Il paravento della neutralità

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

Nell’immaginario di chi promuove l’iniziativa sulla neutralità sottoposta al voto il prossimo 27 settembre, la Svizzera dovrebbe trasformarsi in una fortezza d’acciaio, un’isola incontaminata e sorda ai dolori del mondo. Ma da cittadino che vive e lavora nella Confederazione da trentott’anni, e che porta con sé la memoria di una terra d’origine complessa e martoriata come l’Iran, non posso che vedere in questa proposta un’operazione di profonda ipocrisia politica. Un inganno ideologico, orchestrato dalla propaganda miliardaria dei salotti dello Zürichberg e dai vertici dell’UDC, che rischia di far perdere la faccia al Paese.

Diciamolo chiaramente: la neutralità assoluta e “integrale” sbandierata da Christoph Blocher e dai suoi sostenitori, in particolare l’UDC e Pro Svizzera, è un paravento. Dietro i richiami patriottici si nasconde la difesa di interessi particolari e una visione cinica dei rapporti internazionali. L’UDC ha più volte contrastato un maggiore coinvolgimento della Svizzera nella cooperazione europea e internazionale, dalle relazioni con l’UE alla partecipazione alle sanzioni, presentando queste forme di collaborazione come una minaccia alla sovranità nazionale. Oggi l’iniziativa sulla neutralità porta questa logica direttamente nella Costituzione, vendendo al popolo la falsa illusione che più neutralità significhi automaticamente più sovranità e più sicurezza.

Si fa un gran parlare di sovranità, ma si tace sul nocciolo della questione: l’industria bellica e i grandi flussi finanziari. La retorica del “Sì” vorrebbe una Svizzera fortemente limitata nella possibilità di adottare autonomamente sanzioni contro Stati belligeranti, salvo quelle decise dall’ONU e le misure necessarie a impedirne l’elusione. L’idea che legandoci le mani nella Costituzione saremo al riparo dai venti di guerra è un’assurdità: l’economia svizzera è talmente integrata nei mercati globali che siamo comunque soggetti a leggi e dinamiche internazionali che nessuna clausola di neutralità può cancellare. Chi ha accumulato milioni e miliardi, alla fine, cadrà in piedi come al solito, mentre tutti gli altri cittadini si ritroveranno a pagare i danni di un isolamento economico e politico.

A svelare la reale pericolosità di questa iniziativa ci ha pensato, tra i tanti, anche il settore svizzero di Amnesty International, che ha espresso un “NO” convinto alla proposta. Amnesty sostiene che l’iniziativa limiterebbe la capacità della Svizzera di reagire con mezzi pacifici a gravi violazioni dei diritti umani, crimini di guerra e violazioni del diritto internazionale. In particolare, l’organizzazione sottolinea che l’adozione di sanzioni economiche e diplomatiche diventerebbe più difficile proprio mentre, in determinate condizioni, potrebbero essere autorizzate esportazioni di materiale bellico verso Stati coinvolti in conflitti armati.

Il Parlamento ha approvato il 19 dicembre 2025 una modifica della legge sul materiale bellico che amplia, in determinate circostanze, il margine di manovra del Consiglio federale nelle autorizzazioni di esportazione verso Stati coinvolti in conflitti armati, purché siano rispettati il diritto della neutralità, i diritti umani e gli altri obblighi internazionali della Svizzera. Contro questa modifica è stato lanciato un referendum: nell’aprile 2026 sono state depositate le firme necessarie e il referendum è stato dichiarato formalmente riuscito. Sarà quindi il popolo svizzero a decidere sulla modifica della legge, verosimilmente nel novembre 2026.

I numeri aiutano a capire la dimensione economica della questione: nel solo 2025 le imprese svizzere hanno esportato materiale bellico, con autorizzazione della SECO, verso 64 Paesi per un valore complessivo di 948,2 milioni di franchi, con un aumento di quasi il 43% rispetto all’anno precedente. Il rischio, allora, è quello di costruire nella Costituzione una neutralità sempre più rigida sul piano politico, mentre sul piano economico e commerciale rimangono ampi margini di flessibilità. La neutralità rischierebbe così di trasformarsi da strumento di pace e mediazione in un alibi per sottrarci alle nostre responsabilità internazionali.

A questo si aggiungono le richieste e monitoraggi di Public Eye, ONG svizzera indipendente, che richiamano da anni l’attenzione sul peso della Confederazione come uno dei principali centri mondiali del settore, con importanti attività di trading e finanziamento legate a petrolio, gas, carbone, metalli e altre materie prime. Ginevra, Zugo e Lugano fanno parte di questo ecosistema economico. In un simile contesto, una neutralità trasformata in una drastica limitazione della possibilità di adottare autonomamente determinate sanzioni rischierebbe di creare ulteriori spazi di manovra per operatori interessati a mantenere rapporti economici con Paesi sanzionati dai nostri partner. La neutralità non può diventare il paravento di un’indifferenza lucrativa.

In questi trentott’anni vissuti all’ombra delle Alpi, ho capito che la neutralità per gli svizzeri è qualcosa di viscerale. Ma proprio perché provengo da una terra come l’Iran, segnata da drammatiche vicende geopolitiche, so che la pace e la sicurezza non si difendono nascondendo la testa sotto la sabbia né trasformando un principio politico in un dogma immobile. Il prossimo 27 settembre, votare “Sì” a questa iniziativa significherebbe irrigidire la neutralità svizzera fino a trasformarla in una fortezza alpina anacronistica, con meno strumenti per reagire di fronte alle violazioni dei diritti umani, alle aggressioni e alle crisi internazionali.

Legarsi le mani nella Costituzione non ci renderà più sicuri: rischia di renderci semplicemente più impotenti e più soli. Per questo, guardando al futuro della Confederazione e all’equilibrio dell’Europa, la risposta nelle urne non può che essere un “NO” convinto. Perché difendere la Svizzera significa saper navigare nel mare aperto della storia, non fuggire da essa.


Il paradosso di Seattle: Iran – Egitto nel “Pride Match”

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

La decisione di far disputare Iran – Egitto nell’ambito del Pride Match, il 26 giugno 2026, a Seattle, è stata presentata come una semplice coincidenza; una di quelle fatalità che capitano quando sport, valori e calendario finiscono per intrecciarsi.

L’idea di celebrare l’inclusività e i diritti LGBTQ+ con protagoniste due nazioni in cui tali comunità sono oggetto di pesanti discriminazioni e persecuzioni penali ha però il sapore del paradosso. Rischia di trasformare un’iniziativa simbolica in un gesto vuoto o addirittura offensivo.

È difficile non notare la contraddizione: inserire in una cornice nata per celebrar l’orgoglio e la visibilità LGBTQ+ una partita tra due Paesi dove l’omosessualità è fortemente repressa o criminalizzata espone inevitabilmente l’evento a polemiche.

Se l’obiettivo era evitare controversie, l’abbinamento scelto appare quantomeno discutibile. La domanda, allora, sorge spontanea: perché proprio il 26 giugno?

Il comitato organizzatore locale di Seattle sostiene che la data del Pride Match fosse stata fissata mesi prima del sorteggio dei gironi. Può darsi. Ma proprio per questo viene da chiedersi perché mantenere l’iniziativa in concomitanza con questa specifica partita, quando il calendario avrebbe potuto offrire incontri dal significato simbolico meno controverso.

Una risposta ufficiale non c’è. Resta però il fatto che, nel contesto geopolitico attuale, gli eventi sportivi internazionali assumono un valore che va ben oltre il rettangolo di gioco.

Iran: la realtà oltre gli slogan

Ci sono Paesi in cui i diritti delle persone LGBTQ+ sono scarsamente tutelati, e poi c’è l’Iran. Lì i rapporti tra persone dello stesso sesso possono essere perseguiti penalmente e, in determinate circostanze previste dalla legge, puniti con pene gravissime fino alla condanna capitale.

Il caso di Mehrdad Karimpour e Farid Mohammadi, giustiziati nel gennaio 2022 dopo una lunga detenzione nel braccio della morte, è stato al centro di un intenso dibattito internazionale. All’epoca le autorità iraniane sostennero una determinata ricostruzione dei fatti, mentre numerose organizzazioni per i diritti umani contestarono la trasparenza del procedimento. Al di là del singolo episodio, resta il quadro normativo di un Paese in cui l’omosessualità continua a essere oggetto di una durissima repressione penale. Si tratta di una realtà tangibile che non può essere cancellata dagli slogan di una parata.

Egitto e l’ombra del Qatar 2022

L’Egitto, dal canto suo, non prevede la pena di morte per l’omosessualità, ma ciò non significa che rappresenti un modello di tutela. Negli ultimi anni le ONG hanno documentato continui arresti e procedimenti basati su accuse di “moralità pubblica”, “decoro” o altre disposizioni ambigue utilizzate per colpire sistematicamente la comunità LGBTQ+.

In questo scenario, il confronto con il Mondiale del Qatar del 2022 appare inevitabile. Allora la FIFA difese la necessità di rispettare le sensibilità del Paese ospitante, arrivando persino a vietare la fascia “One Love”. Oggi il quadro sembra quasi capovolto: una città che celebra il Pride ospita due nazionali provenienti da Paesi profondamente conservatori su questi temi, mentre la FIFA si ritrova ancora una volta nel mezzo di profonde tensioni culturali e politiche.

Infantino, l’ubiquità del servilismo

In questo scenario, il ruolo della FIFA appare quello di sempre: ambiguo, oscillante e costantemente impegnato nella ricerca di un equilibrio tra interessi economici, diplomazia e immagine pubblica. Il suo presidente, Gianni Infantino, ne è l’interprete più rappresentativo.

Già Sepp Blatter, nel 2010, aveva suscitato indignazione suggerendo agli omosessuali in visita in Qatar di “astenersi da qualsiasi attività sessuale”. Infantino ha raccolto quell’eredità con uno stile diverso ma non meno controverso. Alla vigilia dei Mondiali del 2022 dichiarò di sentirsi “gay”, “disabile” e “lavoratore migrante”, nel tentativo di lanciare un messaggio di immedesimazione universale. Dichiarazioni che molti giudicarono puramente retoriche, soprattutto considerando il contesto nel quale venivano pronunciate.

Nello stesso torneo, la FIFA impedì alle nazionali europee di indossare la fascia “One Love”, minacciando sanzioni sportive nei confronti dei capitani. Un episodio che alimentò pesanti accuse di incoerenza tra la retorica dell’inclusione e le decisioni effettivamente adottate.

Ecco Infantino: un funambolo della retorica, capace di dichiararsi tutto e il contrario di tutto, purché resti dalla parte del potere. L’ubiquità del servilismo elevata a metodo di governo.

Il marketing dei diritti e la realtà

Seattle è una città tradizionalmente progressista, con una comunità LGBTQ+ forte e visibile. Allo stesso tempo, si inserisce in un panorama politico statunitense sempre più polarizzato, dove anche gli eventi sportivi diventano terreno di scontro culturale.

È facile immaginare che una vicenda come questa possa essere utilizzata da schieramenti politici contrapposti per rafforzare le rispettive narrazioni: chi la interpreterà come un’affermazione dei diritti civili e chi, invece, come l’ennesimo simbolo della cosiddetta cultura “woke”.

Nel mezzo, le due nazionali islamiche verranno strumentalizzate in un gioco politico che non hanno scelto, rischiando di diventare protagoniste involontarie di un dibattito che va ben oltre il calcio. Il 26 giugno, facendo da vigilia e da apertura ufficiale al weekend del Pride cittadino, rischia così di rappresentare molto più di una semplice partita, trasformandosi nello scontro simbolico tra una parte dell’Occidente che rivendica la centralità dei diritti civili e due Stati che mantengono una visione profondamente diversa in materia di libertà sessuale.

Questa vicenda mette ancora una volta in discussione l’idea di uno sport completamente neutrale rispetto alla politica. Il punto non è stabilire se Iran – Egitto sia frutto del caso o di una scelta deliberata.Il punto è un altro: il calcio globale ama proclamarsi neutrale, ma finisce sempre per diventare il palcoscenico delle contraddizioni del potere. E quando la politica entra negli stadi travestita da inclusione, diplomazia o marketing dei diritti, il rischio è che restino soltanto gli slogan, mentre la realtà continua a bussare alla porta.

Nell’immagine: Un “Pride match” nel 2019


Il tradimento: l’Europa capovolta

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

C’era un tempo in cui l’Europa veniva concepita come un’isola di salvezza, non come un gigantesco perimetro militarizzato. 

Nel 1941, dal confino di Ventotene, menti illuminate come Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrivevano un Manifesto che era anzitutto un atto di fede: una federazione solidale, baluardo universale dei diritti umani contro la barbarie dei nazionalismi. Un testo rivoluzionario che dovette viaggiare sulle gambe di donne straordinarie come Ursula Hirschmann e Ada Rossi, capaci di trasportarlo clandestinamente dall’isola al continente per farlo circolare negli ambienti antifascisti di Roma e Milano. 

Oggi quel faro ideale è spento, annegato nel Mediterraneo o recintato lungo la rotta balcanica. L’Europa contemporanea ha capovolto i propri valori fondanti: l’accoglienza è diventata un costo elettorale da azzerare e l’efficienza di uno Stato si misura esclusivamente sul numero di individui respinti. 

Quello che nacque come un progetto di apertura e civiltà si è ridotto a una fredda burocrazia dell’espulsione. I padri fondatori sognavano lo smantellamento delle frontiere; i loro successori le esternalizzano a governi autoritari e dittature terze pur di non vedere. Ventotene non è mai stata così lontana, calpestata dalla realpolitik della paura.

La contabilità dello sceriffo

La svolta securitaria non è una percezione transitoria, ma una precisa strategia geopolitica supportata da una contabilità spietata.

 Gli ultimi dati Eurostat certificano la linea dura: i rimpatri effettivi dall’Unione Europea verso Paesi terzi hanno raggiunto la cifra record di 155.118 unità. 

Al vertice di questa macchina dell’allontanamento c’è la Germania con 29.295 espulsioni eseguite, seguita dalla Francia a quota 14.940. L’Italia si ferma a 4.780 persone espulse, ma detiene il primato più spietato: ha cancellato ogni forma di ritorno volontario o aiutato, scegliendo di usare esclusivamente la forza della polizia e i rimpatri forzati. Ma il vero dato politico è un altro. Questo inasprimento – che include la detenzione amministrativa prolungata e lo smantellamento del diritto di ricorso – è l’effetto diretto dell’ascesa delle destre nazionaliste. 

Il cortocircuito imperdonabile è che i governi di centrosinistra, terrorizzati dall’emorragia di consensi, hanno scelto di rincorrere l’elettorato conservatore applicandone pedissequamente le ricette. Il risultato è una sinistra che si fa sceriffo, convinta di arginare la destra ma finendo, nei fatti, solo per legittimarne la propaganda.

Il paradosso elvetico

In questo scacchiere di sbarramento, la Svizzera vive un paradosso speculativo e profondamente cinico. Pur non facendo parte dell’Unione Europea, Berna dimostra che l’ossessione per il controllo non ha confini politici. Nel 2025, le domande d’asilo in Svizzera sono diminuite del 7,1%, fermandosi a 25.781 richieste totali, e il calo prosegue nettamente anche nel 2026: nei primi quattro mesi di quest’anno la SEM ha registrato un’ulteriore diminuzione del 15%. 

Eppure, a fronte di meno arrivi, la macchina delle espulsioni continua ad accelerare. Solo tra marzo e aprile 2026, 1.713 (897 nel marzo, 816 nell’aprile) persone sono state allontanate dalla Svizzera sotto il controllo delle autorità, tra rimpatri forzati, trasferimenti Dublino ed espulsioni verso Paesi terzi. Questo irrigidimento burocratico non è casuale: si colloca nel pieno della campagna elettorale per l’iniziativa popolare “No a una Svizzera da 10 milioni”, in votazione il prossimo 14 giugno. 

Per depotenziare la propaganda della destra populista, le autorità elvetiche esibiscono i muscoli, dimostrando nei fatti di saper applicare una severità draconiana anche senza toccare la Costituzione. Qui si innesta l’arma perfetta: il trattato di Dublino. Berna utilizza questo meccanismo in modo chirurgico come uno scudo burocratico, respingendo sistematicamente i migranti verso i Paesi di primo approdo, come l’Italia, per evitare di gestire la responsabilità umanitaria in prima persona. 

La Confederazione mantiene intatta la sua facciata storica di terra d’asilo e neutralità nei forum internazionali, ma sul campo applica una spietata politica di sbarramento. La Svizzera non siede ai tavoli decisionali di Bruxelles, ma ne incassa i benefici securitari più duri, blindando il proprio benessere dietro il filo spinato altrui.

Il naufragio della dignità

Questa corsa al rialzo delle espulsioni impone un verdetto etico che non ammette ipocrisie: quale prezzo morale siamo disposti a pagare per blindare i nostri privilegi? 

Prolungare i mesi di detenzione per chi non ha commesso alcun reato, esternalizzare il diritto d’asilo e militarizzare i confini significa sacrificare l’identità stessa del continente sull’altare del consenso a breve termine. Stiamo barattando i principi fondamentali del diritto internazionale con la logica securitaria. 

In questo delirio collettivo si cancella la storia: ci si dimentica che l’Europa e la stessa Svizzera sono diventate forti, ricche e grandi proprio grazie all’immigrazione. La Confederazione dimentica che le sue infrastrutture più gloriose, a partire dal tunnel del San Gottardo, sono state letteralmente scavate, mattone su mattone, dal lavoro sodo, dal sacrificio e dal sudore di generazioni di lavoratori italiani e stranieri. Ieri eravamo un’economia che cresceva sulle braccia dei migranti; oggi siamo una fortezza che spende risorse per cacciarli.

Se l’Europa smette di essere uno spazio di tutela e si riduce a un mero algoritmo di espulsioni, cessa semplicemente di esistere come progetto di civiltà. Il pericolo reale che corriamo non è la pressione migratoria – smentita dal calo storico delle presenze irregolari – ma il naufragio definitivo della nostra stessa dignità giuridica e umana.

Fonti: Eurostat, Segreteria di Stato della migrazione (SEM)

Nell’immagine: asilanti in Germania


Autopsia della guerra anti-Iran. Il “Katechon” come giustificazione

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

Questa non è l’analisi di una campagna militare sul campo, ma l’autopsia filosofica e ideologica di una guerra di aggressione, quella americo-israeliana contro l’Iran. Se le armi distruggono i corpi, sono le narrazioni e le dottrine politiche a legittimare i conflitti, plasmando la percezione pubblica. Smontare i meccanismi di questa guerra delle idee significa comprendere come la metafisica e la propaganda si trasformino in decisioni geopolitiche letali.

Al cuore della moderna instabilità mediorientale non vi sono solo interessi energetici, ma una profonda radice teorica che affonda nel pensiero del filosofo Carl Schmitt.

La strategia israeliana, infatti, riflette il concetto di Katechon: la “forza che trattiene” l’avvento del caos e dell’apocalisse. Presentandosi come l’unico baluardo democratico contro la “barbarie”, Israele legittima la propria azione militare trasformandola in una missione sacrale.

In questa visione, l’Iran viene dipinto come l’opposto metafisico: un elemento di disordine da rimuovere per garantire la stabilità globale. Questa retorica trasforma il conflitto in uno scontro finale, dove lo Stato ebraico agisce spesso come proxy occidentale per compiere operazioni che le democrazie moderne non potrebbero rivendicare apertamente.

Questo modello narrativo del “baluardo della civiltà” non è un caso isolato, ma una costante della comunicazione geopolitica contemporanea. Lo abbiamo visto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, il quale ha ripetutamente impostato le sue richieste di aiuti economici e militari all’Unione Europea sulla stessa identica logica: l’Ucraina come scudo estremo che combatte per l’Europa, senza il quale il “male russo” invaderebbe e distruggerebbe l’intero Occidente.

La conferma definitiva di questa mentalità strumentale è arrivata dalle parole del Cancelliere tedesco Friedrich Merz, il quale ha dichiarato in un’intervista alla ZDF che in Iran “Israele sta facendo il lavoro sporco per tutti noi”, svelando senza filtri il cinismo di un Occidente che delega l’uso della forza a proxy esterni pur di proteggere la propria comfort zone morale e strategica.

L’errore dei Think Tank e la “mentalità apocalittica”

La decisione di attaccare l’Iran è stata pesantemente influenzata da una narrazione distorta promossa da influenti Think Tank americani, come la Heritage Foundation e l’Hudson Institute. Questi circoli hanno convinto l’amministrazione Trump che l’Iran stesse attraversando il suo “momento di massima debolezza” e che non avrebbe risposto in modo deciso a un’offensiva.

Questa visione, unita alla retorica di Trump sulla “distruzione della civiltà” e alla visione messianica di Netanyahu, ha creato una pericolosa mentalità apocalittica: la convinzione che una vittoria totale e facile fosse a portata di mano attraverso una “decapitazione” della leadership sciita.

Il mito dell’invincibilità tecnologica

Se la filosofia politica ha fornito la giustificazione ideologica, la tecnologia ha offerto l’illusione operativa della guerra perfetta. L’utilizzo massiccio di sistemi di Intelligenza Artificiale come Project Maven e Gotham ha consentito agli Stati Uniti e ai loro alleati di integrare enormi quantità di dati: intercettazioni, immagini satellitari, tracciamenti digitali, reti logistiche, spostamenti individuali e pattern comportamentali.

Questa superiorità tattica ha generato nei circoli strategici occidentali un senso di onnipotenza tecnologica: la convinzione che fosse possibile mappare e neutralizzare l’intera struttura statale iraniana con precisione chirurgica, replicando il “Modello Venezuela”, ovvero un collasso rapido del sistema politico attraverso shock mirati, pressione psicologica e paralisi dei vertici.

Il vero paradosso è che la combinazione tra narrativa apocalittica e fiducia assoluta nell’Intelligenza Artificiale ha prodotto un effetto opposto a quello previsto. Più la guerra veniva percepita come “scientificamente controllabile”, più aumentavano il rischio di errori strategici, le escalation incontrollate e le gravi distorsioni percettive. In questo senso, la tecnologia non ha eliminato l’ideologia, ma l’ha amplificata, trasformando la convinzione politica della vittoria inevitabile in una certezza apparentemente matematica.

Il fallimento dell’Intelligence: Il caso David Barnea

Un pilastro di questa falsa certezza è stato il rapporto fornito dal capo del Mossad, David Barnea. Questi aveva assicurato che il regime iraniano sarebbe crollato entro una sola settimana in caso di eliminazione dei vertici, puntando tutto su una rapida rivolta interna che non si è mai concretizzata.

Il fallimento di questa previsione ha portato a pesanti critiche interne, culminate con la decisione di “scaricare” Barnea, sostituito da Roman Gofman poco dopo l’inizio delle ostilità. Questo errore dimostra come la superiorità tecnologica e lo spionaggio non possano mai sostituire una comprensione reale delle dinamiche sociali di una nazione.

Tragedia a Minab: Quando l’errore diventa strage

L’eccessiva fiducia negli algoritmi e nei dati freddi ha portato a conseguenze umane devastanti. Il 28 febbraio 2026, durante le prime ore dell’attacco, un missile statunitense (probabilmente un Tomahawk) ha colpito la scuola elementare femminile “Shajarah Tayyebeh” a Minab, uccidendo circa 176 persone, in gran parte bambine tra i 7 e i 12 anni.

Le indagini hanno rivelato che l’errore è derivato dall’uso di coordinate obsolete: il Pentagono ha colpito l’edificio credendolo ancora parte di un’adiacente base dei Pasdaran, ignorando che da oltre dieci anni un muro separava la scuola dalla zona militare. Questa strage è diventata il simbolo dell’insensatezza di una guerra guidata da un’intelligenza artificiale alimentata da dati errati e non verificati sul campo.

Le ferite autoinflitte: Il “Razionalismo Tardivo” di Teheran

L’autopsia rivela però che l’Iran è stato anche vittima delle sue stesse mancanze. Oltre alla sottovalutazione del nemico, il governo ha adottato un razionalismo tardivo, agendo solo a crisi esplosa e con scarsa trasparenza. L’errore tattico di vietare gli smartphone ai leader, convinti che i telefoni cellulari semplici fossero più sicuri (rivelatisi invece facilissimi da intercettare), e il devastante filtraggio di Internet hanno paralizzato il Paese. Lo spegnimento della rete non ha fermato il nemico, ma ha distrutto l’economia digitale e la fiducia dei cittadini, creando una profonda frattura sociale.

La resilienza dell’identità millenaria

Nonostante le devastazioni e la superiorità tecnologica nemica, l’Iran ha dimostrato una resilienza inaspettata. Il sistema si è rivelato non “uomo-centrico”: la scomparsa di figure chiave non ha portato al collasso della struttura governativa. Ma il dato più sorprendente è sociologico: anche i cittadini non allineati e i critici del governo hanno difeso l’Iran come “civiltà e nazione” contro la minaccia di distruzione totale.

E proprio questa profonda distinzione tra amore per la patria e dissenso politico è la forza invisibile che ha impedito il collasso previsto dai Think Tank americani e dal Mossad.

Nell’immagine: illustrazione dal Libro dei miracoli di Augusta (ca. 1545-1552)


Come il fallimento dell’accordo sul nucleare iraniano ha condannato l’ordine globale

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

Nel luglio 2015, il mondo si illuse che la diplomazia avesse finalmente sconfitto la logica della forza. Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), meglio noto come l’accordo sul nucleare iraniano, non era un semplice trattato tecnico, ma il simbolo di un multilateralismo funzionante. Firmato da Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Regno Unito, Germania e Unione Europea, l’accordo imponeva a Teheran limiti draconiani – certificati ripetutamente dall’AIEA – in cambio di un ritorno alla normalità economica. Ma quell’illusione è durata poco, schiacciata dal ritorno di una politica di potenza che ha ridotto il diritto internazionale a un guscio vuoto.

Il diktat americano e il silenzio di Israele

Il punto di rottura risale al 2018. L’amministrazione di Donald Trump, con un atto di puro arbitrio politico, decise di uscire unilateralmente dall’accordo, definendolo “il peggiore di sempre” nonostante il pieno adempimento iraniano. Quella mossa non ha solo distrutto un patto; ha stabilito un precedente letale: un accordo ratificato dal Consiglio di Sicurezza ONU può essere stracciato, senza costi,  dalla superpotenza di turno.

A questa deriva si è accodata l’azione sistematica di Israele, uno Stato che da decenni opera al di fuori del solco delle risoluzioni ONU. Invece di agire come contrappeso, gli Stati Uniti hanno avallato operazioni militari e violazioni della sovranità altrui, imponendo di fatto un diktat globale attraverso sanzioni extraterritoriali. Chi non si adegua al blocco americano viene espulso dal sistema economico globale: un ricatto che ha annientato ogni parvenza di sovranità internazionale.

L’eutanasia dell’autonomia europea

In questo scenario, la colpa storica dell’Unione Europea è imperdonabile. Bruxelles aveva proclamato la sua “autonomia strategica”, sbandierando la difesa del multilateralismo e creando persino lo strumento INSTEX per mantenere aperti i canali commerciali con l’Iran. Tuttavia, quella che doveva essere una prova di indipendenza si è rivelata una capitolazione silenziosa.

Terrorizzata dalle ritorsioni del Tesoro americano, l’Europa ha lasciato che INSTEX morisse sulla carta. Le aziende europee sono fuggite da Teheran e i governi si sono piegati alla volontà di Washington senza una briciola di coraggio strategico. Se l’UE avesse avuto la forza di difendere l’accordo nel 2018, oggi non ci troveremmo in uno scenario di guerra aperta. La debolezza di ieri è diventata la tragedia di oggi.

L’asse dell’Oriente: il soccorso di Russia e Cina

Mentre l’Occidente europeo si ritirava, il vuoto geopolitico è stato colmato da Pechino e Mosca, trasformando l’Iran nell’avamposto di un nuovo asse anti-egemonico. La Cina, con il patto strategico venticinquennale firmato nel 2021, ha offerto a Teheran un’ancora di salvezza economica da 400 miliardi di dollari, garantendosi forniture energetiche a prezzi scontati e blindando la propria influenza nel Golfo. Pechino non ha solo comprato petrolio; ha venduto legittimità politica, dimostrando che è possibile sopravvivere al di fuori del perimetro del dollaro.

Parallelamente, la Russia ha trasformato il suo rapporto con l’Iran in una simbiosi militare senza precedenti, accelerata dal conflitto in Ucraina. Mosca e Teheran hanno siglato accordi strategici ventennali che spaziano dalla difesa aerea alla cooperazione nucleare civile, con la costruzione di nuovi reattori a Bushehr. Per queste due potenze, l’Iran non è più un problema di proliferazione da gestire, ma un alleato fondamentale per scardinare l’ordine guidato dagli Stati Uniti. Il fallimento del JCPOA ha così ottenuto l’effetto opposto a quello sperato da Washington: invece di isolare l’Iran, lo ha saldato definitivamente ai due principali rivali strategici dell’Occidente.

Un Ordine al tramonto: la legge del più forte

Attualmente, del JCPOA non restano che macerie. Privato dei benefici economici e spinto contro un muro, l’Iran ha progressivamente abbandonato ogni limite all’arricchimento dell’uranio. Non è stata la causa della crisi, ma la sua inevitabile conseguenza.

Mentre Donald Trump torna oggi a promettere un accordo “di gran lunga migliore” – sullo sfondo dei tesi colloqui di Islamabad dell’aprile 2026 –  la domanda per ogni analista è una sola: chi può ancora fidarsi della parola di chi rompe i patti impunemente? La fiducia, una volta spezzata, non si ricostruisce con i diktat.

La verità è che non è fallito un accordo, è fallito un ordine internazionale. Quando istituzioni come l’ONU, la CPI e l’UE vengono umiliate e svuotate di autorità, la diplomazia muore. Ciò che resta non è la pace, ma una giungla dominata dalla legge del più forte. Il prezzo di questo fallimento non si pagherà solo a Teheran, ma in ogni angolo di un mondo che ha smesso di credere nelle regole condivise.

Nell’immagine: il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il segretario di Stato americano John Kerry si stringono la mano al termine dei negoziati, il 14 luglio 2015 a Vienna


Non si libera un popolo con le bombe

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

Scrivo con la voce di chi non si è lasciato piegare né dall’amarezza del distacco, né dalle lusinghe della propaganda. La mia bussola è sempre stata, e resta, la parte del popolo e degli ultimi, in Iran come altrove. In queste ore di aggressione al mio Paese, offro questa riflessione non come un nostalgico, ma come un uomo che ha scelto la coerenza della verità sopra ogni slogan. Chi mi conosce sa da che parte sono sempre stato.

Sono nato nel 1956 e porto addosso i segni di una storia che non concede sconti. All’inizio degli anni Ottanta ho scelto di lasciare l’Iran per proseguire i miei studi all’estero, portando con me il bagaglio di una militanza attiva nelle fila del Tudeh.

Ero convinto – come molti della mia generazione – che la rivoluzione fosse una risposta legittima all’imperialismo e alla dittatura dello Scià, un modo per riscattare un popolo ridotto a pedina delle potenze straniere. Credevamo in un Iran finalmente sovrano e indipendente. La storia ha poi imboccato sentieri diversi, spesso tragici, ma una cosa non è cambiata in questi quarantasette anni di distacco: la convinzione che nessun popolo si liberi sotto le bombe o sotto l’assedio economico. L’idea che l’Occidente possa “educare” una nazione attraverso la punizione collettiva è un crimine logico prima che politico. Le sanzioni sono una guerra invisibile che non scalfisce il potere, ma divora il futuro dei lavoratori, dei malati e degli studenti.

Oggi, di fronte all’ennesima aggressione, vedo riattivarsi un copione osceno: una narrazione monocromatica, alimentata da precisi centri di potere e lobby geopolitiche, che riduce l’Iran a un bersaglio astratto, deumanizzandone il popolo per giustificarne la distruzione.

Non difendo la Repubblica Islamica; non l’ho mai fatto. Ho sempre difeso, invece, i valori originari della rivoluzione: libertà, indipendenza, giustizia sociale. Proprio per questo rifiuto con forza l’equazione tossica che sovrappone il regime al popolo: l’Iran non si esaurisce in Khamenei, nei Pasdaran o Bassiji.

È una società pulsante, complessa e stremata dall’essere ridotta a terreno di scontro simbolico tra imperi. Sebbene la mia vita si sia snodata all’estero, il mio sguardo non ha mai abbandonato quella terra. Osservo ogni protesta e ogni repressione con la lucidità di chi ha visto troppe illusioni naufragare per poterne alimentare di nuove.

La verità è lineare: ogni aggressione esterna è linfa vitale per il potere interno. Ogni missile si trasforma in propaganda, ogni sanzione in alibi, ogni minaccia in una giustificazione per stringere il cappio della repressione. Non è un’opinione, è la lezione della storia: l’assedio non genera democrazia, ma “Stati-fortezza”.

In questo scenario, una parte della diaspora iraniana alimenta il problema rifugiandosi in una nostalgia mitizzata, dipingendo un passato pre-rivoluzionario idilliaco che non è mai esistito nei termini di giustizia sociale che oggi rivendicano. È una mitologia pericolosa che serve solo a barattare una sottomissione con un’altra: cambiare padrone non è mai stata liberazione.

Il vero nodo della questione è un paradosso: il sistema iraniano è militarmente solido ma socialmente fragile. Possiede apparati e controllo, ma ha smarrito la fiducia delle nuove generazioni.

La società iraniana è già “oltre” la Repubblica Islamica: lo è nei costumi, nella cultura, nelle aspirazioni profonde. Le donne e i giovani lo dimostrano ogni giorno, rendendo lo scarto tra Stato e nazione il vero punto critico del futuro.

Ma la lucidità impone onestà: non esistono scorciatoie geopolitiche. L’alternativa non può essere il falso dilemma tra teocrazia e bombardamenti, né tra i Pasdaran e una monarchia restaurata. La vera svolta risiede in una trasformazione interna, complessa e necessaria, che porti a uno Stato laico, al pluralismo politico, alla giustizia sociale e a una riconciliazione nazionale che non scada nella vendetta. Questo processo non si innesca con i droni o con gli slogan della diaspora, ma si coltiva nelle crepe che già attraversano la società. La libertà non è un pacchetto consegnato dall’esterno, è una conquista della coscienza collettiva.

Appartengo a una generazione che ha creduto nella rivoluzione come un atto immediato, una rottura violenta e definitiva.

Oggi, con il senno della maturità, so che la vera rivoluzione è un processo lento, carsico: è culturale, sociale, morale. Significa liberarsi, prima di tutto, dalla logica dell’assedio, dall’odio e dalla propaganda che trasforma gli uomini in bersagli.

Di fronte all’aggressione attuale, la mia posizione è netta: non sto con i missili e non sto con i fanatici. Sto con la gente comune, con chi studia, con chi lavora e con chi resiste al desiderio di fuggire; sto con chi si rifiuta di morire per decisioni prese a Washington, a Tel Aviv o nei palazzi di Teheran.

Oggi, a quasi settant’anni, ho visto crollare ideologie che si pretendevano eterne. Ho imparato che la libertà non nasce dal fragore delle armi, ma dalla dignità quotidiana delle persone. Il futuro dell’Iran non appartiene ai generali né ai lobbisti, ma a un popolo che, prima o poi, chiederà conto a tutti: ai propri governanti e a chi, dall’esterno, ha cinicamente giocato con il suo destino.

Il mio non è lo sguardo di un nostalgico o di un propagandista, ma di un uomo che attraversa la storia iraniana con dolore, lucidità e un’ostinata speranza.

Nell’immagine: un campo di zafferano in Iran


L’Iran oltre l’impasse

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

A circa due settimane dall’inizio delle proteste in Iran, il quadro che emerge è quello di una crisi profonda, in cui fattori economici, tensioni sociali e pressioni internazionali si intrecciano in modo sempre più pericoloso. Le manifestazioni, iniziate nel bazar di Teheran e rapidamente estese a numerose città del Paese, vedono come protagoniste soprattutto le fasce sociali più colpite dal carovita e dall’inflazione, mentre il potere centrale appare sempre più incapace di governare l’instabilità.

Secondo Saeed Leylaz, economista e osservatore attento delle dinamiche strutturali della Repubblica islamica, l’Iran non è ancora sull’orlo di una rivoluzione, ma si trova in un vicolo cieco storico da cui   potrebbe scaturire una profonda trasformazione politica già nei prossimi mesi.

Leylaz descrive un deterioramento accelerato delle condizioni economiche e sociali: la situazione non si limita a peggiorare, ma lo fa a una velocità crescente. Il controllo dello Stato sugli eventi – sia sul piano materiale sia su quello psicologico – si indebolisce giorno dopo giorno. Tuttavia, ciò non implica necessariamente un imminente collasso del sistema.

“La Repubblica Islamica è un sistema giunto a un punto morto, ma che per ora non ha alternative”, sostiene l’economista. Ed è proprio questa combinazione – assenza di un’alternativa politica credibile e la crisi interna del potere – a costituire la chiave di lettura fondamentale della crisi attuale.

Il significato delle proteste del Bazar

Il fatto che le proteste siano partite dai commercianti non è casuale. I bazari, tradizionalmente, sono una classe che riesce a trarre vantaggio dall’inflazione. Ciò che oggi li spinge in piazza, tuttavia, non è l’aumento dei prezzi in sé, quanto la loro instabilità estrema, che rende impossibile qualsiasi pianificazione economica: dall’acquisto di merci all’apertura delle attività.

L’Iran affronta oggi una situazione senza precedenti dalla Seconda guerra mondiale: l’inflazione dei beni alimentari cresce a un ritmo mensile medio del 6-7%. Questa dinamica minaccia di superare il record già drammatico del 2022 (quando l’inflazione alimentare toccò l’87% a luglio). Ancora più allarmante è la selettività di questo rincaro: i prezzi dei generi alimentari crescono a una velocità doppia rispetto agli altri beni, colpendo simultaneamente la classe media, i commercianti e i ceti popolari, creando così le condizioni per esplosioni sociali diffuse.

Proteste non rivoluzionarie, ma persistenti

Secondo Leylaz, la società iraniana odierna non è mossa da una volontà predefinita di rovesciare il sistema; la richiesta dominante è l’efficienza, non la rivoluzione. Lo slogan “Reza Shah, riposa in pace”, spesso interpretato come pura nostalgia monarchica, esprime in realtà il desiderio di uno Stato funzionante, capace di decidere, governare e garantire l’ordine economico.

Le proteste, dunque, non avrebbero una natura intrinsecamente “eversiva”, ma sono destinate a protrarsi finché il governo non riuscirà a stabilizzare i prezzi. In questo scenario, l’instabilità persistente potrebbe agire da catalizzatore per un cambiamento politico interno, non necessariamente imposto dalla piazza, ma dettato dalla necessità del sistema di sopravvivere a se stesso.

Il bonapartismo come via d’uscita

Leylaz ritiene che l’Iran non si stia avviando verso una rivoluzione, bensì verso una trasformazione endogena al sistema. In assenza di un’alternativa politica credibile e con un assetto istituzionale arrivato a un vicolo cieco, la via d’uscita potrebbe assumere la forma di un “bonapartismo”: non un colpo di Stato classico, ma l’emersione, dall’interno  dell’establishment, di una figura o di una struttura capace di imporre coesione decisionale e riforme drastiche, senza rovesciare formalmente l’ordine esistente. Si tratterebbe di un processo attuabile anche con il consenso, esplicito o implicito, dei vertici attuali, spostando il baricentro del sistema dalla legittimità ideologica all’efficacia del governo.

Letta in controluce, questa ipotesi rimanda inevitabilmente a un attore che già oggi concentra potere politico, militare ed economico: il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. I Pasdaran rappresentano da anni il vero perno del potere in Iran: non solo una forza armata d’élite e uno strumento repressivo, ma un colosso economico con interessi ramificati in settori strategici come idrocarburi, infrastrutture, telecomunicazioni e finanza. Attraverso una fitta rete di holding, esercitano un’influenza che travalica l’ambito militare, incidendo direttamente sulle scelte strategiche della nazione.

Non hanno bisogno della divisa per comandare: in larga misura, governano già in abiti civili. In molti settori del Corpo è inoltre radicato un forte senso di missione nazionale e la convinzione di essere gli unici difensori dell’Iran in un contesto internazionale ostile. È qui che il possibile bonapartismo rivela la sua ambiguità: tra la promessa di stabilità e l’accentuazione dell’autoritarismo. In nome dell’ordine, il rischio è che vengano sacrificate la partecipazione politica e le libertà sociali, senza però risolvere le contraddizioni strutturali che alimentano la crisi.

Governo Pezeshkian: occasione mancato?

L’economista non dichiara fallito il governo di Masoud Pezeshkian, ma ne sottolinea l’incapacità di anticipare le crisi. Decisioni cruciali, come la rimozione del cambio agevolato per il dollaro (che ha alimentato il mercato nero e la corruzione), avrebbero potuto essere adottate molti mesi prima, evitando perdite enormi.

Il problema, ancora una volta, non è l’assenza di consapevolezza, ma la mancanza di una volontà politica coesa, capace di affrontare gli interessi consolidati che prosperano sullo status quo.

Rischio di guerra, sistema bloccato non ancora caduto

Sul piano internazionale, Leylaz giudica alto il rischio di un nuovo conflitto, indipendentemente dalle proteste interne. Finché la questione dell’arricchimento dell’uranio e delle riserve nucleari iraniane resterà irrisolta, l’Iran rimarrà esposto a possibili attacchi esterni.

Tuttavia, l’ipotesi di una guerra “preventiva” come strumento per soffocare le proteste viene respinta: sarebbe una mossa estremamente rischiosa e potrebbe produrre reazioni popolari imprevedibili, soprattutto nelle aree meno direttamente colpite da eventuali bombardamenti.

Nel quadro tracciato da Leylaz, la Repubblica islamica appare come un sistema paralizzato, incapace di riformarsi ma ancora lontano dal collasso. La storia insegna che regimi di questo tipo non cadono necessariamente sotto i colpi di una guerra o di una rivolta, ma si trasformano dall’interno, spesso attraverso figure o assetti inattesi.

La crisi attuale, dunque, non annuncia la fine imminente della Repubblica islamica, ma segnala la fine di una forma di governo. Ciò che emergerà al suo posto – con o senza guerra, con o senza una nuova leadership formale – resta la vera incognita del futuro iraniano.

Nell’immagine: i bazar chiusi per protesta


I nuovi tecno-aristocratici: il potere che sfugge alla democrazia

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

C’è un filo che unisce i totalitarismi del Novecento e la Silicon Valley del ventunesimo secolo. All’epoca, il mito era “l’uomo nuovo”: un essere superiore, destinato a guidare le masse. Oggi il mito è lo stesso, ma ha cambiato pelle. Non si veste più di ideologie, ma di tecnologia.

Gli ultramiliardari della nuova era – finanzieri, fondatori di piattaforme globali, padroni dei dati – inseguono l’idea di un’umanità potenziale, controllata, semplificata e soprattutto gerarchica.

Non cercano solo profitti, cercano potere storico, quello che va oltre gli Stati, oltre la politica, oltre il limite biologico. Alcuni investono in progetti di longevità estrema; altri studiano come trasferire la loro stessa coscienza su supporti digitali. Molti immaginano società dove la tecnologia sostituisce le istituzioni. È una rivoluzione silenziosa, e, per ora, nessuno la sta controllando.

La radice storica: quando il potere vuole superare l’umano

I totalitarismi del ventesimo secolo non furono soltanto regimi politici, ma veri e propri tentativi di trascendere i limiti umani.

Hitler non voleva diventare immortale – nessun documento serio lo attesta – ma immaginava un popolo eletto, superiore, destinato a dominare la storia. Quell’idea – la promessa di un “uomo-oltre” – è un tratto ricorrente nei poteri assoluti.

Ogni volta che un’élite si sente investita di una missione universale, smette di riconoscere i limiti, gli ostacoli, i diritti altrui. Oggi sta accadendo di nuovo. Solo che questa volta non si usa la propaganda di Stato, ma la tecnologia privata.

La nuova autarchia digitale

Le grandi aziende tecnologiche che dominano il mercato globale – caratterizzate da un’enorme capitalizzazione di mercato, un vasto numero di dipendenti e un’influenza globale, le cosiddette Big Tech – non sono semplici aziende. Sono infrastrutture politiche che controllano flussi di informazione, dati biometrici, comunicazioni, identità.

Sono più ricche degli Stati e si muovono in territori dove la legge è ancora un’ipotesi. Molti dei loro fondatori condividono una visione:

  • lo Stato è inefficiente
  • il welfare è un costo
  • la società è un laboratorio
  • la disuguaglianza non è un problema, ma una conseguenza naturale   dell’eccellenza
  • la tecnologia risolve ciò che la politica “complica”

È un pensiero antico, che torna in forma nuova; un liberismo elitario dove chi ha successo merita tutto e chi non ce la fa rimane indietro.

Longevità, biohacking e sogni di immortalità

Non si tratta solo di software o piattaforme. Un’intera generazione di ultraricchi investe oggi in: ricerche per rallentare l’invecchiamento, terapie cellulari sperimentali, editing genetico, impianti neurali e progetti per trasferire dati cerebrali in sistemi digitali. Non cercano la “vita eterna” come nei miti religiosi; cercano una sopravvivenza di classe, la possibilità di vivere più a lungo e meglio degli altri.

Il sogno dell’immortalità, ieri confinato alla leggenda, oggi si esprime in forma tecnologica. Ma resta un sogno di pochi e quando la vita diventa un privilegio, la democrazia muore.

La grande rinuncia: welfare, diritti, istruzione

C’è un aspetto ancora più inquietante: mentre investono in Intelligenza Artificiale e biotecnologia, i tecno-aristocratici considerano la scuola, la sanità pubblica, la cultura, le ricerche non commerciali e i servizi sociali come residui del passato.

La loro fede è un’altra: l’algoritmo. Credono che la tecnologia possa sostituire la politica e che il mercato possa sostituire la solidarietà.

La società del futuro, nelle loro visioni, non è un progetto collettivo, bensì un’azienda di cui il cittadino diventa cliente, o peggio: un semplice dato.

Verso il conflitto del XXI secolo

La grande battaglia che arriva non sarà destra contro sinistra, né Occidente contro Oriente. Sarà la democrazia contro il tecno-potere privato. Da una parte, istituzioni lente e imperfette, che però rispondono ai cittadini. Dall’altra, colossi rapidi, spregiudicati, globali, che non rispondono a nessuno.

Se la tecnologia diventa il nuovo potere sovrano, il rischio non è un ritorno al fascismo del passato. È qualcosa di più sottile: un autoritarismo morbido, senza uniformi, senza discorsi roboanti e senza partiti. Un autoritarismo che si installa nei telefoni, nei dati biologici, negli algoritmi che decidono chi vede cosa, chi riceve cure, chi lavora e chi resta ai margini.

Un appello alla lucidità

I nuovi tecno-aristocratici non sono tiranni nel senso classico, né visionari disinteressati: cercano qualcosa di più ambizioso. Vogliono modellare il futuro dell’umanità secondo la propria visione, senza passare dal voto, dal dibattito, dalla società civile. Non aspirano a statue o parate, ma esercitano un potere che tende all’assoluto, privo di responsabilità verso chi ne subisce gli effetti.

È il momento, quindi, di riportare la tecnologia dentro la democrazia, non fuori. Di capire dove finisce l’innovazione e dove comincia il potere. Perché la libertà non si perde in un giorno: si perde quando smettiamo di accorgerci di chi decide al posto nostro.

La società civile, cuore della democrazia, deve trovare gli strumenti per riaffermare la propria sovranità sul capitale tecnologico. In gioco non ci sono solo il welfare o la privacy, ma il concetto stesso di essere umano, uguale nei diritti e nei limiti biologici, non nei privilegi digitali.


Se la fede diventa un crimine politico

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

L’America che un tempo si vantava di accogliere tutti, oggi sembra dividersi sulla legittimità stessa dell’essere musulmano nello spazio pubblico. Il caso di Zohran Mamdani, primo sindaco musulmano di New York, origini indiane e ugandesi, ne è l’emblema: dietro le accuse formali, si nasconde il riflesso di un Paese che fatica sempre più a riconoscersi nei propri ideali di pluralismo e libertà.

Dopo la storica vittoria elettorale di Mamdani, alcuni parlamentari repubblicani hanno chiesto al Dipartimento di Giustizia di revocargli la cittadinanza americana, sostenendo che avrebbe nascosto la sua affiliazione politica con il “Democratic Socialists of America”, e mostrato in passato simpatia per cause “anti-americane”.

Tra le prove addotte figurano testi lirici scritti nel 2017 in cui Mamdani menzionava i cinque uomini della “Holy Land Foundation”, attivisti musulmani condannati nel 2008 con l’accusa di finanziare Hamas. Ma gli esperti di diritto migratorio sono concordi: la revoca della cittadinanza è una misura eccezionale, applicata solo in presenza di una frode grave e documentata. Nel caso di Mamdani, mancano elementi concreti che giustifichino un procedimento del genere.

Parallelamente, alcuni esponenti del “New York Young Republican Club” hanno tentato di invocare il 14° Emendamento, che vieta l’accesso a cariche pubbliche a chi abbia “fornito aiuto o conforto al nemico”. Anche questa strada appare giuridicamente impraticabile: servirebbe un voto qualificato del Congresso e un giudizio della Corte Suprema, circostanze che rendono il tutto più simbolico che reale.

In sostanza, la campagna contro Mamdani sembra una mossa politica studiata per galvanizzare la parte dell’elettorato più sensibile al linguaggio della paura.

E qui si apre il quadro più ampio. Come osserva un recente editoriale di Al Jazeera, l’episodio riflette un malessere bipartisan: la crescente tolleranza verso l’islamofobia, ormai trasversale in entrambi i partiti.

Un rapporto dell’ “Institute for Social Policy and Understanding” (ISPU) mostra che l’indice d’islamofobia negli Stati Uniti è salito in pochi anni da 25 a 33 su una scala da 1 a 100. I pregiudizi non appartengono più solo alla destra: si ritrovano anche in settori liberal, dove si tende a percepire l’identità musulmana come “sospetta” o “difficile da integrare”.

Questa normalizzazione dell’islamofobia non si esprime soltanto nei discorsi d’odio o nei post virali, ma penetra nel linguaggio politico quotidiano: si parla di “valori civili”, “sicurezza nazionale”, “lealtà patriottica”, ma spesso il sottotesto è uno solo: l’esclusione del diverso.

Il caso Mamdani diventa così un campanello d’allarme: non riguarda solo un singolo politico, ma il grado di tolleranza che la democrazia americana è disposta a concedere alla propria incoerenza.

Se la cittadinanza può essere messa in discussione per motivi ideologici, allora ciò che vacilla non è solo la posizione di Mamdani, ma l’intero concetto di appartenenza.

E se la paura dell’Islam diventa merce politica accettabile tanto a destra quanto a sinistra, allora non è la comunità musulmana a essere minacciata, ma l’idea stessa di libertà civile che l’America dice di difendere.

La forza di una democrazia si misura nella sua capacità di proteggere chi è minoranza, non di punirlo per convenienza elettorale.

Oggi il caso Mamdani – e più in generale la crescente ostilità verso i politici di fede islamica – mostra quanto sottile sia la linea tra la legittima critica e la persecuzione culturale.

Una parte del mainstream mediatico, invece di informare, tende a orientare l’opinione pubblica, trasformando simboli religiosi e temi sensibili – come il velo, il ruolo della donna o la fede – in strumenti di delegittimazione.

Così, il discorso pubblico non giudica più le persone per ciò che fanno, ma per ciò che rappresentano, alimentando sospetto e divisione.

È un meccanismo che non colpisce solo chi professa l’Islam, ma mina alla radice la credibilità della democrazia stessa: perché quando la diversità diventa un capo d’accusa, la libertà ha già cominciato a retrocedere.

Nell’immagine: Zohran Mamdani dopo l’elezione


Oltre Hamas: le crepe interne a Gaza dopo due anni di guerra e massacri

Perché l’iniziativa dell’UDC è un’ipocrisia che fa male alla Svizzera 

Nel mezzo del fuoco incrociato è rimasto ucciso Saleh Aljafarawi, giornalista palestinese di ventotto anni, mentre documentava i combattimenti. Indossava il giubbotto di protezione  con la scritta “press”. Inutile

La sua morte è avvenuta durante gli scontri tra Hamas e un clan armato nel quartiere Sabra di Gaza City, dove si registrano tensioni crescenti tra il movimento islamista e altri gruppi locali. Per la prima volta dall’inizio dell’offensiva israeliana nell’ottobre 2023, Gaza è teatro di conflitti interni che coinvolgono clan e milizie rivali, in un contesto già devastato da due anni di guerra.

Clan contro Hamas

Tra questi gruppi armati spiccano i Doghmush, potente clan di Gaza City, già noto per la sua rivalità con Hamas. Fonti locali parlano di scontri e di faide che si trascinano da anni, ora riaccese nel vuoto di potere seguito ai bombardamenti israeliani. Il capo del clan, Nizar Doghmush, ha raccontato al “Los Angeles Times” di essere stato contattato da ufficiali dell’esercito israeliano per gestire una “zona umanitaria” a Gaza City. Doghmush afferma di aver rifiutato l’offerta, aggiungendo che il suo quartiere è stato poi bombardato e distrutto. Tuttavia, alcune fonti locali continuano a sostenere che “i Doghmush” abbiano intrattenuto contatti con Israele, accuse che il clan nega con forza.

La rivalità tra Hamas e i Doghmush non è nuova: già in passato si erano affrontati in scontri violenti, soprattutto nel periodo immediatamente successivo alla presa del potere di Hamas nel 2007.

Le milizie “popolari” e il sostegno israeliano

Parallelamente, Israele è accusato di sostenere alcune milizie locali, ufficialmente nate con la missione di “proteggere” i civili ma ritenute da molte fonti strumenti per indebolire Hamas.

La più nota di queste formazioni è “Forze Popolari”, guidate da Yasser Abu Shabab, appartenente alla tribù beduina dei Tarabin. Sebbene Israele abbia presentato il gruppo come una forza di sicurezza “neutrale”, diversi abitanti di Gaza hanno denunciato le Forze Popolari er aver saccheggiato aiuti umanitari, poi rivenderli a caro prezzo alla popolazione affamata.

Gli stessi beduini del Tarabin hanno pubblicamente preso le distanze da Abu Shabab, accusandolo di collaborazionismo. Hamas, dal canto suo, avrebbe affrontato militarmente le Forze Popolari in più occasioni dal settembre 2024, con scontri limitati ma significativi.

Un’altra milizia attiva nella Striscia è la “Forza d’attacco contro il terrorismo”, guidata da Hussam al-Astal, ex ufficiale delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese. Al-Astal, accusato di collaborare con Israele fin dagli anni ’90, avrebbe mantenuto legami con Abu Shabab e con le Forze Popolari. Secondo fonti israeliane, controlla un’area nel villaggio di Qizan an-Najjar, nel governatorato di Khan Younis, e avrebbe preso parte a scontri contro Hamas prima del cessate il fuoco.

Il vuoto di potere e la frattura sociale

Oggi Gaza è un mosaico di macerie, sfiducia e sopravvivenza. Il cessate il fuoco ha fermato le bombe, ma non ha sanato le fratture interne. Il vuoto di sicurezza, combinato con il trauma collettivo e la distruzione materiale, alimenta il rischio di nuove violenze tra clan e milizie.

Hamas nega di aver dispiegato combattenti nelle strade, ma numerosi testimoni intervistati da Al Jazeera raccontano di un clima di crescente tensione, segnato da regolamenti di conti e sospetti di collaborazionismo.

Intanto, sul piano politico e militare, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato – come riportato ieri dalla BBC – di aver ordinato all’esercito di preparare un “piano globale per sconfiggere Hamas” a Gaza, nel caso la guerra dovesse riprendere.

La dichiarazione arriva in un momento di crescente rabbia in Israele per il ritardo nella restituzione dei corpi degli ostaggi. Fonti egiziane coinvolte nei negoziati per il cessate il fuoco hanno spiegato che i ritardi sarebbero dovuti a difficoltà logistiche, mentre Hamas ha consegnato negli ultime giorni i corpi di altri ostaggi.

Katz ha messo in guardia contro “nuove violazioni del cessate il fuoco”, pur ammettendo che Hamas non sarebbe in grado di recuperare i corpi rimanenti senza l’accesso a strumenti più avanzati. Tuttavia, funzionari statunitensi hanno dichiarato alla BBC che, al momento, le presunte violazioni di Hamas non costituiscono una rottura formale dell’accordo di tregua.

Una tregua fragile

Nel frattempo, migliaia di palestinesi stanno tornando tra le rovine delle loro case nel nord della Striscia. Gli aiuti umanitari cominciano ad arrivare, ma non bastano a rispondere ai bisogni di una popolazione allo stremo.

Nelle zone più colpite, si moltiplicano le esecuzioni sommarie contro presunti collaboratori o membri di clan rivali, segno di un clima di sospetto e vendetta che ostacola qualsiasi ritorno alla normalità.

Intanto la ricostruzione, già oggetto di manovre e interessi esterni, rischia di trasformarsi in un’operazione politica e immobiliare che non affronta le radici del conflitto e, anzi, potrebbe cementare nuove ingiustizie.

Dall’inizio della guerra, almeno 67.806 palestinesi sono stati uccisi, secondo i dati forniti dalle autorità sanitarie di Gaza. E ancora mancano i cadaveri rimasti sepolti sotto le macerie. Si tratta di cifre  che raccontano più di qualsiasi analisi: un popolo ridotto in frantumi, mentre nuove linee di conflitto si disegnano all’interno della stessa società palestinese.

Un popolo che paga due volte: sotto le bombe e sotto il peso delle proprie divisioni. Paga per le strategie altrui e per le proprie ferite interne, prigioniero in una terra dove ogni tregua è solo una pausa del dolore. Gaza non è soltanto una tragedia umanitaria: è il riflesso più spietato dell’impotenza del mondo e della disperazione di chi, anche sopravvivendo, continua ogni giorno a morire un po’ di più.

Nell’immagine: miliziani di Abu Shabab