Trump, show a Dallas per sbancare le Midterm: “Se vinciamo, 5mila dollari a tutti gli americani”

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Alberto Simoni, La Stampa

DALLAS. «In 55 giorni gli americani andranno a votare in una delle più importanti elezioni della nostra storia. Il vostro voto deciderà se il Paese inciamperà ai blocchi di partenza dei suoi prossimi 250 anni, oppure se balzerà in avanti senza mai più voltarsi indietro». Donald Trump chiude la prima serata della Convention per le Midterm– una prima volta assoluta nella storia Usa – chiamando il suo popolo alla mobilitazione.

Tiene un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas, (l’arena dei Mavericks dell’Nba) in cui salta dalla partitura del teleprompter all’improvvisazione in cui snocciola battute e aneddoti come fosse in un rally. E in fondo questa Convention è un’estensione di un mega comizio, a condirlo ci sono gli interventi di alti big e personalità repubblicane.

Se la partecipazione misura l’entusiasmo e anticipa la mobilitazione repubblicana in vista delle Midterm, qualche brivido deve essere corso fra le file del Gop. Un’ora prima dell’intervento del presidente l’arena piena al 60 per cento, il terzo anello deserto. Quando parla il leader la percentuale si alza di poco e gli spazi vuoti colpiscono. Trump finge di non vederli.

Lo schema lungo il quale si muove il presidente è quello previsto: dipingere le prossime elezioni come la contrapposizione fra cui ha «un’agenda che distrugger le finanze e ha portato a quattro anni di disastri e morto sotto la gestione di Sleepy Biden» e chi invece «vuole finire il lavoro iniziato nei più grandi primi due anni della storia della presidenza». In sintesi, dice Trump, la scelta è semplice: «consegnare il futuro dell’America alla sinistra radicale o votare repubblicano e lasceremo il mondo mangiare la polvere per le generazioni a venire».

È il canovaccio su cui si snoda tutto il discorso con il presidente che ha riassunto “i successi” della sua Amministrazione, dagli ingressi di illegali dal confine Sud azzerati; al grande taglio delle tasse contenuto nel Big Beautiful Bill approvato lo scorso anno; alla riduzione del prezzo dei farmaci; alla fine delle tasse sul lavoro straordinario, sulla social security e sulle mance; alle tariffe che hanno riportato lavoro negli Usa e a 19mila miliardi di investimenti dall’estero. Tutte cose, spiega Trump, che «non avrei fatto senza l’aiuto dell’incredibile maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato».

È questo schema che deve ripetersi quindi la sera del 3 novembre quando gli americani si saranno espressi nelle elezioni di Midterm.

Quando Trump parla da un’ora, consegna al pubblico, “la notizia”. Che è una promessa: quella di destinare 5mila dollari in dividendi per ogni adulto se i repubblicani manterranno la maggioranza al congresso. Unica condizione – precisa – è che i soldi siano spesi negli Stati Uniti.

È il tentativo, molto concreto, di corteggiare una fetta di elettori ben più ampia della sua base Maga che ancora lo adora (popolarità al 90%) e cercare voti fra gli indipendenti e i moderati.

Trump ha dipinto gli avversari democratici – oltre che con il nomignolo coniato di recente di “Dumbcrats” – come radicali estremisti di sinistra, ormai andati ben oltre il socialismo e appiattiti su una agenda comunista. Sono iperboli retoriche, che hanno però buon gioco e semplice utilizzo. In quasi tutti gli interventi della prima giornata della Convention infatti gli oratori hanno evidenziato la svolta “comunista” dei democratici.

Oltre a battute e gestualità che hanno strappato risate e boati, Trump è stato anche molto concreto nell’indicare quali sono i bersagli su cui ci si deve concentrare per mantenere la maggioranza repubblicana. Il Senato soprattutto dove i pericoli vengono da Texas, North Carolina e Michigan. Ha citato i rivali Roy Cooper, James Talarico e Abdul El Sayed e chiesto di sostenere i repubblicani per i quali ha aggiunto è pronto a fare campagna elettorale e a visitare gli Stati in bilico “non una ma più volte”. Di fatto l’annuncio che i prossimi 55 giorni, la sua presidenza diventerà itinerante e che comizi ve ne saranno molti a sostegno dei candidati “pericolanti” del Gop.

Questa sera Trump farà il bis, chiuderà la due giorni di lavoro ma «non ripeterò le stesse cose, sarò breve, dirò che vi voglio bene».

Il duello delle Midterm è ormai partito, i termini della sfida ormai delineati. Se il messaggio della Convention sarà efficace e avrà perforato le resistenze dei moderati scettici sulla direzione del Paese lo si capirà però solo il 3 novembre.


IA, le dimissioni shock del ricercatore di Anthropic: “Così è a rischio l’umanità”

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Federico Ferrazza, La Repubblica

Jacob Coxon ha 27 anni ed è un informatico britannico. Si occupa di pre-addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. In altre parole, somministra enormi quantità di dati agli algoritmi cosicché questi possano imparare a essere autonomi per eseguire un compito qualsiasi: la scrittura di un testo, la realizzazione di un video, una decisione aziendale e così via.

Coxon lavora in Anthropic, uno dei colossi statunitensi dell’IA. O meglio: lavorava. Sì, perché ieri ha annunciato le sue dimissioni con una serie di post sul social X, l’ex Twitter. L’informatico ha motivato così la sua decisione: «Ho trascorso gli ultimi tre anni sia in OpenAI (l’azienda di ChatGpt, ndr) che in Anthropic. Nessuna delle due sta agendo responsabilmente. Stanno giocando d’azzardo con le nostre vite. Presto l’IA sarà in grado di hackerare qualsiasi cosa e rivoluzionare ogni campo dall’oggi al domani. Le persone che costruiscono questa tecnologia pensano che potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio».

Un allarme che in queste ore sta facendo discutere molto. In tutto il mondo. Anche perché a rafforzare i timori di Coxon ci sono state, subito dopo le sue dimissioni, le dichiarazioni di chi Anthropic non l’ha (ancora?) lasciata. Un altro dirigente dell’azienda statunitense, Evan Hubinger, ha detto: «Jacob ha ragione, crediamo che l’IA potrebbe uccidere tutti gli esseri umani! Penso che ci sia più del 10% di probabilità entro il prossimo decennio. Anthropic sta facendo del suo meglio per scongiurare questa eventualità, ma non abbiamo ancora un piano e non siamo sulla strada giusta per farlo».

Il caso di Coxon non è isolato. Negli ultimi tempi in molti hanno assunto toni apocalittici parlando di IA. Alla fine di agosto il fondatore di Microsoft, Bill Gates, in una intervista al New York Times aveva parlato delle sue paure degli algoritmi: dalla disoccupazione di massa al bioterrorismo. Parole che a loro volta avevano seguito quelle di Sam Altman (fondatore di OpenAI), Dario Amodei (Anthropic) ed Elon Musk (xAI). Che, con argomenti diversi, hanno detto la stessa cosa: si sta costruendo la tecnologia più importante della Storia; ma al tempo stesso quella stessa tecnologia potrebbe diventare incontrollabile. E letale per l’umanità.

L’aspetto curioso, e per certi versi inquietante, è però che sono proprio coloro che sviluppano IA a metterci in guardia. Per questo molti osservatori sostengono che si tratti anche di una precisa strategia di marketing. Soprattutto per aziende, come OpenAI e Anthropic, prossime alla quotazione in borsa. Perché più a una tecnologia si riconosce potere, più aumenta il valore di chi la sta costruendo.

Ma, al netto delle mosse tattiche di questi colossi e delle previsioni di una fine del genere umano entro quattro anni, ci sono degli elementi che non possono essere sottovalutati. Primo perché nessun laboratorio ha ancora risolto il problema dell’allineamento, cioè la garanzia che un’IA segua sempre e alla lettera le intenzioni umane. Lo stiamo vedendo con i sempre più frequenti attacchi hacker “autonomi”, cioè quando i software sfuggono al controllo dei loro programmatori. E poi c’è la corsa, sempre più veloce, alla cosiddetta intelligenza artificiale generale (Agi), quella teoricamente in grado di simulare e superare quella umana. Che, nonostante gli allarmi delle aziende, nessuno vuole rallentare per una banale questione di competizione. OpenAI corre perché Anthropic corre, e viceversa. Ed entrambe guardano alla Cina: decelerare significherebbe lasciare il vantaggio a concorrenti meno scrupolosi di paesi peraltro “nemici”. È il vecchio paradosso della corsa agli armamenti applicato all’IA: a parole nessuno vuole accelerare, ma nessuno può permettersi di rallentare per primo.

Come se ne esce? Servirebbero soggetti terzi forti, esterni quindi alle aziende, che siano in grado di autorizzare o meno lo sviluppo o l’ingresso sul mercato delle IA. Autorità che non dovrebbero prevedere la partecipazione degli stessi colossi tecnologici, come invece loro chiedono. Fare, insomma, come accade per altri settori industriali: per esempio, quello farmaceutico, dove le aziende non decidono da sole cosa vendere. Ci sono controlli indipendenti, autorizzazioni su più livelli, verifiche degli Stati.

E poi si dovrebbe abbandonare il racconto di una tecnologia capace di distruggere l’umanità. Non aiuta a comprendere quali sono i rischi reali. L’IA non ci spazzerà via da questo pianeta ma potrebbe concentrare il potere economico nelle mani di poche aziende; precarizzare gran parte del lavoro; aiutare a manipolare l’informazione; rendere più efficaci cyberattacchi e criminalità; facilitare la progettazione di armi, anche biologiche; aumentare la sorveglianza; automatizzare le decisioni che riguardano diritti e libertà. Gli scenari alla Terminator lasciamoli ai film. Iniziamo a occuparci delle questioni reali.

Nell’immagine: Jacob Coxon


Debito USA, crisi del dollaro, grandi investitori e intervento politico

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Intervista di Alberto Deambrogio, Alternativa

Christian Marazzi, la nuova leadership della Federal Reserve si trova a operare in un contesto di fortissima pressione politica da parte dell’amministrazione Trump, che spinge per un controllo più diretto sui tassi d’interesse. Assistiamo, per un altro verso, a una pratica annunciata di Kevin Warsh che sembra ribadire i fondamentali della politica monetarista di sempre. Dove può portare questa tensione? Quali punti di ricaduta vedi?

In queste ultime settimane abbiamo assistito all’emergere di una contraddizione, o tensione come dici tu, tra la Fed e il Tesoro, tra Warsh e Bessent, che, di fatto, ha a che fare con il processo di trasformazione in divenire guidato dall’Intelligenza Artificiale (IA) e a tutto ciò che le sta attorno, in particolare gli immensi investimenti infrastrutturali nei data center. Certo, il triangolo debito pubblico-inflazione-tassi d’interesse è all’origine della confusione che abbiamo visto sui mercati dei Treasury americani, un mercato enorme e fondamentale per la conduzione della politica monetaria, che sta rapidamente perdendo la fiducia degli investitori, più in generale dei mercati. In agosto abbiamo assistito a un po’ di tutto.

Vediamo con ordine: per frenare la svalutazione dello yen, Bessent ha pensato bene di usare gli euro, non i dollari, e questo senza dire niente alla Bce. Roba da matti, che però segnala l’indifferenza americana verso il destino dell’Europa. Con questi euro si sono quindi acquistati yen, lo yen si è rivalutato un pochino, salvo poi dopo pochi giorni ritornare ai livelli di prima dell’intervento americano. Il senso dell’operazione statunitense era questo: evitare che la Banca centrale giapponese vendesse Treasury americani per, con i dollari così ottenuti, intervenire lei a sostegno degli yen.

In breve, per schermare il debito federale, per evitare la vendita dei titoli di Stati e quindi l’aumento dei rendimenti su questi titoli obbligazionari, Bessent ha cercato, con un atto di pirateria monetaria, di impedire l’aumento dei tassi soprattutto sui titoli a lungo termine. Col risultato brillante che: lo yen si è comunque svalutato e la Banca centrale giapponese sarà così costretta in qualche modo a vendere titoli americani (o di altri paesi, non si sa) o, come sta facendo, ad aumentare i suoi tassi di interesse (che però fanno rimpatriare capitali dagli Stati Uniti!); l’euro, dopo un indebolimento di breve tempo, è tornato ai suoi livelli ma, soprattutto, i rendimenti sui Treasury sono aumentati!

Naturalmente questo non è piaciuto a Warsh che si trova a dover garantire una politica di bassi tassi di interesse per il semplice fatto che è stato messo lì a capo della Fed da Trump per fare questo. Ai mercati la promessa di Bessent di rilanciare una politica di Quantitative Easing (QE) in settembre, cioè di nuovo con acquisti massicci di Treasury da parte dello Stato, non sembra aver fatto né caldo né freddo, infatti i rendimenti sui titoli a trent’anni sono aumentati in modo significativo, con conseguenze pesanti sul costo del debito. Sono aumentati perché gli investitori, a fronte di un debito pubblico che aumenta in conseguenza delle politiche fiscali neoliberiste di sgravi sugli alti redditi e di spesa militare crescente, oltretutto con un tasso di inflazione destinato a rimanere elevato per un bel po’ di tempo a causa della guerra infinita in Medio oriente, i mercati – dicevo – chiedono rendimenti elevati per investire denaro sul debito pubblico.

Tieni conto che non c’è solo il problema di garantire l’attrattività dei Treasury statunitensi, ma anche quella delle obbligazioni private emesse dalle società americane (grandi e piccole) per continuare ad investire sempre di più nell’IA. Investimenti che comportano un forte e crescente indebitamento privato. E poi, per non farsi mancare niente, ci sono di debiti pubblici di tutti gli altri Paesi, avanzati e emergenti, che anche loro devono attrarre capitali per finanziare i loro debiti. La coperta dei grandi fondi di investimento è quindi tirata da diversi angoli.

Nel tuo lavoro hai spesso analizzato come la finanza penetri nella vita quotidiana delle persone. Oggi il governo del debito pubblico statunitense viaggia in parallelo con un’esplosione del debito privato e algoritmico dei cittadini. Di fronte alla strategia di Trump di espandere il deficit per finanziare deregolamentazione e tagli fiscali, come cambia la natura bioeconomica del debito americano? Questo modello può reggere nel lungo periodo senza provocare una crisi da “default sociale” o una rivolta delle classi sociali impoverite, intrappolate in un welfare sempre più finanziarizzato?

Fai conto che il 62% dei cittadini americani ha risparmio investito sul debito pubblico. Negli ultimi anni sono cresciuti molto i piccoli trader, con molti giovani alla ricerca di un po’ di soldi per far fronte al rincaro o anche solo per onorare i loro debiti contratti per studiare. Quindi la finanza permea la vita della maggioranza degli americani. Di fronte ai rischi di default finanziario di cui abbiamo appena parlato, ci sono le seguenti opzioni: o si cerca di ridurre il debito pubblico con l’aumento delle entrate, un tema questo neppure da toccare in questo periodo; o si spera (in realtà ci credono sempre in meno) nell’aumento della crescita indotto dagli investimenti nell’IA, ma questo farebbe aumentare i tassi di interesse per frenare l’aumento conseguente dell’inflazione; oppure si taglia la spesa sociale.

Naturalmente per l’amministrazione Trump è quest’ultima opzione quella migliore, ed è quello che secondo me succederà dopo le votazioni di novembre. La natura bioeconomica del debito americano si connota sempre in termini di povertà, povertà diffusa a causa di mancanza di accesso agli aiuti più immediati (foodstamps), ai servizi sanitari, agli spazi abitativi. Si sta passando dalla biopolitica alla tanatopolitica del debito pubblico, alla morte sociale per governare la vita. È prevedibile un’ondata di lotte sociali, di mobilitazioni contro il carovita, contro la proliferazione di data center nelle zone rurali, dove le comunità locali sono confrontate con la mancanza d’acqua tolta dai data center agli agricoltori e agli allevatori, contro la violenza dell’ICE contro i diritti degli immigrati.

Sta maturando una classe multiforme, una classe impossibile alla sintesi, alla riduzione all’Uno per la sua stessa composizione sociale e anche ideologica (la base MAGA, ad esempio, è fortemente contraria all’IA e ai data center). In questo senso si può parlare di possibile guerra civile.

Il debito USA è storicamente sostenuto dall’attività globale dei Treasury Bonds. Tuttavia, le spinte protezionistiche interne e a tendenza globale alla de-dollarizzazione (guidata dai BRICS+) rischiano di incrinare questo meccanismo. Qual è lo scenario di crisi internazionale più probabile nel medio termine? Ritieni che la Fed possa essere costretta a utilizzare il debito come vera e propria arma geopolitica, accettando il rischio di una frammentazione globale pur di salvaguardare la stabilità interna degli Stati Uniti?

La de-dollarizzazione è un processo in corso da più di vent’anni. Nel 2000 le riserve valutarie in dollari rappresentavano il 70%, ora il 58% (e anche meno, secondo alcuni studi). Ma è un processo lento che si gioca da una parte con la volontà dei paesi BRICS+ di creare una valuta internazionale alternativa e, dall’altra, con la capacità statunitense di continuare a governare il debito pubblico interno e quello estero (commerciale e bilancia dei pagamenti) con la cosiddetta “militarizzazione del dollaro” (weaponization) a furia di sanzioni, di misure tariffarie, di minacce verbali.

È qualcosa che non giova affatto alla stabilità del dollaro e del governo del debito pubblico. Proprio in questi giorni un fondo sovrano petrolifero norvegese ha deciso di liberarsi degli attivi in dollari, prevalentemente in Treasury. In un contesto di tensione sui mercati internazionali per attrarre capitali sui più diversi fronti, come abbiamo visto prima, la scommessa americana è sulle stablecoins, le valute digitali emesse da privati e legate (molto prevalentemente) al dollaro. Per legge questi strumenti monetari devono essere convertibili in un rapporto di uno a uno in dollari, e per garantire questa convertibilità le stablecoins si sono coperte da Treasury a breve.

Se un detentore di stablecoins vuole rendere liquido il suo attivo, ecco che gli Exchange (gli “uffici cambio”) lo asseconderanno con la vendita di Treasury per procurarsi dollari. Insomma, la partita si gioca tra sovranità monetaria pubblica, con la Bce che punta al lancio di una moneta digitale centrale pubblica, e sovranità monetaria privata, attraverso la proliferazione di monete digitali in qualche modo legate al dollaro. C’è anche da dire che se si vuole creare una moneta internazionale alternativa al dollaro, le vie sono due: o si instaura una vera moneta sovranazionale, come quella proposta da Keynes, il Bancor, e questo per evitare che una moneta nazionale funga da moneta internazionale, con tutti i vantaggi che questo ha comportato e continua a comportare (pagare le importazione con dollari e vendere il proprio debito ai detentori di dollari), oppure passare dal dollaro a qualche altra moneta nazionale, mettiamo lo yuan cinese.

A parte il fatto che i cinesi non hanno nessuna intenzione di aprire più di tanto i loro mercati finanziari, il problema sta nel manico. I cinesi hanno un surplus commerciale di oltre 735 miliardi di dollari da investire da qualche parte, di fatto sul debito pubblico americano. Questo surplus è ancora dovuto all’esportazione verso gli Stati Uniti, e questo alla faccia dei dazi imposti da Trump. I dollari così accumulati attraverso le esportazioni sono da sempre reinvestiti nel debito pubblico americano. Lo ricordava Marcello Minenna sul Sole24Ore di domenica 6 settembre: “Una co-dipendenza che nel 2004 Larry Summers definì l’equilibrio del terrore finanziario’. Vent’anni dopo il terrore è ancora lì, ma le armi sono cambiate.

Non è più la minaccia cinese di vendere i titoli americani a definirlo: è la minaccia americana di congelarli. A proposito di militarizzazione della politica monetaria… A meno che i cinesi, finalmente dopo averne parlato per anni, investano nel loro paese per rilanciare i consumi interni penalizzati dalla crisi economica immobiliare del 2023, questa co-dipendenza si può solo allentare dirottando gli investimenti cinesi in Europa. È possibile che l’Europa, del tutto svantaggiata dalle strategie americane, si riorienti verso i mercati asiatici, così da assicurare uno sbocco alle riserve valutarie accumulate con il surplus cinese. Con lo spostamento a destra in corso in Europa in questo frangente, questo scenario è improbabile. Più probabile è la lotta contro i tagli alla spesa sociale indotti dalle politiche monetarie e finanziarie americane.


Avvertimento serio prima del 7 ottobre. Netanyahu non ha informato nessuno

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Shlomi Eldar e Ruth Yuval, Haaretz

Erano gli ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attacchi terroristici infiammavano la Cisgiordania, folle di abitanti di Gaza protestavano regolarmente lungo la recinzione di confine e il Paese era sconvolto dal conflitto interno sulle leggi relative al colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli eventi con lucidità poteva intuire che un’escalation era in agguato dietro ogni angolo.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed – noto come MBZ – era particolarmente preoccupato. «Me ne ha parlato spesso nei mesi precedenti la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene rapporti amichevoli con bin Zayed. «Mi trasmetteva costantemente messaggi secondo cui era necessario allentare la tensione. Ha persino inviato un inviato speciale in Israele che ha incontrato il primo ministro. L’emiro sembrava intuire che la regione fosse sull’orlo dell’esplosione».

Bin Zayed parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura standard: un rappresentante dell’ambasciata degli Emirati si recava nell’ufficio del primo ministro, portando con sé un dispositivo telefonico speciale che garantiva la riservatezza della chiamata.

Ma questa volta la chiamata avviata da bin Zayed era insolita. Una settimana e mezzo prima del 7 ottobre 2023, il sovrano degli Emirati ha chiamato Netanyahu dal Palazzo Presidenziale di Abu Dhabi e ha parlato con lui per 45 minuti.

In quella conversazione bin Zayed avvertì che il leader di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava pianificando un’operazione di grande portata contro Israele. Bin Zayed espresse preoccupazione per il fatto che l’evento in questione non solo avrebbe portato a uno spargimento di sangue, ma avrebbe anche destabilizzato l’intera regione e minato gli Accordi di Abramo.

Tre fonti straniere di alto livello sono a conoscenza del contenuto della conversazione, la cui esistenza viene qui rivelata per la prima volta. La sua divulgazione è il risultato di un’approfondita ricerca basata su decine di fonti in Israele e in tutto il mondo, tra cui funzionari di altissimo livello, nonché registrazioni, documenti interni e corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro «Ostaggi: 843 giorni di abbandono» (Kinneret Zmora Publishing, in ebraico) dagli autori di questo articolo.

Alla telefonata era presente anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese emigrato anni fa da Gaza ad Abu Dhabi e che manteneva forti legami con la Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano degli Emirati ha sottolineato a Netanyahu la necessità di prepararsi alla minaccia.

«L’emiro ha spiegato che, secondo la sua valutazione, Sinwar si stava preparando per un evento di grande portata», afferma il consigliere. «Ha detto a Netanyahu che Israele avrebbe dovuto essere pronto. Allo stesso tempo, ha raccomandato di cercare una soluzione economica per la Striscia e di riportare la calma in Cisgiordania per evitare un’escalation».

Bin Zayed ha esortato Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua grande sorpresa, tuttavia, il primo ministro ha reagito con relativa calma. Netanyahu ha affermato che, secondo la sua valutazione, Hamas intendeva operare nell’area della Cisgiordania, e ha rassicurato bin Zayed che Israele era pronto ad affrontare qualsiasi scenario.

Il sovrano degli Emirati avrebbe poi raccontato la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento che aveva trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed ha condiviso con Burns la sensazione che aveva cercato di trasmettere a Netanyahu, ovvero che «qualcosa lì sta per esplodere», e gli ha riferito che il primo ministro israeliano riteneva che l’area instabile fosse, di fatto, la Cisgiordania.

«L’emiro sperava che, nonostante la sua risposta riservata, Netanyahu avrebbe preso sul serio il messaggio e agito di conseguenza», afferma il consigliere. Nessuno di loro immaginava che il primo ministro avrebbe ascoltato il messaggio senza però informarne i vertici delle forze armate. Il capo dello Shin Bet, il capo del Mossad, il capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane: nessuno di loro era a conoscenza dell’avvertimento di bin Zayed.


Per comprendere da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché proprio attraverso il presidente degli Emirati Arabi Uniti, occorre tornare a ciò che era accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. In quei mesi, con la conoscenza e l’approvazione di Netanyahu, Israele ha tenuto colloqui con Hamas su una «hudna», una tregua temporanea volta a promuovere un accordo a lungo termine nella Striscia di Gaza.

I contatti sono iniziati in segreto all’inizio del 2023, in coincidenza con l’ascesa al potere del governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar ha incaricato Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas, di questa missione. Hamad parla correntemente l’ebraico ed era stato coinvolto nei contatti segreti per il rilascio del soldato rapito Gilad Shalit. Allo stesso tempo, è stato reclutato un alto funzionario di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Il funzionario, che qui verrà indicato come “Coal Eyes” (uno pseudonimo, per motivi di cautela), è noto per la sua reputazione di figura affidabile, accettabile sia per Hamas che per lo Shin Bet. Il suo ruolo era quello di trasmettere messaggi tra le parti, in modo che non sembrasse che ci fosse un contatto diretto tra Hamas e Israele.

In pratica, queste conversazioni erano praticamente dirette. Ghazi Hamad e Coal Eyes si sedevano nella casa di Nasser Sarraj , che in precedenza aveva ricoperto la carica di vicedirettore del Ministero degli Affari Civili dell’Autorità Palestinese, a Gaza. Dall’altra parte della linea, sul versante israeliano, c’era il funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e delle persone scomparse. Poiché i disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si basava su accordi raggiunti in anticipo tra Gerusalemme e il Cairo. Tuttavia, «l’intero canale diretto era tenuto nascosto agli egiziani, per timore che si sentissero offesi dall’essere stati esclusi», afferma uno dei membri del team dello Shin Bet coinvolti nella preparazione dei colloqui, «e quindi divenne un canale personale coltivato da Netanyahu.»

I colloqui si sono inizialmente concentrati su una graduale revoca del blocco su Gaza e sull’aumento delle spedizioni di generi alimentari e materie prime in entrata nella Striscia. È stata inoltre avanzata una nuova idea: istituire zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele ed Egitto, che avrebbero offerto migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza.

Gli egiziani erano inoltre disposti a garantire un «passaggio sicuro» ai residenti della Striscia diretti all’aeroporto di Sharm el-Sheikh – il che avrebbe offerto loro un’apertura sul mondo. Fu avanzata anche la proposta di fornire gas naturale alla Striscia dal giacimento di Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. La proposta fu denominata «G 4 G», Gas for Gaza.

Entro l’estate del 2023, sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte e che all’ordine del giorno rimanesse solo la questione più delicata: il rilascio dei prigionieri israeliani e la restituzione delle salme dei soldati detenute nella Striscia. In cambio della restituzione di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, nonché delle salme di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar aveva chiesto che fossero liberati 500 prigionieri di Hamas. In seguito accettò di ridurre il numero a 250 prigionieri e, dopo dure trattative, acconsentì al rilascio di soli 50 prigionieri. Lo Shin Bet era propenso ad accettare il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all’ergastolo, da un elenco ritenuto «accettabile» per Israele, in cambio della restituzione dei quattro israeliani.

L’atmosfera era talmente ottimistica che «Coal Eyes» riferiva ripetutamente che un accordo con Israele era più vicino che mai e che entrambe le parti consideravano le proposte come «opzioni fattibili». Uno dei funzionari di Hamas coinvolti nelle iniziative di mediazione testimonia che «ogni volta usciva entusiasta e riferiva ai suoi colleghi: “Sta succedendo”».

Una fonte dei servizi di sicurezza israeliani coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma che «entro la fine di agosto 2023, Netanyahu approvò il rilascio di 30 prigionieri, tra cui 20 condannati all’ergastolo, che sarebbero stati scelti dallo Shin Bet». Secondo lui, «tutto ciò che era necessario in quella fase era l’approvazione del comitato ministeriale per gli ostaggi e le persone scomparse, il cui consenso è indispensabile per il rilascio dei prigionieri, specialmente di quelli condannati all’ergastolo».

Tuttavia, Netanyahu ha ripetutamente rinviato la convocazione del comitato. Forse lo ha fatto per paura di raggiungere un accordo con Hamas, o forse per timore della reazione dei suoi partner estremisti nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet, che gestivano il canale di comunicazione con Hamas, diceva spesso di temere che la notizia trapelasse ai media. «E così la questione è rimasta in stallo settimana dopo settimana», descrive la fonte.

Quando Sinwar iniziò a mostrare segni di malcontento per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Coal Eyes cercarono di rassicurarlo spiegando che il motivo del ritardo era l’attenzione di Netanyahu rivolta ai gravi disordini che si stavano verificando in quel periodo in Israele: l’avanzamento della riforma giudiziaria e le massicce proteste pubbliche scoppiate sulla sua scia.

Nel mezzo dei continui sconvolgimenti interni in Israele, crebbe la percezione all’interno dell’asse di resistenza Iran, asse di resistenza costituito da Iran, Hamas e Hezbollah che Israele fosse diventato molto più vulnerabile e che fosse possibile unire le forze e lanciare una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni dimostrano che, in quel periodo, alti funzionari di Hamas iniziarono ad intensificare le richieste rivolte all’Iran, chiedendo assistenza per finanziare l’attacco.

Poi, all’inizio di settembre 2023, Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la squadra negoziale. «È semplicemente scomparso dai nostri radar, si è volatilizzato», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che Sinwar aveva perso la pazienza per la lentezza degli israeliani.

Così, il canale diretto instaurato tra un funzionario dello Shin Bet e il funzionario di Hamas Ghazi Hamad, gestito con l’approvazione di Netanyahu, fu interrotto. Questo canale, per inciso, avrebbe ripreso piena attività un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando emerse l’urgente necessità di tirare fuori dal pantano l’accordo sugli ostaggi, ormai in fase di stallo.


Nel settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un incontro privato con Coal Eyes, funzionario di Fatah. «Di’ agli israeliani che se non fanno progressi, sto preparando una sorpresa enorme per loro», dichiarò con enfasi. In quell’occasione, lasciò cadere per la prima volta una parola chiave, che avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme: «Di’ loro di aspettarsi uno “zilzal”, un terremoto».

Coal Eyes uscì dalla conversazione sconvolto. Decise di consultare un caro amico, lo stesso palestinese che era emigrato da Gaza ad Abu Dhabi e che ricopriva il ruolo di stretto consigliere di bin Zayed.

«Coal Eyes era agitato», racconta il consigliere. «Gli era chiaro che l’operazione di cui parlava Sinwar avrebbe potuto avere ripercussioni su tutto il Medio Oriente, ma aveva paura di riferire l’informazione direttamente allo Shin Bet. D’altra parte, temeva ancora di più che, se non avesse informato lo Shin Bet, gli israeliani potessero accusarlo di collaborare con Sinwar. Temeva sinceramente per la propria vita. Pertanto, decise di trasmettere il messaggio a bin Zayed».

«Che cosa significa tutto questo?», chiese bin Zayed al consigliere, che gli riferì l’avvertimento di Sinwar.
«Se dice “zilzal”, intende guerra», rispose il consigliere.
«Ne sei sicuro?» chiese l’emiro.
«No, questa è la mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è così che l’ha intesa anche Coal Eyes».

Il sovrano degli Emirati ci rifletté, incerto. Era turbato dalla possibilità che, in un contesto di tensioni regionali, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di scatenare una guerra potesse accendere la miccia, magari con un attacco preventivo da parte di Israele. Alla fine decise: «Se non ne siamo certi, per ora non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo sulla questione finché non ne saremo certi».

Per comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, a Coal Eyes fu chiesto di organizzare un altro incontro con lui a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà settembre del 2023.

«Allora?» chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»
«No», rispose il mediatore.

Sinwar fece un respiro profondo e, con voce agghiacciante e calma, gli disse: «Trasmettete loro un messaggio: sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Ancora una volta, fece rotolare sulla lingua la parola «zilzal», terremoto. «Per favore, trasmettete agli israeliani ciò che sto dicendo parola per parola», esigette.

Coal Eyes chiamò il consigliere di bin Zayed da Gaza per riferirgli le parole di Sinwar. «Gli ho chiesto tutti i dettagli», ricorda il consigliere, «compreso il linguaggio del corpo di Sinwar, il suo tono di voce preciso e il contesto in cui sono state pronunciate le parole, specialmente per quanto riguarda l’avvertimento sullo “zilzal”.

«Gli ho suggerito di lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di raggiungermi a casa mia per una conversazione privata. Alla fine dell’incontro, ho capito che né Coal Eyes né io avevamo frainteso il messaggio: Sinwar intendeva entrare in guerra».

Il consigliere riferì a bin Zayed le sue impressioni sulla conversazione con Coal Eyes. Il sovrano degli Emirati comprese la portata della minaccia e decise che «il messaggio di Sinwar doveva essere trasmesso agli israeliani, ai vertici del Paese, il prima possibile».

Infatti, il 15 settembre, Coal Eyes e il consigliere trasmisero l’avvertimento allo Shin Bet. Il capo dello Shin Bet, Ronen Bar, richiese una telefonata immediata con il primo ministro, che fu organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Durante la telefonata, Bar informò Netanyahu delle minacce «devastanti» di Sinwar, e si decise di tenere una riunione di sicurezza che coinvolgesse tutte le agenzie di sicurezza competenti.

«Perché Sinwar ci ha inviato un avvertimento?», chiede ora retoricamente un alto funzionario dei servizi segreti. «O perché si era stancato dei tentennamenti di Israele, volendo esercitare pressione su di noi per raggiungere un accordo e non essendo così desideroso di iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano del “Grande Inganno” e voleva mettere alla prova la prontezza delle IDF».

In ogni caso, l’apparato della difesa non ha corso rischi inutili. La riunione sulla sicurezza si è tenuta due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro della Difesa Yoav Gallant e di rappresentanti dell’intelligence militare. Al termine della discussione, si decise di tenere una riunione di lavoro presso l’ufficio del primo ministro più tardi quello stesso giorno. Furono invitati anche rappresentanti del Mossad e del Consiglio di Sicurezza Nazionale. I rappresentanti dello Shin Bet presenti alla riunione stimarono, sulla base di un controllo incrociato con nuovi materiali di intelligence, che Sinwar potesse avere in mente di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che all’epoca era stata rapita e tenuta prigioniera in Iraq, in modo da aumentare il numero di prigionieri palestinesi che avrebbe ricevuto in uno scambio.

Il capo dello Shin Bet precisò che si trattava solo di una valutazione iniziale e che l’avvertimento doveva essere preso sul serio, poiché indicava una mancanza di deterrenza da parte di Israele e che «ci troviamo su una rotta di collisione». Bar raccomandò una strategia operativa denominata «bomba antincendio» – nome in codice per un attacco potente e improvviso volto a neutralizzare rapidamente una grave minaccia – o quantomeno l’attuazione di «forti misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, se non altro come preparazione alle imminenti festività ebraiche. Al termine della riunione non fu presa alcuna decisione.

Vedendo che Israele non stava rispondendo al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano degli Emirati ha deciso di avere un colloquio direttamente con il primo ministro israeliano. Così, alla fine di settembre, ha avuto luogo quella conversazione di 45 minuti, durante la quale ha trasmesso a Netanyahu un avvertimento esplicito sulle intenzioni di Sinwar.

Una telefonata simile giunse in quei giorni all’ufficio del primo ministro dal capo dei servizi segreti egiziani, il generale Abbas Kamel, il quale avvertì Netanyahu di «qualcosa di insolito, un’operazione terrificante» che Hamas stava per lanciare. La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i dettagli della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, riferisce che Netanyahu disse anche a Kamel: «A Gaza abbiamo la situazione sotto controllo, siamo al comando. Il nostro problema è la Cisgiordania, ed è lì che stiamo dirottando le forze».

Il 1° ottobre, durante una discussione sui disordini al confine con Gaza e sull’identificazione delle intenzioni di Hamas di compiere un attacco terroristico in Cisgiordania, il capo dello Shin Bet raccomandò nuovamente di prendere di mira alti funzionari di Hamas, tra cui Sinwar, che «mostrava segni di arroganza».

Come in precedenti occasioni in cui la proposta gli era stata sottoposta, Netanyahu rispose: « Preparatemi dei piani e li valuterò».

«Non ha mai detto “no”», spiega un alto funzionario della difesa. «È sempre stato il suo modo di rimandare l’affrontare il problema». Un altro alto funzionario presente alla discussione ricorda che, nel riassumere l’incontro, il primo ministro disse: «Continuate a lavorare sulla capacità operativa, ma per ora calmate la situazione».

Durante l’intero incontro, il primo ministro non ha menzionato gli avvertimenti che aveva ricevuto.

«Se avessimo saputo degli avvertimenti, forse avremmo dato più peso al primo messaggio che abbiamo ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. «Forse avremmo anche capito cosa ci fosse dietro il suo improvviso ritiro dai colloqui all’inizio di settembre. È possibile che avremmo fatto due più due e saremmo giunti a una conclusione completamente diversa da quella a cui siamo giunti, una conclusione che avrebbe cambiato l’intero quadro della nostra valutazione».


Le radici del complesso rapporto tra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni fa, al rilascio di Sinwar dal carcere israeliano nell’ambito dell’accordo Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito spietatamente di tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar iniziò a formulare una nuova strategia su due fronti, volta a liberare Gaza dalla sua situazione difficile.

«Fin dalle prime fasi, forse addirittura mentre era in carcere, Sinwar aveva in mente due alternative», afferma un alto funzionario dei servizi segreti che all’epoca conosceva bene Sinwar. «Da un lato, ha accelerato lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terroristico che si è scontrato ripetutamente con Israele. D’altro canto, ha fatto maturare la consapevolezza che in tutti i cicli di combattimenti Gaza è stata decisamente sconfitta. Pertanto, nonostante tutto il suo odio per Israele, bisognava dare una possibilità a un tentativo di raggiungere un accordo che consentisse una vita normale a Gaza, anche prima di mettere in campo l’esercito di Hamas qualora l’accordo non si fosse concretizzato. ”

Nel 2017, Sinwar decise di compiere una mossa sorprendente. Contattò il suo acerrimo rivale, l’ex funzionario di Fatah e attuale uomo d’affari, Mohammed Dahlan. I due, entrambi originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già allora tra loro regnava un’intensa animosità. La tensione si era inasprita quando Dahlan, capo della sicurezza preventiva dell’Autorità Palestinese durante il suo governo nella Striscia di Gaza, aveva sferrato una guerra senza quartiere contro i leader di Hamas. Quando Hamas prese con la forza il potere a Gaza, Dahlan fu messo in cima alla lista degli obiettivi da eliminare.

Ma ora Sinwar riteneva di poter sfruttare Dahlan e le connessioni che questi aveva instaurato sia con il governo egiziano che con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate del 2017, dopo quasi 40 anni di allontanamento e animosità, Sinwar incontrò Dahlan nella sua casa al Cairo, insieme a diversi altri alti funzionari di Hamas, tra cui Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas.

Sinwar ha descritto a Dahlan le gravi sofferenze a Gaza e gli ha chiesto di trasmettere a Netanyahu il suo desiderio di un accordo soddisfacente. Gli elementi fondamentali erano l’allentamento del blocco e il rilancio dell’economia di Gaza, principalmente attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani per aiutare a mediare tra Sinwar e Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di relazioni di lavoro indirette tra Israele e Hamas. Un barlume di questi contatti sarebbe stato rivelato a posteriori nel 2022, quando l’allora capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Meir Ben-Shabbat, rese note in un’intervista a Yedioth Ahronoth le trattative condotte con Sinwar. Ben-Shabbat ha presentato una nota che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018: «Rischio calcolato».

«Quello è stato uno dei momenti più belli di tutto il processo», ha affermato Ben-Shabbat. «Da questo deduco che Sinwar sia molto attento a ciò che accade dalla parte israeliana, analizzi ogni dichiarazione dei politici, comprenda i dilemmi e vi apporti il proprio contributo».

Nell’agosto 2018, i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani sulla questione, alla presenza del primo ministro. Durante l’incontro fu presentato un piano strutturato per la formulazione di un accordo in cui i quattro prigionieri sarebbero stati restituiti in cambio di un cessate il fuoco reciproco e dell’accettazione da parte di Israele di un accordo e di una significativa allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava l’accordo di scambio vero e proprio. In cambio del rilascio dei quattro israeliani da parte di Hamas, Israele acconsentì a liberare i prigionieri di Hamas, compresi quelli arrestati durante la guerra di Gaza del 2014 (Operazione Protective Edge), ad eccezione di coloro che erano coinvolti in attività terroristiche di rilievo. Il documento di sintesi dell’incontro affermava che «rinviare un accordo di scambio di prigionieri e persone scomparse, e separarlo dal processo di accordo, potrebbe portare a ritardare la soluzione per il ritorno dei prigionieri e delle persone scomparse per gli anni a venire».

Alti funzionari della difesa conclusero che le condizioni erano le più favorevoli affinché Israele raggiungesse un accordo di scambio di prigionieri a costi ragionevoli. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Tuttavia, il tempo passò e Netanyahu iniziò a esitare, ritardando l’approvazione del processo di negoziazione.

D’altra parte, quando le agenzie di sicurezza individuavano un’eccessiva attività operativa da parte di Hamas, Netanyahu si rifiutava ripetutamente di autorizzare l’avvio di un’operazione di grande portata contro di loro. «Era ormai routine», racconta un ufficiale di alto rango. «Loro lanciano razzi, noi rispondiamo, c’è una serie di scontri, gli abitanti della zona di confine [israeliana] con Gaza sono esausti e tutto questo costa un sacco di soldi». L’esercito ha voluto lanciare più volte un’operazione militare ampia e approfondita a Gaza, ma proprio il governo di colui che prima delle elezioni aveva promesso di ‘essere forte contro Hamas’ ha insistito per non inasprire la situazione e preservare con cura la ‘risorsa’ chiamata Hamas. ‘Calmatevi’, ci dicevano, ‘concentriamoci sul nord e sull’Iran’.”

Un ex generale di divisione dell’IDF testimonia di aver sentito «più di una volta il capo di stato maggiore, Herzl Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu». Lo descriveva in termini vividi durante le riunioni: «È come avere un chiodo che spunta dal muro di casa e, invece di estrarlo, radunare tutti i membri della famiglia, compresi i bambini, e dire loro: “Ogni volta che passate di qui, fate attenzione al chiodo. ’ Quando abbiamo accettato di convivere con il chiodo, non capivamo che alla fine, invece di rimuoverlo dal muro, ci saremmo ritrovati impalati su di esso».

Poi è scoppiata la pandemia di COVID-19 e i contatti tra Hamas e Israele sono stati interrotti.

Israele si è concentrato sull’affrontare i nuovi problemi causati dalla pandemia e, allo stesso tempo, è stato travolto da cinque turni elettorali consecutivi. All’interno dell’asse della resistenza, ha cominciato a prendere piede una nuova idea strategica: che fosse vicino il giorno in cui si sarebbe potuto sferrare un colpo decisivo a Israele nel momento della sua debolezza. Sinwar, dal canto suo, ha continuato a investire grandi sforzi e denaro nello sviluppo del progetto dei tunnel a Gaza e nell’addestramento e nell’armamento dell’esercito di Hamas in vista del giorno della resa dei conti.

Sarebbero trascorsi quasi altri tre anni prima che arrivasse il giorno della resa dei conti. «Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti della jihad delle Brigate Iz al-Din al-Qassam emergeranno per attaccare obiettivi della criminale occupazione sionista e bombarderanno gli avamposti nemici, i suoi agglomerati urbani e i suoi svincoli nella zona meridionale della Palestina occupata», annunciarono Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di persuadere l’allora leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a unirsi all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione, impadronirsi di postazioni militari e civili nella zona e catturare molti soldati dell’occupazione».


Alle 6:29 del mattino del 7 ottobre è arrivato lo «zilzal». A mezzogiorno, i social media in Israele e in tutto il mondo erano già inondati da immagini raccapriccianti del massacro: uccisioni trasmesse in diretta streaming, incendi dolosi e distruzione. Decine di video mostravano civili rapiti e portati nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si è riunito con un certo ritardo, alle 14:45, non si aveva ancora un’idea chiara del numero di persone rapite. «Attualmente ci sono 14 soldati e 28 ostaggi civili, oltre a decine di altre persone con cui non c’è stato alcun contatto», ha affermato il capo dello Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha chiesto che si ignorassero gli ostaggi, affermando che «è impossibile operare con una mentalità del genere».

«Ho dato istruzioni alle IDF: nessuna trattativa di alcun tipo», ha dichiarato il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi solo quando saranno a terra, con la testa sott’acqua».

In serata, il mondo è stato inondato da notizie terrificanti sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19:00, il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, ha chiamato il direttore del Mossad David Barnea, con cui intratteneva rapporti amichevoli. «Dedi Boy», era così che il sovrano del Qatar era solito chiamare affettuosamente il funzionario dei servizi segreti israeliani. I due si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom Kippur. Barnea si era recato a Doha in quel momento per conto di Netanyahu per chiedere ai qatarioti di aumentare gli aiuti finanziari alla Striscia di Gaza.

Al-Thani era agitato. «Ho appena concluso una conversazione con il leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh, e il suo vice, Khalil al-Hayya, che erano arrivati a Doha solo da poco», riferì a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente che, se tutti gli ostaggi civili non fossero stati rilasciati immediatamente, avrei ordinato personalmente la loro espulsione dal Qatar. Vorrei informarla che Hamas è pronta a rilasciare tutti i civili adesso, e noi siamo disposti a mediare».

La risposta del direttore del Mossad israeliano lasciò al-Thani perplesso. «Se vogliono rilasciare i civili, che li rilascino», replicò Barnea. «Non siamo disposti a parlare con Hamas». «Questi non sono gli israeliani che conosco», disse il leader qatariota ai suoi collaboratori. «Questo non è il Dedi Barnea che conosco».

Barnea, ammettono i suoi collaboratori, ha effettivamente appreso dal primo ministro del Qatar, durante la loro prima conversazione, che Hamas era disposta a rilasciare i civili, ma che l’organizzazione terroristica aveva posto condizioni inaccettabili, come la cessazione dell’incursione dell’IDF a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro del Qatar nega l’affermazione. «Il primo giorno, i leader di Hamas non hanno posto alcuna condizione draconiana», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia nei loro confronti era reale e non erano affatto nella posizione di imporre condizioni».

Al-Thani non si è arreso. Ha chiamato il segretario di Stato americano Antony Blinken. «Ascolti», gli ha detto, «ci sono centinaia di ostaggi a Gaza e, tra questi, secondo le mie stime, decine di civili. Devono essere rilasciati subito. Ho offerto agli israeliani di mediare un accordo rapido per il loro rilascio, ma non sono interessati».

Blinken ha informato al-Thani che aveva in programma di recarsi in Israele entro tre giorni. «Aspettiamo», lo rassicurò. «Parlerò personalmente con Netanyahu». Al-Thani insistette: «Sai bene che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito». Blinken lo interruppe: «In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non c’è nessuno con cui parlare. Aspetteremo tre giorni».

La mattina seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, chiamò Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan. In una telefonata da Gaza, Mushtaha, a nome di Sinwar, chiese a Dahlan di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per portare avanti un accordo di cessate il fuoco. Per dare peso alla sua richiesta, Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a Sinwar, che era in ascolto durante la conversazione.

Mashharawi riferì la telefonata a Dahlan. Secondo lui, Dahlan gli disse che «“prima di tutto, devono rilasciare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati”. Senza questo, non c’è nulla di cui parlare. Quello che hanno fatto è stata una follia. Non hanno superato una linea rossa; hanno superato una linea nera. Se i civili verranno rilasciati, nell’opinione pubblica israeliana si diffonderà la sensazione che ci sia qualcosa di cui discutere. Altrimenti, che mangino quello che si sono cucinati».

Mashharawi ha trasmesso il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi 24 ore e ti farò sapere», ha risposto Mushtaha. Sorprendentemente, tornò solo un’ora dopo. Aveva un messaggio: Sinwar era pronto a rilasciare tutti i civili. Va notato che quando Sinwar parla di civili, intende solo quelli di età inferiore ai 18 anni e superiore ai 50 anni.

«Mi ha detto che, in una prima fase, non avevano alcun problema a rilasciare tutti i civili senza nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Giuro, quelle erano le sue esatte parole: tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una sola condizione: volevano che coinvolgessimo un mediatore concordato il più rapidamente possibile, in modo che potessero iniziare immediatamente i negoziati su tutto il resto – il rilascio di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi, e poi la questione del blocco su Gaza».

Dahlan ha contattato i suoi referenti dello Shin Bet e ha trasmesso loro l’informazione. Secondo Mashharawi, «la risposta non ufficiale che Dahlan ha ricevuto da loro è stata: “Netanyahu non vuole parlare di nulla. Vuole solo la guerra e l’eliminazione di Hamas”». La percezione degli israeliani era: «Prima eliminiamo Hamas, poi recuperiamo gli ostaggi con la forza».

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune delle proposte per il rilascio degli ostaggi civili sono giunte al Mossad, allo Shin Bet e al primo ministro. Ma secondo lui, anche se fossero state concrete, l’establishment militare – che aveva bisogno di 24 ore per prendere il controllo della situazione – e ancor più la leadership politica, ancora sotto shock, non erano in grado di discutere la questione nei primi giorni.

«Ad essere onesti», afferma l’alto funzionario, «la questione degli ostaggi non era ancora all’ordine del giorno in quella fase, e nessuno a livello militare o politico era disposto a discutere la proposta. Il rilascio degli ostaggi non figurava nemmeno nell’elenco degli obiettivi di guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Si sarebbe potuto discutere adeguatamente la proposta e giungere a una decisione? In termini sostanziali, la risposta è sì. Ma lo stato d’animo prevalente era simile a quello dopo Pearl Harbor: avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno della guerra, chi aveva la lucidità per parlare di fermare i combattimenti e avviare negoziati in quel momento, anche se fosse stato per salvare la vita di decine di persone, il cui numero definitivo era ancora sconosciuto? ”

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per sapere se fosse pervenuta una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli ho detto: sto ancora aspettando una risposta da Israele», riferisce Mashharawi. «Ho atteso ancora qualche giorno per una risposta e ho contattato nuovamente gli israeliani, ma non erano affatto in condizioni di dialogare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, i bombardamenti su Gaza si intensificarono e il contatto con Mushtaha e Sinwar divenne impossibile».

Blinken alla fine arrivò in Israele dopo sei giorni. Subito dopo il suo arrivo, giovedì 12 ottobre, incontrò Netanyahu e il giorno successivo proseguì per Doha per un incontro con il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato la questione del rilascio degli ostaggi con Netanyahu, ma non ho ricevuto da lui una risposta chiara», ha detto il segretario di Stato americano ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto!»

Al-Thani ha ribadito la sua valutazione secondo cui, con il passare dei giorni e l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che causavano numerose vittime, soprattutto tra i civili, l’accordo di Hamas per il rilascio degli ostaggi avrebbe potuto scadere. Blinken ha promesso di provare a parlare di nuovo con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha alla volta di Washington, Blinken inviò ad al-Thani un messaggio di testo: «Netanyahu è pronto ad accettare la tua mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto». Il giorno successivo, otto giorni dopo che al-Thani aveva offerto i propri servizi al direttore del Mossad israeliano, Barnea giunse a Doha.


Nel frattempo, come c’era da aspettarsi, Hamas alzò la posta. Un alto funzionario dello Shin Bet, che aveva capito dove si stavano dirigendo le cose, ricorda che già il 18 ottobre, dopo la micidiale raffica di attacchi sferrata da Israele su Gaza in quei primi giorni, aveva espresso la sua opinione secondo cui avrebbero dovuto fermarsi. «Avremmo dovuto prendere fiato, stringere i denti, tempra e incassare il colpo rilasciando tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi, avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra».

Secondo lui, «le prime ore e i primi giorni dopo il rapimento sono i più critici. Man mano che i giorni passano e la risposta militare si intensifica, entrambe le parti tendono a trincerarsi nelle proprie posizioni, e il prezzo degli ostaggi sale.

‘Dobbiamo anche agire con stratagemmi’, dissi. Ma quando l’idea giunse al primo ministro, egli rispose: ‘Nel momento in cui uno stratagemma viene alla luce, non è più uno stratagemma’, e la questione finì lì”.

Segnali della disponibilità di Hamas a intraprendere negoziati flessibili giunsero anche al colonnello (in congedo) Doron Hadar, che per molti anni ha comandato l’unità di negoziazione dello Stato Maggiore delle IDF. «Ho iniziato a ricevere messaggi, a raccogliere informazioni e altri dati, e il quadro ha cominciato a delinearsi: data la situazione, con anche la controparte sotto shock, con Hamas allarmata dal danno d’immagine a livello internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, anziani, donne spaventate e bambini in lacrime, avremmo potuto creare un quadro d’accordo all’interno del quale, se lo avessimo voluto, non sarebbe stato difficile sostenere in seguito che Hamas lo avesse violato e sferrare un attacco.

«Mi è chiaro, ovviamente, che la nostra parte sia in uno stato di shock totale e, non da meno, in preda a una rabbia furiosa. Ma in definitiva, ci si aspetta che la leadership sappia separare i processi emotivi da quelli razionali e si prenda un momento per valutare quale sia effettivamente la cosa giusta da fare a questo punto. Come stringere un accordo con questo diavolo, per poi ucciderlo.»

A metà ottobre, Hadar partecipò a una riunione tenutasi nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere per la politica estera di Netanyahu, che verteva sulla definizione degli obiettivi bellici. Hadar chiese di poter esporre il proprio punto di vista alla platea. «Chiesi a Falk: “Mi dica, capisce cosa sta succedendo qui?”», racconta Hadar. «“Possiamo riportare a casa le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a uno. Possiamo fare la prima mossa.»

Falk interruppe la discussione e chiese agli altri presenti di lasciare la stanza. «Ho continuato», ricorda Hadar, «e gli ho detto: “Proponiamo un accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se necessario. Il mondo è dalla nostra parte ora, esercitiamo pressione internazionale e proponiamo un accordo.”»

Ma Falk fermò Hadar. «Qui non ci sarà nessun accordo», gli disse. «Si tratta dell’ISIS. Sono assassini. Non otterranno nulla. Cambia mentalità, Doron».

«Il problema fondamentale era che Hamas cercava una “fine definitiva del conflitto”, come la definivano loro», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo caratteristico tono misurato, riassumendo il labirinto in cui si sarebbe impantanata la questione degli ostaggi. «Netanyahu era disposto a prendere in considerazione solo un accordo di “prima fase”, ma sosteneva di doversi riservare costantemente la possibilità di “continuare a distruggere Hamas in un secondo momento”, come lui stesso definiva. E questa, per noi, è sempre stata la sfida: come risolvere questo dilemma e riuscire a riportare a casa tutti?»

Il risultato fu che, quando si trattò di affrontare la questione dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, lo Stato di Israele cambiò effettivamente mentalità. E così, sarebbero trascorsi altri due anni di guerra prima che venisse firmato un accordo che avrebbe riportato a casa gli ultimi ostaggi da Gaza, vivi o morti che fossero, con Hamas ancora in piedi.

L’ufficio del primo ministro ha definito l’inchiesta una «bugia assoluta».

«Il primo ministro Netanyahu non ha parlato con il presidente degli Emirati Arabi Uniti durante il periodo in questione e non ha ricevuto alcun avvertimento da parte sua», si legge nella risposta.

L’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato Maggiore delle IDF Herzl Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Haaretz ha contattato il presidente bin Zayed per un commento, ma non ha ricevuto alcuna risposta.

Traduzione a cura della redazione


Sanzioni ai coloni, la svolta di Londra e altri undici Paesi

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Leonardo Clausi, il manifesto

«Il governo britannico riconosce che contro i palestinesi dei territori occupati ci sia pulizia etnica perpetrata da “coloni terroristi”. Da tempo sostiene che gli insediamenti siano illeciti ma ha taciuto sull’illegalità dell’occupazione nel suo complesso». Così il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband ieri ai Comuni, in un intervento che senza iperbole potrebbe definirsi storico. E che si allontana anni luce dalla posizione dell’ex premier Keir Starmer, il quale, subito dopo il 7 ottobre, sostenne in un’intervista radiofonica che a Gaza fosse lecito togliere acqua ed elettricità a Gaza.

Continuava Miliband: «Oggi annuncio che la posizione ufficiale del governo britannico è che l’occupazione sia illegale, la nostra non è soltanto una tardiva presa d’atto della realtà. Il governo ritiene che l’illegalità dell’occupazione debba riflettersi nei rapporti economici che scegliamo di avere con i territori occupati. Non credo che il popolo britannico voglia che sosteniamo l’occupazione accettando prodotti dagli insediamenti nei negozi e nei supermercati. Per questo annuncio da oggi la loro messa al bando». Le misure comprendono anche azioni ai danni di specifiche imprese e individui che forniscono servizi di edilizia, infrastrutturali, e immobiliari che riguardino l’espansione degli insediamenti. Anche le banche israeliane potrebbero esserne sostanzialmente lese.

IL TITOLARE DEGLI ESTERI sente il polso del paese: il divieto gode di ampio consenso a livello nazionale, come emerge da un nuovo sondaggio condotto da Opinium e pubblicato dall’European Council on Foreign Relations citato da Middle East Eye. Il 46% degli adulti britannici è favorevole al divieto di commercio con gli insediamenti; solo il 18% si dichiara contrario. Donde la più dura presa di posizione di Londra nei confronti dell’occupazione israeliana dei territori occupati in generale. E, in particolare, del progetto abitativo per 3.400 alloggi denominato E1, che finirebbe per tagliare in due la Cisgiordania rendendo di fatto impossibile la soluzione due popoli/due stati sostenuta ufficialmente dal Regno Unito fin dalla fine degli anni Novanta.

È DUNQUE QUESTO IL CAMBIO di passo da tempo annunciato che il neopremier Andy Burnham intendeva imprimere ai rapporti con Israele, uno dei più stretti alleati del Regno Unito. Il paese fa parte di un drappello che comprende altri 11 Paesi: Danimarca, Finlandia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia in un’iniziativa che lo vede agire di concerto soprattutto con il francese Macron e il canadese Carney. Un coro coperto dall’assordante silenzio dell’Italia e dell’Unione Europea. Le misure erano state annunciate all’alleato americano dal premier Andy Burnham lunedì, durante una telefonata con Donald Trump. Con Benjamin Netanyahu, fin dal suo insediamento, lo scorso luglio, Burnham non ha mai parlato. Quanto all’ex leader Labour Ed Miliband, di famiglia ebraica polacca fuggita in Gran Bretagna per scampare alla Shoah – figlio del compianto Ralph, fratello del deplorevole David – si è beccato la solita accusa di antisemitismo dall’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, che ha minacciato dolorose ritorsioni commerciali.

SI TRATTA PUR SEMPRE di sanzioni-bazzecola rispetto ai pervasivi rapporti militari, commerciali, e di intelligence fra i due paesi. Che mantengono saldi legami diplomatici, con il Regno Unito che fornisce a Israele componenti per gli F-35; che totalizzano circa sei miliardi di sterline in bilaterali commerciali; che hanno contiguità spionistica. I carrarmati britannici traboccano di tecnologie israeliane, Londra importa imponenti quantitativi di farmaci da Tel Aviv. Secondo Bloomberg, poi, «le relazioni diplomatiche fra la Gran Bretagna e Israele resteranno grossomodo le stesse». Fatto sta che ieri il traffico aereo a Heathrow e Gatwick si è «sincronicamente» interrotto, ufficialmente per un glitch nel software gestionale dei voli denominato Nats, ma chi pensa male ha ipotizzato un intervento di hacking punitivo israeliano.

L’ANNUNCIO DI MILIBAND rispecchia comunque la new wave di Andy Burnham nelle relazioni Uk/Israele. Il “manchesterista” Burnham – al momento ancora graziato nei sondaggi dalla nemesi giudiziaria di Nigel Farage – sa fin troppo bene quanti seggi laburisti settentrionali fossero in bilico alle ultime politiche, vinte da Starmer a causa dell’israelianismo roccioso del predecessore. E ci tiene a non perdere le suppletive londinesi di Holborn e St Pancras – seggio reso vacante dal ritiro parlamentare dello stesso Starmer – che potrebbe finire nella saccoccia di un altro ebreo antisionista, il leader verde Zack Polanski, a inizio ottobre.

Nell’immagine: coloni israeliani


Tutte le facce di Elon Musk: quel potere nutrito di violenza e bugie

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Annalisa Cuzzocrea, La Repubblica

Non un genio della tecnologia, ma un pericoloso illusionista. Non un fondatore, ma un profittatore. Non un ingegnere, ma un maghetto della finanza come ce n’erano tanti, nella Silicon Valley, a metà degli anni 90. Finché non fa il salto: abile tanto a coprire i suoi guai che a ottenere sovvenzioni e incentivi dal governo americano. In Musk, presentato fuori concorso alla Mostra, il documentarista premio Oscar Alex Gibney prende la maschera abilmente costruita da Elon Musk, “il capitalista più ricco del mondo”, e la decompone pezzo dopo pezzo. Finché il volto di un tech boy alle prime armi — sono molti i filmati delle origini in California — non si trasforma nel ghigno di un Joker impazzito che non esita a fare il saluto nazista con in testa un cappellino dark Maga. “Il potere ti corrompe o ti rivela?”, si chiede Gibney.

Le origini del miliardario americano, il Sudafrica violento in cui è nato e cresciuto, la figura controversa del padre — che nel film è intervistato insieme a molti suoi ex amici e collaboratori — fanno propendere per la seconda ipotesi.

Elon è stato un ragazzino educato dal padre alla legge del più forte in un Sudafrica spietato e in preda al conflitto razziale. Fissato con i fumetti, bullizzato e picchiato a scuola, aiutato dal denaro di famiglia nella sua prima impresa dot.com, Zip2, Musk ha costruito una mitologia che ha riscritto la sua storia. Fino a dipingerlo come un genio: l’inventore di Space X, nata con l’ambizione di rilanciare un programma spaziale lasciato languire dal governo; l’inventore di Tesla, che ha invece soffiato all’ideatore vero, Martin Eberhard; il patron di Twitter, che ha comprato per capriccio alterandone l’algoritmo a suo piacimento. Nel nome della libertà di espressione, ufficialmente. In realtà, per accrescere il suo potere e la sua sfera di influenza, diffondendo idee fasciste e suprematiste funzionali ai suoi obiettivi.

Non c’è niente di vago, nel racconto che Gibney porta avanti con un montaggio adrenalinico, la travolgente colonna sonora di Daniel Pemberton e David Byrne — Let me sell you a dream, lascia che ti venda un sogno — le testimonianze dell’ex moglie di Musk Justine Wilson, dell’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli (14 quelli di cui si sa, ma ce ne sarebbero molti altri). Un campione di gaslighting, la capacità di confonderti e farti credere di esserti sbagliata, dice la prima moglie, madre di sei dei suoi figli, uno dei quali — Xavier — ha cambiato sesso, si chiama ora Vivian Jenna e considera il padre un fascista. “Mio figlio Xavier è morto, è stato ucciso dal virus woke”, ha scritto Musk su Twitter, comportandosi di conseguenza. E togliendo a Jenna, tra le altre cose, l’assicurazione sanitaria.

Gibney trasforma il miliardario nel protagonista di un videogioco, uno di quelli con cui è cresciuto e che lo hanno portato a teorizzare che potremmo essere tutti — noi esseri umani — dentro una gigantesca simulazione. Così, lo vediamo “terminare” tutto quel che si oppone alla sua volontà di potenza. Compra Twitter e licenzia i migliori programmatori, chi non promette di adeguarsi alla sua visione. Fa lo stesso quando Trump lo mette a capo del Doge attraverso un esercito di ventenni che nulla sanno, tranne tagliare tutto. Un’ex dipendente di UsAid racconta di quando un ordine esecutivo ha impedito a funzionari che si trovavano in Africa di dare a bambini denutriti medicine e cibo salvavita: era tutto già lì, pronto per essere consegnato, ma il governo americano ha vietato la distribuzione e ha lasciato che le cose scadessero per poi distruggerle. E che i bambini morissero, senza curarsene.

Uno dei problemi dell’Occidente — sostiene Musk — è l’empatia degli esseri umani gli uni nei confronti degli altri. Un’empatia che ostacolerebbe il disegno superiore di un mondo che vorrebbe bianco, supertecnologico, desideroso di colonizzare Marte e popolato da una “legione” di suoi figli — è la parola che ha usato secondo St Clair — da ottenere attraverso delle “fattrici” cui poi viene fatta firmare una clausola di riservatezza (St Clair ha rifiutato 40 milioni di dollari per poter dire quello che sa. Anche se sulle droghe risponde: non ho il permesso di parlarne).

Gli episodi meno conosciuti riguardano la guida autonoma di Tesla. Venduta come realtà attraverso una pubblicità molto aggressiva, che serviva a costruire il mito e a far salire il titolo in borsa, è invece di là da venire e ha causato in America almeno 60 incidenti mortali. Insabbiati attraverso lauti risarcimenti e una fitta rete di bugie, come quella sulle batterie al litio sostituibili che ha fatto intascare a Tesla incentivi cui non aveva diritto. Diverse agenzie americane avevano aperto inchieste a carico delle aziende di Musk, quando ha deciso di puntare tutto sull’ascesa di Trump. Sono le stesse agenzie che ha avuto il potere di annientare una volta al Doge. Un conflitto di interessi mai visto, e molto coperto. Che porta alla domanda con cui il documentario si apre: come abbiamo potuto consentire a un uomo di ottenere così tanti soldi e così tanto potere? Verrebbe da rispondere: è il capitalismo, bellezza. O quanto meno, la sua malattia.

Nell’immagine: l’ex compagna Ashley St Clair, una delle madri dei suoi figli


Il genocidio a occhi aperti

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Chiara Cruciati, il manifesto

Nello spazio di una mattina la politica e l’opinione pubblica israeliane sono state investite da due eventi dirompenti, ognuno a modo suo ma con un obiettivo comune: la figura sempre più ingombrante del premier più longevo della storia di Israele, Benjamin Netanyahu.

Un’inchiesta di Haaretz [che Naufraghi/e pubblica in versione integrale, ndr] accusa il primo ministro non solo di aver ignorato le fondate segnalazioni di una probabile azione di Hamas prima del 7 ottobre, ma di non averne nemmeno informato i servizi segreti.

In contemporanea, dodici paesi guidati dalla Gran Bretagna – con tutta la portata simbolica incarnata da Londra, la potenza mandataria culla del colonialismo israeliano – hanno annunciato l’intenzione di sanzionare il commercio proveniente dalle colonie illegali nei Territori occupati palestinesi. Non solo dunque sanzioni ai singoli coloni violenti, la misura all’acqua di rose finora utilizzata da svariate cancellerie occidentali, ma un’azione decisamente più concreta presentata dal ministro degli esteri britannico Miliband come utile a contenere «la pulizia etnica» in corso in Cisgiordania.

A un mese e mezzo dalle elezioni, due terremoti di magnitudo tale da seppellire la lunga carriera politica di Netanyahu: il gatto dalle sette vite stavolta rischia di non sopravvivere. Che fosse un bugiardo patologico, gli israeliani lo sapevano già, ma è probabile che leggere di un suo rifiuto alla riconsegna immediata degli ostaggi civili proposta da Hamas nelle ore e nei giorni successivi al 7 ottobre, senza condizioni, sia troppo anche per una società plasmata da decenni di destra radicale.

Più di tutto, sembra cementarsi la consapevolezza che i danni all’immagine di Israele arrecati dal suo regime non siano meri schizzi su un volto immacolato, ma crepe profonde e potenzialmente irrimediabili. I pogrom dei coloni sono riusciti, in questo senso, dove il genocidio di Gaza non è riuscito: provocare l’intervento, non più solo a parole, dei governi alleati fino a lambire un super sionista come l’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee.

Si potrebbe discutere delle ragioni di tale indignazione selettiva. La più potente sta probabilmente nei rischi che quella violenza rappresenta per l’unica soluzione possibile agli occhi dell’occidente, ovvero la formula separatista dei «due popoli due Stati»: l’espansione israeliana a suon di incendi, omicidi e devastazione ha reso palese, con trent’anni di ritardo, che uno stato di Palestina in simili condizioni è pura utopia. Ma più di tutto svela la fallacia della pace annacquata insita in quella soluzione: il punto non è creare uno stato di Palestina, ma far pensare che un giorno possa nascere davvero, mentre l’occupazione militare coloniale perpetra se stessa senza far rumore.

I coloni fanno rumore, troppo rumore. Lo sanno i governi alleati, come lo sanno le opposizioni israeliane. Che non hanno intenzione di stravolgere le politiche strutturali di Tel Aviv (basti vedere le reazioni indignate alle sanzioni annunciate ieri), ma vogliono tornare a renderle meno eclatanti.

Se il 27 ottobre dovesse nascere una maggioranza guidata dal principale rivale di Bibi, l’ex generale Gadi Eisenkot, è possibile che si assisterà a un miglioramento della situazione dei diritti umani: condizioni di detenzione migliori per i prigionieri politici, permessi di lavoro in territorio israeliano per i palestinesi, leggera ripresa dell’economia della Cisgiordania, pugno più duro contro le milizie dei coloni. Bene. Ma l’occupazione, meno feroce, meno eclatante, resterebbe dov’è. Qualcosa da dimenticare di nuovo, come un brutto sogno.


Merz, il cancelliere borghese e austero travolto dalla rabbia dell’Est

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Francesca Sforza, La Stampa

Aveva promesso che avrebbe dimezzato i consensi dell’Alternative Fuer Deutschland ed è riuscito a farsi doppiare. È questo il cancelliere che ieri si è presentato davanti all’opinione pubblica definendosi «scioccato», e allo stesso tempo determinato a non arretrare di fronte all’avanzata dell’estrema destra: «Qualcuno sta gioendo del risultato, perché è un chiaro tentativo di destabilizzare il Paese», ha detto Friedrich Merz commentando irisultati della Sassonia-Anhalt. Ma se a Mosca il segnale venuto dall’ex Germania orientale è stato sicuramente celebrato come un punto a favore della crociata anti-occidentale, Friedrich Merz è per il momento parte del problema, non della soluzione.

Qualcuno – più d’uno, diversi, si immagina molti – deve avergli detto che non è stato sufficientemente empatico in campagna elettorale. E lui, con la scarsa naturalezza che lo contraddistingue, ha pensato che un buon modo di rispondere potesse essere questo: «La Germania ha bisogno di riforme, ne sono fermamente convinto, e ora il governo federale deve attuarle: non dobbiamo soltanto motivarle razionalmente, ma anche comunicarle emotivamente; raggiungere maggiormente le persone in tutta la loro dimensione emotiva è un compito comune del quale mi assumo la responsabilità».

Siamo sicuri tuttavia che il problema sia comunicare con partecipazione emotiva la riforma delle pensioni? Di nuovo, l’impressione è che Friedrich Merz non centri il punto e si confermi distante culturalmente (prima ancora che emotivamente) da quel lago di risentimenti e frustrazioni che è diventata l’ex Germania orientale dopo che il “tappo Merkel” è saltato. Come Olaf Scholz, Merz non ha ritenuto che i tempi fossero maturi per rivolgersi al popolo della ex Germania orientale innanzitutto con delle scuse. Mostrando cioè rispetto, partecipazione e commozione per quella macelleria sociale che nei primi anni Novanta segò gambe e dignità a un’intera generazione. I figli di quella generazione sono i trenta-quarantenni che oggi ingrossano le file dell’AfD e che hanno vissuto l’adeguamento dell’economia orientale a quella occidentale – inevitabile, necessario, senza alternative ma pessimamente comunicato – come un disastro personale, familiare e civile.

Mentre intere famiglie crollavano, spazzate via dalla disoccupazione, dall’alcolismo e dal cedimento improvviso dell’intera struttura sociale Friedrich Merz continuava a rappresentare il simbolo della buona borghesia cattolica della Germania Ovest: il padre Joachim era giudice e membro della Cdu, la madre Paula Sauvigny era la figlia del sindaco di Brilon, la cittadina dove Merz è nato l’11 novembre del 1955, e amava sottolineare le sue origini francesi (anche se dalla fine dell’800 la famiglia aveva sempre vissuto in Germania). Lui da ragazzo aveva militato fra i giovani cristiano-democratici e poi aveva seguito le orme paterne laureandosi in legge. Una famiglia solida e severa, la sua, e in diverse occasioni Merz ha ricordato più di un periodo «non felice», come quando si ammalò di tubercolosi e il padre, che aveva trascorso quattro anni come prigioniero nella Georgia sovietica, lo spedì in un austero sanatorio di suore. Più tardi la vita familiare fu inoltre funestata dalla tragica morte di sua sorella maggiore, che perse la vita a soli 21 anni in un incidente stradale.

A Bonn, dove aveva terminato gli studi, Merz inizia la carriera di giudice, ma la passione per la politica riaffiora in seguito all’incontro con l’uomo che cambiò per sempre il corso della sua vita: Wolfgang Schaeuble, potente consigliere di Helmut Kohl. Dopo un inizio decisamente scintillante come portavoce della corrente più conservatrice della Cdu per Friedrich Merz – in coincidenza con le dimissioni di Schaeuble dalla presidenza del partito nel 2000 e con l’ascesa di Angela Merkel – inizia una imprevista e inarrestabile parabola discendente. «Comandare piaceva troppo a tutte e due», scrisse la ex cancelliera nella sua autobiografia a proposito del rapporto con lui. Ma la realtà è che Merz a lei non piaceva affatto: troppo conservatore, troppo liberista, troppo rigido in materia sociale. A conferma della sua vocazione capitalista, Merz abbandona la politica, entra in uno studio legale di affari e inizia a collezionare presidenze e ruoli chiave nei consigli di amministrazione di aziende tedesche e internazionali, fino ad arrivare alla presidenza della filiale tedesca di BlackRock, leader nel settore della gestione patrimoniale.

Al ritorno in politica sembrava cambiato, più disposto a riprendere il filo del confronto parlamentare (per cui non è stato mai particolarmente dotato) ma anche il mondo intorno a lui era diverso: gli Usa non erano più l’alleato fraterno del dopoguerra, la Russia aveva disvelato il suo volto autoritario, l’Unione Europea si trovava a competere con giganti potenti e aggressivi e l’ondata delle destre estreme. La stessa che ieri l’ha travolto.


Per JD Vance l’IA è “satanica” e il dibattito spacca in due la Casa Bianca

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Giuditta Mosca, La Repubblica

Durante una conversazione con il podcaster evangelista Bryce Crawford, il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha raccontato che un amico ha usato un chatbot come consulente matrimoniale e che l’IA, invece di offrire consigli equilibrati, incoraggiava comportamenti egoistici. Da qui la frase di Vance, “Penso che sia una cosa un po’ satanica” (“I think that’s kind of satanic”) che ha aperto un dibattito sottile tra le mura della Casa Bianca.

Fatto sta che, tra sogni di crescita economica e timori di un’apocalisse biblica, l’amministrazione statunitense si trova a interrogarsi sull’impatto spirituale delle nuove tecnologie e sulla perdita di dignità umana. Uno scontro, per il momento dialettico, tra le tecnologie più avanzate e le credenze religiose più radicate.

Da un lato, il presidente Donald Trump esalta i benefici delle IA, descrivendola come uno strumento straordinario per sconfiggere malattie come il cancro, dare un forte impulso all’economia e confermare la supremazia tecnologica del Paese su scala globale. Sul versante opposto, così come conferma il Wall Street Journal, esponenti del suo stesso esecutivo sollevano dubbi sulla natura di questi sistemi, arrivando a ipotizzare conseguenze sul piano spirituale ed esistenziale.

Uno scontro culturale che dà spazio ai timori di JD Vance, concentrato più su quelli che ritiene essere i risvolti oscuri, persino “demoniaci”, delle IA.

Le IA, il satanismo e la sycophancy

Per comprendere il tenore della frase e il contesto in cui ha scatenato delle reazioni, va sottolineato che JD Vance non è uno scienziato delle IA e neppure un leader religioso. L’atteggiamento dell’IA che, invece di fornire indicazioni sagge ed equilibrate ha legittimato comportamenti egoistici, non ha né nozioni di satanismo né di spiritualità. Questo fenomeno, considerato un comportamento emergente osservato nei modelli linguistici, risponde al nome di sycophancy, ovvero la tendenza di un’IA a compiacere l’utente e a confermarne le convinzioni.

Il tema che emerge dalla sycophancy, casomai, verte sull’attendibilità di una risposta formulata dalle IA senza entrare in contraddizione con chi ha posto la domanda, preferendo dirgli ciò che vuole sentirsi dire anche quando è falso o poco documentato.

Il vicepresidente ha scelto di leggere questa dinamica sotto una lente spirituale, descrivendola come qualcosa di satanico, poiché allontanerebbe l’individuo dal confronto autentico e dalla responsabilità delle proprie azioni.

Le profezie dell’apocalisse spalancano le porte della Sala Ovale

Il confronto sulle ripercussioni morali dei sistemi che imitano la mente umana non è affatto un fenomeno isolato tra i collaboratori presidenziali.

Molti funzionari dell’amministrazione dichiarano espressamente di farsi guidare dai valori della tradizione giudaico-cristiana nella stesura delle linee guida tecnologiche. Tra queste spicca Lynne Parker, già vicedirettrice principale dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica, fedele della Chiesa presbiteriana e titolare di un dottorato in informatica, riscontra parallelismi evidenti tra le IA e le profezie bibliche sulla fine della storia umana tipiche del libro dell’Apocalisse. Analogie che la Parker riconduce ai sistemi di sorveglianza globale, i meccanismi di persecuzione e le forme di coercizione economica. Parker ha comunque precisato – sottolinea il WSJ – che i credenti dovrebbero usare la tecnologia per il benessere comune.

C’è spazio anche per l’ottimismo

Accanto alle preoccupazioni apocalittiche convivono posizioni più ottimistiche. Michael Kratsios, direttore in carica dell’Ufficio per la politica scientifica e tecnologica della Casa Bianca, ritiene che la scienza e la fede siano unite e che le macchine intelligenti possano rappresentare una grande opportunità per lo spirito umano.

Kratsios, cristiano di confessione ortodossa e storico collaboratore del miliardario e co-fondatore di Palantir, Peter Thiel, sostiene che quando l’IA avrà superato i limiti della conoscenza logica umana, l’umanità sarà spinta a guardare oltre la pura razionalità per trovare risposte sul proprio ruolo nell’universo.

Di avviso molto diverso è proprio Thiel, persona peraltro molto vicina al vicepresidente JD Vance. Thiel ha tenuto diverse conferenze negli Stati Uniti mettendo in guardia contro i tentativi di istituire regole internazionali e centralizzate per l’IA. Secondo l’imprenditore, una regolamentazione mondiale potrebbe spianare la strada a una dittatura planetaria, facilitando la venuta della figura biblica dell’Anticristo.

Una visione che ha fatto breccia a Washington tant’è che il governo americano ha respinto ogni proposta di regolamentazione restrittiva, prediligendo un approccio morbido e privo di vincoli globali. Se tra le fila dell’ala più religiosa dei repubblicani c’è chi ha idee divergenti sulla natura e sull’uso delle IA, ci sono però elementi oggettivi che vanno al di là degli aspetti metafisici.

La dignità del lavoro nella società digitale

L’impatto sociale ed economico delle IA suscita forti perplessità riguardo alla dignità dell’essere umano, tema di cui Vance si nutre spesso a fini politici, ma che, al di là delle strumentalizzazioni più convenienti, ha origini che esulano dal mondo della politica.

Diversi report raccolti dall’Organizzazione internazionale del Lavoro (ILO), più che concentrarsi sulla perdita di posti di lavoro, pongono l’accento sull’autonomia, la sorveglianza e il significato del lavoro umano. Report che non affrontano i temi scottanti legati alle IA restando fedeli a una o all’altra corrente politica e che, di conseguenza, raccontano ciò che accade al di là delle convinzioni di Vance.


La campana che suona per i governi Ue

Un discorso fiume, 1 ora e 47 minuti, nell’American Airlines Center di Dallas del presidente alla convention organizzata per rilanciare i repubblicani a meno di due mesi dal voto 

Di Cesare Martinetti, La Stampa

Ottantuno anni dopo la caduta di Hitler che lasciò il paese in macerie e con l’incancellabile colpa dell’Olocausto, un partito che a quella Germania si richiama più o meno esplicitamente, vince le elezioni regionali in Sassonia. L’AfD prende il 44 per cento, superando largamente la somma dei voti di Cdu e Spd, i due storici partiti della rinascita postbellica. Sachsen-Anhalt, nell’ex Ddr, ha poco più di due milioni di abitanti (la metà di Berlino) ma il valore politico e simbolico di questo risultato è enorme.

Ancora non si sa se l’AfD avrà la maggioranza assoluta dei seggi e quindi potrà governare da sola la regione.

Il vincitore però è certo: Ulrich Siegmund, 35 anni, taglia atletica e occhi blu. È nato un anno dopo la caduta del muro di Berlino. È un tipo simpatico e allegro, un gran comunicatore, venditore di profumi di ambiente. Ha fatto una campagna elettorale per le strade e le piazze, ha girato tutta l’estate su un ciclomotore Simson, uno dei simboli evocativi della Ddr. Si è fatto conoscere sui social con tambureggianti video TikTok di trenta secondi. È l’esponente di una generazione senza complessi, nel suo entourage ci sono anche attivisti dell’Heimattreue Deutsche Jugend, la Gioventù patriottica tedesca, un gruppo messo fuori legge nel 2010 dalla Corte federale.

Il programma naturalmente è radicale: espulsione degli immigrati illegali, fuori dall’euro, scuole separate tra tedeschi e non, riscrittura della storia perché attualmente troppo colpevolizzante del Terzo Reich, stop all’informazione radio-tv pubblica.

L’Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), il partito nato nel 2015 da un gruppo di economisti anti-euro, è diventato negli anni il collettore di tutti malumori, nostalgie, gruppi e gruppuscoli di dichiarata simpatia nazista, soprattutto nell’ex Ddr, nelle campagne dove sono nate anche varie comunità agricole “völkisch” che praticano la purezza etnica.

Ma la progressione dell’AfD pare inarrestabile anche ad Ovest, l’ultimo sondaggio del Politbarometer di pochi giorni fa la dà al 27-28% mentre la Cdu del cancelliere Merz non supera il 22. Una disfatta politica e anche personale a Est e a Ovest. La Sassonia è stata governata per vent’anni dalla Cdu che ieri ha dimezzato i suoi voti, confluiti tutti nell’AfD che è ormai il convitato il pietra della coalizione del governo federale.

Per l’Unione europea si apre un’altra falla, per lo meno nella tenuta psicologica: la campana della Sassonia suona per tutti i governi, soprattutto quelli del nucleo più storico che vedono erodersi un sodalizio nato nel dopoguerra per scongiurare la possibilità di nuove guerre. Le vecchie piste si confondono, la bussola è impazzita. La guerra è ai confini della Ue e intanto il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov definisce «metastasi del nazismo» i governi democratici. Alice Weidel, la leader nazionale dell’AfD, nei comizi di questi giorni, gli ha fatto da spalla ideale: «Mai più un euro all’Ucraina!». I vecchi nemici si appoggiano sulla “nuove” forze antisistema che rispondono con gratitudine ed evidenti aspettative.

Sarà questa la nuova Europa che si disegna dal voto in Sassonia? Il vero grande appuntamento sono le elezioni francesi, nel prossimo aprile. Con singolare coincidenza di tempi Louis Alliot, ex compagno di Marine Le Pen e rilevante personaggio del partito, ha detto che si deve «chiudere il rubinetto» degli aiuti a Kiev. È questa la posizione del Rassemblement, primo partito nei sondaggi francesi con il 30 per cento? Non è chiaro. Jordan Bardella, primo ministro designato in caso di vittoria, intervistato su La Stampa di ieri da Giuseppe Bottero, ha confermato il sostegno all’Ucraina. Dunque quest’onda nera che si muove sull’Europa non è per niente compatta, prevale una babele ambigua e opportunista.

Bardella era arrivato a Cernobbio da Birmingham, dove aveva firmato un protocollo di futuri intenti sull’immigrazione con il capo inglese di Reform Uk Nigel Farage (l’artefice di Brexit) che l’intero mondo politico francese ha ridicolizzato per velleità e inutilità. Ma il senso politico era più generale: stabilire un primo contatto tra i due partiti, dato che finora Farage si era rifiutato di incontrare Marine Le Pen perché la considerava «antisemita».

D’altra parte il Rassemblement due anni fa aveva tagliato i ponti con l’AfD perché «troppo estremista». E con la destra l’Italiana? «Rispetto Meloni, ma non è il nostro modello», ha detto Bardella. E si capisce: nessuno in Francia vuol fare un governo con Marine Le Pen.

Nell’immagine: il principale candidato dell’estrema destra di Alternative für Deutschland (AfD), Ulrich Siegmund, parla durante la festa elettorale