Il Festival di Locarno e il conformismo dell’alternativa

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Terminato il Festival di Locarno, a colpire non è soltanto il bilancio generalmente positivo della 79esima edizione, ma la quasi unanimità con cui è stato accolto. Le voci critiche sono state poche. Persino il critico cinematografico Ugo Brusaporco, solitamente tutt’altro che tenero nei suoi giudizi, questa volta non ha lesinato apprezzamenti, scrivendo che la giuria ha scelto «con rigore cinefilo» e che sul palmarès non c’era «nulla da eccepire».

Eppure una domanda meriterebbe di essere posta. Non riguarda tanto la qualità dei film, quanto il tipo di cinema che un grande festival internazionale finisce per selezionare e consacrare.

Qualche dubbio è affiorato sulle pagine del Manifesto, dove Cristina Piccino si interroga sul peso dei laboratori e dei circuiti produttivi internazionali che sostengono lo sviluppo dei film indipendenti, ma rischiano anche di imporre, sia pure «in modo soffice», una propria «formattazione». Su laRegione, Tommaso Soldini ha lanciato qua e là qualche frecciata sulla mancanza di veri scarti, di qualcosa capace di risultare persino indigesto al pubblico cinefilo.

Locarno non corre certo il rischio di diventare commerciale o hollywoodiano. Continua anzi a svolgere una funzione preziosa nel dare spazio a cinematografie e autori che difficilmente troverebbero posto nel grande circuito commerciale. Ma proprio per questo vale la pena chiedersi se essere lontani da quel mainstream basti ancora a garantire uno sguardo davvero nuovo. Il rischio è che si consolidi un altro conformismo, tutto interno al cinema da festival, fatto di autori, forme, ritmi, temi e sensibilità ormai immediatamente riconoscibili come cinema «importante».

Il doppio riconoscimento, a Hong Sang-soo per la regia e a Kim Min-hee per l’interpretazione, è emblematico. Hong continua a fare un cinema personalissimo e radicalmente estraneo alle convenzioni industriali: film realizzati con mezzi ridotti, fatti di conversazioni e di continue variazioni sugli stessi motivi. Ma dopo decenni di presenze e riconoscimenti nei maggiori festival, quel cinema «altro» è ormai uno dei linguaggi più riconoscibili e consacrati della cinefilia internazionale. Brusaporco definisce addirittura «dovuto» il riconoscimento. Premiarlo è naturalmente legittimo; più difficile considerarlo una scelta che sorprenda o metta in discussione i valori consolidati di quel mondo.

C’è poi un’altra forma di prevedibilità. Piccino osserva anche, a proposito di uno dei film in concorso, che «l’imprevisto è solo apparente» e che persino nel disagio lo spettatore viene accompagnato.

Si possono raccontare fascismo, patriarcato, guerre, omofobia e società in crisi senza mettere davvero in crisi lo spettatore. Sono temi potenzialmente dirompenti, raccontati però attraverso un linguaggio cinematografico che il pubblico dei festival ha ormai imparato a conoscere e riconoscere. Lo spettatore può essere turbato da ciò che il film racconta, ma difficilmente sorpreso dal modo in cui glielo racconta. Il contenuto è sovversivo, ma la forma è rassicurante.

Non perché quelle forme siano in sé conservatrici: molte sono nate, al contrario, proprio dalla volontà di rompere con il cinema dominante. Ma una forma non rimane innovativa per sempre. Quando viene ripetuta, riconosciuta, premiata e infine attesa, ciò che un tempo spiazzava può trasformarsi a sua volta in convenzione. Il paradosso è proprio questo: anche il linguaggio dell’alternativa può diventare una tradizione.

La questione della forma supera naturalmente Locarno e riguarda più in generale la capacità della cultura contemporanea di produrre linguaggi realmente nuovi. È proprio da questa progressiva perdita di spinta innovativa che parte lo scrittore e critico culturale americano W. David Marx nel suo recente saggio Blank Space, dedicato alla stagnazione culturale degli ultimi venticinque anni.

Secondo Marx, nel Novecento avanguardie e sottoculture disponevano di sistemi di valori alternativi a quelli del mercato. Il successo commerciale non era necessariamente il riconoscimento più ambito, anzi poteva essere guardato con sospetto: a conferire prestigio erano il riconoscimento dei propri pari, la sperimentazione e la capacità di rompere con le convenzioni dominanti. Erano spesso piccole comunità radicate in luoghi reali, nei club, nelle università, nei centri sociali e nelle scene artistiche locali, dove distinguersi significava anche osare e rompere con ciò che esisteva.

Nella musica e nella cultura urbana, da ambienti simili sono nati punk, hip-hop e nuove forme di danza; il cinema, che richiede strutture produttive più complesse, ha conosciuto rotture analoghe attraverso movimenti come la Nouvelle Vague e, ancora negli anni Novanta, Dogma 95. Esperienze molto diverse, ma accomunate dall’ambizione non soltanto di realizzare opere nuove, bensì di inventare un modo nuovo di farle. E proprio da quelle rotture sono nati linguaggi che l’industria culturale avrebbe poi assorbito e fatto propri.

Negli ultimi venticinque anni, però, questo ecosistema si è progressivamente indebolito. Il successo ha perso gran parte del sospetto che un tempo suscitava nelle controculture, mentre visibilità, consenso e profitto sono diventati criteri sempre più importanti anche per chi opera fuori dal mainstream. Internet ha accelerato il processo: ciò che nasce ai margini viene immediatamente esposto, imitato, assorbito e trasformato in qualcosa di riconoscibile. La cultura contemporanea produce così una quantità sterminata di opere (quasi 10’000 film nel mondo nel solo 2023), ma fatica maggiormente a produrre quelle rotture capaci di segnare una vera discontinuità.

Il problema non è dunque che siano scomparsi i buoni film o gli autori originali, né che la produzione indipendente si sia impoverita. La domanda è un’altra: quanto spesso incontriamo ancora un film che non si limiti a raccontarci qualcosa di nuovo, ma ci costringa anche a imparare un nuovo modo di guardare? Il rischio è che persino l’indipendenza, una volta entrata stabilmente nel circuito dei festival, finisca per avere le sue formule, i suoi autori garantiti, i suoi temi attesi e un proprio conformismo.

Non basta allora essere lontani dal cinema commerciale per rappresentare ancora una vera rottura. La domanda, a questo punto, non è se Locarno sia abbastanza diverso da Hollywood: ovviamente lo è. È se sia ancora abbastanza diverso da ciò che il mondo dei festival ha ormai imparato a considerare «diverso».

L’anno prossimo il Festival raggiungerà la sua ottantesima edizione. Un traguardo importante, che sarà inevitabilmente occasione di bilanci e celebrazioni. Potrebbe esserlo anche per interrogarsi su quale spazio Locarno voglia ancora riservare all’imprevisto, al rischio, a ciò che non è già riconoscibile come «cinema da festival». Perché un festival come Locarno dovrebbe essere il luogo in cui, ogni tanto, anche il cinefilo si senta fuori posto.

Nell’immagine: i cinefili vogliono rischiare di più (illustrazione della redazione)


La morsa americana sull’Iran, sanzioni su tech e commercio: “Puniremo chiunque lo aiuti”

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

 

«Asfissia economica» del regime iraniano. Questo linguaggio ha scelto il segretario al Tesoro americano Scott Bessent, annunciando ieri la “Operation Economic Outcast”, finalizzata a «tagliare ogni linfa» che permette al governo della Repubblica islamica di sopravvivere, imponendo sanzioni secondarie a chiunque lo aiuti a incassare soldi. Usando questa leva il presidente Trump spera di ottenere quello che gli è sfuggito con la forza militare, almeno fino alle elezioni midterm di novembre che i repubblicani rischiano di perdere anche per il conflitto con Teheran.

Le incognite però sono almeno quattro: la capacità di resistenza degli ayatollah, che hanno seri problemi pratici, ma sono anche rinforzati dal fatto di aver resistito all’attacco frontale; i rischi di rappresaglie militari, nello Stretto di Hormuz e oltre, che potrebbero rendere troppo costosa l’offensiva economica; l’incertezza su quanto le nuove sanzioni possano davvero incidere, dopo anni di “massima pressione” in questo campo; la disponibilità del resto del mondo, partendo da Cina e Russia, oltre ai Paesi della regione, a collaborare con questa operazione su scala globale.

Ieri mattina Trump ha annunciato via social che «l’Iran sta collassando completamente». La sua teoria è che le vendite di petrolio sono ferme, l’economia va verso la paralisi, la moneta rial è in caduta libera, gli stipendi non arrivano più in tempo nemmeno ai capi del regime, e lo stesso leader del Parlamento Ghalibaf ha ammesso che «il nostro apparato militare può essere forte quanto vogliamo, ma se abbiamo fame non possiamo sopravvivere». In queste condizioni, un’ulteriore spallata finalizzata prosciugare gli ultimi canali finanziari dovrebbe raggiungere l’obiettivo del cambio di regime. Subito, o attraverso il rilancio del malcontento e delle proteste che provocherà nel tempo.

Perciò poco dopo il Tesoro ha annunciato la “Operation Economic Outcast”, che prende di mira in particolare cinque settori: asset digitali, incluse le monete cripto; tecnologia, militare e finanziaria; oro, rifugio nei momenti di crisi; aviazione e trasporti marittimi, indispensabili tanto per esportare l’energia, quanto per ricevere i beni necessari, tipo quelli per l’apparato difensivo. Il governo Usa attraverso l’Ofac ha colpito subito una sessantina di entità basate negli Emirati Arabi Uniti, Hong Kong, Cina, Singapore, Svizzera ed Europa, fra cui Grecia. Si va da compagnie per procurare tecnologia nucleare e missilistica, a quelle per infrastrutture, trasporti, beni digitali, scambi commerciali.

Gli obiettivi sono elencati per nome, ma rappresentano solo la punta dell’iceberg. Bessent infatti ha annunciato che già entro la fine della settimana una grande istituzione finanziaria verrà colpita, e quando gli hanno chiesto se anche la Cina verrà presa di mira, ha risposto che «nessuno è al di sopra delle sanzioni secondarie». Washington ritiene che le misure imposte finora non abbiano fatto cadere il regime perché molti lo aiutano ad aggirarle: «Metteremo fine — ha avvertito il segretario — all’accesso al sistema del dollaro per coloro che riciclano denaro iraniano». Quindi ha avvertito «coloro che agevolano Teheran: non mettete alla prova la nostra determinazione. Il presidente sta già contattando i leader mondiali, avanzando richieste specifiche affinché cessino le loro interazioni con l’Iran».

Gli ayatollah minacciano di rispondere con la forza, e già questo potrebbe negare a Trump l’obiettivo di frenare le operazioni militari almeno fino alle elezioni. Poi si tratta di vedere se le nuove misure saranno davvero più efficaci di quelle già in vigore da anni, e se Paesi come la Cina le rispetteranno, anche perché sarebbe difficile punire Xi prima della sua visita alla Casa Bianca il 24 settembre. Dopo l’annuncio dell’Economic D-Day il petrolio ha continuato a scendere e Wall Street non è crollata, forse perché anche i mercati hanno qualche dubbio sul suo impatto.


La crisi del woke, vittima dei suoi eccessi

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Elena Loewenthal, La Stampa

 

Il movimento woke è in crisi. Se non proprio sul viale del tramonto, quasi: il flusso di coscienza critica si è avviato negli Stati Uniti con una presa di distanza da parte di Alexandria Ocasio Cortez, e ha attraversato l’Oceano punteggiando dichiarazioni a mezza bocca (Giuseppe Conte) o mute alzate di spalle (Matteo Renzi) nel nostro clima politico d’agosto, accaldato più dal clima che dalle urgenze.

Prima di stupirsi del fuoco di paglia di un movimento che pare nato appena ieri e sembra già aver esaurito la sua forza di propulsione, bisogna fare un passo indietro. «Woke» è infatti una variante fonetica di «awake», che sin dagli anni Trenta invitava gli Stati Uniti al risveglio dei diritti umani e puntava il dito sulle discriminazioni contro la popolazione afroamericana.

Ma nell’opinione comune sembra qualcosa di recente perché di fatto l’imperativo «stay woke» è tornato alla ribalta una decina di anni fa, insieme al movimento Blm («Black Lives Matter»). Accanto all’istanza tradizionale, e cioè la lotta contro le discriminazioni, gli abusi e le violenze ai danni della popolazione di colore, il movimento woke ha ben presto adottato altri connotati: la difesa dei diritti di tutti e in particolare delle persone «non normate». Una difesa talmente strenua da diventare retroattiva e trasformarsi in una sorta di censura su tutto ciò che potrebbe urtare, ferire, far alzare le sopracciglia. Di lì alla demolizione della statua di Cristoforo Colombo, icona del colonialismo, e alla stigmatizzazione di Via col Vento perché Mami, la tata di colore, incarna tutti gli stereotipi della minoranza schiavizzata, è trascorso un attimo.

Tutto è passato a un drastico vaglio: la cultura woke è arrivata nel 2021 a far gettare la spugna alla traduttrice in neerlandese della poetessa afroamericana Amanda Gorman (sul palco alla cerimonia di insediamento di Joe Biden) perché secondo gli esponenti del movimento una persona bianca non poteva avere una comprensione sufficiente del testo scritto da una di colore. Pensare che la traduzione è per antonomasia un percorso di «trasferimento», di dialogo fra lingue e culture diverse.

Eccessi e approssimazioni stanno dunque portando a un profondo e salutare ripensamento l’ideologia woke. Che a ben pensarci era carica di alcuni difetti congeniti. Il primo è stato aver dato per scontata la libertà, propria e altrui, sbandierando i diritti di tutti persino al di là dell’estremo confine, quello della sanzione retroattiva. Espungere fatti, parole, statue e tanto altro dalla storia per non urtare la sensibilità di chi la storia la ha subita non significa altro che censurare. E il woke di censura ne ha fatta tanta, con il presupposto che la libertà vale anche per questo: cancellare, rimuovere, manipolare. Ma la libertà non va data per scontata, e non è una conquista assodata. Va trattata con rispetto, mai con disinvoltura. Questo abuso della libertà – anche di censurare – è stato uno dei due «peccati originali» del woke.

Il secondo è stato l’istanza ossessiva di classificare, definire, distinguere: nel tentativo di «proteggere» le categorie sociali più fragili o marginali, il movimento ha prodotto negli anni una tassonomia umana in continua evoluzione. Perché tutti andavano nominati, classificati e inclusi. E dunque il progressivo dilatarsi delle categorie Lgbt in un acronimo sempre più astruso. E gli impronunciabili segni grafici per il plurale inclusivo (come se non ci fossero battaglie più sostanziali da combattere sul fronte delle discriminazioni e delle violenze sulle donne). E i sottili distinguo semantici fra donna (che può essere tale per nascita o per scelta), «persona con utero» e «seahorse dad» (padri trans nati donna capaci di ingravidarsi e generare).

Questa ansia di definizione e di inclusione ha ottenuto l’effetto opposto a quello voluto, perché nell’opinione comune si è radicata più di prima l’idea che ci siano le persone «normali» e quelle che non lo sono. La realtà è ben diversa e ci dice che l’identità è sempre complessa, fluida, irriducibile e a volte persino contraddittoria: ognuno di noi è un amalgama unico e plurale, mai una cosa soltanto. È il bello della vita.

 

Nell’immagine: Alexandria Ocasio-Cortez


Israele e un’incognita chiamata Netanyahu

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Anna Foa, La Stampa

Le elezioni politiche in Israele si terranno, pare, il 27 ottobre prossimo. Poco più di due mesi, già segnati da un’intensa campagna elettorale. La domanda essenziale è se Israele riuscirà o meno a liberarsi di Netanyahu, e con lui del suo governo di fanatici razzisti e suprematisti. Ma anche il tipo di governo che uscirà fuori dalle elezioni, in caso di sconfitta di Bibi, non è ininfluente. È evidente che il peso dell’opposizione dei democratici di Yair Golan e dei partiti arabi sarà determinante sulle scelte politiche di un eventuale nuovo governo, qualunque esso sia. Qui contano i numeri dei seggi, conta chi andrà a votare, e se i palestinesi cittadini di Israele, più di due milioni, sceglieranno in massa la strada della battaglia elettorale o la considereranno inutile e preferiranno, disgraziatamente, limitare la loro partecipazione al voto. Di qui, la consapevolezza, diffusa nel Paese, del ruolo essenziale del voto palestinese e della necessità di arrivare ad accordi elettorali fra i partiti ebraici e quelli arabi.

In Israele i palestinesi cittadini (non quindi quelli dei territori occupati e nemmeno quelli di Gerusalemme Est, giuridicamente “residenti”), godono fin dalla nascita dello Stato dell’elettorato attivo e passivo. I principali partiti arabi sono quattro, solo due dei quali rappresentati in parlamento con 10 seggi complessivi. In alcune fasi della storia politica recente si sono presentati uniti, in altre separatamente. Pochi giorni fa, tre di loro, Hadash, Ta’al e Balad, hanno raggiunto un accordo per presentarsi in una lista congiunta alle elezioni.

Ma la vera novità di questi giorni è la formazione di liste unite arabo-ebraiche. Così il laburista Avraham Burg, già presidente della Knesset e già presidente ad interim dello Stato, arrivato negli ultimi dieci anni a sostenere posizioni di radicale opposizione al governo, si è candidato nelle liste del nuovo partito arabo-ebraico Makom lekulam (un posto per tutti) fondato dai due leader del movimento Standing together, Alon-Lee Green (ebreo) e Roula Daoud (palestinese con cittadinanza israeliana), una lista però a rischio di non superare la soglia di sbarramento elettorale del 3,25%.

E ancora, un’importante novità, in grado se realizzata di cambiare le carte in tavola per il voto di ottobre, legittimando il voto ai partiti arabi, è la possibile entrata nel partito arabo di Mansur Abbas Ra’am (un partito che ha appoggiato nel 2021 il governo di Bennet e di Lapid e che ha rotto ogni rapporto con i Fratelli Musulmani) di una personalità ebraica importante come Joav Segalovitz, già viceministro della Sicurezza, parlamentare del partito di Yair Lapid (Jesh Atid), che potrebbe in caso di sconfitta di Netanyahu sostituire Ben Gvir come ministro della Sicurezza nazionale. Si tratta di una strada, questa dell’alleanza con i partiti arabi, che trova forti resistenze anche nei partiti di opposizione a Netanyahu, e non solo quelli di destra, ma anche fra i democratici di Yair Golan e nel partito di centro di Gadi Eisenkot, dato per favorito nella competizione elettorale, che recentemente si è espresso, forse per ragioni elettorali, contro la creazione di uno Stato palestinese e la collaborazione con i partiti arabi. Come ha detto di lui lo scrittore israeliano Assaf Gavron nella bella intervista rilasciata a Fabiana Magrì e pubblicata ieri su questo giornale, «È onesto, non è corrotto, non pensa soltanto a se stesso e vuole davvero ricucire la società. Ma non voterò per lui perché ha dichiarato che non formerà un governo con i partiti arabi. Per me è assurdo: continuare a parlarne come se gli arabi non fossero politicamente legittimati non fa che rafforzare proprio quell’idea».

In un Paese in cui un ministro proclama apertamente il proposito di uccidere trenta o quaranta palestinesi al giorno perché non meritevoli di vivere, la scelta di Segalovitz, se portata avanti, rappresenterebbe il rifiuto più evidente e concreto del razzismo antiarabo di cui molta parte dei cittadini è partecipeo. Molta parte, ma non certo tutti.

L’avvio di formazioni miste ebraico-palestinesi non cambia soltanto i giochi elettorali, ma incide sul razzismo che ha contribuito in questi anni alla distruzione di Gaza e alimentato l’apartheid ormai dilagante in Cisgiordania. Cambiare paure e mentalità è più difficile ancora che cambiare governo. La collaborazione con gli arabi toglierebbe al razzismo l’alibi della paura.

I veri razzisti potrebbero infine essere contati e forse si scoprirebbe non solo che sono meno di quello che si pensa ma anche che possono essere sconfitti. Per ora alle elezioni, ma poi anche nella vita quotidiana, nelle scuole, nella cultura e nel dialogo. Sarebbe una sconfitta dell’odio e un vero avvio al processo di costruzione della pace.


La fila al supermercato e l’umanità tutta insieme

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Concita De Gregorio, La Repubblica

 

In fila alla cassa, una fila lunghissima, ci sono stranieri e persone anziane. Pagano con le monetine, pezzi da cinquanta e venti centesimi, le tengono in mano da molto prima di arrivare alla cassa. Le contano, le ricontano, a volte si sbagliano e la fila si ferma. Mancano dieci centesimi. Cosa lasciamo? Chiede all’uomo la donna che ha la testa coperta dal velo, parlano a voce bassa. Non so. Decidi tu. Il latte? Va bene. Tengono gli occhi bassi. Non si capisce la loro lingua, naturalmente, ma si capisce. Che si vergognano, per esempio, si capisce. Al supermercato sotto casa mia un giorno alla settimana c’è uno sconto per le persone anziane. Chi sta alla cassa non può, naturalmente, far pagare dieci né venti centesimi di meno a nessuno: a fine giornata non tornerebbero i conti. Ma possono, i cassieri e le cassiere, applicare quello sconto anche a chi non ha più di sessant’anni. Cioè, non credo che possano per regolamento, ma lo fanno. A una giovane donna sola con due bambini, a quella coppia del latte. Lo fanno, perché sono persone davanti ad altre persone. È tutto qui.

Al supermercato sotto casa mia non ci sono due code diverse per chi è colpito nei diritti forti e chi nei diritti fragili: arrivano tutti insieme alla cassa. Quelli che non hanno i soldi per pagare l’affitto né per fare la spesa, figuriamoci per pagarsi una visita medica privata, e quelli che sono stati sgomberati l’altro giorno dal palazzo occupato, gli stranieri che fanno paura perché sono un problema per la sicurezza dei vicini, no?, le ragazze che fanno i lavori che nessuno vuole fare più, badano ai vecchi rimasti soli perché i figli e i nipoti sono andati all’estero, forse, sono lontani o sono vicini ma non hanno tempo per occuparsene, dei vecchi soli. È interessante, la fila del super nel giorno degli sconti, per chi si balocca in questi giorni nella discussione del momento: se siano più importanti i diritti economici o quelli civili. Se la sinistra debba occuparsi, per essere credibile ed eventualmente vincere le prossime elezioni e governare, di emergenza migranti o di diritto alla casa, di sicurezza o di salute, di crisi climatica o di lavoro. Più economia e meno woke, si dice ultimamente. Woke, in inglese dal verbo to wake, svegliare: essere sensibili ai diritti sociali, civili. Cioè, visto da destra: il grande abbaglio della sinistra. Ridicola, perdente. Woke parola randello, tipo radical chic. Non vedete che persino in America vincono i socialisti, alle primarie, la sinistra democratica che ha rimesso al centro l’economia? Altro che gay e integrazione: quello che conta sono i soldi, il resto è irrilevante. Non proprio, no.

Non esattamente. Perché, come nella fila alla cassa, come nella vita reale, tutto sta insieme. Si può, pensate, credere che il diritto al lavoro alla casa alla salute alla scuola, alla sicurezza siano essenziali, fondamentali e costitutivi della dignità umana, ma anche, nel frattempo, pretendere che le persone più fragili siano rispettate, tutelate, non ridotte in schiavitù nei campi dove si coltiva quel che mettiamo in tavola, noi italiani veri, non espulse alle frontiere, non picchiate perché omosessuali, non ammazzate perché donne. Si può mettere al centro del dibattito l’emergenza climatica, perché fa un caldo mostruoso, lo sentite tutti no?, e chiedere che le politiche di chi governa facciano cose, anche semplici. Tipo non abbattere gli alberi ma piantarne di nuovi, nelle città, eliminare il cemento e restituire ossigeno verde, non solo invitare gli anziani ad andare nei “rifugi climatici”, sostare il pomeriggio davanti al banco surgelati per esempio, ma pensare più lungo, adottare misure permanenti. E anche, nel frattempo, pretendere che chi studia possa pagarsi una stanza in affitto e dunque impedire che il diritto allo studio torni ad essere un privilegio di classe, perché solo i figli dei ricchi hanno i soldi per andare a studiare se le case costano quello che costano. Case spesso vuote, nelle grandi città. Case in mano a fondi speculativi. Avrete seguito la vicenda di SpinTimeLabs, a Roma: oggi c’è un’assemblea pubblica, alle 18. È un presidio importante, è importante esserci. Lì è un po’ come al supermercato: tutti i diritti sono in bella vista, tutti insieme. Le persone non importa da dove vengono, che lingua parlano, quanti soldi hanno in tasca. Le persone hanno diritti forti e diritti cosiddetti deboli, li hanno nella vita quotidiana — nel corpo — tutti insieme. Devono poter lavorare, avere una casa, curarsi, studiare e non essere discriminate: del resto, c’è scritto nella Costituzione.

Il Papa lo dice meglio e molto. Parla di umanità, continuamente. Quando si riferisce ai popoli in movimento, quando indica i bambini, quando avvisa che le nuove tecnologie ci potrebbero sfuggire di mano. Ci sono già sfuggite di mano. L’investimento in intelligenza artificiale è colossale, sono numeri senza precedenti nella storia. Chi ci mette i soldi lo sappiamo, quello che ci chiediamo meno è perché: certo, per il guadagno immediato ma alla lunga, che poi nemmeno troppo lunga, per il controllo. Il nostro controllo, certo: la merce siamo noi. Si diceva qui degli sbarchi a Ceuta, la settimana scorsa. Il primo ministro spagnolo sotto attacco. Ma vedete, il Pil della Spagna cresce mentre in Italia non direi, dunque ecco: l’economia e le politiche sociali non sono una alternativa all’altra, sono parte di un medesimo progetto. Un progetto che funziona ed è oltretutto di sinistra. Incredibile.

Forse tutto questo è troppo complesso, per il dibattito pubblico italiano. Bisogna parlare chiaro e semplice, sì. Forse il patriarcato mediterraneo di Vannacci è più facile da capire. Però quando vedo una guardia costiera togliersi i calzini per metterli ai piedi di un bambino scalzo un po’ mi sento meglio e questo non mi impedisce di pensare a quanto siano assurdi gli eccessi del politicamente corretto, quanto sia ridicolo e controproducente il formalismo rigido di certe politiche woke, sì certo woke, quanti danni abbiano fatto. Non mi impedisce neanche di pensare che il razzismo, la violenza di genere, le discriminazioni contro le persone in minoranza siano parte del sistema, ed è un sistema da combattere: con la casa, il lavoro, la salute e la scuola, la sicurezza. Però per tutti. Per tutti senza distinzioni. Non è difficile, non è o l’una o l’altra cosa. È tutto insieme. Come la fila al supermercato.


Il debito Usa spaventa il mondo della finanza: “Rischi in aumento”

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Fabrizio Goria, Francesco Semprini, La Stampa

Scott Bessent ribadisce di avere ancora un ampio margine di manovra per rimettere ordine nel mercato del debito americano. Al momento però le rassicurazioni non hanno sortito l’effetto sperato. Il Tesoro ha annunciato un forte aumento dei riacquisti di Treasury, i rendimenti sono scesi per qualche ora e poi hanno ripreso a salire. E il comparto ha iniziato a chiedersi se Washington abbia davvero la forza necessaria per fermare la corsa dei tassi sulle scadenze più lunghe.

La prima mossa è arrivata mercoledì quando il titolare del dicastero ha annunciato che dall’inizio di settembre il Tesoro raddoppierà il programma di “buyback”, con operazioni che potranno superare i 4 miliardi di dollari. L’obiettivo ufficiale non è abbassare artificialmente i rendimenti, ma aumentare la liquidità e rendere più agevole la negoziazione dei titoli di Stato a più lunga scadenza. L’annuncio ha inizialmente funzionato. I rendimenti sono scesi e gli investitori hanno recepito positivamente l’idea di un’amministrazione disposta a sostenere il mercato. Ma giovedì il trend si è rapidamente ribaltato. I titoli di Stato a lunga scadenza sono tornati sotto pressione. Bessent, intervenendo alla Cnbc, ha insistito sul fatto che Washington non vuole controllare la curva dei rendimenti. «Abbiamo diverse leve su cui agire», ha spiegato sottolineando come la priorità sia convincere i mercati che i rendimenti obbligazionari non riflettono i fondamentali dell’economia americana. Anche questo tentativo ha però prodotto effetti limitati.

Il segretario ha comunque altre frecce nella faretra. Può aumentare ancora i “buyback”, rendendoli più ampi e frequenti. Oppure può ridurre la quantità di debito a lunga scadenza messa all’asta e spostare le emissioni dei titoli del Tesoro a breve termine. Soluzione che Bessent stesso aveva criticato quando era stata adottata dal predecessore Janet Yellen. Un’altra opzione è cambiare la composizione delle scadenze del debito americano. Ma anche questa strada ha un costo: gli investitori potrebbero leggere un crescente ricorso al breve termine come un segnale di difficoltà nel finanziamento dello Stato. Un’altra opzione è cambiare la composizione delle scadenze del debito americano. Ma anche questa strada ha un costo: gli investitori potrebbero leggere un crescente ricorso al breve termine come un segnale di difficoltà nel finanziamento dello Stato.

Nel frattempo, sui mercati è comparso un nuovo termine: la “Bessent put”. Consiste nell’idea è che il segretario possa intervenire in modo imprevedibile per sorprendere chi scommette contro i Treasury, aumentare il rischio per gli operatori ribassisti e impedire fluttuazioni troppo veloci dei rendimenti.

C’è poi un problema di credibilità. A finire nel mirino delle critiche infatti è stata la comunicazione del rafforzamento dei “buyback”, letta da operatori e analisti come uno scostamento con la tradizionale linea del Tesoro di annunci «regolari e prevedibili». Un cambio di passo che rischia di indebolire l’efficacia delle indicazioni del ministro di Donald Trump, che, anziché rassicurare il mercato, potrebbe finire per suggerire il contrario. Negli Usa e all’estero.

Mentre i rendimenti dei Treasury a 30 anni stazionano in area 5,2%, l’allarme risuona in ogni angolo di Wall Street e nei salotti della finanza. Le banche centrali del G7, alla vigilia del simposio di Jackson Hole, si chiedono fino a quanto sia sicuro il fardello statunitense. «I deficit crescono a un ritmo insostenibile, chi è dal lato della domanda compra ma esige di essere pagato di più», avvertono gli analisti di Citi. Non è la sola voce preoccupata. Michael Hartnett, strategist di Bank of America, ha lanciato un monito sui rischi sistemici. Se il Tesoro non riuscirà a spingere i rendimenti a 30 anni sotto il 5%, gli asset a rischio subiranno pressioni di vendita massicce, con aumento delle scommesse ribassiste contro i grandi nomi dell’intelligenza artificiale, il credito privato e i titoli finanziari.

Il tema del debito Usa, ma soprattutto sulla sua composizione, sarà discusso anche a Jackson Hole. In particolare, la trasformazione nella base dei creditori di Washington. Su 40.000 miliardi totali, l’80% pari a circa 32.000 miliardi è detenuto da investitori pubblici e privati, mentre il restante 20% ovvero 8.000 miliardi è debito intra-governativo. Il fronte interno assorbe la fetta maggiore con la Federal Reserve in possesso di 4.528 miliardi, affiancata da fondi comuni con 5.195 miliardi, banche commerciali con 2.083 miliardi e fondi pensione con 1.135 miliardi. Oltre e ciò, la dipendenza dai capitali stranieri registra un balzo strutturale passando dal 5% del 1970 all’odierno 32 per cento. Il Giappone guida la classifica dei prestatori internazionali con 1.203 miliardi, seguito dal Regno Unito con 889 miliardi e dalla Cina con 683 miliardi.

Questo squilibrio, riflettono i banchieri centrali dietro le quinte, implica che una porzione crescente della ricchezza americana viene drenata oltre confine. Una dinamica che indebolisce il sistema e rende il mercato obbligazionario un’arena insidiosa, sottovalutata dal presidente Trump che non si dice intimorito dalla volatilità. Un aspetto che non è passato inosservato a più di un policymaker, che chiederanno lumi al nuovo presidente della Federal Reserve Kevin Warsh la prossima settimana nel Wyoming.


I torti del governo Meloni contro le donne

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Mirella Serri, La Stampa

La storica Lucetta Scaraffia è intervenuta su questo giornale per criticare Dacia Maraini che sul Corriere della sera condannava la triste condizione delle afghane. La scrittrice sarebbe stata rea di aver dimenticato di dire che le afghane sono oppresse dalla cultura islamica.

Alla ricercatrice però in questo caso è sfuggito che il dovere degli storici è consultare gli archivi. Se lo avesse fatto avrebbe riscontrato che dopo l’invasione dell’Afghanistan il gruppo di Controparola, fondato da Dacia Maraini e con lei alla testa, andò a manifestare a Palazzo Chigi. Erano giovani donne che per l’occasione si erano velate in segno di protesta contro l’islam e che volevano denunciare l’oppressione che si stava mettendo in atto nei confronti del mondo femminile. Scaraffia peraltro non è andata a rivedere nemmeno gli altri numerosi interventi della scrittrice in tema di velo imposto dagli islamici alle donne. Non lo ha fatto perché l’argomento da lei individuato – l’assenza nell’articolo della Maraini della parola islamico – è pretestuoso.

Alla storica non interessa contestare la posizione di una delle maggiori esponenti del femminismo italiano. Preferisce, denigrando Maraini, tessere l’elogio dei successi del governo di destra in materia femminile. Al contrario, l’elenco di quanto la destra meloniana non fa per le donne è molto lungo. Per esempio Meloni, che aveva come slogan elettorale «sono una donna, sono una madre», sta registrando un fallimento totale in ambito di natalità (nel 2025 i nati sono scesi a circa 355 mila, con un calo del 3,9 per cento rispetto al 2024, un record negativo che prosegue nei primi cinque mesi del 2026). In Italia esiste la voglia di fare figli, dicono le statistiche, ma il 62 per cento rinuncia per ostacoli economici o lavorativi. Ostacoli che pesano come macigni sulla strada dell’emancipazione del mondo femminile. Le donne sono cambiate e sono più attive nelle denunce. Ma i femminicidi continuano. E i centri anti violenza, che avrebbero una funzione fondamentale nella prevenzione, sottolineano i fondi elargiti con il lumicino da questo governo.

In tema di libertà femminili, inoltre, Meloni premier si è drasticamente opposta all’inserimento nel documento finale del G7 delle parole «diritto all’aborto» e «identità di genere» mentre il suo governo ha fatto diventare reato la Gpa, la gestazione per altri. Ancora più importante è la polemica contro la libertà di aborto portata avanti dai politici più fedeli e vicini a Meloni. Francesco Giulibei è un personaggio di primo piano di questa destra meloniana. È direttore scientifico della Fondazione Alleanza Nazionale, star dei salotti televisivi. Ha fondato la casa editrice Historica Giubilei-Regnani che pubblica libri sul revival mussoliniano ma anche l’opera di studiosi che si scagliano contro l’aborto per i quali dovrebbe essere vietato persino in caso di violenza o di pericolo di vita. Il titolo è riduttivo: Breve critica all’aborto e all’eutanasia. Sempre lo stesso Giubilei è l’editore del volume firmato nel 2026, con la prefazione di Giorgia Meloni, da Nicola Procaccini: L’ecologia dei conservatori. Il ritorno al sacro della natura. Nel capitolo “Contro natura” si attacca l’interruzione di gravidanza quale che sia la situazione concreta. Procaccini, presidente del gruppo dei conservatori e dei riformisti europei, svolge peraltro azioni di contrasto alle risoluzioni del Parlamento Europeo favorevoli all’inserimento dell’aborto tra i diritti Ue.

Insomma anche il plauso all’operato del governo nei confronti delle donne meriterebbe il lavoro dello storico, ovvero un approfondimento sulla storia del presente e una ricerca nelle biblioteche della destra più antifemminista. Lasciando perdere islam e Maraini.


La pioggia israeliana di dollari non basta: vince Aisha Wahab

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Marina Catucci, il manifesto

 

Aisha Wahab, senatrice statale californiana, è diventata la prima persona afghano-americana eletta al Congresso degli Stati uniti, vincendo il voto per il seggio alla Camera lasciato libero dalle dimissioni di Eric Swalwell, accusato di abusi sessuali e costretto alle dimissioni lo scorso aprile. Si tratta di elezioni suppletive, quelle che negli Stati uniti si tengono fuori calendario quando un seggio si libera prima della scadenza e che assegnano soltanto la parte residua del mandato.

Anche in California si è ripetuto uno scenario ormai costante: la progressista Wahab ha battuto la moderata Melissa Hernandez 53% a 47%, al termine di una delle campagne più costose mai viste per una consultazione parziale.

FINO A POCHE SETTIMANE FA la corsa sembrava già decisa: alle primarie di giugno Wahab aveva stravinto con il 43% dei consensi, un margine che nel sistema californiano a doppio turno equivale quasi a una designazione. Poi, in agosto, è arrivata l’ondata di denaro, e anche questo sta diventando un grande classico: l’Aipac, l’American Israel Public Affairs Committee, e i comitati collegati hanno riversato nella corsa oltre sei milioni di dollari per sostenere la sfidante.

Il braccio operativo è stato il Super Pac United Democracy Project, con circa 2,5 milioni, affiancato da Bold America Pac, alimentato in parte dagli stessi network, che ha speso tra i 2,4 e i 2,6 milioni tra spot d’attacco contro Wahab e pubblicità a favore di Hernandez. Per un singolo seggio della Camera è una cifra del tutto fuori scala.

Ma il dato politicamente più interessante è nel contenuto degli spot. Quasi nessuno ha mai nominato Israele, Gaza o la politica estera, i milioni sono serviti a costruire un profilo allarmistico di Wahab sulla sicurezza pubblica e la giustizia penale, per dipingerla come «troppo progressista» per il suo collegio.

In realtà la radice dello scontro sta altrove. Wahab appartiene all’ala democratica progressista, è stata la prima donna musulmana eletta al Senato della California e nel 2025 ha co-firmato una risoluzione parlamentare che definiva la situazione a Gaza una «catastrofe umanitaria». Ad aprile, alla domanda se ritenesse un genocidio l’operato israeliano nella Striscia ha risposto «sì», mentre Hernandez ha rifiutato di rispondere.

A sostenere Wahab sono scesi in campo sindacati, funzionari locali, il procuratore generale dello Stato della California, Rob Bonta, e Our Revolution, l’organizzazione politica nata dalla campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016.

PER APPOGGIARE WAHAB si sono mossi Super Pac progressisti nati per reggere l’urto, ma con fondi molto più ridotti: American Priorities, costituito per contrastare l’Aipac, ha investito 200mila dollari, un rapporto di forze di trenta a uno. Wahab ha reagito definendo la pioggia di denaro dell’Aipac un’«interferenza elettorale», un tentativo di miliardari esterni di «comprare il seggio» di una comunità operaia e in larga parte immigrata e ha annunciato un esposto alla Federal Election Commission sulla trasparenza di alcune campagne diffamatorie diffuse sui social.

La rimonta di Hernandez è stata reale e il voto è rimasto in bilico fino allo spoglio, ma il risultato ha confermato una tendenza che sta attraversando gli Stati uniti. Dopo la vittoria di Zohran Mamdani a New York e il successo di Angie Nixon in Florida, il denaro dell’establishment continua a non bastare contro candidature progressiste radicate nel territorio, sostenute da reti di volontari e da un messaggio economico esplicito. La parola socialismo, per la prima volta da generazioni, non funziona più come marchio d’infamia nelle primarie democratiche, anzi, funziona come programma.

«Mi batterò per questo distretto che mi ha cresciuta – è stato il commento a caldo, ieri, di Wahab – Dall’affido familiare al Congresso, questo percorso dimostra la possibilità del sogno americano».

La partita non si chiude qui: il 3 novembre, con le elezioni di medio termine, Wahab e Hernandez si sfideranno di nuovo per il mandato pieno di due anni, su una mappa distrettuale ridisegnata e con un elettorato molto più ampio.

 

Nell’immagine: Aisha Wahab durante un comizio ad Hayward, in California


Washington rompe il «silenzio» sul nucleare di Kim. Seul sempre più all’angolo

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Lorenzo Lamperti, il manifesto

 

«Per garantire il diritto del paese all’esistenza e allo sviluppo, dissuadere la guerra e proteggere la pace, la Repubblica popolare democratica di Corea porta avanti lo sviluppo delle armi nucleari». Tre anni dopo l’emendamento costituzionale fatto approvare da Kim Jong-un, la Corea del nord non è più sola a riconoscere il suo status nucleare de facto.

Da qualche tempo c’è il supporto esplicito della Russia, frutto dell’alleanza militare siglata con Vladimir Putin nel 2024. Ora sembrano farlo implicitamente anche gli Stati uniti. «Pyongyang possiede 57 armi nucleari molto potenti», ha detto ieri Donald Trump, ribadendo di andare comunque «molto d’accordo» con Kim.

LA COREA DEL SUD ha subito corretto il presidente americano. «Di bombe ne stimiamo tra le 80 e le 120», ha detto il ministro della difesa Ahn Gyu-back. Assai inusuale che Washington e Seul forniscano queste cifre. Il nucleare di Kim c’è, ma tradizionalmente non si quantifica per evitare di dargli un riconoscimento.

Da qui, più che dalla discordanza numerica, lo sgomento sudcoreano di fronte all’uscita di Trump. Seul teme che la Casa bianca stia di fatto cancellando l’obiettivo della denuclearizzazione. Una chimera, ormai, a maggior ragione dopo che la cattura di Maduro e l’uccisione di Khamenei hanno ulteriormente convinto Kim a tenersi stretto il nucleare come salvavita. Eppure, le uscite unilaterali di Trump rischiano di esporre la Corea del sud e mettere Pyongyang in una posizione negoziale più forte, in vista della possibile riapertura del dialogo.

Il tycoon vorrebbe incontrare Kim a novembre, durante il viaggio in Asia per il summit Apec di Shenzhen. Nel frattempo Kim Yo-jong, la potente sorella del leader supremo, ha smentito l’esistenza di contatti diretti recenti tra i due ma non ha escluso futuri incontri. Con la precondizione che non si parli di denuclearizzazione.

Il tono è invece sprezzante verso Seul, presa in giro per il ridimensionamento delle esercitazioni militari congiunte con gli Usa: «Un giusto castigo per le illusioni irrealistiche di chi segue ciecamente il proprio padrone», ha detto Yo-jong. Nelle stesse ore, Pyongyang ha lanciato 10 missili balistici a corto raggio verso il mar del Giappone. Una risposta programmata alle esercitazioni, ma anche un messaggio di forza ai rivali.

LE MANOVRE annuali Washington-Seul si concludono oggi, sei giorni prima del previsto. Per Trump, un modo per compiacere Kim e insieme «punire» l’alleato che a suo dire non farebbe (o meglio, non spenderebbe) abbastanza per garantirsi l’ombrello statunitense. Anche il presidente democratico Lee Jae-myung vuole riaprire il dialogo con Kim, a cui ha offerto colloqui di pace per chiudere formalmente la guerra di Corea.

Ma Seul ha bisogno della deterrenza garantita dagli Stati uniti, che vacilla sia per la diplomazia transazionale di Trump che per ragioni più pratiche. La guerra contro l’Iran sta prosciugando le risorse di Washington, che nei giorni scorsi ha ritirato dall’Asia-Pacifico l’ultima portaerei che era rimasta nella regione.

Lee ne ha approfittato per rilanciare uno dei suoi cavalli di battaglia, il trasferimento del controllo delle forze armate sudcoreane in tempo di guerra. «Va completato entro il 2030», ha detto subito dopo il taglio delle esercitazioni. La Corea del sud gestisce le sue truppe in tempo di pace, ma in caso di conflitto il controllo passerebbe a Washington, che nel paese ha circa 29mila soldati.

Lee ha anche chiesto di velocizzare lo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare, pur sottolineando che maggiore autonomia non significherebbe abbandonare l’alleanza con gli Usa. Una garanzia ribadita a Xavier Brunson, potenziale comandante dell’esercito di Seul in caso di guerra, avvistato due giorni fa al ministero della difesa senza rilasciare dichiarazioni.

IERI, INVECE, in Corea del sud c’era il ministro degli esteri cinese Wang Yi, prima visita dal 2021. Il tempismo è rilevante, così il fatto che sia stato ricevuto dallo stesso Lee: si vuole sondare la disponibilità di Pechino a favorire il dialogo con Kim, senza lasciare l’iniziativa al solo Trump. Seul ha abbassato la soglia d’ingresso ai negoziati, parlando di blocco o arresto del programma nucleare nordcoreano, piuttosto che di un suo smantellamento.

Una posizione che sembra in sintonia con quella della Cina. Lanciando i missili nel giorno in cui Wang incontra Lee, Kim lascia però intendere che, dopo la sua alleanza con Putin, forse l’influenza di Pechino non è più sconfinata.

 

Nell’immagine: soldati sudcoreani durante le esercitazioni con gli Usa


La tempesta su Zelensky indebolisce l’Ucraina

Quando una rassegna cinematografica alternativa ci sorprenderà imponendoci un nuovo modo di guardare? – Di Mirko Menghetti 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

 

Per la prima volta dall’inizio dell’invasione russa, il fronte più pericoloso per Volodymyr Zelensky non sembra essere quello militare ma politico interno. Nelle ultime 48 ore tre novità si sono intrecciate: il licenziamento della vicecapo di gabinetto Iryna Mudra, coinvolta in un’inchiesta per riciclaggio da 3,3 milioni di dollari, la richiesta pubblica di elezioni dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, appena estromesso, e la conferma del successore Yevhen Khmara, mentre l’esercito continua a colpire con i droni a lungo raggio le raffinerie russe, mettendo Putin alle corde.

Il caso Mudra non è isolato. Segue le dimissioni dell’ex capo di gabinetto Andriy Yermak, travolto lo scorso autunno dallo scandalo energetico, e i casi precedenti che hanno coinvolto l’ex ministra degli Esteri e funzionari dello stesso dicastero. La novità, però, è che lo scandalo torna a investire direttamente l’ufficio presidenziale: segno che la corruzione non può essere considerata un problema periferico nell’entourage di Zelensky, anche se il leader non è mai stato coinvolto personalmente nelle accuse formulate.

A questo si somma la sfida di Fedorov, che ha parlato di «crisi di governance» e ha chiesto elezioni, nonostante la Costituzione le vieti sotto legge marziale. Non è un oppositore qualunque: è stato tra i più stretti alleati di Zelensky dal 2019 e il suo allontanamento – insieme a quello del comandante militare Oleksandr Syrskyi – sta provocando proteste pressoché quotidiane a Kyiv.

Questa morsa fra corruzione ed opposizione interna arriva nel momento peggiore per le ambizioni europee di Kyiv. L’Unione europea ha, infatti, più volte indicato la corruzione sistemica come uno degli ostacoli principali al percorso di adesione ucraino e Bruxelles osserva con particolare attenzione la tenuta delle istituzioni anticorruzione. Ogni nuovo episodio che coinvolge l’ufficio presidenziale indebolisce l’immagine di un’Ucraina rispettosa degli standard europei di governance e rischia di fornire argomenti ai governi più scettici sull’allargamento. Il paradosso è che proprio le agenzie anticorruzione sostenute dall’Occidente, mostrando di funzionare e riuscire a colpire in alto, offrono munizioni a chi vuole rallentare l’integrazione europea di Kyiv.

Per l’amministrazione Trump, che spinge da mesi per un accordo di pace con Mosca, l’instabilità ucraina crea opportunità ma anche rischi perché rafforza chi a Washington sostiene che Kyiv debba accettare compromessi «più rapidamente» perché «non può permettersi» un negoziato lungo ma è anche vero che un Zelensky indebolito ha meno capitale politico per cedere ad un piano di pace percepito come troppo favorevole a Mosca. Le richieste di elezioni, per quanto costituzionalmente impraticabili, alimentano inoltre il sospetto che l’assenza di un mandato elettorale rinnovato – è scaduto nel 2024 – indebolisca la legittimità di Zelensky come firmatario di un accordo duraturo: un argomento-chiave della propaganda russa.

Per il Cremlino, la tempesta politica a Kyiv è dunque un dividendo geopolitico gratuito. Mosca presenta da tempo Zelensky come illegittimo e corrotto: ogni scandalo che tocca l’ufficio presidenziale rafforza tale narrazione, amplificata dai media russi. Ma sul terreno la situazione militare russa non è affatto solida: la campagna ucraina di droni a lungo raggio contro le raffinerie sta causando seri danni all’industria energetica con carenze di carburante in più regioni, evidenziando un logoramento economico che si somma alle pesanti perdite umane sul fronte e all’impatto delle sanzioni internazionali.

Da qui un quadro di debolezza reciproca dei duellanti. Zelensky è reso fragile da scandali di corruzione, dissenso interno e proteste di piazza mentre Putin subisce gli scacchi militari inflitti dai droni ucraini che minano la narrativa sulla guerra vittoriosa e mettono sotto pressione l’economia russa. Tale opposta fragilità è un’arma a doppio taglio per la mediazione americana: da un lato può facilitarla perché due leader indeboliti hanno, in teoria, maggiore incentivo a chiudere un accordo che consolidi ciò che resta del loro potere, dall’altro però può renderla assai più difficile: uno Zelensky troppo debole rischia di non avere la legittimità interna per firmare concessioni dolorose senza essere accusato di tradimento così come un Putin alle strette può voler intensificare la guerra invece di negoziare, per non mostrare segni di cedimento. In questo equilibrio instabile, a fare la differenza potrebbe essere chi, tra Kyiv e Mosca, vedrà per primo nella propria fragilità una ragione per trattare con il nemico.