L’amazonizzazione del mondo

Se Amazon è sempre aperta, allora via libera ad avere aperti sempre anche i negozi 

Dunque, gli svizzeri hanno approvato la Legge sul clima. Anche i ticinesi. È una ottima cosa. E i ticinesi hanno detto sì anche alla flessibilità delle aperture dei negozi, aggiungendo un ulteriore pezzo alla progressiva liberalizzazione delle attività commerciali. In realtà, i due voti sembrano mostrare un comportamento contraddittorio, perché consumare di più significa sfruttare di più la Terra e quindi – conseguentemente – significa favorire il riscaldamento climatico. Perché infatti non basta la raccolta differenziata, il riuso e l’economia circolare se a monte il sistema è dominato dalla logica irrazionale del produrre sempre di più – che impone conseguentemente di far consumare sempre di più. 

E allora andiamo a vedere alcuni aspetti della genealogia del nostro modello produttivo e consumativo (consumistico), del tutto irrazionale dal punto di vista della sostenibilità ecologica e del diritto delle future generazioni di vivere, domani, in un ambiente non devastato (ieri e oggi) da un capitalismo senza più freni (anche perché i governi, tutti, deliberatamente non vogliono tirare il freno o sembrano incapaci di farlo).

Sulle aperture flessibili dei negozi riprendiamo allora ciò che diceva Edward A. Filene, proprietario dei grandi magazzini di Boston e teorizzatore dei consumi di massa già negli anni Venti del Novecento: “Se le masse lavorano sedici ore al giorno, non saranno grandi consumatrici perché dormiranno durante le altre otto ore e la gente non compera mentre sta dormendo. Se devono comprare automobili, devono avere tempo per andare in giro. Questo è il significato della giornata di otto ore e della settimana di cinque giorni […]. La produzione di massa non è semplicemente produzione su larga scala. È produzione scientifica, pianificata, organizzata e gestita in modo da rendere possibile un altissimo tasso di produzione pro capite. Ciò di per sé riduce i costi. Ma se le economie non sono trasferite sul consumatore attraverso prezzi più bassi” e dandogli più tempo per consumare, “non si tratta di produzione di massa, perché non aiutano le masse a comprare quel che si produce”.

Ai tempi di Filene era necessario ridurre la giornata lavorativa per permettere all’operaio / forza-lavoro produttore di diventare operaio / forza-lavoro consumatore e così aiutare appunto le masse a comprare quel che si produce. Oggi si lavora di fatto h24 (al di là delle statistiche ufficiali), ma invece di ridurre gli orari di lavoro disconnettendo i dispositivi digitali che sono in realtà soprattutto mezzi di produzione capitalistica, si allungano/flessibilizzano gli orari di apertura dei negozi. Tutto sembra rovesciato rispetto a cento anni fa, ma non la logica del farci consumare tutto ciò che viene prodotto e che viene prodotto e fatto consumare non per soddisfare i nostri bisogni, ma quelli del capitale – e chi se ne importa della nostra sempre più pesante impronta ecologica sulla Terra. A questo si deve aggiungere che oggi, sempre grazie alle nuove tecnologie, ciascuno può/deve essere (in multitasking) allo stesso tempo (s)oggetto produttivo (anche di notte, generando dati) e consumativo h24 (anche di notte, potendo comprare via Amazon e simili). Trasformando appunto l’intera società e l’intero tempo di vita dell’uomo in tempo di lavoro e di consumo. E se Amazon è sempre aperta, allora anche i negozi devono esserlo…

E arriviamo agli anni Cinquanta del ‘900. Scriveva l’economista americano Victor Lebow: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci chiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in autentici rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo […]. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati a un ritmo sempre maggiore”. Da allora, il nostro mondo è stato modellato per raggiungere questo scopo capitalistico e noi siamo stati ingegnerizzati a comportarci in questo modo altrettanto capitalistico. 

E quindi non basta Amazon, serve che anche i negozi fisici siano aperti sempre più a lungo e così aiutino lo svolgimento del nostro lavoro di consum(ism)o. Che deve diventare – che è da tempo diventato – uno stile di vita, con gli acquisti trasformati (da tempo) in un rituale della nuova religione del consumismo, quello dei Black Fridays, per intenderci; un rituale che trasforma appunto il consumare nel modo ormai unidimensionale per la realizzazione personale e spirituale di sé. Noi quindi dobbiamo diventare adoratori delle merci-feticcio, Narcisi innamorati non solo della nostra immagine riflessa – ieri nell’acqua e oggi nello specchio/schermo di un pc/smartphone – ma negli oggetti/merci su cui trasferiamo il nostro essere, non più di uomini sapiens, ma consumens.

E se quindi il management serve a pianificare (organizzare, comandare e sorvegliare) il nostro lavoro di produzione nelle imprese e nelle nuove fabbriche chiamate piattaforme digitali, il marketing e la pubblicità (l’organizzazione scientifica/tayloristica del consumare) servono a pianificare il nostro lavoro di consumo. Perché il libero mercato e la mano invisibile sono solo favole. In realtà il tecno-capitalismo è pianificatore all’ennesima potenza (facendo impallidire, al confronto, i piani quinquennali sovietici) e appunto per questa nostra pianificazione esistenziale e comportamentale servono management e marketing e oggi il digitale – per un mondo trasformato in mercato e in sistema tecnico.

E torniamo a Victor Lebow e al consumismo come realizzazione spirituale. In realtà, che il capitalismo fosse diventato ormai una religione lo aveva scritto il filosofo Walter Benjamin (1892-1940), già nel 1921: “Nel capitalismo può ravvisarsi una religione, vale a dire, il capitalismo serve essenzialmente alla soddisfazione delle medesime ansie, sofferenze, inquietudini, cui un tempo davano risposta le cosiddette religioni. […] In primo luogo, il capitalismo è una pura religione cultuale, forse la più estrema che si sia mai data. Tutto, in esso, ha un significato solo nell’immediato riferimento al culto [appunto, consumare è come praticare un culto, con i suoi rituali, con i suoi luoghi sacri/centri commerciali, oggi con Amazon]. A questo è connesso un secondo tratto del capitalismo: la durata permanente del culto [oggi, consumare appunto h 24]. Non vi è alcun giorno feriale, alcun giorno che non sia un giorno festivo nel temibile senso del dispiegamento di ogni fasto sacrale, dell’estremo impegno del venerante. Questo culto, in terzo luogo, genera colpa [se non si consuma sempre di più, se non si acquista l’ultima novità, ci si sente in colpa, oppure esclusi…]. Il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza. […]. In questo sta l’elemento storicamente inaudito del capitalismo, nel fatto che la religione non è più riforma dell’essere umano, ma la sua riduzione in frantumi”. E anch’esso in merce, in un sistema di merci.

Non ci credete? Leggete allora I persuasori occulti, di Vance Packard. Libro della seconda metà degli anni Cinquanta, sempre ristampato da Einaudi, ma attualissimo come non mai. Allora il marketing viveva di sondaggi e di focus group, oggi ci sono i dati e gli algoritmi predittivi e di accompagnamento. Ma la sostanza non cambia. È sempre pianificazione (organizzazione, comando e controllo) tecno-capitalista della vita e della società umane.


Se lo conosci (il neoliberismo) lo eviti (forse)

Se Amazon è sempre aperta, allora via libera ad avere aperti sempre anche i negozi 

Se lo conosci, lo eviti, si diceva un tempo a proposito del virus Hiv, invitando a tenere comportamenti non a rischio. Se lo conosci (meglio), forse lo eviti, potremmo dire a proposito del neoliberismo – l’ultima delle tragiche ideologie politiche del Novecento, l’unica esondata nel nuovo secolo (speriamo non per l’intero millennio…), l’unica ad avere conquistato il mondo intero. Quel neoliberalismo – preferiamo usare questa definizione, sotto la quale stanno poi il neoliberismo di matrice austro-statunitense (su tutti: von Hayek e Friedman) e l’ordoliberalismo di ascendenze tedesche (Rüstow e Röpke) – di cui qualcuno preannuncia la prossima morte (o la morte già avvenuta), ma che in realtà continua a godere di ottima salute politica nonostante i disastri sociali e oggi anche climatici che ha prodotto e sta producendo. Dovremmo dirgli di smettere, per non peggiorare la (nostra e della Terra) situazione.

E invece no, come dimostrano le elezioni italiane del settembre 2022, le elezioni cantonali ticinesi, la guerra sociale di Macron sulle pensioni in Francia, la scelta di salvare Credit Suisse ma di non fare nulla per salvare il clima, le elezioni politiche in Grecia e in Turchia e ora le elezioni amministrative spagnole di domenica scorsa, dove uno dei pochi governi definibili ancora di sinistra e che ottime cose ha fatto per ridurre la precarizzazione del lavoro, tutelare i redditi e difendere le donne è stato sconfitto dal neoliberista Partito popolare e dal raddoppio dei voti della fascistissima/franchista Vox. O le elezioni amministrative parziali in Italia, con la vittoria sempre della destra. E sempre in Svizzera, la neoliberista Udc scatenata contro la legge sul clima, mentre fatica a prendere vita una invece sempre più necessaria alleanza rosso-verde.

Perché questo? Perché – è la domanda che le sinistre dovrebbero porsi – i cittadini continuano a votare per partiti che gli fanno male socialmente e climaticamente? Forse perché credono che davvero il neoliberalismo sia produttore di libertà individuale, di edonismo, di felicità e di divertimento? Forse perché la Terza via teorizzata da Antony Giddens e praticata da Blair e da Schröder e da Veltroni e da Renzi era la resa incondizionata (politica, culturale, valoriale) del socialismo al capitale e al capitalismo, quindi perché non votare l’originale invece della copia? E cosa sono oggi i sovranismi, i neonazionalismi, i populismi e i postfascismi – come ieri il fascismo e il nazismo – se non la continuazione del neoliberalismo/capitalismo con altri mezzi?

Ma allora – la domanda è provocatoria, ma utile – stiamo forse vivendo come O di Histoire d’O? – e grazie a Daniele Bernardi, sul sito della Rsi, per averci ricordato quel romanzo scandaloso del Novecento, che narra della volontaria sottomissione di una donna ai voleri e alle perversioni sessuali di diversi uomini. Viviamo cioè forse tutti noi in una auto-sottomissione che però non è sessuale e individuale come quella di O, bensì economica e antropologica e di massa al neoliberalismo come ideologia e al capitalismo come forma esistenziale, per cui siamo felicemente nella sua schiavitù e gli permettiamo di fare tutto ciò che vuole a noi e alla Terra, noi illusi dalla sua offerta di massimo godimento?

Già, perché per O, scrive Bernardi, “contrariamente a quanto si potrebbe credere, l’atto di fornire ad altri il suo corpo turba solo parzialmente O, poiché attraverso di esso l’uomo [noi diciamo il neoliberalismo, la competizione, la tecnologia, oggi l’intelligenza artificiale] la farà sentire assurdamente sicura, libera dal peso di se stessa e soprattutto speciale [e anche il neoliberalismo ci illude di essere tutti individui speciali], protetta da un senso d’irrealtà simile a un sogno, e dalla sensazione di esistere in un’altra vita – e a questo oggi pensa soprattutto la tecnologia, che ci porta a voler vivere (ma è sempre il capitale a farcelo desiderare), in un’altra vita che si chiama realtà virtuale e metaverso.

Per conoscere meglio cos’è il neoliberalismo, riprendiamo ancora una volta la definizione assolutamente perfetta che ne diede pro domo sua Walter Lippmann, neoliberale statunitense, quando a Parigi (1938) venne appunto rifondato il liberalismo: essa è “l’unica filosofia che possa condurre all’adeguamento della società umana alla mutazione industriale e commerciale fondata sulla divisione del lavoro”; che a sua volta è un dato storico che non può essere modificato [insieme facendoci credere che non esistano alternative]. Quindi, suo compito è modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e del capitalismo [con il paradosso di un neoliberalismo che nega la libertà liberale dell’individuo], divenendo “un nuovo sistema di vita [non solo quindi un sistema economico] per l’intera umanità”.

Di più: l’ambiente sociale e il sistema capitalistico devono tendere a formare un tutto armonico, il (neo)liberalismo ponendosi così sulla scia del positivismo ottocentesco, filosofia per la quale (ad esempio Saint-Simon e Comte) società e industria sono sinonimi e tutta la società deve essere governata da imprenditori e banchieri. E quindi il nostro adattamento alle esigenze del capitale e della rivoluzione industriale (pensiamo alla imposizione della flessibilità del lavoro e alla digitalizzazione della vita umana) e il governo del mondo da parte di industriali e banchieri sono appunto il prodotto della pianificazione neoliberale di questi ultimi quarant’anni e di un positivismo bisecolare e carsico che hanno rovesciato le politiche keynesiane dei Gloriosi trent’anni 1945-1975 quando erano invece il capitale e l’industria a doversi (almeno parzialmente) adattare alle esigenze della società e della democrazia.

Ma c’è di molto peggio. Ce lo mettono sotto gli occhi il filosofo Pierre Dardot e il sociologo Christian Laval – e fondamentale per capire il neoliberalismo è il loro La nuova ragione del mondo (2013; ediz. aggiornata 2019), in italiano per DeriveApprodi – che in un recente articolo scritto con Haud Guéguen e Pierre Sauvêtre ricordano che la strategia politica dei neoliberalismi è “radicata in una demofobia [cioè paura della democrazia] profondamente reazionaria, che è rimasta invariata da von Hayek a oggi. Consiste nel contenere, neutralizzare o distruggere tutte le forze che attaccano gli interessi economici privati e il principio della concorrenza”, dai sindacati alla società civile e oggi agli ambientalisti (definiti terroristi) e gli scienziati del clima. “I dottrinari neoliberisti hanno dedicato innumerevoli pagine a immaginare modi per tenere al cappio la democrazia – a tal punto che uno di loro, l’ordoliberale Alexander Rüstow, parlava di dittatura nei limiti della democrazia. Altri si sono spinti a sottolineare l’utilità della violenza fascista per salvare la civiltà europea dalla barbarie socialista (Ludwig von Mises)”.

E ancora: “I primi tre premi Nobel neoliberisti per l’economia – Friedrich von Hayek, Milton Friedman e James Buchanan – si riunirono nel 1981 alla Mont Pelerin Society per celebrare la dittatura di Pinochet al culmine della sua repressione [e fu appunto nel Cile di quella spietata dittatura che, dopo il golpe dell’11 settembre 1973 fu per la prima volta testato sulla pelle dei cileni il neoliberismo, per poi essere esportato in tutto il mondo]. Mentre von Hayek inviò una copia del suo libro La società libera (Constitution of liberty) al dittatore portoghese Salazar per – si legge nella lettera di accompagnamento – assisterlo nei suoi sforzi di concepire una costituzione protetta dagli abusi della democrazia”.

Insomma, il neoliberalismo non è solo anti-sociale ed ecocida, ma è anche programmaticamente anti-democratico – esito che appunto viviamo sempre più oggi, tra sovranismi e democrature e società amministrata dalla macchine/algoritmi, dopo quarant’anni di egemonia neoliberale. Ce n’è abbastanza, ci pare, per cambiare urgentemente modello economico e politico. E per invitare le sinistre a tornare ad essere almeno un po’ rosse e a diventare soprattutto verdi. E a non viversi più – verso neoliberalismo e capitalismo – come appunto O nella Histoire d’O. Detto altrimenti – e aggiornando Max Weber di più di un secolo fa (che non era un marxista): a uscire dalla gabbia d’acciaio, oggi digitale, del capitalismo. Perché fuori dalla gabbia c’è un mondo tutto da esplorare e da vivere.

Nell’immagine: Corinne Cléry nella parte di O nel film di Just Jaeckin (1975)


La macchina del caos o dell’ordine perfetto

Se Amazon è sempre aperta, allora via libera ad avere aperti sempre anche i negozi 

Partiamo da due notizie. La prima è l’ultima profezia di Bill Gates, del 23 maggio. In un discorso tenuto all’AI Forward 2023, evento organizzato da Goldman Sachs, Gates ha detto che l’intelligenza artificiale “trasformerà radicalmente le abitudini dei consumatori, con vaste implicazioni anche per colossi come Google e Amazon, che in futuro rischiano di diventare obsoleti”. Ed ha poi aggiunto: un assistente personale digitale – munito di intelligenza artificiale – sarà capace di anticipare i bisogni umani ed effettuare compiti che gli utenti potrebbero non aver tempo di svolgere, quali leggere, fare shopping e condurre ricerche online. 

Facciamo attenzione alle parole: assistente personale, cioè qualcosa che ci aiuta; quindi, che deve essere accolto a braccia aperte, a prescindere in quanto anticipa i bisogni umani dandoci cioè le risposte ancora prima di avere fatto le domande, ecco noi, questa, la chiamiamo alienazione, perché è la negazione totale del pensiero e della consapevolezza. E ancora: uno strumento che sa svolgere compiti che gli umani potrebbero non avere il tempo di compiere, come leggere: ma leggere non è la premessa necessaria per pensare, conoscere, ragionare? Se viene invece fatto dall’i.a. questo non ci priva appunto della capacità e della possibilità di pensare, cioè conoscere, cioè essere consapevoli della realtà? 

Con l’IA non perdiamo inoltre tutta la creatività e l’immaginazione che dovrebbe essere invece legata a quell’uomo che si dice sapiens ma che se perde la sapienza, cioè leggere, conoscere e capire e poi decidere saggiamente, diventa invece sempre più macchinico/algoritmico cioè stupido e appunto alienato da se stesso ed espropriato di se stesso quanto più delega tutta la sua vita a una cosiddetta intelligenza artificiale, che standardizza per sua essenza il pensiero e i comportamenti sulla base di algoritmi oggi predittivi? 

In realtà standardizzare e modellare/etero-normare e pianificare e prevedere i nostri comportamenti è pratica antica del capitalismo, a questo sono serviti e servono il management, il marketing/pubblicità e oggi le retoriche del digitale e dell’intelligenza artificiale, perché il sogno del capitalismo e della tecnologia è quello di evitarci quel tempo morto (morto perché non produce profitto privato per il capitale) che si chiama pensiero e riflessione.

Seconda notizia. Per l’ennesima volta, Mark Zuckerberg, padrone di Meta, è stato multato. Questa volta – e per la cifra record di 1,2 miliardi di euro – da parte dell’Autorità garante della privacy dell’Irlanda, che ha colpito Facebook per violazione delle legge europea sulla riservatezza dei dati. E per l’ennesima volta Zuckerberg ha fatto ricorso in appello ed ha promesso: non lo faccio più! In realtà è probabile, se non certo che violerà ancora le normative europee sul trattamento dei dati (e non solo quelle), che ci spierà sempre di più perché è vorace di dati e senza i nostri dati non fa profitti per sé, rivendendoli al miglior compratore sulla piazza. 

E queste due notizie ci riportano nuovamente al tema del conflitto – sempre nuovo, ma sempre antico –  tra libertà individuale (di cui la privacy è elemento fondativo) e capitalismo (e apparati tecnici) oggi diventato digitale/intelligenza artificiale; e tra democrazia e capitalisti/capitalismo ora appunto digitale. Sul primo punto, abbiamo una meritoria giustizia che cerca di arginare appunto la criminalità seriale e compulsiva delle oligarchie tecno-capitaliste, ma è sempre, ovviamente, un intervento ex post. Sulla seconda questione, torniamo a dire che non è ammissibile – e non dovrebbe essere tollerato in alcun modo , soprattutto se la tecnologia è sempre più pervasiva e invasiva – che l’innovazione/i.a. e le imprese private che la promuovono nel far west digitale che hanno imposto e che chiamano libero mercato (con la complicità di troppi governi, anche democratici), possano fare il bello e il cattivo tempo, a loro discrezione e senza chiedere il permesso alla democrazia, cioè a noi (demos) che siamo (dovremmo essere) il vero potere sovrano (crazia). 

Non è cioè ammissibile che siano delle imprese private a governare il mondo e la nostra vita, noi solo dovendoci adattare a ciò che queste imprese hanno deciso per noi. Non si tratta di avere paura dell’innovazione – che comunque dovrebbe essere attuata secondo principi di responsabilità verso le future generazioni e di precauzione per i suoi effetti diretti o collaterali; si tratta di definire chi decide cosa e come. Perché se l’intelligenza artificiale è quella profetizzata da Bill Gates e realizzata da imprese private, allora siamo totalmente al di fuori, anzi contro ogni principio democratico e di libertà.

Forse ci può aiutare a comprendere questa realtà, La macchina del caos, libro di Max Fisher, giornalista del New York Times e appena pubblicato da Linkiesta Books. Dove Fisher racconta di “come le piattaforme social offerte da Facebook, da Twitter, da YouTube e dagli altri giganti della Silicon Valley, oltre ad aver regalato al mondo tutti quei benefici tanto sbandierati da Mark Zuckerberg e dagli altri profeti della rivoluzione tecnologica, abbiano anche devastato prima i nostri comportamenti privati e poi la vita pubblica di tutti i Paesi del mondo, democratici e non”. Le conseguenze “sono state però oscurate da un’ideologia – secondo cui più tempo passato online avrebbe creato anime più felici e libere – e da quel particolare tipo di capitalismo della Silicon Valley che consente che una sottocultura ingegneristica [apparentemente] anticonformista, impudente e quasi millenarista gestisca aziende che tengono avvinte le nostre menti”. E posto che “i colossi dei social media hanno pochi incentivi ad affrontare il costo umano dei loro imperi (un costo sostenuto da tutti gli altri, come nel caso di una città che si trovi a valle di una fabbrica che pompa fanghi tossici nelle acque che usano tutti)”, allora spetta a noi dirgli di smettere di inquinare la nostra mente. 

Difficile farlo, perché il loro obiettivo sembra essere proprio quello di arrivare a una società totalmente automatizzata e organizzata matematicamente (e capitalisticamente) – cioè la loro non è quindi una macchina del caos, ma una macchina per la costruzione progressiva e pianificata di un ordine macchinico/algoritmico perfetto, ma quindi anti-democratico e totalmente illiberale. Difficile dirgli di smettere.  A meno che noi si esca dall’infantile feticismo per la tecnologia e da una visione solo idilliaca delle macchine.

Nell’immagine: Matthew Day Jackson, The Way We Were (2010)


Resilienza? No, grazie!

Se Amazon è sempre aperta, allora via libera ad avere aperti sempre anche i negozi 

Bologna come Venezia, con l’acqua alta. L’Emilia-Romagna allagata, con morti e feriti e danni immensi. È l’ultimo evento climatico drammatico offerto dalla cronaca, effetto della crisi ambientale acceleratasi negli ultimi decenni ma antica quanto la rivoluzione industriale e di quello che chiamiamo tecno-capitalismo, irresponsabile ambientalmente e socialmente per sua essenza, tendenza e vocazione essendo finalizzato alla crescita quantitativa illimitata (produrre e far consumare sempre di più, a questo servono il management e il marketing, rimuovendo ogni concetto di limite), e non certo allo sviluppo qualitativo e sostenibile (troppo lento nel produrre profitto), sfruttando quanto più è possibile la terra e le società e l’uomo.

Dovrebbe essere infatti evidente a tutti che la causa prima della crisi climatica è il capitalismo con la sua irrazionalità strumentale / calcolante-industriale. Strumentale – cioè finalizzata – alla massimizzazione del profitto privato; calcolante perché si basa sulla matematizzazione della vita e su un mero rapporto tra costi e benefici, facendoci credere che l’efficienza così ottenibile sia sempre esatta (oggi gli algoritmi e l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione del mondo) e quindi anche buona e giusta e razionale; industriale perché tutta la nostra vita è industrializzata, cioè organizzata, comandata e sorvegliata dal sistema secondo il modello dell’industria (dalla produzione al consumo, dalla scuola alla cultura, dall’informazione all’intrattenimento), perché noi si produca e si consumi appunto sempre di più. 

Ma questa razionalità tecno-capitalista è invece del tutto irrazionale in termini sociali e ambientali – dovrebbe essere evidente – appunto avendo prodotto la crisi ambientale che era presente già negli anni Settanta (e qualcuno ricorderà il Rapporto del MIT al Club di Roma intitolato I limiti della crescita) e oggi climatica, per un evidente rapporto/relazione di causa ed effetto, che nasce appunto con l’inizio della rivoluzione industriale ma che esplode con i consumi di massa del Novecento. 

Questa irrazionalità è dimostrata da pochi e semplici dati: nel mondo vi erano, nel 1937, 2,3 miliardi di persone, con la CO2 nell’atmosfera a 280 parti per milione e gli spazi di natura incontaminata erano il 66% del totale; nel 1997 la popolazione mondiale era salita a 5,9 miliardi di persone, con la CO2 arrivata a 360 parti per milione e la natura incontaminata scesa al 46%; mentre  nel 2022 la popolazione mondiale è arrivata a 8 miliardi di persone, la CO2 nell’atmosfera è aumentata ancora a 415 parti per milione e la natura incontaminata si era ridotta ulteriormente al 35%. 

Serve aggiungere altro? No, se non ricordare che dopo gli allarmi ambientali degli anni Settanta il sistema tecno-capitalista è stato abilissimo a farci dimenticare ecologia, limite, responsabilità verso le future generazioni e socialità (uguaglianza e fraternità), prima con l’edonismo consumistico e le televisioni commerciali degli anni Ottanta, poi con le tecnologie di rete che promettevano, negli anni Novanta, una nuova era di crescita infinita, il tutto condito con l’individualismo egoistico del neoliberalismo.

Ad accompagnare i disastri in Emilia-Romagna è arrivato anche l’avvertimento lanciato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), che fa parte dell’Onu. Le cui proiezioni scientifiche ci dicono – con una probabilità del 66% – che le temperature globali arriveranno a superare di 1,5 gradi i livelli pre-industriali  (e 1,5 gradi era il limite da non superare indicato dagli Accordi sul clima di Parigi del 2015) in almeno un anno dei prossimi cinque. Il Wmo prevede infatti che la temperatura globale media per ciascun anno fra il 2023 e il 2027 sarà fra 1,1 e 1,8 gradi sopra i valori medi del periodo 1850-1900. Ovvero il riscaldamento climatico sta accelerando.

E allora, cosa ha inventato il sistema per garantirsi la propria riproducibilità, per non mettersi davvero in discussione? La resilienza. Che è nei fatti la stessa cosa di adattamento, ma ha un suono molto più accattivante, quasi soffice e soprattutto – sempre nella logica socialmente e ambientalmente devastatrice del neoliberalismo – individualista, perché vuole attivare l’individuo ad essere psicologicamente resiliente ma individualmente, evitando ogni pericolosa (per il sistema) resistenza e ogni azione collettiva. Spingerci alla resilienza significa allora che dobbiamo accettare il cambiamento climatico come un dato di fatto, che si può forse attenuare ma certamente non rovesciare, perché farlo significherebbe rivoluzionare o almeno riformare profondamente il sistema che lo produce. 

La parola resilienza – e l’insistere su di essa, ormai la troviamo ovunque, come la pubblicità – è cioè funzionale non alla soluzione della crisi climatica e ambientale e sociale – ipotesi del tutto aliena dal tecno-capitalismo e dalla razionalità strumentale / calcolante-industriale – non a una vera transizione ecologica (dove persino il nucleare viene proposto come green), ma a permettere un nuovo, ennesimo resettaggio trasformistico del capitalismo. O, detto diversamente e riprendendo il pensiero del tedesco Wolfgang Streeck, a far guadagnare altro tempo al tecno-capitalismo, spostando in avanti la resa dei conti (o nascondendola) con la crisi climatica. E guadagnare tempo – che per Streeck “è la traduzione dell’espressione buying time – e significa rinviare un certo evento imminente nel tentativo di evitarlo”. 

E ancora di resilienza ci parla Sarantis Thanopulos, Presidente della Società psicoanalitica italiana: “Si vive al presente continuo, di conseguenza il futuro (le sue minacce e le sue potenzialità) non esiste, dal passato non si apprende niente e il lutto (il travaglio connesso alla trasformazione) è una parola brutta. La maggioranza degli umani vive allo stato dell’indifferenza, giorno per giorno. La domanda che più rapidamente si diffonde, e determina ormai il mercato, è quella dei dispositivi di eccitazione e scarica; la creazione di una neo-realtà che aiuti a dimenticare la realtà vera, a fuggire in un mondo di fantasia pura, necessariamente autistico, autoerotico. Ciechi come talpe ci scaviamo la fossa. Questo è il mondo della resilienza”.    

Resilienza – per il tecno-capitalismo – è appunto sinonimo di adattamento. E come scriveva ormai quasi cento anni fa il neoliberale Walter Lippmann, il neoliberalismo è l’unica filosofia “che possa condurre all’adeguamento della società umana alla mutazione industriale e commerciale fondata sulla divisione del lavoro”; che a sua volta è un dato storico [un dato di fatto, da accettare, come oggi il riscaldamento climatico] che non può essere modificato; compito del neoliberalismo è modificare l’uomo, adattandolo alle esigenze della produzione e di un capitalismo che deve diventare “un nuovo sistema di vita per l’intera umanità”; ovvero l’ambiente sociale e il sistema capitalistico devono sempre tendere a formare tra loro un tutto armonico: questa è appunto la pianificazione tecno-capitalista della nostra way of life, al cui confronto i piani quinquennali sovietici erano davvero poca cosa. 

E invece di ribellarci ci facciamo oggi resilienti, cioè ci adattiamo ancora una volta alle esigenze del capitale (e del tecno-capitale). Dovremmo indignarci e ribellarci contro la causa che determina la crisi climatica e invece gli elettorati del mondo, Svizzera compresa, votano sempre più per quelle destre populiste, sovraniste e negazioniste e comunque neoliberali/capitaliste che sono la continuazione del capitalismo con altre forme e altri mezzi politici. Mentre le sinistre sono ormai del tutto incapaci di vedere le leggi di tendenza del capitale e di fare quindi un ragionamento critico e poi una proposta anti-capitalista. Tutti ciechi come talpe, appunto.

Nell’immagine: nessun problema, nel metaverso non piove mai


1° Maggio con l’intelligenza artificiale

Se Amazon è sempre aperta, allora via libera ad avere aperti sempre anche i negozi 

Cosa c’entra ChatGpt – cioè l’ultima intelligenza artificiale arrivata tra noi – con il 1° Maggio, Festa del Lavoro, che si celebra oggi? C’entra, eccome se c’entra. Perché grazie alla i.a. ci riposeremo e la vita sarà tutto tempo libero e aboliremo la Festa del Lavoro? Falso, come erano false le promesse del tecno-capitalismo degli anni ’90, che promettevano appunto meno lavoro, meno fatica e più tempo libero; e invece, e ancora una volta , come dopo di allora, saremo messi a produrre sempre più dati e le macchine ci imporranno i loro tempi ciclo di lavoro per aumentare ancora la nostra produttività per il profitto di pochi, ovvero la promessa si rovescerà nel suo contrario – perché questa è l’essenza e la tendenza del tecno-capitalismo.

E l’intelligenza artificiale violerà ancora di più la nostra privacy (che era, come il lavoro, un diritto fondamentale e inalienabile dell’uomo e del cittadino, ma lo abbiamo anche questo dimenticato), perché ChatGpt è vorace dei dati della nostra vita e l’i.a. ne vorrà sempre di più e con ogni mezzo, legale e illegale fino a quando (stiamo usando Max Weber e la sua definizione del capitalismo come gabbia d’acciaio…) non avrà consumato e sfruttato l’ultimo uomo e il suo ultimo dato, mentre sta già portandoci a una società totalmente automatizzata e amministrata da algoritmi. Sì perché questa automatizzazione della vita, questo nostro delegare alle macchine e agli algoritmi/i.a. si fa ogni giorno più potente e pervasivo e insieme impercettibile proprio in conseguenza del fatto che più l’uomo conta sempre meno nel mondo che era suo (perché le macchine contano sempre di più) – e quindi  minore è la sua consapevolezza dei processi che lo coinvolgono e che sempre più ne organizzano, comandano e sorvegliano la vita – tanto più la tecnologia destruttura i corpi intermedi e la società civile (come partiti e sindacati), insieme espropriando l’uomo di ragione, di autonomia, di intelligenza e di conoscenza, impedendo ogni forma di pensiero critico e di capacità di opposizione.

Eppure – chissà – verrà forse un giorno in cui alle celebrazioni del 1° Maggio parteciperanno anche i robot, magari in prima fila e con uno striscione stampato in 3D e che, stanchi di essere sfruttati anche loro dai padroni, reclameranno riduzioni di orario, il pagamento di un giusto salario e rivendicheranno l’abolizione del capitalismo e del neoliberalismo cinico e sfruttatore, anch’essi associandosi in una nuova e comune lotta di classe che unirà uomini e intelligenza artificiale (in una nuova e inedita classe in sé ma soprattutto per sé). E forse verrà anche un tempo, in questa giornata in cui si celebra(va) nel mondo il lavoro come diritto, i lavoratori e le lavoratrici si ribelleranno all’essere considerati da capitale e politica come un mero fattore di produzione, come utilitaristico capitale umano, come risorsa umana da sfruttare e come merci tendenzialmente low cost – e torneranno a pretendere di essere considerati/e come persone/esseri umani. Sarebbe una autentica rivoluzione culturale e antropologica…

E verrà quindi finalmente – immaginare non è ancora vietato – il tempo in cui la guerra di classe del capitale contro il lavoro (e contro la biosfera) – iniziata alla fine degli anni ’70 del secolo scorso con la vittoria dei neoliberisti Margaret Thatcher e Ronald Reagan e poi tracimata nel mondo intero, con la complicità di troppe sinistre – si rovescerà nel suo opposto. E verrà quindi il tempo in cui le persone che lavorano e consumano troveranno la forza per cercare di riportare sulla terra qualcosa che oggi sembra evaporata, la giustizia sociale, a cui oggi dobbiamo aggiungere la giustizia ambientale, climatica e intergenerazionale.

Forse verrà questo tempo. Perché il paradosso di questi ultimi quarant’anni è invece dato dal fatto che quella che un tempo era la classe operaia e che era la sinistra – che inizialmente volevano un mondo diverso e migliore – si sono fatte sussumere dalla forma/norma di vita (dis)umana del tecno-capitale e hanno così peggiorato la loro condizione di ex-classe operaia (e di partiti di sinistra) con molti dei componenti di questa ex-classe operaia che oggi votano per partiti di centro se non di destra, per sovranisti e populisti se non per post-fascisti, che tuttavia non sono altro che la continuazione del neoliberalismo/capitalismo e della guerra del capitale contro il lavoro e contro le persone (e contro la biosfera e le future generazioni), con altri mezzi. Tutti illusi di poter diventare, da operai sfruttati, liberi imprenditori di se stessi.

Intanto, ChatGpt è tornata ad essere disponibile per gli utenti italiani. Il Garante della Privacy – che l’aveva bloccata per violazione della privacy – ha riconosciuto i passi in avanti fatti da OpenAI, la società californiana che sta dietro a questo chatbot e che avrebbe introdotto misure per rispettare la normativa europea sulla privacy. Normativa che quindi prima deliberatamente non rispettava, a dimostrazione di come il conflitto tra capitale e diritti dell’uomo sia cronico, strutturale e ormai tri-secolare. Sempre sperando che le promesse di OpenAI non siano come quelle di Mark Zuckerberg, noto per il suo giurare “non lo faccio più!” ogni volta che viene scoperto con le mani nella marmellata, quando cioè svita il coperchio del barattolo della nostra privacy e si appropria dei nostri dati personali per venderli al miglior offerente, perché possa inondarci di messaggi pubblicitari o alterare i risultati elettorali anche delle democrazie (caso Cambridge-Analytica). 

E tutto questo senza dimenticare che quello che doveva essere il nuovo capitalismo ipertecnologico della Silicon Valley – magnificato dai suoi retori/intellettuali organici in servizio permanente effettivo come caratterizzato da nuovi lavori, da conoscenza, intelligenza creativa e intelligenza artificiale, digitalizzazione, crescita economica infinita, innovazione che non si deve e non si può fermare, eccetera eccetera – si dimostra essere come o peggio del vecchio capitalismo (che almeno non si vantava di essere intelligente), licenziando migliaia di lavoratori nelle ultime settimane, nel silenzio quasi generale dei mass media e della politica, come se fosse un fatto ineluttabile e normale e non il perverso esito di un capitalismo di mera pirateria e di spiriti peggio che animali (e stiamo pensando anche al Credit Suisse). 

Dovremmo dirgli di smettere. E dovremmo ripensare a un grande imprenditore come Adriano Olivetti, umanista e innovatore che aveva fatto suo l’imperativo del padre Camillo, per cui: “Tu puoi fare qualunque cosa tranne licenziare qualcuno per motivo dell’introduzione di nuovi metodi, perché la disoccupazione involontaria è il male più terribile che affligge la classe operaia”. E si domandava: “si trovano, i fini dell’industria, solo nell’indice dei profitti?” E la sua risposta era un secco e convintissimo no. Lezione da meditare…

E allora, in questo 1° Maggio 2023, ancora più necessario diventa il ruolo del sindacato, cioè l’unione/associazione di molti deboli (sempre più deboli quanto più sono divisi e isolati e destrutturati dal capitale e dalle nuove tecnologie), per contrastare il potere non solo delle imprese (e non solo di quelle troppo grandi per fallire), ma anche di tecnologie come ChatGpt, che ci alienano non solo dalla proprietà dei mezzi di produzione e connessione e dal prodotto del nostro lavoro, ma anche da noi stessi – perché se abbiamo bisogno dell’i.a. per scrivere un testo, allora siamo messi davvero molto male, cioè tanto ignoranti e tanto alienati da non sapere più formulare un pensiero che sia nostro.

Nell’immagine: un fotogramma dal film “L’uomo bicentenario”, tratto dall’omonimo racconto di Isaac Asimov. Andrew : “Come robot avrei potuto vivere per sempre, ma dico a tutti voi oggi, che preferisco morire come uomo, che vivere per tutta l’eternità come macchina.”


Il capitalismo? Come l’Uroboro, che si mangia la coda

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L’uroboro: per gli antichi egizi era un animale simbolico a forma di serpente che si morde o inghiotte la propria coda, realizzando la figura di un cerchio e così significando qualcosa di infinito, di eterno come il cosmo. Nancy Fraser – che insegna Politica e Filosofia alla New School for Social Research di New York ed è figura di spicco della sinistra americana e internazionale – lo applica al capitalismo, altrettanto cannibale e con l’ambizione di essere altrettanto eterno (la sua pedagogia, che ormai ci ha totalmente formattato è: non ci sono alternative! – oppure: non avrai altro dio e altra religione che il capitalismo), nonostante i peccati mortiferi e mortali di cui impunemente si macchia (crisi climatica e sociale). 

Capitalismo cannibale è dunque il titolo dell’ultimo saggio di Nancy Fraser pubblicato in italiano da Laterza. Sottotitolo: Come il sistema sta divorando la democrazia, il nostro senso di comunità e il pianeta. Sì, perché il capitalismo è cannibale e cannibalizza ogni cosa che possa produrre profitto privato, compresa la crisi sociale e la crisi climatica. È frenetico e compulsivo, vive di crisi che produce e incessantemente riproduce per propria essenza, ma chiama tutto questo libertà di mercato (mentre la toglie a noi cittadini) anche quando il mercato è governato da oligopoli sempre più grandi e globali (la Silicon Valley, ma pensiamo anche alla finanza, al Big Pharma, all’agro-business), oppure distruzione creatrice e oggi disruption, oppure mano invisibile – mentre in realtà è tutto finalizzato solo alla valorizzazione capitalistica della vita umana e naturale e alla trasformazione della società in mercato e di noi in merci o in capitale umano o in dati per il Big Data.  

Tutto questo ottenuto con lo sfruttamento e l’espropriazione (termini più volte usati da Fraser) di ricchezze e di popolazioni, con la colonizzazione non solo di territori fisici ma anche di quelli psichici e degli immaginari collettivi, con la produzione e l’estrazione di valore oggi appunto anche dalla vita (e non più solo dal lavoro salariato) delle persone, con l’ incremento continuo del nostro pluslavoro fino al lavoro quasi-gratuito, con la digitalizzazione della vita, con guerre mondiali per frammenti tra sistemi capitalistici per spartirsi le risorse naturali e quelle produttive/consumative e molto altro ancora – salvo poi chiedere aiuto allo Stato quando è in difficoltà e l’ha fatta troppo grossa (vedi Credit Suisse).

Perché il capitalismo – la cosa è nota da tempo, ma fa bene Nancy Fraser a ricordarcelo – non è solo un sistema economico, ma è un ordine sociale (le forme e le norme di funzionamento  del capitalismo sono diventate le forme e le norme di vita e di comportamento della società capitalistica, in realtà, aggiungiamo, secondo il piano del capitale), un ordine che di fatto legittima e quindi autorizza il principio dell’accumulazione privata – scrive Fraser – a favore dei soli investitori e proprietari. E come l’uroboro, il capitalismo – la società capitalista, cioè tutti noi – è pronto a divorare la sua stessa sostanza, replicando però così la propria eternità e immodificabilità. Ed è a questo capitalismo, scrive Fraser, che dobbiamo la nostra crisi attuale. Ma il capitalismo ha anche prodotto – dominato com’è da una logica dell’accrescimento e dell’espansione illimitata di sé e da “una tendenza intrinseca all’auto-destabilizzazione” – la crisi della democrazia, però allo stesso tempo (aggiungiamo ancora) producendo ciò che, come i populismi e i nazionalismi/sovranismi, comunque neoliberali, ne permettono la continuazione e la riproduzione con altri mezzi.

Libro ricchissimo di spunti, questo di Nancy Fraser, condivisibile in molte parti, in altre meno – come quando scrive di non vedere “una sempre maggiore mercificazione della vita in quanto tale”, esistendo per Fraser “una parte considerevole di attività e di beni al di fuori della sfera del mercato” – per noi sempre e comunque marginali rispetto alla tendenza predominante/egemone del capitalismo di estrarre profitto da tutto ciò che può essere valorizzato o espropriato (vita compresa) in termini di valore di scambio; o quando scrive che il capitalismo – di cui distingue le fasi mercantile, liberal-coloniale, monopolistica, liberista e globalizzante – “è un ordine sociale istituzionalizzato” ma con “una divisione strutturale tra sistema politico ed economia” e tra produzione economica e riproduzione sociale, che noi invece non vediamo perché questa divisione non esiste più da tempo, struttura e sovrastruttura essendo ormai una cosa sola e reciprocamente funzionali; o quando Fraser immagina un certo ruolo del mercato in una società socialista. Ci limitiamo allora a richiamare qui solo alcuni spunti sul conflitto natura/capitalismo.

Scrive Nancy Fraser: “Dire che il capitalismo produce il cambiamento climatico in modo non accidentale non significa affermare che le crisi ecologiche si verificano solo nelle società capitaliste. […] Ciò che è unico, tuttavia, è il carattere strutturale del legame tra società capitalista e crisi ecologica” – “una relazione cannibale, estrattiva, che consuma sempre più ricchezza biofisica per accumulare sempre più valore, trascurando le esternalità ecologiche”. Per cui “le società capitaliste conferiscono il potere di gestire le nostre relazioni con la natura a una classe fortemente motivata a distruggerla”. Un paradosso? Sì, ma è la nostra schizofrenia di massa appunto formattata dal sistema per i suoi scopi, per cui ci preoccupiamo della crisi climatica e sociale, ma lasciamo che a gestirla – meglio: a non risolverla – sia il sistema che strutturalmente le produce. 

Evidente è allora la necessità di costruire una controegemonia “che possa orientare un progetto [ecosociale, ecosocialista] di trasformazione largamente condiviso”, “evitando un riduttivo ecologismo” ed affrontando invece “tutti i principali fattori, interconnessi, della crisi attuale, sia ambientali che non ambientali”. Una controegemonia per costruire un diverso senso comune, che non può che essere – “che dovrebbe essere”, scrive Fraser – anticapitalista. E quindi il socialismo, continua Fraser, dovrebbe ad esempio (ma l’elenco è più lungo) “porre la cura e la formazione delle persone, la salvaguardia della natura e l’autogoverno democratico come le priorità più alte della società, a scapito dell’efficienza e della crescita […] garantendo la sostenibilità di tutte quelle condizioni della produzione che il capitalismo ha così cinicamente distrutto. […] In pratica il socialismo deve mettere in primo piano le questioni che il capitale relega sullo sfondo”.

Tutto interessante e da meditare. Peccato che poi Nancy Fraser – ma è il problema di (quasi) tutti i marxismi del passato e delle sinistre di oggi, anch’esse positiviste e industrialiste – non dedichi neppure una riga al tema della tecnica e della tecnologia. Dimenticando che oggi anche il digitale/intelligenza artificiale è capitalista, che è anzi capitalismo all’ennesima potenza; che quindi non si può criticare il capitalismo se non si critica quella che noi chiamiamo (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale e che è la premessa del capitalismo ma anche della tecnologia, anch’essa (se non governata democraticamente e responsabilmente secondo una razionalità diversa), strutturalmente destabilizzante e disruptiva. Perché le crisi della democrazia, del lavoro, lo sfruttamento di uomo e ambiente e la crisi climatica non dipendono solo dal capitalismo, ma anche dall’uso che il capitale fa della tecnologia e dell’uso che scienza e tecnica fanno del capitale per accrescere il proprio potere. Perché uroboro è anche il sistema tecnico.

Nell’immagine: una delle infinite interpretazioni dell’Uroboro


Salvare Israele da se stesso

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Cosa ti sta accadendo, Israele? Cosa vi sta accadendo, cari amici ebrei? Perché stai rinnegando la tua storia? Perché state rinnegando la vostra intelligenza e sapienza? Negli archivi dell’Ambasciata di Israele a Roma probabilmente sono ancora conservati alcuni dei miei giovanili telegrammi (allora non c’erano e-mail e social) di solidarietà a Israele dopo atti di terrorismo contro di te e contro gli ebrei. Di cui oggi mi fai/fate vergognare.

Come è infatti possibile che tu, Israele, figlio dell’Olocausto, figlio del sionismo socialista, tu che avevi immaginato forme nuove di economia e di socialità/solidarietà, tu popolo ebraico di cui tutti siamo debitori in politica, filosofia, letteratura, psicologia, per tacere del resto; come è possibile che tu ora (in realtà è un work in regress che dura da anni/decenni), sia stato catturato – e sia diventata la tua cinica way of life profonda e ormai compulsiva – dal colonialismo (sei rimasta forse l’unica nazione dichiaratamente colonialista – molte altre lo sono, ma almeno senza dirlo esplicitamente), dal razzismo, dall’integralismo religioso più becero e barbarico; come è possibile che tu sia diventato ormai strutturalmente incapace di pensare la pace, quasi che la tua unica forma di vita possibile sia appunto quella della guerra sempre e comunque, per cui devi produrre e riprodurre il nemico per legittimarti nel modo storicamente più osceno che possa esserci? Come è possibile che tu stia scivolando in un narcisistico cupio dissolvi, negandoti intelligenza e consapevolezza e soprattutto visione del futuro? Come è possibile che tu – figlio della nostra barbarie novecentesca – stia praticando la barbarie delle tue colonie e dei tuoi coloni e della tua polizia/esercito contro i palestinesi? Come è possibile che tu stia abbandonando – per altro con voto democratico! – i fondamenti della stessa democrazia (penso alla riforma della giustizia) e ti stia inabissando nella democratura se non nel totalitarismo fascio-religioso?

Come possiamo provare a salvarti da te stesso, Israele? Provo a farlo riprendendo e rileggendoti,
sperando ti aiuti a riflettere, una vecchia poesia ‘politica/civile/indignata’ degli anni Ottanta di David Maria Turoldo (1916-1992), teologo, sacerdote ma anche inquieto e problematico uomo di chiesa, poeta da me amatissimo e che torno a rileggere quando ho bisogno – io laico e non credente – di uno sguardo altro per cercare di capire il mondo. Il titolo è Perdonami se ora – titolo
che faccio mio, scusandomi con Turoldo, ma che bene esprime il mio senso ugualmente smarrito e insieme inquieto e indignato nei tuoi confronti, Israele, per la tua politica verso i palestinesi e che mi sono altrettanto amici degli ebrei – poesia che era contenuta ne Il Grande Male, uscito per Mondadori nel 1988.

Perdonami se ora vien meno l’amore
d’un tempo, e tentazione mi assale
di sdegnato ripudio, Israele.

Un serpente giallo, – son certo, –
ti percorre le viscere, il serpe
di un odio che è solo tuo,
di come a te solo è dato odiare.

Orgoglio, non più
elezione divina fa
che tu sia
questo infelice Israele,
per prodigio sopravvissuto
al genocidio.

Ora di un genocidio tu
artefice,
con perversa passione e fame
–  prima che di morte  –
di umiliare fratelli, di te
in questa causa più degni.

Son fratelli tuoi, soli,
senza aiuto di alcuno
senza che un solo paese li accolga.
Sono essi e non tu
il Servo nuovo di Jahvè:
il povero e nudo e forte
Cristo che si avvicenda
nel patire del mondo.

[…]

Invece i tuoi soldati ora pare di scorgere
tutti con gli stessi occhi azzurri
che avevano i tuoi assassini…
(Di te, America, che dire?
come crederti ancora?)

Ma tu, feddayn,
pure se da Storia
mai nulla s’impara,
almeno tu non vendicarti.

Tu non odierai!
Mai più si ripeta
quanto i nostri occhi hanno visto,
mai più,
neppure per questo Israele:
i più antichi fratelli
per i quali il mondo intero ha pianto.

Sento che ancora dobbiamo lottare
per te e salvarti, Israele!

Nell’immagine: torre di guardia israeliana sul West Bank Wall a Betlemme


E Marx era forse un ecologista?

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Ecosocialismo? Marx a favore della decrescita? A cercare un Marx ecologista ci stanno provando in molti. Tra gli ultimi, il giapponese Kohei Saito.

Secondo Saito, Marx, negli ultimi vent’anni della sua vita si sarebbe avvicinato progressivamente al tema ambientale, analizzando in particolare la riduzione della fertilità dei terreni agricoli seguita all’avvento dell’agricoltura capitalistica. L’interpretazione di Saito si baserebbe sugli appunti di scienze naturali di Marx degli anni Sessanta e Settanta dell’800 (ricordiamo che Marx muore il 14 marzo 1883 e quest’anno sono passati giusto 140 anni), nei quali Marx sarebbe giunto a considerare le crisi ecologiche “come la contraddizione fondamentale del modo di produzione capitalistico, abbandonando la sua precedente valutazione ottimistica del potenziale emancipatorio del capitalismo” – criticata da molti “per i suoi ingenui presupposti tecnocratici”. 

Una lettura attenta dei suoi quaderni, secondo Saito rivelerebbe infatti che Marx “in realtà non concepisse una visione utopica del futuro socialista basata sull’aumento infinito delle forze produttive e sulla libera manipolazione della natura. Al contrario, riconobbe seriamente i limiti naturali, trattando il complesso e intenso rapporto tra capitale e natura come una contraddizione [appunto] centrale del capitalismo. […] Arrivando anzi a prevedere [la necessità di] una regolazione consapevole e sostenibile del metabolismo fra uomo e natura come compito essenziale del socialismo”. E sarebbe dunque qui, per Saito, “il punto d’intersezione tra il progetto ‘rosso’ e quello ‘verde’ nel XXI secolo, sul quale la teoria di Marx ha ancora molto da offrire”. 

Se la tesi di Saito fosse corretta, la cosa sarebbe decisamente interessante e foriera di nuovi sviluppi – pensiamo a un dopo dell’alleanza elettorale tra socialisti e verdi. Ma aspettiamo di leggere meglio i quaderni di Marx, perché – al di là di Saito – il marxismo post-Marx è sempre stato storicamente, politicamente e filosoficamente industrialista, positivista e prometeico e quindi scoprire un Marx ecologista (senza dimenticare gli accenni di Engels al tema) comporta una conseguente ma non facile rielaborazione profondissima (un quasi totale rovesciamento) del pensiero socialista. Perché Marx era figlio appunto di quel positivismo che diventa egemone dalla prima metà dell’Ottocento (e che permane ancora più egemone oggi), soprattutto con Saint-Simon e Comte. E Saint-Simon divideva il mondo e la società in industriali e oziosi, immaginando poi una società virtuosa governata da scienziati e da industriali (e sembra – anzi è – la realtà di oggi, con la sua capitale istituzionale nella Silicon Valley), cioè con scienza e tecnica come motori e insieme organizzatori dell’intera società. Mentre Comte scriveva che società, società industriale e industria sono sinonimi. 

Industria e cioè: fabbrica. Arrivando all’idea (per noi perversa, se non sadomasochistica e disumana) di una società socialista costruita appunto come una sola immensa fabbrica secondo Antonio Gramsci, una società-fabbrica “organizzata con la stessa precisione, lo stesso metodo, lo stesso ordine che egli [il proletario] verifica essere vitale nella fabbrica dove lavora”; senza dimenticare che già Marx aveva definito il socialismo come la fabbrica meno il capitalismo. 

Ma la fabbrica è in realtà la sublimazione del tecno-capitalismo e del suo positivismo; è l’applicazione concreta di quella (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale che è la causa prima della crisi ambientale e climatica (oltre che sociale) di oggi. Per cui, appunto, se davvero può e deve essere pensato e costruito un ecosocialismo, prima occorre che la sinistra esca da questa irrazionalità compulsiva positivista, industrialista e capitalista, che guarda alla crescita e non allo sviluppo. Perché – come sosteneva quella grandissima filosofa che è stata Simone Weil (1909-1943) – non è la proprietà privata dei mezzi di produzione ad essere la causa dell’oppressione sociale e dello sfruttamento dell’uomo (e della natura, aggiungiamo), ma la fabbrica e la religione delle forze produttive (produrre e consumare sempre di più), “di cui Marx ha subìto, suo malgrado, l’influsso”. 

A sua volta lo storico Bruno Settis ricorda che “nei suoi racconti, Ilya Ehrenburg aveva dipinto ritratti impietosi di manager sovietici così americanizzati da mettere in dubbio la loro dedizione al comunismo. Esaltavano Ford, guidavano le sue auto, ma si giustificavano: naturalmente, noi dobbiamo dargli tutt’altro contenuto, ma dovremmo acquisirne la tecnica”. Ovvero e appunto, come aveva ben visto Simone Weil, la fabbrica – come organizzazione, comando e sorveglianza, come forma e norma dell’essenza della (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale diventata oggi la nostra unica way of life – prescinde dal sistema politico, producendo un taylorismo comunista, come oggi cinese, come oggi nel capitalismo della sorveglianza.

E quindi, sembra del tutto insufficiente concentrarsi solo nella critica del capitalismo (ammesso che qualcuno ancora lo faccia), ma occorre farlo soprattutto sulla tecnica, sul tecno-capitalismo, altro nome della (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale. Il marxismo si è sempre invece concentrato sul capitalismo, immaginandone appunto il superamento grazie anche allo sviluppo tecnologico, cadendo così in una evidente contraddizione in termini. Perché invece – come scriveva un socialista atipico come l’italiano Raniero Panzieri (1921-1964) – “lo sviluppo capitalistico della tecnologia comporta, attraverso le diverse fasi della razionalizzazione, forme sempre più raffinate di integrazione [di uomini e macchine] e un aumento crescente del controllo capitalistico […] Ma invece di vedere e capire questi processi di razionalizzazione crescente del capitalismo attraverso le macchine [e oggi siamo a una nuova fase di razionalizzazione capitalistica, detta digitale] essi vengono completamente ignorati a vantaggio – anche da parte della sinistra e del sindacato – di una rappresentazione tecnologico-idilliaca del processo tecnico”. Dove Panzieri sbagliava era però nel credere che un uso socialista della tecnica potesse cambiare le cose. Perché la tecnica è sì la stessa razionalità irrazionale del capitalismo, ma ha una sua essenza specifica (funzionale al capitale, ma non solo) e per sua essenza mai libererà davvero l’uomo dalla fatica e sempre più trasformerà (ma per il capitalismo!) la società in una immensa fabbrica. E per avere invece un ecosocialismo, ma anche un tecnosocialismo, bisognerebbe prima rottamare l’irrazionalità della ragione strumentale/calcolante-industriale che pre-domina su capitalismo e marxismo da due secoli ad oggi.

Perché è il modello della fabbrica ad essere in conflitto strutturale e sovrastrutturale con la biosfera – e le sinistre dovrebbero rileggere un grande intellettuale di sinistra come è stato Claudio Napoleoni o ripensare all’austerità di Enrico Berlinguer, tutta diversa da quella neoliberale – e con la democrazia e con la libertà. E oggi arriviamo al paradosso per cui sono dei capitalisti come Elon Musk a lanciare un appello per chiedere una pausa nello sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale sempre più pericolosi – e non le sinistre del mondo, come invece dovrebbe essere. Sinistre ancora purtroppo catturate da una visione tecnologico-idilliaca del processo tecnico – con alcune eccezioni  interessanti, come la Cgil italiana e la sua ricerca, oggi, di un diverso modello di sviluppo – ingenuamente credendo che le macchine di oggi siano come le macchine del tempo di Marx; o che il progresso tecnico non si possa e non si debba fermare – e che invece si deve fermare se minaccia, come sta accadendo da tempo ma a nostra insaputa, biosfera, democrazia e libertà. Perché non si tratta di fermare il progresso, ma di costruirne uno diverso.


Se il clima fosse una banca

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“Se il clima fosse una grande banca, il Governo l’avrebbe già salvata da tempo”, ha detto Balthasar Glättli – riferendosi al crollo di Credit Suisse – all’Assemblea dei Verdi. E meglio non si poteva sintetizzare il conflitto tra capitale e biosfera. Che riprendiamo chiedendoci: transizione digitale o transizione ecologica? La prima – la digitalizzazione del mondo, del lavoro e della vita – è necessaria alla transizione ecologica e alla soluzione della crisi climatica? Molti – soprattutto il capitale e l’industria e la finanza e i mass media mainstream – dicono ovviamente di sì. Ma è davvero così, oppure anche la digitalizzazione del mondo è in conflitto con l’uscita dalla crisi climatica, anzi ne è una delle cause, dirette e indirette? Proviamo a guardare ai processi, senza lasciarci affascinare dalla propaganda del capitale e dell’industria.

Domanda preliminare e fondamentale: da cosa nasce la crisi climatica? Nasce da tre secoli di rivoluzione industriale e di capitalismo sfrenato e sfruttatore di uomo e biosfera. Perché il capitalismo – il tecno-capitalismo, come preferiamo chiamarlo – si basa su questi elementi strutturali e oggi anche sovrastrutturali: massimizzazione del profitto privato/plusvalore e concorrenza spietata; divisione e poi totalizzazione del lavoro mediante dei mezzi tecnici di connessione (i veri mezzi di produzione), ieri la catena di montaggio e oggi il digitale; sfruttamento del lavoro umano, infinita ricerca di maggiore produttività ed estrazione crescente di pluslavoro (cioè lavoro non retribuito, lavoro gratuito, eccetera); delocalizzazioni produttive ed esternalizzazione del lavoro (grazie al digitale…) e competizione sui costi; sfruttamento massimo delle risorse naturali via colonialismo di stato e di impresa, dal carbone al petrolio, oggi terre rare, litio, agrobusiness, deforestazione; impoverimento di massa e crescenti disuguaglianze, con ricchi sempre più ricchi; imperativo categorico di consumare sempre di più per sostenere la produzione e i profitti privati conseguenti e quindi marketing come organizzazione scientifica del lavoro di consumo e management come organizzazione scientifica del lavoro di produzione; privatizzazione della natura/biosfera (della Terra), ceduta a imprese private che hanno come scopo di massimizzare il profitto a breve senza responsabilità per il futuro (la Exxon ha ammesso di avere per anni nascosto il riscaldamento climatico pagando scienziati – sic! – per produrre ricerche false); rifiuto del concetto di bene comune; rifiuto del concetto di limite e di responsabilità.

Quindi, il tecno-capitalismo è strutturalmente in conflitto con la transizione ecologica e di fatto tenta di impedirla con ogni mezzo, cercando di convincerci che alla crisi climatica possiamo solo adattarci ed essere resilienti, essendo ormai un dato di fatto immodificabile e soprattutto irreversibile – anzi potendo diventare – si chiama shock economy – una nuova fonte di lucroso profitto privato… Di più: il sistema è preoccupatissimo per il calo demografico, ma a nessuno viene in mente di imporre al sistema di risolvere prima la crisi climatica – perché dovrei fare figli oggi (se fossi più giovane…) e farli vivere domani in un disastro climatico ancora peggiore? Va bene essere fessi…

E cos’è il digitale se non capitalismo all’ennesima potenza? Escludendo ciò che il digitale permette di ottenere in termini positivi di diffusione della cultura, di archiviazione, di conoscenza, di ricerca scientifica, di previsione, di razionalizzazione energetica, questi sono i suoi veri effetti sulla vita umana: sfruttamento ulteriore del lavoro e della vita, con intensificazione e accelerazione dei tempi-ciclo nel taylorismo appunto digitale, produttivo e consumativo; estensione del pluslavoro/lavoro gratuito, con la caduta della distinzione tra tempo di vita e tempo di lavoro – e quindi estensione della giornata lavorativa e consumativa ad h24, quindi accrescimento della produttività, quindi produzione di più cose che necessitano di essere consumate sempre di più per accrescere il profitto privato (e se i redditi diminuiscono il sistema inventa il Black Friday…); neo-colonialismo aziendale e statale per lo sfruttamento anche delle materie prime necessarie al digitale; cattura della psiche umana ed estrazione da essa di profitto privato (la nostra profilazione per il Big Data); delega del governo del mondo alle macchine/i.a./machine learning – quindi alienazione dell’uomo da se stesso e dalla responsabilità verso la biosfera e le future generazioni; ulteriore rifiuto del concetto di limite perché il digitale è soprattutto funzionale all’accrescimento e al potenziamento dei processi produttivi e consumativi (sempre di più…). 

Tutto secondo quella logica ben evidenziata e promossa già negli anni ’50 dall’economista americano Victor Lebow: “La nostra economia incredibilmente produttiva ci chiede di elevare il consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in autentici rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo […]. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati a un ritmo sempre maggiore”. Il modello americano è diventato il modello del mondo intero. Ma è irrazionale e irresponsabile in termini di sostenibilità ambientale.

A questo si aggiunge l’ultimo misfatto del digitale, quello che Shoshana Zuboff ha definito capitalismo della sorveglianza (e rinviamo nuovamente al suo saggio, dallo stesso titolo, uscito in italiano nel 2019 per i tipi di Luiss University Press). Scrive Zuboff: “Il potere delle aziende private non è più solo economico, ma anche sociale. Io ho definito le forme economiche che stanno alla base di questo potere capitalismo della sorveglianza perché mantengono elementi centrali del capitalismo tradizionale – la proprietà privata, la quotazione in Borsa, la crescita e il profitto – ma non potrebbero esistere senza le tecnologie digitali. Metodi occulti di osservazione divorano le esperienze private e le trasformano in dati sui comportamenti. E questi dati, che sono generati dalle persone e che sono stati acquisiti in modo discutibile, sono immediatamente reclamati come proprietà dell’azienda e sono venduti a clienti che operano in un nuovo tipo di mercato in cui si commercia in informazioni per individuare in anticipo quali possano essere i comportamenti delle persone [e farle consumare di più…]. Non abbiamo votato queste aziende perché governassero. Ma, grazie alla forza derivante dalla loro rivendicazione dei diritti di proprietà, gli imperi privati della sorveglianza hanno di fatto compiuto un golpe epistemico e antidemocratico. Con questo intendo una rivoluzionaria presa del potere, con cui si sono appropriati del sapere e degli strumenti per l’acquisizione del sapere”. Con il paradosso per cui ciò che era considerato dalle democrazie liberali come un tratto inaccettabile e osceno dei totalitarismi politici del ‘900, cioè la sorveglianza di massa, oggi lo accettiamo senza fiatare se prodotto dal tecno-capitalismo e dal neoliberalismo – che sembrano sempre di più il nuovo totalitarismo del XXI secolo.

Se tutto questo è vero, allora dovremmo iniziare a ragionare non in termini di transizione ecologica e di transizione digitale, ma di transizione ecologica o di transizione digitale. Perché è la Terra ad essere troppo grande per lasciarla fallire…


La società è diventata una mega-fabbrica

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Da venerdì è in libreria e online – anche in e-book – il nuovo libro di Lelio Demichelis, dal titolo: La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering (Luiss University Press, pag. 360). È una critica radicale della razionalità strumentale/calcolante-industriale – come la definisce l’Autore – che ci domina dalla rivoluzione industriale e dal positivismo ottocentesco e che ha portato alla crisi climatica di oggi. Una razionalità irrazionale ed ecocida che impone di produrre e di consumare sempre e sempre di più, di crescere sempre di più ma non per soddisfare i nostri bisogni ma quelli del profitto del tecno-capitale. Non siamo quindi in una società post-industriale o post-moderna, bensì in una società iper-industrializzata, appunto una grande fabbrica dove tutti siamo forza-lavoro, h24, anche producendo dati gratuitamente. Una società-fabbrica organizzata, comandata e sorvegliata da manager, imprenditori, finanzieri, tecnocrati e oggi algoritmi, i nuovi meneur des foules con le loro tecniche di human engineering. E dunque, se non usciamo da questa irrazionalità tecno-capitalista, entrando invece in una razionalità diversa, umanistica ed ecologica, negheremo inesorabilmente il futuro alle prossime generazioni. Cioè non basta un po’ di sostenibilità e di resilienza e di riuso, ma il cambiamento del nostro (pessimo) modello economico, sociale e tecnologico deve essere radicale. Del saggio, anticipiamo alcuni stralci dalla parte iniziale e finale.

“Tempo verrà che non avrete un metro/di spazio per ciascuno:/lo spazio di un metro/che sia per voi. […] Non avrà spazio/neppure il pensiero/e tutto sarà nel Panottico:/pupilla di un/ Polifemo/fissa al centro del cielo:/ non ci sarà un solo angolo,/un remoto angolo/per il più segreto/dei pensieri./Il cuore sarà cavo/come il buco nero/in mezzo alle galassie./La mente di tutti/una lavagna nera…/Un groviglio di fili/senza corrente/i sentimenti/a terra.”

È con questa poesia – Tempo verrà – di David Maria Turoldo (1916-1992), poeta emozionante in ogni suo verso e inquieto uomo di Chiesa (un disturbatore di coscienze) che qui, noi, laici libertari, inquieti ma non credenti (o diversamente credenti), abbiamo deciso [per essere anche noi disturbatori di coscienze] di iniziare un nuovo percorso di analisi e di riflessione dentro e attorno a ciò che da tempo chiamiamo tecno-capitalismo e alla fabbrica che ne è l’espressione. Viaggio che idealmente parte da un saggio del 1947 del francofortese Max Horkheimer (1895-1973): Eclisse della ragione. Eclisse che oggi non è l’oscuramento temporaneo di qualcosa (come indicherebbe appunto il concetto di eclisse), ma l’oscuramento ormai totale e continuo di una ragione da tempo rovesciatasi nel suo contrario – e non solo nei totalitarismi politici del Novecento, ma anche e soprattutto in quello della societa tecnologica avanzata (Marcuse); la ragione perde così ogni potenziale di liberazione e di emancipazione (l’emancipazione è liberazione) divenendo invece meccanismo di auto-conservazione e di riproducibilità infinita e illimitata del sistema capitalista-industriale (ancora Horkheimer). […] ciò dipendendo da quanto sempre più siamo dominati e ingegnerizzati [è lo human engineering prodotto da management e marketing e oggi dal digitale] da una razionalità solo calcolante e positivista/industrialista. Come dimostra l’accettazione del cambiamento climatico e del crescere delle disuguaglianze sociali, senza che si attivi nella gente una reazione e una volontà/capacità di emancipazione/liberazione non solo dal dominio del capitale ma soprattutto, come qui sosteniamo, dal dominio/egemonia della (s)ragione strumentale/calcolante-industriale [è questa razionalità irrazionale che ci sta portando al collasso sociale e climatico e che è a monte del capitalismo e della tecnologia, predeterminandone il funzionamento]. […] Razionalità che è il meta-livello di governo del mondo, con la sua specifica Carta costituzionale di fatto. Il cui unico articolo recita: “Il mondo è un sistema tecno-capitalista fondato sulla razionalità strumentale/calcolante-industriale. I diritti fondamentali sono solo quelli del capitale e della tecnica ed essi valgono come diritti pre e sovra-statuali. Essi sono riconosciuti da stati e individui come pre-esistenti e come indisponibili, immodificabili, incontestabili, impermeabili al potere politico democratico e universali.” […]

[Come uscire da questa irrazionalità?] “Ormai solo un Dio ci può salvare” è una delle risposte – forse la più famosa (e dalle molte interpretazioni possibili) – date dal filosofo Martin Heidegger nella sua intervista del 1966 a Der Spiegel, pubblicata nel 1976 solo dopo la sua morte, per volontà dello stesso filosofo. Qui invece, da laici e da illuministi, da libertari e da francofortesi, ripetiamo di nuovo che solo un’altra ragione – umanistica, libertaria e insieme ambientalista e radicalmente opposta/contraria alla razionalità strumentale/calcolante-industriale-capitalista dominante da tre secoli e criticata nei capitoli precedenti – ci può salvare. Salvare: bloccando e poi invertendo la deriva totalitaria che abbiamo nichilisticamente imboccato e che ci sta portando alla dannazione sociale e ambientale. Salvare: ovvero, di nuovo, come ha scritto anche papa Francesco nella sua Enciclica Laudato si’ – “si tratta di ridefinire il progresso”, cioè di ripensarlo dalle radici e di iniziare a finalizzarlo in termini di cura dell’uomo e dell’ambiente, di responsabilità per il futuro e di giustizia sociale e ambientale, facendolo gentile verso gli uomini e la Terra e saggio verso le future generazioni. Salvare: tornando all’illuminismo e rovesciando la sua negazione/perversione tecno-capitalista, che ha prodotto un’epoca “in cui le macchine diventano sempre più complesse e i cervelli sempre più primitivi”, come scriveva Karl Kraus già nel 1907, avendo anch’egli ben compreso che per il sistema capitalista la vita deve essere tenuta in movimento solo per produrre e consumare.

Per salvarci occorre appunto, e al contrario di quanto dettato e insegnato fin dalle scuole dal sistema tecno-capitalista, educarci e educare a un pensiero critico e a un pensare riflessivo […] – ovvero saggio. Scoprendo – usando una frase dell’attrice Rosamund Pike a proposito della sua interpretazione di Marie Curie – che usare il cervello e più sexy che saper usare Instagram. Un pensiero e un pensare diversamente razionali perché responsabili; diversamente razionali perché capaci di lungimiranza e di cura e non più di sfruttamento compulsivo e per profitto privato dell’uomo e dell’ambiente. […] Si tratta cioè di de-industrializzare la società e di invertire la trasformazione della società intera in fabbrica e dell’uomo in operaio/forza-lavoro; si tratta di rovesciare le logiche solo appropriative, sfruttatrici, produttivistiche e consumistiche del sistema. Occorre un gatto capace di rovesciare la scacchiera e le regole del gioco imposte – per il solo profitto del tecno-capitale – da questa razionalità irrazionale [e per capire chi e cosa sono il gatto e la scacchiera occorre leggere il libro…N.d.A.].

Da Lelio Demichelis, La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering (Luiss University Press)