Un mondo bipolare

Commentino laico e non allineato ai fatti di Ucraina, Stati Uniti e Russia 

A leggere la stampa occidentale è ben chiaro che non esistono alternative a una scelta tra uno dei due campi, tra Russia e Stati Uniti; ma soprattutto che si sa molto bene chi è nel torto, e chi nella ragione.

Mi riconosco poco in questo dibattito binario e manicheo, bipolare: fatico a trovare ragioni per preferire un presidente ben più anziano della sua anagrafe – che tra un ruzzolone, una lussazione e una dormitina fuori programma ci ammannisce come verità di fede le narrazioni interessate dei suoi militari e dei suoi signori della guerra – a un autocrate che puzza di tagliagole lontano un chilometro; o viceversa. Le penose intemerate di Biden mostrano un nervosismo più dettato da questioni interne (le prossime elezioni parlamentari di metà mandato) che non da affetto autentico e da umana partecipazione al destino degli ucraini; un banale problema di voti e di consenso che Putin però non è nemmeno costretto a porsi.

Il presidente russo ha un track record da incubo, e non sembra abbia rinunciato a certe funeste pratiche da Lubianka, gestendo il paese come fosse roba sua e di qualche suo amico. Vede con  preoccupazione (che è però difficile non capire) l’eventuale entrata dell’Ucraina nella NATO, con la prospettiva di armamenti ostili fuori dalla porta di casa. A ruoli invertiti, abbiamo ben visto come gli Stati Uniti abbiano reagito alla rivoluzione cubana e alla presenza sovietica a Cuba (un embargo totale che dura da esattamente mezzo secolo), e ci vuol poco ad immaginare come Washington tratterebbe per ipotesi un passaggio del Messico sotto l’influenza di Mosca o di Pechino.

È appena il caso di ricordare che l’Ucraina è uno Stato sovrano e ha pieno diritto di determinarsi e di scegliere i propri alleati, per qualsiasi motivo essa decida di farlo. Parrebbe però elementare norma di coesistenza che la NATO evitasse di associarsi territori in collocazioni geografiche così critiche per gli equilibri internazionali.

Dalla farsa delle “armi di distruzione di massa” di Saddam, e prima ancora dalla gestione muscolare (per non dire altro) della situazione in Sudamerica, per finire con le balle vertiginosamente messe in fila a proposito della Cina e dell’Afghanistan, ho smesso di credere a una sola parola pronunciata dagli alti scranni della Casa Bianca o del Pentagono. Anzi, tendo a pensare che le cose stiano proprio all’opposto di quanto ci viene detto da quelle sponde. Non per questo ritengo più credibile quanto giunge dal Cremlino.

Il tema vero è probabilmente un altro. Non serve rieditare, sterilizzando i conflitti tramite la sopraffazione, pratiche come quelle della “sovranità limitata” (da Plutarco a Breznev), o delle sfere di influenza o di prassi analoghe che richiedono la limitazione della libertà di territori per la tutela della sicurezza nazionale di uno Stato dominante. Sarebbe invece bello poter riscoprire, al di là dei poveri risultati del NAM [Movimento dei paesi non allineati, ndr], il ruolo e la necessità etica del non allineamento, cioè della capacità di elaborare concetti di coesistenza non basati sul precario equilibrio degli armamenti e su un confronto pseudo-ideologico, ma su una visione fondata sull’ovvia necessità di vivere insieme nel contesto di una dialettica di idee. Sembra però vano chiedere qualcosa all’Europa, strapazzata tra il vassallaggio nei riguardi degli USA e il panico da imminente crisi energetica; una situazione che richiederebbe appunto scelte alternative, non scelte di campo.

Non succederà nulla di tutto questo, beninteso. Perché da una parte ci sono pressioni per fare una guerra, o almeno per prepararla, perché tutto questo rende parecchio e perché creare un nemico, demonizzandolo, è una potente arma di distrazione di massa per l’elettorato interno; e dall’altra c’è una visione imperiale senza sfumature, feroce e senza pietà. Oscillando tra questi due poli in fibrillazione rumorosissima, suona troppo flebile la voce della ragionevolezza, della pacificazione e della compassione.

Inutile preoccuparci dell’intelligenza artificiale, diceva uno che la sa lunga, quando la minaccia viene piuttosto dalla stupidità naturale.


La spiaggia, una (ironica?) cavolata

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Come sempre, la lettura dei giornali reca con sé cose tremende – figli uccisi per tragici errori propri (figlio non autistico ritenuto tale) o altrui (figlio assassinato durante un’incautamente concessa visita) – qualche luce di speranza (il successo del referendum contro lo sciagurato progetto menostatista di pareggio di bilancio entro il 2025) – e una fila di autentiche belinate da campionato.

Tra queste ultime metto oggi al primo posto quella consegnata al CdT da un intellettuale vero; uno che aspira da un po’ ad essere, gramscianamente, organico all’asintotico mainstream politico-partitico che tanto ci affligge. A pochi anni, giorno per giorno, dalla prima identica proposta che – sotto il fuoco di fila delle giuste pernacchie – aveva finito per chiamare “provocatoria”, ecco Petralli riproporre la corbelleria della spiaggia; così, tel quel, come se niente fosse. A Muzzano, dove già all’epoca avevano dato uno spazio enorme a questa peregrina uscita, eccoli subito tuffati a riprendere il tema senza nemmeno sorridere un po’.

Un paio di premesse.

Prima di tutto, c’è il fondato dubbio che l’intento sia ironico, considerate sia l’idea in sé sia la proposta di far pagare la sabbia e il companatico a Hayek (Swatch) in cambio del diritto di fare del marketing ai propri marchi e prodotti con luminarie natalizie fuori stagione, da proiettare qua e là sul territorio. Nonostante il Natale appaltato all’immobiliarista e i musei prestati ai calzolai per ficcarvi puzzolenti manufatti, si stenta a credere che questa sia una proposta seria, ma visto che se l’ironia c’era era ben nascosta, facciamo come se il Nostro non scherzi. Diciamo poi che una sesquipedale cavolata non assurge a verità di fede per il solo fatto di essere ripetuta, anzi che queste cose assumono in caso di reiterazione i contorni di una farsa che fa assai male anche al loro propalatore, anche ove si tratti (come nel caso di specie) di un assai valoroso intellettuale, che ha sbagliato cavallo se aspira a entrare in qualche localissimo e gratificante cono di luce politico-mediatico-cultural-turistico.

Vediamo un po’ di guardare al merito di questa pensata, che è stata esumata dopo una gita a Ginevra. Lasciamo però da parte gli aspetti tecnico-ingegneristici (correnti, profondità del lago, strutture di contenimento, ecc.), se non per dire che Filippo Lombardi, figlio di cotanto ingegnerissimo ed egli stesso astuto edificatore di stadi(o), ha fatto oggi al volo una proposta migliore e soprattutto più praticabile, cioè banalmente gradoni al posto del muro attuale.

Ammesso e non concesso che i problemi tecnici siano superati di slancio, e che si accetti quella bella sponsorizzazione e i suoi effetti, i problemi non fanno altro che nascere, e derivano in buona misura dal fatto che – a differenza di Ginevra – Lugano ha a pochi chilometri un bacino di una decina di milioni di potenziali interessati; basti ricordare i flagelli causati dalla pubblicazione sui social delle bellezze della Verzasca, che hanno causato grattacapi, notti insonni e travasi di bile ai verzaschesi. A meno che Petralli possa pensare di riservare la spiaggia, per decreto e per poliziesco controllo, agli svizzeri generazionali. Quindi enorme traffico parassitario in prospettiva, in un territorio già allo stremo, con necessità di creare parcheggi quando stiamo invece togliendone per adeguarci alle richieste della Confederazione; e poi strutture ricettive, con particolare riferimento ai servizi igienici (e questo anche nell’ipotesi in cui tutta la gente arrivi in treno o a piedi). Infine, siamo sicuri di volere una struttura che porterà a Lugano il classico turismo di coloro che tendono a portarsi tutto da casa, compresa l’acqua da bere, e per i quali qualsiasi cosa a Lugano è fuori dalle loro possibilità? Vogliamo davvero distruggere la città e precluderle un futuro basato sul turismo di qualità?

Dai, facciamo che Petralli abbia scherzato e chiudiamola lì. Utilizziamo il tempo per pensare seriamente al futuro della città, e lasciamo da parte le baggianate, o almeno diamo loro il peso che meritano.

Nell’immagine: Christo e Jeanne-Claude, installazione “The Floating Piers“, Lago di Iseo, 2016


Per il lupo, ancora

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Parliamo di lupi, di nuovo; e del mainstream politico-mediatico che mira a liberarsene con la forza, accampando scuse tanto surreali quanto supinamente accolte, con in filigrana qualche legittimazione trascendente che merita di essere indagata.

Volendo tessere un elogio, e dar loro una sorta di obliqua ed eccentrica necessità, Borges aveva definito filosofia e teologia come “rami [splendidi, dice poi] della letteratura fantastica” (La Cifra, 1981). Sono frequentatore della prima ma non della seconda, e considero la lettura della Bibbia – per averla tentata alcune volte e da “ingressi” diversi – un esercizio tedioso e poco utile. Dovrei dire addirittura pernicioso (“infausto”, lo definisce qualcuno), almeno in taluni passi, per le conseguenze tremende sul mondo e su coloro che, non umani, osano esistervi tentando di farsi i fatti propri e seguendo la propria natura. “Poi Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e a nostra somiglianza, ed abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sul bestiame e su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra. E Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse; e Dio disse loro: ‘Crescete e moltiplicatevi e riempite la terra, e soggiogatela e dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sopra ogni animale che si muove sulla Terra’.”: questo dice la fine del primo capitolo del Genesi. Tralasciamo questa cosa dell’uomo-immagine-di-dio, una autocertificazione di cui intuiamo facilmente le motivazioni ma che è poco credibile, essendo peraltro possibile documentare l’esatto opposto, cioè il fatto che gli dei sono per lo più umanissime costruzioni; concentriamoci piuttosto sul fatto che si dice sopra che l’uomo – per legittimazione divina, quindi – ha dominio assoluto sul mondo e sui suoi altri abitanti, i quali devono essere soggiogati ed esistono solo per servire le sue esigenze e i suoi capricci. Mal gliene incolse, agli animali, in terra concimata dal biblico messaggio; gli è andata meglio altrove, dove il dio è … un altro (Buddha, per dirne uno). Come ben sappiamo, e al netto di crociate e di altre spedizioni imperialistico-evangelizzatrici, il divino ha una forte componente storico-geografica e non propriamente trascendente, come dimostrano le tremila credenze che più o meno allegramente si disputano nel mondo l’unicità della fede e il possesso esclusivo della Verità, su sponde diverse e ben territorialmente determinate.

Capiamo allora bene perché il fatto di sterminare i lupi sia ora sdoganato senza troppi pensieri e senza problemi di coscienza soprattutto in area cristiana; sono infatti animali poco deferenti, poco servili e poco controllabili, quindi tendono a sfuggire alla dittatura dell’animale-dio uomo, cioè a una legge divina. Con perfetta serenità, anzi forti del mandato superiore, veterinari agrar-cattolici e i loro amici ci parlano sulla stampa, la domenica, della necessità di sterminare i lupi, o almeno di “far loro paura” (?); ogni contadino o allevatore (con i soliti politici e cacciatori al seguito) reclama misure sempre più cruente e “definitive”; si adombrano senza nemmeno sorridere ipotesi di calate di branchi a sbranare – o almeno a spaventare – i nostri bimbetti; si rifiuta di assumersi l’onere di misure non simboliche a tutela delle greggi, non sia mai che alla fine esse si dimostrassero efficaci; vengono fatte tacere le voci di coloro che propongono una gestione alternativa del problema, magari guardando a quanto di buono fanno gli altri, all’estero, nel rispetto della biodiversità (che comprende anche i lupi); la stampa, in coro, a dipingere il diavolo sulla muraglia e dando spazio a ogni folkloristica esternazione; e “crepi il lupo” come si dice. Insomma, l’unico modo che troviamo nella peraltro assai civile Svizzera per convivere con il lupo e, in generale, con i predatori, è quello di… farli fuori.

Che il mondo e la natura non siano lì solo per l’uomo, e per la soddisfazione dei suoi bisogni, è cosa intuitiva e ragionevole; come ovvia è la pari dignità di tutte le specie viventi che popolano la terra, le quali hanno lo stesso diritto di essere se stesse di quello che pretende per sé l’uomo, ma che a differenza di questo dio incarnato non esigono di dominare gli altri né di determinarne l’estinzione. Qualcuno potrebbe arrivare a vedere come orizzonte consolatorio il fatto, lontano ma ineluttabile, che la presenza della razza umana sulla terra avrà pur una fine, chiudendo una parentesi rissosa e arrogante (nonostante qualche buona premessa). È certamente consolatorio, invece, constatare come la natura non umana abbia una forza e una resilienza straordinarie, ad esempio rioccupando subito le aree abbandonate dall’uomo, e in generale rivendicando il proprio diritto all’esistenza; lo vediamo ogni giorno ai lati delle strade e nei terreni abbandonati, lo abbiamo constatato durante il confinamento (con i puma a Santiago, i delfini in Laguna, gli alci e i daini in città), lo vediamo nelle nostre montagne con orsi, linci e lupi a ritrovare uno spazio che era il loro da sempre. La pretesa umana di cancellare forme di vita scomode, appellandosi a una pretesa legittimazione superiore, dopo avere tanto fatto nei secoli per cancellarne altre tramite l’inquinamento e il dissennato sfruttamento delle risorse naturali, suona come un atto di rozza e cieca prevaricazione. Possiamo, e forse dobbiamo, dire che gli altri viventi sono nostri simili,  con tutto quel che ne segue in termini di rispetto, e di obblighi che da esso derivano; e non certo cose da sfruttare e da eliminare se il loro vivere secondo natura ci causa qualche fastidio.

Nell’immagine: Jean-Baptiste Oudry, Caccia al lupo, 1723-24 ca.


Di Babbi Natali, di presepi e di altri simboli

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Nella svagata chiacchiera radiofonica antelucana, tra spigolature e inessenzialità, ecco arrivare il solito discorso sul Natale e sui suoi simboli. Il servizio pubblico plaude alla esternazione di un vescovo siciliano che, udite udite, ha svelato a tutti (bimbi compresi) che Babbo Natale non esiste, ma che il Bambingesù invece sì; come se entrambe le figure non avessero analoga valenza meramente simbolica, in assenza di prove storiche (e non solo “libresche”) in un caso, e in presenza di sole motivazioni commerciali nell’altro.

A questo, l’animatore radiofonico ha ritenuto di aggiungere una curiosa difesa della tradizione del presepe, di cui ha financo mostrato (per chi segue la radio-a-colori) un esemplare non esteticamente memorabile ma liberato nel mondo per nobile causa. Ci si è detto, con quel filo di ironica arroganza che tanto ci piace, che il presepe è simbolo ed epitome della famiglia, e addirittura di quelle famiglie che più soffrono; un simbolo, quindi, di qualcosa di generale e di non religiosamente connotato, e chi la pensa diversamente vada a farsi friggere nell’inferno degli sciocchi, più o meno.

Siamo alle solite, si dirà.

Un simbolo chiaramente cristiano-cattolico sdoganato come qualcosa d’altro, in particolare come elemento caratterizzante della cultura e della civiltà europee; un po’ come si fa con il crocifisso, facendo finta che l’immagine dell’uomo appeso non abbia valenza religiosa-confessionale, ma sia una sorta di icona culturale, “l’espressione di un sentire comune radicato nel nostro Paese e simbolo di una tradizione culturale millenaria” (così dice la CEI). Per quel che vale, una sentenza della Cassazione italiana ha di recente chiarito con giuridico e definitivo nitore che il crocifisso è invece un simbolo confessionale, non appunto un’icona culturale; e questo vale anche per il presepe e per tutta la strabordante iconografia cattolica. L’interpretazione che i vescovi italiani di cui sopra promuovono – insieme ai conducatores del sovranismo, peraltro – con non inedito cinismo (e per tentare di salvarsi la pagnotta dal disastro della crescente disaffezione popolare) è, a ben vedere, piuttosto mortificante per i credenti che vedono i simboli del loro uomo/dio, nel momento della nascita o in quello della “morte”, ridotti a un’immagine qualitativamente analoga ad altre rappresentazioni della nostra civiltà occidental-capitalistica (non so, l’iPhone o il logo di Google). Se si volesse giustamente ricordare la tragedia di talune famiglie, quelle dei migranti in primis, vi sarebbero immagini quotidiane da sbattere in faccia alla nostra natalizia indifferenza, con il vantaggio che esse – a differenza di presepi e compagnia bella – non sono meri simboli ma parlano di fatti e di drammi, di una “realtà reale”, al di fuori di ogni dubbio, di ogni credo e di ogni alibi. Penso ad esempio alle immagini di quelle famiglie che – ai confini dell’Europa – sono vittima anche ora della criminale crudeltà del (per restare un po’ in tema) cattolicissimo Stato polacco.

Immagine: Open Arms


Il nucleare, energia del futuro?

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Da consumatore e da utilizzatore di veicoli, di forni e di lampadine, e pur con il distacco che mi viene dall’anagrafe inclemente e dal conseguente minimo prezzo che forzatamente pagherò per talune scelte, considero con una certa inquietudine la questione dell’approvvigionamento energetico.

Con una coralità assai sospetta, i costruttori di veicoli passano armi e bagagli alla trazione elettrica, dopo decenni di disinteresse e di sprezzatura; un cambio di paradigma automobilistico che ci verrà imposto progressivamente, per mancanza di offerta alternativa. Accanto a questo, nessuno più parla dei motori ad idrogeno, che non solo non consumano elettricità e non inquinano, ma producono come scarto…acqua distillata; ricordo bene che Beppe Grillo, quando ancora era…se stesso, dal palco ci aveva ben mostrato quanto promettente fosse questa modalità. A voler pensar male, sembra che il tentativo dei produttori sia quello di cavalcare la trazione elettrica per rinnovare il parco veicoli mondiale a spese del consumatore e con il bel pretesto dell’ambiente e dell’ecologia. Arriveranno anche all’idrogeno, quando a loro servirà arrivarci.

Che poi i veicoli elettrici siano maledettamente energivori non lo si dice, o lo si dice troppo poco; energivori nell’esercizio, ma soprattutto nella costruzione, per non parlare del fatto che anche questi veicoli inquinano, o dei costi sociali e ambientali che essi generano. Insomma, il veicolo elettrico rischia di essere – oltre a una mossa industriale piuttosto cinica – una mera illusione ottica e, a termine, uno straordinario rischio socio-ambientale.

Arrivati a questo punto, e fermo restando che il risparmio è una pia illusione, che eolico e solare sono marginali e che si moltiplicano i fattori di consumo di elettricità (basti pensare, per fare un solo esempio, ai consumi stratosferici del mondo algoritmico blockchain e cripto), non può stupire che Macron abbia dovuto togliere dal cassetto l’energia nucleare, che in effetti rischia di essere l’unica possibilità di generare elettricità a buon mercato, senza il pericolo di ricatti internazionali, e relativamente pulita; anche da queste parti qualcuno osa parlarne con enorme prudenza e con cattiva coscienza, il mainstream essendo ben altro e una (ri)elezione sempre in agguato. Ho però l’impressione che, se si continua a spingere sul pedale dell’elettricità, sarà vitale porsi il problema di sapere se possiamo permetterci di rinunciare a questa fonte di energia. In questo contesto, la questione della sicurezza sarà essenziale, gli standard attuali di costruzione degli impianti essendo ben diversi da quelli applicati al momento dell’edificazione delle nostre centrali (1965/69 la prima – Beznau I – e 1974/84 l’ultima – Leibstadt). Un tema che dovrà essere esaminato con mente fredda e aperta, senza inutili emotività e senza fare paragoni improponibili con realtà non paragonabili e con eventi non replicabili in Svizzera.

Nell’immagine: si calcola che fino a 40’000 bambini in Africa lavorino in miniere artigianali in condizioni estremamente pericolose per l’estrazione di minerali di cobalto


Parlando di elezioni al Municipio, e di liberali

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Sono un po’ perplesso, per motivi diversi, sia per la nomina tacita di Michele Foletti alla carica di sindaco, sia per quella di Roberto Badaracco a quella di vicesindaco. Una perplessità che si fonda, in gran parte, su una valutazione piuttosto critica della strategia messa in campo dal partito liberale; una strategia che dimostra il grado di confusione e di impasse progettuale in cui si trova, e la sua difficoltà nel trovare non solo un timoniere, ma addirittura una bussola e una barca per navigare.

Specchio di questa situazione molto complicata è, tra l’altro, l’appello del capogruppo liberale a una sorta di patto, di desistenza e di non belligeranza, con il partito di maggioranza relativa. Un patto nel quale si proponeva la pace – i liberali hanno la maggioranza nel legislativo – in cambio dello scranno di vice-sindaco, con l’idea di ripartire le due cariche principali dell’esecutivo tra i due maggiori partiti; non si capisce bene se in prospettiva di una sorta di mini „Grosse Koalition“, destinata a gestire l’esecutivo – e il legislativo – e a depotenziare gli altri due partiti (in particolare i democristiani che avrebbero, in caso contrario, potuto svolgere il comodo ruolo di ago della bilancia), o proprio nel tentativo di creare una convergenza quasi istituzionale a livello di programmi e di obiettivi.

Tornando alla perplessità espressa all’inizio, trovo politicamente assai poco opportuno che non si sia almeno tentato di contestare alla Lega la carica di sindaco, osando andare al voto; con l’evidente rischio di perdere la contesa, ma con il grande vantaggio di approfittare dell’occasione per marcare un punto di snodo, per dare un segnale di esistenza in vita, in particolare prendendo quello spunto per mettere sul tavolo un progetto liberale forte per il futuro della città. Che si sia deciso di non farlo può avere tre motivazioni, tutte preoccupanti; (1) che il partito non sia in grado, per carenze della classe politica o per altri motivi, di presentare un progetto valido; (2) che i liberali si siano lentamente appiattiti (per un calcolo elettoralistico un po’ da apprendista stregone) sul mainstream sovranista e insulare che ha fatto il successo della Lega, cercando anche in Comune di far passare la fotocopia per l’originale; o (3) che del tema non si sia neppure discusso, magari ragionando more solito che la sconfitta è supremo oltraggio e ingiuria, da evitare ad ogni costo anche se si perde combattendo per i propri ideali e per le proprie visioni. Insomma, non un buon segnale circa lo stato di salute di quello che fu per “millenni” il partito-faro della città-faro; sic transit, con quel che segue.

Per quanto concerne la nomina del pur valoroso vicesindaco, la mia perplessità risiede nel fatto che, con un artifizio formale legato alla modalità di nomina, si sia passati oltre alla volontà popolare. Mi duole dire che non aveva torto chi, pro domo sua, indicava che la carica sarebbe ragionevolmente spettata al più votato dopo il sindaco, e non a chi ha meramente raccolto una maggioranza all’interno dei suoi pari, cioè l’autorità di nomina. Democrazia sostanziale avrebbe imposto una scelta diversa da quella fatta. E questo indipendentemente dal fatto che se avessero proceduto in quel modo avremmo avuto proprio lui, cioè nessuno, come vicesindaco.


Se 330 mila vi sembran pochi…

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Devo a mio nonno, postino liberale, molte cose belle, e tra queste un sano ed ecumenico distacco (in lui, spesso, ostilità) nei riguardi di preti, di scuole confessionali, sacrestani, educatori devoti, diaconi e simili, e di tutte le strutture che utilizzano l’ansia del trascendente, l’ignoranza popolare e la paura della morte per costruirsi (e per esercitare) un potere sui più deboli. Non sono purtroppo stupito della fenomenologia e della casistica, ma devo esserlo della loro ampiezza in termini numerici, venuta alla luce dopo le ricerche sulla storia della chiesa cattolica in Francia dal 1950 al 2020. Di fronte a centinaia di migliaia di abusi commessi su bambini, con una preferenza per i maschi tra i 10 e i 13 anni, difficile parlare di poche mele marce in un candido cestello. Non vi è neppure alcun motivo, se non ipotizzando un’inferiorità psichica ed etica dei francesi, per ragionevolmente pensare che le stesse proporzioni di devotissimi orchi e di incolpevoli vittime si ritrovino anche in tutti gli altri paesi, europei e non.

Di fronte a questo fatto, che si aggiunge a una tremenda serie di altre vicende emerse negli anni (fra stupri e altre violenze di ogni genere e tipo, deportazioni coatte e fosse comuni riempite di vittime senza nome) non bastano di certo le scuse, né le procedure penali e le condanne, né le compensazioni (?) finanziarie. Attendiamoci da Roma l’espressione puntuale del profondo dolore da parte del Capo, qualche bella dichiarazione di intenzioni, magari una lacrima spesa in favore di telecamere; quindi, nulla che basti a tacitare le preoccupazioni che da questi eventi si alimentano.

Bisogna prenderne atto: chiese, oratori, sagrestie, scuole confessionali sono luoghi pericolosi, per l’integrità fisica e psichica. Lo sono soprattutto per i bambini, per i deboli e per i sofferenti, per quelli che si rivolgono con fiducia a coloro che (si) ritengono intermediari del divino, e quindi detentori di superiore autorità morale. E non si vede il motivo valido per il quale non debbano essere oggetto di costante attenzione da parte delle autorità dello Stato laico (polizia, autorità di protezione dei fanciulli, magistratura); penso a una vera e propria messa sotto tutela, a verifiche costanti delle attività che vi si svolgono, a un esame preventivo e al monitoraggio successivo delle persone che hanno contatto con i fedeli.

Quando si capirà che è arrivato il momento di togliere i guanti, e di abbandonare la complice deferenza, quando si ha a che fare con questo mondo? Ognuno si tenga la propria fede nel divino, in ciascuna delle sue variatissime declinazioni; ma eserciti un minimo di intelligenza quando ha a che fare con coloro che pretendono di essere ministri, emissari o incarnazioni del trascendente sulla terra, soprattutto quando si pensa di affidar loro il destino dei propri figli. La cronaca e la storia hanno fornito fin troppi ammaestramenti, e non tenerne conto è quanto meno assai poco intelligente.


Il Polo immobiliar-sportivo, si iniziano le danze

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Si sono iniziate le grandi manovre in vista dell’approvazione del monumentale progetto immobiliar-sportivo di Lugano-Cornaredo; “Polo Sportivo e degli Eventi”, opportunamente così lo denominano il Municipio e i fautori del progetto, con furbesca elisione della componente palazzinara e speculativa, che è proprio quella che crea polemica e dissenso. Ed è questa vaga disonestà intellettuale ad irritare un po’, anche se non stupisce troppo dopo anni di opaca e fallimentare gestione della città e dei suoi progetti e interventi (così, a memoria: aeroporto, centro congressuale, autogestione, spiaggette private e terrazze pubbliche, biomedicina, stilisti negrieri, ecc.). Insomma, si parla del buon contorno per nascondere l’indigesto piatto principale.

Non si è ancora messo in campo il pezzo da novanta, cioè il defunto alcalde (al quale qualche spudorato vuole intitolare la mega-struttura), ma diamo tempo ai promotori, guidati con un bel sorriso curiale e poco rassicurante da un ex giornalista prestato alla causa, e con qualche sorprendente apparizione di esponenti socialisti in vena di figuracce; arriveranno anche al defunto, e magari anche ad altro, non facciamoci mancare nulla. Intanto parte il marketing (vi si parla solo di sport, per forza) e la grancassa mediatica, con il gruppo di Muzzano sulle barricate (pubblicità gialloverdi come se piovesse), affiancato dai soliti portalini dei giornalai e financo dal quotidiano gratuito.

E non ci è mancato quasi nulla in questi mesi: dalle intimidazioni para-squadristiche contro chi raccoglieva le firme, al tentativo di delegittimazione del referendum (come si fece per l’aeroporto, auspice addirittura l’ex-giudice Zali) presentato come atto quasi illegale e non lecito esercizio dei diritti popolari, al favoleggiare di alleanze contro natura tra referendisti e grandi famiglie luganesi, a narrazioni mitologiche sui mezzi finanziari a disposizione dei contrari per condurre la campagna (della serie: il bue che dà del cornuto all’asino).

Arrivano adesso i responsabili delle società sportive, a raccontarci l’ovvio e il risaputo, e cioè che la città ha un chiaro deficit a livello di strutture sportive; chi tira le fila si nasconde dietro la loro legittima preoccupazione, facendone “utili idioti” a promozione di una causa che non è la loro. Come se fosse colpa dei referendisti se per decenni Municipio e legislativo comunale hanno colpevolmente dormito, lasciando in sostanza marcire la situazione, e questo nonostante gli appelli delle società sportive e anche delle federazioni; e come se fosse necessario zavorrare il progetto sportivo con una megastruttura immobiliar-speculativa di cui nessuno (se non i promotori privati, e taluni socialisti) sembrava sentire l’esigenza. Mi risulta che diffuso scetticismo sia stato speso sul progetto anche nelle discussioni sul piano direttore comunale; ma ci si tappa le orecchie e si tira dritto, allegramente verso il muro.

Ci si dice che non c’è un piano B, rispolverando una vecchia e poco efficace tattica dell’alcalde buonanima, specialista nel tentare di mettere la gente con le spalle al muro per obbligarla ad accettare l’inaccettabile. Certo che c’è un Piano B, che tutela lo sport cittadino, eccome se c’è; ma non pare bello che lo si sveli adesso, meglio lasciare il popolobestia nell’ignoranza e spingerlo così verso l’agognata soluzione. Insomma, abbiamo anche un insulto all’intelligenza media del cittadino.

Un maggiorente socialista (Ghisletta, per nominarlo), che alla sorpresa generale si sta spendendo parecchio per il progetto nell’incredulità di molti dei suoi, qualche mese fa ha difeso a spada tratta la bontà dell’iniziativa anche sotto l’aspetto finanziario: anche qui belle parole in libertà, che potrebbero far sorgere qualche sospetto nei soliti malevoli. In effetti, un banale confronto con strutture sportive paragonabili in Svizzera permette di capire che lo stadio costerà molto, troppo, e nessuno ha finora saputo spiegare perché. Ma la cosa più grave, e che travalica la discussione sull’opportunità del progetto come tale, è la decisione di mettersi nelle mani dei privati costruttori, ai quali si è peraltro imposto (perché?) un progetto fatto e finito, immodificabile, e di operare in regime di leasing con riscatto: il maggiorente di cui sopra non ha spiegato il motivo per il quale non si sia invece optato per l’emissione di un bond della città (trentennale, allo 0.1% o anche meno) e per un finanziamento in proprio. La scelta del finanziamento privato come modello di business costerà inutili milioni di troppo a Lugano e ai suoi contribuenti, almeno a coloro che accetteranno di rimanerlo; ma, passando alla cassa per anni, qualcuno dovrà pur porsi la domanda perché non si è optato per una praticabilissima alternativa (irricevibile il discorso sul rating, grazie).

Vi sono anche considerazioni di natura urbanistica e di pianificazione cittadina; tra la messe di possibili obiezioni, rileviamo almeno che le ristrutturazioni abitative dei palazzi in centro, lasciati liberi dall’esodo a Cornaredo degli uffici comunali, non sembrano prevedere (come ci si aspetterebbe in un mondo normale) abitazioni per famiglie e per la classe media, ma in gran parte appartamenti fighetti per i week-end di qualche medico o avvocato zurighese. Eggià.

Come succede spesso, e come da tempo immemore si fa in questa bella cittadina, si usano preoccupazioni condivisibili per sdoganare l’inaccettabile. E intristisce parecchio come si sfrutti con bella dose di cinismo l’entusiasmo e la passione degli sportivi per promuovere un progetto in cui lo sport sembra essere pretesto per raggiungere altro.

Nell’immagine: una delle poche visualizzazioni del progetto che rende la volumetria completa delle cosiddette “torri”, normalmente mostrate solo frontalmente


I liberali tra piccolo cabotaggio elettorale e progettualità

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Che cosa succede ai liberali? Nulla, probabilmente; al punto in cui siamo, anche una crisi sarebbe una buona notizia. A pochi giorni dalla nomina di Burkart alla presidenza del PLR, la squadra elettorale (“Wahlkampfteam”: come suonano marziali, bellici financo, certi termini) fa le valigie con una spiegazione unica che suona un po’ come una scusa. Se n’è andato prima Damian Müller, responsabile del gruppo; poi Fanny Noghero, la segretaria generale (aveva appena messo il ficus in ufficio, poverina) e adesso anche Alex Farinelli. Ci dicono che l’abbandono della nave non ha nulla a che fare né con la nave né con il nocchiero, né con le nuvole all’orizzonte, ma serve solo a dare la libertà al presidente di scegliersi la propria squadra.

Sarà. Ma, appena dopo aver vergato le dimissioni da cotanto gremio, Farinelli ha messo il foglio in macchina per lanciare – per interposta Regione – un utile appello alla riscoperta della progettualità politica e delle visioni da parte dell’area liberale, e qualcuno potrebbe pensare che questa pressante istanza sia lo specchio e la conseguenza di una frustrazione per il deficit di idee riscontrato in casa, quindi anche a livello federale.

Il partito liberale è sempre stato una grande casa con molte porte e finestre, abitata da parenti un po’ serpenti, sempre lì a puntualizzare e a litigare; ma, negli spifferi e nello sbattere di ante e di gelosie, sono state prodotte anche idee interessanti e specifiche di quella proteiforme cultura, e una storia di successo tra la gente e nelle istituzioni. Un minimo di autocritica dovrebbe permettere di capire che quei tempi sono finiti da un bel po’ e che c’è aria pesante da pensiero unico, da omogeneizzazione e da rientro nei ranghi, aria di disciplina cieca di partito, di testa-bassa-e-pedalare. Una notizia rassicurante per quel gruppo di militanti eccellenti, che in luogo di poche idee ma ben confuse preferiscono affidarsi a quelli che dicono di averne, di idee, mettendo giù la testa come lo studente asino che tema l’interrogazione; tra l’altro questo serve a mantenersi nel luogo magico in cui si trovano, nel partito e nelle istituzioni, politici di professione in un sistema …di milizia, tutti a tavola ben allineati e coperti in questo confortevole cono di luce.

Gli è che le uniche idee che sembrano uscire dalla spremitura degli augusti cerebri di chi detta la linea sono, per lo più, rifritture di idee altrui, saccheggi, e un annusare l’aria che tira per poter spiegare le vele elettorali e beneficiare del vento. Siamo sempre lì, all’originale e alla fotocopia, con gli epigoni che si illudono di poter fregare l’elettore vendendogli come proprie le idee di altri. Non funziona, capite? Con l’aggravante che queste idee non sono nemmeno un granché, al massimo cibo buono per liberisti alla Adamo buonanima, o per Chicago boys, ma più spesso discorsetti da pizzicagnoli o da contabili menostatisti; per di più rimasticate da apprendisti stregoni, lib-lib de’ noantri, tra cui i peggio sono quelli con un occhio al borsello e l’altro al crocifisso. E poi: genuflessioni nei confronti di chiunque sventoli con protervia qualche soldo o qualche prebenda.

C’è quindi da augurarsi che Farinelli, che ha una testa fina e che funziona, approfitti del tempo libero che si è preso lasciando il Wahlkampfteam di cui sopra per stimolare, con l’esempio e il progetto e non a chiacchiere, una riflessione operativa su quanto i valori liberali (e dico tutti, anche quelli del radicalismo e del liberalismo sociale) possono produrre in termine di autonomi progetti e visioni.


Presenzialisti in sciarpetta

Commentino laico e non allineato ai fatti di Ucraina, Stati Uniti e Russia 

Lo abbiamo visto anche martedì sera: sciarpetta d’ordinanza (meglio di quell’altro abbigliamento – tuba e giacca da orchestrale – un po’ da ciula), una sorta di urban chic squallidino che richiama in modo inquietante il dress code del nuovo municipale UDC luganese. Anche il livello dell’argomentazione è del tutto simile, e non è una gran bella notizia.

Costui (Pamini, intendo) è diventato presenza imprescindibile nell’etere nostrano, ma non è né merito né colpa sua; è forse per la pigrizia di taluni giornalisti dell’audiovisivo, che invitano solo coloro che sanno che verranno di sicuro, ma lo è di certo per l’insipienza degli altri, che stanno offrendo uno spettacolo politico-parlamentare poco decoroso, per non dire peggio. E questo al di là di sorprendenti (e immeritate) lodi giornalistiche a proposito di un fantomatico “ritorno della politica”; bisogna essere di bocca buona per considerarlo tale, ma ormai anche a La Regione ci si è ridotti ad accontentarsi del poco, quasi del nulla.

Abbiamo assistito a un dibattito che ci ha mostrato un deputato socialista (Durisch), di solito ben informato e serio, ma che sembrava essere stato paracadutato lì per caso e volesse proprio essere altrove, parecchio imbarazzato per il pasticcio combinato dai verdi sulla storia del salario minimo, e avallato dai suoi e da gran parte degli altri, per le ragioni più diverse (superficialità, fretta, Schadenfreude, banale stupidità, o voglia di andare a casa o a farsi un aperitivo); non ascoltando, per le stesse ragioni probabilmente, la voce di coloro che di queste cose ne sanno parecchio, per storia, esperienza e intelligenza delle cose, e che li mettevano in guardia proprio sul rischio che si è poi materializzato.

Tornando all’”economista” da ultimo banco (ma, mi si dice, professore “universitario”) da cui abbiamo iniziato: l’uomo non ha bisogno di mutuare cavolate dai suoi colleghi di partito, producendone parecchie in bella autonomia, prima con il salario minimo solo per i residenti (ma come gli vengono queste trovate?), ora con il mantra della “preferenza indigena” venduta, assurdamente, come alternativa al salario minimo. Zoppicante in economia, gli farebbe difetto anche la logica se volessimo per un attimo dargli il beneficio della buona fede, ciò che non facciamo di certo; partendo dal fatto che la preferenza indigena nel privato non è giuridicamente praticabile (Schengen), bisognerebbe pensare che gli imprenditori siano così “socialmente responsabili” da assumere svizzeri a stipendi svizzeri quando possono assumere italiani a stipendi italiani. Insomma, più o meno come credere al Gesù Bambino. Al massimo la preferenza indigena potrebbe essere un complemento al salario minimo, non un’alternativa.

Nel dibattito politico assai demoralizzante si staglia la latitanza dei liberali, così ansiosi di smarcarsi verso destra da fare quasi lingua in bocca con gli ex-agrari (e in futuro con la Lega, chissà) in tema di riduzioni di spesa e di altre piacevolezze menostatiste. Molto istruttivo vedere l’ex valletto della consigliera di Stato, transfuga liberale ai suoi dì e indefesso baciapile, dirigere i lavori del parlamento con piglio molto assertivo e minaccioso, incassando non pernacchie ma dichiarazioni di sostegno dal presidente liberale. Lo ha capito bene il ristoratore di Morcote, che ha anticipato i suoi colleghi, passando già da subito all’UDC, con armi bagagli piatti e pentole. In casa lib-lib c’è aria di smobilitazione e l’encefalogramma della progettualità politica (al di là dei soliti regali ai ricchi) è proprio a zero, per non parlare di quello della difesa dei valori del liberalismo, finiti ormai nella pattumiera della storia come fossero ferrivecchi. Al di là di qualche tentazione di chiedere asilo politico a un altro Cantone, siamo ridotti a confidare in un disastro per sperare di poi costruirci sopra qualcosa che abbia un senso.

PS:

Sono particolarmente lieto dell’iniziativa dei democristiani per una parziale defiscalizzazione del canone di locazione, un tema su cui batto invano il chiodo da anni con i miei (i liberali); ricordo però che non si tratta di un provvedimento sociale ma di elementare giustizia ed equità fiscale, e che quindi dovrebbe essere a beneficio di tutti i contribuenti locatari.