La trappola woke: così la sinistra prova a liberarsi

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Carlo Galli, La Repubblica

Woke ha a che fare con “risveglio”, cioè con l’esercizio della critica che mette in discussione proprio quelle strutture culturali che paiono naturali, indiscutibili — per esempio, che i generi siano soltanto due, stabiliti dalla natura; che determinati comportamenti siano indispensabili al vivere civile e quindi non negoziabili — . Il pensiero woke è decostruttivo: i valori e i costumi sono il frutto della violenza, dell’oppressione, del conformismo coatto. E questo passato, istituzionalizzato in norme e gerarchie comportamentali, linguistiche, organizzative, va denunciato e gli si deve contrapporre un presente alternativo, che restituisca dignità agli umiliati, che includa gli esclusi, che risarcisca gli sconfitti, che stabilisca l’uguaglianza contro la gerarchia: un’uguaglianza che consenta il fiorire di ogni differenza, di ogni autodeterminazione e auto-identificazione, di ogni libertà particolare.

Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico. Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei — la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili — . Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi “retributivi” a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie — individuali o di gruppi minoritari omogenei — avanzate a volte giustamente a volte per provocazione. Infine, la politica woke è spesso lo sforzo di ritagliare spazi sottratti al sistema normativo tradizionale ma fatalmente interni alle strutture profonde del potere, che non vengono mai investite dalla critica.

E invece la politica è altro. È l’organizzazione del potere reale, è la dialettica dei ceti e delle classi, è la critica dell’economia, è lo sforzo di trovare spazi di libertà non solo individuale ma collettiva all’interno della ineludibile dimensione fondativa della democrazia — il lavoro, secondo la Costituzione — , è la lotta per l’egemonia, il confronto fra le diverse idee di società che nascono in un contesto pluralistico. È senso dei processi storici, ed è la consapevolezza che quei processi possono essere guidati, orientati, e che democrazia è proprio questo: vivere in un mondo sociale in cui tutti hanno potere di conoscere, agire e indirizzare un destino comune, anche se conflittuale.

Dopo il crollo del comunismo in Occidente, a cui è seguito il crollo dello Stato socialdemocratico e l’indebolimento radicale dei partiti e dei sindacati, le sinistre superstiti hanno deciso che il paradigma economico e culturale vittorioso, che per comodità si definisce neoliberismo, era privo di alternative e che il compito della sinistra non era più criticare l’economia politica ma orientare in senso democratico le immani potenze economiche che si erano formate. Un compito che è stato di fatto interpretato come lo sforzo di implementare i “diritti” soggettivi in un mondo in cui questi, però, erano una variabile dipendente da strutture da tutti ritenute “necessarie”: le esigenze dell’economia e del mercato.

Da qui la vicinanza, più o meno marcata, delle sinistre alla cultura woke, che pure storicamente non le appartiene. Intanto le logiche economiche facevano il loro corso e settori sempre più larghi della popolazione sperimentavano sulla propria pelle quanto fossero illusorie le promesse neoliberiste, e quanto lontani dai bisogni reali dei lavoratori fossero le politiche dei partiti di sinistra.

Da qui l’assenteismo elettorale, il voto populista, e la debolezza di una sinistra che non riesce a capire e a fare capire che il proprio impegno primario è l’alternativa sociale ed economica, capace di assicurare i diritti individuali e collettivi in modo meno rapsodico e occasionale delle politiche woke.

Oggi, insomma, il woke non è la critica adeguata per affermare un disegno politico alternativo: occulta le contraddizioni reali della società, o quantomeno non vede quelle dominanti. E semmai è più utile, come obiettivo polemico, alla destra che non alla sinistra, come guida dell’azione politica.

Molto in ritardo — dopo che hanno perduto i propri ceti di riferimento e lasciato il campo ai populismi, soprattutto di destra — alcune sinistre occidentali, a partire dagli Usa, si sono accorte della trappola e stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico.

Se, in particolare nel nostro Paese, questo nuovo orientamento prenderà corpo con qualche coraggio e credibilità non è ancora chiaro: c’è una questione culturale e di ceti dirigenti da risolvere. Ma se non arriva fuori tempo massimo, e se si nutre di pensiero realmente critico, e quindi realistico, questa potrebbe essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia.

 

Nell’immagine: Detroit (Michigan), 18 luglio: Alexandria Ocasio-Cortez, Abdul El-Sayed e Bernie Sanders


Cinque anni di solitudine: l’Afghanistan dopo il ritorno dei talebani

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Da ISPIonline

Il 15 agosto segna cinque anni dal ritorno dei talebani al potere a Kabul, e il bilancio che emerge dai report pubblicati in queste settimane è quello di un regime uscito solo a metà dall’isolamento internazionale, mentre il Paese affonda in una crisi umanitaria pesantissima, aggravata da rimpatri di massa e da un conflitto aperto al confine pakistano, con un impianto di diritti umani sempre più rigido soprattutto verso donne e minoranze religiose. Sul piano politico, cinque anni non hanno prodotto né un collasso del regime talebano né una sua piena legittimazione: hanno prodotto piuttosto uno stallo, in cui l’Emirato islamico governa senza essere riconosciuto dalla gran parte del mondo, ma senza più essere trattato come un pariah assoluto, nemmeno dai suoi critici più severi.

Chi riconosce i talebani?

Sul piano diplomatico, l’Emirato islamico resta un caso quasi unico nel sistema internazionale contemporaneo. La Russia, che a luglio 2025 ha rimosso i talebani dalla lista delle organizzazioni terroristiche dopo oltre vent’anni, è a oggi il solo Paese ad averne riconosciuto formalmente il governo. Il 16 gennaio 2026 il presidente russo Vladimir Putin ha ricevuto le credenziali dell’ambasciatore Gul Hassan Hassan, un passo che Mosca ha motivato con la volontà di ampliare la cooperazione su sicurezza, antiterrorismo e traffico di stupefacenti. Cina, Emirati Arabi Uniti, Kazakistan e Uzbekistan si fermano un passo prima, accettando ambasciatori nominati da Kabul senza compiere il riconoscimento pieno. Pechino, in particolare, ha più volte ribadito che l’accoglienza di un diplomatico “non costituisce riconoscimento”, pur avendo salutato con favore la mossa russa. Qatar e Turchia restano gli interlocutori più attivi sul piano dei buoni uffici, mediando scambi di prigionieri e tentativi di tregua con il Pakistan, mentre l’Unione europea e la gran parte delle capitali occidentali mantengono un ‘dialogo tecnico’ limitato all’assistenza umanitaria, senza alcuna forma di riconoscimento politico. Gli Stati Uniti adottano invece la linea più dura tra gli attori occidentali: il Dipartimento di Stato ha ribadito di non avere intenzione di alleggerire le sanzioni o normalizzare i rapporti finché non ci saranno passi concreti sui diritti umani, e l’unico canale di dialogo resta quello, discreto, degli scambi di prigionieri mediati dal Qatar. Con il Pakistan, invece, i rapporti sono scivolati dall’ostilità diplomatica all’aperto conflitto militare.

Crisi umanitaria e rimpatri forzati?
Il commento – Di Giuliano Battiston, Giornalista e ricercatore“ I talebani hanno consolidato il controllo dello Stato e della popolazione (attraverso il monopolio della forza e dell’istruzione) mantenendo un equilibrio diplomatico regionale nonostante il conflitto irrisolto con il Pakistan, mentre la comunità internazionale ne sta avviando una normalizzazione di fatto – esemplificata dall’incontro di giugno a Bruxelles tra la delegazione dell’Emirato, la Commissione europea e 15 Stati membri sui rimpatri – che privilegia gli accordi sulle deportazioni rispetto alla denuncia delle violazioni dei diritti umani, in particolare quella che gli esperti definiscono la peggiore crisi al mondo per i diritti delle donne. Su questo si sovrappone un ciclo umanitario che si autoalimenta. La popolazione civile è schiacciata sia dall’autoritarismo del regime che dalle conseguenze delle politiche punitive adottate dall’Occidente nel periodo post-occupazione”.

Sul fronte umanitario i numeri diffusi nel 2026 disegnano una delle emergenze più gravi al mondo. L’Onu conta 21,9 milioni di afghani bisognosi di assistenza e 17,4 milioni in condizione di insicurezza alimentare acuta, di cui 4,7 milioni in fase di emergenza, più del doppio rispetto all’anno precedente; 3,7 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta, e alcune famiglie hanno riferito di essere state costrette a vendere le proprie figlie per sopravvivere. Quasi un bambino su dieci sotto i cinque anni soffre di deperimento, una forma grave di malnutrizione acuta. Le Nazioni Unite stimano di avere bisogno di 1,7 miliardi di dollari per assistere 17,5 milioni di persone nel corso dell’anno, in un contesto di finanziamenti internazionali in costante calo dopo il ritiro degli aiuti occidentali seguito alla presa di potere del 2021. A peggiorare il quadro sono i rimpatri forzati da Iran e Pakistan, che nei soli primi mesi del 2026 hanno espulso 3,6 milioni di afghani, dopo che nel solo 2025 erano già state restituite al Paese 2,8 milioni di persone, il 67% delle quali con espulsioni forzate. Ogni giorno tra 700 e 800 famiglie attraversano il confine verso un Paese in cui molte di esse non hanno mai vissuto o hanno lasciato decenni fa, e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha registrato punte record di oltre 256mila rientri dall’Iran in una sola settimana, lanciando l’allarme su una carenza di fondi che rischia di lasciare i rimpatriati senza riparo né assistenza di base. Con Islamabad, in particolare, la crisi migratoria si intreccia a una vera escalation militare avviata a ottobre 2025 sul dossier del Tehreek-e-Taliban Pakistan, il gruppo armato che il governo pakistano accusa Kabul di proteggere. Dopo un’offensiva afghana transfrontaliera il 26 febbraio 2026 e i raid pakistani su Kabul e Kandahar del giorno successivo, un cessate il fuoco mediato da Arabia Saudita, Qatar e Turchia in occasione dell’Eid al-Fitr è collassato nel giro di settimane, e la mediazione cinese tentata nei mesi successivi non ha prodotto risultati definitivi. L’Onu ha contato almeno 372 civili afghani uccisi e 397 feriti solo nel primo trimestre dell’anno a causa degli scontri di confine.

Diritti umani sotto scacco?

Human Rights Watch ha pubblicato il 3 agosto, a pochi giorni dall’anniversario, un rapporto che descrive un peggioramento su tutti i fronti rispetto ai cinque anni precedenti. Quasi 2,2 milioni di ragazze restano escluse dall’istruzione oltre il livello elementare, mentre alle donne sono state progressivamente vietate ampie categorie di occupazioni, la libertà di movimento senza accompagnatore maschile e, secondo le organizzazioni internazionali, l’accesso pieno alle cure sanitarie. Nello stesso periodo sono state abolite le tutele contro la violenza domestica e l’età minima per il matrimonio legale, aprendo la strada a un aumento dei matrimoni precoci. Dal 4 gennaio 2026 è inoltre in vigore un nuovo codice di procedura penale che definisce musulmani solo i seguaci della giurisprudenza hanafita – una delle quattro scuole giuridiche maggiori dell’islam sunnita – bollando come eretici gli sciiti e altre minoranze religiose. Si tratta di un provvedimento che le organizzazioni per i diritti umani descrivono come una codificazione senza precedenti della discriminazione settaria. Giornalisti, attivisti e chiunque sia percepito come critico del governo continuano a segnalare arresti arbitrari, detenzioni prolungate e torture, in un contesto che Human Rights Watch descrive complessivamente come una delle crisi dei diritti umani più gravi al mondo.


Neutrali, o indifferenti e dimezzati?

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

“Odio gli indifferenti” scrisse più di cento anni or sono Antonio Gramsci, segnalando con questa frase la sua distanza da chi non parteggia mai per una causa, da chi si fa promotore dell’antipolitica, magari per interesse egoistico. Leggendo il testo dell’iniziativa sulla neutralità su cui ci pronunceremo a fine settembre non ho potuto evitare di pensare a quell’affermazione più che centenaria, perché in poche righe, quelle significative, parlando di neutralità, in realtà essa non farebbe che dare addirittura valore costituzionale a questo posizionamento criticabile del nostro Paese.

Che la Svizzera abbia tradizionalmente una politica estera che privilegia una certa neutralità nei conflitti internazionali, anche per potersi offrire da mediatrice, va benissimo, ma che essa si vincoli formalmente a non implicarsi praticamente mai, nemmeno nei casi di flagranza di colpa, nelle questioni geopolitiche internazionali non è sensato, perché significa estraniarsi dalla propria qualità di membro della comunità degli Stati, posizione che oltretutto questa comunità potrebbe anche non accettare senza conseguenze.

Una norma costituzionale rigida e direttamente vincolante, che riduce di molto il margine di manovra del Governo e del Parlamento, non è saggezza, ma solo una fuga di comodo. L’opinione pubblica deve poter pretendere dalle sue autorità sia l’equidistanza, probabilmente nella gran parte dei casi, ma anche decisioni chiare su sanzioni economiche, embarghi commerciali, congelamento di beni, restrizioni finanziarie, divieti di esportazione ecc. in altri, per esempio, per restare alle vicende più recenti, contro le violazioni manifeste del diritto internazionale perpetrate da Israele verso i palestinesi di Gaza, o contro l’invasione russa dell’Ucraina. Lasciare a Parlamento e Consiglio federale la possibilità di scappare dalle loro responsabilità di prendere posizione significa rinunciare ad essere appieno uno dei 195 soggetti riconosciuti internazionalmente, riducendosi a arbitro, peraltro autoproclamato e non per forza riconosciuto, a notaio o a vigile urbano della comunità degli Stati.

Decidere di chiamarsi fuori significa anche delegare ad altri l’esercizio della nostra sovranità, perché le due eccezioni al divieto di sanzioni previste dall’iniziativa (possibilità di adottare sanzioni se decise dal Consiglio di sicurezza dell’ONU e se necessario ad evitare l’aggiramento di sanzioni estere) producono questo effetto paradossale. Molto spesso i pronunciamenti del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulle sanzioni sono decisioni di un solo Paese, uno dei cinque membri permanenti, per cui se uno di questi, per interessi propri, decide di bloccare tutto al Palazzo di vetro di New York, automaticamente questa decisione unilaterale farebbe scattare l’obbligo di guardare dall’altra parte della Svizzera. Ma vogliamo davvero lasciare a uno tra Trump, Xi, Putin, Macron o Burnham decidere al nostro posto? Lo stesso vale per l’eccezione che l’iniziativa prevede contro l’elusione di sanzioni estere, perché se ad esempio l’Unione europea decidesse di adottare sanzioni significative in un caso di conflitto internazionale, la posizione della Svizzera non sarebbe quella di un Paese sovrano che decide di condividere o avversare questa decisione, ma quella della nazione ancella che adotta delle misure solo per far sì che le decisioni di altri non vengano aggirate.

L’iniziativa è una scappatoia per non assumersi la propria responsabilità di Stato sovrano e una soluzione di comodo che finisce per delegare ad altri le decisioni che ci competono. Già solo per dignità dovremmo essere capaci di dire NO grazie, decidiamo caso per caso che posizione avere sui conflitti, privilegiando se possibile equidistanza e mediazione, ma senza inutili rigide regole controproducenti.

Nell’immagine: illustrazione della redazione


Ceuta, la seconda ondata non c’è: sos sanitario, la città è al collasso

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Benedetta Perilli, La Repubblica

Passata la paura della nuova ondata, la Spagna si è svegliata con una sensazione amara: la militarizzazione marocchina davanti al 15-A, l’assalto convocato sui social che il 15 agosto avrebbe dovuto riportare a Ceuta migliaia di migranti, sarebbe stato l’ennesimo messaggio di Rabat lanciato a Madrid e Bruxelles. «Quando vuole, chiude il passaggio», ha spiegato un alto dirigente della polizia spagnola al Paìs, che ieri titolava “Il Marocco esibisce la sua forza come guardiano della frontiera”. «Quando vuole, apre», dice José, ristoratore del centro di Ceuta.

Una teoria diffusa tra chi vive da queste parti. A differenza del 30 luglio, quando ad arrivare furono almeno 80mila, stavolta l’imponente dispositivo di sicurezza marocchino ha bloccato il presunto tentativo di ingresso di massa, finendo per isolare nei pressi di Fnideq circa 300 migranti, prevalentemente subsahariani, che dalle alture provavano a raggiungere il valico del Tarajal. Ci sono stati momenti di tensione, gli agenti hanno utilizzato gas lacrimogeni, poi sono riusciti a fermarli e li hanno caricati su diversi autobus per trasferirli verso un imprecisato sud del Paese.

Non un sospiro di sollievo però, la minaccia di nuovi ingressi di massa nell’exclave non scompare mai. Anzi, in questi giorni è ancora più drammatica. La città sta vivendo una crisi mai sperimentata: circa 5mila, secondo Madrid, 8-12mila, secondo la Città autonoma, sono i migranti entrati il 30 luglio e rimasti a Ceuta. Di questi, meno di un migliaio sarebbero nell’unico centro di accoglienza; 1800 minori non accompagnati sarebbero accolti in strutture. Gli altri sono senza dimora.

Come Jamila, che si è svegliata con i suoi due figli nel campo di vicinato Sidi Embarek, nel quartiere musulmano Los Rosales. Sono accolti in questo centro sportivo all’aperto allestito da alcuni residenti, tra teloni di plastica che coprono poco dal sole e tappeti tirati via da una moschea. Dormono per terra, come le altre 400 tra donne e minori ospitate qui, molte vittime di abusi domestici, sette incinte. Quando ha saputo che la frontiera era aperta si è incamminata verso Fnideq e poi ha iniziato a nuotare fino al Tarajal: il più piccolo in un canotto, la figlia adolescente a nuoto come lei. Lo ha fatto perché il suo bambino è malato e in Marocco le cure troppo costose, non può permettersele. Ora sogna di andare in Spagna per riuscire a farlo guarire.

Dalla periferia al centro il salto è impressionante. Lasciati i materassi gettati tra gli sterpi, il tanfo di strade diventate bagni pubblici, le file di ragazzi che a testa china si incamminano verso la casa di Sabah — la ceutina musulmana che distribuisce dalla sua abitazione acqua e pasti caldi ai migranti — il cuore di Ceuta è tutto fiori, ristoranti, pulizie straordinarie. L’amministrazione si è impegnata a lucidare il salotto della città e i migranti che bivaccano sulle panchine sono sempre meno, spinti fuori anche dalla pressione della polizia. Isabel guarda il mare della centralissima spiaggia della Ribera dalle grate che sigillano il Club Natación Caballa. All’interno accedono solo i soci. «Di solito mi sarei fatta il bagno in mare ma oggi ho paura di prendermi qualche malattia, questi migranti fanno tutto in acqua. E poi non c’è nessuno in spiaggia oggi, un anno fa non ci sarebbe stato un centimetro libero. Abbiamo tutti troppa paura che ci derubino», spiega rammaricata questa signora della borghesia di Ceuta. E di furti, aggressioni, risse tra migranti, schiamazzi nella notte, la polizia ne conta a decine. Ci sono state anche almeno sei denunce di violenze sessuali su minorenni migranti. Qui le sirene non smettono mai di suonare, e non solo quelle delle volanti. Ci sono anche le ambulanze. La città sta sperimentando una emergenza sanitaria su due fronti: da un lato la saturazione dell’unico ospedale, dall’altro il rischio di diffusione di malattie trasmissibili legato alle scarse condizioni di igiene nelle quali sono costretti a vivere i migranti. Ci sono stati già un focolaio di gastroenterite, due casi di tubercolosi e uno di scabbia. La ministra della Salute, Mónica García, ieri in visita nell’exclave, ha negato una crisi sanitaria ma ha ammesso delle criticità.

Da dovunque la si veda, Ceuta è al collasso: decine di migranti marocchini ieri si sono seduti sotto il sole nella spiaggia del Trampolín — quella diventata una tendopoli dove alcuni giovani subsahariani hanno iniziato ad ammazzare il tempo sfidandosi in gare di lotta libera — e hanno inscenato una protesta pacifica al grido di “Libertà” e “W Pedro Sánchez”, per chiedere il diritto di asilo. Nei giorni scorsi il presidente conservatore Juan Jesús Vivas ha proposto al governo di Madrid di non considerare le richieste di asilo, facendo diffondere tra i migranti il timore di espulsioni immediate. «Non vogliamo essere più discriminati, anche noi abbiamo diritto all’asilo come chi viene dagli altri Paesi dell’Africa. Anche noi abbiamo una guerra, una guerra fredda mossa dalla corruzione della nostra classe politica che non ci permette di sopravvivere», spiega Mourad, 36 anni, arrivato da Rabat.


Vietare i social ai minori non basta: bisogna costruire un’alternativa

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Gualteiro Carraro*, La Stampa

Dopo il caso australiano, anche Macron ha proposto il divieto dei social ai minorenni. La stessa Von der Leyen ha rilasciato dichiarazioni che fanno presagire una misura restrittiva su scala europea. Tuttavia il Consiglio Costituzionale francese, pur riconoscendo l’esigenza della “protezione dell’interesse superiore del minore”, si è opposta al divieto specifico, che a detta dei giudici “viola in modo improprio, non necessario e sproporzionato” la libertà d’espressione e di comunicazione dei minorenni, essendo applicato anche a servizi di cui non è appurato il rischio.

Va peraltro considerato che, sempre in relazione ai danni dei social media nei confronti dei minori, nelle scorse settimane Meta è stata condannata da un tribunale del New Mexico ad una sanzione da oltre 940 milioni di dollari e a introdurre restrizioni importanti in Facebook e Instagram.

Nella stessa linea si inserisce la rimozione della pubblicità di Apple a Milano che ritrae un bambino di un anno con in mano uno smartphone, avvenuta dopo le proteste dei cittadini e l’intervento della Garante per l’infanzia Marina Terragni.

Che fare dunque? Proibire? Multare? Educare? Lasciare le cose come stanno?

Centinaia di studi e pubblicazioni documentano rischi e danni nell’uso dei social nei minorenni, e ben poche persone si oppongono ormai al principio della necessità di un urgente intervento educativo e normativo.

Proibire o educare ai social?

In Italia il ministro Valditara si è detto da tempo contrario ai social per i minori e lo scorso marzo ha stanziato 100 milioni di euro per la formazione di docenti, studenti e famiglie all’uso corretto delle reti sociali e dell’AI. In questo ambito si stanno diffondendo i patti digitali, accordi di comunità tra famiglie per gestire l’uso degli schermi e promuovere attività extrascolastiche offline. I laboratori di Media Literacy sono invece percorsi didattici per imparare a usare gli strumenti digitali in modo critico anziché subirli.

Ma se si va verso la proibizione, che anche in Italia pare raccolga un consenso politico bipartisan, avrebbe ancora senso promuovere l’educazione all’uso di piattaforme vietate?

Dalla padella alla brace

In realtà il caso australiano dimostra che la maggioranza dei minorenni, oltre il 70%. riesce a eludere il divieto, con l’aggravante di figurare come adulto, e quindi di non avere alcun filtro protettivo. D’altra parte, tribunali, garanti, associazioni e governi premono sulle piattaforme stesse, tra cui Meta, Tik Tok e YouTube, perché vigilino per verificare e applicare il divieto ai minori. Ma esistono altri rischi, anche nel caso improbabile che la proibizione venga applicata con successo: in sostituzione dei social si potrebbero diffondere su larga scala videogame, siti pornografici e chatbot AI. Dalla padella alla brace.

Social media alternativi?

I social media sono tutti uguali, oppure esistono piattaforme migliori dal punto di vista etico ed educativo?

Ho conosciuto Anna Zeiter, la CEO di W, il social media europeo alternativo a X e coerente con norme e principi UE, a Bruxelles nel contesto del convegno “Oltre le Big Tech, progettare il futuro digitale dell’Europa”. La sua iniziativa W merita attenzione, come pure la piattaforma inglese Ripple Social. Ma per i minorenni si tratta di proporre social alternativi, o piuttosto alternative ai social?

Smartphone e social non sono stati progettati per i bambini. Sono strumenti impropri nell’età evolutiva, in un certo senso possono essere considerati dei giocattoli difettosi che sono stati diffusi ai minori da 20 anni e non sono mai stati ritirati dal mercato. Nessuno si sognerebbe di far guidare un’automobile a un bambino di 8 anni; quindi perché esporlo all’utilizzo incontrollato di strumenti digitali nati per gli adulti?

Ricostruire le relazioni della comunità educativa

Istituendo un rapporto diretto tra gli individui e le piattaforme digitali, i social media hanno disintermediato la comunità educativa tradizionale – scuole, famiglie, associazioni, chiese, editori – sostituendo le relazioni reali con centinaia di contatti virtuali, gestiti da algoritmi progettati per creare dipendenza. Fino a 5 ore al giorno o anche oltre: un tasso di utilizzo enorme che riduce drasticamente le relazioni reali con coetanei, lo studio e la concentrazione, la partecipazione ad attività sociali, sportive, hobbistiche. La proibizione degli smartphone nelle scuole, già diffusa in diversi paesi, nasce dalla continua distrazione dovuta alle notifiche dei social e dei sistemi di instant messaging, con un effetto negativo ormai ampiamente misurato sull’apprendimento.

Il laboratorio delle alternative ai social

Gli attori della comunità educativa possono recuperare un ruolo nelle relazioni reali nella fascia fino a 15 anni, offrendo attività alternative tradizionali, ma anche proposte innovative come i patti digitali e i laboratori di Media Literacy.

Tuttavia non si può ignorare il territorio digitale, che è parte integrante dell’esperienza esistenziale delle generazioni dalla Z in poi. Le alternative ai social dovranno essere fisiche – su questo i pedagogisti e gli psicologi non hanno dubbi – ma ovviamente occorre trovare nuove applicazioni corrette anche nella sfera digitale.

Si tratta di progettare soluzioni che offrano esperienze digitali in piccole quantità ma di elevata qualità, ad esempio attraverso la content curation selettiva di ciò che offre la rete: poco ma buono.

Un secondo obiettivo è promuovere attività phygital, ossia fisiche e digitali. Ad esempio, si possono progettare applicazioni online che aiutino a trovare gruppi sportivi, proposte associative nel territorio, luoghi di incontro.

Un terzo filone è quello dell’edutainment; pensiamo ad esempio a strumenti come Prodigy Math Game o Kahoot! Il fattore ludico è un elemento trainante del successo degli strumenti digitali nell’età evolutiva. Un precedente interessante di gamification phygital è stato Pokémon Go, un videogame in realtà aumentata che spingeva a incontrarsi e a esplorare il territorio reale (e che pure non era privo di controindicazioni, come si è scoperto di recente).

Un ulteriore ambito riguarda le applicazioni per l’editing creativo, ad esempio Picsart. In un contesto controllato, la stessa AI generativa può diventare uno strumento notevole per la creatività. Anche a prescindere dall’eventuale diffusione su larga scala del divieto ai social per i minorenni, il dibattito mediatico, giuridico e pedagogico può e deve creare le condizioni di un laboratorio per la progettazione di nuove applicazioni alternative ai social.

* Esperto di IA e cultura digitale


Fn, la chat della vergogna: “Ebrei bestie sataniste”

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Matteo Pucciarelli, La Repubblica

La Costituzione? «È da buttare nel cesso». Quindi «è ora che ci svegliamo, se il generale non riesce a fare niente la soluzione è una sola. Altro metodo non c’è». Cioè un golpe, come quello di Junio Valerio Borghese. Gli ebrei? Comandano il mondo. Tra citazioni di Adolf Hitler e inni al Duce, c’è anche l’invocazione esplicita: «Arabi di merda! Dovrebbero essere sterminati!». Benvenuti tra la “feccia” (cit.) di “Vannacci ultima speranza”, una chat interna all’universo di Futuro Nazionale, il movimento fondato da Roberto Vannacci, e della quale fanno parte quasi 300 persone.

Molte di loro guidano comitati locali di Fn, soprattutto in Lombardia, che sorgono qua e là in maniera spontanea, anche perché i meccanismi di iscrizione al partito sono così semplici da non esserci di fatto alcun controllo all’ingresso. L’amministratore della chat è il referente del comitato milanese 421 Renato Maturo, storico collaboratore di Ignazio La Russa, poi dentro ci sono protagonisti sul territorio come il cosiddetto “barone nero” Roberto Jonghi Lavarini, ex FdI, o il creatore del centro studi del partito, Rinascimento nazionale, cioè Luca Sforzini (tra parentesi: c’è chi lo dà pronto a traslocare in Forza Italia, stufo degli estremismi). Questa famigerata chat è comunque un “luogo” nel quale, almeno nei messaggi che Repubblica ha potuto visionare, il sostegno politico al generale in congedo si mescola a contenuti razzisti e antisemiti e fantasie apertamente eversive. Con un lessico che in alcuni casi assume una dimensione militare: ordini, attesa di disposizioni, organizzazione «rigorosa» e «di stampo militare».

Svariati partecipanti infatti rivendicano il passato in divisa e le proprie missioni all’estero con l’esercito. Messaggi che mostrano quale tipo di sottobosco politico (e professionale) si muova negli spazi digitali che si richiamano ai “futuristi”. Uno dei passaggi più espliciti parte da un invito: «Bisogna sempre essere anticostituzionali»; «noi siamo agli ordini del generale! Stand-by quindi…». La prospettiva di un’azione di forza viene posta come alternativa al pantano: «Anche il 51 per cento non basterà». La conclusione è netta: «Finché qualcuno non si decide ad un’azione di forza, rimarremo nell’immobilismo totale».

Non mancano quindi i riferimenti precisi. «Ci vorrebbe un altro Valerio Borghese…», scrive un partecipante, evocando il comandante della Decima Mas durante la Repubblica di Salò, impegnata nella violenta repressione antipartigiana al fianco dei nazisti e protagonista del tentato golpe del dicembre 1970. Poi c’è il nazismo, senza neppure il velo dell’allusione. «Più che l’Europa unita, il Führer ambiva a creare gli Stati Uniti del mondo! Avrebbe abbattuto le barriere e a quest’ora parleremmo tutti tedesco. Adesso invece esiste solo un’Europa monetaria, delle banche». E ancora, un’immagine della bandiera italiana accanto a quella europea viene accompagnata da questa riflessione: «Quando guardo la bandiera italiana affiancata al lurido straccio blu massonico con 12 schizzi di m… gialla di cane diarroico mi girano veramente i c…»: l’autore del messaggio è un altro ex parà. Gli ebrei sono “bestie adoratori di Satana”, “pedofili, cabalisti, cannibali”, gli arabi come detto meritano lo sterminio. Parole dalle quali nessuno prende le distanze, e che pongono una domanda ai vertici di Fn: non essendo ironia o satira, cosa intendono fare di fronte a chi, professandosi pronto a eseguire gli «ordini del generale», perora l’abbattimento dell’ordine costituzionale?


Ponte di Ferragosto

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

 


La giustizia e la pace dei forti. In guerra ha ragione chi vince

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Valentina Pazé, il manifesto

Affidandoci alle armi, accettiamo la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono i più giusti, ammesso che sia possibile identificarli. È la ragione per cui i tentativi di giustificare la guerra associandola all’idea di giustizia non sono mai stati convincenti.

«Non chiamerei mai pace le armi che tacciono perché hanno vinto i ‘più forti’». Così conclude il suo ragionamento a favore di una pace «giusta» (e, all’occorrenza, armata) Roberto Della Seta, sul manifesto del 12 agosto. Il problema è che, affidandoci alle armi, proprio questo accettiamo: la pace dei forti. Che solo accidentalmente sono anche i più giusti, ammesso e non concesso che sia sempre possibile identificarli con certezza.

Questa è la ragione per cui i reiterati tentativi di giustificare la guerra assimilandola a una procedura giudiziaria, e associandola all’idea di giustizia, non sono mai stati convincenti. Nei tribunali vince chi ha ragione. O, per lo meno, tutto è congegnato in modo da favorire questo esito, al netto degli errori, sempre possibili. In guerra ha ragione chi vince. Punto. E se Aristotele poteva ancora tentare di dimostrare che non si dà forza (bia) senza virtù (areté) e chi prevale in battaglia dimostra per ciò stesso il proprio superiore valore, nelle guerre asimmetriche della modernità – da quelle coloniali a quelle iper-tecnologiche di oggi – questa tesi diventa risibile.

Chi, dunque, ritiene «eticamente disturbante l’idea di una pace senza giustizia» dovrebbe cercare altre vie, alternative alle armi, per raggiungere l’obiettivo. Ma, poi, giustizia in che senso? E per chi? È giusto che uno Stato disponga delle vite dei propri cittadini per perseguire i propri obiettivi? È etico? La risposta di Kant è nota: «Venire assoldati per uccidere o essere uccisi sembra racchiudere in sé un uso degli esseri umani come semplici macchine e utensili in mano a un altro (lo Stato) che mal si concilia col diritto dell’umanità nella nostra propria persona». Perché in questo, alla fine, consistono le guerre, decise dai governi e combattute dai popoli: nell’usare i soldati come carne da cannone e le vittime civili – bambini compresi, a cui nessuno ha chiesto di scegliere tra la vita e la patria – come strumento di pressione e di propaganda. Lo sanno bene coloro che la guerra l’hanno vista da vicino, per averla combattuta o subita.

E allora oggi, prima ancora che Kant o Bobbio, dovremmo rileggere, e far leggere a scuola, Eric Maria Remarque e Claude Eatherly, il pilota di Hiroshima divenuto amico di Günther Anders. Il primo per ricordarci ciò di cui è fatta, davvero, la guerra: sangue e merda, terrore e morte, corpi maciullati, menti devastate. Il secondo per riflettere sui veleni che la guerra inocula anche in chi la combatte «dalla parte giusta» e torna a casa celebrato come un eroe, ma abitato per sempre da incubi e fantasmi.

Al di là delle discettazioni astratte sul rifiuto più o meno assoluto della violenza, oggi andrebbero ascoltati i messaggi che giungono da chi nella melma della guerra è immerso fino al collo. Messaggi molteplici, non univoci, non sempre facili da decifrare. A incrinare le narrazioni di popoli eroici che combattono per la libertà e la giustizia ci sono coloro che scelgono di disertare, di rendersi irreperibili, di non tornare al fronte dopo una licenza. In Ucraina e in Russia il loro numero è in crescita, tanto da aver reso necessarie modalità di reclutamento sempre più coercitive: dalle famigerate ronde che setacciano i quartieri delle città ucraine in cerca di imboscati alle campagne martellanti del governo russo per adescare «volontari» nelle università o in paesi lontani, fino al ricorso, in entrambi i contesti, alle carceri come serbatoio di reclute da spedire in prima linea.

C’è poi chi – come il maggiore Eatherly – torna dal fronte trasfigurato e incapace di reinserirsi nella vita civile. Il numero dei suicidi tra soldati e soldatesse reduci da Gaza (due solo negli ultimi giorni) è impressionante, così come quello di chi necessita di cure psichiatriche (per non parlare delle condizioni dei sopravvissuti al genocidio, a cui questa assistenza non viene offerta). Ma il suicidio di reduci e veterani è fenomeno comune e ben noto. Negli ultimi venticinque anni negli Stati uniti più di trentamila soldati, in servizio o veterani, si sono tolti la vita: quattro volte di più di quelli che sono stati uccisi nei vari teatri bellici (7.057). Qualsiasi ragionamento su guerra, pace, giustizia, di tutto ciò dovrebbe tenere conto…

Infine, a proposito dei mezzi per realizzare «la giustizia», si può oggi discuterne ignorando che viviamo nell’era atomica, in cui la massima fiat iustitia pereat mundus rischia – come mai prima d’ora – di condurre a una catastrofe senza ritorno? Si può, oggi, scommettere sul fatto che «la Bomba», anzi «le bombe» atomiche tattiche, tanto più pericolose quanto apparentemente meno letali, rimangano in mano ai «buoni», che se ne serviranno a soli fini di deterrenza? Quanto è realistico coltivare simili illusioni?


Muratov: “Putin non può vincere la guerra, ma continuerà l’escalation fino all’arma nucleare”

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Enrico Franceschini, La Repubblica

“Vladimir Putin non può vincere la guerra in Ucraina, ma siccome non può accettare di perdere continuerà l’escalation militare, fino all’uso di un’arma nucleare”. È la previsione o almeno il timore di Dmitrij Muratov, il giornalista dell’opposizione russa che nel 2021 ha vinto il premio Nobel per la pace, fondatore ed ex-direttore di Novaja Gazeta, il quotidiano messo al bando dal Cremlino, oggi accessibile soltanto online dall’estero.

Intervistato dalla Bbc, Muratov afferma: “Non ci sarà mai una vittoria russa in Ucraina. Perché il conflitto che va avanti da quasi cinque anni, comunque finisca, non può essere considerato una vittoria per Putin. Non si può parlare di vittoria quando due nazioni slave hanno maciullato più di un milione di persone. A me sembra che la situazione odierna sia la seguente: la Russia può distruggere l’Ucraina, ma non può conquistarla. Cosa intendo con distruggere? Una continua escalation fino all’uso di armi nucleari”.

Crede davvero, gli domanda il corrispondente da Mosca della radiotelevisione britannica, che il capo del Cremlino farebbe ricorso a un’arma nucleare? “Tutti gli esperti che dicono ‘Putin pensa questo’ o ‘Putin ha paura di questo’ sono dei ciarlatani”, risponde il premio Nobel. “Le loro previsioni valgono quanto l’astrologia. Nessuno sa cosa ha in mente Putin e non lo so nemmeno io. Ma vedo le cose da giornalista, studio i dati. Dall’inizio di quest’anno, la necessità per la Russia di usare armi nucleari in Ucraina è stata menzionata più di 500 volte. Quando lo dicono i pazzi, non ci bado. Ma l’ho sentito dire alla televisione di stato russa. Ho sentito uno dei partecipanti al convegno internazionale di San Pietroburgo descrivere l’uso di armi nucleari come qualcosa di buono”.

Putin e altri alti funzionari del Cremlino hanno alluso più volte all’utilizzo di un’arma nucleare “tattica”, meno potente di quelle sui missili strategici ma assai più potente della bomba sganciata dall’America su Hiroshima nella Seconda guerra mondiale. Nel caso in cui la guerra in Ucraina, anche attraverso il sostegno a Kiev di Paesi occidentali, mettesse in pericolo “la sicurezza della Russia”. Esperti e commentatori ritengono che si tratti di un bluff, sia perché le radiazioni si estenderebbero a territori occupati dalla Russia o a parte della stessa Russia, sia per le reazioni occidentali che comporterebbe una simile escalation.

Del resto, la “sicurezza della Russia”, afferma Muratov, è già stata ampiamente compromessa. “Quando annunciò l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022, Putin disse che andava fatto per garantire la sicurezza della Russia”, dice il fondatore di Novaja Gazeta. “Ebbene, da allora la sicurezza della Russia è forse migliorata? Con i droni ucraini che colpiscono i nostri depositi, con la crisi petrolifera, con internet che non funziona, con almeno 1500 prigionieri politici arrestati per avere criticato la guerra?”. Ricordando che sei giornalisti di Novaja Gazeta sono morti assassinati, tra cui Anna Politkovskaja, autrice di memorabili inchieste sulla corruzione, l’ex-direttore, che continua a vivere in Russia, accetta serenamente il rischio di finire anche lui nella macchina della repressione: “Non credo a spaccature o a complotti, l’élite ha paura di Putin. Ma molti appoggiano quello per cui noi ci battiamo. Sulle strade di Mosca, i miei colleghi ed io sentiamo soltanto parole di gratitudine. Sono a malapena sussurrate. Ma quello che pensa la gente è importante”.


Atene, la città che studia il caldo e sfida i 45 gradi: alberi, rifugi, oasi e una “ministra” ad hoc

Molto in ritardo, alcuni politici stanno cercando di venirne fuori con tentativi di orientarsi su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari. Può essere un’occasione di rilancio della grande malata del nostro tempo: la democrazia 

Di Giampiero Maggio, La Stampa

Da Parigi, che si prepara alla città dei 50 gradi, a Barcellona e ai superblocchi, da Vienna con le Cool Streets a Siviglia e ai qanat, fino a Copenaghen città-spugna, Madrid con la sua foresta metropolitana e Piatra Neamț con il corridoio climatico intelligente. Il nostro viaggio nell’Europa che prova ad adattarsi al caldo estremo arriva ora ad Atene, dopo essere passato anche da Bassora, dove vivere vicino ai 54 gradi significa fare i conti con acqua, elettricità e sopravvivenza quotidiana. Città diversissime, unite dalla stessa domanda: come si continua a vivere quando il clima per cui sono state costruite non esiste più?

Ad Atene, quando arriva il caldo vero, perfino l’Acropoli può chiudere. È successo ancora nel luglio 2025: temperature oltre i 40 gradi, accessi sospesi nelle ore centrali, turisti costretti a cercare ombra e acqua, lavori all’aperto limitati per muratori, rider e operai. Il Partenone, costruito per resistere ai secoli, deve oggi fare i conti anche con le ondate di calore. Reuters raccontava una capitale arrivata a 38 gradi mentre in altre aree della Grecia il termometro saliva a 41. Ma il punto è proprio questo: ad Atene il caldo non è più soltanto un fatto meteorologico. È diventato un problema di governo della città.

Per questo nel 2021 la capitale greca è stata la prima città europea a nominare una Chief Heat Officer, una responsabile specificamente incaricata di coordinare la risposta al caldo estremo. Insomma, una “ministra” ad hoc per affrontare l’emergenza caldo. La prima fu Eleni Myrivili, poi diventata Global Chief Heat Officer di UN-Habitat. Oggi il ruolo è ricoperto da Elissavet Bargianni. Era una scelta quasi simbolica. Il caldo aveva finalmente un responsabile.

Myrivili lo disse con parole nette quando lasciò Atene per il nuovo incarico alle Nazioni Unite: «Dobbiamo agire radicalmente e dobbiamo agire ieri». Perché Atene parte da una condizione difficile. È una città densissima, costruita in gran parte con cemento e asfalto, chiusa fra colline che limitano la ventilazione e con quartieri nei quali il verde è scarso. Il calore assorbito durante il giorno viene restituito lentamente durante la notte: è l’isola di calore urbana, che rende particolarmente pericolose le notti tropicali e riduce la possibilità per l’organismo di recuperare.

Atene, la città che studia il caldo

Un rapporto pubblicato nell’ottobre 2025 nell’ambito del progetto europeo ARSINOE definisce Atene uno dei casi più avanzati al mondo nello studio e nella gestione del rischio da caldo urbano. Ma sottolinea anche che la vulnerabilità resta elevata e molto diversa da quartiere a quartiere. E i cittadini se ne accorgono. Secondo un’indagine pubblicata nel giugno 2026 dall’ENA Institute for Alternative Policies sull’area metropolitana di Atene, l’81 per cento degli intervistati ritiene che il caldo nel proprio quartiere sia peggiorato negli ultimi anni; l’88 per cento pensa che aumenterà ancora nel prossimo decennio. L’85 per cento giudica insufficiente l’ombra disponibile nelle strade e il 75 per cento considera inadeguati gli spazi verdi vicini alla propria abitazione.

La risposta di Atene procede su due binari

Il primo è immediato: proteggere le persone quando arriva l’ondata di calore. La città apre spazi climatizzati, mantiene una linea telefonica attiva 24 ore su 24, rafforza l’assistenza domiciliare e i servizi sanitari comunali e concentra l’attenzione soprattutto su anziani e persone fragili. Già negli anni scorsi sette strutture municipali erano state trasformate in “oasi” climatizzate aperte durante le giornate più difficili. L’allora sindaco Kostas Bakoyannis spiegava così il principio: «Il caldo estremo è un problema di salute pubblica». Non basta, però, rifugiarsi al fresco. Il secondo binario è molto più lento: cambiare fisicamente Atene. Qui la parola chiave è albero.

Incrementare il verde in una città piena di cemento

Quando Haris Doukas è diventato sindaco, all’inizio del 2024, ha messo l’aumento del verde tra le priorità. Al Guardian spiegava che affrontare temperature simili in una città così densamente costruita è particolarmente complesso e riassumeva la posta in gioco con due parole: «It’s about survival», è una questione di sopravvivenza. La città ha accelerato le piantumazioni. Secondo il programma europeo Covenant of Mayors, in diciotto mesi Atene ha messo a dimora quasi 7.500 nuovi alberi, quasi raddoppiando il ritmo dei quattro anni precedenti. Piazze, parcheggi e spazi culturali sono stati ripensati per aumentare ombra, vegetazione e comfort termico. E non servono necessariamente grandi parchi. Atene sta sperimentando anche i pocket parks, piccoli spazi verdi ricavati da lotti abbandonati, angoli degradati o terreni inutilizzati. Reuters ha documentato come questi micro-parchi vengano utilizzati proprio per interrompere le superfici minerali e creare piccole isole di ombra nei quartieri più densi. Il principio è semplice. Un albero impedisce al sole di colpire direttamente il suolo. Una superficie vegetale accumula meno calore dell’asfalto. Attraverso l’evapotraspirazione le piante raffreddano localmente l’aria. Presi singolarmente sembrano interventi minimi. Moltiplicati per migliaia di strade possono cambiare il comportamento termico della città.

Ma Atene sta andando oltre

Uno dei progetti più interessanti si chiama Cooling Havens, “oasi di raffrescamento”. È un programma europeo finanziato all’80 per cento dal Fondo europeo di sviluppo regionale, con un valore complessivo vicino ai 5 milioni di euro, che punta a creare stazioni di quartiere raffrescate anche attraverso l’acqua e trasformarle in luoghi di protezione e socialità durante il caldo estremo. La quota indicativa destinata direttamente al Comune di Atene è stata rimodulata nel 2025 a circa 1,65 milioni di euro. È una filosofia che ricorda Siviglia: non climatizzare l’intera città, ma costruire punti nei quali il microclima possa essere modificato. Ombra, acqua, vegetazione. Atene utilizza inoltre sistemi di mappatura del rischio termico per capire quali quartieri siano più vulnerabili. Non conta soltanto dove fa più caldo: conta dove vivono più anziani, dove ci sono meno alberi, dove le abitazioni sono peggiori e dove le famiglie hanno meno possibilità di usare l’aria condizionata. È l’idea alla base delle strategie elaborate dalla città negli ultimi anni.

Il caldo non è democratico

Due persone possono vivere nella stessa città e affrontare due estati completamente diverse. Una casa ben isolata con aria condizionata, un quartiere alberato e un lavoro al chiuso trasformano 40 gradi in un disagio. Un appartamento all’ultimo piano, senza climatizzazione, circondato da cemento, oppure otto ore trascorse su uno scooter per consegnare cibo possono trasformarli in un rischio sanitario. Lo si vede durante le emergenze. Nel giugno 2025 le autorità greche hanno vietato per alcune ore il lavoro all’aperto a operai edili e fattorini. Nel luglio dello stesso anno sono tornate le chiusure dell’Acropoli. Non si cambia soltanto la città: cambiano gli orari nei quali è possibile viverla. Ed è forse questa la lezione più interessante di Atene. Per anni le città mediterranee hanno trattato il caldo come qualcosa di inevitabile: arrivava a luglio, si sopportava, poi passava. Atene ha cominciato a trattarlo come si tratterebbero un’alluvione o un terremoto. Lo misura. Lo mappa. Individua le persone a rischio. Apre rifugi climatici. Pianta alberi. Sperimenta acqua e ombra. Modifica gli orari di lavoro. E mette una persona dentro l’amministrazione con il compito specifico di coordinare tutto questo.

Il caldo accende anche gli incendi

Il pericolo ad Atene non arriva soltanto dal termometro. Ma il caldo estremo è uno dei responsabili principali degli incendi. Negli ultimi dieci anni le fiamme hanno più volte raggiunto le porte della capitale. Il caso più tragico resta Mati, nel luglio 2018: 104 morti, il peggior incendio della Grecia contemporanea. Nell’agosto 2024 un rogo partito da Varnavas percorse decine di chilometri fino a Vrilissia, appena 14 chilometri dal centro di Atene: circa 100 chilometri quadrati bruciati, un centinaio di case colpite e una donna morta. E nell’agosto 2026 le fiamme sono tornate nell’Attica occidentale: oltre 10 mila ettari bruciati tra Psatha e Porto Germeno, più di cento abitazioni distrutte e due membri dell’equipaggio di un elicottero antincendio morti durante le operazioni. Caldo estremo, siccità, vegetazione secca e vento trasformano così ogni estate in una prova anche per la protezione civile della capitale.

Il rapporto del 2025 sulla resilienza termica della città insiste proprio sulla necessità di accelerare gli interventi e di integrarli stabilmente nella pianificazione urbana. Atene rimane una città vulnerabile e il cambiamento climatico rende la sfida più difficile ogni estate. Ma ha già compiuto un passaggio che molte città europee devono ancora affrontare. Ha smesso di chiedersi se arriverà la prossima grande ondata di calore. La domanda è diventata un’altra: quando arriverà, come faremo a continuare a vivere la città?