Intervista con il geologo e divulgatore: «Le statistiche del passato non valgono più. E l’impatto del riscaldamento globale riguarda da vicino anche le nostre Alpi»
Di Domenico Agasso, La Stampa
«Non avevamo mai visto niente del genere». Le immagini dei drammatici eventi in Nepal, con colate gigantesche di fango, ghiaccio e detriti capaci di spazzare via tutto ciò che incontrano, raccontano una verità ormai non più rinviabile: la crisi climatica ha preso un’accelerazione senza precedenti e sta riscrivendo le regole del pianeta. Il bilancio al momento è di 362 vittime e tra i 1.300 dispersi si contano anche tre italiani. Dalle vette dell’Himalaya fino al cuore delle Alpi, il collasso dei ghiacciai e il surriscaldamento globale mettono in discussione la presenza stessa dell’uomo e dei centri abitati in alta quota. Il geologo e divulgatore scientifico Mario Tozzi analizza con La Stampa la tragedia nepalese e le lezioni cruciali che la politica globale e la società devono apprendere da questa nuova realtà.
Professore, qual è il messaggio da recepire dall’alluvione in Nepal?
«Una volta stabilito — come riporta il servizio geologico degli Stati Uniti — che ad innescare la frana non è stato un terremoto, bensì che le scosse hanno solo registrato l’avvenuto crollo, questo disastro dimostra quanto l’accelerazione della crisi climatica stia provocando eventi estremi un po’ ovunque e in ogni campo. Fenomeni che colpiscono soprattutto le aree più fragili: i territori coperti da ghiacci come le catene dell’Himalaya e delle Alpi, i poli, e le zone di cerniera fra ambienti diversi come il Mediterraneo, autentico hotspot climatico. La colata di detriti ribadisce ancora una volta la diretta responsabilità di uno stravolgimento globale ormai rapido e senza precedenti».
Ci aiuti a capire: il fattore determinante è il riscaldamento globale?
«Sì, nel senso che a determinare l’occlusione e la tracimazione di un bacino dove confluivano le acqua è stato il crollo di una massa glaciale. Le acque sono state spostate, hanno sfondato la barriera naturale formatasi, sono precipitate a valle forse creando un nuovo sbarramento per poi travolgere anche quello… insomma, una reazione a catena innescata proprio dal cedimento di quella porzione di ghiaccio. Siamo di fronte a un processo fortemente accelerato, tale da generare spaccature capaci di provocare questo crollo. E le fratture o i crepacci — in Antartide così come sui ghiacciai alpini e d’alta quota in generale — sono fenomeni che si intensificano quando l’attività di deglaciazione, ossia il surriscaldamento atmosferico, aumenta notevolmente. Parliamo di dinamiche che avvengono anche in natura, ma che risultano forzate nei tempi e amplificate nelle dimensioni dall’attuale incremento delle temperature».
Le immagini arrivate dal Nepal sono quasi cinematografiche.
«Sì, è la prima volta che assistiamo a una cosa del genere. Quelle persone che si muovono disperatamente stanno per morire: sono scene impressionanti, che ricordano le vittime delle Torri Gemelle costrette a buttarsi nel vuoto per non sapere di che morte morire. La valanga di acqua, detriti e fango in arrivo offre per la prima volta un’idea visiva di quanto accaduto al Vajont. Quando Longarone fu rasa al suolo nel 1963 dall’ondata fuoriuscita dalla diga a causa della frana, a distruggerla fu soprattutto una sorta di enorme cannonata precipitatasi a valle. Qui l’effetto è identico: si vedono le persone scappare dopo aver probabilmente avvertito il boato, ma prima del fango arriva la massa d’aria spostata, come una tremenda sferzata di aria compressa, e subito dopo piomba la furia dei detriti. Per noi è la prima occasione per visualizzare quella tragedia».
Sono casi da considerarsi “isolati”?
«No. Le dimensioni sono colossali: l’elicotterista in sorvolo parlava di muri d’acqua di 6-7 metri, e a giudicare dai filmati forse anche di più. È una visione estrema e clamorosa, ma purtroppo destinata a non rimanere un episodio unico al mondo. Anzi, da oggi fa da nuovo benchmark: d’ora in avanti, quando guarderemo all’Himalaya e alle regioni glaciali, dovremo sempre tener conto di quanto accaduto in Nepal».
Chi ha potere e responsabilità geopolitica che cosa dovrebbe fare?
«Agire in fretta. Dobbiamo prendere atto che le statistiche meteo-climatiche del passato non valgono più: non possiamo valutare piene, mareggiate, tempeste e valanghe con il metro dei dati del 1920. Usando quei parametri diremmo che un evento simile si verifica ogni duecento o mille anni, ma non è più così. Serve un nuovo sistema di riferimento statistico aggiornato, tarato dagli anni ’90 del Novecento ad oggi. Solo così vedremo che questi episodi hanno ormai cadenza decennale, se va bene. E la situazione è destinata a peggiorare rapidamente. Senza dimenticare che nemmeno l’arco alpino è immune da simili rischi».
Ci spiega?
«Le calamità di Bardonecchia, della Marmolada e i crolli sulle Dolomiti vanno inquadrati esattamente in questo contesto. Nello specifico, il mondo della montagna sta cambiando in modo radicale: non solo non ci sarà più spazio per gli sport invernali a causa della mancanza di neve, ma l’imponente infrastrutturazione realizzata negli anni e la stessa vivibilità dei centri abitati rischiano di essere messe seriamente in discussione».
