La pace dei vincitori

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Il Premio Nobel per la Pace, un tempo simbolo di riconciliazione e speranza, è da tempo diventato un marchio geopolitico. Dietro la retorica dei “diritti umani” e della “democrazia”, spesso si nasconde una scelta di campo ben precisa, dettata da interessi strategici e convenienze politiche.

L’assegnazione del Nobel 2025 a María Corina Machado, leader dell’opposizione venezuelana, lo conferma in modo lampante.

Un premio politico, non morale

Non è la prima volta che il Comitato norvegese premia più l’allineamento che la pace. Henry Kissinger nel 1973, Barack Obama nel 2009, Abiy Ahmed nel 2019 – celebrato allora come artefice della pace con Eritrea, ma divenuto poco dopo protagonista di una guerra sanguinosa nel Tigray: nomi che evocano guerre, bombardamenti, conflitti ancora aperti.

Quest’anno, l’onorificenza va a una figura che più di una volta ha invocato l’intervento militare statunitense contro il proprio Paese, chiedendo apertamente a Washington di “liberare” il Venezuela da Nicolás Maduro. Una “pacifista” che considera l’assedio economico e la pressione militare strumenti legittimi di “transizione democratica”. In qualsiasi altro Paese del mondo, un’attività del genere sarebbe definita sediziosa. Ma quando a farlo è un’alleata del blocco atlantico, allora diventa “lotta per la libertà”.

Gli esclusi dal Nobel: i veri costruttori di pace

Mai come quest’anno la contraddizione appare stridente. Mentre a Gaza i giornalisti vengono uccisi nell’esercizio del loro dovere, i medici operano tra le macerie senza strumenti, e i civili pagano il prezzo di un genocidio trasmesso in diretta, il Comitato di Oslo sceglie di ignorare il dolore reale per premiare una figura utile. Avrebbero meritato il Nobel i reporter palestinesi che documentano i crimini di guerra, i volontari di Medici Senza Frontiere, o chi ancora cerca di portare soccorso tra le bombe. Ma un riconoscimento a Gaza avrebbe incrinato la narrazione occidentale della “difesa d’Israele” – e dunque non è accaduto.

L’erede di Guaidó

María Corina Machado è, in fondo, l’erede designata di Juan Guaidó, l’esperimento fallito dell’“autoproclamato presidente” creato a tavolino e presto scomparso nell’imbarazzo generale. Ora serve un volto nuovo, possibilmente femminile e più presentabile, per rilanciare il progetto di destabilizzazione del Venezuela sotto un profilo più “democratico”. Il Nobel le restituisce credibilità internazionale e la trasforma in simbolo mediatico, proprio mentre gli Stati Uniti tornano a interessarsi alle immense risorse petrolifere e minerarie di Caracas.

Machado e la nuova Internazionale reazionaria

C’è però un dettaglio che il Comitato Nobel ha scelto di ignorare: Machado è firmataria della Carta di Madrid, manifesto promosso dal partito spagnolo di estrema destra Vox, che riunisce leader come Marine Le Pen, Jair Bolsonaro, Giorgia Meloni e altri paladini dell’“anticomunismo globale”. Dietro la facciata della libertà, questa rete rappresenta la nuova Internazionale reazionaria, il fronte ideologico che si oppone ai movimenti popolari dell’America Latina e difende un neoliberismo selvaggio fondato su privatizzazioni e disuguaglianze. Se questa è la “democrazia” celebrata dal Nobel, la pace è davvero in buone mani: quelle che stringono il pugno contro i poveri.

Il filo trumpiano del Nobel

C’è anche un aspetto geopolitico più sottile, ma non meno rilevante. Donald Trump ha a lungo reclamato il Premio Nobel per la Pace ritenendo di meritarlo per aver “risolto o evitato sette conflitti”. La sua ossessione resta simbolica: essere riconosciuto dal sistema che lo disprezza. Oggi, ironia della storia, Oslo premia una sua alleata ideologica. María Corina Machado rappresenta la versione latinoamericana del trumpismo: neoliberismo radicale, antisocialismo militante, retorica della “libertà” usata come arma di restaurazione economica. È amica di Javier Milei, il presidente argentino che si definisce “fratello politico” di Trump e sostenitore del sionismo più oltranzista.

Machado è parte dello stesso fronte ideologico che unisce Vox in Spagna, Bolsonaro in Brasile e la destra statunitense più aggressiva. In questo senso, il Nobel 2025 suona come un premio indiretto al trumpismo internazionale: un segnale che la linea della destra atlantica, pur travestita da pacifismo, ha ormai piena cittadinanza nelle istituzioni che pretendono di incarnare la moralità globale.

La pace dei mercati

Gli stessi “sinceri democratici” che applaudono il Nobel a Machado sono quelli che inviano armi al regime sionista, che coprono crimini di guerra e finanziano milizie in nome dei diritti umani. Si indignano per i “dittatori” non allineati, ma tacciono di fronte ai massacri compiuti dai loro alleati. La pace che celebrano non è quella dei popoli, ma quella delle élite. È la pace del mercato, delle multinazionali, dei pozzi di petrolio e dei minerali strategici. La pace del sepolcro per le classi popolari.

Una farsa che si ripete

L’Occidente che oggi incorona Machado come simbolo della libertà latinoamericana è lo stesso che ieri premiava Kissinger e Obama. Cambia il volto, ma non la logica: chi serve i suoi interessi diventa “paladino della democrazia”; chi resiste, “tiranno”. Il Nobel per la Pace 2025 non premia la pace, ma la continuità dell’egemonia. E in questo senso, sì: la scelta di Oslo è coerente – con la guerra, non con la pace. Quando la pace diventa premio per i complici del potere, non resta che la voce dei popoli. La pace non si assegna: si costruisce.

E nessuna medaglia potrà nascondere il silenzio su Gaza, né la complicità con chi invoca nuove invasioni in nome della libertà.

Nell’immagine: illustrazione dal sito cileno Izquierda Soberanistas


Un piano di pace senza palestinesi, il colonialismo travestito da salvezza

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Immaginate, per assurdo, se qualcuno avesse trattato con Hitler senza mai consultare gli ebrei, proclamando di voler porre fine alla Shoah in cambio della cessione dei beni delle vittime e della sovranità sulle loro vite. E con la minaccia implicita che, se avessero rifiutato, i forni si sarebbero riaccesi. È una parabola estrema, ma mostra bene l’assurdità e la brutalità di un “piano di pace” (quello di Trump e Netanyahu)  concepito senza i palestinesi, proprio coloro che sono le prime vittime.

Proprio quando si pensava che le prospettive per il futuro della Striscia di Gaza non potessero peggiorare ulteriormente, il presidente degli Stati Uniti ha svelato il suo “piano di pace” in 20 punti per il territorio palestinese.

Il cast dei criminali di guerra

A presiedere il nuovo “Consiglio per la Pace”, una sorta di governo di transizione per l’enclave assediata, è Trump stesso: l’uomo che ha offerto carta bianca a Israele nell’assalto a Gaza. E al suo fianco? Tony Blair. Sì, proprio lui: l’ex primo ministro britannico che nel 2003, insieme a George W. Bush, trascinò il Regno Unito nella disastrosa guerra in Iraq con la menzogna delle armi di distruzione di massa. Una guerra che costò centinaia di migliaia di vite e che gli è valsa la reputazione – meritata – di criminale di guerra.

Non è, insomma, il tipo di persona che dovrebbe in alcun modo comparire in un “Consiglio della Pace”.

Mentre Bush si ritirava a una vita tranquilla, dipingendo cani e ritratti, Blair, “l’uomo di cui il Medio Oriente non riesce a liberarsi”, non ha mai abbandonato il palcoscenico mediorientale. Dopo le dimissioni da premier nel 2007, fu nominato inviato del “Quartetto” internazionale (USA, UE, Russia e ONU) con il compito ufficiale di lavorare alla pace israelo-palestinese. In realtà, il suo ruolo servì più a rafforzare i legami con Israele e a moltiplicare i suoi affari privati. Consulenze a governi arabi, contratti milionari, la poltrona di senior adviser di JP Morgan: ogni missione diplomatica coincideva con un’occasione di profitto.

Il giornalista Jonathan Cook, in un articolo per il Journal of Palestine Studies, ricordava un episodio emblematico: nel 2009 Blair si vantava di aver ottenuto da Israele frequenze radio per la creazione di un secondo operatore di telefonia mobile palestinese, Wataniya Mobile. Ma l’accordo prevedeva che la leadership palestinese rinunciasse a portare davanti all’ONU i crimini di guerra israeliani commessi durante l’Operazione Piombo Fuso (1.400 morti palestinesi in 22 giorni). Blair, guarda caso, aveva interessi diretti nell’intesa – e JP Morgan trasse profitti enormi dall’accordo.

Colonialismo come investimento

Difficile credere che oggi, nel suo nuovo ruolo, non stia già individuando analoghe opportunità. Il Tony Blair Institute for Global Change troverà senz’altro modo di “cambiare il mondo” anche a Gaza, magari per l’ennesima volta a discapito dei palestinesi.

Ora Sir Tony Blair dal Regno Unito torna in scena come supervisore del futuro di Gaza all’interno del piano in 20 punti di Trump. Un piano che, dietro l’apparente linguaggio umanitario, cela la trasformazione della ricostruzione in business: “numerose proposte di investimento ponderate e idee di sviluppo” presentate da “gruppi internazionali ben intenzionati”. Ma la verità è che Gaza rischia di diventare un laboratorio coloniale in cui i palestinesi vengono privati di Stato, diritti e sicurezza, in cambio della “speranza” offerta dagli investitori stranieri.

Dopotutto, perché i palestinesi dovrebbero preoccuparsi di avere uno Stato e di non essere massacrati perennemente da Israele, quando possono invece avere il capitalismo e la tirannia degli investitori stranieri?

La pace del più forte: Hamas accetta il piano Trump

Il movimento palestinese ha annunciato di accettare, almeno formalmente, la proposta del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ringraziandolo pubblicamente. Hamas ha dichiarato di essere disposto a cedere l’amministrazione dell’enclave di Gaza a un governo di tecnocrati palestinesi e a liberare i prigionieri israeliani.

Tuttavia, la risposta non affronta la questione cruciale del disarmo, lasciando intendere che il “piano di pace” resti privo di garanzie reali per la sovranità e la sicurezza del popolo palestinese. Un gesto che molti osservatori interpretano come una resa politica travestita da negoziato, in un contesto in cui la pace continua a essere definita e imposta dal più forte.

Epilogo amaro

Il volto di questa tirannia potrebbe benissimo essere Blair, la cui appartenenza al massacro di civili in Medio Oriente non gli ha impedito di essere nuovamente scelto come “pacificatore”. E mentre il destino di Gaza continua a essere nelle mani di chi l’ha già tradita troppe volte, forse a Blair converrebbe davvero seguire l’esempio di Bush e dedicarsi alla pittura.

Perché, dopotutto, ridipingere Gaza con la vernice coloniale non è ciò di cui il Medio Oriente ha più bisogno.

Nell’immagine: Ga$a


Sanzioni: la guerra dell’Occidente che colpisce anche l’Occidente stesso

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Uno studio pubblicato nell’agosto 2025 su “The Lancet Global Health” ha stimato che le sanzioni unilaterali imposte da Stati Uniti e Unione Europea siano state associate a circa 38 milioni di decessi tra il 1970 e il 2021, con una media di oltre 560.000 morti all’anno. Non si tratta di una guerra, ma dell’effetto di uno strumento di politica estera che, nell’ultimo mezzo secolo, ha provocato più vittime di molti conflitti armati.

La ricerca, condotta da un team internazionale di economisti e basata sui dati di 152 Paesi, delinea un quadro devastante: più della metà dei morti sono bambini sotto i cinque anni, seguiti dagli anziani, le fasce più vulnerabili alla malnutrizione e alla mancanza di cure. Solo dal 2012, oltre un milione di bambini sarebbe morto a causa delle restrizioni imposte dall’Occidente.

Nel 2021, ultimo anno analizzato, le sanzioni risultano collegate a più di 800.000 decessi – una cifra di gran lunga superiore alla media annua delle vittime dei conflitti armati, stimata intorno alle 100.000 persone.

Gli autori sottolineano inoltre che gli effetti più letali non provengono dalle misure adottate in sede ONU, ma da quelle unilaterali, in particolare statunitensi ed europee. Colpendo i sistemi finanziari e commerciali dei Paesi bersaglio, tali misure riducono direttamente la disponibilità di beni essenziali come farmaci, cibo e attrezzature mediche.

La metodologia

Uno degli aspetti più discussi riguarda la possibilità che la mortalità elevata sia dovuta non alle sanzioni ma alle guerre, alle crisi interne o a regimi corrotti. Per rispondere a questa obiezione, gli autori hanno utilizzato un apparato metodologico molto rigoroso. In pratica, hanno confrontato Paesi simili tra loro (per reddito, popolazione, livello di sviluppo), verificato se l’aumento dei decessi avveniva proprio dopo l’introduzione delle sanzioni, e analizzato come cambiavano i dati nel tempo nello stesso Paese. Questo ha permesso di isolare l’effetto specifico delle sanzioni rispetto ad altri fattori.

La conclusione è chiara: laddove vengono imposte misure unilaterali, i tassi di mortalità crescono in maniera significativa rispetto a Paesi non sottoposti a restrizioni. Non si tratta dunque di semplici coincidenze, ma di una vera e propria relazione causale.

I casi emblematici: dall’Iraq all’Iran, da Cuba al Venezuela

La storia recente abbonda di esempi. Negli anni ’90, le sanzioni contro l’Iraq hanno causato una catastrofe umanitaria: l’UNICEF stimò centinaia di migliaia di morti infantili legati al collasso del sistema sanitario. A Cuba, l’embargo statunitense – ancora in vigore dopo oltre sessant’anni – ha reso estremamente difficile l’approvvigionamento di farmaci e attrezzature mediche.

In Venezuela, il blocco dei canali finanziari ha paralizzato la capacità dello Stato di importare beni essenziali e di ricevere aiuti umanitari, aggravando una crisi già drammatica. In Iran, la carenza di medicinali salvavita, documentata da ONG e media indipendenti, è conseguenza diretta delle restrizioni sulle transazioni bancarie. La Siria, infine, dopo il terremoto del 2023, ha visto aiuti umanitari bloccati o fortemente rallentati per timore di violare le sanzioni occidentali.

In Yemen, alle devastazioni della guerra si sono sommate le sanzioni mirate adottate da ONU, UE e Stati Uniti a partire dal 2014. Formalmente indirizzate contro leader politici e comandanti militari, queste misure si sono combinate con il blocco navale imposto dall’Arabia Saudita, restringendo di fatto l’accesso del Paese a carburante, cibo e medicinali. Il risultato è stato un ulteriore aggravamento della crisi umanitaria: secondo le Nazioni Unite, lo Yemen rappresenta oggi, insieme al Sudan,  la peggior emergenza umanitaria al mondo, con milioni di persone ridotte alla fame. In questo contesto, le sanzioni  hanno colpito soprattutto la popolazione civile, già schiacciata da anni di conflitto e carestia.

Mentre le sanzioni colpiscono duramente i Paesi più piccoli e dipendenti dall’Occidente, hanno effetti limitati sulle grandi potenze. La Russia, grazie a immense risorse energetiche e agricole, ha trovato sbocchi alternativi in Cina, India e Turchia, riconvertendo rapidamente le proprie catene commerciali. Pur pagando un prezzo in inflazione e isolamento tecnologico, l’ampiezza del mercato interno e i nuovi partner hanno attenuato l’impatto delle restrizioni, riducendone l’efficacia.

Mercati neri e microcriminalità

Le sanzioni non si limitano a colpire la salute pubblica. Creano economie parallele: mercati neri, contrabbando, corruzione. In Paesi sottoposti a embargo o restrizioni severe, la scarsità di beni essenziali alimenta la speculazione e spinge intere fasce della popolazione a cercare soluzioni illegali. Questo genera microcriminalità diffusa, erosione della fiducia nello Stato e ulteriore instabilità sociale.

Così, misure presentate come strumenti “mirati” finiscono per devastare il tessuto sociale ed economico, rafforzando spesso le élite al potere – le uniche con accesso a reti di contrabbando – e punendo invece la popolazione civile.

Il doppio standard occidentale

La retorica ufficiale dell’Occidente descrive le sanzioni come un mezzo “non violento” per promuovere i diritti umani e la democrazia. Ma i dati rivelano un paradosso: le sanzioni, concepite per colpire governi autoritari, hanno provocato milioni di morti civili innocenti. È una forma di guerra silenziosa, condotta senza armi convenzionali, ma con effetti altrettanto letali.

Al tempo stesso, il ricorso alle sanzioni appare selettivo: strumenti applicati con durezza ai Paesi “non allineati”, ma raramente invocati contro Stati amici dell’Occidente, anche quando violano palesemente diritti umani o norme internazionali, come Israele.

L’effetto boomerang delle sanzioni verso chi le impone

Se le sanzioni unilaterali possono colpire duramente i paesi target, esse non sono affatto indolori per chi le attua. Secondo analisti economici, gli Stati Uniti hanno perso tra i 134 e i 175 miliardi di dollari in potenziali esportazioni dal 1995 a causa delle sanzioni all’Iran, con ripercussioni occupazionali pari a 51.000/66.000 posti di lavoro l’anno, soprattutto in stati come Texas e California.

La Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo stima invece che le restrizioni imposte dopo l’invasione russa abbiano portato a una spesa addizionale pari a circa 1 trilione di euro tra il 2022 e il 2023 per l’UE, destinata a colmare la riduzione delle forniture energetiche da Mosca. Questa cifra equivale a 5–7% del PIL dell’UE distribuito su un periodo di tre anni.

Altre stime indicano che l’UE ha perso circa 50 miliardi di euro all’anno di esportazioni verso la Russia, scese a metà del loro livello pre-guerra. Anche alcuni modelli economici mostrano che le tariffe punitive statunitensi, non solo colpiscono i target (ad esempio la Russia), ma producono perdite economiche dirette anche alla propria economia.

Il risultato è un effetto boomerang: le sanzioni danneggiano la crescita, aumentano i costi dell’energia e delle materie prime, scatenano inflazione, riducono export e produzione, e provocano perdite occupazionali nei paesi che le emanano,  rendendo evidente che questa forma di politica estera ha costi economici interni rilevanti, oltre a quelli geopolitici e reputazionali.

Conclusione

Lo studio pubblicato da “The Lancet Global Health” segna una svolta : per la prima volta, il costo umano delle sanzioni viene quantificato con rigore accademico e su scala globale. Non è più possibile liquidare il problema come “effetti collaterali inevitabili”. Se davvero l’Occidente intende difendere i valori che proclama, non può continuare a utilizzare le sanzioni unilaterali come arma geopolitica. Servono meccanismi di salvaguardia umanitaria, canali bancari garantiti per beni essenziali, una revisione radicale delle strategie coercitive. Diversamente, resteremo davanti a un dato inquietante: le sanzioni uccidono più della guerra, e lo fanno nel silenzio della comunità internazionale.

Al tempo stesso, questo quadro dimostra che le sanzioni non sono mai a senso unico: se i paesi colpiti, come l’Iran, soffrono danni macroeconomici profondi – compressione dei redditi, crollo della produttività, peggioramento delle condizioni sociali – anche chi le impone paga un prezzo, sotto forma di esportazioni interrotte, costi energetici più alti, perdita di posti di lavoro e rallentamento della crescita. In ultima analisi, le sanzioni si rivelano uno strumento tanto distruttivo quanto miope, incapace di piegare davvero gli avversari e dannoso per l’intero sistema internazionale.

Fonti consultate: Lancet, CEPR, TIME, Intereconomics, EBRD


Così Bruxelles prepara il precipizio contro l’Iran

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Dieci anni fa, a Vienna, venne siglato lo storico accordo sul nucleare iraniano, “Joint Comprehensive Plan of Action” (JCPOA), tra l’Iran e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Regno Unito) più la Germania e l’Unione Europea. Un’intesa raggiunta con grande fatica durante l’amministrazione Obama, che prometteva di aprire una nuova stagione di dialogo e di integrazione dell’Iran nella comunità internazionale.

Oggi l’Europa ha deciso di imboccare sull’Iran la strada più comoda e più cieca: quella delle sanzioni automatiche, dell’obbedienza agli Stati Uniti e della giustificazione dell’assertività israeliana. Germania, Francia e Regno Unito – la cosiddetta Troika europea – hanno annunciato l’attivazione del meccanismo di “snapback” previsto dall’accordo sul nucleare del 2015, aprendo la via al ripristino delle sanzioni dell’ONU contro Teheran.

Formalmente, la motivazione è la mancata cooperazione da parte iraniana con l’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea). In realtà, la decisione rivela ancora una volta l’impotenza europea: incapace di agire da attore autonomo, l’Ue sceglie di allinearsi in modo acritico a Washington e di coprire le mosse di Israele.

Una finestra di 30 giorni, ma la logica resta quella della punizione

Il 18 ottobre il JCPOA compirà dieci anni e formalmente scadrà, permettendo di riattivare tutte le sanzioni sospese. Tuttavia l’E3 (Francia, Germania, Regno Unit o) ha lasciato aperto uno spiraglio: un periodo di 30 giorni durante il quale l’Iran potrebbe ottenere un posticipo fino a sei mesi, a patto di concedere ciò che viene richiesto. Vale a dire: riaprire i siti nucleari agli ispettori dell’Aiea – in particolare quelli colpiti dagli americani durante la cosiddetta “guerra dei dodici giorni” di giugno – e riprendere colloqui diretti con gli Stati Uniti.

Non si tratta di una vera offerta negoziale, ma di un ultimatum mascherato: o Teheran accetta le condizioni, o il meccanismo verrà completato prima che la Russia assuma la presidenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu in ottobre. Mosca, alleata di Teheran, potrebbe infatti rallentare o bloccare il processo.

L’Ue con l’attivazione dello snapback apre una fase di guerra più economica che diplomatica contro l’Iran. Fin dal primo momento, gli “occidentalisti interni” – le élite economiche e gli oligarchi legati alla Camera di Commercio – hanno speculato sul mercato valutario, facendo salire i prezzi senza che vi fossero reali cambiamenti nella produzione o nella situazione generale del Paese. Nei prossimi giorni, questi gruppi, insieme ai grandi esportatori e importatori e alle loro reti interne, intensificheranno la pressione per spingere il governo alla resa, temendo la chiusura dei canali che in passato garantivano rendite e fuga di capitali verso l’Occidente.

Più che le sanzioni stesse, sarà questa dinamica interna a colpire l’economia iraniana. La vera sfida dei prossimi trenta giorni sarà quindi dimostrare la capacità di resistere a una guerra economica tanto esterna quanto interna, evitando di finire indeboliti e costretti alla resa sotto la pressione di queste forze filo-occidentali.

L’ombra della guerra con Israele

Per capire la posizione iraniana bisogna ricordare che la sospensione delle ispezioni Aiea non è avvenuta nel vuoto. È arrivata dopo la guerra lampo di giugno con Israele, durata dodici giorni, durante la quale i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan sono stati bombardati da Tel Aviv e colpiti anche da un’operazione statunitense, la cosiddetta “Midnight Hammer”.

Da allora, a Teheran convivono due linee: quella del ministro degli Esteri Abbas Araghchi e dell’ex consigliere di sicurezza Ali Shamkhani – favorevoli a un modus vivendi con l’Occidente – e quella dell’ala radicale del potere, rafforzata dal trauma di aver subito un’aggressione diretta e da un contesto in cui la sopravvivenza stessa della Repubblica Islamica è stata percepita come minacciata.

Gli iraniani non dimenticano che, in quel frangente, i Paesi E3 hanno offerto di fatto una legittimazione politica agli attacchi di Benjamin Netanyahu, accusando Teheran di insistere sulla proliferazione nucleare. Come può oggi l’Europa presentarsi quale mediatrice se ha già scelto da che parte stare?

Canberra e la spinta israeliana

Mentre l’Europa sceglie la via della punizione, dall’altra parte del mondo l’Australia ha espulso l’ambasciatore iraniano, accusando Teheran di legami con presunte attività dei Pasdaran contro obiettivi ebraici. Una decisione che difficilmente si può leggere fuori contesto: appena dieci giorni fa il premier Anthony Albanese aveva annunciato l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina. Netanyahu lo aveva subito bollato come “debole” e ostile a Israele.

L’espulsione del diplomatico iraniano, giunta subito dopo, appare come una mossa di riallineamento: un segnale all’alleato israeliano e una punizione contro l’Iran, sacrificato ancora una volta sull’altare degli equilibri geopolitici e delle pressioni esterne.

L’UE cieca e sorda

Regno Unito, Francia e Germania parlano di “mancata cooperazione”. Ma la realtà è che l’Europa ha scelto ancora una volta la scorciatoia del ricatto economico, ignorando le conseguenze. È cieca e sorda davanti alla complessità del potere iraniano, dove convivono voci favorevoli a un’apertura graduale e spinte contrarie a ogni compromesso.

La diplomazia, se ha ancora un senso, si fonda sulla capacità di comprendere l’altro, non sul punirlo in automatico. L’Ue, invece, preferisce la logica delle sanzioni e la subordinazione a Washington. Con Gaza si è auto-esclusa. Sull’Ucraina si è ridotta a vagone trainato dagli Stati Uniti. Ora, con l’Iran, si priva anche dell’ultima possibilità di presentarsi come attore autonomo, scegliendo di fare da nota a piè di pagina nella strategia americana-israeliana.

Autodistruzione politica

Questa non è diplomazia. È autodistruzione politica. È la dimostrazione che a Bruxelles e nelle capitali europee prevalgono leadership senza visione, incapaci di costruire ponti e pronte a spingere il continente verso il precipizio strategico.

L’Ue si condanna a spettatore irrilevante, mentre il vuoto diplomatico sarà colmato da altri: dalla Russia, dalla Cina, dalla Turchia, da chiunque saprà proporsi come interlocutore credibile per Teheran. Non sarà certo l’Europa, sempre più ridotta a eco delle posizioni altrui.


Iran: l’effetto boomerang dell’aggressione israeliana

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Nel pieno della crisi mediorientale e dell’escalation tra Iran e Israele, un fenomeno inatteso ha attirato l’attenzione di osservatori attenti e studiosi di geopolitica: l’attacco israeliano al territorio iraniano del 13 giugno scorso. Lungi dall’indebolire il regime, ha finito per consolidare la legittimità interna della Repubblica Islamica, generando una coesione nazionale e religiosa senza precedenti.

Una dinamica che richiama le parole del celebre stratega americano Zbigniew Brzezinski, che nel 2004 – co-presiedendo il rapporto bipartisan del Council on Foreign Relations (CFR), “Iran: Time for a New Approach” – aveva lanciato un monito rimasto inascoltato: “L’obiettivo strategico degli Stati Uniti dovrebbe essere separare il nazionalismo iraniano dallo sciismo fondamentalista. In caso contrario, le due forze si potenzieranno a vicenda creando un’energia esplosiva.”

Brzezinski, politologo statunitense di origine polacca, fu Consigliere per la Sicurezza Nazionale durante la presidenza di Jimmy Carter (1977-1981). Figura chiave della geopolitica americana, è noto per i suoi scritti sull’Eurasia, le strategie globali degli Stati Uniti e le relazioni con Russia, Cina e Medio Oriente.

Un nazionalismo religioso senza precedenti

Le immagini del 5 luglio della Guida Suprema, Ali Khamenei – apparso in pubblico per la prima volta dopo la fine della guerra – mentre, alla vigilia della cerimonia dell’Ashura, chiede l’esecuzione dell’inno nazionale iraniano tra la folla, hanno fatto il giro del mondo.

Le commemorazioni dell’Ashura – il decimo giorno del mese di Muharram nel calendario islamico – sono da sempre accompagnate da simboli nazionali, in un processo che fonde religione e patria in un’unica identità. Proprio quest’anno, a seguito dell’aggressione israeliana contro l’Iran, le celebrazioni hanno assunto un significato particolare, riflettendo il legame tra memoria religiosa e attualità geopolitica.

L’Ashura è un giorno di straordinaria importanza per i musulmani sciiti: commemora il martirio di Hussein ibn Ali, nipote del profeta Maometto, ucciso nella battaglia di Karbala nel 680 d.C. La giornata è segnata da riti religiosi molto sentiti, tra cui preghiere collettive, flagellazioni rituali, e il battere ritmicamente la mano sul petto in segno di lutto e devozione.

Questa fusione tra culto e simboli ha trasformato lo sciismo politico, a lungo accusato di settarismo o radicalismo, in un baluardo dell’iranicità, della memoria storica e della sovranità territoriale.

L’aggressione israeliana ha dunque prodotto una reazione patriottica trasversale: tra sciiti e sunniti, conservatori e riformisti, sostenitori del sistema e persino settori dell’opposizione interna ed estera. Una perfetta sovrapposizione tra un’identità sciita ferita e un’identità nazionale minacciata, sullo sfondo della civiltà iranica.

La profezia di Brzezinski

Il politologo statunitense di origine polacca e figura chiave della strategia globale americana durante la Guerra Fredda, sapeva bene che l’identità iraniana non può essere letta con le stesse lenti usate per altri Paesi arabo-islamici. In “Iran: Time for a New Approach” egli non si mostrava affatto tenero verso la Repubblica Islamica, ma denunciava l’inutilità della politica di isolamento e invocava un dialogo diretto e realistico, basato sulla comprensione della complessità iraniana.

Tra le tesi centrali del rapporto, si evidenziano cinque direttrici strategiche:

  • Il fallimento dell’isolamento diplomatico
    Secondo Brzezinski, il tentativo americano di isolare l’Iran aveva prodotto l’effetto opposto: anziché indebolire il regime, aveva rafforzato le sue componenti più oltranziste, alimentando il senso di accerchiamento e legittimando la repressione interna.
  • La necessità di negoziare anche senza condivisione ideologica
    Il rapporto invitava a superare il pregiudizio secondo cui il dialogo richiederebbe una vicinanza di valori. Al contrario, sosteneva che proprio in presenza di divergenze profonde fosse cruciale avviare un confronto diretto su interessi concreti.
  • L’opposizione a un “regime change” imposto dall’esterno
    Brzezinski e Robert Gates, ex Segretario alla Difesa sotto George W. Bush e Barack Obama (2006 – 2011), respingevano ogni ipotesi di rovesciamento forzato del regime, consapevoli che ciò avrebbe potuto generare un collasso regionale simile (o peggiore) a quello iracheno, e rafforzare i settori più autoritari della Repubblica Islamica.
  • La possibilità di cooperazione tattica su interessi comuni
    Pur restando avversari ideologici, Iran e Stati Uniti condividevano alcuni obiettivi: la stabilità in Iraq e Afghanistan, la lotta contro al-Qaeda e il narcotraffico. Per la task force, queste aree offrivano spazi realistici di collaborazione.
  • La priorità strategica di impedire la saldatura tra nazionalismo e religione sciita
    Il vero pericolo, secondo Brzezinski, era che la pressione occidentale producesse un’unione tra l’identità nazionale persiana e la missione teocratica sciita: un legame capace di generare una forza politica e simbolica difficilmente arginabile, dentro e fuori i confini iraniani.
Una nuova identità: eredi di Ciro e di Karbala

Quello che emerge oggi è un nazionalismo religioso iraniano del tutto inedito: non è secolarismo occidentale, ma nemmeno panislamismo sunnita in stile Fratellanza Musulmana. È un fenomeno identitario autoctono, che si vede come erede di Ciro il Grande e dell’Imam Hossein, portatore di un’etica guerriera e difensiva insieme.

Un’identità che si propone come scudo dell’Iran contro l’aggressione esterna, ma anche come contenitore di coesione interna. Una sintesi di “onore nazionale” e “fede religiosa” che parla a milioni di iraniani perché tocca il nucleo dell’orgoglio culturale e della storia millenaria del Paese.

Un errore strategico dell’Occidente?

Considerando gli ultimi eventi, appare evidente che i metodi tradizionali usati dall’Occidente per influenzare l’Iran – come il soft power e le sanzioni mirate – non stanno raggiungendo i loro obiettivi e, anzi, hanno avuto l’effetto opposto.

Brzezinski ci aveva avvertiti: non si può trattare l’Iran come un Iraq o una Libia. La sua coesione storica, la profondità della sua civiltà e la sua capacità di produrre sintesi ideologiche autonome fanno dell’Iran un caso a parte.

Oggi più che mai, rileggerlo non è un esercizio accademico. È un’urgenza politica per chi vuole evitare errori irreparabili.

Nell’immagine: la folla inneggia all’ayatollah Khamenei durante la celebrazione dell’Ashura


Il sogno mai sopito del “Grande Israele”

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Nel cuore della politica israeliana, spesso celato dietro la retorica securitaria e delle relazioni internazionali, sopravvive un progetto dai contorni antichi e inquietanti: quello del “Grande Israele”. Un concetto che affonda le radici in letture religiose della Bibbia e che, nelle sue versioni moderne, si intreccia con ideologie nazionaliste e strategie geopolitiche aggressive. L’espressione, apparentemente relegata ai margini dell’estremismo religioso, riaffiora con regolarità in determinati ambienti di potere, trovando applicazione concreta nei territori occupati, a cominciare dalla Cisgiordania fino al Golan siriano.

Un concetto religioso-politico

L’idea di un “Grande Israele” nasce dalla narrazione biblica dell’Antico Testamento, in particolare dal Libro della Genesi (15:18) e da Giosuè, dove Dio promette ad Abramo una terra che si estende “dal fiume d’Egitto fino al grande fiume, l’Eufrate” [vedi immagine]. Questa visione teologico-territoriale è rimasta patrimonio della tradizione ebraica, ma con l’emergere del sionismo moderno e la creazione dello Stato di Israele nel 1948 ha assunto anche una valenza politica.

Nel corso degli anni, questa visione si è tradotta, per alcuni ambienti sionisti religiosi e nazionalisti, in un progetto espansionista concreto: una sovranità ebraica che vada ben oltre i confini riconosciuti nel 1948, includendo tutta la Palestina storica, parti della Giordania, della Siria, del Libano e persino della penisola del Sinai.

Da mito a Progetto: gli anni della svolta

La Guerra del 1967 rappresenta un punto di svolta. Con la conquista di Cisgiordania, Striscia di Gaza, Gerusalemme Est, Alture del Golan e  Sinai, Israele si avvicina più che mai all’immaginario del “Grande Israele”. Lungi dal trattarsi di conquiste temporanee, molte di queste aree vengono colonizzate sistematicamente attraverso l’insediamento di coloni, il controllo delle risorse naturali e la costruzione di infrastrutture.

Negli anni ’70 e ’80, alcuni documenti strategici – come il controverso “Piano Yinon” (1982) – delineano apertamente una visione in cui il Medio Oriente dovrebbe essere frammentato in piccoli Stati settari, per garantire la supremazia regionale d’Israele. Pur non essendo un documento ufficiale del governo, il piano riflette una visione geopolitica espansionista ben radicata in certi ambienti.

Il presente: ideologia e potere

Con l’ascesa della destra religiosa al governo, soprattutto sotto il lungo dominio di Benjamin Netanyahu, questa ideologia ha smesso di essere marginale. Oggi, ministri e parlamentari che si ispirano al sionismo religioso parlano apertamente di annessione permanente della Cisgiordania, della costruzione del Terzo Tempio a Gerusalemme – che, secondo la tradizione, dovrebbe sorgere sul Monte del Tempio al posto dei due precedenti distrutti – e della necessità di modificare i confini in funzione della promessa divina.

Queste idee si sono saldate con la retorica della “sicurezza nazionale”, utilizzata per giustificare politiche aggressive: incursioni militari in Libano e Siria, bombardamenti su Gaza, espulsioni forzate, confisca di terre, e colonizzazione sistematica.

Golan Siriano, laboratorio del “Grande Israele”

Il progetto del “Grande Israele” trova una delle sue manifestazioni più concrete nel Golan siriano, occupato nel 1967 e annesso unilateralmente da Israele nel 1981. Allorché ciò avvenne, circa ventimila drusi delle alture rifiutarono la cittadinanza israeliana, mantenendo fieramente la loro identità siriana. Sebbene la comunità internazionale continui a considerarlo territorio siriano, Israele ha investito enormemente per integrare de facto l’area, colonizzandola, sviluppandone le infrastrutture e intitolando persino un nuovo insediamento al nome di Donald Trump, in segno di gratitudine per il riconoscimento dell’annessione da parte statunitense nel 2019.

Ma in questi ultimi giorni il Golan è tornato prepotentemente al centro della scena: con il pretesto di voler tutelare la minoranza drusa siriana da un conflitto interetnico interno, Israele ha colpito Damasco e rafforzato la propria presenza militare nel Golan, mascherando dietro una retorica umanitaria una strategia di espansione territoriale. Un approccio che risponde pienamente alla logica del governo Netanyahu, fortemente influenzato dalla dottrina messianico-nazionalistica, secondo cui la miglior difesa è sempre l’attacco.

La recente legge sulla colonizzazione del Golan, approvata sotto l’attuale governo, conferma questa tendenza: ciò che in passato era presentato come misura temporanea oggi viene reso strutturale e irreversibile. L’obiettivo è chiaro: annettere e colonizzare nuove terre, legittimando il tutto come risposta alle “minacce esterne”.

In realtà, dietro la mossa israeliana c’è anche una volontà politica più sottile: sollevare il velo d’ipocrisia che l’Occidente, con la mediocre e complice Europa in testa, ha steso sul dossier siriano. Mentre la Siria resta isolata e frammentata, con un governo delegittimato a livello internazionale e vaste aree ancora sotto il controllo di milizie jihadiste, Israele può agire indisturbato anche oltreconfine, godendo di un’immunità diplomatica pressoché totale. Nessuno in Occidente, tantomeno l’Unione Europea, osa mettere in discussione l’occupazione delle alture del Golan, né tanto meno l’ulteriore espansione coloniale mascherata da “sicurezza nazionale”. È il segno più evidente di un doppio standard: mentre viene continuamente riaffermato il principio dell’integrità territoriale ucraina, si tollera – o addirittura si legittima – l’annessione di territori siriani da parte di Israele, al di fuori di qualsiasi mandato internazionale.

Intanto, il fuoco in Siria cova sotto la cenere. Le illusioni occidentali su una possibile democratizzazione, affidata a soggetti come Al-Shara’ e le frange ex al-Qaeda, si sono da tempo scontrate con la realtà: chi nasce tondo non può morire quadrato. Anche la comunità drusa, storicamente dispersa tra Siria, Libano e Israele, vive oggi una fase di estrema incertezza identitaria e culturale. I legami storici si allentano, e le reazioni variano in base al contesto locale: in Cisgiordania e nei Territori occupati, resistono; nel Golan, alcuni cedono; in Israele si dividono.

I drusi, in questo senso, rappresentano solo l’antipasto di ciò che potrebbe accadere ai curdi, qualora l’Occidente continuasse a sostenere fondamentalismi antistatali travestiti da rivoluzioni democratiche. Gli Stati Uniti sono avvisati: oggi i drusi, domani i curdi.

Mito biblico, realtà politica

Il “Grande Israele” non è solo un sogno religioso: è una visione politica operativa, oggi più che mai vicina ai centri di potere. L’idea di espandere i confini secondo criteri biblici si manifesta in politiche quotidiane, spesso invisibili agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, distratta dalla retorica della difesa e del terrorismo. Ma nei fatti – dalla Cisgiordania al Golan – si assiste a una strategia di conquista graduale, basata sull’annessione, lo spossessamento e la trasformazione del territorio.

Svelare questo disegno significa non cadere nella trappola della retorica ufficiale, e riconoscere che la pace non sarà mai possibile finché una parte continuerà a confondere i confini dello Stato con quelli di una promessa divina.


Iran, i militari sono già al potere ma aspettano il loro turno

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Dopo la guerra lampo di “dodici giorni” tra Israele, appoggiato dagli Stati Uniti, e l’Iran, il Medio Oriente si risveglia in una nuova fase storica. Se l’obbiettivo era indebolire la capacità militare iraniana, il risultato sembra essere stato l’opposto: le forze armate iraniane ne escono più centrali che mai nella struttura del potere interno, anche se, per ora, ancora dietro le quinte.

Perché i militari in Iran non hanno mai preso apertamente il potere? La risposta è più sottile di quanto appaia: non lo fanno perché non ne hanno bisogno. E, soprattutto, perché lo faranno solo quando sarà strategicamente inevitabile.

Il sistema islamico – militare

Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC, o Pasdaran) è da anni il vero perno del potere in Iran. Non è solo una forza armata d’élite e un temuto strumento repressivo: è anche un colosso economico, grazie a un impero che si estende su settori chiave come petrolio, gas, telecomunicazioni, porti, appalti pubblici, banche e media.

Attraverso una rete di holding e cartelli, i Pasdaran controllano una parte consistente dell’economia nazionale, rafforzando così la loro influenza politica e la capacità di incidere sulle decisioni strategiche. Non hanno bisogno della divisa per esercitare il comando: governano già in borghese.

La guerra non ha fatto che confermare un dato strutturale: l’apparato militare è l’asse portante del sistema, ben più del parlamento o del governo. Gli IRGC non devono “entrare in scena” ufficialmente, perché già operano nel cuore dello Stato, dietro la facciata istituzionale della Repubblica Islamica, influenzando – e spesso determinando – ogni scelta cruciale.

Ayatollah Khamenei ed equilibrio silenzioso

Per decenni, l’Iran ha trovato un equilibrio instabile ma funzionale sotto l’ombrello carismatico della Guida Suprema, Ali Khamenei. Figura centrale della Repubblica Islamica, ha legittimato e contenuto l’ascesa dei vertici militari grazie a un patto tacito costruito già durante la guerra Iran-Iraq (22 settembre 1980 – 20 agosto 1988), quando, da presidente e membro del Consiglio Supremo della Difesa, instaurò legami profondi con i futuri comandanti dei Pasdaran. 

Dalla sua elezione alla guida suprema, 4 giugno 1989, i militari lo hanno riconosciuto come guida legittima e garante della loro autonomia. Khamenei, da parte sua, ha coltivato con attenzione questa alleanza: ha lasciato ampio spazio ai Pasdaran, ma ha sempre mantenuto su di loro il freno dell’autorità religiosa. 

Quel rispetto, reale ma anche strategico, ha imposto ai Pasdaran una presenza silenziosa, mai apertamente protagonista. Ma ora, con Khamenei giunto alla soglia degli 87 anni, la transizione si avvicina. L’anziano leader, dal suo bunker in cui si è  rifugiato dall’inizio del conflitto, ha affidato all’Assemblea degli Esperti – l’organo formalmente eletto dal popolo e incaricato di scegliere il successore – una rosa ristretta di tre nomi. Tra questi non figura il figlio Mojtaba, escluso con cura, forse per evitare accuse di dinastizzazione del potere.

Sulla carta, l’Assemblea è indipendente. In pratica, subisce l’influenza determinante dei Pasdaran. E infatti, ciò che davvero conterà non sarà il nome del successore, ma chi ne orienterà la leadership. Tutto lascia pensare che saranno ancora una volta loro, gli uomini dell’apparato militare e di sicurezza, a dettare la linea. In silenzio, ma inesorabilmente.

Guerra e legittimazione

La guerra dei 12 giorni ha consolidato una nuova immagine dei Pasdaran agli occhi dell’opinione pubblica interna: i Pasdaran come difensori della patria, della dignità nazionale e dell’integrità territoriale. 

L’attacco congiunto israelo-americano, calibrato e brutale, aveva un obiettivo ben preciso: oltre a indebolire la capacità militare dell’Iran, voleva provocare un clima di caos, insurrezione e malcontento, nella speranza di alimentare il crollo del regime e favorire – sotto traccia – un cambio di sistema, magari nella direzione dell’esule erede al trono.

Ma l’effetto è stato diametralmente opposto: invece di frammentare il Paese, ha rinsaldato l’unità nazionale, riattivando nella popolazione uno spirito di resistenza e orgoglio – specie nelle fasce conservatrici e rivoluzionarie –, l’idea che senza l’asse sicurezza–resistenza l’Iran sarebbe vulnerabile.

Questo tipo di legittimazione “eroico-bellica” può essere l’elemento mancante per un futuro protagonismo politico dei Pasdaran. Un’avanzata non con i carri armati, ma con i simboli del sacrificio, dell’efficienza e del patriottismo.

È importante riconoscere che i Pasdaran non sono tutti uguali. Al loro interno convivono tre anime:

  • quella ideologica, formata da veterani della guerra e quadri fedeli alla visione originaria della Rivoluzione;
  • quella pragmatica, legata alla gestione del potere e dell’economia;
  • e quella corrotta e clientelare, cresciuta all’ombra del sistema di privilegi.

In molti, soprattutto tra i quadri ideologici, si percepisce un vero senso di missione nazionale. Molti Pasdaran credono sinceramente di difendere l’Iran da un mondo ostile, e vedono nel loro ruolo non un abuso di potere, ma una responsabilità storica. Ma patriottismo e autoritarismo possono confondersi, e il rischio è che in nome della stabilità e dell’indipendenza si sacrifichino  partecipazione, pluralismo e libertà nella società iraniana.

Una nuova era geopolitica

Il futuro dell’Iran potrebbe non assomigliare né a una teocrazia né a una classica dittatura militare. Piuttosto, una “Repubblica dei Pasdaran”, formalmente fedele alla Guida Suprema, ma sostanzialmente controllata da chi porta le mostrine, anche in borghese.

A rafforzare questa traiettoria vi è anche un profondo riposizionamento geopolitico: Teheran guarda con sempre maggiore decisione verso Oriente. L’alleanza strategica con la Cina e la Russia, già consolidata sul piano diplomatico, sta assumendo un valore vitale in campo militare e tecnologico.

Pechino, in particolare, avrebbe fornito – secondo fonti riservate – un’assistenza militare senza precedenti, sia sul piano della guerra elettronica che nella protezione delle infrastrutture critiche. Questo orientamento rafforza l’asse della “resistenza” sul fronte esterno e rafforza il controllo dei militari sul piano interno.

Il potere che aspetta

È in questa cornice che va letto il silenzio attuale dei militari iraniani. Non è debolezza, ma attesa. Non hanno bisogno di prendere il potere: lo stanno già gestendo. Aspettano solo che la storia faccia il suo corso.

Nell’imnmagine: Pasdaran in parata


Una nuova milizia palestinese per sconfiggere Hamas?

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

Nel cuore polveroso della Striscia di Gaza, tra macerie, bombardamenti e fame, sta prendendo forma una dinamica inquietante: Israele ha ammesso ufficialmente di armare una milizia palestinese – le cosiddette “Forze Popolari” – incaricata di contrastare Hamas nel sud dell’enclave. Una mossa che riporta alla mente scenari già visti, ma con implicazioni forse ancora più gravi. 

Una guerra per procura, dentro la guerra

Le “Forze Popolari” sarebbero formate da membri di clan rivali di Hamas, armati da Israele per mantenere il controllo delle aree evacuate dal suo esercito (IDF). A guidarle è Yasser Abu Shahab, figura ambigua con presunti legami passati con lo Stato Islamico. Secondo il Wall Street Journal, confermato dal premier Netanyahu, l’operazione viene definita “un’iniziativa pragmatica” per evitare il ritorno di Hamas. Tuttavia, numerosi analisti e organizzazioni per i diritti umani avvertono: si rischia un’ulteriore spirale di violenza e instabilità interna, con nuovi effetti devastanti per l’intera popolazione civile.

Precedenti pericolosi: quando Israele favorì Hamas

Negli anni ’80, per indebolire l’OLP, Israele tollerò e perfino incoraggiò la crescita del nascente movimento Hamas, allora espressione locale dei Fratelli Musulmani. L’idea era quella di sfruttare la sua dimensione religiosa e sociale come contrappeso a Fatah. Ma la strategia si rivelò un boomerang: Hamas si trasformò in un attore politico-militare dominante, fino a prendere il controllo di Gaza nel 2007, instaurando un regime autoritario e divenendo il principale nemico armato di Israele. 

Una nuova frattura nel fronte palestinese

Oggi, armare milizie tribali per combattere Hamas rischia di replicare quella stessa logica divisiva, ma in un contesto ancor più esplosivo. Le conseguenze possibili sono molteplici:

  • una nuova guerra civile interna palestinese;
  • una popolazione civile intrappolata tra ritorsioni incrociate;
  • la compromissione definitiva di ogni tentativo futuro di ricostruzione politica.

Soprattutto, la milizia sostenuta da Israele – circa 300 uomini, tra cui criminali comuni, saccheggiatori e trafficanti – solleva interrogativi etici e politici. Lo Stato ebraico si trova così a sostenere gruppi potenzialmente incontrollabili, in una posizione sempre più ambigua.

Divide et impera: Gaza come laboratorio coloniale

Quello che sta emergendo è classica strategia del “divide et impera”: rendere Gaza ingovernabile, spezzare l’identità collettiva palestinese, impedire la nascita di un soggetto politico unitario. La popolazione palestinese, già divisa tra Gaza e Cisgiordania, ora rischia una frammentazione anche militare, tribale, sociale. Un caos che non minaccia solo Israele, ma l’intero futuro del popolo palestinese.  

Un disegno più ampio

Più che un errore tattico, questa potrebbe essere una strategia deliberata: indebolire Gaza fino al punto di precipitarla nell’impossibilità di risorgere. Così, l’uso di milizie non servirebbe a colmare un vuoto, ma ad amplificare il disfacimento sociale. In questa logica, la destabilizzazione cronica servirebbe a giustificare un’escalation coloniale: costringere all’esodo milioni di palestinesi, appropriarsi del territorio – e del gas naturale sottosuolo – e completare l’egemonia dal Giordano al Mediterraneo.

Una vittoria tattica, una sconfitta strategica?

A breve termine, Israele potrebbe evitare un ritorno di Hamas e ridurre le perdite militari. Ma a lungo termine?

  • Se le milizie si ribellano o si radicalizzano, Israele avrà armato nuovi nemici.
  • Se esplode una guerra intestina, Gaza diventerà un buco nero di caos e crisi umanitaria.
  • Se fallisce anche questa strategia, si chiuderà ogni spiraglio per una soluzione politica riconosciuta a livello internazionale.

Affidarsi al “nemico del nemico” è una scorciatoia pericolosa: è parte di una strategia più ampia, che, va ribadito, mira non tanto alla sconfitta di Hamas quanto alla disgregazione sistematica del tessuto sociale palestinese. La creazione delle “Forze Popolari” non rappresenta solo un esperimento militare, ma un atto politico finalizzato a frammentare irreversibilmente l’identità collettiva palestinese, rendendo impossibile qualsiasi forma di rappresentanza unitaria.

In questo schema, il caos non è un effetto collaterale, ma un obiettivo. La destabilizzazione permanente di Gaza – attraverso milizie tribali, lotte interne e assenza di governance – prepara il terreno a una nuova forma di ingegneria demografica: spingere la popolazione palestinese all’esodo forzato, svuotare la Striscia della sua componente indigena, cancellare ogni aspirazione all’autodeterminazione.

Non si tratta solo di un possibile errore strategico come in passato con Hamas. Si profila piuttosto la continuità di una logica già sperimentata nel 1948: un processo di “Nakba” (“disastro” in arabo) silenziosa e frammentata, che avanza non più con espulsioni di massa visibili, ma con lo smantellamento progressivo delle condizioni minime di sopravvivenza collettiva su quella stessa terra.

Nell’immagine: Yasser Abu Shahab


A rischio l’impero del Sultano

Il Nobel 2025 celebra un’agenda politica, non i diritti umani 

È iniziato il conto alla rovescia per le elezioni presidenziali e parlamentari della 28esima legislatura turca, voto che si terrà il 14 maggio prossimo. Stando ai sondaggi, potrebbe rivelarsi la consultazione più difficile per Erdogan : il “sultano” è tuttora difficile  da sconfiggere – beneficia ancora di un vasto sostegno popolare soprattutto nella parte anatolica della nazione, e i suoi metodi quantomeno illiberali possono aiutarlo nel manipolare il voto -;  difficile da battere ma non più invincibile, soprattutto a causa della profonda crisi economica in cui ha trascinato il paese, aggravata dal recente, terribile terremoto.

Peseranno le alleanze. I partiti di opposizione cooperano puntando al voto dei curdi, mentre il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) del presidente , imbarca nella sua coalizione due nuove formazioni politiche: gli estremisti islamici del YRP (New Welfare Party) e l’Huda-Par. Due “partiti” che a stento arrivano all’1% dei consensi. Anche questi due schieramenti fanno parte della galassia dei radicali mussulmani, che hanno presentato trenta richieste, fra cui la cancellazione della legge che contrasta e punisce la violenza sulle donne nonché la chiusura di tutte le associazioni che difendono i LGBTQ+, e la loro libertà sociale. Già nel 2021 il partito del “sultano” aveva sancito il ritiro della Turchia dalla Convenzione di Istambul sulla prevenzione e la lotta contro la violenza di genere e domestica, scatenando la rivolta delle donne, e l’indignazione della comunità internazionale.

Il ruolo dei curdi, un bacino elettorale di otto milioni di persone, potrebbe rivelarsi fondamentale nell’esito del voto. Il Partito Democratico dei popoli (HDP), che unisce forze filo-curde e forze di sinistra, con il suo 10% di voti ha deciso di sostenere la cosiddetta coalizione “tavolo dei sei” anti Erdogan. Questo raggruppamento  – che ebbe un ruolo determinante nella conquista della municipalità di Istanbul – è guidato da Kemal Kilicdaroglu, detto “il Gandhi turco”, leader del partito repubblicano. Proprio negli scorsi giorni 25 dei suoi esponenti sono stati arrestati nell’Anatolia sud-orientale con l’accusa di presunta affiliazione a gruppi terroristici curdi del PKK. Ciò a ulteriore conferma che nel Paese cresce la repressione; inoltre,  in risposta alla prospettiva di una sconfitta o quantomeno di fronte ad una partita ancora tutta da giocare, si controlla e si limita la libertà di stampa. Altro significativo esempio: la tedesca “Deutsche Welle”, uno dei principali media stranieri operativi sul territorio con notizie in lingua turca (i turchi immigrati in Germania costituiscono la più numerosa minoranza in Germania, e non pochi di loro possono votare) si è vista negare il rinnovo dei permessi, e ha dovuto chiudere i propri uffici di corrispondenza. 

Secondo “Reporter Senza Frontiera”, il 90% dei media nazionali turchi è sotto controllo governativo. La Turchia si trova al 149esimo posto su 180 nazioni al mondo in fatto di libertà di stampa. Attualmente 33 giornalisti sono in carcere per articoli e reportage invisi alla classe al potere, compresi alcuni cronisti che hanno raccontato il devastante sisma del 6 febbraio scorso, denunciando i ritardi nei soccorsi e l’instabilità dei palazzi crollati perché costruiti in tutta fretta con materiale di scarsa qualità, poco sicuro e di basso costo.

Erdogan perde così pezzi del consenso che lo ha tenuto al potere praticamente per due decenni. Fatto significativo: a quaranta giorni dal voto, l’economista Mehmet Simsek, assai stimato e rispettato a livello internazionale, ha rifiutato di assumere la guida del ministero dell’Economia. Il ‘no’ di Simsek è la riprova delle difficoltà e delle insidie che deve affrontare il capo dello Stato, le cui politiche hanno scatenato la crisi del costo della vita e lasciato i mercati finanziari in balia delle decisioni sconsiderate del governo. La spericolata scelta di tagliare i tassi d’interesse per rilanciare la crescita economica, ha portato l’inflazione all’85%. La lira turca ha perso l’80% del suo valore rispetto al dollaro. Ragione per cui molti investitori stranieri hanno abbandonato il Paese.

Cosa farebbe Erdogan se, una volta aperte le urne, risultasse sconfitto al primo turno? Sicuramente evocherebbe brogli elettorali o qualche complotto ordito dall’immancabile Fetullah Gülen: islamista ed ex alleato, poi determinato nemico del presidente, dal 1999 si è rifugiato negli Stati Uniti, in Pennsylvania, e, terremoto a parte, viene accusato di qualsiasi cosa di problematico accada al Paese. Gli fu anche attribuita la responsabilità dello “strano” golpe di sette anni fa, seguito da un’ondata di arresti. Se la prima tornata elettorale dovesse vedere in testa gli oppositori, Erdogan potrebbe mettere in campo i servizi segreti a lui fedelissimi, elaborare scenari che distrarrebbero e inquieterebbero l’opinione pubblica, e far presidiare dalle forze armate strade e piazze per tentare di rovesciare a suo favore l’esito del ballottaggio. 

A lungo padrone del Paese, corteggiato per forza di cose dalla comunità occidentale per il suo ruolo di mediatore nella guerra ucraina, dopo aver inviato in Siria e Libia reparti del suo esercito  (il più importante fra quelli europei della Nato), e dopo aver perseguito una politica estera di influenza neo-ottomana, rapportandosi ambiguamente con la stessa Alleanza Atlantica, il “sultano” è pronto a tutto pur di perpetuare la sua presa sulla Turchia. 

Nell’immagine: Erdogan il Sultano