La lunga marcia verso il disastro

Quando scoppia una guerra abbandonarsi ad un’ondata di emozioni, rimpianti, recriminazioni appare poco utile. Forse più utile sarebbe capire come si sia arrivati fino a questo punto. Magari per intravvedere, se possibile, qualche prospettiva dopo il disastro 

Da “Bon pour la tête“

Da molti anni, ormai, la Russia si mostra infastidita nel vedere la NATO avvicinarsi sempre più alle proprie frontiere, fino ad arrivare in Ucraina, una realtà nazionale concepita come storicamente e culturalmente indissolubile dalla madrepatria russa. Del resto si sta parlando di due secoli abbondanti di rapporti comuni. Persino Solgenitzin è stato a suo tempo sostenitore dell’unione o riunione fra i due paesi.

Ripetutamente, nel recente passato, Putin ha chiesto che fosse negoziato un accordo di sicurezza che tenesse conto dei profondi legami storici fra Russia ed Ucraina. Certo, si possono giudicare queste premesse come frutto di convinzioni o di paure assolutamente ingiustificate, ma resta il fatto che è con quelle convinzioni che si è giunti alle drammatiche recenti decisioni del Cremlino senza che l’Occidente ritenesse di dover entrare in materia.

Eppure, 17 Paesi europei sono diventati membri effettivi della NATO dopo la caduta dell’Unione Sovietica e l’Ucraina da tempo pareva destinata a compiere lo stesso passo; non pochi sono stati gli episodi di crescente tensione che hanno contraddistinto la storia recente della regione fra istanze separatiste ed uno stato di conflitto permanente alimentato dalle due parti. Non senza importanza anche il sempre più diffuso malessere di una parte della popolazione russofona di fronte all’obbligo dell’uso dell’ucraino nelle scuole di tutto il Paese imposto dal Governo di Kiev.

In queste ultime settimane si è forse sinceramente creduto che le pressioni militari sulla frontiera Ucraina decise dal Cremlino fossero una mossa diplomatica per giungere a decisioni chiare in proposito. E infatti, innumerevoli sono stati gli incontri al vertice fra tutti i leader coinvolti più o meno direttamente, in cui, a dire la verità, nessuno fra i rappresentanti europei e americani ha saputo e voluto escludere un’eventuale adesione dell’Ucraina alla NATO.

Si può dubitare o sottilizzare finché si vuole sulla buona fede delle mosse di Putin, ma resta il fatto che il leader del Cremlino, trovatosi così in evidente difficoltà abbia infine scelto di andare fino in fondo, puntando sulla guerra come forse aveva anche già sperato di fare in passato.

Ma quale guerra? È ancora presto per dirlo. Alexandre Vautravers, esperto in strategia e redattore capo della “Rivista militare svizzera”, ritiene che l’invasione non dovrebbe sfociare in una “occupazione” classica, capillare, in ogni piazza, in ogni via, ma mirerebbe piuttosto a colpire le infrastrutture militari ed amministrative del Governo ucraino. Un primo passo, in questo senso, pare già fatto con la distruzione degli aeroporti. L’obiettivo russo pare insomma sostanzialmente quello di annientare l’esercito ucraino nella speranza (alquanto aleatoria, in verità) di un radicale cambio al potere.

Una prospettiva caotica e tragica. Anzitutto per la popolazione, già provata dalle quotidiane ristrettezze economiche, da una politica economica che favorisce palesemente l’arricchimento di pochi oligarchi e che si trova ora persino sotto le bombe.

Vale la pena di ricordare che, secondo fonti giornalistiche ucraine, un recente sondaggio aveva mostrato come il 60% della popolazione fosse favorevole ad un orientamento filo-europeo e a favore dell’adesione alla NATO, mentre il restante 40% era composto da filo-russi e da indecisi sul tema.

Non sarà dunque facile per Putin scalzare il giovane e valoroso presidente Zelensky e metterci un suo uomo di paglia. Le assurde dichiarazioni che evocano termini come “genocidio” dei russofoni o “denazificazione” del regime ucraino possono soltanto infiammare ulteriormente l’opinione pubblica ucraina, in particolare quella nazionalista. Dopo l’esibizione della propria forza militare, insomma, Putin rischia di ritrovarsi impantanato in una situazione di pericoloso stallo.

Anche l’America di Biden ha legittimamente da porsi qualche problema. Infatti, in queste ultime settimane, ha non poco contribuito ad esacerbare i toni della crisi, da anni si è fissata con la sua ossessione anti-russa anche se continua a ritenere la Cina la sua principale antagonista. Dobbiamo credere che gli Stati Uniti siano disposti ad andare fino in fondo, fino ad una nuova guerra mondiale? Sappiamo che gli americani sanno arrivare anche a simili decisioni, soprattutto tenendosi a distanza, senza esporsi troppo. Ma a dire la verità appare davvero poco immaginabile che una prospettiva di questo genere saprebbe anche rinforzare la posizione del vecchio presidente alle prese con la propria credibilità interna, tanto più se si pensa che una parte consistente di repubblicani l’hanno già accusato di aver aggravato la situazione.

Con lo scoppio della guerra, gli esponenti europei che hanno creduto fino all’ultimo in una soluzione diplomatica paiono quasi ritrovarsi beffati, messi chiaramente di fronte alla loro impotenza, mentre ancora rimasticano, senza venirne a capo, lo scarto fra le incombenze derivate dalla crisi sanitaria e climatica e quelle di una presa di posizione su un conflitto armato.

C’è però da dire che qui, come solo raramente è avvenuto, i paesi europei si ritrovano allineati ed uniti nel deprecare e giudicare ingiustificabile l’offensiva russa, a maggior ragione visto che se ne devono già tirare le prime concrete e drammatiche conseguenze per l’Europa, con i primi esodi, ad esempio, dall’Ucraina verso la Polonia. Si parla di due milioni di ucraini in fuga: la Germania ha già promesso aiuti. E la Svizzera?

E poi, evidentemente, ci sono le ripercussioni economiche, anzitutto sul piano energetico. Il prezzo della benzina continua e continuerà a salire, ma c’è ben di più all’orizzonte.
Il fatto è che si tratta di rileggere la storia, dall’altro ieri a oggi, analizzare la forza e le debolezze di tutte le parti in campo, valutare i possibili effetti delle sanzioni su un fronte e sull’altro. Si tratta di considerare seriamente tutti gli effetti drammatici, diretti e indiretti, che quanto sta avvenendo provocherà in tutta Europa, Russia compresa. E osservare attentamente quello che di questi tragici avvenimenti vorrà fare la Cina: un asse rinsaldato fra i due giganti alle porte?

Si tratta insomma di immaginare delle possibili vie da percorrere a corto e medio termine, perché gridare la propria indignazione è certamente doveroso, ma dopo un po’ il fiato diventa corto.

Traduzione della redazione
Nell’immagine: Volodymyr Zelensky, Angela Merkel, Emmanuel Macron e Vladimir Putin in occasione del summit di Parigi nel dicembre 2019. © Kremlin.ru


Il virus del potere ed i suoi pericolosi effetti

Quando scoppia una guerra abbandonarsi ad un’ondata di emozioni, rimpianti, recriminazioni appare poco utile. Forse più utile sarebbe capire come si sia arrivati fino a questo punto. Magari per intravvedere, se possibile, qualche prospettiva dopo il disastro 

Che un senso di onnipotenza dia il capogiro a qualche dirigente non è certo una novità. La storia è costellata di tali episodi. Ma i bastioni democratici parevano mettere la Svizzera al riparo da tali derive. Che ingenuità! Il virus del potere può far sbandare ovunque.

Come spiegare diversamente che un’idea tanto bizzarra possa nascere nella testa di un Consigliere Federale? Offrire cinquanta franchetti a chi convince qualcuno a farsi vaccinare! Nemmeno le catene commerciali più aggressive avevano mai pensato a un colpo di marketing tanto acrobatico.

Un’ipotesi giuridicamente claudicante, praticamente impossibile da realizzarsi, al punto che i Cantoni han già messo il broncio, rispedendo il progetto al mittente.

Del resto, i Cantoni stessi non sono affatto entusiasti all’idea di mandare 1700 “consiglieri” a spasso per il Paese con l’obiettivo di convincere i reticenti a farsi vaccinare. Provate ad immaginare: suonano alla porta, non si tratta di un testimone di Geova ma di un funzionario inviato da Berset che vi si dichiara inquieto per la vostra resistenza al vaccino. E hop! Questa trovata, così al volo, per 150 milioncini.

Bisogna essere davvero generosamente sicuri di sé e ben lontani dalla realtà per arrivare ad escogitare un piano tanto rocambolesco.

Del resto, bisognava avere i neuroni ben impregnati di voglia di potere perché un ministro, diventato euforico nella sua funzione, osasse farsi portare a spasso, con autista ed auto ufficiale, attraverso la Foresta Nera in compagnia della sua amante. Per non parlare del seguito, dopo le rivelazioni circa l’accaduto, con l’invio a casa della “colpevole” di unità speciali della polizia federale per arrestarla sotto gli occhi del figlio e sequestrarne il computer. Una “questione privata”? Ma allora perché non una procedura “normale”?

Questo banale virus può anche intrufolarsi in territori di per sé legali. Prendiamo, ad esempio, i membri del Governo vodese, che pare abbiano preso gusto a tuffarsi nel lusso. Il Consiglio di Stato, infatti, ha deciso, senza opposizione, di acquisire come propria sede una delle più belle dimore situate sulle rive del Lemano, la casa che ospitava il Musée de l’Elysée prima che venisse trasferito nei pressi della stazione di Losanna.

Un vero tesoro, una villa immersa in un grande parco che declina dolcemente verso il lago. Costruita nel 1783, Mme de Staël vi aveva organizzato storiche rappresentazioni sceniche di “Andromaca”, con Benjamin Constant e Mme Récamier. Ora questi ineffabili signori intendono installarsi nella propria nuova reggia accompagnati da qualche funzionario occupando spazi e locali ben superiori a quelli finora utilizzati in città. Si tratta infatti di 1831 mq, e dopo i lavori (per circa 7,3 milioni di franchi) il Governo cantonale disporrà per i suoi membri di 739 mq, e di altri 560 mq per uffici del Servizio Affari Culturali e quello degli Affari Esterni. Restano, infine, 1269 mq di spazi comuni e locali tecnici, con 280 mq di mansarda per uno “spazio polivalente”.

Addio alle “Notti della fotografia”, addio alle visite culturali di famiglie in passeggiata domenicale con spuntino nel parco. Il giardino resterà aperto al pubblico, ma senza alcuna designazione particolare, né una cura specifica. Eppure sarebbe stato possibile trasferire in quel contesto un altro museo, come ad esempio quello dell’Art Brut, di grande risonanza internazionale, da tempo ridotto a spazi congestionati dei suoi locali di Beaulieu. Ma no, perché mai? Meglio farne sede di “uffici di prestigio”.

Bisogna certo essere molto innamorati del potere per impadronirsi con tanta regalità di un così alto esempio di luogo di pregio architettonico. Certo, il numero dei funzionari non cessa di gonfiarsi, ma i comuni mortali li preferirebbero piuttosto attivi nelle scuole o negli ospedali piuttosto che sotto i lampadari luccicanti di una villa del XVIIImo secolo.

Il virus del lusso e del potere può colpire a tutti i livelli. Si pensi, ancora, alla Direttrice e della Cassa di Compensazione Vodese dell’AVS e dei suoi stretti collaboratori. Alla signora è stata assegnata un’auto di servizio, visto che apprezzava enormemente i viaggi e la buona tavola, e visto che certe sere preferiva dormire in alberghi di lusso piuttosto che rientrare a casa, nella per lei lontana Riviera vodese. Naturalmente tutto con nota spese. In questo caso, ora, la giustizia sta indagando, ed il nuovo direttore che rimpiazza la ex-capa tanto prodiga verso sé stessa, ha inviato messaggi contriti agli assicurati, promettendo che tutto rientrerà nell’ordine, senza alcun danno per loro.

La quasi totalità dei detentori dell’autorità sono certamente immuni nei confronti di simili propensioni e di questo debordante virus del potere. Ma nessuno può credere che, improvvisamente, questo virus sparirà dai nostri paraggi.

Articolo originale da Bon pour la Tête
Traduzione e sottotitolo: naufraghi.ch
Nell’immagine: l’ex-Musée de l’Elysée che diverrà sede del Governo Cantonale


L’America e i suoi vassalli

Quando scoppia una guerra abbandonarsi ad un’ondata di emozioni, rimpianti, recriminazioni appare poco utile. Forse più utile sarebbe capire come si sia arrivati fino a questo punto. Magari per intravvedere, se possibile, qualche prospettiva dopo il disastro 

Da un giorno all’altro, senza preavviso alcuno, il governo australiano getta nel cestino l’accordo per l’acquisto dalla Francia di dodici sottomarini, firmato cinque anni fa. Preferisce ora delle navi nucleari americane. Il tutto sullo sfondo delle tensioni fra Cina e Stati Uniti. Qualunque siano i motivi strategici invocati, questo modo di fare costituisce uno scandalo diplomatico.

Si tratta di una seria lezione per la Svizzera, che si appresta ad acquistare i caccia-bombardieri americani FA-35. L’ingenua consigliera federale Viola Amherd giura che il contratto è solidissimo, in particolare per quanto concerne i costi, anche se già si annuncia un aumento a causa dell’inflazione. E altre brutte notizie seguiranno. Assecondando i desideri di Washington.

La Svizzera si àncora alla NATO

Il presidente Biden si spende in belle frasi su un progetto mondiale realizzato con i suoi ‘alleati e partner’. Definizioni inadeguate. Gli Stati Uniti hanno unicamente dei vassalli. Certo, vassalli volontari, ma di fatto sottomessi all’autorità della super-potenza. Quest’ultima si riserva il diritto di controllare l’utilizzazione di tutti gli equipaggiamenti militari assegnati ai pretesi ‘alleati e partner’.

Detto altrimenti, con l’acquisto di questi aerei la Svizzera àncora la sua difesa alla NATO, sotto comando americano. La Francia, con i suoi caccia Rafales, sarebbe stato un partner meno intrusivo, più vicino geograficamente e politicamente.

Per ammorbidire l’ira di Parigi – dove il presidente della Confederazione non è più invitato da Macron, come avrebbe invece desiderato Guy Parmelin – dopo il Consiglio degli Stati, anche il Consiglio nazionale ha adottato una saggia decisione. Un accordo sarà firmato con la Francia per l’utilizzazione delle immagini dei suoi satelliti d’osservazione militare, visto che la Svizzera non è in grado di inviarne di suoi nello spazio. In caso di conflitto, poter osservare ciò che accade al di là delle nostre frontiere è naturalmente un fatto essenziale. Costo: 82 milioni. Troppi per alcuni parlamentari, soprattutto di sinistra, che d’altra parte fanno i giocolieri con i miliardi, e senza troppe preoccupazioni, quando si tratta di difesa… sanitaria.

Ciliegina sulla torta del servilismo

La nostra politica internazionale non ha né testa né coda. Da una parte la Svizzera invia una sfortunata diplomatica a Bruxelles, dove moltiplica chiacchiere da salotto senza senso, nella speranza di riannodare il filo spezzato dal brutale rifiuto svizzero dell’accordo quadro negoziato per sette anni. Dall’altra la Confederazione sceglie de facto il campo dei vassalli dell’America, non solo con degli aerei comunque poco adatti alle nostre necessità, ma anche accettando senza batter ciglio il fatto che le banche svizzere debbano applicare sanzioni decise a tutto campo dagli Stati Uniti. Ciliegina sulla torta del servilismo: il Consiglio federale ha confermato di voler trasmettere tutti i suoi dati a qualche gigante della Silicon Valley. A patto che non siano cinesi!

Questo governo, il più debole che la Svizzera ha avuto negli ultimi decenni, galleggia in una visione miope ed erratica. I danni ancora non si vedono. Ma non tarderanno.

Articolo originale da Bon pour la Tête
Traduzione e link: naufraghi.ch


Il caso Navalny, o del ricorso alla cospirazione

Quando scoppia una guerra abbandonarsi ad un’ondata di emozioni, rimpianti, recriminazioni appare poco utile. Forse più utile sarebbe capire come si sia arrivati fino a questo punto. Magari per intravvedere, se possibile, qualche prospettiva dopo il disastro 

Con questo articolo di Jacques Pilet, storico fondatore del settimanale “L’Hebdo” e poi del “Nouveau Quotidien“, abbiamo il piacere di iniziare la collaborazione con il settimanale online romando Bon pour la Tête (che dell’Hebdo è la continuazione ideale). 


“L’affaire Navalny. Le complotisme au service de la politique étrangère“, un libro di cui i media non hanno quasi parlato, ha di che incuriosire chiunque sospetti dei racconti semplicistici. Innanzitutto perché è il frutto del lavoro approfondito di un grande professionista dei servizi segreti, Jacques Baud – ora in pensione – che ha passato la propria vita a guardare oltre le apparenze, al servizio della Confederazione, delle Nazioni Unite e della NATO. La sua opera va ben al di là del caso specifico. Smonta i meccanismi della propaganda e dell’azione degli Stati Uniti, seguiti dall’Europa, contro la Russia e altri paesi.

Per l’opinione pubblica occidentale il caso è chiaro. Navalny è stato avvelenato dagli agenti di Putin a causa del suo impegno in favore della democrazia. Tuttavia questa visione non regge all’analisi approfondita dei fatti che ha intrapreso Baud, sulla base delle fonti ufficiali o para-ufficiali, nonché dei media russi dell’opposizione, a esclusione di tutte quelle provenienti dal Cremlino o teleguidate da lì. Il libro non offre la chiave dell’enigma, ma il minimo che si possa dire è che dubitare sia più che legittimo.

“La colpa è di Putin”

L’avvelenamento da Novichok? Benché questa tesi sia stata martellata da numerosi governi e da tutti i media allineati, non esiste alcuna prova. I medici e i diversi esperti tedeschi che hanno analizzato il sangue e le urine del paziente accolto a Berlino, due giorni dopo il suo collasso in aereo e uno scalo all’ospedale di Omsk, hanno constatato “un’intossicazione da una sostanza del gruppo degli inibitori della colinesterasi”. Così come hanno fatto più tardi i ricercatori svedesi, britannici e francesi, che hanno tenuto però segreti i dettagli delle loro scoperte. Il problema è che questi perturbatori del sistema nervoso possono provenire da taluni medicamenti o da un’intossicazione alimentare. Da notare peraltro che il governo tedesco non ha mai incriminato direttamente la Russia. Un esame di tutti i fatti suggerisce che se ci fosse stata la volontà di eliminare Navalny, ci sarebbero stati molti altri mezzi più efficaci e più discreti per farlo. Chi altro avrebbe potuto? Le ipotesi non mancano in un paese dove i mafiosi senza scrupoli sono legioni. Gli affaristi non si fanno regali.

Ma sin dall’inizio, autorità e media occidentali hanno raccontato una storia semplice: la colpa è di Putin! L’entourage dell’attivista ha colto immediatamente la palla al balzo, fornendo del resto numerose versioni contraddittorie di come si è svolta la storia.

Per rendere la narrazione più sconvolgente era anche necessario dipingere un ritratto lusinghiero del personaggio, presentato come un valoroso difensore della democrazia. Eppure la sua biografia mostra altre sfaccettature. Uomo d’affari prima d’essere un politico, Navalny è un ultra-nazionalista non estraneo all’estrema destra russa, xenofoba e razzista. Amnesty International, che ne reclama certo la liberazione, rifiuta tuttavia di concedergli lo statuto di prigioniero di coscienza poiché “si è fatto propugnatore della violenza e della discriminazione e non ha mai ritirato le sue dichiarazioni“.

La sua azione politica? Mirava esclusivamente al rovesciamento di Putin e del suo partito, riunendo i democratici, gli indignati per la corruzione, ma anche la destra ultranazionalista, anch’essa opposta al governo. Nessun progetto coerente per la società, nessun programma preciso. Il campo dei suoi simpatizzanti, secondo dei sondaggi condotti da un organismo dell’opposizione, sembra molto più piccolo di ciò che è stato detto e ripetuto dai media occidentali. L’attuale caccia ai suoi seguaci non è certamente a favore di Putin, ma non è sufficiente a concludere che essi costituiscono un movimento determinante all’interno del gioco politico.

Guerra fredda e paesi amici

Su questo caso Baud non offre prove, ma una somma straordinaria di informazioni taciute o distorte. A ognuno il compito di farsi un’opinione. È più categorico invece sull’ingranaggio generale di un’interpretazione forzata, che ignora le contraddizioni per costruire un vero e proprio complotto politico. La manipolazione manichea è uno strumento di potere. Può anche ingannare il giudizio di coloro che se ne compiacciono. Come possiamo non vedere la differenza degli sguardi sulle violazioni dei diritti umani quando avvengono in Russia o in Arabia Saudita, o in altri paesi “amici”? Si decretano cascate di sanzioni in un caso, e si distoglie lo sguardo in altri. Punire alcuni, senza grande effetto, e assecondare altri, che a volte si comportano anche peggio, nel proprio interesse. Questa è la politica dell’Occidente. Dove porta? Chi beneficia di questa nuova guerra fredda, a parte i trafficanti di armi?

Leggere questo libro nel momento del disastro della NATO in Afghanistan è tristemente doloroso. Gli errori occidentali danno le vertigini. Ogni volta, invece che una fredda e libera analisi dei fatti, ha prevalso una lettura predeterminata, un approccio volontariamente emotivo alla realtà.

Convinto di questo Jacques Baud ha pubblicato anche un piccolo libro sul dirottamento dell’aereo Ryanair in Bielorussia. Senza provare la minima simpatia per il dittatore in carica, rivela una montatura politica e mediatica che viene minata dalla ricostruzione meticolosa dell’evento, con materiale a supporto. Un solo rammarico: Baud avrebbe potuto menzionare anche gli errori dell’informazione fornita dal Cremlino.

Il suo lavoro ha suscitato molto poco scalpore anche se è a dir poco sbalorditivo. Coloro che sono irritati da queste opere preferiscono sprofondarle nel silenzio. Perché i fatti rivelati non sono facili da contraddire. Che si sia d’accordo o no con le riflessioni di Jacques Baud, s’impone comunque di rendere omaggio al suo sforzo e al suo coraggio.

Jacques Pilet
Traduzione e link: naufraghi.ch
Articolo originale su Bon pour la Tête