Un gesto anche di memoria

Il destino di India e della sua famiglia è nelle mani del Segretariato di Stato per la migrazione 

Pochi anni fa, accompagnando ad Addis Abeba una coppia di amici che hanno adottato una bambina etiope, ho avuto l’occasione di visitare il Museo nazionale. Lì sono esposti i resti di due Australopitechi, Lucy e Gahry, gli ominidi più noti mai ritrovati, vissuti oltre tre milioni di anni fa.

Sono i nostri remoti antenati. Studi di antropologia e approfondite analisi del DNA hanno dimostrato si tratti dei progenitori delle diverse specie umane sviluppatesi poi nel tempo.

Ultimo di questa evoluzione è l’homo sapiens, evolutosi circa 200 mila anni fa nella zona che va dall’Etiopia alla Tanzania, poi emigrato dapprima in Asia, poi in Australia, in Europa e infine nelle Americhe. Dunque, anche alle nostre latitudini.

E veniamo all’attualità.

Una piccola famiglia (la madre Munaja, la figlia India e il figlio Nur), originaria della fascia di confine tra Etiopia ed Eritrea, è in Ticino da dieci anni, attualmente a Morbio Inferiore. È bene integrata, i due figli hanno frequentato le nostre scuole con impegno. Parlano la nostra lingua meglio di quella natale.

È però stata loro rifiutata la domanda di asilo presentata già al momento del loro arrivo, in quanto la famiglia è priva di documenti. Si tratta, di fatto, di apolidi, perché Etiopia ed Eritrea non li riconoscono come loro cittadini.

Sembra che la Segreteria di Stato per l’Emigrazione (SEM) intenda ora procedere a un rimpatrio forzato. Questa decisione potrebbe mettere la loro vita in pericolo: l’Etiopia non è un paese sicuro, si combattono infatti due guerre, contro l’Eritrea e contro il Tigray.

Torna alla memoria il film “Die Schweizermacher” dove funzionari di polizia cantonale esaminano con la lente le candidature di stranieri che fanno richiesta di naturalizzazione. Viene rappresentata in chiave satirica la burocrazia ossessiva e i suoi metodi brutali, fino al rifiuto finale.

Spero che i dirigenti del Segretariato di Stato per la migrazione si comportino da uomini sapienti e decidano di concedere la cittadinanza svizzera alla mamma e ai due figli.

È stato lanciato un appello: “il nostro Cantone ha i mezzi per ridare umanità a una situazione divenuta disumana; accordare il permesso di dimora, per caso di rigore a India, alla sua mamma Munaja e a suo fratello Nur. Dare loro la possibilità, finalmente, di continuare a vivere la vita, senza più nessuna paura”.

Un gesto di umanità e anche di memoria verso l’homo sapiens, venuto dall’Etiopia.

Pubblicato da laRegione il 4.1.2022


Cure infermieristiche, ci vuole un “sì” convinto

Il destino di India e della sua famiglia è nelle mani del Segretariato di Stato per la migrazione 

In Svizzera attualmente mancano circa 11.500 infermiere/i per altrettanti posti di lavoro. Si prevede che al più tardi tra 10-15 anni la cifra salirà a 40.000. Una situazione che rischia di diventare drammatica.

Durante la pandemia abbiamo avuto la fortuna di poter disporre di personale infermieristico frontaliero. Sappiamo bene che i paesi limitrofi avrebbero potuto precettare questo personale. Non l’hanno fatto, per fortuna. Senza questo aiuto, il nostro sistema sanitario, comprese le case per anziani, sarebbe caduto in una profonda crisi.

L’Associazione svizzera infermiere e infermieri (ASI) ha perciò lanciato l’Iniziativa per Cure infermieristiche forti, alla quale Governo e Parlamento hanno opposto un Controprogetto. Saremo chiamati a votare il prossimo 28 novembre.

Il Controprogetto prevede in particolare di promuovere la formazione: la Confederazione metterebbe disposizione dei Cantoni 469 milioni di franchi, i Cantoni dovrebbero metterne altrettanti. Qui sta una prima debolezza: saranno infatti i Cantoni a decidere se partecipare e con quale contributo.

Inoltre il Controprogetto trascura altri punti fondamentali.

Le condizioni di lavoro sono diventate insostenibili: il carico di pazienti a per ogni infermiera è in continuo aumento, i turni sono stressanti e il numero di infermiere qualificate presenti sull’arco delle 24 ore in ogni unità di cura è troppo basso. Per questi motivi, quasi la metà di esse abbandona la professione già dopo 12-13 anni, ancora in giovane età, per esaurimento psicofisico (“burn out”).

Diverse ricerche hanno dimostrato che il minor numero e la minore qualità della formazione del personale aumentano proporzionalmente gli eventi avversi, incidono sulla durata della degenza, sulla frequenza delle recidive e quindi delle riammissioni in ospedale e in particolare sulla mortalità.

Nel 2020 il Dr. Michael Simon dell’Università di Basilea e il Prof. Michael Gerfin dell’Università di Berna hanno condotto uno studio su 143 ospedali e su oltre 1,2 milioni di pazienti. Hanno dimostrato che un numero adeguato di personale ben formato può evitare 243 morti all’anno, ridurre le complicazioni, fra cui i decubiti, limitare le riammissioni e favorire un risparmio, fino a circa 1,5 miliardi di franchi all’anno, con una ovvia potenziale ricaduta positiva sui premi delle casse malati.

Anche il salario delle infermiere è largamente insufficiente. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) ha messo a confronto lo standard di vita dei vari paesi con il salario del personale infermieristico. La Svizzera figura solo al 35. posto. Uno scandalo per uno dei paesi più ricchi del mondo.

Non basta quindi investire di più nella formazione, come propone il Controprogetto, ma bisogna migliorare le condizioni di lavoro, in particolare prevedere un numero massimo di pazienti per personale infermieristico qualificato per turno e per reparto, e inoltre aumentare le retribuzioni.

Per questi motivi bisogna sostenere convintamente l’Iniziativa per cure infermieristiche forti, votando SI.

Pubblicato da La Regione


Vaccini e talebani

Il destino di India e della sua famiglia è nelle mani del Segretariato di Stato per la migrazione 

Come ha recentemente ricordato il noto microbiologo prof. Giorgio Palù nel Corriere della sera, si è persa la cognizione dell’impatto delle malattie infettive sull’aspettativa media di vita dell’uomo. Ci dimentichiamo che i vaccini l’hanno incrementata di quasi vent’anni dall’inizio del ‘900 e i giovani genitori non hanno l’immagine di cosa potessero provocare la poliomielite, la difterite, il morbillo il tetano nei soggetti affetti. All’inizio del secolo scorso la mortalità infantile era al 20 per cento, oggi, grazie ai vaccini, allo 0,2%.

La prima vaccinazione è stata contro il vaiolo, una malattia di origine virale, a opera del Dr. Jenner a fine ‘700 inizio ‘800. Nel 1958 l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha promosso un programma globale di eradicazione del vaiolo e nel 1980 ha dichiarato che il mondo e i suoi popoli hanno ottenuto la libertà da questa malattia, una delle più devastanti, con pandemie in molti paesi sin dai tempi più remoti, lasciando morte, cecità e deturpazione nella sua scia e che solo un decennio fa era dilagante in Africa.

Una malattia virale che mi atterriva quando ero bambino è la poliomielite. Un ragazzo che conoscevo l’aveva contratta, era finito in ospedale nel polmone di acciaio, dal quale sporgeva solo la testa. Era poco prima che il vaccino iniettabile efficace contro la poliomielite fosse sviluppato da Salk nel 1952. Un decennio successivo Sabin ha poi introdotto il vaccino orale, altrettanto efficace.

Grazie alla vaccinazione, nell’agosto 2020 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che il mondo e in particolare il continente africano è libero da poliomielite, ma con un’eccezione: la polio rimane endemica soltanto in Pakistan e Afghanistan, dove i talebani si oppongono e uccidono i vaccinatori. Alla fine di aprile di quest’anno è stata ancora riportata una strage di operatrici sanitarie impegnate nella vaccinazione antipolio. Sono state tre le vittime in due attacchi distinti, nella città orientale di Jalalabad, al confine con il Pakistan.

Siamo confrontati con l’epidemia di Covid. I dati della Task Force riportano a fine luglio più di 700’000 ammalati di Covid in Svizzera, oltre 30’000 ospedalizzazioni e ben più di 10’000 decessi. E ora è in arrivo la quarta ondata, con una variante più contagiosa del virus. Contro questa malattia sono stati approntati diversi vaccini, che hanno mostrato di avere effetti secondari rari, in generale molto lievi, e di essere parecchio efficaci. I vaccini che abbiamo oggi proteggono al 95 per cento dalla malattia grave e al 97 per cento dalla morte. Il 95 per cento dei pazienti in terapia intensiva non era purtroppo stato vaccinato.

Nonostante queste evidenze, ci sono ancora troppe persone (e purtroppo operatori sanitari, funzionari pubblici e uomini politici) che non si vaccinano. Essi mettono a rischio la propria salute e vita, ma soprattutto espongono a malattia e a morte altre persone.

Articolo pubblicato da laRegione Ticino il 28 agosto