Parole e musica tra la rabbia e la disillusione, l’incanto e lo sforzo

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

In un tempo lontano Massimo Zamboni disegnò il suono del più influente gruppo rock alternativo italiano. Una realtà sonica che ha nutrito la scena artistica indipendente a venire e il cui lascito è ancora lungi dall’esaurirsi. Ed era un suono urticante, spigoloso che si coniugò a meraviglia con la voce iconica e le parole declamate, recitate e salmodiate da Giovanni Lindo Ferretti. Un’esperienza artistica unica, preziosa e travolgente che quasi a furor di popolo – complice l’amore mai sopito della gente, unitamente al quarantennale dagli esordi e alla mostra di grande impatto e successo in quel di Reggio Emilia, ha convinto i “CCCP-Fedeli alla linea” al ritorno sulle scene. Non si sa per quanto, nonostante che i biglietti messi in vendita per le date “berlinesi” sono stati bruciati in una manciata di minuti. Perché nessuno, amandoli, li ha mai scordati, trasmettendo al contempo ai figli e ai nipoti l’epica di una vicenda che lo scorrere del tempo non ha certo scalfito. Ne ha piuttosto amplificato la portata artistica, sociale e culturale e di come e quanto hanno nutrito il nostro immaginario di allora, che si riverbera ancora attraverso il tempo e lo spazio.  

I CCCP certo, successivamente i C.S.I.  sempre con Ferretti e altri compagni di viaggio a scrivere pagine di un’intensità musicale e poetica che hanno toccato vertici artistici sublimi. 

E poi Massimo, anche lui rintanatosi sull’ Appennino emiliano al pari del sodale Ferretti, amplia e affina il suo talento di narratore rivelandosi un’ottima penna. Ha pubblicando una decini di libri, ad esempio per Einaudi e La nave di Teseo, tra i quali “L’eco di uno sparo” o “La trionferà” che ho particolarmente amato e che Massimo Zamboni venne a presentare a Lugano nell’estate del 2022. Vicende e storie che affondano nella sua biografia famigliare ma anche collettiva per raccontarci le radici di un presente disatteso. Ma che è urgente recuperare “partendo dalla Resistenza e dalla Costituzione” suggerisce l’autore.  

E poi la musica che non ha mai smesso di frequentare. Progetti discografici, concerti, colonne sonore per film e documentari e album. Tra questi l’ultimo ancora per qualche settimana è “La mia patria attuale”, che fa da pendant con “La trionferà”, attraverso il quale offre il suo prezioso punto di vista, utilizzando la forma  canzone, per raccontare la sua patria “all’incrocio tra la rabbia e la disillusione, l’incanto e lo sforzo. Un paese diviso tra lo sfacelo e indicibile bellezza”. Album che ha generato consensi e innescato riflessioni attorno a una parola difficile da pronunciare: “patria”. Una parola che lo tormentava e che doveva indagare. Un’identità sia materiale che immateriale con la quale confrontarsi.  Un concetto che contiene in sé “il mascheramento delle diseguaglianze, l’esercizio della violenza in difesa di interessi personali o di casta”. Un’opera urgente che gli ha permesso di confrontarsi e fare i conti con un’identità, personale ma anche collettiva. “In Italia rispetto ad altri paesi non si espone la bandiera se non quando si vince un Mondiale di calcio o quando viviamo una paura collettiva, come successe con la pandemia.  Non la si espone perché c’è una forte ritrosia accumulata nei secoli, una diffidenza nei confronti dell’organo statale che tendiamo a identificare, errando, con la patria. Questa è la gestione amministrativa, l’altra è il concetto immateriale che fatichiamo a definire”. 

E poi una lunga esperienza dal vivo. Massimo Zamboni ha imbastito canzoni e pensieri portandoli sui palchi grazie a “Con voce di popolo, dialoghi e canzoni dalla piccola patria alla patria attuale”, spettacolo tra musica e riflessioni che fece tappa anche a Lugano e che ebbi il piacere di gestire. Un evento e che traeva linfa tanto dal disco quanto dal libro per metter in circolo riflessioni da condividere col pubblico. Ma già allora Zamboni stava maturando l’idea di ampliare la portata dei suoi ragionamenti a quella patria che si ritrova fuori dai confini nazionali. Perché, come ben sappiamo, dalla notte dei tempi gli uomini si muovono, viaggiano, emigrano, fuggono, ricominciano altrove per una serie di fattori e accadimenti che ben conosciamo. 

Una patria “traslocata” dunque, in un “altrove” in cui la lingua materna rimane, come la cultura, i caratteri, lo spirito, la gastronomia, i paesaggi interiori: la patria immateriale. E ci si annusa tra simili, ci si cerca. Succedeva un tempo, accade anche oggi con le nuove generazioni istruite, brillanti, acculturate che non hanno un cantiere da edificare o una ferrovia da costruire. Anche lui ha vissuto sulla propria pelle questa condizione, come la sua generazione. Non a caso i CCCP nacquero a Berlino. Ed è proprio questa “patria traslocata” a nutrire il nuovo album di canzoni che l’artista reggiano pubblicherà nel corso del mese di marzo e cha ha registrato lo scorso anno negli studi della RSI: “Andare via. Riflessioni su un’Italia traslocata”. Disco che avrà la sua presentazione pubblica lunedì 11 marzo dalle 20:30 allo Studio 2 della RSI con diretta in video streaming.

Nell’immagine: Massimo Zamboni


Donna, vita e libertà

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

Nel giorno in cui in Iran oltre 60 milioni di persone sono chiamate alle urne per il rinnovo del Parlamento è giunta la sentenza che condanna Shervin Hajiapour a 3 anni e 8 mesi di detenzione per “propaganda contro il sistema e incitamento alla rivolta”. Se ben ricordate Shervin compose, cantò e postò sul suo profilo Instagram la canzone “Baraye” che  in 48 ore, prima di venir cancellata, raccolse oltre 40 milioni di visualizzazioni nel mondo intero. Shervin la scrisse dopo la morte della giovane Mahsa Amina, arrestata e percossa dalla polizia morale iraniana in quanto si rifiutò di indossare l’ Hijab obbligatorio. La canzone oltre ad esser diventata l’inno delle rivolte è colonna sonora del movimento “Donna, Vita Libertà”. Canzone premiata e cantata ovunque nel mondo.

Baraye (Per)

Per ballare nei vicoli
Per il terrore quando ci si bacia
Per mia sorella, tua sorella, le nostre sorelle
Per cambiare le menti arrugginite
Per la vergogna della povertà
Per il rimpianto di vivere una vita ordinaria
Per i bambini che si tuffano nei cassonetti e i loro desideri
Per questa economia dittatoriale
Per l’aria inquinata
Per Valiasr e i suoi alberi consumati
Per Pirooz e la possibilità della sua estinzione
Per gli innocenti cani illegali
Per le lacrime inarrestabili
Per la scena di ripetere questo momento
Per i volti sorridenti
Per gli studenti e il loro futuro
Per questo paradiso forzato
Per gli studenti d’élite imprigionati
Per i ragazzi afghani
Per tutti questi “per” che non sono ripetibili
Per tutti questi slogan senza senso
Per il crollo di edifici finti
Per la sensazione di pace
Per il sole dopo queste lunghe notti
Per le pillole contro l’ansia e l’insonnia
Per gli uomini, la patria, la prosperità
Per la ragazza che avrebbe voluto essere un ragazzo
Per le donne, la vita, la libertà
Per la libertà
Per la libertà
Per la libertà

Nell’immagine: un fotogramma del video


Voci sparse nella centrifuga sanremese

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

Ho respirato bellezza. Nelle settimane precedenti il festival l’ho respirata, incrociata, cercata. E lei si è manifestata come un Epifania sotto molteplici vesti. Negli ascolti di album dedicati agli Einsturzunde o ai Jesus & the Mary Chain (amori di gioventù rispolverati a fronte delle notizie dei nuovi rispettivi tour) e,oltre ad esser in fregola per il ritorno a marzo dei La Crus, sul versante professionale, producendo e presentando una serata dedicata a Fabrizio De André, una vissuta sempre tra le mura dell’Auditorio della RSI con Paolo Fresu e, proprio alla vigilia del Festival aprendo una pagina entusiasmante dedicata a Michele Straniero e ai Cantacronache.

Ho interagito con la bellezza, ho dialogato dunque con la bellezza, la poesia, l’urgenza espressiva, le radici e i valori che la musica e la canzone possono ancora vantare, e che spesso come molti pretendo. L’ho fatto entrando in comunione con artisti di spessore e sostanza; anche con leggerezza, affrancati dalla pedanteria che spesso è proprio lì, dietro l’angolo a zavorrare note e parole che invece hanno ancora la forza di librarsi nel cielo. “Mi sono pensato felice!”

E poi arriva Sanremo, che quando ti coglie sei già appesantito neanche fossimo convitati a un matrimonio pugliese; quelli che scapperesti dopo gli antipasti ma, armato di Buscopan e galanteria affronti stoicamente per le successive 7 portate.

Ci si arriva abbruttiti da quella macchina mediatica e promozionale devastante che è stata la lunga vigilia. La liturgia la conosci ma ti sorprende ogni anno. E ti vien subito voglia di altre “fughe”.

Perciò non voglio scordare un altro paio di “magic moments” che consiglio di recuperare: ai Grammy Awards americani è tornata sul palco Tracy Chapman, chitarra a tracolla, capelli grigi e quella tenera profonda malinconia dello sguardo. È tornata a cantare “Fast car”, di nuovo in auge grazie a tale Luke Combs, star del country che l’ha sdoganata tra i giovani. Loro due sul palco per un momento catartico con Taylor Swift, Lana Del Ray e Ophra Winfrey estasiate in platea. Un’ antidiva, la Tracy, affrancata dalla logica dei social e dei numeri degli streaming, capace di lacerare, a distanza di decenni, le viscere di milioni di giovani soffiando sul sogno. Un palco, quello dei Grammy Award dove chiunque scaraventato dall’annuale edizione di Sanremo verrebbe disintegrato dopo 10 secondi.

E per concludere gli antefatti durante la prima serata del festival ho fatto zapping con un documentario a dir poco stellare dedicato alla genesi di “We are the world”, canzone registrata in una notte (!) rinchiudendo in una sala una 50.ina di superstar, tra cui Dylan, Stevie Wonder, il Boss, Michael Jackson fresco fresco di “Thriller”, Lionel Ritchie, Ray Charles sotto l’egida di Quincy Jones. Che, all’entrata dello studio appese il seguente cartello: “lascia il tuo ego alla porta”.

Un gioco delirante, psichedelico che mi acchiappava neanche avessi sniffato plutonio, e che ho pure reiterato: sovrapporre al Boss un biascicante Sangiovanni, mixare quel genio di Stevie Wonder a un Pokemon con la cresta rosa che si professa punk o la contagiosa bonomia di Ray Charles all’ orsetto barzotto che invoca la cessazione delle ostilità per poi, abiurare e connotare il sostantivo “politica” come fosse una bestemmia non ha prezzo.

Sarà inoltre l’età, sarà un inizio di acufene o il mio plasma 55 pollici datato: ma che fatica capire le parole di molte canzoni o pseudo tali. Quindi sottoscrivo una proposta di un amico di FB che invoca nell’ economia produttiva della Rai investire due spicci per sottotitolare il 90% dei cantanti in gara alla pagina 777. Aiuterebbe la comprensione dei testi. Ma forse, a pensarci bene è meglio così.

Il festival, dunque, che dopo l’infinita e tediosa entrata in materia nel prosieguo delle serate si è confermato per quello che sappiamo esser da tempo: un avanspettacolo bulimico d’arte varia che frulla volti conosciuti e probabili meteore che, da padre, mi auguro abbiano un “piano b” nella vita. Pruriginose trasparenze, cosce e ombelichi ammiccanti, outfit che sfidano la gravità e il senso del ridicolo; mascotte inquietanti e il liscio in play back (che è notoriamente una bestemmia). Califano, Mare fuori, Cutugno e condite da spruzzate di appelli a favore della pace. E come scordar l’umiliazione impartita alla superstar dianetica hollywoodiana, ormai di diritto negli annali del festival? E l’autotune e le fastidiose risate a denti stretti? E le vertiginose cadute di stile? E il dolore, che è sempre arduo maneggiare in televisione soprattutto nella cornice di Sanremo quando il senso del pudore è un valore in caduta libera? O che l’esibizione delle proprie fragilità, disperazioni o drammi contribuisce all’audience? Ma se al termine dello strazio materno ci infili Annalisa in mutande e reggicalze due domande sugli autori sorgono spontanee. E ben prima dell’affaire Travolta per il quale, fossi in Italia, chiederei il rimborso del canone. O quanto meno lo stipendio degli autori stessi. È un festival che trita tutto, insomma, senza guardar in volto nessuno. E quel tutto diventa chiacchiericcio da social, poltiglia utile a concimare programmi radiotelevisivi per i prossimi mesi, nutrire editoriali e quindi l’epica del festival stesso.

Sanremo è quel frappè in cui la canzone si è rivelata mai come quest’anno “una copia sbiadita di mille riassunti” per citare Samuele Bersani. Quella canzone che dovrebbe esser ancora centrale nell’economia della kermesse e che flirta sempre più con la propria omologazione al ribasso. Si autocita giocando col prevedibile, lo scontato e il dozzinale. Quell’ effetto voluto e cercato del “dejà vu” consolatorio per offrire la continuità estetica e sonora di cui si nutre da mò. Nessun guizzo o invenzione a scompaginare le carte, a scardinare quel senso di ripetitività che ammorba una parte importante del pop italico. L’unica creatività manifesta è finalizzata all’apparire, nella ricerca spasmodica dell’effetto scenico, del look originale al netto del probabile sciopero degli shampisti in Riviera.

D’altronde se la più parte degli artisti in gara si affida a quei pochi autori, gli hit makers delle ultime stagioni il risultato è probabile sia proprio questo. Che amplifica il testosterone del Supremo Garante della centralità del festival nell’economia della musica leggera italiana (Amadeus), il cui unico credo è la rotazione massiccia delle canzoni sui network radiofonici, plasmati e piallati ormai dai tormentoni suffragati dalla dittatura degli streaming da esibire, dei click e anche con spocchia. E quante volte Ama lo ripeteva nel presentare i pargoli sul palco. E che tristezza quel rapper che si è vantato “urbi et orbi” dei suoi cento milioni di streaming; che a occhio e croce generano 6000 frs ca. così, per dire.

Interessante a tal proposito la Gabanelli che in questi giorni ha pubblicato sul “Corriere della sera” l’inganno dei falsi follower; che puoi acquistare in quantità industriale per garantirti quell’ effimera fama e relativi introiti giusto il tempo di una stagione.

La narrazione di Sanremo è questa, supportata da infiniti programmi pomeridiani proni al festival, dove tutto è meraviglia, ogni cosa è “pazzesca”, incredibile e stupefacente.

Annalisa, The Kolors e Dargen sono tre esempi di come riproporre sé stessi all’infinito per esigenze di industriali e marketing. Che rispondono a una tendenza ormai compromessa della qualità artistica e produttiva della canzone. Sebbene firmate da una pletora di autori, risultano comunque sbiadite, stereotipate, buone per le feste di piazza, le baby dance nei villaggi vacanza, tra le disco crociere dei balli di gruppo innaffiati di mojito & Paola e Chiara (imbarazzanti nella conduzione) o per le scampagnate scolastiche sull’ auto postale delle medie. Filastrocche da mandare a memoria per intenderci. Come i brani di Alfa, Mr. Rain, Il Tre e quella pletora di volti e voci che abbiamo scoperto, e spero abbandonate all’istante, sul palco dell’Ariston. Canzoni trite e ritrite, imbarazzanti per forma e sostanza al netto di qualche “messaggio” anche encomiabile che si perde nella povertà musicale e nella sclerotica impaginazione del festival. Avviluppata tra divani in platea, spot pubblicitari, riflessioni sul dramma delle morti sul lavoro (lodevole la performance di Jannacci e Massini), le autopromozioni Rai, i collegamenti con la “ggente” stipata in piazza per Rosa Chemical e i suoi peni volanti o sulla nave a dinoccolarsi per Bresh. Un simulacro di pseudo felicità e divertimento forzato trasmesso sul televisore casalingo perché l’imperativo a Sanremo è divertirsi. Anche se i trattori e la mucca Ercolina sono in arrivo.

Breve questione di lana caprina: il “Va pensiero” di Verdi al posto di un’aria di Puccini (che so il “Nessun dorma”), di cui ricorre il centenario della morte per promuovere la grande notte dell’opera all’Arena di Verona? Ahh questi autori che tra Ibra, Travolta, un Fiorello sottotono e un’impaginazione del programma debole, sclerotica e discutibile meritano un turno di riposo.

Ma ciò che più conta, si fa per dire, è che Amadeus ha modificato il DNA di Sanremo e della sua ambasciatrice, ridotta ad ancella: la canzone. Si è messo di buzzo buono e nel volgere di alcuni anni lo ha modificato come il dott. Frankenstein manipolava pezzi di membra umane riciclate. Il risultato lo conosciamo, e va a scapito della ricerca di una qualità oggettiva, pur nell’alveo di quella leggerezza che rimane valore irrinunciabile e sacrosanto. Vuol convincerci attraverso la sua narrazione, che la musica italiana che conta, erede del bel canto, sia solo e unicamente consacrata a Sanremo. E che il festival sia ancora l’unico specchio aderente al nostro presente.

Deludenti i Negramaro che hanno portano in dote al festival un pezzo “che più Negramaro non si può”. E ti chiedi: perché Sangiorgi presta la sua penna migliore scrivendo per altri? Rimane un mistero. Debole la Mannoia che salva con l’interpretazione un brano incolore ma dai nobili intenti e che profuma di fragranze conosciute: da “Madame Falena” di De Sfroos a Mannarino. Modesta lo è pure quella della Bertè che ormai, oltre a buttarci addosso le sue invidiabili gambe, si autocelebra ostinandosi a cantare come avesse trent’anni di meno. Col rischio di auto demolir se stessa e il suo mito. Se poi finisse di procrastinare quel suo esser ribelle e “rock” quando da anni è ospite fissa di svariati talent televisivi sarebbe più credibile, no? Ma le si vuol bene a prescindere, non fosse che per la tenerezza che suscita. Interessante la fotografia sulla realtà periferica, dalla quale proviene, che propone Mahmood, se si capissero meglio le parole. Arredata da un urban per nulla scontato e arricchito dai melismi arabeggianti della sua voce, merita ascolti meno frettolosi. Apprezzabile lo stile e la classe di Diodato, una garanzia che ha il pregio di firmarsi i pezzi da solo, e che almeno sa cantare, e bene. Così come i Santi Francesi, per nulla scontati nell’attuale contingenza del Festival. Al pari di Ghali, un tempo il migliore della sua generazione che firma un testo significativo purtroppo ingabbiato da una musicalità e arrangiamenti che ne soffocano la portata.

Apprezzabili e dignitosi rimangono anche al cospetto di una Giorgia (Todrani, ça va sans dire!) in gran spolvero nebulizza i concorrenti in gara. Per classe innata, esperienza, maturità artistica, tecnica vocale e quel raro bouquet interpretativo che si ritrova in gola. Da spellarsi le mani. Ha incantato con apparente semplicità come, con le debite proporzioni, Eros, Morandi e Mengoni, la sera precedente. Cantando e interpretando “semplicemente” del pop d’autore l’Ariston è crollato. Dovremmo aprire il capitolo “personalità”, che poi è quell’ X Factor che fa la differenza e di cui molti difettano. E sulla quale si investe sempre meno perché richiede tempo e denari per scovarla, affinarla e renderla riconoscibile attraverso i tuoi talenti, piccoli o grandi che siano. Quella “personalità” avulsa dalle logiche del business dei numeri virtuali e dei click, dei passaggi radiofonici, di Tik Tok e dello sfoggio della mutanda.

Angelina Mango e Geolier, che si sono infine contesi la vittoria, sono quelli che paiono averla innata, seppur distanti per contesto, esperienze, grammatica musicale, contenuti e pubblici di riferimento. La prima è davvero esplosiva e sembra nata per questa professione, l’altro vanta una narrazione veritiera e credibile. Ed entrambi hanno pure la “cazzimma”. Le due canzoni non sono certo memorabili ma dalla loro i due artisti hanno la “credibilità” e le attenzioni che suscitano da tempo.

Di più a Sanremo quest’anno non si poteva chiedere. E invece no: chiudendo l’articolo e sbirciando la serata dedicata ai duetti, “ringrazio” anche a nome vostro Amadeus, la discografia italiana, quella di peso per intenderci, ma anche la moltitudine dei network radiofonici e i talent televisivi per aver contribuito scientemente a depauperare quel patrimonio che è la canzone italiana, anche quella leggera. Che un tempo, attraverso una rete di autori ispirati e interpreti capaci – ai quali si dava il tempo di crescere, formarsi, sperimentare, istruirsi – con l’ausilio di autentici direttori artistici e discografici illuminati che non miravano all’effimero digitale, questa canzone seminava bellezza ed emozioni che hanno ancora la forza di attraversare il tempo e parlarci. Ma “l’evoluzione inciampa”, la mutazione è ormai stabile.

Nell’immagine:  Angelina Mango, vincitrice del Festival, nella sua esibizione finale


L’Italia che se la canta e se la suona

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

“Nei tempi bui conviene cantare” sosteneva Brecht, e dal ‘51 del secolo scorso milioni di telespettatori si ritrovano a cantare appiccicati al teleschermo ai primi di febbraio. Cantare, tifare per il proprio beniamino e, soprattutto imbrattare l’arena planetaria dei social cianciando di outfit e pettinature, vocalità e arrangiamenti, analizzando i testi da provetti semiologi. Sfoderando cioè competenze inaspettate che farebbero impallidire Armani, il maestro Muti, Eco o Strehler. O i più celebri massmediologi dell’orbe terracqueo. E intanto si canta, perché i tempi sono davvero bui, che più bui non si può.

Il festival è una saga popolare straordinaria più che una competizione canora e ritorna con la puntuale solerzia degna dell’ufficio esazioni e contribuzioni del Cantone a rappresentare quello che dai primi anni ’50 continuano a dirci esser “il barometro della società italiana”, specchio che riflette e racconta molto più di noi di quanto si creda. Non so sia vero o verosimile, ma credo che una canzone possa anche esprimere l’anima del proprio tempo più di letterati e sociologi. “Nel blu dipinto di blu” docet. La kermesse è un colossale Circo Barnum che meriterebbe di esser raccontato anche nelle sue pieghe, nei suoi gustosi anfratti, nel dietro le quinte, attraverso quella bizzarra umanità e bestiario che lo anima e lo ha reso epico. E credetemi: ho visto e ascoltato cose che voi spiaggiati sul divano non potete immaginare; tra le quali anche risse verbali e no.

Momento autoreferenziale. In Riviera sono sceso dal 1987 al 2020 per una ventina di volte. Per intervistare, incontrare, votare, commentare, stilare pagelle, rinsaldare amicizie e creare nuovi rapporti utili alla mia professione. E avendone vissuto anche gli studi, gentilmente concessi da mamma Rai, oltre alla sala stampa che da tempo immemore è allocata nel Roof, il “mitico” Teatro Ariston è un edificio che conosco in ogni anfratto e in cui ho incontrato ogni sorta di personaggio: dagli usceri ai tecnici alle mascherine, da chi pulisce ai baristi, dai colleghi della carta stampata e non a quel bestiario straordinario e surreale di “appassionati” che tra eccessi, schiamazzi e malati si selfie all’ultimo stadio, di ogni età e censo, stringe d’assedio la cittadina blindata dalle forze dell’ordine per una settimana.

Giorni in cui i prezzi lievitano assai per una camera d’hotel, un pranzo, un aperitivo. Per la gioia degli esercenti, dei ristoratori e dell’Azienda turistica. Il festival si rivela anche esser passerella di politici e assessori, tamarri governati dal testosterone, presunte soubrette e papponi, cariatidi e nobili decaduti della canzone e dello spettacolo. Una variegata e pittoresca umanità che si riversa in Riviera. Ho incontrato anche Baudo, Fazio, Dorelli (l’edizione di Arma di Taggia) ma anche Morandi, Baglioni Amadeus, Conti, Bonolis, la Carrà (a cui offrii un caffè al bancone) senza scordare i 4 ineffabili figli d’arte (Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi) goffi e imbranati, che tante risate involontarie hanno donato.

Ognuno con la propria personalità e verità sul festival, come gli alti papaveri Rai presenti e passati e qualche “mammasantissima” del calibro di Adriano Aragozzini. Ognuno con la propria idea anche estetica della musica e delle finalità dello spettacolo. Una peculiare Weltanschauung che cercava di riflettere o modificare anche il tempo sociale di riferimento. Saremo non è mai stata una scienza esatta. Ma qualcosa, anche inconsapevolmente ha raccontato: della musica, di noi, del costume. Ho incrociato le traiettorie di una miriade di artisti o sedicenti tali, meteore o colossi (Nilla Pizzi e Fra Cionfoli compresi), ognuno con una storia, un sogno, delle aspettative da affidare a quel palco unico, ambito, sacro. Accompagnati da discografici, management e uffici stampa che si riversano in riviera per consumare un rituale che sarebbe magnifico raccontare da profilo antropologico.

Ero lì quando Mimì sconvolse emotivamente la platea interpretando “Almeno tu nell’universo”, quando scese quella spalluccia malandrina scoprendo il seno di Pasty Kensit, o quando Elio e le storie tese si presentarono pittati d’argento-Rockets sul palco. Ma fui testimone della “Farfallina” di Belen o spettatore del tentato suicidio di uno spettatore gestito da Baudo. E, per concludere, nell’era moderna, il fato ha voluto mi godessi la madre di tutte le baruffe: quella tra Bugo e Morgan che si mandarono a quel paese in mondovisione e relativi pittoreschi strascichi: minacce, denunce e controdenunce, conferenze stampa, colleghi giornalisti partigiani di uno o dell’altro.

Perché è la polemica, come sappiamo, il sale della manifestazione! Il sale, il pepe e tutte le spezie dell’arco gastronomico che possiate immaginare, declinazioni etniche incluse! La polemica ha la forza di oscurare lo spettacolo e la canzone, spesso ridotta ad orpello; purtroppo, o per fortuna anche a giusta ragione. E a Sanremo si polemizza sullo scibile umano. Al netto di questo personale “amarcord”, ricordando che scandali e polemiche generate dal festival sono sempre funzionali all’ hype della kermesse stessa e alla sua stessa narrazione e mito, in questi giorni apprendo che in 73 edizioni del Festival sono circa duemila le vertenze in materia di illeciti, brogli, accuse di plagio!

E le prime di quest’ anno riguardano gli orchestrali della “Orchestra sinfonica di Sanremo” che denunciano paghe da fame: 3.000 euro scarsi per due mesi di lavoro con orari improponibili. In questo caso la RAI non c’entra, il pattuito lo onora, l’inghippo è altrove. La seconda, a ruota, coinvolge il ruolo dei “producer”, i produttori delle canzoni in gara che si improvvisano direttori sul palco pur non avendo competenza alcuna. E per evitare “l’effetto Michielin” [che portò la giovanissima cantante a dirigere l’orchestra nel brano dell’amica e collega Emma Marrone], per scongiurare dunque, se possibile, “il ridicolo” e lo sberleffo alla categoria, ad alcuni sarà affibbiata una sorta di “badante”, leggasi un direttore vero o qualcuno che di musica, partiture e direzione orchestrale ne capisce. Lasciando purtroppo una volta ancora a casa il più amato dal pubblico festivaliero, la vera icona: il m° Peppe Vessicchio!

Queste le prime diatribe che però non vantano quel mordente che infervora la vasta platea. E che ci auguriamo siano le prime di un gustoso filotto. Quella che infiamma già i social alla vigilia (anche se elitaria o per addetti ai lavori) è dedicata alle scelte operate dal direttore artistico nonché presentatore: Amadeus. Tra le 400 candidature inoltrate tra cui scremare, pare confermata l’esclusione di artisti eccellenti, nomi importanti per intenderci, dal blasone certificato, al netto ovviamente della “costante Jalisse”. E tra gli esclusi molti sarebbero alieni a quel mainstream musicale povero e banalotto in cui versa la canzone pop italiana da tempo, quella dopata dai network radiofonici commerciali da una esaltante narrazione deviata e ormai prona alla suddetta narrazione. Quella magnificata dai numeri digitali per intenderci, dagli ipotetici concerti sold out e suffragata da un’asfissiante costante presenza mediatica.

E questo apre una riflessione, l’ennesima, sull’Amadeus pensiero per il quale la “cassa in quattro” è l’imperativo kantiano così come i testi, che devono esser leggeri, al limite o oltre la banalità, affrancati dal contesto sociale e culturale per parlare una volta ancora e sempre dell’amore in ogni sua declinazione! Ma ciò che più conta, questa canzone, deve vantare potenzialità da tormentone estivo per suffragare la centralità assoluta del festival quale motore della musica italiana di consumo; un podio da condividere col talent della De Filippi. La ricordate pochi anni fa in co-conduzione a suggellare il patto di non belligeranza che prevede altresì la massiccia presenza in gara dei talenti del format? Più che Sanremo dunque il Festivalbar.

Questo è il suo gusto, la sua missione, il suo credo ossessionato come è dalle compiacenti rotazioni dei network radiofonici piegati al mainstream. Dove la parola qualità difficilmente rientra nei criteri delle scelte. Così come l’urgenza espressiva, l’etica artistica, la ricerca. E poi Ama è stato o no speaker radiofonico e dj negli anni ’80 da bere? Non c’è spazio per altro e se c’è, o è un incidente di percorso o lo specchietto per alcune allodole: “apro anche all’indie, alla musica alternativa, indipendente” ecc. ecc. Giusto per ammantarsi di una temporanea verginità ma sapendo di sapere che salvo miracoli la “quota altra” è destinata all’oblio. Perché i numeri impongono il sacrifico sull’altare, o pira che dir si voglia, su cui ardere gli eretici nel nome dell’auditel, delle vendite pubblicitarie e del mercato discografico, in perenna crisi di acido lattico. E non ha senso aprire riflessioni sul perché si è arrivati a cotanto sfacelo.

Ma la polemica vanta una seconda tranche, che contempla gli autori dei brani selezionati e le tre major discografiche che si spartiscono la torta: 4 autori firmano quasi la metà delle canzoni in gara. E sono autori che nelle ultime stagioni hanno “spaccato”, firmando i tormentoni che hanno fatto sfracelli la scorsa estate, a mio avviso banalizzando e omologando davvero al ribasso il suono del pop/urban italiano. Che, amo ricordare, rappresenta solo una parte, esigua, della produzione artistica musicale, ben più ampia, urgente, etica e di valore rispetto a ciò che Sanremo offre.

Citiamone alcuni: Davide Petrella lo scorso anno autore di Mangoni e Lazza, (dunque i primi due del podio) che quest’anno firma ben quattro canzoni – Emma, Ghali, Rose Villan e The Kolors. Anche Jacopo Ettorre ne firma ben quattro – l’Amoroso, BNKR 44, Fred De Palma e Mahmood. Poi c’è chi si ferma a quota 3, Paolo Antonacci, figlio di Biagio e via discorrendo. Peccato per altri autori, giovani e di belle speranze che non avranno mai la possibilità di confrontarsi. L’articolo pubblicato dal Sole 24 ore, e che ha sollevato la questione si chiede pure se Amadeus abbia davvero ascoltato i 400 brani. O se la logica delle scelte dipendesse da altri fattori. Ma a lui, ad Amadeus V e alla Rai la questione non interessa affatto, perché l’hype, gli introiti, i ricavi e l’auditel sono dalla loro parte. Ama V vince e stravince! E le diatribe come sempre si scioglieranno come neve al sole permettendo di archiviare l’ennesima edizione da record.

Infatti, il festival genera da anni profitti, e tanti. Nel 2022 gli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie sono stati stellari: dai circa 38 milioni del 2021 ai 42, a fronte di una spesa di 17 milioni. Lo scorso anno è stata raggiunta la quota siderale di 50 milioni di ricavi. Che a fronte dei 17/18 milioni di costi sottolineano la bontà dell’operazione Sanremo per la RAI. Guadagni importanti che permettono al servizio pubblico anche di finanziare altre attività oltre, ovviamente, a spalmare all’infinito da mane sera il festival nei palinsesti radiotelevisivi e online. Una politica aziendale che paga, a 360°. Perché allora cambiare squadra, modulo e filosofia di gioco? Ha pure avvicinato i giovani al festival sostengono, e farà suonare con rigorosa “cassa in quattro” dei settantenni gagliardi quali sono i Ricchi e Poveri. What else? “Perché Sanremo è sempre Sanremo” o no? Macina, consuma ed espelle, polemiche incluse. Fino al prossimo anno.

Nall’immagine: si canta in tempi bui


Basta con gli Americani, belin!

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

“È stato un uomo che è riuscito a incarnare il sogno di libertà di pensiero, un sogno di coscienza civile e di amore. Un uomo che con un equilibrio raro ha conciliato coscienza critica e amore cristiano pur non essendo un praticante. È stato meraviglioso aver un grande padre come lui, come Fabrizio De André”.

Queste le parole di Mauro Pagani, tra i musicisti più significativi e ispirati degli ultimi 50 anni nell’ambito della storia della musica italiana, quella Storia con la “S” maiuscola, quella che ha generato capolavori assoluti. Un artista, un intellettuale, un uomo per il quale nutro una sorta di venerazione e la cui amicizia mi onora. Pagani vanta un passato avvolto nella leggenda e un presente ancora in grado di sorprendere e stupire. Musicista, polistrumentista, produttore, direttore di rassegne concertistiche, autore di colonne sonore (per Salvatores in primis) e uomo alla svolta dei tempi per il grande cantore genovese. Dalla loro frequentazione, dal loro sodalizio umano e artistico nacquero due capolavori assoluti, due album meravigliosi: “Creuza de mä” e “Le nuvole”.    

Il primo è tra le opere più importanti e celebrate, e non solo in Italia; pubblicato nell’84 del secolo scorso anticipa quella che allora iniziavamo a chiamare “world music” o “musica del mondo” o ancora “musica mediterranea”,  anche se lui, con l’umiltà che lo contraddistingue,  puntualizzando mi disse:  “Non è il primo ma l’ultimo disco  di una serie importante di album a fronte della qualità del lavoro di collettivi quali “Il Canzoniere del Lazio”, i “Carnascialia”, la “Nuova compagnia di canto popolare” e gli  “Area”.  Artisti e collettivi che da tempo tracciavano una via alternativa rispetto al rock, elaborando una ricerca che contemplava il recupero delle musiche popolari declinate coi linguaggi contemporanei.”

Certo che ”Creuza de mä” si pose all’attenzione del grande pubblico anticipando il gusto e le tendenze successive nell’ambito della musica italiana. Quella che spalancherà le porte alla riscoperta dei vernacoli e delle sonorità popolari per sdoganarle presso il grande pubblico. Si poteva fare! Un disco capolavoro della musica tricolore che ha saputo trascendere i confini risultando apprezzato anche a livello internazionale. Ricordo ancore le parole di meraviglia spese da Peter Gabriel e David Byrne:  “Non ho più sentito nulla di lontanamente paragonabile a “Creuza de mä”, che infatti continuo a duplicare, illegalmente!, per un sacco di amici americani”. 

L’eterna malia di queste canzoni risiede nella forza del racconto, nell’equilibrio estatico tra la musica e le liriche. Storie il cui incanto e la cui potenza espressiva sono rimasti intatti sino ad oggi; e sono canzoni per viaggiatori, dell’anima soprattutto. 

“Fabrizio ed io, col quale iniziai a collaborare nel 1981, eravamo come due Salgari: scarsa esperienza di viaggio, molte letture (“I viaggi di Alessandro Magno in Oriente ad esempio) e l’ascolto di tanta musica, soprattutto quella che si affaccia sulle coste del Mediterraneo”. Si parlava di “musica del Mediterraneo” ma a noi due interessava capire cosa fosse, cosa significasse.  E dopo aver scartato l’idea di inventare una lingua, una sorta di “esperanto” perché sarebbe risultato artificiale, Fabrizio ebbe l’idea di utilizzare il “genovese”, arcaico, letterario, la lingua della sua memoria che anche i genovesi non parlavano quasi più. Elaborammo una lingua che poteva diventare “franca”, di confine, comprensibile dai marinai Turchi, Libanesi, Catalani, Nordafricani… “

Una “lingua del mare e dei marinai”, al pari della musica scritta e suonata utilizzando una miriade di strumenti etnici che permise a Pagani di metter a frutto passione, talento e ricerche degli ultimi anni di studio. Visionari e coraggiosi, incuranti del gusto e della moda imperante, qualche sudore freddo, qualche mal di pancia, ai discografici li rifilarono.  Eravamo negli anni ’80, il decennio della “new wave”, del rock “plastico” e dell’elettronica. I lavori che per convezione vanno sotto l’etichetta World Music non erano di certo maggioritari. E poi i due lasciavano trapelare poco del disco in lavorazione. Ma quel poco preoccupava: “Un disco in genovese? Chissà se riusciremo a venderne qualche copia almeno a Genova”, borbottavano i discografici. E invece “Creusa de mà” fece il botto, scalando anche le classifiche. Vendite che proseguirono nel corso del tempo. 

“Creuza de mä” funzionò anche perché le canzoni comunicavano e, come diceva Fabrizio,  le canzonette devono comunicare, altrimenti non servono a nulla. La cifra di ”Creuza de mä” è dunque l’emozione. È il filo emotivo del racconto e della musica che qualificano l’opera. E sono emozioni forti.”  Un disco che ha generato figli e mietuto proseliti e che evidenzia un lavoro davvero nato a quattro mani, figlio di una compenetrazione umana e artistica indiscutibile e preziosa. Un’alchimia umana e artistica, un’alchimia che ha fatto la differenza amplificando un’intuizione, un’intima esigenza artistica, sociale, culturale. L’alchimia come sappiamo è l’arte di trasformare una materia in un’altra. La musicalità di Pagani, che proveniva dal rock e dal progressive irrorato dalle musiche “altre”  che amava e studiava  si è fusa con il cantautorato di matrice statunitense di De André per diventare “altro” ancora, grazie anche ad una materia e un luogo magico: il Mediterraneo. “Per capirlo e cantarlo con il carico di umanità, storia e civiltà che conteneva, salpammo per mare.” 

Presero avvio così i lavori per “Creuza de mä” nonostante non fosse proprio facile lavorare con De André a causa non solo della pignoleria e del suo leggendario perfezionismo; i problemi di alcol e tabagismo del periodo erano noti: “Certo, Fabrizio è stato una candela che ha bruciato con intensità da entrambi i lati, ma che fiamma ha sprigionato! Davvero una luce immensa.  Comunque, è vero, paradossalmente è il primo disco di canzoni che ho scritto. Provenivo dalla PFM, dunque da un gruppo. Scrivevamo insieme e ogni canzone era figlia di una mediazione. E fin quando riesce, quando la mediazione funziona i risultati possono essere eccellenti. Però come nei fidanzamenti quando il rapporto si incrina la macchina s’inceppa.  Le relazioni sono la base. Ho lasciato la band perché da grande volevo fare il musicista. Ero saturo anche del rock d’importazione americana e delle emulazioni autoctone. Così ho studiato ed ho coltivato una passione che avevo da tempo: studiare la musica, soprattutto etnica. Anche Fabrizio voleva liberarsi dal giogo americano e me lo diceva: “Basta con gli Americani, belin!”

L’artista bresciano è stato colui che ha reso tangibile il sogno di Faber. Pagani è una sorta di grande vecchio, di stregone depositario di arti musicali stupefacenti e la sua traiettoria artistica lo conferma per quanto ricca di collaborazioni, progetti, produzioni discografiche. Ma quando il filo della memoria si dipana per approdare a quella stagione l’impressione, anzi la certezza, è che la collaborazione e l’amicizia con Fabrizio De André vanta davvero un posto speciale nel suo cuore, come l’amicizia con Demetrio Stratos. Ma quello con Faber fu l’incontro che qualifica una vita. 

“E pensare – chiosa Pagani sorridendo – che mi volle, sospetto, anche perché da buon genovese con me che suonavo una miriade di strumenti poteva risparmiare”

N.B.: Prima di “Nuvole”, De André acquistò una barca a vela, da lui battezzata Jamin-a, come la canzone del 1984 contenuta in “Creuza de Mä”.  Si imbarcarono ancora, Faber e Pagani, e per due mesi e mezzo di navigarono tra le isole e la costa della Grecia. Ma non produssero nulla, anzi. L’idea di un seguito di “Creuza” fu cassata.  Anni dopo nacque però l’ennesimo capolavoro.  

“E sono mille papaveri rossi, vol.3” è il titolo dell’omaggio a De André proposto dalla RSI in programma all’Auditorio Stelio Molo di Besso stasera alle 20.00. I posti in sala sono esauriti, ma è possibile seguire lo spettacolo online in diretta streaming.


“Le terga in una stanza”, ovvero il peggio del pop e rock italiani

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

“Le terga in una stanza” sarebbe il titolo perfetto sul quale far calare il sipario. Il riferimento è all’ ultima di una lunga serie di polemiche che hanno agitato i media e infiammato i social italici. “Il culo in una stanza”, pardon:  “Le terga in una stanza” si riferisce alla polemica tra Paoli – “oggi emerge chi mostra il culo” – e Elodie – “anche grandi artisti posson esser delle me**e” – a sigillare l’infinto scontro tra le differenti scuole di pensiero, tra chi promuove la libertà di mostrar le proprie mercanzie e chi “vade retro Satana”, il focus deve esser posto sulla musica. Si evince che nel sistema odierno, quello mainstream, quello figlio di una industria musicale in ginocchio e in fase di trasformazione, che  più si mostrano le armi di seduzione di massa più si acchiappano consensi, followers, articoli; e si mascherano al contempo le carenze artistiche, a tratti abissali.  

Non parlo ovviamente di chi ha giocato già nel corso del tempo con la propria fisicità e sessualità a complemento di una certificata caratura artistica e musicale. Dal bacino basculante di Elvis a Iggy Pop, che ha fatto del suo fisico una sorta di marchio di fabbrica, da Bowie che ha giocato con la sessualità androgina a Jim Morrison che per essersi calato i pantaloni sul palco è finito in gattabuia di esempi ne abbiamo collezionati a bizzeffe.  E in tempi più recenti ricordate i tour provocanti di Madonna o le mise di Cher?  Un tempo erano loro, oggi invece abbiamo Elodie, Arisa, Annalisa, Achille Lauro, Damiano dei Manskin. La gara è rimanere in mutande, per chi le indossa ancora. Non a scrivere “Light my fire”, “Lust for life”, “Heroes” o “Il cielo in una stanza”. Canzoni che hanno attraversato il tempo e lo spazio, vincendoli con levità e una qualità espressiva ed artistica  a dir poco straordinarie.  

Breve digressione: avete notato che la maggior parte dei capolavori che hanno edificato la storia della musica pop e rock recano poche firme autoriali, tendenzialmente e al massimo dei binomi? Che so Jagger- Richard, Lennon- McCartney, Reed-Cale, John-Taupin, Page-Plant? Ma anche Battisti-Mogol quando ovviamente non sono gli stessi interpreti a scriversi testo e musica? Oggi i successi pop del mainstream italiano vantano una panchina di autori che neppure quella dell’Inter di Moratti. Ma i risultati? 

Nell’anno ormai appena passato il mainstream musicale italiano, quello sempre più povero, come non mai, e figlio di un analfabetismo preoccupante, musicale, culturale, lessicale e sentimentale ha dato il meglio di sé. A fronte di una produzione artistica spesso di qualità scadente, a tener banco sui principali media tradizionali e non, sedicenti artisti e argomenti il cui peso specifico è nullo, e che con la musica proprio non c’azzeccano. Il bacio tra Fedez e “non mi ricordo chi” a Saremo, le baruffe estive tra Meneguzzi e J Ax, l’ennesimo sbrocco di Morgan a X Factor, le nudità delle varie Elodie e Arisa e via discorrendo. Elette a eroine contro il patriarcato! In tutto questo tramestio la musica è spesso la grande assente tanto nella “leggera” quando nel pop italico; salvo lodevoli eccezioni.  Come lo è ormai da tempo dai principali talent, davvero alla frutta, primo fra tutti X Factor: dati d’ascolto a picco, giudici inadeguati al ruolo, proposte scadenti. Un circo barnum caciarone e patetico nel quale la musica è ridotta una volta ancora a mero orpello.   

Seconda breve digressione: avete notato come stanno iniziando a circolare con una certa puntualità docufilm dedicati a che so: i “Ferragnez” o Ilary Blasi? L’ultimo in ordine di apparizione è quello che ha Achille Lauro come protagonista: «Un film sulla mia vita come un poema epico», che già fa ridere così. Il meccanismo è sempre quello: infanzia infelice e problemi famigliari che accendono l’empatia del pubblico, la retorica delle lacrime e la commiserazione, e poi la strada, le amicizie deviate, i furti al supermercato e la redenzione grazie alla musica. Per consegnarti anche quale  paladino di una presunta generazione. Così come se esponi i tuoi problemi psichici, leggasi Fedez, hai garantito fiumi di inchiostro più che se invadi uno stato qualsiasi. 

Ps. L’annunciato concerto di Lauro a Roma in occasione della fine dell’anno è stato annullato causa scarsissima prevendita di biglietti, nonostante lo sperato traino del biopic di cui sopra.

Per fortuna la bellezza esiste ancora, esisterà sempre. La troviamo “altrove”. In un “altrove” davvero ricco di declinazioni artistiche ma che non ha diritto di cittadinanza nei palinsesti televisivi e radiofonici dei grandi network commerciali e, sempre più spesso,  sulle pagine dei quotidiani nazionali, più attenti a rincorrere e amplificare il nulla o giù di lì.  Un altrove importante, eccitante e urgente. Dobbiamo frugare nei circuiti alternativi contemporanei se non vogliamo crogiolarci col passato, esercizio comunque fonte di gioia:  rileggere i classici è sempre formativo ed eccitante.  

Questa bellezza la troviamo spegnendo i programmi televisivi che impongono e marciano sui soliti noti. Che sono una minoranza, anche se “esasperati” al parossismo. 

Cercare questa bellezza che si esprime attraverso l’arte, la cultura e la comunicazione è vitale. È una forma di resistenza etica alla barbarie sociali e del “mercato”. L’arte è bellezza, elevazione dell’anima, capacità visionaria, identità e tanto altro ancora. E l’elenco è ricco assai anche se ci riferiamo alla sola musica italiana. Ottima, grande musica e contenuti distanti anni luce dal quel mainstream che sta implodendo nonostante si mostrino con un certo affanno numeri e cifre clamorose tra live, vendite e streaming. Ma anche qui il Re è sempre più nudo, appunto in mutande da quando qualcuno si è messo a verificare e a far i conti in tasca aprendo il classico vaso di Pandora. Cifre gonfiate, biglietti dei concerti invenduti, acquisizioni di streaming e follower per gonfiare il personaggio di turno con lo scopo di amplificarne l’“hype”. Che significa garantirne la visibilità sui media, tradizionali e non, per fare rumore, proseguire con una narrazione fallace per la quale la musica di consumo sia davvero solo quella. Argomento comunque interessante e complesso, che merita un approfondimento per i tasti che tocca – economici, industriali, relativi alla comunicazione –  e che inoltre ci parla “dell’estetica” ma anche dell’etica dominante di una società. 

Buon Sanremo comunque! Mancano giusto poche settimane…

Nell’immagine: dettaglio dalla locandina del biopic “Ragazzi Madre – L’Iliade” di Achille Lauro


Un fiore per Sergio Endrigo

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

“Un fiore per Sergio, l’artista gentiluomo” – Omaggio a Sergio Endrigo” è un evento previsto per domani sera, alle 18.00, all’Auditorio Stelio Molo di Lugano Besso. 

Partecipano ed eseguono suoi brani i musicisti Peppe Voltarelli, Mauro Ermanno Giovanardi, Simone Mauri e Flaviano Braga, il Minimal Mambo di Rossana Taddei e Guastavo Etchenique e Valentina Londino.
A raccontare l’opera e la vita dell’artista istriano sarà il giornalista e scrittore Enrico de Angelis.

La serata sarà trasmessa dalla RSI in live streaming

Un gentiluomo, Sergio Endrigo lo era davvero: un gentil uomo. Di quelli rari e preziosi soprattutto se pensiamo all’odierno panorama della canzone e del mainstream musicale italiano, davvero povero e figlio di un analfabetismo preoccupante, musicale e non.  Lo era per i modi, la modestia, la signorilità. E l’acume di pensiero che manifestava nella sua scrittura. Soprattutto per aver speso e incanalato energie e talento nella canzone, nella forma canzone. Che non era solo un mero esercizio di stile ma uno strumento per raccontare il proprio tempo in evoluzione. Sociale, politico, emotivo. Naturale quindi per lui preferire nutrirsi della compagnia di intellettuali e poeti piuttosto che abbracciare atteggiamenti divistici o sfacciatamente  mondani. Intellettuali e poeti del calibro di Pasolini, Ungaretti, Rodari ma anche Vinicius de Moraes per intenderci. E con loro licenziare piccoli grandi capolavori che ancora oggi sono gemme splendenti.

Di Endrigo mi piace ricordare che non si definiva un cantante ma “un uomo che cantava” e in questa “sottile differenza semantica” trovo vi sia la cifra dell’uomo e dell’artista e cosa la canzone e la sua professione significassero. Anche per questo e per il momento storico in cui mosse i primi passi è considerato uno dei capisaldi dell’allora nascente canzone d’autore italiana, un fenomeno musicale, sociale e artistico tra i più significativi del secondo ‘900. C’era Genova con la cosiddetta “scuola” che muoveva i primi passi; c’era Milano sede dell’industria musicale ma anche teatro delle gesta di Jannacci e Gaber e soprattutto di quel Nanni Ricordi che ne intuì il talento. C’erano Modugno e un Guccini agli albori, senza scordare il lavoro profuso dai  “Cantacronache”.

Endrigo il botto lo fa quasi subito, grazi e Nanni Ricordi che appunto ne intuisce e ne coccola il “genio”. Lo fa dopo anni di gavetta nei night. Lo fa con una canzone che ancora oggi è considerata la canzone d’amore per eccellenza: “Io che amo solo te”, ripresa negli anni da tutti, dalla Vanoni a Mina, da Paoli a Jannacci, dalla Mannoia a Chiara Civello e Chico Buarque (una versione commovente) . Un successo clamoroso che sempre negli anni ’60 replica anche a Sanremo con brani ormai in odore di leggenda. Lo vince del 1968 con “Canzone per te”, l’anno successivo è secondo con “Lontano dagli occhi” (recentemente reinterpretata televisivamente da un duo d’eccezione come Massimo Ranieri e Malika Ayane)  e la medaglia di bronzo la conquista quello ancora successivo con “L’arca di Noè”. Come a dire che gli anni ’60 e i primi ‘70 non rappresentano solo una stagione fortunata. E la qualità della sua scrittura anche musicale lo conferma e confermerà anche dei decenni successivi.

L’amore, che ovviamente faceva parte del suo lessico, non si limitava alla rima con cuore. Nel suo primo disco “Sergio Endrigo” del 1962 appaiono canzoni quali “Via Broletto 34” ad esempio in cui, nel cuore della notte di Brera, si consuma un femminicidio. Il numero civico 34 non esiste, fidatevi, l’ho cercato senza successo pure io. Ma rimane la prima canzone d’autore che parla di un tema oggi purtroppo tragicamente attuale. Così come in “Teresa”, di qualche anno più tardi in cui l’amore per una donna non comporta il doverne verificare un precedente percorso amoroso.  

All’epoca il testo provocò le ire e la censura della Rai perché era inimmaginabile che l’amata non fosse illibata. Ma di canzoni d’amore poco ortodosse Endrigo ne scrisse e cantò numerose manifestando una contemporaneità unica, una capacità di leggere il proprio tempo e i cambiamenti culturali e di costume come pochi. 

Le sue canzoni, come scrissero, coltivavano come lui l‘understatement, con eleganza innata suscitavano emozioni piane, da cantare sottovoce, lontane dalla baraonda che oggi ci governa. Forse anche per questo che il Brasile lo adottò, tributandogli onore e gloria. Permettendogli di entrare in sintonia e dialogare con Vinicius de Moraes e Ungaretti che era stato professore di Lingua e letteratura italiana all’università di San Paolo, e aveva altresì tradotto poeti brasiliani contemporanei tra i quali appunto De Moraes. L’artista istriano “Era il più brasiliano dei cantautori italiani e il più italiano degli artisti brasiliani”. Infatti collaborò molto con loro, insieme a Sergio Bardotti e Luis Bacalov, storico sodale per lunga pezza, fino alla rottura per la contestata paternità da Oscar per la musica de “Il postino”, paternità di recente riconosciuta anche a Endrigo.

Tra il ‘69 e il ’73 pubblica due album straordinari: “La vita è arte dell’incontro” che vede canzoni e poesie anche recitate dal sommo poeta oltre che da De Moraes e Toquinho, e “L’arca”  altro album rivoluzionario perché oltre ad esser collettivo si rivela esser un disco per bambini, con canzoni dedicate agli animali, originali e scritte da Vinicius de Moraes. Il successo clamoroso Endrigo lo raccoglie pochi anni dopo e sempre nel solco della canzone dedicata ai bambini, ma ricca di riflesisoni universali:  “Ci vuole un fiore” con testi scritti da Gianni Rodari. E la canzone omonima si rivela altresì esser una tra prima canzone ecologiste a conferma dell’impegno e della sensibilità che Endrigo profondeva nella musica. Cosi come ritroviamo la sua vicinanza politica, sentimentale e umana a tematiche quali il dramma dell’emigrazione ne “Il treno che viene dal Sud”, il famoso “Treno del sole” che per cinquant’anni ha scaricato decine di migliaia di meridionali nelle città industriali del Nord. O la splendida “1947”, dedicata all’esodo istriano, una delle pagine più vergognose della storia italiana del dopoguerra che il giovane Sergio visse in prima persona con la madre e 300.000 Istriani e Dalmati sradicati dalla loro terra, dalle loro case.

Affermava di aver sempre votato comunista e di aver scritto non solo canzoni d’amore ma anche altre che citavano Che Guevara, il ’68, la Resistenza, la fine del Comunismo. La “schiena dritta” che da sempre mostrava nel rinunciare a compromessi artistici e non, lo accompagnerà tutta la vita. Anche negli anni bui, negli anni dell’oblio quando, messo ai margini, mostrò uno stile e una costante qualità compositiva spesso eccelsa senza piegarsi alle mode del momento o agli squallidi revival. Una coerenza, una signorilità e bontà d’animo che unitamente a un temperando schivo e riservato non lo aiutarono di certo in un ambito nel quale “l’hype”, l’immagine, l’apparenza acquisivano sempre maggior importanza. Ma per fortuna molti suoi colleghi continuarono e continuano a riproporre la sua canzone, la sua poesia ancor capace di emozionare nel tempo.

Nell’immagine: Sergio Endrigo in un recital live alla TSI nel 1981


Quarant’anni di fedeltà alla linea

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

In occasione dell’inaugurazione della mostra “Felicitazioni – CCCP Fedeli alla linea, 1984-2024” (Reggio Emilia, Chiostri di San Pietro visitabile fino al prossimo febbraio), la memoria corre al mese di novembre del 1986, il 21 per la precisione,  giorno in cui riuscii a portarli in Svizzera, per il loro unico concerto sul suolo elvetico a Mendrisio, al Mercato Coperto non ancora ristrutturato e tirato a lustro come ora. Anzi, davvero la struttura appariva come una sorta di fabbrica in disuso, malmessa, spoglia, consumata dal tempo e dell’operosità che aveva ospitato per decenni. Nel mio immaginario era un angolo di Berlino est, affascinante nella sua scalcinata vetustà, spettrale ma al contempo cornice perfetta per ciò che anche dal profilo estetico e appunto dell’immaginario la combriccola di Giovanni Lindo, Massimo, Fatur e Annarella traduceva in musica, in immagine, in canti anche salmodianti: il “genius loci” ideale! 

Lavoravo già da un anno alla Rsi e nei miei programmi non mancavano certo punk e new wave con un occhio di riguardo alla scena italiana: dalla Bologna di “Mamma dammi la benza” per intenderci, e dunque Gaznevada, Confusional Quartett, Stupid Set e Wide Open, alla Firenze dei primi Litfiba, dei Neon, Pankow e Diaframma solo per citarne alcuni. Ma anche i torinesi Negazione o i Frigidaire Tango e i Detonazione “dell’operoso nord-est”, senza scordare la scena milanese, albergavano i miei palinsesti musicali. E fu anche per questo che fui avvicinato dai giovani dell’allora Partito del Lavoro incaricati di organizzar l’annuale festa con l’intento di svecchiare la colonna sonora. Una proposta che mi coinvolse, in quanto ardeva il desiderio di scardinare l’assioma festa del partito = canzone d’autore impegnata e di protesta, barbe fluenti, camicie a quadretti e fiasco di merlot, per esemplificare. Volevano affrancarsi dai Guccini, dai Pietrangeli, dagli Ivan della Mea e i loro nobili epigoni per qualcosa di più fresco, nuovo, contemporaneo, “giovane”! 

Proposi loro, tra i molti, i CCCP. Sconosciuti o quasi nelle nostre lande alla periferia dell’impero. Ma il nome sapevo che avrebbe potuto acchiappare ed era in linea con l’ortodossia del partito. E loro, i giovani della base, potevano spenderlo con gli alti papaveri. Eravamo nel 1986, il muro faceva ancora bella mostra di sé, la DDR era ben salda, credo, nelle mani di Honecker. Cuba era alle viglia delle elezioni il cui esito era a dir poco scontato. E loro, i CCCP, che mi ero già goduto quell’anno, dal vivo erano a dir poco deflagranti, coinvolgenti, provocanti.   E da poco avevano pubblicato “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età”. 

Amavo la loro musica e l’urgenza di raccontare un mondo in frantumi: l’Occidente imperialista e l’Oriente comunista; ma anche il loro, la provincia, la Pianura Padana. E lo facevano con una furia punk e un’attitudine situazionista, modellando un insieme musicale e concettuale davvero inedito per l’Italia e non solo. Anche l’amato Pier Vittorio Tondelli ne scriveva con fervore su “L’Espresso” o più tardi  nel capitolo “Punk, falce e martello” di “Un weekend post moderno”.  

L’opera di convincimento andò a buon fine e si contrattualizzò. Il mio impegno per il momento si fermò lì, dopo aver messo in contatto le parti per i dettagli. Ero felice anche perché avevo garantita un’intervista in loco con una band che amavo in modo viscerale per la forma e la sostanza, e da tempo! Intervista su bobina 7 pollici che ancora custodisco gelosamente e che uscirà dall’oblio proprio nei prossimi giorni.

I CCCP arrivarono nel pomeriggio di quell’uggioso novembre del 1986; sbarcarono degli alieni. Vero che il mio look o come si dice oggi “outfit” non era molto diverso dal loro. Li accolsi, gli feci fare il giro della sala, lì portai nel camerino, sul palco per le prove. Feci l’intervista, una bella e lunga chiacchierata nell’attesa che il palco fosse pronto per il sound check.  Nel frattempo, gli operosi addetti alla buvette davano fuoco alle polveri allestendo la mescita e attizzando le braci per la cucina; e già ci guardavano un po’ di trasverso. Il sound check fu uno spettacolo, almeno per me: le chitarre “grattugiate” di Zamboni, la voce salmodiante di Giovanni, l’iconica presenza di Annarella, la “benemerita soubrette del popolo”, l’inquietante e straniante fisicità di Fatur oltre a scolpire plastiche immagini care all’ iconografia d’oltre Cortina facevano tremare i calcinacci della sala, affrescando l’aere con traiettorie soniche inaudite. Qualche legittimo dubbio già s’istillava tra le maestranze al lavoro. Perbacco era pur sempre una festa popolare del partito, la liturgia coi suoi crismi non sembrava aderente alla tradizione. A cena Giovanni Lindo & Co placavano la mia sete di conoscenza, nel raccontar della loro avventura artistica e umana. Era un piacere discutere, chiedere, ascoltare soprattutto. Della loro Emilia paranoica, della loro Berlino, della loro estetica e poetica. 

La sala ribolle di gente, un’umanità variegata tra punkettoni provenienti d’oltre confine con tanto di creste che si miscelano al fustagno e al velluto a coste dei calzoni e delle giacche dai colori spenti; “chiodi borchiati” e camicioni a quadretti, jeans strappati e gilet da pescatore. Anfibi, spille e qualche birkenstock fuori stagione. Ignari fedeli alla tradizionale liturgia della festa, giovani punkettoni eccitati come satanassi.

Il viaggio sonico dei CCCP prese avvio con “Mi Ami?” brano il cui incipit recita “Un erezione triste, per un coito modesto” per intenderci; per proseguire con canzoni già classiche e militanti del loro repertorio, e già mandate a memoria quali “Islam punk”, “Spara Juri”, “Militanz”, “Emilia paranoica”. Iconiche grazie a riff chitarristici ossessivi e lancinanti, a parole urlate o salmodiate, a slogan efficaci, alla loro suggestiva narrazione. E mentre i punkettoni pogavano, coglievo del disagio, un misto di sconforto e incredulità sui volti dei “militanti anziani”. Alcuni tra loro si avvicinarono, iniziando una discussione sulla liceità della proposta che appariva sempre più affrancata dalla narrazione della festa. I toni si accendevano, sentivo il peso di una sorta di responsabilità morale. Ero in imbarazzo. Non c’erano “Bella ciao”, “Contessa”, “Per i morti di Reggio Emilia” o “L’avvelenata” per intenderci.     

Ma dall’impaccio e dall’imbarazzo mi salvarono loro, i CCCP quando attaccarono “A ja Liubljiu SSSR”, praticamente l’inno sovietico cantato con altre parole quali ad esempio: “Il fuoco di un cuore che incendia la mente può fondere il gelo del marmo bollente”.  Sulle solenni note dell’inno ogni tensione si stemperò. Mani sul cuore e pugno alzato, timidi sventolii di bandiere rosse, qualche anziano volto imperlato di lacrime e commozione.  Occasione ghiotta per sottrarmi e dileguarmi fino al termine di una performance totale, intensa anche sconvolgente per l’epoca. Quella che ritengo sia ancora una pagina di storia artistica, musicale e forse sociale della nostra regione.

P.S.: negli anni a venire nessuno più mi ha chiesto opinioni o pareri relative ad artisti da invitare. 


Amy Winehouse, la più abbagliante fra le meteore

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

In una tiepida giornata di luglio londinese, alla vigilia di quello che sarebbe stato il suo atteso concerto al Paléo Festival di Nyon, Amy Winehouse fa il suo ingresso nel leggendario e macabro “Club dei 27”; un club esclusivo nato tra il 1969 e il 1971, un lasso di tempo in cui ben quattro icone del rock passarono a miglior vita all’età di 27 anni: Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin e il “Re lucertola” Jim Morrison. Il Club nel corso del tempo ha purtroppo annoverato altre supernova, tra le quali Kurt Cobain, Jean-Michel Basquiat e appunto Amy Winehouse, che entrandoci conquistò l’immortalità. Quella edificata in una manciata di anni e con soli tre 3 album (l’ultimo pubblicato postumo), una voce e una personalità fuori dal comune che le hanno permesso di attraversare come un uragano il mondo della musica, della moda (aveva disegnato una collezione per il marchio Fred Perry, andata a ruba!), della cultura popolare. Niente male per uno scricciolo di donna (non raggiungeva il metro e sessanta), la cui vita a dir poco travagliata fu segnata da importanti problemi fisici e psicologici, che si manifestarono nelle dipendenze e con disordini alimentari. Una meteora, dunque, di quelle tra le più abbaglianti, di quelle che accecano per la potenza della propria luce e  sono destinate a segnare un’epoca, una generazione. 

Il “suo” soul, il suo timbro vocale davvero unico, quello di una voce nera contenuta in un’anima fragile, unitamente alla sua capacità interpretativa e alla riluttanza congenita di onorare regole imposte, marchiano indelebilmente una generazione di voci femminili; una rivoluzione che permise ad altre giovani autrici e interpreti di prenderla anche quale punto di riferimento. Del “nuovo soul”, del “blue eyes soul”: Adele, Duffy, Lady Gaga, oltre ad alcuni maschietti che ne fanno un punto di riferimento e non solo per le qualità e il talento artistico. Nata in una famiglia ebraica a Enfield, sobborgo londinese, il 14 settembre del 1983, Amy ha sempre respirato musica, sin dalla tenera età: l’amata nonna paterna Cynthia (il cui nome ha tatuato sul braccio) era cantante, i genitori – mamma farmacista e padre tassista – amavano il jazz. 

Queste sue inclinazioni non tardano a manifestarsi: a 10 anni fonda un gruppo rap amatoriale, poco dopo acquista una chitarra, a 16 anni entra nella National Youth Jazz Orchestra. Inizia pure a scrivere e comporre ampliando al contempo i suoi ascolti e innamorandosi del soul. Quello di Diana Ross e delle Supremes per intenderci. La sua indole ribelle, insofferente alle regole, si manifesta già in tenera età e le provoca problemi scolastici sia per lo scarso rendimento  sia per la volontà di infrangere regole comportamentali e di abbigliamento: sfoggia bigiotteria vistosa, piercing e trucco pesante – assolutamente vietati – e inizia a prender forma quell’inconfondibile pettinatura a nido d’ape che diverrà uno dei suoi iconici tratti distintivi. Ma ciò che più conta,  Amy scrive, compone, canta. È un bisogno vitale, inarrestabile e travolgente. Taumaturgico. 

E il suo canto è paragonabile a quello delle sirene. Che incanta, ipnotizza, spiazza, stordisce. Lo cogliamo già nell’album d’esordio “Frank”. Pubblicato nel 2003 contiene i prodromi di ciò che pochi anni dopo sarebbe stata, e come la sua personalità e talento artistico sarebbero deflagrati. Nel frattempo, la sua fragilità, le sue ombre, la fatica di vivere si amplificano. Si concede allora del tempo per curarsi, o tentare di farlo. Dai disordini alimentari all’uso di stupefacenti e alcool, unitamente alla sua fatica di vivere, sono davvero una brutta bestia. Anche le frequentazioni non sono certo tra le più indicate. Ci prova Amy, ci prova davvero a curarsi; forse non del tutto. La storia narra che alla richiesta di andare in riabilitazione, lei accettò per compiacere il suo entourage e che, giunta nel centro prescelto, disse che beveva perché innamorata e perché la sua relazione si era conclusa. 

E intanto pubblica l’album capolavoro “Back to Black”, una manciata di canzoni che la consegnano all’immortalità. Canzoni quasi autobiografiche, vere, delle lettere aperte in cui confessare e raccontarsi con le sue ombre e le sue fragilità e la volontà di bruciare fino alla fine. In “Rehab”, ad esempio, canta del suo rapporto con le dipendenze e del suo rifiuto a sottoporsi alla riabilitazione. In “You know I’m good” non fa certo mistero che non la preoccupa apparire una “persona sbagliata”, benché sincera e coerente. Oppure la title-track (Back to Black) il cui video termina con Amy che fa il funerale al proprio cuore. Sposa Blake Fielder-Civil, al quale era legata da tempo e che secondo molti è reo di averla condotta all’uso e abuso delle droghe pesanti. Ed è la classica relazione tossica. Non dura, anche se gli strascichi della separazione sono pesanti. Stop alle droghe ma torna in modo prorompente l’abuso di alcool. Le sue apparizioni pubbliche ci consegnano spesso una donna disordinata, confusa, alterata, imbarazzante. 

Alcol, antidepressivi, pastiglie divorandola accelerano l’appuntamento con “l’ineluttabile”,  che arriva nel luglio del 2011, quando il tour già programmato, ma annullato dopo alcune date, avrebbe dovuto portarla tanto a Nyon quanto in Piazza Grande a Locarno. E mi piace ricordare come e quanto questa anima fragile e straziata, che ha conosciuto gli abissi della depressione senza riuscire ad addomesticare i propri mostri, nel corso dell’intera sua vita si sia spesa, e tanto, per il prossimo: donando e sostenendo enti e associazioni che si occupavano delle dipendenze e della salute mentale soprattutto dei giovani. E spesso in forma privata, lontano dai clamori mediatici. Non a caso la famiglia Winehouse ha creato una fondazione che opera onorando Amy. Ed è un’altra, tangibile, eredità che ci ha lasciato una tra le più significative ed amate voci del nuovo millennio. 


Le baruffe chiozzotte via social

Torna in Ticino Massimo Zamboni, storico componente e autore del gruppo “CCCP – Fedeli alla linea” per presentare il suo ultimo lavoro discografico. Appuntamento lunedì sera allo Studio 2 della Radio a Besso 

Tiene impegnate legioni di social-fans del mondo musicale italiano, la querelle (che forse è troppo dire) fra due cantanti, Paolo (Pablo) Meneguzzi e J-Ax. Tutto è nato da un’intervista in cui Meneguzzi afferma che il panorama musicale di quest’anno non offre nulla di rilevante e come esempio porta la hit estiva di J-Ax – Fedez e Annalisa “Disco Paradise”. Immediata la reazione di J-Ax con post a raffica fino ad arrivare ad una canzone (rap, forse) molto dura nei confronti del “nemico”. In merito, ecco le considerazioni di Gianluca Verga.

Non ho seguito e non voglio seguire la polemica a distanza, qualora proseguisse tra Meneguzzi e J Ax.  Quando è scoppiata la social-novela ero a Roma, in dolce compagnia a rimirar il “Giudizio Universale”, seduto ai bordi della Cappella Sistina col naso all’insù o forse a refrigerarmi all’ Ara Pacis, al cospetto dell’altare voluto da Cesare Augusto per suggellare la Pax romana. Faceva caldo, molto, questo lo ricordo.  Probabilmente allora ero nell’assolato Parco della musica a rifarmi gli occhi sul cartellone prossimo venturo – da urlo – sorseggiando una Becks (che è un mio piccolo, personale  omaggio all’amico Ezio Bosso) mentre refoli di note dell’Orchestra di Santa Cecilia rimbalzavano tra i corridoi della struttura creata da Renzo Piano. Però non è escluso che stessi vagando tra il colonnato del Bernini, o magari rapito a sbirciare una pianista classica nel tramonto delle rovine del Teatro Marcello. Ma davvero nulla vieta che fossi ad assaporare un carciofo giudaico romanesco da Nonna Betta, quartiere ebraico, o un’amatriciana a Trastevere dopo aver assistito alla strepitosa performance di Sergio, busker tutto cuore, sudore e passione che ha irretito una folla internazionale con una manciata di classici del rock. Ovunque fossi potete capire che deambulando tra l’eternità risultano vacue, inutili, pura minutaglia le polemiche di questa levatura. Il senso della prospettiva da cui si  osservano aiuta il distacco.

Non ho colto il senso perché scientemente non ho voluto legger nulla anche se, rientrando a Lugano mi hanno chiesto un parere. So che uno, il Pablo cantonale, si è reinventato fondando una scuola che cerca di offrire strumenti e prospettive ai cuccioli che anelano una carriera nel rutilante mondo dello spettacolo. Ma non mi sfugge che a breve presenterà un film accompagnato da eventi promozionali e, come sappiamo,  un po’ di promozione non fa certo schifo. L’altro, J-Ax, ormai da decenni macina sostanzialmente tormentoni estivi il cui peso specifico è davvero scarso. E Dio sa quanto i primi album degli “Articoli” li abbia apprezzati, contribuendo anche al loro primissimo concerto che si svolse – e questa è storia – sul retro di un distributore Agip tra Cadenazzo e Quartino. Oltre ad averli più volte ospitati a Rete Tre.  Ma non avendo letto o visto non esprimo un giudizio granitico, non ho in tasca la verità. 

Era dai tempi della meravigliosa “querelle Morgan-Bugo” che i social non si infiammavano così. Ma rientrando sul Freccia Rossa Roma-Milano, giusto per ingannare il tempo e i paesaggi che sfilano dai finestrini inciampo su un’intervista a Manuel Agnelli che “involontariamente” contribuisce alle baruffe chiozzotte di questi giorni: Manuel, persona e artista di qualità, in sintesi afferma che “La generazione sesso, soldi e droga è al capolinea”, una bolla che sta per afflosciarsi come un soufflé. Un giudizio che personalmente condivido e, soprattutto, mi auguro. Quella dei rapper / trapper (o sedicenti tali) che inneggiano alla “riccanza” e alla sua volgare ostentazione quale finalità da perseguire, alla cocaina, alle “bitch”, alle Lamborghini nel senso della marca automobilistica, allo sballo, scordando, o non sapendo, come e quanto la cultura hip hop e la musica rap siano state strumenti sociali e culturali anche rivoluzionari, oltre che legittimo divertimento. E lo sono ancora in molte porzioni di mondo, soprattutto dove si annidano forti tensioni sociali e regimi autoritari o dittatoriali.

Proprio in queste ore, ad esempio, i Talebani bruciano strumenti musicali in Afghanistan, cercando così di cancellare espressioni e tradizioni, musicisti e memorie, storie e idee nella convinzione che la musica sia causa di corruzione morale. Avvenne anche nel 2012 in Mali, quando i musicisti furono messi al bando, alcuni impiccati, le stazioni radiofoniche chiuse. È in Mali e più tardi in Iran o durante la “Primavera  araba” che la rivoluzione transitò anche attraverso le rime  dei alcuni rapper invisi al regime.

Ma di questa declinazione prettamente italica, supportata alla nausea dalle radio e televisioni commerciali e dalle piattaforme streaming mi piace sottolineare come durante il confinamento, quel tempo sospeso che abbiamo vissuto causa Covid, l’unica, diciamo così “categoria” di musicisti / artisti completamente assente è stata proprio questa. Quella dei nomi impronunciabili, dei singoli “one shot”, dell’autotune spinto al parossismo e dalle metriche dislessiche che si è rivelata incapace di offrire una lettura di un momento storico e sociale anche epocale, perché priva di sensibilità, cultura, poesia, intelligenza emotiva e strumenti atti a raccontare la realtà, anche dolorosa, imprevista e sconvolgente. E Agnelli prosegue: “È importante, anche se ovviamente non obbligatorio, che i musicisti prendano posizione. Purtroppo, quest’ultima generazione non ha una coscienza politica e neanche sociale. Una parte ce l’ha forse ambientale, ma per il resto ho notato negli ultimi anni una destrutturazione totale. C’è un menefreghismo imperante assecondato, in alcuni casi, da una forma di nichilismo che porta tutti verso atteggiamenti passivi”.  

Una lettura a mio parare condivisibile che travolge una parte, perché è davvero solo una parte della produzione musicale; che però, causa anche l’ignoranza di chi è preposto alla produzione, promozione ed erogazione della musica “pop” e “leggera”, oscura sull’altare del facile Dio Denaro quella parte preponderante di chi cerca e offre anche qualità artistica, contenuto, bellezza, verità. Chi mette in circolo anche dubbi, riflessioni alternative o sperimenta i linguaggi artistici. Fermo restando che la leggerezza ha diritto di cittadinanza anche nella musica.  

E sempre a proposito di Cappella Sistina e Giudizi Universali lo stesso Papa Francesco proprio tra gli affreschi del Michelangelo ha di recente paragonato gli artisti ai profeti in quanto “sanno guardare le cose sia in profondità sia in lontananza, come sentinelle che stringono gli occhi  per scrutare l’orizzonte  e scandagliare la realtà al di là delle apparenze.” E non credo si riferisse ai Rhove, ai Paky, agli Sfera Ebbasta e tutti coloro che cercano di presentarsi quali unici depositari  della musica pop e leggera contemporanea. Quel Sfera Ebbasta sbertucciato nelle scorse ore da Bersani (Samuele), neanche a farlo apposta autore della splendida “Giudizi universali”, che in un video in cui si blocca l’autotune del “collega” coglie divertito l’assoluta inconsistenza del suo canto. E anche qui, dopo piccata e signorile replica  (“Quando il cu.. brucia, parla la bocca”) apriti cielo; ovviamente nutrimento per i social dove tutti hanno diritto di esprimere il proprio parere, il proprio insindacabile Giudizio Universale.  

Ho letto anche che “Dylan, Lou Reed e Battisti  non sapevano cantare”, traducendo: non avevano una vocalità educata. Ma non cogliendo in molti  il senso della riflessioni di Bersani (sempre Samuele) la chiosa l’affido proprio a Battisti che, in una storica intervista della Rai diede una ficcante risposta relativa alla liceità del suo canto: “Io non credo sia necessario avere una bella voce, io penso sia necessario, in una maniera o nell’altra, comunicare qualcosa.”  

Chi mi regala un nuovo soggiorno a Roma?  L’estate è ancora lunga….

E per chi proprio volesse, ecco il brano di J-Ax

Nell’immagine: Paolo Meneguzzi e J-AX