il nonno, che a sua volta da un paio d’anni è ambasciatore del Nicaragua a Montevideo.

Scritto per: il manifesto

Nell’immagine: Maurizio Gelli con papa Leone XIV


Nicaragua, gli Ortega compiacciono Trump dopo il blitz venezuelano

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Dopo i primi rilasci in Venezuela anche in Nicaragua sono stati scarcerati una ventina di prigionieri politici (pur relegati agli arresti domiciliari) in coincidenza del 19° anniversario di Daniel Ortega al potere. In realtà poco prima l’ambasciata degli Usa a Managua aveva emesso un intimidatorio comunicato nel quale auspicava il rilascio di “60 persone ingiustamente detenute o desaparecidas”. Al contempo la Sezione Affari dell’Emisfero Occidentale del Segretario di Stato Marco Rubio ammoniva che “nel 2006 i nicaraguensi non avevano votato per una dinastia vitalizia”.

Sta di fatto che la relativa marcia commemorativa è stata cancellata per evitare che suonasse come manifestazione anti-Trump. Il regime di Ortega e della sua consorte/copresidente Rosario Murillo ha così invertito l’iniziale tendenza a condannare il blitz di Caracas con gli arresti di decine di dissenzienti che si erano rallegrati per il sequestro di Maduro.

L’orteguismo si sente assai insicuro al suo interno. Dopo aver espulso dal paese i leader di tutte le frange dell’opposizione (in particolare i sandinisti democratici) e perseguito nelle forme più impensabili la chiesa cattolica locale, la folle Murillo (di fatto unica governante) ha operato nello scorso anno una serie di purghe fra i più stretti collaboratori del sempre più decrepito marito. A cominciare dal suo segretario personale Nestor Moncada, nonché dall’ex membro dell’antica Dirección Nacional della Rivoluzione Sandinista, Bayardo Arce. Tutti finiti in galera. Mentre nel confinante Costarica è stato assassinato il maggiore “traditore” dell’esercito Roberto Samcan. Per non parlare del fratello di Daniel, l’ex storico dirigente e ministro della difesa generale Humberto Ortega, lasciato morire sotto sorveglianza nel suo domicilio nel 2024.

Il clan degli Ortega non ha mai avuto particolari dissidi con l’inquilino della Casa Bianca, neanche durante il suo primo mandato. Dopo la rivolta popolare repressa nel sangue nel 2018 Trump alzò la voce ma Ortega lo rassicurò garantendogli che ci avrebbe pensato lui a controllare quei “giovani ribelli”. E, salvo qualche minima sanzione, nulla accadde. Di lì in poi Ortega badò a non importunare Trump (casomai a compiacerlo) dirottando il transito della cocaina più verso l’Europa e soprattutto arginando il flusso migratorio che proveniva da Panamà. Salvo poi, con Biden, avviare il business di ricevere aerei charter di migranti provenienti da Marocco e Libia per poi indirizzarli verso nord. Flusso da subito reinterrotto per non irritare il rieletto tycoon.

Per il resto l’antimperialismo della coppia presidenziale si è ridotto a puro slogan comparato a Cuba o al “bolivarismo” originario di Hugo Chavez; a cui il Nicaragua ha “succhiato” sempre più opportunisticamente il petrolio.

D’altro canto il Nicaragua di oggi ha l’enorme vantaggio di non contare nulla e al contempo di essere dipendente dagli Usa per il 50% delle sue esportazioni e soprattutto per le rimesse del quasi un milione di nicas emigrati negli States; entrate che tengono in piedi la martoriata economia locale. Certo Trump ha imposto al Nicaragua dazi del 18%. Ma la più volte paventata espulsione dal Trattato di Libero Commercio con i paesi dell’istmo centroamericano (Cafta) non si è mai concretizzata.

Russia e Cina poi, al di là dei solenni rapporti formali, contano proprio poco, salvo forse qualche miniera d’oro data in concessione a Pechino.

Il Nicaragua è dunque sempre più isolato internazionalmente. Alla “papessa” Rosario Murillo importa solamente il suo Padre Celestial; nulla della geopolitica se non in funzione del proprio potere assoluto. Mentre all’interno del Nicaragua campeggia la foto della folta famiglia Ortega diffusa l’8 dicembre scorso per la festa della Purissima (Immacolata Concezione). Dove manca però Zoilamerica, da anni riparata all’estero per aver denunciato il “padrastro” Daniel di abusi fin da piccola; ma sconfessata dalla madre Rosario.

Ha ragione l’ex comandante guerrigliera Dora Maria Tellez, oggi in esilio in Spagna: “Dopo la cattura di Maduro gli Ortega, figli compresi, non dormono la notte neanche col più soporifero dei sedativi; non possono fidarsi di nessuno, men che meno a casa propria”.


In Honduras ha vinto… Trump

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Ha del surreale tutto ciò che sta accadendo in Honduras a ben dieci giorni dalla chiusura dei seggi per le elezioni presidenziali, cui hanno partecipato (in calo) la metà degli aventi diritto. Dopo varie inspiegabili interruzioni “tecniche” lo scrutinio avrebbe coperto il 98,77% dichiarato delle schede senza che sia stato annunciato ufficialmente un vincitore. Eppure in testa col 40,56% appare il candidato del Partido Nacional, Nasry Asfura, dell’ultradestra oligarchica, con un irrecuperabile punto e mezzo sul contendente “moderato” Salvador Nasralla, del Partido Liberal (39.16%). E dire che Nasralla fino a qualche giorno fa (seppur di poco) era in prima posizione, quando il conteggio ha subito un misterioso blackout al termine del quale le parti si sono definitivamente invertite.

In contemporanea era intervenuto Donald Trump minacciando “l’inferno” se il “quasi comunista” Nasralla avesse prevalso su Asfura. Quest’ultimo apertamente appoggiato dal tycoon durante la campagna elettorale con promesse di consistenti aiuti al paese (come recentemente fatto per l’argentino Milei). Senza contare il clamoroso indulto che l’inquilino della Casa Bianca ha elargito in favore dell’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández (di cui Asfura è il delfino) estradato nel 2022 e condannato a 45 anni per narcotraffico da scontare in un carcere della Pennsylvania. Come a dire che per Trump se sei un narco/governante iperliberista (vedi pure Daniel Noboa in Ecuador) non è un problema.

Nasralla al momento si è limitato a sollecitare un riconteggio visto che il computo tenuto dalla sua formazione lo darebbe in vantaggio.

Dal canto suo invece la progressista Rixi Moncada, del governante Partido Libertad y Refundación (Libre) in lontana terza posizione col 19 % dei suffragi, ha chiesto l’immediato annullamento e ripetizione delle consultazioni, spalleggiata dal suo rappresentante nel Consiglio Nazionale Elettorale (CNE) Marlon Ochoa, messo in minoranza dalle altre due titolari, Ana Paola Hall e Cossette López, nominate dal redivivo bipartitismo nazional/liberale honduregno. Moncada è naturalmente sostenuta dalla presidente uscente Xiomara Castro, moglie di quel Manuel Zelaya rovesciato da un colpo di stato nel 2009 per aver aderito allora all’Alleanza Bolivariana (ALBA) del venezuelano Hugo Chavez. Con Xiomara che, nel tentativo di dargli almeno una parvenza democratica, ha dovuto barcamenarsi al governo di questo paese da sempre estremamente povero e corrotto, oltreché storicamente banana republic del sistema imperialista.

Gli osservatori internazionali, in particolare dell’Unione Europea, non hanno risparmiato critiche verso l’”inefficiente” funzionamento dei data-center. Dimostrando comunque fin troppa prudenza nei confronti di quello che appare ai più come un incredibile quanto premeditato broglio.

Il CNE ha tempo 30 giorni per proclamare il vincitore. Che a questo punto è scontato sia Nasry Asfura. Con la U.S. Navy che staziona da settimane nel Mar dei Caraibi in funzione anti Venezuela di quel Nicolas Maduro la cui ultima rielezione nel 2024 fu immediatamente riconosciuta dalla presidente Xiomara Castro.

Mentre a ultima ora il procuratore della repubblica dell’Honduras, Antonio Zelaya (anche qui, paradossalmente, fratello del deposto Manuel) ha emesso un ordine di cattura internazionale nei confronti dell’ex narcopresidente Hernández (che la sua succeditrice Xiomara aveva tradotto negli Usa nel 2022 su loro richiesta) e tornato in libertà la scorsa settimana per disposizione di Trump. L’accusa è di essere stato coinvolto in una fitta rete di riciclaggio di denaro derivante dal traffico di cocaina per finanziare le sue campagne elettorali che lo portarono a governare a Tegucigalpa per due mandati consecutivi (dal 2012 al 2022) violando peraltro la costituzione che ne impediva la rielezione.

A questo punto a Hernandez, almeno per ora, converrà rimanere negli Stati Uniti.

Scritto per il manifesto


Honduras: Trump ha il suo candidato e minaccia di “scatenare l’inferno”

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

“Scatenerò l’inferno se ci saranno irregolarità” ha sentenziato Donald Trump dopo che il “suo” candidato alla presidenza dell’Honduras, l’impresario Nasry Asfura, ex sindaco della capitale Tegucigalpa, esponente del Partido Nacional) è stato affiancato nel conteggio dei voti dal “moderato” Salvador Nasralla (Partido Liberal). Il clima è tesissimo tanto più che, scrutinato il 57% delle schede con entrambi i contendenti a sfiorare il 40% delle preferenze, la pagina web del Consiglio Supremo Elettorale è andata in tilt per un paio di attacchi informatici, determinando l’inquietante sospensione del già infinito computo.

Alla vigilia delle consultazioni, come sperimentato recentemente in favore dell’argentino Milei, l’inquilino della Casa Bianca aveva già promesso aiuti consistenti al piccolo stato centroamericano che si affaccia sui Caraibi, dove oggi staziona la flotta della U.S. Navy per controllare le imbarcazioni dei presunti narcos venezuelani. Peccato che Trump, intenzionato a orientare ulteriormente la campagna elettorale in favore dell’ultradestro oligarca honduregno Asfura, abbia annunciato  il clamoroso indulto per l’ex presidente nacionalista (dal 2014 al 2022) Juan Orlando Hernandez, estradato in un carcere degli States a fine mandato per scontare 45 anni: l’accusa dell’antinarcotici DEA è di essere stato finanziato dal boss del Cartello di Sinaloa,  “El Chapo” Guzman, in cambio del transito verso “nord” di 500 tonnellate di cocaina. Non senza aver imputato prima all’amministrazione Biden di aver montato su di lui “una trappola fin troppo ingiusta e severa”.

La spregiudicata iniziativa del tycoon aveva inizialmente messo in imbarazzo Asfura (delfino di Hernandez e già suo sconfitto candidato nel 2021) che in effetti nei sondaggi della vigilia era dato appena al terzo posto. Salvo essersi poi subito adeguato inondando il proprio account di X con foto dei capi di stato statunitense e argentino.

Sta di fatto che, vada come vada, Asfura e Nasralla (curiosamente il primo di antica origine palestinese e il secondo libanese) hanno ripristinato in Honduras lo storico bipartitismo reazionario e conservatore, relegando al terzo posto (con, al momento, il 18%) la governante formazione progressista Libertad y Refundación (LIBRE) della candidata Rixi Moncada. Come dire che se pure un broglio dovesse scaturire dalle urne, esso riguarderà solo i primi due contendenti. Con la presidente in carica Xiomara Castro che fino al momento ha osservato un totale silenzio.

Xiomara, definita da Trump “narcomunista” (allo stesso modo che l’attuale sua ministro della difesa Moncada) è la moglie di quel Manuel Zelaya rovesciato dal golpe civico/militare del 2009 dopo aver aderito all’ALBA (Alleanza Bolivariana) del visionario venezuelano Hugo Chavez. Non che Zelaya fosse particolarmente di sinistra (termine azzardato nella storia honduregna). Lui, mini-oligarca (ma rurale) quale era, aderendo al progetto chavista intendeva comunque tentare di emancipare il proprio paese dallo status di Banana Republic in cui era ancora relegato; acquisendo nel frattempo da subito e a un buon prezzo il petrolio di Caracas.

Xiomara Castro vinse le elezioni del riscatto nel 2021, grazie anche alla compartecipazione di Nasralla (poi rotta lo scorso anno). Non le è stato facile sopravvivere al governo nel paese più povero, diseguale e violento dell’America latina (dopo Haiti). Per non parlare della devastante corruzione e gli strutturali vincoli col narcotraffico. È stata prudente con Biden, tanto che la sua vice Kamala Harris aveva presenziato al suo insediamento. Il che aveva favorito una gestione dignitosa della questione migratoria, con le rimesse familiari che erano arrivate a un quarto dell’intero Pil. Ma a Trump non andata per niente giù che Xiomara avesse scaricato Taiwan per stabilirle relazioni con Pechino; in più aveva riconosciuto l’ultima elezione di Nicolas Maduro in Venezuela. Anche se non ha ostacolato le recenti deportazioni e men che meno minacciato di mettere in discussione l’unica base militare Usa del subcontinente, quella di Palmerola, dove venivano addestrati i contras ai tempi della Rivoluzione Sandinista..

Non resta ora che attendere la assai controversa proclamazione del futuro presidente. Le autorità elettorali hanno un “massimo” di tempo di trenta giorni.

Pubblicato da il manifesto
Nell’immgine: Nasry Asfura, il candidato di Trump


Bukele si fa re: diventa legale la rielezione a vita

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

«Ci accusano che qui sia finita la democrazia perché siamo uno stato povero e irrilevante; mentre nel 90% delle nazioni sviluppate esiste la rielezione permanente e nessuno dice nulla; come nelle monarchie parlamentari di Spagna, Gran Bretagna e Danimarca». Così si è espresso, irritato, il 44enne presidente di El Salvador, Nayib Bukele, dopo le aspre critiche rivoltegli per aver promosso nel minuscolo paese centroamericano una riforma costituzionale che prevede la rielezione indefinita nonché l’allungamento del mandato da cinque a sei anni.

Il suo partito Nuevas Ideas, che insieme a due formazioni alleate controlla 57 dei 60 seggi in parlamento, ha infatti introdotto la scorsa settimana uno stravolgimento costituzionale che prevede pure la cancellazione dell’eventuale ballottaggio elettorale.

Bukele dopo essere stato eletto capo di stato nel 2019 e contando su un’ampia maggioranza nell’Assemblea legislativa aveva già subordinato a sé il potere giudiziario, nominando una Corte suprema di giustizia a propria immagine e somiglianza che gli permise lo scorso anno di farsi rieleggere nonostante la costituzione lo impedisse.

Il giovane presidente millennial, che paradossalmente proveniva dalle fila della ex guerriglia del Farabundo Martì (che lo aveva lanciato come sindaco della capitale San Salvador) può contare ancora oggi su una maggioritaria simpatia popolare dopo aver sgominato le gang giovanili che controllavano le periferie delle grandi città (e non solo) e che avevano convertito El Salvador in uno dei paesi più violenti al mondo.

In carcere sono finiti fino a 80mila presunti membri delle bande con processi sommari e violazioni arbitrarie della giurisdizione grazie al varo, nel marzo del 2022, di uno stato di emergenza tuttora vigente. Basta avere un tatuaggio per finire in carcere. Sta di fatto che l’indice degli omicidi è sceso drasticamente mentre è cresciuto il consenso nei confronti di Bukele, considerato oggi fra i più compiacenti capi di stato verso Donald Trump. Cui ha spalancato le inferriate delle nuove carceri salvadoregne per affittarle ai deportati dagli Usa, in particolare venezuelani.

Così che El Salvador si sta convertendo in un vero e proprio regime dove ong per i diritti umani e della società civile vengono criminalizzate e i loro funzionari sempre più costretti all’esilio per evitare il carcere. Come accaduto a diversi oppositori. Per non parlare della persecuzione a giornalisti, in particolare quelli di El Faro che avevano documentato fin nei dettagli le trattative e gli scambi di Bukele direttamente con i capi delle gang.

Oltre alla corruttela della famiglia imprenditoriale dei Bukele, paradossalmente originari della Palestina (di Betlemme). Che naturalmente non proferisce parola sulla tragedia del loro popolo originario. Al contrario mantiene relazioni cordiali con Israele.

Certo l’approvazione verso Nayib è in un pur lento calo. Soprattutto dopo l’ambiziosa quanto fallimentare legalizzazione del bitcoin (primo paese al mondo) nel settembre 2021. Che lo scorso dicembre il Fondo Monetario internazionale gli ha fatto clamorosamente rimangiare in cambio di un prestito di 1.400 milioni di dollari. Mentre le condizioni di vita della popolazione, nonostante le promesse, sono in costante peggioramento.

Scritto per “il manifesto”

Nell’immagine: Il president di El Salvador Nayib Bukele


Sciopero delle banane, Chiquita licenzia migliaia di lavoratori

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

 

E dire che alla fine dell’800 le nazioni dell’istmo centroamericano venivano chiamate banana republics… Ebbene, nella provincia di Bocas del Toro di Panama la Chiquita Brands International ha disposto il licenziamento di ben 4.800 lavoratori giornalieri su 7mila dipendenti, che dal 28 di aprile scorso erano in sciopero permanente contro un decreto del parlamento (controllato dalle destre) che aveva varato un drastico taglio delle pensioni e della previdenza sociale.

AGITAZIONE NAZIONALE alla quale si sono sommati fra gli altri insegnanti, medici e il settore delle costruzioni con tanto di affollate manifestazioni e blocchi stradali, cui sono seguiti scontri con la polizia panamense.

Il problema è che la produzione bananiera, dopo le entrate derivanti dai transiti sul canale interoceanico, costituisce la principale fonte economica di Panama per un ammontare di 273 milioni di dollari annuali (13mo esportatore al mondo).

Lo sciopero è stato dichiarato «illegale» dal Tribunale del Lavoro che ha pure autorizzato la cacciata dei raccoglitori dalle piantagioni per «giusta causa». Con la Chiquita che ha denunciato danni presunti per 75 milioni di dollari, dei quali una parte viene giudicata «irreversibile»; invitando i suoi raccoglitori di banane ad affrettarsi a ritirare l’«indennità di buona uscita» e a togliersi dai piedi.

Come se non bastasse anche il presidente Josè Raúl Mulino si è schierato con la multinazionale statunitense definendo la protesta «intransigente» oltre che «ingiustificata», minacciando pure di decretare lo stato di emergenza nella provincia di Bocas nel caso non si ponga fine alle dimostrazioni.

FRANCISCO SMITH, segretario del sindacato bananiero Sitraibana, ha rivendicato la piena legalità dello sciopero e rovesciato sul presidente Mulino e sui deputati che lo sostengono nell’assemblea legislativa la responsabilità delle massicce contestazioni che, ha dichiarato, «proseguiranno fino a che non verrà cancellato il taglio alle pensioni».

Mulino (di origine italiana) non ha ancora compiuto un anno ai vertici del governo ed è stato il primo presidente “visitato” dal Segretario di stato Usa Marco Rubio, nel febbraio scorso, davanti al quale si è prostrato garantendo l’interruzione del passaggio degli immigrati verso nord nello stretto del Darién, oltre che la messa in discussione della gestione dei porti di entrata/uscita del Canale di Panama da anni affidata alla cinese Ck Hutchison Holdings di Hong Kong.

Il tutto per rispondere a una delle prime intenzioni manifestate da Donald Trump di “riprendersi” il canale. Che fu fatto costruire dagli Usa oltre un secolo fa, insediandovi pure il Comando Sud delle Forze armate statunitensi, per poi cederlo alla sovranità panamense il 31 dicembre 1999.

Quello di questi giorni della Chiquita non è altro che un rigurgito di passato/presente imperialista.

Dove la Chiquita è l’erede della storica United Fruit Company, prima multinazionale del pianeta (insieme alla Standars Fruit co) alla quale venne attribuito (in collaborazione con la Cia) il golpe del 1954 che pose fine ai dieci anni della «Rivoluzione d’Ottobre» del Guatemala di cui furono protagonisti i giovani ufficiali dell’esercito; che si erano avventurati ad espropriare le terre incolte della United per il varo di una riforma agraria (il giovane Ernesto Che Guevara ne fu testimone sul posto).

Come se non bastasse non è neppure molto che la United è stata formalmente condannata in Colombia per aver finanziato i gruppi paramilitari che si sono macchiati di gravi crimini nei confronti delle comunità rurali.

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Nell’immagine: Un lavoratore impila una scatola di banane Chiquita appena raccolte, pronte per l’esportazione, in una fattoria a Ciudad Hidalgo, in Messico


Un Gelli ai funerali di papa Francesco

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Sono solamente cinque i capi di stato latinoamericani che hanno presenziato alle esequie di papa Francesco, primo pontefice del subcontinente più cattolico del pianeta: il suo compatriota Javier Milei, il brasiliano Lula da Silva, Daniel Noboa dall’Ecuador, la honduregna Xiomara Castro e Luis Abinader dalla Repubblica Dominicana.

Per il resto delegazioni minori fra le quali spicca però quella del Nicaragua, capeggiata nientemeno che da Maurizio Gelli, figlio del “venerabile” Licio, attualmente ambasciatore del presidente Daniel Ortega in Spagna ma accreditato anche a Londra e in Slovacchia, Grecia e Andorra.

Le relazioni diplomatiche fra Managua e la Santa Sede sono sospese dal marzo 2023 dopo che il nunzio Waldemar Sommertag era stato espulso dal paese. Dalla rivolta popolare del 2018, soffocata nel sangue dal regime, è seguita una repressione che ha azzerato ogni forma di opposizione, includendo una feroce persecuzione religiosa con la detenzione e successivo esilio forzato di tre vescovi e qualche centinaio fra sacerdoti e suore. Cui si è aggiunta la proibizione di processioni, la confisca di beni e conti correnti ecclesiastici e la chiusura delle radio cattoliche. Fino alla messa al bando della Compagnia di Gesù, cui papa Francesco rispose in un’intervista dando dello “squilibrato” a Ortega e parlando di “sguaiata dittatura”.

La a suo modo “cattolicissima” copresidente nonché consorte di Ortega, Rosario Murillo che controlla di fatto l’intero governo, nel messaggio di condoglianze per la scomparsa di Bergoglio si è riferita alle “difficili e accidentate” relazioni col Vaticano scaricando ogni responsabilità sulle “altisonanti” autorità ecclesiali. Nella speranza che ora venga eletto un successore meno ingombrante. Di qui l’invio di Gelli in piazza San Pietro, che si è fatto fotografare al fianco del timido arcivescovo di Managua, Leopoldo Brenes, nominato cardinale proprio da papa Francesco.

Maurizio Gelli ha ottenuto la cittadinanza nicaraguense da Ortega nel 2009, che poi lo ha nominato diplomatico con la relativa preziosa “immunità” prima in Uruguay, poi in Canada ed ora a Madrid. Mentre suo figlio, che si chiama Licio come il nonno, è ambasciatore del Nicaragua a Montevideo, dove il fondatore della P2 aveva stretti legami con le tirannie militari sudamericane.

Ai funerali del pontefice argentino si è unita a Gelli pure l’ambasciatrice del Nicaragua (dal 2015) in Italia, Monica Robelo, figlia del faccendiere nicaraguense/italiano Alvaro Robelo, legato a Licio Gelli ma soprattutto al banchiere Roberto Calvi di cui era fratello massone nella Loggia di Andorra. Quando Ortega ritornò a suo modo al potere nel 2007 tentò di nominare Robelo ambasciatore presso la Santa Sede. Che però non lo accreditò per gli stretti legami che aveva avuto col Paul Marcinkus, presidente dello Ior.

Il “fu” comandante guerrigliero Ortega, all’indomani della sconfitta elettorale del Fronte Sandinista del ’90 e dopo aver depurato il partito dai sandinisti che difendevano la democrazia propiziata dal periodo rivoluzionario, non fece altro che allearsi con l’oligarchia di un tempo e, nello specifico, riprendere quell’inquietante filo nero del despota Anastasio Somoza jr che nel 1977 aveva fatto un patto con Roberto Calvi per aprire a Managua la filiale nicaraguense del Banco Ambrosiano, trasferendovi ingenti capitali. Che ora tenta di ripristinare anche in Vaticano.

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Nell’immagine: gli ambasciatori del Nicaragua Monica Robelo e Maurizio Gelli


Papa Francesco e San Romero de America

Roma torna a reclamare il brigatista Casimirri, riparato a Managaua nel 1983. Mentre restano nell’ombra gli intrighi e i paradossi diplomatici legati agli amici e ai discendenti di Licio Gelli 

Era l’aprile del 2013, ad appena un mese dalla sua elezione, quando papa Francesco annunciò di aver dato istruzioni al postulatore vaticano della canonizzazione di mons. Oscar Arnulfo Romero per riaprire quel procedimento che i suoi predecessori Wojtyla e Ratzinger avevano “dimenticato” nel cassetto. Appresa la notizia feci un pezzo per Radio Popolare dove parlai di “risarcimento” da parte del primo pontefice latinoamericano verso l’arcivescovo di San Salvador, assassinato il 24 marzo del 1980 dagli squadroni della morte mentre diceva messa. Cui seguì l’anno dopo lo scoppio della guerra civile.

Mons. Romero, da conservatore quale era sempre stato, aveva impresso una svolta alla propria azione pastorale all’indomani dell’uccisione (tre anni prima) del gesuita salvadoregno Rutilio Grande, cui era molto legato, e che era parroco di una località rurale. Prese così del tutto le distanze dall’apparato oligarchico/militare che aveva coniato lo slogan “sii patriota, ammazza un prete”. Da allora fu accusato di essere un sovversivo, un comunista, che si rifaceva alla Teologia della Liberazione che aveva preso piede nel subcontinente più cattolico del pianeta all’insegna dell’”opzione preferenziale per i poveri”. E che papa Paolo VI aveva di fatto legittimato nel suo viaggio a Medellin (Colombia) del ’68 per la conferenza dell’episcopato latinoamericano, quasi fosse l’avanguardia nell’applicazione del Concilio Vaticano II.

A fine estate del 2014 proposi alla Televisione Svizzera Italiana di realizzare un documentario sulla storia di Romero. Dopo qualche titubanza il produttore di Storie diede l’ok, affiancandomi il giovane brillante regista svizzero/brasiliano Patrik Sorgel. Nel marzo successivo, in occasione del 35° anniversario dell’esecuzione del presule, andammo per un mese a girare a San Salvador. E in maggio, mentre Romero veniva “beatificato” nella capitale salvadoregna, ci recammo a Roma per intervistare il postulatore mons. Vincenzo Paglia.

Dopo di che, in vista del montaggio, scrissi una lettera a papa Francesco per informarlo del nostro lavoro e per avere un suo eventuale contributo. Contattammo così don Dario Viganò, prefetto della Segreteria per la comunicazione della Santa Sede, chiedendogli se fosse possibile rivolgere due o tre domande a Sua Santità su colui che voleva fare santo. Ma non necessariamente in nostra presenza; semmai rivolgendogliele lui stesso a latere di qualche attività di Bergoglio con la tv vaticana. Qualche settimana dopo don Dario ci rispose che il Santo Padre aveva deciso invece di farci avere (fra le altre) le immagini in esclusiva di un suo discorso da poco rivolto a vescovi e laici venuti in Vaticano dal El Salvador per ringraziarlo della beatificazione e durante il quale aveva affermato: “il martirio di mons. Romero continuò anche dopo la sua morte (e io ne fui testimone) per essere stato diffamato, calunniato e insudiciato ad opera pure di fratelli suoi nel sacerdozio e nell’episcopato”. Che erano poi coloro che non volevano la sua canonizzazione.

Il documentario prese definitivamente il volo. E il suo titolo non poteva che essere “IL RISARCIMENTO: mons. Romero, il suo popolo e papa Francesco”. Inviando a quest’ultimo una lettera di vivo ringraziamento.

Tre anni dopo fu annunciata, per il 14 ottobre del 2018, la cerimonia di santificazione. Scrissi allora di nuovo a papa Bergoglio informandolo che saremmo tornati a Roma per aggiornare il nostro docufilm e che avremmo fatto in modo che fosse presente anche la sua protagonista principale: “Angelita Morales, una donna umile, semplice, dimenticata e in povertà, che per otto anni é stata l’assistente di mons. Romero fino al giorno della sua morte”. Auspicando che, circostanze permettendo, “potesse rivolgerle un abbraccio”.

Quella domenica Romero fu proclamato santo in piazza San Pietro (insieme a Paolo VI) con Angelita seduta sul sagrato delle autorità qualche fila dietro il presidente Mattarella e la regina emerita Sofia di Spagna, per disposizione dell’allora nunzio apostolico a San Salvador, il congolese Leon Kalenga, che avevo incontrato in tutta discrezione laggiù un paio di mesi prima. Ma la grande sorpresa doveva venire il giorno dopo quando i circa 3.500 pellegrini venuti dal minuscolo paese centroamericano furono convocati nell’Aula Paolo VI. Anche qui papa Francesco, rivolgendosi loro alla fine del suo discorso, andò ben oltre ogni nostro desiderio: “dovrei ora ringraziarvi tutti per essere qui, uno per uno; ma come faccio! allora ho scelto una persona, molto umile, che è stata tanto vicina a mons. Romero: Angelita Morales, alla quale chiedo di venire qui al mio fianco in rappresentanza del Popolo di Dio”. Grande fu l’applauso e soprattutto l’emozione di Angelita (e nostra) alla quale naturalmente non avevamo anticipato nulla; ma anche lo stupore piccato dei vescovi salvadoregni che avevamo tenuto prudentemente all’oscuro di tutto.

Nel 2019 venimmo riservatamente messi a conoscenza che il pontefice argentino si sarebbe recato proprio in El Salvador sulla tomba di San Romero de America e del padre Rutilio Grande; ma anche delle quattro monache statunitensi dell’ordine Maryknoll assassinate pochi mesi dopo Romero; e soprattutto dei sei gesuiti dell’Università Centroamericana vittima di un’esecuzione dei militari nel novembre 1989 e il cui rettore, Ignacio Ellacuria, avevo intervistato qualche mese prima.

Noi eravamo pronti. Ma quel viaggio, oltre a non essere mai stato ufficialmente annunciato, men che meno poté realizzarsi per lo scoppio della pandemia. Per rimediare, nel gennaio 2022, Francesco propiziò la beatificazione del padre Rutilio il cui sacrificio aveva fatto spalancare definitivamente gli occhi a mons. Romero sulla repressione in corso in quel tormentato paese.

Nell’immagine: un momento del documentario