Alla sinistra non servono le primarie, ma una visione

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Carlo Triglia, il manifesto

 

Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma.

Non un testo che metta insieme, sommandoli, singoli provvedimenti, ma la presentazione semplice e chiara di una strategia di lungo termine nella quale inquadrare le diverse proposte. Tale mancanza non ha niente a che fare con il wokismo contro cui il leader del M5S Giuseppe Conte ha voluto mettere in guardia. Negli Stati uniti non sono mancate forme di degenerazione autoreferenziale e parossistica di grandi battaglie contro le discriminazioni riguardanti le donne, le differenti etnie, i diversi orientamenti sessuali, la religione.

Ma non è questa tendenza a ostacolare il terreno perduto dalla sinistra italiana e europea. Anzi, un programma adeguato dovrebbe insistere sulla maggiore efficacia e sull’estensione di queste politiche antidiscriminatorie. Molto resta infatti ancora da fare, anche in riferimento alle libertà individuali (per esempio, suicidio assistito, scelte riproduttive, ecc.). In ogni caso, la lettura troppo americana delle difficoltà della sinistra non convince. Non è certo l’impegno sui diritti civili e le politiche antidiscriminatorie – a volte anche piuttosto tiepido – che ha determinato tali difficoltà. Il nodo cruciale – e in questo Conte ha ragione – è costituito per la sinistra dalla capacità di contrastare le disuguaglianze sociali, che sono molto cresciute e hanno portato al consistente distacco delle classi popolari.

A che cosa si può dunque imputare la mancanza di una strategia e di un progetto sufficientemente chiari? I fattori sono ovviamente tanti. Anzitutto, la divisione all’interno dell’area di sinistra. Certo, questa è una vecchia storia, ma le leggi elettorali degli ultimi anni, privilegiando le coalizioni preventive, e seguendo una prospettiva maggioritaria, spingono a assumere impegni programmatici più generici per facilitare le alleanze e l’adesione degli elettori. C’è poi una tendenza importante, specie in Italia: il declino dei partiti. La presenza di organizzazioni partitiche è rilevante per elaborare progetti di lunga lena e quindi una strategia. Ma anche per selezionare una classe politica che si misuri su questi obiettivi più impegnativi, invece di essere scelta, in larga misura, per la sua fedeltà alla leadership, anche con l’aiuto delle leggi elettorali degli ultimi anni. La personalizzazione della leadership – che è l’altra faccia dell’indebolimento dei partiti – costituisce dunque un ulteriore ostacolo, perché accorcia la vista e l’impegno di chi ha responsabilità di direzione o di governo, e riduce anche spesso le competenze necessarie. Le primarie si inseriscono in questo quadro e sono un acceleratore di tali tendenze, alle quali aggiungono conseguenze più divisive all’interno delle varie forze politiche che le utilizzano.

I fattori che ho richiamato possono aiutare a comprendere le difficoltà che incontra la definizione di una strategia della sinistra. Tuttavia, ci sono responsabilità specifiche dei gruppi dirigenti che hanno condotto il tentativo – certo inevitabile – di costruire un’alleanza di centro-sinistra (il campo largo). Questo tentativo è stato portato avanti senza un collegamento solido con la costruzione di una prospettiva strategica e progettuale. Non è però possibile perseguire obiettivi ambiziosi di rilancio affidandosi alla mera sommatoria di alcuni interventi redistributivi à la carte a favore dei gruppi più deboli. Ci vuole una visione sistemica dell’economia e delle sue conseguenze sociali; un raccordo efficace tra politiche fiscali e di spesa; attenzione agli interventi volti alla formazione e alla ricerca; un accordo sostanziale con il mondo delle imprese. Tuttavia, non solo la necessità di questa visione strategica e sistemica non si è affermata in più di tre anni di discussioni, tutte ‘politiciste’ e contingenti, sul campo largo, ma non si è neanche manifestata l’esigenza di una comunicazione più istituzionalizzata con il mondo dell’università e della ricerca, che in questi ultimi anni ha prodotto conoscenze rilevanti sulle disuguaglianze e sulle possibilità di contrastarle efficacemente.

In questa prospettiva, particolare attenzione andrebbe data alle possibilità di costruire una “sinistra dell’innovazione” che integri e sostenga la sinistra della necessaria redistribuzione. E quindi interrogarsi su come disegnare un intervento pubblico rinnovato capace di realizzare beni pubblici (formazione, capitale umano, ricerca di base) infrastrutture e servizi che creino economie esterne e abbassino i più alti costi regolativi e fiscali per le imprese, legati a una maggiore incisività delle politiche redistributive. E ancora domandarsi, utilizzando anche la leva delle relazioni industriali, su come sarebbe possibile spingere le imprese a innovare accrescendo produttività, salari e qualità del lavoro, invece di delocalizzare alla ricerca di condizioni di costo più favorevoli.

Purtroppo, finora di un lavoro di questo tipo non c’è traccia né nel campo largo né all’interno dei partiti che ne fanno parte. E c’è da dubitare che le primarie siano un’occasione favorevole a mettersi su questa strada.


Dal clima alle migrazioni: l’emergenza alternata

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Gabriele Segre, La Stampa

 

La politica europea vive da sempre ad “emergenza alternata”. Succede da anni. Quest’estate, però, tra temperature estreme, fiumi in secca e tensioni migratorie, la giostra degli allarmi ha dato il meglio di sé. A ogni aumento degli sbarchi o nuovo record del termometro, anche il dibattito politico è puntualmente salito di qualche grado. Un’attenzione meritoria, di fronte a problemi giganteschi, se non fosse che, passata l’urgenza e migliorati i numeri, l’emergenza torna come sempre nel cassetto. Almeno per un po’. E pensare che dovremmo averlo capito: clima e migrazioni sono fenomeni tutt’altro che episodici. Possiamo discuterne le cause, gli effetti, i costi e le opportunità; non possiamo però considerarli questioni marginali solo perché i dati del mese indicano una fase meno acuta. Significherebbe scambiare una tregua dall’urgenza per la scomparsa dell’emergenza, finendo per usare come sinonimi due concetti che non lo sono affatto.Distinguere però è fondamentale. L’urgenza riguarda il presente e si misura nei numeri: quanti sbarchi, gradi, millimetri di pioggia ci sono stati, oggi. L’emergenza riguarda invece la politica e si manifesta quando, di fronte a una sfida, mancano un approccio, una visione e una strategia capaci di farvi fronte. Se gli sbarchi calano, l’urgenza migratoria si attenua. Se piove dopo mesi di siccità, quella idrica si riduce. Ma se continua a mancare una politica capace di governare quei fenomeni nel tempo, l’emergenza rimane intatta. Sarebbe come rispondere a chi domanda se una casa sia antisismica dicendogli che oggi non c’è il terremoto.

Sul clima, pare che almeno questo l’abbiamo capito: il problema è ormai talmente evidente che è sempre più difficile liquidarlo alla prima nevicata. E tuttavia una parte della destra conservatrice continua a negare il fenomeno o, quando l’evidenza non può essere ignorata, preferisce occuparsi di come attutirne gli effetti — spegnendo gli incendi e riparando i danni — piuttosto che affrontarne le cause e cercare soluzioni. Meglio di niente, naturalmente, ma è un po’ come svuotare l’acqua dalla barca senza chiedersi dove sia il buco. La sinistra progressista, va detto, il buco lo indica da anni, con tanto di dati, studi e convegni dedicati. Il problema è che additarlo non equivale a ripararlo: alla diagnosi non corrisponde una strategia altrettanto convincente su come produrre energia, proteggere i territori e, soprattutto, distribuire i costi della transizione, convincendo il cittadino che per vivere meglio domani non debba necessariamente morire di fame oggi. Così, negare l’esistenza del buco o riconoscerlo senza riuscire a chiuderlo finisce per produrre fallimenti politici diversi, ma la medesima situazione d’emergenza.

Sulle migrazioni la prospettiva si ribalta con una simmetria quasi perfetta. La stessa sinistra, che sul clima suona l’allarme sulle tendenze di lungo periodo, qui cambia tono scoprendo il fascino del dato mensile: gli ingressi sono in calo, i dati sulla sicurezza non giustificano l’allarmismo, la percezione è peggiore della realtà. Spesso i numeri le danno ragione. Peccato che sia la risposta corretta alla domanda sbagliata: un calo degli arrivi riduce ancora una volta l’urgenza, ma non certo l’emergenza di un continente che ancora non ha capito come governare gli inevitabili movimenti migratori dei prossimi decenni, né le trasformazioni sociali, economiche e culturali che inevitabilmente li accompagneranno. Qui, la destra ha il merito speculare che la sinistra ha sul clima: quello di riconoscere almeno la sfida. Ma centri esternalizzati, frontiere richiuse a intermittenza, rimpatri annunciati e “modelli” proclamati prima ancora di essere collaudati restano rattoppi, buoni al massimo per una legislatura. Una strategia è un’altra cosa.

Per queste ragioni, la tanto evocata distanza tra realtà e percezione andrebbe riletta al contrario. Quando la società dice di percepire un’emergenza, non sta mai realmente annunciando l’apocalisse: più prosaicamente, sta dicendo che vede davanti a sé una trasformazione profonda senza riconoscere nella politica una risposta della stessa portata. Chi domanda se la casa resisterà al terremoto sarà felice di sapere che oggi la terra non trema. Prima o poi, però, vorrà vedere il progetto antisismico.

Nei prossimi 18 mesi mezza Europa andrà al voto, e clima e migrazioni entreranno inevitabilmente nelle urne. La credibilità non andrà necessariamente a chi griderà più forte all’emergenza né a chi la negherà agitando il grafico migliore. Andrà a chi comprenderà, finalmente, che, davanti a sfide di questa portata, l’emergenza non è soltanto il riflesso di ciò che accade, ma il vuoto che si apre quando la politica non riesce a offrire una risposta concreta.


L’IA compra le nostre anime: chi controlla i nuovi sovrani della tecnologia?

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 


Cohn-Bendit: “La destra punta sulla paura dello straniero, ma da Ceuta nessun rischio reale”

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

 

«Viviamo in un mondo in cui far paura dà i suoi frutti». È la ricetta del successo dell’estrema destra in Europa riassunta da Daniel Cohn-Bendit, ex eurodeputato dei Verdi e storico leader del ’68 parigino, che analizza la strategia sovranista: «Si comporta come i comunisti degli anni Cinquanta: in campagna elettorale promettono di tutto ma quando arrivano al potere fanno il contrario».

Monsieur Cohn-Bendit, come si questa progressione?
«Le nostre società sono stanche e temono i problemi odierni. Ci eravamo abituati all’idea kantiana di una pace perpetua, poi improvvisamente la Russia ha attaccato l’Ucraina e in Europa è tornata l’ansia della guerra. Allora una parte della società si è coperta gli occhi per non vedere quello che sta accadendo, come fanno i bambini. Per questo quando i sovranisti e i populisti come Donald Tump affermano che il riscaldamento climatico non esiste riscuotono successo. Se non c’è, non bisogna averne paura. Ma le nostre società, così facendo, subiscono una regressione infantile».

Come si è arrivati a questo punto?
«C’è una moltitudine di responsabilità. Le forze democratiche riformiste, che siano di destra o di sinistra, non sono state in grado di ridare speranza alla società».

Che pericoli corre l’Ue?
«Il rischio per l’Europa è quello di rimanere bloccata e di essere incapace di rispondere alla sua principale sfida: quella di un mondo dominato da Cina, Russia e Stati Uniti. In un simile quadro, l’estrema destra sbandiera il miraggio di un rafforzamento nazionale, che però andrebbe solamente ad indebolire l’Ue e gli Stati in cui verrebbe applicato».

Lo stesso promosso in Germania dall’Afd, che alle elezioni di questa domenica in Sassonia potrebbe aggiudicarsi il suo primo Land.
«L’Afd è molto forte ma non vincerà. Incasserà circa il 40% dei voti senza ottenere la maggioranza assoluta, mentre i social-democratici, i cristiano-democratici, i Verdi e Die Linke arriveranno al 46%. L’estrema destra non riuscirà ad arrivare al governo a causa della proporzionale».

In Francia, però, Marine Le Pen viene data come favorita alle presidenziali del 2027.
«Anche lei fa leva sul razzismo. L’estrema destra vuole ottenere il potere attraverso la paura dello straniero, sbandierando l’idea di una società etnicamente omogenea, raggiungibile con la remigrazione. Le Pen ha promesso che in caso di vittoria organizzerà un referendum per vietare l’utilizzo del velo, ma la Corte costituzionale non glielo permetterà. Questo la leader del Rassemblement lo sa, ma sfrutta comunque il tema per la sua campagna elettorale».

A proposito di immigrazione, l’Italia ha prolungato la sospensione di Schengen con la Spagna.

«È ridicolo. L’Italia applica controlli nei suoi aeroporti per bloccare i giovani immigrati di Ceuta che dovrebbero arrivare in aereo? Si gioca con la paura ma non c’è nessun pericolo».

Pensa che il risultato del recente referendum tenutosi in Islanda, dove è stata bocciata la proposta di riallacciare le negoziazioni per entrare nell’Ue, abbia subito l’influenza sovranista?
«L’esito di quel voto è riconducibile alla tradizionale ambiguità che i Paesi scandinavi hanno nei confronti dell’Ue. Tutta l’economia dell’Islanda dipende dall’Europa, ma Reykjavík non può dire la sua all’interno dell’Unione e questo in un certo qual modo la rassicura. Un po’ come la Danimarca, che non vuole l’euro nonostante la sua moneta dipenda dalla valuta comune».

L’Europa deve fare i conti anche con le ingerenze esterne che sostengono i movimenti populisti e sovranisti, come quelle ormai esplicite di Elon Musk.
«In una situazione di angoscia come quella odierna ci sono figure come la sua che accentuano il senso di smarrimento della popolazione. Bisogna ricordare chi è Musk per capire i motivi del suo successo negli ambienti dell’estrema destra europea: una persona di un’intelligenza incredibile, con delle capacità imprenditoriali straordinarie. Ma è rimasto traumatizzato dalla perdita di potere dei bianchi nel Sudafrica, dove è nato, per questo gioca sul concetto di purezza etnica, che a suo dire bisogna ritrovare».

Da giovane, quando nel ‘68 guidava le proteste del Maggio parigino, avrebbe mai immaginato di dover parlare ancora di certi argomenti sessant’anni dopo?
«La storia non si ferma mai, ma non sempre avanza positivamente. Nel mondo di oggi, che ovviamente non è lo stesso di quello del ’68, c’è una fascinazione nei confronti della regressione, sulla quale tutti fanno leva».

 

Nell’immagine: Daniel Cohn-Bendit


Il patto coloniale del petrolio, monta la rabbia del Venezuela

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Claudia Fanti, il manifesto

 

Quando Delcy Rodríguez, nella tarda serata di sabato, si è rivolta al paese nel tentativo di spiegare lo «storico» accordo petrolifero con gli Stati Uniti, già stavano arrivando da ogni parte reazioni di sgomento e di indignazione, accuse di tradimento, denunce sullo scempio costituzionale. Dal «neppure una goccia di petrolio agli Usa» alla cessione di oltre il 20% delle riserve petrolifere del paese il salto era, del resto, davvero troppo spericolato per poter convincere qualcuno. Né, al solito, ha facilitato le cose Trump, parlando su Truth di «un regalo del Venezuela per il popolo statunitense».

POTEVA DUNQUE far ben poco la presidente ad interim, che infatti, nel suo discorso, non ha spiegato nulla, ha omesso moltissimo e ha mentito il più possibile. Il Venezuela «conserva la proprietà e la sovranità sulle sue risorse, utilizzando capitali e tecnologia per favorire la ripresa di un settore strategico gravemente colpito dalle sanzioni», ha dichiarato in un video trasmesso dalla rete televisiva nazionale, facendo leva su un’inverosimile retorica win-win.

«Ogni parte contribuisce con quello che può fare meglio», ha detto: il Venezuela mette a disposizione il petrolio, l’industria e l’esperienza dei suoi lavoratori, gli Stati Uniti i capitali e la tecnologia. E i benefici dell’accordo, che, ha spiegato, rimarrà in vigore per 25 anni – nessun commento sulla notizia secondo cui le concessioni sarebbero state rilasciate per la durata di un secolo – andrebbero dalla creazione di posti di lavoro agli investimenti nell’infrastruttura fino a un aumento delle entrate per lo Stato.

ENTRATE STIMATE in 209.335 milioni di dollari utilizzando il prezzo di riferimento di 65 dollari al barile: 19 dollari al barile in base ai suoi calcoli, i quali però sono stati contestati da più parti: dividendo quei 209 miliardi di dollari per i 65 miliardi di barili ceduti agli Usa, il ricavo effettivo per lo Stato risulterebbe in effetti di circa 3,2 dollari per singolo barile, ossia meno del 5% del valore reale del greggio.

MA SONO TANTI i punti che la presidente ad interim non ha spiegato, a cominciare dal motivo per cui l’accordo non è stato sottoposto all’approvazione dell’Assemblea nazionale, secondo quanto prescrive la Costituzione, privandolo così di qualsiasi base giuridica. Tanto più a fronte delle critiche di chi ritiene che un governo non eletto, mantenuto al potere da Trump, manchi di qualsiasi autorità legale per cedere i diritti petroliferi del paese.

NÉ RODRÍGUEZ ha spiegato da chi proverrà l’investimento promesso di 100 miliardi di dollari: se da aziende private (e quali?) come sembrerebbe indicare l’assicurazione del tycoon che l’intesa non costerà un solo dollaro ai contribuenti statunitensi, o se dallo stesso governo statunitense. Secondo il Wall Street Journal, per esempio, l’intesa prevederebbe una partecipazione finanziaria diretta, tramite il Pentagono, in una delle maggiori compagnie petrolifere private del Venezuela – la North American Blue Energy Partners controllata dall’affarista Alejandro Betancourt – a cui sarebbero state appunto rilasciate concessioni per lo sfruttamento di un quinto delle riserve venezuelane.

VICINO ALLA PRESIDENTE Rodríguez e considerato uno degli esponenti di spicco dei cosiddetti bolichicos, come vengono chiamati nel paese i giovani imprenditori che hanno accumulato grandi fortune durante i governi chavisti, Betancourt ha già fatto molto parlare di sé: contro di lui l’Audiencia Nacional spagnola mantiene aperta un’indagine per presunto riciclaggio di denaro e reato fiscale in un caso partito nel 2024 dalla Procura di Zurigo. Indagini che non gli hanno comunque impedito di andare e venire in tutta tranquillità dagli Stati Uniti, che invece di arrestarlo gli hanno concesso un – rarissimo di questi tempi – visto.

NON SORPRENDE allora la valanga di critiche piovute da ogni parte contro tale operazione, considerata l’atto conclusivo di una capitolazione iniziata già all’indomani del sequestro di Maduro del 3 gennaio. Se l’ex ministro del petrolio Manuel Quevedo è ricorso al sarcasmo – «Ci diranno che sarà il non plus ultra per il paese, la Dubai dei Caraibi! Ci prendono davvero per scemi» – l’ex presidente della Pdvsa Rafael Ramírez ha parlato di «un accordo incostituzionale portato avanti alle spalle del paese», senza dibattito pubblico e in aperta violazione della Costituzione: «Si stanno cedendo agli Usa 65 miliardi di barili. Credo non sia mai avvenuto in nessuna parte del mondo». Né è pensabile che entrino risorse a breve termine: i giacimenti della Fascia dell’Orinoco, ha spiegato, richiedono complessi lavori tecnici, tempo e investimenti per mostrare risultati.

SULLA TRUFFA AI DANNI del Venezuela ha posto l’accento anche l’esperta di diritto costituzionale María Alejandra Díaz, mentre l’ex vicepresidente del Venezuela Elías Jaua, uno dei volti più autorevoli del chavismo ormai passato alla dissidenza, ha esortato alla lotta «per il recupero dell’indipendenza». Un invito rivolto anche da Marea Socialista e da molti altri gruppi dell’opposizione di sinistra. Se tali richiami si tradurranno in aperta rivolta è però ancora presto per dirlo.

 

Nell’immagine: Venezuelani in piazza a Caracas contro l’accordo siglato dal governo con Donald Trump


L’IA ci toglierà il diritto di non sapere

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Carlo Maria Medaglia*, La Repubblica

 

Per tutta la storia umana abbiamo convissuto con una verità tanto ovvia quanto pacificante: nessuno può sapere tutto. Non conoscere una lingua, non saper programmare, non capire un bilancio, non districarsi tra le norme non erano difetti, ma la condizione normale di ogni persona. Anzi, la società era costruita proprio su quei buchi. Esistevano traduttori perché i più non parlavano tutte le lingue, programmatori perché non tutti sapevano scrivere codice, commercialisti perché leggere un bilancio richiedeva anni di studio, avvocati perché il diritto bisognava averlo masticato a lungo. L’incompetenza, in fondo, non era un guasto del sistema: era il cemento, che teneva insieme la divisione del lavoro. Ognuno sapeva bene una cosa proprio perché poteva permettersi di ignorarne mille altre. L’intelligenza artificiale rischia di scardinare questa premessa antichissima e di produrre una conseguenza di cui parliamo ancora troppo poco: la lenta scomparsa del diritto di non sapere.

Prendiamo una scena semplicissima. A un manager arriva un documento in giapponese e lui risponde di non conoscere la lingua. Vent’anni fa sarebbe suonata come un’ovvietà; oggi suonerebbe già strana, perché quel documento può tradurlo in tre secondi. Un piccolo imprenditore riceve un contratto irto di clausole e ammette di non capirne alcune: può farsele spiegare, confrontare, smontare da un sistema, salvo poi rivolgersi comunque a un professionista. Un impiegato non sa costruire una formula in un foglio di calcolo né montare una presentazione: l’IA lo prende per mano. A poco a poco la risposta “non so farlo” perde legittimità, perché qualcuno è pronto a ribattere: non devi saperlo fare, devi sapere come ottenere il risultato.

Sembra una splendida democratizzazione e in buona parte lo è. Persone senza certe competenze potranno mettere le mani su capacità, che prima costavano anni di studio o parcelle salate ma ogni volta che cresce ciò che possiamo fare, cresce anche ciò che gli altri si aspettano da noi. Lo smartphone non ci ha soltanto reso sempre raggiungibili: ha reso quasi indecente non esserlo. La posta elettronica non ha solo accelerato la comunicazione: ha accorciato il tempo che il mondo considera educato per rispondere. Il navigatore satellitare non ci ha solo aiutato a orientarci: ha trasformato il perdersi da avventura ordinaria a colpa evitabile. È la regola non scritta di ogni tecnologia: non cambia soltanto ciò che possiamo fare, cambia ciò che gli altri ritengono ragionevole pretendere.

L’intelligenza artificiale potrebbe estendere questa dinamica non a un singolo gesto, ma a una fetta enorme delle nostre facoltà mentali. Se posso tradurre qualunque testo, riassumere qualsiasi documento, farmi spiegare quasi ogni argomento, generare codice, analizzare dati, sfornare immagini, quale livello di prestazione diventerà normale pretendere da me? Rischiamo di entrare in una stagione di inflazione delle aspettative cognitive. E l’immagine è quanto mai calzante: quando una moneta abbonda, ogni singola unità vale di meno e i prezzi salgono. Allo stesso modo, quando la competenza circola gratis e a fiumi, il valore di ciascuna prestazione si abbassa e l’asticella di ciò che serve soltanto per essere considerati normali continua a salire. La capacità in più non si traduce in tempo libero o in minore pressione, ma in un nuovo minimo sindacale.

Non è una novità assoluta. Il computer avrebbe dovuto tagliare drasticamente il tempo per svolgere mille attività d’ufficio. In effetti lo ha fatto, senza che ne seguissero giornate più corte. Abbiamo usato quel tempo risparmiato per produrre più documenti, più analisi, più riunioni, più slide. Quando preparare dieci diapositive costava una giornata, dieci diapositive erano un buon lavoro. Ora che quelle stesse slide si ottengono in dieci minuti, ci si aspetta che ne vengano preparate cinquanta, confrontando anche cinque scenari e presentando alla riunione tre alternative pronte. Cyril Northcote Parkinson lo aveva capito con la sua celebre legge: il lavoro si dilata fino a occupare tutto il tempo disponibile. L’efficienza tecnologica, insomma, si trasforma quasi subito in pretesa sociale.

Con l’AI il fenomeno può diventare molto più violento perché tocca il perimetro stesso delle competenze. Il professionista di domani potrebbe non essere giudicato per ciò che sa in prima persona, ma per tutto ciò che riesce a mobilitare attraverso le intelligenze a cui ha accesso. È come valutare un artigiano non più dalle sue mani, ma dall’intera bottega che ha alle spalle: gli attrezzi, gli apprendisti, i fornitori, i cataloghi. Il confine della competenza individuale finirebbe così per coincidere con il confine della propria architettura cognitiva. Non ciò che sai, ma ciò che tu, i tuoi strumenti, i tuoi agenti, i tuoi dati e le tue reti sapete fare tutti insieme.

C’è un versante splendidamente emancipatore in tutto questo. Una persona con una disabilità, una microimpresa senza grandi strutture, uno studente di provincia, un libero professionista, potrebbero afferrare capacità un tempo riservate a colossi organizzati. Ma c’è anche un versante meno tranquillizzante. Se la potenza artificiale viene inglobata nella definizione sociale di competenza, chi sceglie di non usarla rischia di apparire non soltanto più lento, ma addirittura irresponsabile. Perché dovrei tollerare un refuso, se esiste uno strumento che lo corregge? Perché una relazione dovrebbe restare lacunosa, se un sistema può passarla al setaccio? Perché un medico, un docente, un funzionario dovrebbe ignorare qualcosa che un agente avrebbe potuto recuperare in un istante?

La faccenda si fa ancora più spinosa quando entra in scena l’errore. Abbiamo sempre distinto tra ciò che una persona poteva ragionevolmente sapere e ciò che non era in grado di conoscere. Ma se una macchina spulcia in pochi secondi montagne di informazioni, il perimetro di ciò che “avresti potuto sapere” si gonfia a dismisura. Un domani potremmo sentirci rimproverare non più soltanto “dovevi saperlo”, ma “avresti dovuto chiederlo all’AI”. La semplice disponibilità della competenza artificiale potrebbe così riscrivere perfino il concetto di negligenza. Non interpellare un sistema capace di fiutare un rischio potrebbe diventare grave quanto oggi lo è ignorare una fonte obbligatoria.

Ed eccoci al paradosso. L’AI nasce con la promessa di sollevarci da una parte della fatica mentale e potrebbe, invece, partorire individui a cui si chiede di essere competenti in un numero crescente di campi. Non perché abbiano davvero studiato tutto, ma perché possiedono la chiave d’accesso a una capacità esterna, che rende quella competenza momentaneamente disponibile. Potremmo sapere di persona molte meno cose e, allo stesso tempo, essere ritenuti responsabili di molte più.

Lo scenario incrina anche l’idea di specializzazione. Se un singolo professionista può mobilitare capacità artificiali in diritto, economia, comunicazione, analisi dei dati e programmazione, che ne è dei confini tra le professioni? Gli specialisti non spariranno, perché la conoscenza profonda resterà indispensabile proprio per controllare e governare i sistemi. A rischiare è semmai la competenza intermedia, quella per cui pagavamo qualcuno soltanto perché possedeva una capacità, che a noi mancava. E la domanda si farà sempre più ruvida: quanto vale una competenza, quando chi non la possiede può simularne temporaneamente una fetta consistente?

La soluzione, certo, non può essere difendere per legge l’ignoranza. Sarebbe grottesco rimpiangere un mondo in cui non capivamo un testo perché non ne conoscevamo la lingua, o in cui il piccolo imprenditore restava tagliato fuori dagli strumenti di analisi. Dovremo però imparare a tenere distinte tre cose, che oggi tendiamo pericolosamente a confondere: possedere una competenza, accedere a una competenza, saper governare una competenza artificiale. Non sono la stessa cosa. Posso ottenere una traduzione senza sapere la lingua, un’analisi statistica senza sapere la statistica, un parere preliminare senza sapere il diritto. Il risultato può essere ottimo. Ma saper produrre un risultato non significa affatto saperne riconoscere i limiti. È la vecchia trappola descritta da Dunning e Kruger: chi meno sa di una materia è spesso il meno attrezzato ad accorgersene, e un output impeccabile sfornato dalla macchina rischia di spegnere del tutto quel campanello d’allarme.

È qui che il diritto di non sapere assume un senso nuovo. Non è la rivendicazione dell’ignoranza, ma il riconoscimento del limite come ingrediente indispensabile dell’autonomia. Una società sana deve permettere alle persone di dire “non lo so” senza obbligarle a mascherare il proprio vuoto dietro una macchina. Forse dovremmo preoccuparci meno delle AI, che ammettono candidamente di non conoscere una risposta. Il vero problema saranno gli esseri umani che, avendo un’AI sempre a portata di mano, non sentiranno più di avere il diritto di ammettere di non sapere.

Perché il dubbio, l’incertezza, il riconoscimento del limite non sono difetti della mente. Sono dispositivi di sicurezza, esattamente come le cinture in automobile. Chi sa di non sapere cerca un esperto, verifica, rallenta. Chi invece può generare all’istante una risposta plausibile può coltivare l’illusione di padroneggiare una competenza, che in realtà sta soltanto prendendo in prestito. Bertrand Russell lo diceva con la sua abituale perfidia: il guaio del mondo è che gli sciocchi sono pieni di certezze e le persone sagge traboccano di dubbi.

Forse, allora, la capacità più preziosa nell’età dell’intelligenza artificiale sarà la meno tecnologica di tutte: sapere con esattezza dove finisce la terraferma di ciò che sappiamo davvero e dove comincia il mare aperto di ciò che la nostra architettura cognitiva sa fare al posto nostro. È una saggezza antica travestita da problema nuovo. Già Socrate aveva fatto della consapevolezza della propria ignoranza il principio stesso del sapere: sapeva di non sapere e proprio per questo non smetteva mai di cercare.

Per secoli l’ignoranza è stata il muro contro cui abbiamo costruito la conoscenza. Nel prossimo futuro rischia invece di diventare qualcosa da nascondere, perché una macchina ci offre il modo di farlo. E in una società in cui tutti possono sembrare competenti in quasi tutto, pronunciare tre paroline semplicissime potrebbe diventare una delle forme più rare e più preziose di intelligenza: non lo so.

*Professore Carlo Maria Medaglia, delegato del Rettore per la Terza Missione, l’Innovazione Didattica e l’Intelligenza Artificiale dell’Università degli Studi IUL


Cisgiordania: Israele accelera sul piano E1

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Da ISPIonline

Il governo di Israele procede spedito con il suo piano di divisione della Cisgiordania. Il progetto approvato lo scorso anno per la costruzione di 3.400 nuovi insediamenti nella zona E1 della Cisgiordania prende forma dopo l’annuncio del bando da parte del Ministero delle Costruzioni e dell’Edilizia, che ha indetto una gara d’appalto per le prime 1.234 unità abitative tra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumin. La decisione è stata presa in seguito al via libera definitivo dell’Alta Commissione di Pianificazione dell’Amministrazione Civile, un dipartimento del Ministero della Difesa. In questo modo, verrebbe impedita la continuità territoriale palestinese. La Cisgiordania verrebbe spaccata in due, da nord a sud, con l’isolamento di Gerusalemme Est – ipotetica capitale dello Stato di Palestina – rispetto al resto del territorio palestinese. Dal 1967 il corridoio E1 è stato sempre lasciato libero, nell’attesa di arrivare a una soluzione. Di fatto, però, il piano “cancella l’illusione dei due Stati e consolida la presa del popolo ebraico sul cuore della Terra di Israele”, aveva sentenziato lo scorso agosto in conferenza stampa il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, celebrando la decisione di procedere con il progetto. “Lo Stato palestinese – aveva aggiunto – viene cancellato dal tavolo non con slogan, ma con i fatti. Ogni insediamento, ogni quartiere, ogni unità abitativa è un altro chiodo nella bara di questa pericolosa idea”. In una dichiarazione rilasciata alla Cnn, l’ambasciatore palestinese all’Onu Riyad Mansour ha definito la decisione di indire il bando “estremamente pericolosa, irresponsabile e minacciosa. Bisogna fermare tutto questo”.

Una voce inascoltata?

Anche dentro lo Stato ebraico si sono sollevate voci di protesta. Peace Now, organizzazione israeliana che monitora l’espansione degli insediamenti, ha puntato il dito contro il primo ministro Benjamin Netanyahu: “Nel pieno della campagna elettorale, il governo sta cercando di realizzare la visione di annessione dei coloni e di limitare l’azione del prossimo esecutivo”. La scadenza del bando è stata fissata infatti per il 19 ottobre, una tempistica non casuale. Una settimana dopo, il 27 ottobre, in Israele si svolgeranno le elezioni, per cui sarà molto difficile per il prossimo governo tornare indietro nella decisione. Inoltre, accusa l’ong, giusto un mese fa aveva ricevuto la rassicurazione da parte dell’ufficio del procuratore distrettuale sul fatto che non fossero previste gare d’appalto per la costruzione dei nuovi insediamenti, almeno per i prossimi due o tre mesi. Nel caso, gli era stato assicurato, sarebbero stati informati. Niente di tutto questo è avvenuto: “Solo un mese dopo, la gara d’appalto è stata aperta senza alcun preavviso”, ha spiegato Peace Now in una nota.

Un isolamento ancora maggiore?

Il primo ministro Netanyahu sembra invece intenzionato ad andare avanti. Per decenni il piano relativo all’area E1 è rimasto solo su carta. A idearlo fu nel 1995 l’ex premier Yitzhak Rabin, ma nessun governo israeliano ha deciso di attuarlo a causa delle pressioni esterne. Nell’agosto di un anno fa erano piovute critiche per l’approvazione da parte dell’intera comunità internazionale. Critiche che, dopo l’indizione del bando pubblico, vengono rinnovate con ancor più forza. “Il Regno Unito non resterà a guardare e non accetterà la distruzione della soluzione dei due Stati. Siamo stati chiari nell’opposizione all’E1”, ha affermato il ministro degli Esteri britannico Ed Miliband. “Tutti gli insediamenti danneggiano tale prospettiva e costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale”. La condanna è unanime. “Il nostro messaggio è chiaro: non ci devono essere ulteriori passi verso l’annessione della Cisgiordania”, ha sottolineato Sebastian Hille, portavoce del cancelliere tedesco di Friedrich Merz. “Nessun passo formale, ma nemmeno misure politiche, strutturali o di altro tipo il cui impatto conduca in modo sempre più evidente all’annessione”. Questo perché “sono in contrasto con la soluzione dei due Stati”. In una dichiarazione congiunta, Canada, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia hanno definito “inaccettabile” i piani di Israele, che “non solo ci allontaneranno ulteriormente dalla pace, ma mineranno ulteriormente la sua reputazione internazionale”. Secondo alcune indiscrezioni, l’Unione europea avrebbe già pronta una lista di sanzioni, anche commerciali, qualora Israele decida di procedere con il progetto dell’E1. A quanto pare, gli Stati Uniti – l’alleato più saldo dello Stato ebraico – non si opporrebbero alle misure di Bruxelles.

Il commento – Di Caterina Roggero, Senior Research Fellow ISPI“L’intensificarsi delle violenze in Cisgiordania non è solo collegato alle dinamiche pre-elezioni delle forze politiche israeliane, ma anche a quelle del campo politico palestinese, che si appresta a due tornate – tra novembre e gennaio prossimi – che potrebbero essere cruciali. Secondo gli ultimi sondaggi palestinesi, la sfiducia a Gaza e in Cisgiordania nei confronti sia di Hamas che di Fatah, si è accresciuta e l’incapacità dell’Autorità palestinese nel contrastare i soprusi dei coloni non fanno che peggiorare la percezione di insicurezza e la mancanza di prospettive. La condanna dei paesi europei che si sta levando contro l’inumanità di azioni e dichiarazioni di esponenti politici israeliani per essere veramente efficace potrebbe avere una pars construens spingendo per la liberazione dell’unico leader palestinese che gode del 40% del consenso degli intervistati e che potrebbe, forse, dare una scossa alla politica palestinese, Marwan Barghouti.”
Un problema ingestibile?

L’espansione territoriale dei coloni israeliani in Cisgiordania è un fenomeno decennale, che sotto i vari governi guidati da Netanyahu ha subito un’accelerazione. Ora appare un problema ingestibile, anche perché a fomentarlo sono gli stessi esponenti dell’esecutivo. Negli ultimi giorni ha tenuto banco l’assedio del villaggio di Qusra, a sud di Nablus, dove alcune famiglie palestinesi sono state assediate dai settler, costrette a rimanere nelle loro case per non perdere la propria terra. Scene che hanno suscitato l’indignazione internazionale. Tra gli ostaggi dei coloni ci sono anche palestinesi statunitensi, portando l’ambasciatore degli Stati Uniti in Israele, Mike Huckabee, a condannare le violenze di quelli che ha definito “terroristi israeliani”. “Il fatto che qualcuno venga a prendersi la terra e la casa, a spaventare la famiglia per costringerla ad andarsene, costituisce una violazione non solo della legge umana, ma anche della legge di Dio”. Il governo israeliano però non sembra voler ascoltare. Il ministro della Difesa, Israel Katz, vorrebbe infatti trasferire le competenze sull’ordine pubblico nei territori occupati alla polizia e non all’esercito. In questo modo si possono perseguire i civili che commettono reati e, allo stesso tempo, limitare le critiche rivolte all’Idf per il mancato intervento contro i coloni.


Trump, il presidente nel suo labirinto

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Ezio Mauro, la Repubblica

Come se fosse precipitato dentro un romanzo sudamericano, Donald Trump è oggi prigioniero del suo labirinto. L’uomo più potente del pianeta, che ha trasformato la dottrina americana in forza, la politica in comando, le alleanze in dominio, non riesce a districarsi dal disordine mondiale che ha creato con le sue stesse mani scambiando alleati e avversari, dirottando l’intesa storica con l’Europa, logorando il concetto stesso di Occidente, abiurando la concezione della regola democratica come principio ordinatore del mondo.

Anche la rappresentazione di sé che nasce da questo procedere erratico è contraddittoria e ambivalente, fino all’ambiguità: il grande mediatore mediorientale, il pacificatore del conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, il pretendente al Nobel per la pace si alterna al grande giustiziere, all’uomo che cambia il destino del mondo (e il nome di terre, laghi e mari) con un tratto di penna sulla carta geografica, annettendosi lo stretto di Hormuz, minacciando perennemente di prendersi la Groenlandia, avvertendo l’Oman che può «farlo saltare per aria» se non si allinea al volere della Casa Bianca.

Si smarrisce il ruolo del presidente americano in questo passaggio della storia, la parte che intende sostenere sulla scena mondiale: e infatti non si capisce più se nell’ultima telefonata con Putin sul rischio di un attacco della Russia a Paesi Nato, Trump parlava a Mosca come garante dell’Occidente, o pensava di rassicurare l’Occidente come garante del Cremlino.

Il risultato di questa confusione politica è la perdita di autorità interna e internazionale della leadership del presidente, vale a dire l’indebolimento dell’America. Qualunque Stato canaglia oggi può pensare di tener testa agli Stati Uniti in un conflitto da remoto, se è in grado di reggere il peso di morti e devastazioni, perché come dice la lezione del 2026 le bombe da sole non risolvono le crisi, se manca la politica.

E infatti proprio qui sta il cuore del problema. In questo passaggio progressivo dall’ordine al disordine c’è una continua rinuncia alla politica, intesa come costruzione di un sistema di convivenza civile: sostituita dalla libertà della forza. Il pensiero di Trump, ma più ancora dell’intero movimento Maga, è riassunto nel documento sulla National Security Strategy del novembre 2025, che traccia la nuova dottrina della Casa Bianca, ponendo le basi dell’America First con la critica alle élite americane del dopoguerra che concepivano gli Stati Uniti come garanti generali dell’ordine liberale nel mondo.

Oggi l’America si ritira, perché non c’è più un ordine internazionale da difendere, ma ci sono soltanto interessi nazionali da perseguire: «I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano sulle proprie spalle l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti». Nello stesso tempo l’America trumpiana si ritira anche dalla «scommessa sbagliata» sulla globalizzazione e il libero commercio, indicati come causa dell’indebolimento della classe media e della base industriale degli Stati Uniti.

Gli interessi sostituiscono i principi e legano insieme la sicurezza del Paese, il commercio, l’industria e l’identità nazionale come un bene unico da tutelare, perché sotto minaccia. Di conseguenza non ci sono più alleanze da privilegiare, obblighi di sicurezza internazionale da garantire, valori da difendere. Ognuno pensi per sé, visto che l’America non vuole più pensare il mondo così com’è stato disegnato nel dopoguerra, e anzi ha cancellato la lavagna del Novecento, ripiegando su sé stessa.

C’è in questo disimpegno un’evidente sfiducia nella Nato, ma c’è soprattutto una nuova esplicita diffidenza nei confronti dell’Europa, vista ideologicamente da Washington come una terra che ha perso la fiducia a in sé stessa, fino ad essere minacciata da una «civilizational erasure», una cancellazione di civiltà, a causa dell’immigrazione, del crollo della natalità, dell’indebolimento delle identità nazionali a cui si oppongono soltanto «i partiti patriottici europei», unico motivo di ottimismo per la Casa Bianca.

Trump cerca dunque nella destra estrema europea un punto di resistenza alla traiettoria della Ue, boicottata come soggetto politico, perché la nuova America guarda all’Europa come un insieme di nazioni sovrane allineate strategicamente con gli Stati Uniti, nulla più. Perde valore l’intesa atlantica, il riconoscimento di una comunità di destino basata su ideali di libertà e sul valore universale della democrazia nel riconoscimento del diritto e dei diritti: sostituita dall’idea di «civiltà», selettiva, nazionale, identitaria, definita soltanto da una comunanza di interessi da difendere, dentro un quadro di equilibrio internazionale da ricostruire tra gli imperi, cominciando da una nuova «stabilità strategica» con la Russia.

La «stabilità» sostituisce l’«ordine», che era costruito su regole, istituzioni, diritto internazionale, alleanze, convenzioni, organismi sovranazionali di prevenzione dei conflitti: la stabilità invece può reggersi sul puro equilibrio dei rapporti di forza. È un salto rilevante. L’America era una superpotenza anche perché aveva saputo capitalizzare la vittoria nella seconda guerra mondiale nel concetto di Occidente, capace di proiettare i suoi valori in un vero e proprio ordine internazionale fino alla caduta del muro di Berlino nell’89 e oltre, nel nuovo secolo.

Oggi la nuova America pensa di poter garantire il proprio ruolo imperiale fuori da quell’ordine e senza quei valori. Si spezza una linea che da Roosevelt arriva fino a Biden, e non riguarda solo la politica internazionale, ma anche la concezione che l’America ha di sé stessa.

Roosevelt si siede al tavolo di Jalta nel febbraio ’45 portando con sé la carta coperta della bomba atomica — quindi il segreto della potenza finale e assoluta — ma capisce che la sicurezza è indivisibile e l’interesse americano può essere tutelato solo da un ordine mondiale condiviso, anche se questo limita la sovranità della superpotenza. Il potere dei Tre Grandi si sottopone a un concordato, auto-limitandosi, perché la costruzione di un ordine riconosciuto e accettato aumenta la sua forza. Fino al rovesciamento di Trump, che vede nell’ordine internazionale un ostacolo al libero dispiegarsi della potestà di comando, e ribalta la storia.

È qui che il presidente americano si sta smarrendo. A differenza dei suoi predecessori ha cancellato la regola in nome di un esercizio sovrano del comando, ha rifiutato ogni coscienza del limite, ha respinto il canone democratico come principio-guida delle sue scelte, ha trasformato gli alleati storici in sudditi, ha applaudito i dittatori, è uscito dal sentiero dell’Occidente, insofferente ai suoi principi, e infine ha infranto l’ordine internazionale in cui custodivamo la nostra fragile convivenza. L’unica mappa che gli è rimasta è sé stesso: che è anche il cuore del problema. Ecco perché non riesce a uscire dal suo labirinto.

Nell’immagine: Trump cambia nome al Lago Ontario


Agli Usa il petrolio del Venezuela: “Abbiamo raddoppiato le nostre riserve”

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

Di Paolo Mastrolilli, la Repubblica

NEW YORK – Donald Trump lo ha annunciato come «il più grande accordo petrolifero della storia mondiale», che «raddoppia le riserve americane» e di conseguenza «abbasserà sostanzialmente i prezzi della benzina per tutti i nostri cittadini». I critici lo bocciano come un atto coloniale, che legittima il dominio sul Venezuela di un regime violatore dei diritti umani, e conferma come la politica estera degli Stati Uniti sia basata solo sugli interessi economici e non sui principi. Parliamo dell’intesa che darà agli Usa accesso a 65 miliardi di barili, attraverso una joint venture che segna anche un cambiamento filosofico di Washington verso un approccio statalista finora inedito, con possibile impatto sull’Eni.

«Gli Usa – ha scritto Trump sul suo social – hanno appena stipulato un accordo col Venezuela, il più grande della storia mondiale!». Quindi ha spiegato che «attraverso una partnership con imprese private, assicura il controllo di maggioranza statunitense su oltre 65 miliardi di barili di riserve di petrolio comprovate in Venezuela, senza alcun costo per il contribuente americano. Questa storica transazione più che raddoppia le riserve Usa, aumenta notevolmente la nostra fornitura di petrolio e abbasserà sostanzialmente i prezzi della benzina, nel lungo periodo, contribuendo ad indirizzare il Venezuela verso un enorme successo e grande prosperità».

Delcy Rodriguez, che ha preso il posto del presidente Maduro dopo il suo arresto a gennaio, ha spiegato che «metterà le nostre immense riserve al servizio dello sviluppo nazionale». Secondo il New York Times attirerà investimenti per oltre 100 miliardi di dollari e ricavi da 209 miliardi per lo stato. Secondo il Wall Street Journal, Caracas concederà ad una joint venture composta dall’imprenditore locale Alejandro Betancourt López e dal governo Usa il permesso di sfruttare 17 campi petroliferi per cento anni, facendola diventare la seconda al mondo, dopo i sauditi di Aramco. Washington avrà il 55% e potrà usare il greggio per riempire le sue riserve strategiche. In totale circa 65 miliardi di barili, rispetto ai 300 miliardi che secondo le stime sono ancora inutilizzati in Venezuela. Gli Usa hanno riserve per 46 miliardi e ciò fa capire le proporzioni.

L’iniziativa è statale, ma Trump si augura che spinga anche i privati ad investire nel Paese, come la Chevron che sta trattando nuovi interventi. Prospettive che interessano anche all’Eni: «Stiamo lavorando – commenta la compagnia italiana – con le controparti venezuelane e con tutte le Autorità coinvolte per contribuire al rilancio del settore energetico del Paese, a beneficio della sua popolazione e della sicurezza energetica internazionale. Attualmente non siamo nella posizione di commentare i prossimi passi ma ne comunicheremo i dettagli una volta finalizzati».


Domenica, pausa vigile

CAMPO LARGO Il problema più serio che ha oggi la sinistra, nell’imminenza delle elezioni, è la mancanza di un vero programma 

“Siamo un po’ stanchini”, come direbbe Forrest Gump.
Quindi da domani, 5 luglio 2026, per tutte le domeniche fino a quella del 30 agosto, ci prendiamo una pausa. Solo la domenica. Oltretutto si tratterà di una “pausa vigile”.

Cioè: interverremo comunque con commenti e analisi anche nel settimo giorno qualora l’attualità lo imponesse per notizie particolarmente importanti e assolutamente non trascurabili.
Quindi date sempre un’occhiata a “Naufraghi.ch”, anche nel giorno in cui riposò pure il padre eterno.
Noi possiamo solo sperare che almeno per un giorno stia zitto anche l’altro padre eterno (tale si considera) che sta alla Casa Bianca. Ne beneficeremmo davvero tutti.
Buona estate.