Quanto vale il capitale naturale?

Riconoscere il valore del capitale naturale è alla base dei vincoli morali che abbiamo verso le future generazioni 

Seguitiamo a dare per scontato che la natura offra dei servizi gratuiti e illimitati. Di conseguenza tendiamo ad assegnare un valore positivo a tutto ciò che la mette a repentaglio. Un classico esempio è il calcolo del PIL, in cui i costi supportati per risanare i danni ambientali vengono decifrati in crescita economia e, come risultato di una distorta interpretazione della realtà, il tutto è tradotto in benessere. L’aver estromesso il capitale naturale, ovvero quelle risorse che consentono alle specie umane di vivere e progredire, dai processi economici rappresenta oggi un problema da risolvere.

Partendo dall’assunto secondo cui “ciò che non ha un valore non conta” si è pensato di ovviare alla sottovalutazione del capitale naturale attribuendogli un prezzo. Per esempio, l’economista Robert Costanza ha confrontato il sovrapprezzo degli immobili sulla costa oceanica con quello nell’entroterra per misurare il valore dell’oceano. Secondo i suoi calcoli, il beneficio offerto dal servizio-mare valeva 76 dollari per ettaro. Nel complesso, Costanza stimò il valore di 17 servizi ecosistemici in una media annuale di 33’000 miliardi di dollari. Però, se lo scopo di quantificare il valore del capitale naturale è quello di evidenziarne il limite, il denaro è un’unità di misura inadatta. Dare un prezzo alla natura veicola l’idea che il suo (ab)uso possa essere compensato o commercializzato e che un bene diventa prezioso solo se utile a sostenere l’attività umana.

Più curioso dell’approccio Costanza è quello del Regno Unito, che ha dato mandato al “Comitato per il capitale naturale” di creare un piano per la conservazione delle risorse naturali nazionali. Interessante è l’idea di quantificare nella contabilità nazionale la perdita netta di stock di capitale naturale. L’inclusione di un indicatore della qualità e della quantità delle risorse perse (un deficit da risanare) nel libro contabile statale renderebbe più semplice verificare che il livello aggregato di capitale naturale resti stabile nel corso del tempo. Questo permetterebbe di controllare che la perdita di un pezzo di ecosistema venga compensata risanando o migliorando un altro pezzo di ecosistema. Se un prato dovesse essere distrutto per costruire un centro commerciale, l’acquirente verrebbe obbligato a compensarne la distruzione riconvertendo, per esempio, terreni dismessi in parchi naturali. Nel caso delle risorse non rinnovabili, la contropartita potrebbe essere quella di creare dei fondi di risparmio per le generazioni future (come fatto in Norvegia). Certo, non è così semplice e la perdita di un ecosistema non è automaticamente compensata dalle migliorie apportate da qualche altra parte, anzi. Rimane comunque un primo passo per gestire in modo più attento le nostre risorse naturali, soprattutto se si aggiungessero dei limiti al quantitativo di capitale naturale consumabile ogni anno.

Riconoscere il valore del capitale naturale è alla base dei vincoli morali che abbiamo verso le future generazioni. Modificare il modo in cui rendicontiamo i nostri averi può sembrare banale. Eppure, ci comportiamo come scialacquatori proprio a causa dell’utilizzo di indicatori incorretti che non sanno misurare ciò che conta davvero.


Ecocidio: un altro crimine contro la pace

Riconoscere il valore del capitale naturale è alla base dei vincoli morali che abbiamo verso le future generazioni 

Genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e recentemente anche i crimini di aggressione commessi da uno stato contro un altro stato, sono i reati che vengono giudicati davanti alla Corte penale internazionale. Esistono però solide argomentazioni per introdurre un quinto crimine: l’ecocidio. In senso lato, l’ecocidio è il danno o la perdita di un ecosistema in un determinato territorio, sia per opera dell’uomo che per cause naturali, a un livello di fatalità tale da comprometterne l’utilizzo. Il forte livello d’inquinamento delle acque, la deforestazione, la scomparsa delle api e di altre specie viventi, l’esaurimento di molte risorse naturali o lo sfruttamento delle sabbie bituminose, sono tutti esempi del caso.

L’aumento di disastri ecologici causati dalle industrie estrattive, dalle decisioni poco lungimiranti di alcuni Stati o indirettamente indotti dal cambiamento climatico antropogenico, fanno dell’introduzione dell’ecocidio un altro caposaldo della tutela del diritto alla vita.  Un diritto che non è solo umano, ma anche della stessa terra.

La necessità di dare all’ecocidio una dimensione giuridica di criminalità internazionale è il primo passo per stabilire un dovere legale nei confronti di tutte le forme di vita sulla terra. Permetterebbe finalmente di riconoscere che i nostri diritti fondamentali sono dipendenti dal diritto stesso della natura di esistere e rigenerarsi. L’ecocidio dà la possibilità di segnare a debito la responsabilità per i crimini ambientali commessi lucidamente da vertici aziendali ingordi (si pensi alla responsabilità di BP e Shell nel caso delle sabbie bituminose di Athabasca) o da capi di Stato corrotti (rientrerebbe sotto questo capitolo la causa intentata da alcuni leader indigeni contro il presidente Jair Bolsonaro per la deforestazione dell’Amazzonia).

Istituire l’ecocidio come crimine internazionale non solo darebbe giustizia all’attuale impunità di comportamenti irresponsabili e pericolosi per l’intera umanità, ma stimolerebbe forse a scegliere strade più sostenibili.