Proteggere i cittadini dalla paura, la ricetta che manca alla sinistra

 

Di Alessandro De Angelis, La Stampa

Guardiamoci attorno. In Francia il cuore della protesta è la scuola, vero centro ordinatore dell’ideologia repubblicana. È l’ultimo sintomo di un malessere di lungo periodo: dai gilet gialli agli infiniti scioperi contro Macron, che, alla fine del suo ciclo, con ogni evidenza non ha la forza per rispondere alla piazza come Pompidou nel ’68.

Allora, da primo ministro, garantì riforme e un accordo coi manifestanti per riaprire la Sorbona.

Nella Spagna socialista il cuore è la casa e l’aumento incontrollato dei canoni di locazione, come effetto del proliferare degli affitti turistici. E quanto pesi il mercato sulla politica lo si è visto anche nel voto in Parlamento che ha travolto Pedro Sánchez. L’Italia non ha una tradizione di proteste spontanee, ma legate alla forza delle organizzazioni del movimento operaio, quando c’era. Ovunque però sono ravvisabili i segni di una sofferenza sociale dal carrello della spesa, alle bollette, alla capacità di soddisfare le esigenze essenziali.

Case, scuole, aggiungiamo anche ospedali. In definitiva, Stato sociale. Sono le parole d’ordine della socialdemocrazia novecentesca. In assenza di una politica che rappresenti il bisogno, riappaiono come disagio o rivolta. Contro la globalizzazione che ha tradito le sue promesse ma anche contro la politica tradizionale che si è illusa, anche a sinistra, sulle “magnifiche sorti e progressive” del mercato.

Scioperi, occupazioni, oppure rabbia che trova sfogo nelle sirene del sovranismo oppure disincanto che si esprime nel non voto. La perdita di egemonia della democrazia come modello universale ha a che fare col restringimento della sua capacità di inclusione sociale. La turbolenza parte davvero da molto lontano. Nel grande treno dello sviluppo, i vagoni di testa hanno accelerato e i vagoni di coda si sono staccati per strada. È l’immagine che usò il subcomandante Marcos nel lontano 1994 ponendosi alla guida di un piccolo esercito di indios armati di frecce per occupare i comuni di alcune città del Chiapas. La prima rivolta contro la globalizzazione, considerata, con un po’ di paternalismo, come un segno di un mondo che scompariva. Da allora, oltre agli indios, sono stati piegati anche gli operai e la classe media. Hanno perso reddito, prestigio, dunque “sovranità”. Ed ecco l’elezione del primo Trump, la vittoria della Brexit, la crisi delle idee europee, il nuovo culto degli uomini forti trainato dalla rabbia delle tante periferie geografiche ed esistenziali.

Da tempo è tutto squadernato sotto i nostri occhi. La trasformazione tecnologica ha mutato il modo di lavorare e pensare, la globalizzazione ha allargato la forbice delle disuguaglianze, il lavoro si è fatto precario. C’è un “mondo di sopra” che vive il cambiamento come opportunità di crescita. Ma c’è una maggioranza di cittadini che tutto ciò lo subisce e lo vive come una minaccia. Ha paura di perdere le sue certezze e chiede protezione, finita l’era della redistribuzione. Qui le radici del richiamo revanscista della destra, che ha risposto alla crisi dello Stato nazione col nazionalismo, alla perdita di sovranità col sovranismo, alla rabbia del popolo col populismo.

Forse è anche utile, quantomeno per sollecitare la discussione, il contributo di prosperità proposto da Gianrico Carofiglio. Prima, però, di una tassa è necessaria una politica che si misuri con questo senso comune: la paura. Sentimento piuttosto comprensibile, visto quello che è successo: la più lunga crisi economica della storia contemporanea, poi la pandemia, riconquistata la normalità, ecco le guerre. Ci mancano solo le cavallette. In compenso si sciolgono i ghiacciai (anche il clima è politica). Da anni il mondo entra in casa come ansia.

Non basterà agitare le nobili bandiere della Costituzione contro ibarbari, o la denuncia moralisteggiante o qualche misura di buongoverno se non ci si misura con le radici storiche di quelle paure, dalla sicurezza dei confini alla nuova fase del capitalismo. Il dogma per cui il mercato, lasciato a sé stesso, distribuisce da solo i frutti del progresso è caduto. La partita vera, semmai, oggi è quale ruolo dello Stato: quello che entra nel capitale per potere o quello che governa la trasformazione per il bene comune. Uno Stato muscolare e verticale, che si allea con i monopoli tecnologici o quello democratico che programma lo sviluppo nell’interesse generale. Non tamponi, ma politica.

C’era una volta la globalizzazione. La differenza tra destra e sinistra è sul “come” si garantisce “protezione”. Se, dopo questa transizione tra un mondo che non c’è più e un altro che non c’è ancora, il mercato tornerà sovrano o se la politica saprà riprendersi il compito di dirigerne lo sviluppo. La storia continua. Non è finita nell’89 quando ci si illuse che avremmo vissuto in un mondo più ricco e pacificato.

Nell’immagine: 2 ottobre, manifestazioni studentesche a Tolosa


La rivolta della società senza welfare

 

Di Ezio Mauro, La Repubblica

Dopo aver dominato la scena pubblica per quarant’anni, il politico si trova oggi a dover fare i conti con un nuovo attore che gli contende il campo: il sociale. L’ideologia estenuata dai conflitti del Novecento non riesce a infiammare il secolo e in America si consuma nell’autocombustione perpetua della controrivoluzione Maga, sufficiente a mettere in crisi il vecchio ordine mondiale, ma incapace di costruire il nuovo. La politica non ha gli strumenti per governare la dimensione sovranazionale delle crisi, è disarmata.

Così è la vita stessa delle persone a venire in primo piano senza filtri e deformazioni, a mostrarsi e rivelarsi conquistando attenzione, chiedendo tutela, pretendendo riscatto: cioè facendosi politica, direttamente. Il discorso pubblico si concretizza e si materializza come alla fine dell’Ottocento, quando le culture politiche nascevano dalle cose che si scoprivano vivendo, i diritti scaturivano dai bisogni, il lavoro trasmetteva identità e favoriva una presa di coscienza.

Vediamo movimenti di protesta che tornano a mobilitare le piazze, gli studenti in Francia tra incendi, violenze e richieste di un’istruzione migliore, le tende di centinaia di persone a Madridper protestare contro lo sfratto di una donna di 87 anni portata via in barella dalla casa dove viveva dal 1956 e diventata il simbolo del diritto ad abitare, gli scioperi e le agitazioni negli ospedali italiani, con i medici che fuggono ovunque dal sistema sanitario pubblico (le dimissioni sono aumentate del 150 per cento in un anno) per la forbice tra le condizioni di lavoro critiche e gli stipendi non allineati all’Europa.

Guardiamo queste tre ultime esplosioni del sociale con uno sguardo d’insieme, cercando il loro significato generale. Casa, salute, scuola: sono i tre cardini di quel sistema di tutele chiamato welfare che ha protetto la nostra crescita nel dopoguerra e che oggi rivela tutti gli strappi nella sua rete, incapace di garantire quel che ha promesso negli anni del benessere.

Logorato dai tagli, inaridito dal calo di natalità, svuotato dall’allungamento della vita, ciò che resta di quel grande compromesso tra il capitale e il lavoro sembra ormai giunto al capolinea. È esattamente un welfare a pezzi quello che ci presenta il conto delle disfunzioni che si trasformano in rabbia, annunciando il vero pericolo che ci attende, cioè la rottura della coesione sociale che in Italia ha retto miracolosamente, mentre è già venuta meno la coesione culturale e quella istituzionale vacilla.

Un welfare a piccole porzioni residuali, scollegate tra di loro, senza più un disegno comune capace di tenerle insieme non soltanto in funzione di ammortizzatore sociale, ma come conferma di una cultura europea, addirittura espressione di una civiltà capace di superare la compassione nella condivisione e di trasformare la beneficenza in solidarietà.

La sensazione è d’impoverimento, di sottrazione, di indebolimento di una rete di tutela che credevamo naturale, dunque eterna. Il lavoro si è polverizzato nel vortice della mondializzazione, sfuggendo a ogni organizzazione di sé in forma sindacale o politica. Il capitale si è autonomizzato nell’accelerazione dell’innovazione, fino alla tentazione vertiginosa di attraversare il campo, in un’inedita fusione tra tecnica e politica nel nuovo mondo dischiuso dall’intelligenza artificiale.

Anzi, è successo qualcosa di più: capitalismo e managerialità si associano e mettono in comune la difesa del patrimonio e della competenza, saldandoli per dare forma ad una nuova élite che non ha più bisogno di collegarsi con le altre categorie sociali perché basta a sé stessa.

Questa autosufficienza degli interessi scioglie i vincoli di società nati nel dopoguerra e ancora attivi fino all’inizio del secolo, liberando una nuova superclasse in alto e lasciando alla deriva in basso una sottoclasse sganciata da qualsiasi destino comune del Paese, già sospinta sul margine della società, più fuori che dentro: esclusa.

La novità è che nel mezzo della scala sociale oggi galleggia un ceto medio che non trova più ascensori per i piani superiori, mentre teme di essere risucchiato dal basso. È su questo ceto, infatti, che si scaricano direttamente gli effetti della nuova insicurezza addirittura mondiale, con le guerre, la rottura degli equilibri internazionali, la scomparsa degli organismi di garanzia: tutti elementi che insieme con la rottura del rapporto tra lavoro e sicurezza sottraggono al ceto medio il futuro, cioè il vero orizzonte da conquistare per migliorare la condizione della propria famiglia, proiettando i figli oltre sé stessi nella fiducia di un approdo possibile, attraverso il lavoro, la scuola e la conoscenza, il risparmio, in una tensione al traguardo che dava un senso all’esistenza e alla trasmissione generazionale.

Mobile per definizione, il ceto medio sente di essersi fermato, arenato, come davanti ad un blocco sociale. Avverte che la crescita non lo riguarda, che il progresso lo sollecita come consumatore ma non lo interpella come persona, che l’istruzione non lo garantisce, che la sua competenza rischia la svalutazione davanti ai nuovi saperi, che il posto di lavoro non sostiene più una vita. Smarrisce la fiducia e perde l’orizzonte.

Sostenitore tipico dell’ordinamento sociale quando pensava di poterlo scalare, comincia a rifiutarlo oggi che si sente confinato nella medietà: da strumento cosciente del consenso al sistema diventa un soggetto critico e instabile, sospettoso perché esposto, geloso di ciò che ha, egoista di quel che c’è, guardingo nei confronti di chi arriva nel suo spazio, che sente ristretto. C’è da stupirsi se ascolta la voce delle sirene anti-sistema, dell’antipolitica, del populismo, del sovranismo, della chiusura nazionalistica?

In cambio della sua rabbia ingegnerizzata in politica gli offrono un colpevole (le élite), un nemico (lo straniero), una vendetta (la rottura del sistema). Non lo emancipano, anzi coltivano il suo rancore, perpetuandolo: ma gli trasmettono un segno di riconoscimento, che è ciò che più oggi gli manca. Perché l’impoverimento che lo inquieta non è solo economico, ma sociale, culturale, morale e dunque politico: l’offerta di cittadinanza che gli arriva dallo Stato è così bassa che lo spinge a non accettarla, rifugiandosi nell’astensione o vendicandosi con l’illusione dell’antipolitica.

Certo, politicamente tocca alla sinistra andarsi a riprendere questi cittadini declassati: ma nella società, intanto, non tocca al ceto più fortunato, più innovatore, più dotato di risorse, riannodare il filo che lega l’élite al resto del Paese, ristabilendo il vincolo perduto e l’equilibrio sociale?

Capace di accelerazioni straordinarie e immaginifiche il tecno-capitalismo rischia di non accorgersi che la prova più importante che ha davanti a sé è proprio questa: ricostruire una democrazia sociale che tenga insieme il Paese, mentre la democrazia politica è in crisi. Ma il capitalismo sente una responsabilità nei confronti della democrazia? Essere classe dominante è più facile che essere classe dirigente.

Nell’immagine: Lione, 2 ottobre: il corteo dei liceali


L’Iran ha fatto più danni nelle basi statunitensi di quanto Trump abbia ammesso

 

Di upg, Infosperber

Il 15 settembre scorso l’emittente statunitense CBS ha riferito: «Nuove foto, in esclusiva per CBS News, mostrano per la prima volta l’entità dei danni e delle distruzioni subiti da edifici e veicoli in diverse basi statunitensi in Medio Oriente, causati dagli attacchi iraniani con missili e droni.

Le immagini sono state fornite alla CBS News da militari in servizio attivo a condizione di rimanere anonimi, poiché all’interno delle forze armate vigono rigide restrizioni sui media.

«Si tratta di danni ingenti alle nostre basi, di cui l’opinione pubblica americana non è stata finora informata», ha dichiarato alla CBS News un soldato in missione. «Stiamo lì con gli occhi chiusi e ci lasciamo prendere a schiaffi in faccia.»»

La CBS cita un nuovo rapporto del Dipartimento della Guerra sulla guerra in Iran. I costi della guerra in Iran avrebbero raggiunto i 33,4 miliardi di dollari alla fine di giugno. Di questi, 3,7 miliardi riguarderebbero «perdite di equipaggiamento» – senza contare i costi di riparazione. In un rapporto obbligatorio presentato per la prima volta in questa forma al Congresso, l’ispettore generale del Dipartimento della Guerra ha aggiunto che il Comando Centrale degli Stati Uniti ha segnalato attacchi iraniani contro basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq, Oman e Giordania.

Ecco due immagini pubblicate dalla CBS:

Sulle guerre aleggia una fitta nebbia di disinformazione

Estratti dal commento dell’editorialista del «New York Times» David French

«L’amministrazione Trump ha condotto questa guerra in modo diverso rispetto a quanto era consuetudine per i precedenti presidenti. Non solo ha attaccato l’Iran senza un vero dibattito pubblico, senza l’approvazione del Congresso e senza una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU, ma ha anche condotto la guerra nel bel mezzo di una campagna contro i media come non si era mai vista nella storia recente degli Stati Uniti.

Come riportato la scorsa estate dalla «Columbia Journalism Review»: «Le conferenze stampa sono rare. Pete Hegseth, il cosiddetto “ministro della guerra”, risponde solo alle domande dei media a lui favorevoli. Nessuna delle grandi testate giornalistiche ha giornalisti integrati nelle unità militari statunitensi in Medio Oriente. Le fonti del Pentagono parlano sempre meno con i giornalisti, per paura di ritorsioni da parte del governo.»

Di conseguenza, nelle prime settimane di guerra gli americani non hanno avuto modo di valutare l’andamento dei combattimenti, se non attraverso comunicati stampa contraddittori e dichiarazioni delle due parti in conflitto. Data la propensione del governo statunitense a mentire, non avevamo alcuna possibilità di informarci sull’andamento delle operazioni belliche.

La nebbia della guerra è sempre fitta, e diventa ancora più densa a causa della segretezza necessaria per occultare le operazioni belliche.

Tuttavia, in questo conflitto abbiamo assistito a un livello di segretezza, inganno e vera e propria propaganda tale da rendere praticamente impossibile scoprire la verità – finché, alla fine, la combinazione di informazioni trapelate e foto satellitari commerciali non ha reso impossibile per il governo mantenere la propria versione dei fatti.

È una questione di buon senso – e qualcosa che forse il presidente Trump imparerà già nel novembre di quest’anno: iniziare una guerra senza il sostegno dell’opinione pubblica (per non parlare poi di condurla dietro un velo di segretezza e menzogne) rende molto meno probabile che la nazione trovi la volontà di vincere.

Perché vincere le guerre richiede sacrifici. Se non si prepara la popolazione a compiere sacrifici (per non parlare poi di convincerla che tali sacrifici sono necessari), allora si rischia di perdere la guerra.

La guerra di Trump sta vacillando e fallendo, almeno in parte, proprio perché ha aggirato il processo costituzionale. Una nazione indignata (e alleati indignati) non è disposta a sopportare il peso di una battaglia che non ha voluto e che le è stata imposta senza il suo consenso.

«60 Minutes» ha mandato in onda un’intervista con il pilota americano abbattuto, che è stato salvato insieme ad altri dal cuore dell’Iran. È una storia straordinaria di coraggio ed eccellenza professionale.

Ma questa non è affatto l’unica storia della guerra in Iran. Quando vedo immagini di basi distrutte e aerei ridotti in pezzi, so che altri americani hanno vissuto esperienze completamente diverse. Dobbiamo essere informati anche su queste.»

Traduzione a cura della redazione
Nell’immagine: la coda distrutta di un Boeing E-3 Sentry, su cui era installato un radar rotante indispensabile per la raccolta di dati di ricognizione aerea


“La macchina che avrà letto tutto” – Ci siamo cascati anche noi

 

Questo è il preteso testo di una “Bustina di Minerva” (la rubrica di Umberto Eco sull’Espresso) che sarebbe stata pubblicata l’11 aprile 2010, nella quale il grande studioso e scrittore italiano sembrava prevedere con notevole acume l’evoluzione delle tecnologie digitali che poi si è effettivamente verificata. Pubblicato da noi in un primo momento come autentico, l’articolo si è presto rivelato essere una raffinata operazione del massmediologo Ciro Ascione, già noto per le sue provocazioni telematiche, che ha utilizzato proprio l’intelligenza artificiale per creare un intricato caleidoscopio nel quale verità e artificio si rispecchiano all’infinito in modo inestricabile. Un gioco raffinato nel quale sono caduti autorevoli intellettuali, nonché la nostra modesta redazione, che tuttavia conferma le preoccupazioni che già lo stesso Umberto Eco aveva espresso sull’Espresso 16 anni fa (o no?)


Mi è capitato di leggere che alcuni ricercatori americani stanno lavorando a programmi capaci non di trovare parole in grandi archivi, cosa che Google già fa con risultati talora miracolosi e talora comici, ma di rispondere a domande formulate in linguaggio normale.

Non so se la notizia sia vera, perché Internet ci consente ormai di verificare una notizia falsa consultando altri dieci siti che l’hanno copiata dalla stessa fonte; ma poniamo che sia vera.

Da quando esistono i calcolatori si fantastica sulla macchina intelligente e, poiché noi siamo intelligenti e abbiamo passioni e nevrosi, immaginiamo che una macchina, per esserlo davvero, debba prima o poi innamorarsi, ribellarsi o uccidere i propri costruttori. È il modello di HAL 9000, e funziona benissimo al cinema. Sospetto invece che la macchina veramente interessante non sarà quella che vorrà ucciderci, bensì quella che saprà continuare una frase.

Immaginiamo che fra quindici o vent’anni esista un apparecchio collegato, attraverso qualche evoluzione della rete telefonica, a immense biblioteche elettroniche nelle quali siano stati riversati milioni di libri, giornali, enciclopedie e naturalmente sciocchezze. Gli faremo una domanda e quello costruirà una risposta. Google, almeno per ora, ci dice dove potrebbero stare le risposte e ci costringe ancora a scegliere e capire; la nuova macchina ci darà invece direttamente la risposta.

Se le domandassi chi fu il maestro di Tommaso d’Aquino, mi direbbe Alberto Magno; se poi le chiedessi che cosa pensasse Tommaso di Aristotele e di riassumere tutto per un ragazzo di quattordici anni, continuerebbe a rispondere senza perdere la pazienza. E qui comincerebbero i problemi, perché la macchina non saprebbe chi fosse Tommaso d’Aquino nel senso in cui diciamo che un uomo sa qualcosa di Tommaso d’Aquino; avrebbe però incontrato tante volte parole come Tommaso, Aristotele, essere, essenza, Dio e Domenicani da poter produrre successioni di frasi estremamente plausibili.

Si obietterà che una successione plausibile di parole non è pensiero, e l’obiezione è rispettabile, anche se chiunque abbia partecipato a una riunione di facoltà sa che molti esseri umani riescono benissimo nella stessa impresa. La faccenda diventa più interessante se domandiamo alla macchina qualcosa che non esiste. Poniamo che io le chieda notizie sul filosofo bizantino Teofrasto di Melitene, morto nel 1173 e autore di un De natura speculorum. Una macchina ben educata dovrebbe rispondere che non ne trova traccia; ma una macchina costruita soprattutto per produrre continuazioni plausibili potrebbe informarci che il trattato fu composto tra il 1158 e il 1162, che ne sopravvive un manoscritto alla Biblioteca Marciana e che fu citato da Michele Psello. Psello era già morto, ma questo è un particolare. Se poi chiedessimo la segnatura del manoscritto, potrebbe fornirne una falsa e perfettamente ben formata.

Gli uomini hanno sempre prodotto falsi, ma per fare un buon falso bisognava conoscere molto bene il vero; la nuova macchina potrebbe invece democratizzare il falso, consentendo a una persona che non sa nulla di paleografia di fabbricare in pochi minuti una disputa erudita su un codice inesistente, note a piè di pagina comprese.

Ciò avrebbe effetti curiosi nella scuola. Lo studente a cui venisse assegnato un tema su Pascoli potrebbe chiedere alla macchina di scriverglielo e l’insegnante, almeno nei primi tempi, se ne accorgerebbe perché il testo sarebbe troppo corretto e pieno di frasi come «in conclusione possiamo dunque affermare». Gli insegnanti inventerebbero sistemi per riconoscere i testi artificiali, al che gli studenti chiederebbero semplicemente alla macchina di introdurre quattro errori, due banalità e un’opinione personale.

Se poi la macchina imparerà leggendo Internet, prima o poi leggerà testi prodotti da altre macchine. Una inventerà una sciocchezza, cento siti la riprenderanno, un’altra troverà quelle cento attestazioni e concluderà che la sciocchezza deve essere vera. Nel Medioevo occorrevano secoli perché una falsa reliquia producesse una tradizione; alla macchina potrebbero bastare tre pomeriggi.

Naturalmente sto fantasticando. Può darsi che nel 2030 i calcolatori siano ancora incapaci di scrivere una cartolina decente e probabilmente, se queste macchine arriveranno, saranno grossi apparecchi da scrivania, perché non riesco a immaginare che qualcuno possa desiderare di discutere di Aristotele attraverso un telefono.

Ma se arriveranno, il problema non sarà stabilire se pensino davvero, bensì capire che cosa accadrà quando ci saremo abituati a trattare come pensiero tutto ciò che possiede la forma esteriore del pensiero. Il che, a ben vedere, non sarebbe una novità. Lo facciamo già con molti libri. E persino con qualche persona.

Nell’immagine: Umberto Eco nella nota caricatura di Tullio Pericoli


Naza, il riscatto della realtà

 

Di Massimo Giannini, La Repubblica

Possiamo solo immaginare il dolore che prova il popolo di Israele e quello della Diaspora, alla vigilia del terzo anniversario del terribile pogrom del 7 ottobre 2023. Niente può cancellare il ricordo di quei 1300 innocenti, massacrati dai tagliagole di Hamas solo “perché ebrei”, mentre ballavano in un rave party, preparavano la colazione in un kibbutz, giocavano in giardino, andavano a scuola. Uomini sgozzati, donne stuprate, neonati bruciati nei forni di cucina, muri imbrattati da una preghiera svilita a inno della morte: Allah Akbar. E poi il trauma nel trauma, i 250 rapiti, carne da macello nelle mani insanguinate di Yahya Sinwar. Ma ora nei cinema spopola Naza. Molto più che un film: l’autodafé di una nazione, che mentre si prepara a commemorare la sua immane tragedia non può più ignorarne un’altra, uguale e contraria. Tre anni di sterminio dei palestinesi di Gaza, programmato dall’apparato militare-digitale israeliano. Più di 70 mila morti, annientati anche grazie all’Intelligenza artificiale che nella caccia al terrorista nascosto tra i civili applica un suo macabro dispositivo: colpirne uno, sterminarne trecento. La macchina che decide, vita o morte. La disumanizzazione finale, non solo delle vittime ma pure dei carnefici.

I registi Yuval Abraham e Rachel Szor, al chiodo che spacca il cuore del popolo ebraico, hanno aggiunto il tarlo che ne rode la coscienza. Non può farlo smettere Netanyahu con i suoi truci anatemi al Palazzo di Vetro, “salutati” dalle delegazioni che escono e da Yedioth Ahronoth che titola “Bibi difende Israele all’Onu, ma parla a un mondo che non lo ascolta più”. E nemmeno l’Idf con il suo contro-documento, che per smentire il film parla di “quadro distorto, fuorviante e disonesto” e in fondo sa dire solo alle opinioni pubbliche scioccate “fidatevi di noi”. Magari si potesse. La storia è nota. Naza, acronimo di Nezek Agavi, vuol dire “danno collaterale”, margine di vittime civili considerato tollerabile in ogni singolo attacco. Ventiquattro soldati e ufficiali dell’intelligence che al buio, sui tetti di Tel Aviv, raccontano che nella Striscia usando l’algoritmo hanno tollerato fino a 300 “danni collaterali” per ogni terrorista ucciso. Spiegano che per procedere bastava un clic, che per i cecchini sparare su donne e bambini in fila per il cibo era come un videogame. Di fronte a tutto questo, dobbiamo chiederci dove siamo stati noi — Occidente, Europa, Italia — in tutti questi anni. Mentre l’orrore si consumava sotto i nostri occhi, se solo li avessimo tenuti aperti.

Dove eravamo a dicembre 2023, due mesi dopo il pogrom, quando Yuval Abraham pubblicava la sua prima inchiesta-shock su +972 Magazine e Local Call. “L’esercito israeliano ha autorizzato il bombardamento di bersagli non militari con un sistema di IA per generare un numero senza precedenti di potenziali bersagli… Nulla accade incidentalmente, quando una bambina di tre anni è uccisa in una casa a Gaza è perché qualcuno dell’esercito ha deciso che valeva la pena pagare quel prezzo per colpire un altro obiettivo… C’è un sistema chiamato Habsora basato sull’IA… è una fabbrica di omicidi di massa”. Dove eravamo a settembre 2024, quando Meron Rapaport su Sikha Mekomit riferiva le parole dell’ufficiale-capo di una missione per liberare 4 ostaggi israeliani, durante la quale sono stati uccisi 270 civili palestinesi: “Chi non è fuggito, anche se disarmato, per noi era un terrorista: tutti quelli che abbiamo ucciso dovevano essere uccisi”. Dove eravamo ad aprile 2024, quando il Guardian svelava le letali meraviglie del sistema Lavender, che nell’individuazione dei miliziani di “basso rango” ha moltiplicato oltre quota 20 la soglia dei Naza, mentre negli attacchi contro funzionari di “alto rango” di Hamas “ha ritenuto accettabile che fossero uccisi anche più di cento civili”. Un militare rivelava: “Impiegavo venti secondi per ogni obiettivo, e ne facevo decine ogni giorno, non avevo valore aggiunto in quanto essere umano, servivo solo da timbro di approvazione… Facevamo un calcolo di quanti se ne potevano uccidere per un comandante di brigata, quanti per un comandante di battaglione, e così via… c’erano regole, ma erano molto elastiche… Abbiamo ucciso centinaia di persone, anche migliaia, cose mai accadute prima”. E dove eravamo tra il 2019 e il 2023, quando le truppe di Tsahal seppellivano col cemento le sorgenti d’acqua dei contadini palestinesi e “liquidavano” senza pietà lo storico villaggio di Masafer Yatta in Cisgiordania, abbattendo case, scuole, ambulatori, per fare spazio ai coloni.

Dobbiamo chiederci perché dopo tre anni di ipnosi collettiva è servito il cinema a risvegliarci e a riavvolgere la pellicola della realtà. Prima No other land, adesso Naza: due prove di coraggio, che hanno rotto il velo pavido della realpolitik. Non abbiamo ascoltato Gideon Levy, che dal 2024 ci avvisava sui pericoli del “patriottismo barbarico che rialza la testa in Israele”. Non abbiamo dato retta a Masha Gessen, che da novembre 2025 ci sbatte in faccia l’ipocrisia del nostro doppio standard: giustamente intransigenti con i crimini di guerra di Putin in Ucraina, tra sanzioni, embarghi e moratorie, inopinatamente tolleranti con i crimini di guerra di Netanyahu, “compiuti con il sostegno delle principali potenze occidentali”. È anche così che abbiamo ucciso il diritto internazionale, disonorando la promessa di Norimberga, la Corte Internazionale di Giustizia, la Corte Penale Internazionale. Ferrivecchi arrugginiti e rottamati dall’America di Trump, che all’amico Bibi non ha mai lesinato aiuti, e dall’Europa dei 27, che finora ha solo balbettato. Siamo andati col cappelluccio Maga in mano alla parata farlocca del Board of Peace, che doveva disarmare Hamas e invece è più armata di prima. E abbiamo taciuto quando quel losco comitato d’affari, per motivi di “sicurezza nazionale”, ha vietato ai ragazzini palestinesi di far volare gli aquiloni nel cielo sopra a Gaza.

Chi siamo noi occidentali, adesso, per dare lezioni di giustizia e di democrazia al resto del mondo? Noi che abbiamo il nostro decalogo di “guerre giuste”, noi che pratichiamo la pena di morte, come i talebani a Kabul e i Guardiani della Rivoluzione a Teheran? Noi italiani, poi, guidati da una destra che per saldare i conti del fascismo si oppone a Roma al riconoscimento dello stato di Palestina e a Strasburgo alla sospensione degli accordi di partenariato con Israele, mentre la sinistra si spacca su un disegno di legge perché non sa capire la differenza tra l’odio contro il popolo ebraico e la critica legittima al governo che lo comanda. Così, senza che nulla cambi, anche Naza passerà, insieme all’anniversario del 7 e alle elezioni del 27 ottobre, ultima speranza per mandare a casa, insieme a Bibi, gli Smotrich e i Ben Gvir, ultrà messianici convinti di fare della Terra Santa la “Nuova Sparta”. E come dice Anna Foa, continueremo a far calare lo stigma dell’antisemitismo su chiunque osi contestare non dico il genocidio, ma anche solo la pulizia etnica praticata da Netanyahu. Continueremo a concedere tutto a Israele, perché è “lo Stato degli ebrei”. Senza capire, come diceva George Steiner, che dopo la Shoah essere ebreo vuol dire essere “un po’ più uomo”.


Brasile, l’assalto alle terre indigene nonostante Lula

 

Di Claudia Fanti, il manifesto

Con le presidenziali in Brasile ormai alle porte – il primo turno sarà il 4 ottobre – i popoli indigeni hanno ben pochi motivi per guardare al futuro con speranza. Se, dopo l’inferno del governo Bolsonaro, era lecito attendersi, sotto il terzo mandato di Lula, certo non il paradiso ma perlomeno l’inizio di un nuovo capitolo, nulla come l’ultimo rapporto del Consiglio indigenista missionario (Cimi) sulla Violenza contro i popoli indigeni in Brasile mostra quanto la loro fiducia fosse malriposta.

TRA I PROVVEDIMENTI LEGISLATIVI di un Congresso in guerra permanente contro i loro territori tradizionali, le decisioni di un potere giudiziario incline a scendere a patti anche sulla Costituzione e le omissioni di un governo mai disposto ad alzare le barricate in nome dei loro diritti, il risultato poteva essere uno solo: l’aumento, nel 2025, tanto del numero di conflitti territoriali quanto di quello di omicidi e di suicidi.

L’ANNO ERA INIZIATO APPENA da qualche giorno quando, in un attacco armato contro il popolo Avá-Guarani nel territorio indigeno Tekoha Guasu Guavirá, un’area in fase di demarcazione nella regione ovest del Paraná, quattro indigeni venivano feriti a colpi d’arma da fuoco: uno di loro, colpito alla colonna vertebrale, avrebbe perso l’uso delle gambe. A marzo, il pataxó Vitor Braz veniva assassinato nel territorio indigeno di Barra Velha do Monte Pascoal, nell’estremo sud dello stato della Bahia, nel quadro della lotta dei Pataxó per il riconoscimento del territorio ancestrale. Stesso destino, a novembre, e nello stesso contesto, per il guarani kaiowá Vicente Fernandes, ucciso nel territorio indigeno di Iguatemipegua I, nel Mato Grosso do Sul.

TRE CASI, TRA I TANTI REGISTRATI lo scorso anno, avvenuti tutti in aree indigene già ufficialmente delimitate dallo Stato, ma i cui processi di demarcazione sono in attesa di conclusione da oltre un decennio, con buona pace del dettato costituzionale che obbligava a consegnare ai popoli originari le terre tradizionalmente occupate – senza alcun limite temporale – entro cinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione, vale a dire entro il 1993.

EMBLEMATICO E’ IL CASO del Territorio Indigeno di Sararé, nel Mato Grosso, abitato dal popolo Nambikwara. Se il rapporto del Cimi del 1996 mostrava in copertina la fotografia di un enorme cratere provocato dai minatori illegali in quell’area indigena, trent’anni dopo la stessa terra dei Nambikwara è ricomparsa in copertina proprio per evidenziare l’aumento dell’attività mineraria illegale nella regione, con tutto ciò che ne deriva: foreste e fiumi trasformati in deserti di fango, comunità destabilizzate, maggiore esposizione a malattie e droghe, crescita dell’insicurezza all’interno degli stessi territori.

UN’INSICUREZZA FISICA, psicologica e giuridica – strettamente legata alla legge del marco temporal (14.701/2023), che riconosce il diritto alla terra solo ai popoli originari in grado di dimostrare la loro presenza nell’area rivendicata al momento della promulgazione della Costituzione, il 5 ottobre del 1988, come se tutto il processo di espulsioni violente e di massacri realizzato prima e durante (e anche dopo) il regime militare non avesse mai avuto luogo. Non a caso, dalla sua entrata in vigore nel 2023, la legge ha ostacolato nuove demarcazioni, supportato le azioni degli invasori e intensificato la violenza contro le comunità.

LA CORTE SUPREMA, IN REALTA’, aveva già dichiarato incostituzionale la tesi del marco temporal, pur cercando di ammansire i latifondisti con il riconoscimento del diritto dei «proprietari in buona fede» a ricevere un indennizzo corrispondente al valore dell’intera proprietà. Ma, alla mano tesa dei giudici, l’onnipotente bancada ruralista aveva reagito approvando comunque la legge alla fine del 2023; annullando poi l’anno successivo gran parte dei veti che Lula aveva posto sul provvedimento nel tentativo – timido e tardivo – di limitare i danni; e infine dando via libera alla fine del 2025, per il momento solo al Senato, a una Pec (proposta di emendamento costituzionale) per blindare il limite del 1988 direttamente nella Costituzione.

UN GUANTO DI SFIDA, quello lanciato dal Congresso, che la Corte suprema ha raccolto senza alcuna fretta – ad oggi il processo sull’incostituzionalità della legge 14.701 non si è ancora concluso – dopo aver addirittura creato una commissione di conciliazione allo scopo di «armonizzare le diverse visioni», come se avessero pari dignità di fronte alla Costituzione. E oltretutto mostrando una certa disposizione a confermare, al di là della nuova bocciatura del marco temporal, molte delle disposizioni più gravi della legge e addirittura a proporne altre altrettanto problematiche e così rendendo ancor più difficile, per i popoli indigeni, prendere effettivamente possesso delle terre tradizionalmente occupate.

SE LA RISPOSTA DELLA CORTE SUPREMA è debole, le pressioni economiche sui popoli originari sono invece fortissime, che si tratti della regolamentazione dell’attività mineraria, della costruzione di grandi progetti infrastrutturali (come la pavimentazione della strada federale BR-319 che collega Manaus a Porto Velho) o dell’esplorazione di gas e petrolio (come nella foce del Rio delle Amazzoni).

NON SORPRENDE DUNQUE che, stando al rapporto del Cimi, i conflitti territoriali siano saliti a 169, coinvolgendo 143 aree indigene in 23 Stati del Brasile, rispetto ai 154 dell’anno precedente. E che almeno 151 territori indigeni – di cui 88 già regolarizzati – abbiano registrato invasioni da parte di taglialegna, cacciatori e pescatori, sfruttamento illegale di risorse naturali e danni vari alla proprietà, compresi quelli che pure erano stati precedentemente oggetto di operazioni di sgombero su larga scala, a conferma della cronica mancanza di strutture permanenti per il monitoraggio e la protezione delle aree indigene. Né sono stati risparmiati i corsi d’acqua, minacciati, in almeno 46 territori, dal drenaggio dei fiumi per l’irrigazione di monocolture, dall’estrazione mineraria illegale e dalla contaminazione da pesticidi.

MA E’ PROPRIO TUTTO A ESSERE peggiorato: dopo la flessione registrata nel 2023, è tornato a salire il numero dei morti – dai 211 del 2024 ai 258 dell’anno scorso, peggio che sotto il governo Bolsonaro – come pure è cresciuto quello dei suicidi, passati da 208 a 215, con una maggiore incidenza tra gli indigeni di età compresa tra i 20 e i 29 anni (41%) e fino a 19 anni (34%). E lo stesso vale per i decessi di neonati e bambini indigeni fino a 4 anni di età: 1.024 casi, per cause in gran parte evitabili, rispetto ai 922 dell’anno precedente.

Nell’immagine: indigeni brasiliani e attivisti ambientali manifestano per l’Amazzonia


F-35: prima hanno mentito a tutti, poi sono stati ricompensati con incarichi dirigenziali

 

Di Urs P. Gasche, Infosperber

Quando alti funzionari ambiscono a incarichi redditizi nel settore privato, si adoperano per ingraziarsi l’azienda desiderata.

Un caso esemplare è quello di Darko Savic. Fino a poco tempo fa era il «Mister aerei da combattimento» presso il Dipartimento federale della difesa (DDPS). Lì era responsabile di progetto del programma di approvvigionamento dell’F-35.

Savic aveva negoziato con gli Stati Uniti, conosceva tutti i dettagli del contratto di acquisto e lo aveva cofirmato. Ciononostante, ha mentito ai suoi superiori per ben due volte:

  1. il prezzo di acquisto sarebbe stato fisso.
  2. Per i costi operativi ci sarebbe stato un contratto pluriennale fino al 2040. Se la manutenzione fosse risultata più costosa di quanto concordato, gli Stati Uniti avrebbero dovuto farsene carico.

Grazie alla menzogna sui costi «al massimo di 6 miliardi di franchi»*, diffusa anche dalla consigliera federale Viola Amherd, l’elettorato svizzero aveva approvato l’acquisto degli aerei da combattimento con una maggioranza risicata del 50,1 per cento dei voti.

In realtà, la votazione dovrebbe essere ripetuta.

Pilatus AG e Savic sono i vincitori

Chi se la ride sotto i baffi è la Pilatus Flugzeugwerke AG. Infatti, lo stabilimento di Stans beneficia di accordi di compensazione molto redditizi. Lockheed Martin, produttore dell’F-35, si impegna a compensare il 60 per cento del valore del contratto – pari a circa tre miliardi di dollari – attraverso commesse e collaborazioni con aziende svizzere. Almeno il 20 per cento di tale importo deve essere direttamente collegato all’acquisto dell’F-35.

Nell’aprile 2025 Armasuisse ha annunciato l’approvazione di un progetto di offset tra Pilatus e Lockheed Martin: Pilatus ottiene l’accesso alla tecnologia dell’F-35A da Lockheed Martin per sviluppare congiuntamente un sistema di addestramento dei piloti all’avanguardia di nuova generazione, basato sul proprio velivolo da addestramento PC-21.

Grazie a questo know-how, in futuro Pilatus potrà offrire ai propri clienti – ovvero le forze aeree di tutto il mondo che utilizzano l’F-35 o altri jet da combattimento di quinta generazione – soluzioni di addestramento su misura. Ciò offre a Pilatus nuove opportunità di vendita per la piattaforma PC-21.

Darko Savic ha ottenuto un incarico dirigenziale

L’uomo che ha orchestrato l’accordo sull’F-35 e ha mentito al Consiglio federale e all’opinione pubblica per suggellare l’accordo con un referendum di successo – quest’uomo è stato ricompensato dalla Pilatus Aircraft con un lucroso incarico dirigenziale. Ora è «Director Program Management Business Aviation» presso Pilatus Aircraft Ltd. Savic ha lasciato il DDPS alla fine di aprile 2025 e ha assunto il suo incarico presso Pilatus il 1° giugno 2025.

Il Parlamento non ha mai voluto sentire parlare di un periodo di attesa più lungo per gli alti funzionari. Questi ultimi possono continuare ad assumere immediatamente un incarico presso un’azienda che in precedenza erano tenuti a vigilare o a regolamentare.

Numerosi Paesi impediscono questo tipo di conflitti di interesse dalle gravi conseguenze. La Francia ha fissato a tre anni dal termine del mandato il periodo di attesa (cooling-off period) per il passaggio di politici di spicco e alti funzionari al settore privato (denominato «Pantouflage», in italiano «effetto porta girevole»). Questa norma è vigilata e applicata da un’autorità costituzionale indipendente, la Haute Autorité pour la transparence de la vie publique.


Passaggi delicati anche nel settore farmaceutico

Dalla scrivania amministrativa direttamente al settore privato: anche nel settore farmaceutico questo cosiddetto «effetto porta girevole» rappresenta un problema. O un vantaggio, a seconda della prospettiva da cui lo si guarda.

L’organizzazione senza scopo di lucro Public Eye ha elencato alcuni esempi:

  • Un vicedirettore dell’Ufficio federale della sanità pubblica (UFSP), responsabile dell’assicurazione malattia e infortuni, diventa amministratore delegato di una cassa malati privata senza alcun periodo di attesa.
  • Un farmacista lavora per dieci anni come esperto in questioni normative per un gruppo farmaceutico, passa poi per un anno e mezzo all’UFSP e da lì a un’azienda biotecnologica leader a livello mondiale.
  • Un analista è responsabile per 15 anni delle sperimentazioni cliniche presso diverse aziende farmaceutiche, lavora poi come collaboratore scientifico per oltre due anni presso l’autorità farmaceutica Swissmedic e diventa infine amministratore delegato di un grande produttore farmaceutico.
  • Un collaboratore si occupa per cinque anni di questioni normative presso un’azienda farmaceutica, poi, in qualità di collaboratore di Swissmedic, esamina per 18 mesi i dossier di autorizzazione, lavora successivamente per 17 anni per diversi produttori farmaceutici e una società di consulenza del settore farmaceutico, torna nuovamente a Swissmedic per un anno e mezzo, per poi tornare alla precedente società di consulenza.

Public Eye e il collettivo di ricerca Wav hanno esaminato i profili LinkedIn di 3’118 collaboratori attuali ed ex collaboratori dell’UFSP e di Swissmedic. L’UFSP si occupa, tra l’altro, della negoziazione dei prezzi dei medicamenti e dei premi delle casse malati, mentre Swissmedic è responsabile dell’autorizzazione e della sorveglianza dei medicamenti. Dal 2013 al 2024, Public Eye ha individuato 208 casi riguardanti Swissmedic e 76 relativi all’UFSP. Il numero reale potrebbe essere più elevato, poiché non tutti avevano un profilo LinkedIn completo. (mfr)

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*Qui inizialmente si leggeva «la menzogna del prezzo fisso». Nel testo di votazione si parlava di «al massimo 6 miliardi di franchi». Nel frattempo, i 36 caccia F-35 costerebbero 7,7 miliardi. Se fossero solo 30: 6,4 miliardi.

Nell’immagine:Darko Savic, dal DDPS direttamente alla Pilatus AG, beneficiaria dell’F-35


La risposta dell’esercito a Naza «legalizza» il genocidio

 

Di Nicola Perugini, il manifesto

La risposta dell’esercito israeliano a Naza è, prima ancora che una smentita, un esercizio non sollecitato di autodifesa giuridica. Di fronte alle accuse che emergono dalle testimonianze di suoi stessi soldati, l’esercito non si limita a contestare singoli fatti. Nel suo lungo comunicato stampa, l’esercito costruisce una barriera di categorie legali per spiegare la violenza genocidiaria che ha sferrato su Gaza: «danno collaterale», «proporzionalità», «precauzioni», «mitigazione del rischio», «obiettivi militari», «presenza di civili», «scudi umani», «minaccia immediata».

È attraverso queste categorie che l’esercito cerca di trasformare la sua guerra di eliminazione della popolazione palestinese in una “guerra normale”, in una discussione sulle procedure con cui la violenza sarebbe stata autorizzata e controllata, senza alcun rapporto con gli effetti.

QUESTA OPERAZIONE produce quello che possiamo chiamare camouflage umanitario: non la negazione della violenza, ma la sua ricodificazione attraverso il linguaggio del diritto umanitario internazionale, applicato a un’offensiva che sta violando la Convenzione del 1948 sul genocidio. La morte dei civili diventa «danno collaterale» calcolato secondo «standard degli eserciti occidentali»; il rischio per la popolazione diventa una variabile da mitigare; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come obiettivo militare; la presenza dei civili viene trasformata in un problema di targeting.

Il linguaggio del diritto viene utilizzato per offuscare la totale distruzione di case, scuole, ospedali, luoghi di distribuzione degli aiuti umanitari, chiese, moschee e l’uccisione di oltre 74mila persone, almeno, tra cui 20mila bambini, senza contare le decine di migliaia di morti indirette causate e ancora in corso come risultato della distruzione delle infrastrutture che sorreggono la vita a Gaza.

L’operazione di offuscamento è particolarmente significativa perché, nei toni, riflette le argomentazioni che l’esercito ha utilizzato di fronte alla Corte internazionale di Giustizia sin dall’inizio del 2024 per giustificare la violazione della Convenzione del 1948.

IL DOCUMENTARIO di Abraham e Szor diventa allora un continuum del procedimento giudiziario. Per l’esercito, Naza – con la voce di soldati israeliani che hanno partecipato e osservato da vicino al crimine dei crimini – apre un altro spazio di contestazione: non una corte, ma un forum pubblico. E la risposta dell’esercito interviene come davanti a una corte.

Il danno civile non viene negato in quanto tale: viene riclassificato. Una morte diventa incidental harm; la distruzione di un edificio viene preceduta dalla sua designazione come military objective; la presenza di civili diventa una variabile nella valutazione di proporzionalità; l’uccisione nei pressi della distribuzione degli aiuti viene trasformata in una questione di immediate threat di presunti combattenti mischiati ai civili, di cui l’esercito non fornisce alcuna prova.

Questo lessico da burocrazia legale-militare serve a negare lo sterminio; le terminologie del diritto cercano di riportare il tutto a una normale conversazione sulle procedure. Gli effetti – Gaza rasa al suolo, due milioni di sfollati, la maggioranza del governo che invoca l’espulsione di massa dei palestinesi – scompaiono dietro al linguaggio sterile della «mitigazione del rischio».

Questo è anche il ruolo politico della categoria degli «scudi umani», categoria centrale utilizzata dall’esercito nel suo comunicato per difendersi dalle accuse di Naza. Sulla scia delle contro-insurrezioni coloniali e imperiali che, dall’Algeria al Vietnam, hanno giustificato l’uccisione di massa di civili come responsabilità dei gruppi armati anticoloniali che si «fanno scudo della popolazione», l’esercito israeliano sposta le responsabilità della sua distruzione totale sul nemico. La densa presenza dei civili nelle aree bombardate con ordigni da 2mila tonnellate diventa uno «scudo umano di Hamas». La presenza stessa di civili nell’area più densamente popolata del mondo, sottoposta a decenni di assedio e attacchi, diventa un presunto indice di illegalità.

È QUI CHE LO SCUDO UMANO diventa anche uno scudo legale. Israele, non diversamente da altri Stati coloniali, dalla guerra in Libano negli anni Ottanta passando per le due Intifada e sempre di più nelle guerre di Gaza che hanno preceduto il genocidio, usa la categoria di scudo umano per proteggersi dalla pressione politica internazionale contro le sue atrocità di massa. Lo scudo umano diventa il principale strumento di negazione del genocidio.

Scompare il contesto. Scompaiono le condizioni in cui combattono i gruppi armati palestinesi. Scompaiono le condizioni geomorfologiche in cui i palestinesi si difendono, senza montagne ove nascondersi e da cui combattere, costantemente sotto la sorveglianza dall’alto.

In ultima istanza, la risposta dell’esercito al documentario è una risposta negazionista. Quando Naza introduce la parola «genocidio», la risposta dell’esercito non entra nel merito delle testimonianze: contesta la competenza stessa degli intervistati a usare quella categoria e sostiene che le loro opinioni non possano stabilire l’esistenza di un intento genocidario. Chi è stato coinvolto nella macchina di distruzione non può parlare di genocidio: questa la singolare linea del comunicato dell’esercito.

NEL PASSAGGIO più grottesco, il comunicato dice che lo slogan «non ci sono civili non coinvolti a Gaza» – slogan che trasforma l’intera popolazione in obiettivo militare – non fa parte della cultura dell’esercito. Peccato che quella espressione sia stata postata all’infinito dai soldati nei loro video, spruzzata con lo spray sulle case di Gaza, cantata come un inno, e usata dal presidente di Israele per dare il via alla campagna di distruzione iniziata tre anni fa e ancora in corso.

Nell’immagine: soldati israeliani all’Europea Hospital di Khan Younis


Esplode l’ottobre francese, i liceali incendiano le aule: “Sobillati da Mélenchon”

 

Di Danilo Ceccarelli, La Stampa

PARIGI. Dopo una settimana di alta tensione, tra scuole bloccate, scioperi e lezioni sospese, la protesta degli studenti francesi è deflagrata in una violenza che con il passare delle ore ha assunto sfumature politiche. Un vortice che ha travolto 1.027 licei sui 3.700 presenti su tutto il territorio, fino ad arrivare alle università per poi scendere nelle strade, dove si è consumata una guerriglia urbana tra studenti e forze dell’ordine, a soli sette mesi dalle prossime presidenziali.

Al centro della mobilitazione ci sono le richieste sull’aumento dei mezzi a disposizione dell’Educazione nazionale, alle prese con i professori che scarseggiano, istituti che cadono a pezzi e un carico di lavoro giudicato eccessivo. Mali da tempo intrinseci al sistema scolastico d’oltralpe, ieri esplosi come un bubbone in una Francia dove il clima sociale si fa sempre più teso, tra il caro-carburante, l’inflazione in aumento e un bilancio pubblico da risanare.

Le autorità a fine giornata hanno annunciato 1.949 fermi, oltre a «900 azioni» di protesta su tutto il territorio, sfociate in molti casi in scontri tra studenti e forze dell’ordine. Tra le principali vittime ci sono stati i presidi delle scuole, aggrediti e malmenati in diverse città. Quello di un istituto professionale di Auchel, nel Pas-de-Calais, è finito all’ospedale in stato di choc a causa di un petardo che gli è esploso vicino dopo averlo colpito, mentre al liceo Victor Hugo di Marsiglia il direttore e alcuni suoi collaboratori sono stati cosparsi di benzina da chi cercava di appiccare il fuoco alla struttura. Al Nelson Mandela di Nantes, invece, le fiamme hanno distrutto l’ingresso, come avvenuto anche al Blaise Pascal di Rouen. Ma la lista dei feriti e dei contusi è lunga e conta più di 300 agenti, tra cui uno con il timpano perforato da una detonazione nella Loira, e alcuni studenti, come il 16enne che a Tours è rimasto ferito alla testa, probabilmente da una pallottola di gomma sparata dalla polizia, o il 14enne che a Saint-Ouen-l’Aumône, fuori Parigi, ha riportato una doppia frattura alla mascella e denti rotti dopo un’aggressione subita dalla polizia (stando al suo avvocato).

Un bilancio da guerra civile, come le scene viste in tante grandi città, tra sacchi della spazzatura incendiati, mobilio urbano distrutto e vetrine spaccate. In molti casi a battagliare contro le forze dell’ordine sono stati i black block, esterni al movimento studentesco. Oggi rimarranno chiuse poco più di 400 scuole.

In un’atmosfera rimasta elettrica per tutto il giorno, il premier Sebastien Lecornu ha annullato tutti gli spostamenti dei suoi ministri prima di convocare una cellula interministeriale di crisi.L’esecutivo ha condannato senza mezzi termini le “violenze urbane” della giornata, ma ancor di più la responsabilità de La France Insoumise, la formazione di estrema sinistra guidata da Jean-Luc Mélenchon, che nei giorni scorsi ha dato pieno appoggio alle proteste scendendo in strada insieme agli studenti. Come Bally Bagayoko, il sindaco di Saint-Denis, nella banlieue a nord di Parigi, secondo il quale «la violenza a un certo punto può essere legittima» anche se è meglio evitarla. Un’accusa basata sulle informazioni dell’intelligence, che ha rilevato una «manovra orchestrata» dai melenchoniani e «dai suoi referenti».

Contro il tribuno della gauche radicale, in corsa per l’Eliseo, è stato puntato non solo il dito del governo, ma anche quello di buona parte della classe politica. Il repubblicano Bruno Retailleau ha chiesto di interdire una volta per tutte la formazione, il lepenista Jordan Bardella ha proposto di fargli pagare i danni, il centrista Gabriel Attal li ha accusati di utilizzare i giovani come «carne da cannone», mentre il suo omologo, Edouard Philippe, ha parlato di uno «sfruttamento cinico dei liceali». Dal canto suo, La France Insoumise ha respinto ogni accusa, con il leader Mélenchon che ha chiesto ai giovani di utilizzare «soltanto metodi non violenti» e ha aggiunto: «È assurdo dare fuoco alla spazzatura» perché questo «serve all’avversario».

Resta da capire quale sarà la scia della mobilitazione, che si inserisce in quelle già lanciate nei giorni scorsi da altre categorie, come i pescatori o i dipendenti pubblici, nell’attesa della mobilitazione indetta dai gilet gialli per il 17 ottobre. Nell’attesa, proprio ieri è arrivata la presentazione della manovra finanziaria al Consiglio dei ministri. Con un debito ormai arrivato al 119% del Pil, il governo punta a portare il deficit sotto la soglia del 5% nel 2027. Ma tra 7 mesi la Francia avrà un nuovo presidente e secondo i sondaggi, al momento, la favorita è Marine Le Pen. Intanto, il clima resta pesante, tra la paura di un nuovo autunno caldo e la rabbia di deve arrivare a fine mese.

Nell’immagine: alle proteste studentesche hanno partecipato decine di migliaia di giovani in tutta la Francia


L’europeismo non può rassegnarsi

 

Di Gad Lerner, il manifesto

Sentiamo continuamente ripeterci che le elezioni nazionali previste in diversi paesi dell’Unione nel 2027 potrebbero suggellare il disfacimento del progetto europeo. Perfino a sinistra si avverte rassegnazione.

Quando non addirittura compiacimento per la brutta fine che l’Ue si meriterebbe dopo aver promosso un dissennato riarmo dei singoli Stati, frenato la transizione ecologica, fatta sua la politica di respingimento dei migranti.

Questo fatalismo può farci molto male. Non basterà in Italia presentarsi come alleanza in difesa della Costituzione, intanto che la destra spaccia per interesse nazionale il suo euroscetticismo. Alla Costituzione va affiancato il Manifesto di Ventotene, ma soprattutto va rilanciata una visione politica unitaria del continente che altri vorrebbero ridotto in frantumi.

L’europeismo, che rischia di venir travolto nel crollo dell’ordine mondiale in atto, può e deve diventare la forma contemporanea del nostro internazionalismo. Se il liberale canadese Mark Carney e il laburista britannico Andy Burnham si distaccano dagli Usa e puntano all’associazione con l’Ue vorrà dire che non siamo proprio da buttar via come modello generativo di una «potenza democratica, sostenibile e responsabile, capace di difendersi sviluppando cooperazione e multilateralismo». Cito un documento sottoscritto da Slavoj Zizek, Guillome Klossa e Catherine Trautmann, promotori dell’Europa power initiative, nel quale si ricorda che le elezioni dell’anno prossimo in Francia, Italia, Spagna, Polonia Grecia, Finlandia, Estonia, Slovacchia e Slovenia (con l’aggiunta probabile della Romania) saranno di fatto elezioni europee anche se rinnovano istituzioni nazionali. Affrontarle con una piattaforma comune sovranazionale, cioè europeista, pur nelle diversità e con le divisioni che permarranno, va considerata una priorità assoluta.

Le destre nazionaliste sono esplicitamente supportate da potenze (Usa, Russia) interessate alla disgregazione dell’Europa e alla sottomissione dei suoi brandelli. Altro che patrioti, i nazionalisti lucrano vantaggi e sguazzano nella crisi dell’Unione. Non a caso la prima voce levatasi a Strasburgo due settimane fa contro l’associazione del Canada all’Ue è stata quella del capogruppo di Fratelli d’Italia. Si sono professati no-euro finché gli era possibile e tuttora s’aggrappano alla pretesa antistorica che il diritto comunitario soggiaccia alle leggi nazionali. Si tengono stretti il potere di veto sull’assurda regola dell’unanimità fra i 27 Stati membri del Consiglio. Preparano ai cittadini europei un destino d’irrilevanza seguita da asservimento.

Per loro natura i nazionalismi hanno sempre alimentato conflitti con i paesi confinanti e avversato l’idea stessa di una cittadinanza europea. La sospensione prorogata del trattato di Schengen con la Spagna – non si sa se più vergognosa o grottesca – è un atto meramente dimostrativo che rivela la fragilità, accanto alla sbruffoneria, del nazionalismo italiano.

Agli internazionalisti, o europeisti che dir si voglia, tocca oggi riunirsi su scala continentale in un progetto ambizioso ma affascinante: raddrizzare l’architettura di una costruzione europea che non nascerà mai da un piano di riarmo dei singoli Stati; bensì necessita di investimenti stanziati in comune su welfare, politica industriale, ambientale, energetica e fiscale, oltre che per dotarsi di un’infrastruttura digitale autonoma.

Qui la politica di sinistra reclama il suo ruolo: chiedendo unitariamente di riformare le istituzioni verticistiche e separatiste dell’Ue, introducendo procedure democratiche che non si limitino all’elezione di un Parlamento con scarsi poteri. Solo così la stessa difesa comune europea potrà fungere da antidoto al morbo contagioso dei nazionalismi.

Come ha scritto giustamente Francesco Strazzari domenica scorsa su questo giornale, non si può fingere che la Russia non rappresenti una minaccia sul versante orientale dell’Europa; ma le opposte visioni sul sostegno all’Ucraina che percorrono tutto il fronte della sinistra continentale possono essere riconosciute e contenute all’interno di un fronte comune. E allora, così come il “campo largo” si distingue dalla destra nella difesa intransigente della Costituzione italiana, anche la realizzazione del sogno europeo diviene meta irrinunciabile per rintuzzare i tiranni.