La possibilità di una sicurezza non armata

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Mao Valpiana, il manifesto

In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco. Prima di progettare nuove architetture difensive, l’Europa deve interrogarsi sul significato delle parole con cui descrive la propria politica estera.

Le parole «difesa», «conflitto» e «pace» non hanno più un significato evidente e condiviso. Il loro valore cambia a seconda della geografia e della storia di chi le pronuncia.

Un sistema d’arma definito «difensivo» da chi lo installa può essere percepito come una minaccia da chi lo subisce. Quella che per una parte è deterrenza, per l’altra può essere escalation.

La militarizzazione del vocabolario è ormai una realtà.

In Italia il confronto politico si è acceso attorno alla parola «diserzione». Per alcuni una vigliaccheria, per altri eroismo. Don Lorenzo Milani, rivolgendosi ai cappellani militari, poneva una domanda destinata a rimanere attuale: «Cesare Battisti era un Patriota o un disertore? È un piccolo particolare che va chiarito se volete parlare di Patria».

Chi lavora con gli obiettori e i disertori russi e ucraini, bielorussi e israeliani, conosce una realtà che spesso sfugge al dibattito pubblico. Sono persone mosse da valori, paure e speranze simili. Da una parte e dall’altra, la loro scelta mette in discussione il dogma che la sicurezza debba fondarsi, in ultima analisi, sull’uso delle armi, e dunque sulla disponibilità a uccidere e a essere uccisi.

La loro disobbedienza rompe uno schema consolidato e costringe a immaginare una sicurezza fondata anche su strumenti diversi dalla forza militare, che divide il mondo in amici e nemici.

La «mediazione nonviolenta», invece, introduce il ruolo attivo di una terza parte, impegnata a favorire la conciliazione attraverso una strategia asimmetrica di pace, capace di utilizzare soprattutto strumenti economici, diplomatici e civili invece di quelli militari.

In questa prospettiva si colloca la proposta, alla quale ho convintamente aderito, di utilizzare come garanzia di pace i 210 miliardi di euro di asset della Banca centrale russa congelati in titoli di Stato europei, tra Bruxelles e Lussemburgo. Una proposta pubblicata su il manifesto e sottoscritta, tra gli altri, da Gigi Riva, Lea Melandri, Gad Lerner, Tomaso Montanari, Tommaso Greco e Marco Tarquinio, e sostenuta da tre leader pacifisti di Russia, Ucraina e Bielorussia.

Bisogna superare la logica binaria di «armi sì» contro «armi no». Una contrapposizione che rischia di schiacciare il primo campo sulla ricerca della vittoria militare e il secondo sull’accettazione della sconfitta. In entrambi i casi resta intatta la logica della guerra: vince l’esercito più forte, perde quello più debole, e tanti saluti ai principi di giustizia del diritto internazionale.

Le risorse russe oggi congelate potrebbero diventare una leva concreta per costruire un accordo fondato su tre passaggi: cessate il fuoco immediato, apertura di un negoziato e sviluppo di una reale capacità europea di sicurezza condivisa. L’Ue, in accordo con l’Ucraina, dovrebbe avanzare alla Federazione Russa un’offerta formale di pace, aperta al coinvolgimento degli Stati Uniti e delle istituzioni internazionali.

Se Mosca accettasse, il capitale potrebbe restare immobilizzato in un fondo fiduciario internazionale e diventare la garanzia dell’intesa per un periodo pluriennale. La Russia avrebbe così un interesse concreto al mantenimento della tregua: non perderebbe il proprio patrimonio, ma potrebbe recuperarne progressivamente la disponibilità rispettando gli impegni assunti. La pace, in questo modo, assumerebbe un valore economico concreto.

Lasciare esclusivamente agli attori militari il compito di definire ciò che rende sicura una società significa restringere il campo delle soluzioni possibili. Ripensare la sicurezza, invece, significa allargare quel campo alla capacità di costruire alternative alla guerra. La Campagna «Un’altra difesa è possibile», che ha raccolto 57000 firme per la Legge sulla Difesa civile non armata e nonviolenta depositata al Senato, va in questa direzione.


Addio a Barbara Spinelli la figlia dell’Europa che vide arrivare la crisi

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Maria Novella De Luca, La Repubblica

L’aveva vista arrivare prima di molti la grande crisi dell’Europa Barbara Spinelli, lei che dell’Europa era figlia, non solo per la straordinaria biografia familiare, ma soprattutto perché all’Europa immaginata e disegnata da suo padre Altiero con il Manifesto di Ventotene, aveva dedicato tutta la sua vita di giornalista – a Repubblica per lunghi anni fin dalla fondazione nel 1976 – poi saggista, politica, europarlamentare. E oggi che Barbara Spinelli non c’è più, scomparsa ieri a 80 anni a Roma nell’abbraccio della sua grande famiglia, davanti allo sfaldamento del sogno europeista e ai muri che sempre più alti si ergono tra gli Stati, alla guerra che si è annidata nel cuore dell’Europa stessa, ci sono due suoi saggi che tornano alla mente, lucidamente profetici: Il sonno della memoria: l’Europa dei totalitarismi (Mondadori) e Ricordati che ero straniero (Qiqajon).

Aveva fatto parte della nascita di Repubblica Barbara Spinelli, figlia di Altiero Spinelli e Ursula Hirschmann – che si erano innamorati a Ventotene, quando Spinelli e il primo marito di Hirschmann, Eugenio Colorni erano stati lì mandati al confino dal fascismo – nella storica sede di Piazza Indipendenza, casa del nostro giornale dagli albori ai trent’anni. Erano i mesi dell’inizio dell’avventura, (la famosa “nave corsara”) quando le donne nel giornale fondato da Eugenio Scalfari erano ancora pochissime, “le pioniere”, tutte rimaste poi nella storia del giornalismo: Miriam Mafai, Natalia Aspesi, Rosellina Balbi e Barbara Spinelli che arrivava dal Globo.

Sguardo acutissimo sulla politica interna e internazionale, pensiero scomodo e affilato, la determinazione strenua nella difesa dei diritti civili, memoria ed eredità proprio dell’Europa federalista, Barbara Spinelli resta a Repubblica per otto anni, per poi approdare a Parigi, dove ha vissuto gran parte della vita, corrispondente per il Corriere della Sera e per La Stampa. Ma nel nostro giornale Barbara Spinelli – in un rapporto dialettico di amore e conflitto, famoso il suo scontro con Eugenio Scalfari sul ruolo dei Cinquestelle – sarebbe poi tornata durante la direzione di Ezio Mauro, nel 2010, prima di scegliere di candidarsi – è il 2014 – alle elezioni europee nella lista “L’Altra Europa con Tsipras”, unendosi all’ondata di entusiasmo di parte della sinistra italiana per il leader di Syriza. Uscirà dalla lista nel 2015, definendola un progetto fallito, restando a Strasburgo come indipendente diSinistra unitaria europea fino al 2019. Quando Spinelli nel 2014 entra nell’edificio del Parlamento europeo dedicato a suo padre Altiero – hanno ricordato i suoi colleghi di allora – ammette di essere emozionata: «Battersi lì dove l’Unione si fa è una bella avventura».

Esattamente come per i suoi saggi, ci sono alcuni pezzi degli anni del ritorno a Repubblica che delineano nettamente l’analisi politica del futuro prossimo. «La destra dei Camaleonti» è – ad esempio – la descrizione della nuova destra che, nascendo dallo sfaldamento del berlusconismo, vorrebbe proclamarsi normale e invece normale, dice Spinelli, non sarà mai. «Non se per normale intendiamo l’adeguazione alle norme della democrazia, alle sue leggi, alle sue forme costituzionali». E in una applauditissima e affollatissima lectio magistralis nell’edizione di Repubblica delle Idee del 2013, poco prima di scendere in campo, racconta dolorosamente, con un duro j’accuse, l’inizio della fine dell’Europa, così come era nata dal Manifesto di Ventotene. Una crisi, dice, figlia non soltanto della crisi finanziaria ma di un’irreversibile crisi della democrazia interna agli Stati.

Ma è là dove tutto è cominciato che bisogna tornare per capirel’impegno radicale di Barbara Spinelli nel difendere l’Europainsieme a un radicato pacifismo. Perché l’Europa entra nella sua vita anche per via “matrilineare”. Fu Ursula a portare fuori da Ventotene il Manifesto scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni e a diffonderlo clandestinamente nell’Italia occupata. E cresce con cinque sorelle, Diana e Sara nate dall’amore di Ursula e Altiero Spinelli – si sposeranno alla morte di Colorni – e Silvia, Renata ed Eva figlie del primo matrimonio (e Altiero, come il nonno, si chiama anche il figlio di Barbara). Un lessico familiare dove si intrecciano tra Altiero e Ursula l’antifascismo, il confino, la memoria materna di ebrea tedescasegnata dall’esilio, il ripudio della guerra.

Ma l’Europa fa parte anche di quella che è stata la relazione della sua vita, il legame con Tommaso Padoa-Schioppa, tra i fondatori della moneta unica, dopo il lungo amore con Mario Pirani, editorialista di Repubblica. Negli ultimi anni Barbara Spinelli scriveva per il Fatto, al centro della sua analisi – ancora – la guerra: le responsabilità di Trump, il martirio di Gaza, il futuro dell’Ucraina e «le menzogne europee sulle due guerre». Il sogno tradito del Manifesto di Ventotene.

Nell’immagine: Barbara Spinelli


L’anno elettorale che rischia di disfare l’Unione Europea

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Nathalie Tocci, La Stampa

Con l’annuncio a sorpresa delle elezioni anticipate in Spagna il 29 novembre, si apre un anno elettorale che minaccia di disfare l’integrazione europea. Sono otto gli appuntamenti elettorali nazionali previsti nei Paesi Ue nel prossimo anno, quattro dei quali – Francia, Italia, Polonia e Spagna – riguardano alcuni dei più grandi Stati membri. A questi si aggiungono Finlandia, Grecia, Estonia e Slovacchia. Tra i grandi Paesi europei, solo in Germania non si voterà prima del 2029, sempre che la grande coalizione guidata dal cancelliere Friedrich Merz arrivi a fine mandato. Se in tutti questi Paesi il voto dovesse virare verso l’estrema destra, il progetto europeo potrebbe implodere.

Le dinamiche politiche di un Paese europeo contagiano, almeno in parte, anche gli altri. A livello europeo – a partire dalla composizione del Consiglio europeo – si è già visto un netto spostamento a destra. Così come è chiaro che non esiste più, se non nell’immaginario collettivo, una maggioranza europeista al Parlamento europeo formata da popolari, socialisti, liberali e verdi. La maggioranza reale, che si manifesta sempre più spesso in orientamenti politici e decisioni legislative comuni, è palesemente euroscettica e unisce il Partito popolare europeo e le estreme destre. È nell’interesse politico del Ppe negare che questo sia accaduto, continuando a trarre legittimità dall’involucro di una coalizione europeista e vantaggio politico da una maggioranza euroscettica. Le decisioni di questa maggioranza alternativa – sulla deregolamentazione, sull’arretramento climatico, sullo stallo nella governance digitale, mascherate dallo slogan della “competitività” – sono il sintomo di una lenta erosione del progetto di integrazione europea.

Seppur indebolita, l’Unione europea si è salvata fino ad ora grazie all’asincronia dei trend politici al suo interno. Lo abbiamo visto negli ultimi mesi. Prima le elezioni nei Paesi Bassi, l’anno scorso, con la sconfitta dell’estrema destra e l’ascesa dei liberali. Poi la storica elezione ungherese, con la sconfitta di Viktor Orbán, che ha dimostrato quanto sbagliasse chi, come me, temeva che l’Ungheria avesse superato il punto di non ritorno nella deriva autoritaria. E, di recente, il voto in Svezia, anche qui con il declino dell’estrema destra, che appoggiava esternamente il governo di centrodestra, e il ritorno dei socialdemocratici. Se c’è un’unica, magrissima consolazione nel non essere ancora gli Stati Uniti d’Europa, è che, a differenza degli Stati Uniti d’America, l’Europa conserva un’eterogeneità politica che milita contro cambiamenti repentini e radicali. Questo ha rappresentato un limite all’ambizione di integrazione europea, ma negli ultimi anni è stato anche un argine contro la disintegrazione.

È un argine che potrebbe cedere. È plausibile, se non addirittura probabile, che tutti e quattro i grandi Paesi europei chiamati alle urne nei prossimi mesi registrino un netto spostamento verso l’estrema destra. Questo rappresenterebbe anzitutto un problema numerico per l’Ue. Se tutti e otto i Paesi al voto l’anno prossimo dovessero passare nelle mani dell’estrema destra, sommandosi a quelli in cui l’estrema destra è già al potere, non si arriverebbe a una maggioranza qualificata di estrema destra nel Consiglio Ue, ma si formerebbe una minoranza di blocco capace di spazzare via del tutto l’ambizione di integrazione europea delineata nei rapporti Draghi e Letta, già in affanno.

Ma il problema non sarebbe solo quantitativo: sarebbe anche, se non soprattutto, qualitativo. L’approccio di Giorgia Meloni all’Ue sarebbe probabilmente molto diverso se a circondarla fossero Marine Le Pen, Jarosław Kaczyński e Alberto Núñez Feijóo, sostenuto dal leader di Vox Santiago Abascal, anziché Emmanuel Macron, Donald Tusk e Pedro Sánchez, accanto ai quali ha seduto in questi anni. Un effetto galvanizzante e radicalizzante a destra sarebbe probabile, per non dire scontato. Potremmo vedere non più solo la lenta erosione del progetto di integrazione, a cui assistiamo inermi da anni, ma qualcosa di molto più rapido e radicale: un’implosione, seppur silenziosa. Magari continueremmo a fare spallucce, sbiadito com’è il ricordo del nostro passato, fatto di nazionalismi, violenza e distruzione. Paradossale che a prendere atto dell’autolesionismo antipatriottico dei nazionalismi sia proprio il Regno Unito, il primo a cedere alle sirene del sovranismo farlocco, che oggi inizia lentamente a riconoscere quel colossale errore proprio mentre altri grandi Paesi europei rischiano di cadere nello stesso micidiale tranello.


Dal trauma alla vendetta, la legge del più forte di Netanyahu sfida il lume della ragione

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Anna Foa, La Stampa

Tre anni dal 7 ottobre, la data che ha segnato una cesura radicale nella storia del conflitto israelo-palestinese e che ha dato inizio allo sterminio di oltre settantamila abitanti di Gaza, alla quasi totale distruzione della Striscia, all’aggressione crescente di esercito e coloni in Cisgiordania, volta a sbarazzarsi cacciandoli dei suoi abitanti palestinesi. Cosa è oggi Israele, come è oggi il Paese che celebra questo ricordo?

Diciamo, a scanso di equivoci, che l’attentato terroristico del 7 ottobre è stato subito – e così doveva essere – condannato universalmente, tranne che da frange marginali di estremisti, non ha trovato giustificazioni né sostegno.

È apparso fin dal primo momento un episodio mostruoso di crudeltà esibita proprio per scatenare la peggiore reazione degli israeliani, e non un, in qualche modo legittimo, atto di resistenza alla realtà dell’occupazione e dell’oppressione esercitata sui palestinesi da Israele.

Ma ben presto la solidarietà e la simpatia verso Israele, vittima del 7 ottobre, si è trasformata in una critica sempre più dura alla sua reazione contro Gaza, fino a diventare aperta ostilità man mano che cresceva a Gaza il numero dei morti sotto le macerie provocate da Israele. Le modalità di questa guerra asimmetrica ben si colgono nelle testimonianze dei soldati e degli ufficiali del film Naza.

Così come si coglie lo stato d’animo di chi organizza e mette in atto il massacro di civili innocenti, i “danni collaterali”: senso di essere nel giusto, di stare vendicando le vittime del 7 ottobre, di uccidere esseri inferiori. L’idea che l’unica legge sia quella del più forte, che Israele sia un’eccezione per cui non vale la legge internazionale, né quella della morale universale. Ma anche rimorso, risveglio doloroso dopo l’ubriacatura di sangue.

Per il governo israeliano, il peggiore in assoluto della sua storia, comunque sia andata la questione degli avvertimenti ricevuti, quello che è successo in questi tre anni è stato volto a impedire la nascita dello Stato palestinese, a creare la grande Israele voluta da Dio, a cambiare lo scacchiere mediorientale a suo favore. Per l’esercito, sotto la guida dei peggiori comandanti della sua storia, è stato realizzare la vendetta dei morti assassinati del 7 ottobre. E Hamas? Scompare quasi nell’identificazione con tutti i palestinesi, nella formula che “non ci sono innocenti a Gaza”.

Oggi coloro che hanno consentito, consapevolmente o meno, il 7 ottobre sono sui palchi delle commemorazioni a esaltare Israele e la sua guerra. Haaretz ce li descrive, tutti vicini, premier e ministri, compresa Sara Netanyahu, tutti colpevoli. Tra chi li ascolta si levano voci discordi, il padre di un ragazzo assassinato il 7 ottobre che accusa Bibi, il distacco dei famigliari degli ostaggi, che faranno una commemorazione da soli, senza il governo. L’isolamento del mondo, il boicottaggio, l’affiorare nella diaspora dell’antisemitismo. Intanto, si allargano le notizie sull’atteggiamento del governo, sul suo abbandono degli ostaggi, sulla volontà di estendere le guerre sempre di più.

E fra venti giorni questa Israele distrutta dal dolore, dalla paura e dalla colpa voterà. Ritroverà il lume della ragione, seguendo le strade più razionali della politica? È un Paese, come lo è – e lo era – Gaza, dove ci sono innocenti. Hanno il coraggio di opporsi, di gridare “Non in mio nome”, di essere protettive presenze contro coloni ed esercito in Cisgiordania, senza armi. Piangono anche loro i morti del 7 ottobre, e ne ricordano la terribile violenza, anche se il governo li considera sostenitori di Hamas.

E noi? Riusciremo a far sì che l’orrore del 7 ottobre non offuschi o addirittura cancelli quello, tanto più vasto, di Gaza? Lo ha detto bene David Grossman qualche mese fa in un’intervista, quando ha fatto sua l’etichetta di “genocidio”. È stato attaccato in Israele e i suoi libri sono stati dati alle fiamme. Eppure, sappiamo che è l’unica strada percorribile, che l’ingiustizia non cancella l’ingiustizia ma la moltiplica, che la vendetta è inutile e porta solo colpa e altre vendette. Ecco, sono passati tre anni.

Nell’immagine: Anna Foa


L’utopia della tregua, Gaza prigioniera di un giorno mai finito

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Eman Abu Zayed, il manifesto

A tre anni dal 7 ottobre 2023, Gaza non è più il luogo che era prima. La distruzione ha stravolto le sue città, ha costretto alla fuga la maggior parte della popolazione e ha trasformato quasi ogni aspetto della vita quotidiana. Case, scuole e ospedali sono stati distrutti o danneggiati e le persone continuano a convivere con le conseguenze di anni di genocidio. Per i palestinesi, il 7 ottobre è una linea di demarcazione tra due vite diverse. Ciò che ne è seguito non è stata solo la distruzione degli edifici, ma anche la perdita di familiari, case, mezzi di sussistenza e quel senso di stabilità che era già stato messo a dura prova da anni di conflitto e di blocco.

A giugno 2026 almeno 21.700 bambini erano stati uccisi e 45mila feriti, di cui oltre 11mila con lesioni che hanno cambiato per sempre la loro vita. Ma l’impatto va oltre le ferite fisiche: quasi nove bambini su dieci, intervistati nella prima metà del 2026, hanno dichiarato di aver bisogno di sostegno psicosociale. Dal 10 ottobre 2025, 277 bambini sono stati uccisi, a dimostrazione che il cessate il fuoco non ha portato una sicurezza duratura.

LO SFOLLAMENTO ha modificato la geografia della vita: a metà del 2026, circa 1,9 milioni dei 2,1 milioni di abitanti stimati di Gaza erano sfollati. Molti vivono in tende, edifici danneggiati o rifugi di fortuna con accesso limitato ai servizi di base e sono stati costretti a trasferirsi più volte. I rischi sono particolarmente gravi con l’avvicinarsi dell’inverno: sono stati valutati oltre 400 insediamenti di sfollati, di cui 217 – che ospitano circa 235mila persone – considerati a rischio medio-alto di inondazioni. Più di 4mila edifici in tutta Gaza necessitano di demolizione totale o parziale, eppure oltre 2.300 rimangono abitati da quasi 44mila persone. La distruzione fisica stessa rimane un pericolo costante. Gli edifici danneggiati dalla guerra continuano a incombere sulle comunità, mentre le infrastrutture danneggiate e i rifugi sovraffollati espongono le persone a ulteriori rischi.

NEL CORSO dell’ultimo anno, lo spazio a disposizione dei palestinesi ha continuato a ridursi. Con l’espansione della «linea gialla» israeliana e delle aree soggette a restrizioni, centinaia di migliaia di persone sono state spinte in una parte sempre più stretta e sovraffollata. A ottobre 2026, le organizzazioni umanitarie stimavano che 1,8 milioni di persone vivessero in siti di sfollamento, mentre l’area a loro disposizione si era ridotta a circa il 30% del territorio. La riduzione dello spazio ha comportato che le famiglie abbiano meno luoghi in cui trasferirsi, mentre molte di quelle che vivono vicino alle aree soggette a restrizioni devono affrontare ripetuti sfollamenti e il fuoco dei cecchini e dei droni. Quella che era stata presentata come una divisione temporanea ha ridefinito i luoghi in cui le persone possono vivere, accedere ai servizi e tornare alle proprie case.

L’acqua è diventata un’altra lotta quotidiana. Circa l’82% delle famiglie è in condizioni di insicurezza idrica; fino al 70% delle persone non ha accesso nemmeno a sei litri di acqua al giorno a testa. Quasi il 90% delle infrastrutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza è danneggiato o distrutto.

NEL SUD DI GAZA, i due impianti di desalinizzazione dell’acqua di mare funzionano ai livelli minimi di produzione a causa della carenza di pezzi di ricambio e attrezzature, mettendo a rischio l’approvvigionamento idrico per circa 500mila persone a Deir al-Balah e Khan Younis. Circa il 74% della popolazione dipende dall’acqua potabile trasportata su camion.

Anche il sistema sanitario è stato stravolto. A settembre 2026, solo 19 dei 35 ospedali di Gaza erano parzialmente operativi e solo 10 dei 222 centri di assistenza sanitaria di base erano funzionanti. La carenza di medicinali, forniture mediche, carburante e attrezzature continua a limitare la capacità delle strutture sanitarie di fornire assistenza. Per il dottor Alaa Al-Shanti, «con gli ospedali che hanno subito una pressione senza precedenti a causa dell’entità dei feriti, della distruzione e delle carenze, il 7 ottobre ha cambiato le nostre vite in modi difficili da spiegare. Come medico, ho visto con quanta rapidità la vita normale sia scomparsa e come il sistema sanitario sia stato spinto ben oltre i propri limiti».

ANCHE IL SETTORE dell’istruzione ha subito un crollo simile. Più di 658mila bambini non frequentano la scuola; il 97,5% degli istituti scolastici è stato danneggiato o distrutto. Per una generazione che ha trascorso anni circondata dalla guerra e dagli sfollamenti, la perdita delle aule significa molto più che la perdita delle lezioni. Ha anche privato i bambini degli spazi in cui potevano trovare routine, sicurezza e un senso di vita normale.

Le conseguenze sono visibili anche nei luoghi in cui la popolazione ha cercato di ricostruire una qualche forma di vita. A settembre le organizzazioni umanitarie hanno riferito che oltre 840mila persone hanno ricevuto assistenza alimentare e che centinaia di migliaia dipendono dai pasti cucinati quotidianamente e dal pane sovvenzionato. E si prevede che la carenza di fondi ridurrà l’assistenza alimentare da questo ottobre. Anche la pressione economica è grave. A settembre 2026 i prezzi erano in media superiori del 204% rispetto a prima, rendendo sempre più difficile procurarsi i beni di prima necessità.

PER GLI ABITANTI di Gaza, il 7 ottobre è il punto di svolta in cui le loro vite sono cambiate e l’inizio di una realtà che plasma il loro presente. Per il giornalista Anwar Al-Azayza, che si è ritrovato a documentare una guerra mentre la viveva in prima persona, «il 7 ottobre ha cambiato tutto. Non mi limito più a seguire gli eventi; li vivo in prima persona, documentando la distruzione che mi circonda pur sapendo che anche la mia vita e quella della mia famiglia sono in pericolo». A distanza di tre anni, la guerra ha lasciato dietro di sé una Gaza in cui milioni di persone rimangono sfollate, migliaia di edifici sono pericolanti, i bambini crescono senza un normale accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria e beni di prima necessità come l’acqua rimangono difficili da garantire.

E DA CUI MANCANO l’appello oltre 74mila persone, uccise dall’offensiva israeliana, altre migliaia ancora sotto le macerie e altrettante uccise da fame, freddo e malattie.

Nell’immagine: una strada distrutta a Gaza City


Gaza, vivere tra le macerie che intrappolano una famiglia

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Di Lina Ghassan Abu Zayed, il manifesto

Nel quartiere di Sabra, a Gaza City, Musab Madoukh vive ancora vicino al luogo che un tempo era la casa della sua famiglia. Oggi è ridotta in macerie e i resti di alcuni suoi parenti sono ancora intrappolati al di sotto. Per Musab quelle rovine sono più che i resti di una casa: sono l’ultimo luogo in cui sua moglie, i suoi figli, sua madre, sua sorella e altri familiari sono stati insieme.

IL 29 GENNAIO 2024 la casa della famiglia Madoukh, nei pressi della moschea Abdullah Azzam a Sabra, è stata colpita da un bombardamento israeliano. Secondo la testimonianza di Musab pubblicata da Filastin, all’interno si trovavano 19 persone, tra cui sua moglie Samia e i loro cinque figli, sua madre Suhaira, i suoi fratelli Suhaib ed Ezz al-Din, sua sorella Doha, il marito di lei Mahmoud al-Ghurra e i loro figli. Musab non c’era, era uscito poco prima. Quei minuti trascorsi lontano lo avrebbero reso l’unico sopravvissuto.

Dopo il bombardamento, parenti e soccorritori hanno setacciato le macerie. Alcuni corpi sono stati recuperati, altri no. Mesi dopo Musab è ancora lì: «Sto attraversando un momento estremamente difficile. Vivo vicino alla mia casa distrutta. Ho cercato di riparare le parti danneggiate per poterci vivere, non posso allontanarmi da questa zona: i miei figli sono ancora sotto le macerie», racconta. Andarsene significherebbe allontanarsi dall’ultimo luogo che ha ospitato la sua famiglia: «Ma non c’è gioia qui. Ogni volta che mi avvicino, provo dolore».

Tra le persone che ha perduto c’era sua sorella Doha, incinta quando la casa è stata colpita. Per Musab, un’altra perdita senza fine: quel bambino avrebbe dovuto entrare a far parte della famiglia ma il suo destino è diventato un’altra domanda senza risposta.

A VOLTE MUSAB setaccia le macerie alla ricerca dei resti dei suoi cari. Non cerca sopravvissuti, cerca i morti. La sua unica speranza è dare loro una sepoltura dignitosa. La casa è un luogo di attesa: Musab non si aspetta che la famiglia torni. Sua moglie non varcherà la porta. I suoi figli non lo chiameranno. Sua madre non lo saluterà. Sua sorella non tornerà con il bambino che portava in grembo. Ma continua ad aspettare ciò che resta di loro.

Il suo dolore non si ferma però alla distruzione della sua famiglia: Musab è stato arrestato circa un mese e mezzo dopo l’attacco e portato in un centro di detenzione israeliano quando il destino della sua famiglia era ancora incerto. Ha trascorso quasi un anno e otto mesi in detenzione, secondo la sua testimonianza pubblicata da Al Jazeera. È stato rinchiuso in diversi centri di detenzione, tra cui Sde Teiman, Ofer e il Negev, ed è stato anche portato ad Ashkelon durante gli interrogatori.

Ha descritto la detenzione come un periodo di sofferenza psicologica e fisica, caratterizzato da carenze alimentari, assistenza medica inadeguata e isolamento dal mondo esterno. Ma per Musab, il dolore della prigionia era indissolubilmente legato alla perdita che aveva già subito. Non era un prigioniero semplicemente separato da una famiglia che attendeva il suo ritorno.

Il 13 ottobre 2025, Musab è stato rilasciato. Per molti prigionieri, il rilascio significa tornare dalle proprie famiglie. Significa rivedere i propri figli, abbracciare i propri genitori o tornare in una casa dove c’è qualcuno che li aspetta. Per Musab non c’era nessuno ad aspettarlo. È tornato a Gaza e tra le macerie della casa dove erano stati uccisi 19 membri della sua famiglia.

«SONO STATO RILASCIATO dal carcere il 13 ottobre 2025 e sono tornato per affrontare un’altra tragedia tra le macerie della mia casa, in attesa dei corpi dei miei cari», ha raccontato. È tornato in una casa senza sua moglie. È tornato senza i suoi figli. È tornato senza sua madre né sua sorella. È tornato in una casa dove alcuni dei suoi familiari giacciono ancora sotto le macerie. Da allora, è rimasto vicino alla casa distrutta. Dice che la presenza dei corpi sotto le macerie è «una ferita aperta che non guarisce» e ha chiesto le attrezzature necessarie per recuperare i resti di coloro che sono ancora sepolti lì.

La guerra gli ha portato via la famiglia. La detenzione gli ha sottratto quasi altri due anni di vita. E quando finalmente è uscito di prigione, non c’era più una casa di famiglia in cui tornare. Laddove gli altri vedono una casa distrutta, lui vede l’ultimo luogo in cui la sua famiglia era viva.

Nell’immagine: la famiglia al-Yazji rompe il digiuno di Ramadan tra le macerie di Gaza


Jill Lepore: “Una tecno-setta tiene le redini dell’IA”

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Di Raffaella De Santis, La Repubblica

FRANCOFORTE

Dalla Buchmesse viene lanciato l’allarme: facciamo qualcosa o l’intelligenza artificiale distruggerà le nostre democrazie. Gli Stati liberali rischiano di trasformarsi in “automatocrazie”, dice Jill Lepore, che ieri ha aperto la fiera di Francoforte ricordando che siamo sulla soglia di un bivio: oltre questa linea c’è la disumanizzazione. È stata una Opening Conference di quelle che si ricorderanno. Fra qualche anno potremo dire che il mondo del libro non è rimasto zitto, che ha chiesto aiuto alla politica per difendere il copyright e la libertà di espressione. È stato anche presentato un appello, firmato da 120 editori, per reclamare trasparenza sulle opere utilizzate per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.

Lepore, storica ad Harvard, premio Pulitzer vinto quest’anno, è autrice di un libro uscito in Italia proprio ieri per Rizzoli, intitolato significativamente Ascesa e caduta dello Stato artificiale. Chiamata sul palco, sorride ma non arretra, non teme di sembrare pessimista né di attaccare le Big Tech. Nella sua visione stiamo abbandonando le categorie razionali e facendo spazio a una nuova tecnoreligione. A Repubblica spiega come l’IApuò trasformarsi in un incubo.

Nel suo libro descrive l’ascesa dell’intelligenza artificiale quasi come una nuova religione, come mai?

«Le aziende della Silicon Valley parlano da molto tempo della propria “missione”, i loro leader si presentano come dei missionari. Se andiamo ad analizzare il linguaggio che usano, vediamo che deriva dal cristianesimo. È messianico, salvifico. Dicono di cercare di preservare il futuro dell’umanità. La dimensione è senza dubbio religiosa, non la liquiderei come semplice iperbole. Inoltre amano rendere misterioso il proprio potere e la fonte della loro conoscenza».

Siedono sul lato opaco del potere, stanno rispolverando gli arcana imperii?

«Per tipi come Elon Musk o Mark Zuckerberg è preferibile che la gente comune non capisca ciò che soltanto loro sono in grado di conoscere, quasi fossero dei sacerdoti».

Sono una setta misterica che ha in mano le sorti del mondo?

«Li osservi bene. Vestono tutti allo stesso modo, indossano una sorta di paramenti: scarpe da ginnastica nere, jeans neri, maglietta nera, felpa nera con cappuccio, cappellino da baseball nero. Una specie di uniforme che fa parte della loro cultura dell’autorità. Sia nella retorica che usano, sia nel modo in cui si presentano al mondo, hanno i tratti di una nuova religione».

In quale misura questa nuova fede è un rischio per le nostre democrazie?

«Sam Altman pensa che un presidente degli Stati Uniti basato sull’intelligenza artificiale sarebbe migliore di un presidente umano. Quando lo diceva, non stava facendo una battuta su Trump, del tipo “qualunque cosa sarebbe meglio di Trump”. Intendeva dire che una macchina sarebbe più efficiente e rappresenterebbe meglio gli interessi della popolazione. Ciò rivela una profonda incomprensione della natura del nostro sistema costituzionale, con i suoi pesi e contrappesi, la separazione dei poteri e il diritto dei cittadini a mettere sotto accusa chiunque sia stato eletto alla presidenza. Non è una forma utopica di democrazia, si chiama totalitarismo. Non so che cosa si possa fare, ma ho più fiducia che intervenga l’Europa piuttosto degli Stati Uniti, che pure dovrebbero farlo».

La politica americana su questo fronte latita. È colpa di Trump o si tratta di problemi di lunga data?

«Direi che latita a partire dagli anni Ottanta, durante l’era Reagan, con la spinta verso la deregolamentazione. Da allora in poi il Congresso ha rinunciato di fatto alla propria responsabilità di indagare se i nuovi strumenti provenienti dalla California potessero rappresentare un rischio per la vita politica americana e per la società civile».

Trump non ama il nome “intelligenza artificiale”.

«Ha proposto “superintelligence”. Inoltre ha stretto una sorta di accordo tra gentiluomini con le aziende dell’IA e lo ha chiamato “Costituzione”. Una Costituzione è un documento scritto da delegati eletti dal popolo, ratificato dal popolo e modificabile dal popolo, non un patto informale. È incredibile».

Se le macchine prendono il potere come in un racconto di fantascienza, cosa rimane dell’umano?

«Questo è il punto. Zuckerberg dice che nei fine settimana gli piace cucinare con una delle sue figlie e che sarebbe fantastico se una macchina potesse scegliere una ricetta, fare la spesa e far consegnare a casa tutti gli ingredienti. Altman vuole caricare il proprio cervello su un computer quando morirà, in modo da poter vivere per sempre come una macchina. Non è così che la maggior parte delle persone immagina la felicità».

Nella tradizione costituzionale americana c’è proprio il diritto alla ricerca della felicità.

«E se il governo smette di garantirlo, puoi cambiare quel governo, togliergli il consenso. Nel 1958, nel saggio Vita activa, Hannah Arendt scriveva di temere un futuro in cui avremmo creato macchine in grado di pensare e parlare al posto nostro. Tre anni prima era stato coniato il termine “intelligenza artificiale”. Lo Stato artificiale è il sogno di recidere i legami degli esseri umani non soltanto con il mondo naturale, ma anche degli uni con gli altri. È un futuro nel quale saremo governati — e sostituiti — da macchine possedute da aziende. I social media non hanno fatto che aumentare la nostra solitudine».

L’arte, la letteratura, le humanities in generale scompariranno?

«Sono vulnerabili, certo, ma nessuna democrazia può prosperare senza un elettorato capace di leggere. Penso che una gran parte della saggezza dell’umanità sia contenuta nella storia dell’arte, nella storia dell’architettura, nella storia della letteratura, nella storia della filosofia. Dovremo studiare i migliori pensatori e i migliori artisti per riuscire a comprendere nuovamente che cosa c’è nell’essere umano che consideriamo così prezioso, e quindi evitare di cederlo».

Il Libro

Ascesa e caduta dello Stato artificiale di Jill Lepore (Rizzoli, trad. di L. Rodinò e R. Prencipe,, pagg. 352, euro 24)

Nell’immagine: la storica Jill Lepore

 


L’insostenibile questione sociale

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Francesco Manacorda, La Repubblica

Il viaggio in dieci puntate che Repubblica ha appena concluso nell’Italia dei piccoli salari racconta non solo le storie dei working poor di casa nostra, ma anche lo slittamento, in apparenza inarrestabile, di una classe media che resta tale per cultura, aspirazioni e bisogni, e che si sente invece ogni giorno un po’ più lontana — prima di tutto nelle condizioni di vita materiali — dalle premesse su cui contava e dalle speranze che coltivava.

Per molti si tratta inoltre di una caduta che pesa ancora di più perché arriva a pochi anni di distanza da quella che era stata vissuta, al contrario, come un’ascesa: l’emancipazione in termini di studi, di consumi, di sicurezza economica dalla generazione dei loro genitori e da quelle precedenti. Ora non più.

È un tema, quello della sofferenza della classe media, specie nelle sue fasce meno qualificate, legato a cambiamenti che investono tutto il mondo, ma che da noi si declina con particolare urgenza in termini di lavoro e di stipendi, quando non di precarietà. Di classifiche che mostrano quanto in Italia i lavoratori dipendenti siano pagati meno che in altri Paesi industrializzati si possono riempire gli archivi.

Secondo l’Ocse, per fare solo un esempio, nel 2025 il salario medio annuo era di circa 34.700 euro in Italia, contro oltre 44mila in Francia e quasi 55mila in Germania. E in un Paese ad alta e solo relativamente contrastata evasione fiscale come l’Italia, il lavoro dipendente soffre di un’ulteriore condizione penalizzante: è in sostanza l’unico che paga fino in fondo tutte le tasse.

Sempre l’Ocse calcola che nel primo trimestre di quest’anno i salari reali italiani erano ancora inferiori del 6,1% rispetto all’inizio del 2021: il divario più ampio tra le grandi economie esaminate. Sul perché di questo divario le ipotesi più accreditate riguardano la piccola dimensione media delle imprese italiane, la loro scarsa produttività e la scelta delle aziende di puntare sulla compressione dei salari e non sull’innovazione come fattore competitivo.

Ma, al di là delle analisi, la sostanza è che gli stipendi italiani, specie i più bassi, vanno aumentati e il lavoro salariato deve ritrovare in pieno una sua dignità, certificata prima di tutto dal trattamento economico. Per questo nella prossima campagna elettorale, e soprattutto nell’azione di chi poi governerà, il tema del lavoro deve diventare centrale.

È una questione di giustizia sociale, ma è anche una questione ben più ampia di tenuta del sistema democratico. Una democrazia viva si alimenta di forme di democrazia sostanziale, e a sua volta le alimenta, in un circolo virtuoso.

Se il circolo si inceppa, rischia di diventare un guscio vuoto. E i presupposti che dovrebbero garantire a ogni cittadino la partecipazione, in piena eguaglianza, all’esercizio del potere pubblico minacciano di incrinarsi non solo sul versante dell’eguaglianza sostanziale — visto che quella economica è sempre più in discussione — ma anche nella possibilità stessa della partecipazione di chi invece si sente sempre più escluso dalla costruzione sociale.

«Sa che cosa è che mi fa arrabbiare davvero? Il fatto di non poter scegliere», dice in una delle nostre storie Donatella Conte, 61 anni, addetta al banco gastronomia di un supermercato romano. Parla delle scelte di vita, della relativa libertà che potrebbe darle uno stipendio sufficiente. Ma l’impossibilità di scegliere e la mancanza di fiducia nel futuro fanno presto anche a trasformarsi in astensione elettorale.

La salute della democrazia in generale ha insomma a che fare anche con la democrazia contrattuale. Anche in questo caso si possono citare studi su studi che dimostrano come non solo l’aumento delle diseguaglianze, ma anche la perdita di potere d’acquisto, l’insicurezza economica e la stagnazione dei salari innescano un meccanismo noto: redditi fragili producono insicurezza e perdita di status; la percezione che il sistema non protegga più il lavoro intacca la fiducia e il senso di efficacia dell’azione politica e cresce così la disponibilità verso partiti populisti, radicali o che si propongono come avversari dell’establishment.

Un meccanismo che non a caso in tempi recenti è stato amplificato dalla grande incognita dell’Intelligenza artificiale, con le sue promesse ma soprattutto con le sue minacce di svuotare gli uffici come altre rivoluzioni tecnologiche hanno svuotato le fabbriche.

L’avanzata delle formazioni populiste, se non dichiaratamente ostili ai principi fondanti delle democrazie liberali, è del resto un fenomeno globale, che non riguarda solo casa nostra. Per fermarsi all’Europa, vale per la Germania con l’economia in frenata e i tagli decisi da un’impresa-simbolo come la Volkswagen, e anche per la Grecia e la Spagna, dove la crescita, letta con i numeri della macroeconomia, è superiore alla media europea, ma i suoi benefici non arrivano a tutti allo stesso modo.

L’Italia vive quindi un problema comune, ma in condizioni aggravate proprio dalla sua stagnazione salariale. Capirlo, e capire soprattutto che anche da questo dipende la tenuta della democrazia, è un passo rimandato da troppo tempo.

Nell’immagine: Napoli


Se cade Brasilia per Trump sarà bottino pieno

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Roberto Livi, il manifesto

Cade il più importante baluardo anti Trump in America Latina? È questo il messaggio geopolitico che emana l’amara sconfitta di Lula da Silva in Brasile nei confronti di Bolsonaro jr. L’esito, del tutto inaspettato , della prima tornata presidenziale va in questa direzione.

Il tycoon si appresta a brindare secondo il suo slogan favorito, «The winner takes it all», il vincitore prende l’intero bottino, che in questo caso è il subcontinente a Sud del Rio Bravo. Le cose gli vanno male all’interno e in Medio oriente, ma si avvia alla «riconquista» dell’America Latina.

Questo era l’obiettivo della dottrina che porta il suo nome, la Donroe, annessa come corollario alla Strategia nazionale della sicurezza (NSS) degli Usa, varata alla fine dell’anno scorso. Essa prevede il controllo dei beni del subcontinente, definiti «asset strategici degli Stati Uniti». Nessun riferimento all’esportazione della democrazia made in Usa – come invece era il centro della dottrina Monroe del 1823. Quello che importa è il bottino.
Così è stato con il blitz su Caracas il 3 gennaio e il rapimento del presidente Maduro e della consorte Cilia Flores: si è visto poche settimane fa che vale a Trump il controllo di giacimenti di petrolio in Venezuela, valutati più di 40 miliardi di barili.

La presidente (tuttora ad interim) Delcy Rodríguez, può stare solo a guardare (ne va della sua testa, come le ha intimato il segretario di Stato Usa, Marco Rubio). La premio Nobel María Corina Machado, non può, almeno fino a oggi, nemmeno tornare in patria come ha tentato un paio di volte nelle ultime settimane: nessun staterello del Caribe le dà il permesso di atterrare in transito. Di elezioni e di democrazia in Venezuela se ne parlerà quando Trump deciderà che il paese è «pronto alla transizione».

È l’«eccezione America Latina», bellezza, affermano gli aedi di Trump. Già l’aveva dimostrato il 7 marzo, riunendo a casa sua, a Mar-A-Lago in Florida, dodici leader, esponenti della nuova e radicale destra latinoamericana, che hanno firmato l’accordo battezzato “Scudo delle Americhe”. Il nemico comune sono le organizzazioni narcos (definiti i nuovi terroristi) e le sinistre antifa. Militari e leader politici latinoamericani sono i guardiani degli «asset strategici» Usa, i primi con le armi (e l’intelligence) sottomessi al Pentagono; i secondi al tycoon. Naturalmente lo scudo in questione è rivolto soprattutto contro la penetrazione cinese nel Sud dell’Emisfero occidentale.
Sono questi i termini sostanziali che hanno accettato anche gli ultimi vassalli, Keiko Fujimori e Abelardo de la Espriella, entrambi eletti alla presidenza con un pugno di voti – e pesante ingerenze di Washington – in Perù e in Colombia. A questo punto mancavano tre importanti ridotti: Cuba, Messico e Brasile.

l primo è sotto strangolamento economico con un blocco sia di petrolio sia di medicinali e prodotti di prima necessità che non vengano, col contagocce e con evidenti scopi politici, dagli Usa. La presidente messicana Claudia Sheinbaum , seppur sotto schiaffo (della Dea e dei reparti speciali Usa che minacciano di entrare negli Stati messicani confinanti per combattere i narcos) si mantiene a schiena dritta. Ma può farlo fino a quando avrà l’appoggio del Brasile.

Così è chiaro che il vero baluardo anti Trump – per popolazione, estensione e produzione – era ed è il Brasile governato da Lula. Il quale ha messo in chiaro che, con lui, «il nostro paese non entra nel cortile di casa degli Usa».Il terzo mandato di Lula ha dato frutti – aumento del salario minimo, crescita economica e livelli di disoccupazione ai minimi storici. Ma non ha avuto una vittoria politica che gli permettesse di affrontare Flávio Bolsonaro come prestanome di interessi sinistri ma enormi: la lobby delle scommesse, truffatori bancari e della sicurezza sociale, crimine organizzato. Ma soprattutto della Miami imperiale. Il suo programma interno è mano dura, ma quello che importa è la sua volontà di affidare a Trump e Rubio i minerali strategici e la sovranità del paese in cambio della libertà di suo padre, Jair.

Pure in questo caso l’intervento degli Usa è stato pesantissmo: l’agenzia nazionale brasiliana di intelligence, la Abin, ha presentato prove dell’ingerenza «apertamente riconosciuta» degli Usa.

La protervia di Trump, ovviamente, non basta a spiegare l’«eccezione America Latina», con la possibilità purtroppo di essere confermata dal Brasile. Anche le ultime indagini di Latinobarómetro dimostrano che in tutto il subcontinente la democrazia e la sovranità non godono di buona salute. La sinistra continentale dovrà analizzare in profondità le ragioni di una sconfitta di cui porta una forte responsabilità.

Nell’immagine: cartelli contro Trump e Bolsonaro a a San Paolo, in Brasile


Dentro o fuori? Meglio fuori!

RIARMO In un dibattito pubblico sempre più militarizzato, termini come «sicurezza», «deterrenza» e «protezione» hanno smesso di avere un significato univoco 

Di Fabio Dozio, Quaderni alternativi

Lanciamo un sasso nello stagno discutendo dello stato del Cantone, e della sinistra, in vista delle elezioni politiche, previste nell’aprile dell’anno prossimo.

Si fa un gran parlare di “storica crisi istituzionale”. Al di là degli ultimi accadimenti, sembra chiaro che ci troviamo confrontati con una crisi politica, una perdita di credibilità del Consiglio di Stato, che ha avuto, già con l’arrocco di un anno fa, un punto culminante e simbolico. Ma anche la Magistratura sta attraversando un periodo travagliato.

Più di un commentatore ha lanciato la provocazione di “mandare tutti a casa” i membri dell’esecutivo. “Tabula rasa”, ha proposto il direttore de laRegione Daniel Ritzer. Giornalisticamente un pungolo appropriato e condivisibile, ma politicamente finisce per essere una proposta vana. Sostituire gli attuali cinque consiglieri con amici di partito papabili cosa cambierebbe? Poco o niente. Non ci sembra di vedere una fila di statisti pronti a salire lo scalone del Palazzo delle Orsoline.

In queste condizioni ha senso che la sinistra stia sul carro sgangherato del Governo, sempre in minoranza e dovendo subire la “trappola della responsabilità”? No, non ha senso. L’unica  vera alternativa è che la sinistra, l’attuale alleanza rosso-verde-MPS, rinunci alla partecipazione al Governo e passi all’opposizione. Vecchia storia che ogni tanto risuscita. A Berna se ne parla da anni, in Ticino meno, anche perché il governo viene eletto dai cittadini e non è condizionato in anticipo da alleanze. Nel 1920, ai primordi, si parlava di “partecipazione anticollaborazionista”, ora la musica governativa socialista è un inno al collaborazionismo.

Cosa si porta a casa?

Perché uscire dal governo? Perché si è costretti ad assumere responsabilità politiche di centro destra senza avere gli strumenti e la forza per modificarle. Alla riunione dell’alleanza di sinistra tenuta allo Spazio Aperto di Bellinzona nell’ottobre dell’anno scorso, si è ripetuto che la presenza in Consiglio di Stato è un mezzo e non un fine, si è detto che si tratta di valutare “cosa si porta a casa”. Infatti! Salvo che questo bilancio non è mai stato fatto. La partecipazione al Governo risale all’aprile del 1922 e per anni il dibattito è stato vivo: “Invischiato nelle logiche consociative, e in taluni frangenti alleato dei partiti borghesi alla guida del paese, il consigliere di stato apparve, agli occhi dei più radicali, come l’emblema dell’odiato riformismo socialdemocratico, della collaborazione e del compromesso di classe. Da qui la costante richiesta di una condotta più conforme ai principi ideali del socialismo, di un atteggiamento più duro e intransigente nei confronti della maggioranza borghese e, per i più conseguenti, dell’uscita dei socialisti dal governo cantonale”. (Tobia Bernardi, Giacomo Müller, Tracce di rosso).

Recentemente Marina Carobbio, alla RSI, ha dichiarato: “Sono socialista, sono consapevole che in governo bisogna costruire delle maggioranze. Non si va in governo solo per essere contro, ma cercare di ottenere qualcosa e nei prossimi mesi avrò anche modo di fare un bilancio di quello che ho potuto fare in quattro anni”. In questi tre anni e mezzo non abbiamo notato quali maggioranze sia riuscita a costruire Carobbio né, soprattutto, quali decisioni o misure “socialiste” siano state approvate dall’esecutivo. Ci ricordiamo però, per esempio, il suo appoggio allo sciagurato arrocco e l’approvazione del taglio dei sussidi a Supsi e USI. Ci fermiamo qui e restiamo in attesa del promesso bilancio.

Intanto merita di ricordare che la collegialità, rispettata con devozione dai consiglieri socialisti, non è una prigione. Nel regolamento che disciplina l’attività dell’esecutivo, l’articolo sulla collegialità recita: “Un membro del Consiglio di Stato può, informandone il Collegio, esprimere le proprie divergenze di voto e di opinione”. Forse ai compagni in governo il regolamento è sfuggito. Resta famosa la decisione di Patrizia Pesenti, “sdraiatasi sui binari” con l’intento di rifiutare i tagli imposti dal preventivo del 2004. Sanzionata dai colleghi di governo, la scelta procurò un ottimo risultato alle elezioni nazionali per il partito socialista.

Potrebbe  ancora avere un briciolo di senso la presenza in Consiglio di Stato se il PS dirigesse il Dipartimento della sanità e della socialità, storicamente legato ai socialisti e politicamente più funzionale. Ma nel 2019 Manuele Bertoli ha preferito mantenere il DECS anche dopo l’affossamento, in votazione popolare nel settembre del 2018, della “Scuola che verrà”. Un errore politico madornale!

C’è spazio per l’opposizione

Torniamo all’uscita dal Governo per il 2027. Vien da dire: se non ora, quando?

La situazione istituzionale non è mai stata così critica e quella politica è anche peggio. In Governo entra un esponente dell’Unione democratica di centro che, verosimilmente, sarà riconfermato ad aprile. Quindi non ci sarà più opposizione e il governo accentuerà il suo carattere destrorso. Freno alla spesa, tagli al sociale e alla formazione. Per fortuna non abbiamo un esercito cantonale, sennò finiva anche lì una montagna di milioni. In questa costellazione partitica e politica cosa ci fa la socialista? O la verde? E il combattivo Pronzini, che merita sostegno per il suo lavoro di parlamentare: che ci fa nella lista per il Governo borghese uno che milita per la rivoluzione e contro il capitalismo?

Inoltre, rinunciare al governo può essere una boccata di aria fresca che potrebbe mobilitare i numerosi astensionisti che hanno perso interesse per la politica.

Se si voleva rafforzare la presenza in governo, bisognava organizzare un’alleanza di tutto lo spettro della sinistra. Da Avanti al partito comunista: certo Amalia Mirante è il babau dei socialisti, ma la realpolitik insegna che bisogna pensare alla base dei partiti e non ai vertici. Questa prospettiva è l’unica che poteva far pensare di conquistare due seggi in Consiglio di Stato. Con l’alleanza di oggi non ci sono i numeri. Anche perché l’apertura all’MPS non è certo gradita alla base socialdemocratica, come ha detto chiaramente Renzo Ambrosetti, storico sindacalista ed esponente della prima ora del partito socialista, che sceglierà la lista senza intestazione. E forse non piace nemmeno a tutti i votanti MPS. E anche la presenza in lista di Gysin, presidente di un sindacato d’ispirazione cristiana, secondo Ambrosetti, può creare qualche scontento a sinistra.

D’altra parte la copresidente socialista Laura Riget ha affermato, alla RSI, che “il nostro obiettivo non è massimizzare a tutti i costi i nostri voti elettorali”, ma si accontenta di proporre una politica seria.

Rivendicazioni chiare

Naturalmente deve andare all’opposizione tutto lo schieramento rosso-verde. Per l’MPS non cambia nulla, anzi, evita l’ ipocrisia. La nuova alleanza non ha prodotto dibattito e, infatti, il programma non sembra un granché. L’appello lanciato dall’MPS è stato sottoscritto da 200 persone. Praticamernte gli amici e i famigliari stretti dei promotori. Se pensiamo che nello stesso periodo sono state raccolte 20 mila firme contro i tagli agli aiuti domiciliari o 1900 firme in pochi giorni contro i tagli a USI e SUPSI, si conferma che la società civile reagisce sulle rivendicazioni materiali e poco o niente sui proclami politici superati per contenuto e stile. “La bussola che punta a un Ticino diverso”, che presenta quindici impegni comuni della lista unitaria per il Consiglio di Stato, è assolutamente condivisibile, ma si tratta di una sfilza di rivendicazioni scontate e generiche. Manca solo la “pace nel mondo” auspicata dalle vincitrici dei concorsi di Miss Universo. Bisogna voltar pagina e imparare da chi fa meglio. Per esempio dal nuovo sindaco di New York Mamdani che ha svolto la campagna elettorale con un manifesto di dieci punti principali, molto concreti, ad esempio: blocco degli affitti, asili nido gratuiti, salario minimo, tasse più alte per i ricchi, autobus gratuiti. Dieci punti per smuovere una città di otto milioni di abitanti!

Stare all’opposizione rappresenta l’unica vera alternativa: potrebbe essere un investimento per i prossimi quattro anni e dovrebbe animare l’alleanza a sinistra con più libertà. La “lista pluralista” appare a molti come una forzatura, priva di coerenza (manca solo un liberale!). Stare fuori significa anche rafforzare l’identità della sinistra, rinunciando a un seggio che non porta a casa niente e non ha nemmeno più un valore simbolico. Anzi, per il PS la partecipazione al governo sembra avere un effetto anestetizzante su tutto il partito, che finisce per essere sempre sottomesso ai consiglieri di stato. Si veda, appunto, quanto capitato in occasione dell’arrocco, condannato dalla direzione ma poi velocemente dimenticato.

Bisogna lavorare

Ma c’è un problema. Stare all’opposizione vuol dire lavorare. Essere attivi nella società civile. Creare occasioni di dibattito e di mobilitazione su rivendicazioni concrete. Un esempio positivo in tal senso lo offre ErreDiPi – e il sagace Quaresmini – che in questi anni ha occupato uno spazio lasciato libero da un sindacato addormentato e subordinato alle istanze ministeriali del DECS. ErreDiPi ha seminato bene e ha raccolto frutti.

Bisogna considerare che in Ticino, a differenza della Svizzera, esiste l’iniziativa legislativa, oltre al referendum. Dunque due opportunità di democrazia diretta che permettono di essere presenti ed efficaci politicamente. Si possono proporre leggi e si può cercare di bocciare decisioni contrarie agli interessi della sinistra: le ultime vittorie qualificanti della sinistra sono passate da lì.

Però si deve lavorare, e molto più di quanto i socialisti abbiano fatto in questi quattro anni. Con l’eccezione del capogruppo Ivo Durisch, che merita un plauso per il suo impegno, dov’erano i giovani socialisti eletti nell’ultima tornata in Gran Consiglio?

Bisogna lavorare. I collaboratori di Mamdani a New York hanno bussato a decine di migliaia di case. Anche la Linke, a Berlino, con la Haustürgespräche ha suonato a 60 mila abitazioni.

Che fare ad aprile?

Va riproposto l’uso della scheda bianca. È stata in voga nel 1970 e nel 1974, quando l’allora Partito socialista autonomo decise di non partecipare all’elezione per il governo. Certo, erano altri tempi, ma forse un ritorno al passato per la cultura di sinistra non è da scartare.

“Già nell’agosto del ’70 – ci ricorda Pompeo Macaluso nella sua Storia del PSA – Martinelli e Cavalli erano stati incaricati di stendere una bozza del documento congressuale, che costituirà il nucleo della ‘Relazione preparatoria’ approvata alla fine di ottobre dall’Ufficio Politico ed inviata per il dibattito alle sezioni. Per principio, in quanto ‘semplice organo di gestione – amministrazione degli interessi della borghesia’, ma anche per non compromettere la credibilità dell’appello anticonsociativo, veniva esclusa la presenza in Consiglio di Stato. (…) Per queste ragioni il PSA non avrebbe esibito programmi, non avrebbe fatto promesse, non avrebbe dato garanzie per future realizzazioni. Si sarebbero invece documentate le quotidiane vicissitudini dei cittadini, mostrando come ‘i salari insufficienti, l’aumento degli affitti, l’inquinamento, derivassero direttamente dallo sfruttamento capitalistico’. Una battaglia di minoranza, certo, ma capace di allargarsi a tutti coloro che si rendevano conto che così non si poteva continuare”.

Se si votasse in massa scheda bianca il risultato avrebbe un senso.

Concludiamo con l’osservazione di un grande radicale, Dick Marty che si chiedeva se la partecipazione al governo di tutti i partiti principali fosse ancora attuale: “La collegialità assume così aspetti un po’ grotteschi che a mio parere nuociono alla credibilità della politica”.

Abbiamo lanciato un sasso nello stagno o, forse, solo una voce nel deserto.

  • Naufraghi/e ha accolto sin dall’inizio la discussione sulla possibilità di un fronte comune della sinistra ticinese. Qui l’elenco di tutti gli articoli dedicati all’argomento