Kabul, cinque anni di talebani: “Donne cancellate, esecuzioni e povertà”

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Paolo Brera, La Repubblica

Cinque anni fa Kabul era una città in fuga. Correvano i diplomatici, chiuse le ambasciate e distrutti i documenti. Fuggivano gli interpreti e gli impiegati delle Ong, le attiviste, i giornalisti, gli ufficiali dell’esercito sconfitto. Le famiglie borghesi svendevano case e gioielli per un posto su un volo che non sarebbe mai partito. All’aeroporto la folla premeva contro i cancelli. Le mamme porgevano i bambini sopra il filo spinato a chiunque potesse portarli verso un futuro qualsiasi. I talebani stavano entrando nella capitale. Il presidente Ghani era fuggito. L’esercito costruito dagli Stati Uniti si era dissolto. Chi riusciva si aggrappava alla fusoliera e ai carrelli dei cargo militari americani, pur di volare via. Il 16 agosto i corpi precipitarono nel vuoto davanti alle tv. La guerra americana in Afghanistan finiva con quelle immagini.

Ma i talebani entrarono in città da vincitori tolleranti. Promisero un’amnistia, assicurarono che sarebbero cambiati. Le donne, promettevano, nella sharia avrebbero conservato i loro diritti. Ma con i primi editti fu subito chiaro chi avrebbe pagato davvero il conto: le ragazze e le minoranze vulnerabili, a partire dagli hazara.

Cinque anni dopo, atterrando a Kabul «vedi un Paese apparentemente normalizzato e tranquillo. Persino accogliente, direi. Ma la gravità della situazione — racconta Daniele Giacomini, direttore area emergenze di Emergency — la percepisci subito dopo». L’economia è in crisi da anni, i prezzi aumentano continuamente. La guerra con il Pakistan, le espulsioni di massa da Iran e Pakistan e il crollo degli aiuti sono stati la sciagura finale. «La maggior parte delle forniture — continua Giacomini — arrivava da quei confini: beni comuni, cibo e medicine. Nei nostri ospedali nel Panshir le donne vengono a partorire in condizioni estreme di malnutrizione. E i bambini non riescono a mangiare tutti i giorni».

Secondo la classificazione internazionale Ipc ci sono 3,7 milioni di bambini malnutriti, un milione gravemente. Per l’Ocha il 45% della popolazione ha bisogno di assistenza, e l’Afghanistan è 181° su 193 nel Rapporto sullo sviluppo umano dell’Onu. Ma le strade sono tornate percorribili, i ministeri funzionano, le dogane incassano, gli scontri armati sono relativamente rari. È una normalità povera, autoritaria e soffocante; ma è anche uno dei motivi per cui il regime non è crollato.

Dietro la facciata di compattezza, nell’Emirato convivono dirigenti pragmatici e l’ala raccolta a Kandahar attorno al leader supremo Akhundzada. Ma il confronto interno è dominato dai falchi: a ogni possibile apertura, un decreto di Kandahar chiude lo spiraglio. L’isolamento occidentale rafforza questa linea. Senza benefici concreti, chi sostiene i compromessi perde argomenti. Il bavaglio sulla stampa afghana è asfissiante, la propaganda attivissima e ben organizzata.

Il divieto di accesso per le donne all’istruzione secondaria e all’università, iniziato come una «misura temporanea», è stato confermato e mai attenuato. L’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare oltre la sesta classe. Passano i mesi e le regole si inaspriscono. Il ministero per la Promozione della virtù e la prevenzione del vizio ha imposto una lettura sempre più estrema della necessità di nascondere non soltanto il corpo e il volto delle donne, ma persino la loro voce. Chi viola le regole rischia interrogatori, abusi e arresti. Ma nelle case le insegnanti clandestine organizzano lezioni seguite di nascosto sui cellulari da poche ragazze, e i libri passano da una famiglia all’altra.

Le condanne a morte e le esecuzioni continuano. Ma, raccontano fonti diplomatiche, ora i talebani evitano di pubblicizzarle. L’Onu ha documentato centinaia di punizioni corporali: frustate inflitte in pubblico per adulterio e altri “reati morali”. E continuano anche le denunce di tortura e sparizioni di ex soldati. Akhundzada e il capo della giustizia, Abdul Hakim Haqqani sono sotto mandato di arresto della Cpi, che li accusa di persecuzione per motivi di genere contro donne e persone lgbtq+. «Il sistema talebano — dice l’ambasciatore italiano all’Onu, Luigi Maria Vignali — è un vero e proprio apartheid di genere e sradica la possibilità stessa che l’economia e la società possano funzionare».

Fino a oggi un solo Paese ha riconosciuto l’Emirato: la Russia. Cina ed Emirati hanno accettato ambasciatori di Kabul. L’Occidente, invece, è nel vortice di un’aperta contraddizione. Condanna l’Emirato, ma gli concede i visti per discutere i rimpatri. A Herat a giugno, nel mezzo delle proteste contro gli arresti delle donne accusate di non rispettare il codice sul velo, i talebani hanno sparato sulla folla. In un video una donna continuava a gridare «libertà» mentre intorno a lei fioccavano le raffiche. Negli stessi giorni, Bruxelles preparava i visti per i delegati del governo talebano che aveva ordinato di disperdere la protesta. Dovevano discutere con l’Ue dei rimpatri.


Socialisti o moderati, il bivio dei dem Usa

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Alexander Stille, La Repubblica

Un risultato in chiaroscuro per l’ondata progressista che sta attraversando il Partito democratico americano nelle primarie, in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre. Francesca Hong, la candidata della sinistra per diventare governatore nel Wisconsin, nettamente favorita nei sondaggi, ha finito per perdere con uno scarto minimo contro un avversario che si era ritirato dalla corsa appena qualche settimana prima.

Mentre nel vicino Minnesota la candidata progressista Peggy Flanagan ha vinto con facilità le sue primarie per il Senato contro un’avversaria più moderata, sostenuta dall’establishment e con molti più fondi a disposizione.


La sconfitta dell’una e il successo dell’altra dicono molto sulle prospettive della svolta a sinistra del Partito democratico. Hong, ex cuoca e proprietaria di un ristorante diventata membro dell’assemblea statale, aveva accumulato un ampio vantaggio nei sondaggi grazie a una campagna vigorosa e alla presa sui giovani elettori, soprattutto nella città universitaria di Madison, roccaforte della sinistra. Ma nelle ultime settimane è stata perseguitata da post sui social e da vecchie dichiarazioni considerate estreme: togliere i fondi alla polizia, abolire le carceri, perfino cancellare la festa nazionale del Ringraziamento.


Flanagan, pur abbracciando posizioni progressiste come la sanità universale e il condizionamento degli aiuti militari a Israele, non portava con sé un bagaglio così pesante. Appartiene a una tribù indigena del Minnesota e sarebbe la prima donna nativa americana al Senato degli Stati Uniti ma, da vicegovernatrice, ha alle spalle una significativa esperienza di governo. A differenza di Hong, non è iscritta ai Democratic Socialists of America (Dsa) e, particolare significativo, aveva l’appoggio delle figure di punta dell’ala sinistra del partito: Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez, che invece hanno scelto di restare fuori dalla corsa di Hong.

Tutto ciò suggerisce che i leader del movimento progressista stiano cercando un punto di equilibrio: catturare la rabbia e l’entusiasmo dei giovani che vogliono il cambiamento, con un messaggio netto e coraggioso di populismo economico, evitando però le posizioni percepite come estreme, facili bersagli degli inevitabili attacchi della destra.


Insieme alla vittoria di misura di Abdul El-Sayed nel vicino Michigan, si comincia a delineare un quadro più chiaro dei punti di forza e delle debolezze della nuova ondata progressista.

I candidati progressisti hanno alcune caratteristiche in comune: si presentano come outsider della politica, sfidando l’establishment più moderato del partito. Sono più giovani, spingono per un ricambio generazionale e il loro movimento è alimentato dalla rabbia contro Donald Trump e contro l’incapacità del partito di contrastare il suo abuso autocratico del potere. Hanno iniettato nuova energia ed entusiasmo nelle elezioni, portando alle urne un numero insolitamente alto di elettori per le primarie, alle quali tradizionalmente vota una minoranza.

In una certa misura hanno riscritto il manuale della campagna elettorale vincente nel Ventunesimo secolo. Il Partito democratico ha abitualmente selezionato i suoi potenziali candidati chiedendo loro quanti soldi fossero in grado di raccogliere. Il che significa scegliere candidati legati ai grandi interessi economici e all’establishment finanziario. A questo criterio si accompagna un’idea di campagna elettorale che appare stanca e superata: si vince comprando enormi quantità di pubblicità televisiva.

I candidati radicali hanno battuto quelli dell’establishment con un approccio profondamente diverso. Zohran Mamdani è entrato nella corsa a sindaco di New York praticamente senza soldi e senza notorietà. Ha catturato l’attenzione del pubblico realizzando video di grande efficacia, con interviste a newyorchesi comuni nei diversi quartieri della città. Ha dimostrato una comprensione brillante dell’uso dei social media per conquistare l’attenzione collettiva, in modo assai più efficace della pubblicità a pagamento.

Questo, insieme alla sua attenzione costante alle preoccupazioni degli elettori comuni — il costo della vita — ha generato livelli straordinari di entusiasmo tra i giovani, creando un esercito di centomila volontari che hanno contattato gli elettori in tutta la città, bussato a milioni di porte e fatto milioni di telefonate per diffondere il suo messaggio.

Gli emergenti hanno unito capacità di comunicazione eccezionali, adattate all’era dei social, a un ritorno — ed è un dato significativo — alla campagna all’antica, di persona, più tipica dell’Ottocento e del primo Novecento.

In Michigan Abdul El-Sayed ha tenuto più di cinquecento eventi elettorali, ha visitato centocinquanta chiese e i suoi volontari hanno bussato a oltre duecentomila porte. Così è riuscito a battere un candidato che lo aveva superato nelle spese in rapporto di dieci a uno, nelle primarie per il Senato più costose della storia: settanta milioni di dollari.

Hanno riscritto le regole consolidate anche in un altro modo: assumendo posizioni radicali che in passato sarebbero state considerate un suicidio politico. Mamdani e altri candidati che si dichiarano socialisti hanno vinto nel Paese che ha inventato il maccartismo e la caccia alle streghe contro tutto ciò che odorasse di comunismo.

Nei recenti sondaggi Gallup il 39 per cento degli americani esprime un giudizio positivo sul socialismo, con percentuali più alte tra i giovani e tra gli elettori democratici. Hanno attaccato il sostegno militare americano a Israele, un tempo un tabù della politica statunitense. Non solo non ne hanno pagato il prezzo, hanno anzi rivendicato quella posizione, che con gli elettori delle primarie ha generalmente funzionato.

Paradossalmente i nuovi progressisti hanno preso spunto proprio dalla loro grande nemesi, Donald Trump, che ha riscritto una delle regole fondamentali della politica americana. Si dava per scontato che, alle elezioni generali, i candidati moderassero le proprie posizioni per conquistare gli elettori di centro. Fu proprio quest’idea di “eleggibilità” a condannare la campagna di Bernie Sanders, considerato troppo a sinistra per poter vincere.

Trump, considerato a sua volta ineleggibile, nel 2016 fece l’esatto contrario. La teoria della sua campagna era rovesciata: martellando senza sosta su una serie di rivendicazioni di estrema destra, portò alle urne milioni di elettori arrabbiati che in passato non avevano votato. Questo ha aperto una strada ai candidati di sinistra ritenuti “ineleggibili”. All’inizio la si considerava percorribile solo in luoghi molto liberal come New York, dove hanno vinto politici come Ocasio-Cortez e Mamdani. El-Sayed e Flanagan hanno dimostrato che può funzionare anche su scala statale, in Stati molto meno liberal di New York.

Agli elettori sembrano importare molto meno le posizioni specifiche dei candidati su questo o quel tema rispetto alla loro capacità di trasmettere energia e alla volontà di combattere l’establishment politico. Quasi due terzi degli americani — a destra come a sinistra — ritengono che il Paese vada nella direzione sbagliata. I candidati vincenti sono quelli capaci di attingere a questo serbatoio di rabbia collettiva.

Ma come dimostra la sconfitta di Hong, l’insurrezione democratica presenta debolezze e campanelli d’allarme significativi: questi candidati ottengono i risultati migliori tra gli elettori laureati, i più liberal, mentre fanno più fatica con la classe operaia bianca ma anche con gli elettori neri e ispanici, che furono decisivi per la vittoria di Trump nel 2024.

Appena poco più di un terzo degli americani ha un’istruzione universitaria, e i democratici devono migliorare sia tra i lavoratori bianchi sia nel riconquistare gli elettori neri e ispanici. La rabbia e la disillusione verso Trump offrono loro una grande opportunità, ma su temi che vanno dall’immigrazione all’ordine pubblico fino ai diritti delle persone trans questi elettori sono molto più conservatori di tanti democratici laureati.

La nuova sinistra è prigioniera di una sorta di paradosso: gli elettori premiano i candidati che mostrano fuoco, rabbia e coraggio delle proprie convinzioni. Al tempo stesso, molti di quei politici hanno posizioni ben più a sinistra dell’elettore americano medio. Nel 2024 gli spot di Trump martellarono Kamala Harris sul tema dei diritti trans, con pubblicità giudicate estremamente efficaci.

Per vincere nel 2028 i democratici dovranno riuscire in qualcosa di molto difficile: forgiare un messaggio forte e coerente di populismo economico senza apparire troppo lontani dal mainstream americano.

Nell’immagine: Minneapolis, 11 agosto: sostenitori di Peggy Flanagan 


Libertà palestinese, il no di Netanyahu è vecchio di 80 anni

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Lorenzo Kamel, il manifesto

Ai palestinesi viene chiesto di riconoscere lo Stato di Israele, rinunciare alla violenza e accettare tutti gli accordi sottoscritti in passato. Le autorità israeliane non sono per contro tenute a riconoscere uno Stato palestinese e il diritto all’autodeterminazione, né si considerano vincolate a rinunciare alla violenza e al rispetto dei trattati siglati.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu lo ha ribadito implicitamente lo scorso 9 agosto: ha confermato il suo rifiuto a uno Stato palestinese e chiarito che l’esercito israeliano non si ritirerà da Gaza «fintanto che Hamas non sarà disarmato», respingendo così il documento in 15 punti del cosiddetto «Board of Peace» per Gaza.

VALE LA PENA ricordare che non era presente Hamas all’ospedale al-Nasr quando, nel novembre 2023, l’esercito israeliano ha lasciato dei neonati morire negli incubatori dopo aver obbligato chi se ne occupava a lasciarli incustoditi, impedendone il ritorno. Non c’era Hamas nella macchina della bambina palestinese Hind Rajab quando nel gennaio 2024 i cecchini israeliani le hanno sparato 335 volte.

Non esisteva Hamas nel 1948, quando centinaia di villaggi palestinesi furono rasi al suolo per fare spazio a Sderot, Or HaNer e numerosi altri villaggi israeliani costruiti sulle loro ceneri. E non c’era nemmeno nel 1967, quando iniziò l’occupazione della «Striscia di Gaza», inaugurando un processo che portò il numero delle moschee locali da 200 nel 1967 a 800 nel 1987.

Hamas venne fondato proprio quell’anno. Il primo dei suoi tre principali co-fondatori, Ibrahim al-Yazuri (1940-2021), nato a Bait Daras vicino Ashdod, aveva 8 anni quando i miliziani dell’Haganah uccisero parte della sua famiglia, espellendone il resto a Khan Younis, nell’odierna Striscia. Il secondo era Abdulaziz Rantissi (1947-2004), nato a Yibna (che è oggi è il nome di un campo profughi a Gaza), un villaggio sito nei pressi di Giaffa: la città israeliana di Yavne sorge sulle rovine Yibna. Aveva un anno quando le forze israeliane espulsero la sua famiglia a Khan Younis.

Il terzo fu Ahmed Yassin (1936-2004): aveva 12 anni quando fu espulso dalla sua casa ad al-Jura, un villaggio che – prima di essere raso al suolo dall’esercito israeliano – era sito nelle vicinanze di Ashkelon (il mausoleo di Husayn, costruito in epoca fatimide in una collina prospiciente al-Jura, venne distrutto nel 1950 su ordine di Moshe Dayan). La famiglia di Yassin si stabilì nel campo profughi di al-Shati, sulla costa della Striscia di Gaza (anche il nucleo familiare dell’ex capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, ucciso il 16 ottobre 2024, venne espulso da al-Majdal, villaggio palestinese raso al suolo nel 1948, che è oggi parte della municipalità di Ashkelon).

QUANTO DETTO finora non deve essere inteso come un modo per minimizzare le responsabilità di Hamas. Ma queste ultime non possono prescindere dal contesto e dal ruolo giocato da Israele nell’intero processo. Al contrario dell’autoproclamato Stato islamico e di altri gruppi emersi in anni recenti, privi di ancoraggi profondi nelle società locali e basati su ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di non poche decisioni nefaste, ma anche e soprattutto di un secolo di sofferenza, oppressione e una lunga ricerca legata all’autodeterminazione. Qualsiasi soluzione che non affronti questi aspetti è destinata a fallire.

Tanto più se si considera che la diffusa inclinazione a collegare il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese (sancito dal diritto internazionale e sostenuto da una schiacciante maggioranza dei paesi del mondo ben prima del 2023) a una «ricompensa ad Hamas», è figlia di un latente razzismo, che non dovrebbe essere normalizzato. Il 51% della popolazione di Gaza ha meno di 18 anni: quando Hamas vinse le elezioni nel 2006, più della metà degli abitanti non era neanche nata. Inoltre, tra fine settembre e il 6 ottobre 2023, un sondaggio di Arab Barometer in Cisgiordania e Gaza mostrava che solo il 29% degli abitanti della Striscia sosteneva Hamas.

La larga maggioranza degli interpellati criticava in modo netto la leadership inaffidabile e le condizioni di povertà dovute anche alle politiche di Hamas. Una maggioranza altrettanto ampia si era espressa a favore dell’autodeterminazione di entrambi i popoli e contro le ideologie promosse da Hamas che, per contro, è stato a lungo ritenuto utile dall’amministrazione Netanyahu per dimostrare che non esistesse alcun interlocutore moderato palestinese con cui trattare.

IL CELEBRE GENERALE israeliano Moshe Dayan sottolineò che «se vuoi fare la pace non parli con gli amici, bensì con i nemici». Gruppi paramilitari come l’Irgun, guidato da Menachem Begin, e la Banda Stern, capeggiata da Yitzhak Shamir, si macchiarono di crimini orrendi. Entrambi diventarono in seguito primi ministri dello Stato di Israele.

Agli occhi dei palestinesi, ancora oggi il governo israeliano viene visto e vissuto come un occupante permanente, che rifiuta esplicitamente l’autodeterminazione palestinese ed è accusato di genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità. E torniamo alle parole di Dayan, che valgono tanto per i palestinesi quanto per gli israeliani.


Il Nobel per la pace ai bambini di Gaza: un riconoscimento per tutta l’infanzia in guerra

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Eugenio Mazzarella, Avvenire

Dare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, uccisi perché non l’hanno avuta la pace, e che stanno ancora morendo perché la pace promessa non è arrivata, «è un atto di verità e di giustizia». Lo ha detto bene ad Avvenire padre Ibrahim Faltas, frate francescano direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa, ed ha colto benissimo il senso della proposta: «Riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».

Non ci sono solo i bambini di Gaza tra le vittime innocenti delle guerre: ci sono i bambini israeliani uccisi nel raid sanguinario di Hamas del 7 ottobre 2023 e quelli che sono morti successivamente nelle prigioni dei terroristi. Ci sono i bambini ucraini e quelli russi, ci sono i piccoli iraniani e sudanesi. L’infanzia in guerra, tutta e di tutti i tempi, si può riconoscere nella candidatura al Nobel. Il premio per la Pace che non hanno avuto, per la mancanza di pace di cui sono morti, è un premio all’infanzia in tutte le guerre, ai bambini ridotti all’oscenità, con le loro madri, della categoria – l’ipocrisia della lingua di chi li uccide – dei “danni collaterali”.

La lingua ne uccide più della spada. È vero. E mai come oggi lo vediamo nel mare di menzogne in cui anneghiamo, in cui si inabissa l’etica, la politica, il diritto internazionale. Una menzogna che ci prende alla gola. Ma se è vero questo, è vero anche che la lingua può salvarne più della spada, se è parola di pace. E questa parola dobbiamo dirla. Perché è parola “non uccidere”, è parola la pace, il “patto”, il com-promesso che la sa promettere insieme ai propri popoli, è parola quella della diplomazia che le guerre le evita o le chiude. Diamo parola ad Oslo, alla pace nella memoria dei bambini cui è stata negata e che nella pace negata hanno perso la vita. E diamo parola ad Oslo alla nostra coscienza, denunciando noi stessi, l’omertà delle nostre omissioni di pace, di dialogo, di fraternità. Non c’è niente che somigli ad un uomo, all’uomo migliore che possiamo essere, che un bambino.

Fatelo vivere quel bambino, fateli vivere i bambini. Il Maestro della civilizzazione cristiano-europea i bambini li benediceva, nonostante i consigli ciechi dei suoi stessi discepoli, che volevano allontanarli, perché fastidiosi, dalla sua vista. Imponeva loro le mani e chiedeva che li si lasciasse venire a Lui, «perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 19,13-15). Non faceva altro che riprendere al dettaglio della necessità di ogni giorno, il Salmo 8, dove la gloria del Signore, la sua forza contro i suoi nemici, gli odi e l’assassinio che ne viene, sale a Lui e si afferma «dalla bocca dei bimbi e dei lattanti». Chi salva un bambino, salva il seme degli uomini. Lo si dica ad Oslo, diamo giustizia e verità ai nostri figli. Siamo stanchi di vedere in braccio a troppe madri sudari bianchi che sono fagotti con dentro, lavati del loro sangue, i loro bambini, piccoli sudari bianchi per nascondere a Dio cui li presentano la vergogna del sangue versato.

Eugenio Mazzarella è un autorevole filosofo, politico e poeta italiano
Nell’immagine: bambini a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza


Vannacci, mai sottovalutare i piani del generale

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Francesco Bei, La Repubblica

I programmi dei partiti, almeno in Italia, valgono quello che valgono, cioè poco, e spesso è molto meglio così. Ma, al di là delle proposte strampalate, queste raccolte possono tuttavia essere utili per capire dove quel partito vuole andare e, soprattutto, quali sono le sue ambizioni, i suoi obiettivi, quanto grande è il pubblico a cui si rivolge. La pubblicazione del programma diFuturo nazionale offre da questo punto di vista diversi spunti di riflessione. Certo, quelle che saltano subito all’occhio sono alcune idee che sembrano trarre ispirazione dai Flintstones di “Wilma dammi la clava” o direttamente dai simpatici nazisti dell’Illinois dei Blues Brothers. Ci si potrebbe fermare qui e si potrebbe liquidare il tutto con una risata, d’altronde il materiale abbonda. C’è la battaglia per abolire il reato di femminicidio e ripristinare il sano e vecchio «patriarcato mediterraneo» (è scritto proprio così), «volto alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne». Si possono anche citare, sempre ai fini del buonumore, i nuovi criteri per la concessione della cittadinanza italiana, che prevedono, tra l’altro, «livello di lingua C1, con esami scritti e orali», con il che bisognerebbe togliere la cittadinanza a mezzo Parlamento italiano.

Eppure, vista la crescita robusta del movimento di Vannacci, è la parte economica la più interessante del programma, anche se meno appariscente. Ed è proprio qui che si comprende come le intenzioni dell’ex generale e dei suoi seguaci, siano serie e molto diverse da quelle dei vari partitini neofascisti di cui pure l’Italia pullula. Su una questione centrale, come il rapporto con l’Unione europea e con la moneta unica, le idee sono meno scontate e prevedibili. Se persino la Lega e Fratelli d’Italia, prima dell’assunzione di responsabilità di governo, si baloccavano tranquillamente con l’Italexit e il ritorno alla lira, Futuro nazionale non si lancia in salti mortali senza rete. È questo che rende l’operazione più furba e in fondo più pericolosa: traspare la preoccupazione di non spaventare i moderati, il tentativo di presentarsi come una forza responsabile, capace di intercettare le preoccupazioni del ceto produttivo del Nord. «In questa materia — avvertono gli estensori del programma vannacciano — non c’è spazio per tifoserie come quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi anni». Dunque che fare? Fn suggerisce la strada di «una revisione organica dei Trattati», ma «condotta con perizia» e «senza ledere il lavoro e la produttività del Paese». Niente avventure, sembra di capire, visto che «oggi la possibilità di una revisione delle regole comuni europee non può ignorare quanto nel frattempo sopravvenuto e le condizioni reali di esercizio dell’azione politica». Insomma, l’Ue è qui per restare e pure l’euro. Fn, è precisato ulteriormente, «non propone come primo strumento di rilancio della sovranità l’uscita diretta dell’Italia dall’Ue». In alternativa si suggerisce di puntare al ritorno alla Cee, come mero spazio di mercato, e, a livello politico, si guarda a una sorta di Ue sovranista, sotto forma di «cooperazione» con i Paesi dell’Europa centrale «culturalmente terzi rispetto al modello orientale della Russia e al modello occidentale americano e anglofrancese». Quanto alla moneta unica, «il prezzo che pagheremmo per una uscita fatta a prescindere e senza strategia potrebbe portare, specialmente nell’immediato, ad una serie importante di danni». Bye-bye ritorno alla lira. I vannacciani lo chiamano «il realismo della complessità».

Un altro aspetto che colpisce è la distanza dalle scelte trumpiane, con una decisa benevolenza verso l’Iran che ricorda certe fascinazioni del Msi almirantiano. C’è la «condanna dell’attacco alla Repubblica dell’Iran», il cui islam sciita «non è caratterizzato da alcuna velleità di espansione califfale in Europa». Anche Israele è tenuto a distanza, si ritiene che «gli Stati occidentali debbano tornare a difendere i propri interessi, senza assecondare le richieste dello Stato ebraico». C’è naturalmente tutto quello che si aspetta che ci sia in un programma vannacciano, a partire dal ritorno a rapporti amichevoli con la Russia e l’invito «a considerare la possibilità di recedere dai Trattati internazionali, compreso il Trattato del Nord Atlantico». Ma, in fondo, anche la politica estera a cui si guarda, più dal Cremlino sembra ispirata dalla Prima repubblica e al suo oscillare tra Est e Ovest. Con il rimpianto per le «geometrie variabili di Giulio Andreotti» nel conflitto israelo-palestinese, per la mediazione «tra Russia e Stati Uniti portata avanti da Berlusconi» e per «le mosse di Bettino Craxi». Che era socialista d’accordo, ma persino quell’altro famoso “statista”, all’inizio, lo era.


La Russia fa il pieno di benzina in Marocco

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Isidore Senghor, il manifesto

Tra il 29 e il 31 di luglio, una petroliera battente bandiera panamense partita 10 giorni prima dal porto di Tanger Med, sul Mediterraneo marocchino, ha scaricato 30 mila tonnellate di carburante AL-92 (benzina standard a 92 ottani) nel porto artico di Murmansk, in Russia. Dopo lo scarico, la benzina, secondo la Reuters, è stata caricata sui treni della rete ferroviaria alla stazione di Kola e si è diretta verso il centro della Russia. Il nome della petroliera non compare nei registri pubblici di navigazione ma il carico sarebbe stato fornito da Lukoil, la più grande impresa non-statale russa, specializzata nella logistica energetica petrolifera.

Nonostante questa consegna, la prima dal Marocco è avvenuta mentre l’Europa sgomenta guardava sugli smartphone i fatti di Ceuta, l’agenzia Interfax riporta che ieri il governo russo ha prorogato fino al 31 dicembre la normativa che prevede la riduzione del 10% delle vendite di benzina presso le stazioni di servizio. I primi di luglio, la produzione di carburanti in Russia è scesa a circa il 65% del consumo medio estivo a causa delle interruzioni della produzione nelle principali raffinerie in seguito agli attacchi dei droni ucraini, che si sono intensificati, e il primo ministro russo Alexander Novak ha detto, citato da Reuters, che Mosca avrebbe iniziato a importare prodotti petroliferi «per stabilizzare il mercato interno», cosa ribadita ieri dal governo, a fronte della carenza di carburante dovuta agli attacchi ucraini alle raffinerie, agli oleodotti, alle autobotti e ai centri di stoccaggio.

È la prima volta che il Marocco esporta benzina in Russia, un prodotto che si aggiunge al bouquet di esportazioni marocchine che (nonostante le sanzioni internazionali contro Mosca, mai sostenute dal Marocco) fino a oggi si era limitato agli agrumi, ad alcuni prodotti orticoli e ittici, tra 1,5 e 2 miliardi di dollari di merci all’anno. Oltre che dal Marocco, la Russia avrebbe importato benzina già dall’India e, su rotaia, da alcuni paesi vicini.

La posizione della Federazione russa nel mercato globale dei prodotti raffinati è caratterizzata da una sproporzione strutturale tra una capacità di produzione e raffinazione gigantesca e un consumo interno relativamente ridotto, ma questo equilibrio è stato fortemente destabilizzato dalle recenti dinamiche belliche. In tempi normali, Mosca esporta circa il 50% del diesel e circa il 10-15% della benzina che produce internamente.

Nell’immagine: pompa di benzina a Mosca della stazione Gazprom Neft , sui cartelli si legge “Ci dispiace, l’attrezzatura è temporaneamente fuori servizio”


Se la politica nega l’emergenza climatica

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Francesca Santolini, La Stampa

Un mese di caldo record. Città soffocate da temperature oltre i 40 gradi, incendi che divorano migliaia di ettari di bosco, alluvioni improvvise che trasformano strade e piazze in fiumi.

Di fronte a un’evidenza così plateale verrebbe da pensare che il cambiamento climatico non sia più materia di discussione. Non è così: anche dopo avere vissuto sulla propria pelle eventi climatici estremi sempre più frequenti, una parte dell’opinione pubblica continua a interpretare il riscaldamento globale come un problema secondario, esagerato, o addirittura inesistente. È un paradosso che due recenti studi internazionali aiutano a spiegare. Il primo, una rassegna della letteratura scientifica, mostra che l’esperienza diretta di ondate di calore, incendi o alluvioni non modifica automaticamente le convinzioni delle persone.

Chi considera il cambiamento climatico una grande emergenza del nostro tempo interpreta questi eventi come una conferma; chi parte da posizioni scettiche li attribuisce alla variabilità del clima, alla cattiva gestione del territorio, o alla semplice fatalità.

Il motivo è che nessuno interpreta la realtà in modo neutrale: anche un fatto apparentemente inequivocabile viene filtrato attraverso convinzioni politiche, valori culturali, fiducia nella scienza. Gli psicologi chiamano questo meccanismo motivated reasonign: diamo peso alle informazioni che confermano ciò in cui crediamo, e ridimensioniamo quelle che lo mettono in discussione.

È qui che entra in gioco la politica. Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change, basata sull’analisi di centinaia di migliaia di comunicati dei partiti europei, mostra che gli eventi meteorologici estremi non aumentano necessariamente l’attenzione per le questioni climatiche:conta il modo in cui vengono raccontati, l’interpretazione che se ne dà.

Gli esempi arrivano soprattutto dalle destre radicali. In Francia, dopo l’ondata di calore dello scorso giugno, il Rassemblement National ha sostenuto che il problema non fosse il cambiamento climatico, ma un’«ecologia della decrescita» che avrebbe ostacolato la diffusione dei condizionatori e lasciato il Paese impreparato al caldo estremo: una soluzione immediata e populista, che evita di discutere di consumi energetici, combustibili fossili, modelli di sviluppo.

In Spagna, dopo le alluvioni del 2024 che hanno provocato oltre duecento vittime nella provincia di Valencia, Vox ha attribuito la gravità della catastrofe alle politiche ambientaliste, accusate di avere impedito la pulizia dei corsi d’acqua e la costruzione di nuove infrastrutture idrauliche: una lettura smentita dagli studi di attribuzione climatica, che indicano nel riscaldamento globale la causa dell’intensità delle precipitazioni.

Negli Stati Uniti, dopo i grandi incendi nell’area di Los Angeles, Donald Trump ha attribuito le responsabilità alla gestione delle risorse idriche e alle norme di tutela ambientale.

Anche l’Italia offre esempi di questo cortocircuito tra esperienza e interpretazione. Negli ultimi anni il nostro Paese è stato colpito dalla siccità del Po, dalle alluvioni in Emilia-Romagna, da ripetute ondate di calore e da incendi.

Dopo ogni disastro si riapre puntuale il dibattito su consumo di suolo, manutenzione del territorio, prevenzione: problemi reali, che però vengono talvolta contrapposti al cambiamento climatico, come se le due spiegazioni si escludessero. Non è così: si sommano. Un territorio fragile diventa più vulnerabile quando è esposto a precipitazioni più intense, siccità prolungate, temperature record.

Nel dibattito politico, però, questi stessi elementi vengono trasformati in una narrazione alternativa: non sarebbe il clima a essere cambiato, ma soltanto la gestione del territorio a essere fallimentare.

Su questa sovrapposizione la destra radicale, in Italia come altrove in Europa, costruisce spesso il proprio messaggio: il problema non è l’emergenza climatica, ma un ambientalismo che ostacola lo sviluppo. È il tipico meccanismo di inversione del bersaglio: chi denuncia il problema ne viene presentato come responsabile.

Così la discussione pubblica si sposta dalle cause del riscaldamento globale ai presunti effetti negativi delle politiche ambientali e la crisi climatica diventa il terreno per uno scontro identitario potenzialmente disastroso.


50 anni fa l’arresto del “traditore del secolo”, il brigadiere Jeanmaire

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Da tvsvizzera.it

Dieci mesi dopo l’arresto – avvenuto cinquant’anni fa a Losanna – il 17 giugno 1977 il Tribunale militare lo condannò per alto tradimento a 18 anni di reclusione, alla degradazione e all’espulsione dall’esercito. Una pena decisamente più severa dei 12 anni chiesti dall’accusa. Sua moglie, accusata di complicità morale, venne prosciolta.

Già durante il procedimento, l’allora consigliere federale Kurt Furgler (PPD/SG) – a capo del Dipartimento di giustizia e polizia – lo accusò di aver passato ai sovietici documenti top secret e informazioni classificate sull’esercito svizzero, così che la stampa non esitò a etichettarlo come “traditore del secolo”.

Una storia nata in Ticino

La vicenda ebbe origine nel 1959 durante un’esercitazione in Ticino, dove Jeanmaire, allora colonnello e capo di Stato maggiore, conobbe l’addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko, generale decorato nella battaglia di Stalingrado nonché rappresentante ufficiale del servizio segreto sovietico GRU.

Tra i due si instaurò un rapporto di amicizia destinato a consolidarsi negli anni successivi. A partire dal 1962 – mentre ricopriva il ruolo di caposezione all’Ufficio federale del servizio territoriale e delle truppe di protezione aerea – Jeanmaire trasmise a Denissenko e ai suoi successori informazioni riservate.

A segnalare il caso e a mettere in allerta le autorità elvetiche furono, nell’autunno del 1974, i servizi segreti statunitensi. Dopo mesi di stretta sorveglianza, il 9 agosto 1976 scattò infine l’arresto dell’ormai promosso a brigadiere Jeanmaire.

L’alto ufficiale sostenne sempre di aver consegnato soltanto documenti destinati all’uso interno e accessibili a numerosi militari, quindi non strettamente segreti. Il Tribunale militare giudicò invece il suo comportamento motivato da vanità, desiderio di prestigio e debolezza di carattere. Anche dal carcere, Jeanmaire non cessò mai di proclamarsi innocente, pur riconoscendo di aver agito ingenuamente.

Un caso tuttora controverso

Già poco dopo la condanna emersero dubbi sulla proporzionalità della pena. Diversi critici sostennero che il clima della Guerra fredda avesse influenzato il procedimento giudiziario e la successiva sentenza. Secondo alcuni osservatori, inoltre, anche il timore che gli Stati Uniti limitassero le esportazioni di tecnologia verso la Svizzera avrebbe influito sul verdetto. Lo storico Urs Rauber arrivò addirittura a definire le accuse una “bagattella”.

La lotta per la riabilitazione di Jeanmaire, molto mediatizzata, fu sostenuta anche da un comitato formato da ex membri dell’Assemblea federale appartenenti a vari partiti che nel 1990 depositarono in Parlamento una petizione con la richiesta di riesaminare il caso.

Successivamente, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul Dipartimento militare federale (CPI-DMF) concluse che Jeanmaire non aveva trasmesso informazioni strettamente segrete, pur non riscontrando irregolarità nelle indagini né scorrettezze da parte del Ministero pubblico della Confederazione (MPC). Considerate le funzioni ricoperte, l’ex brigadiere non avrebbe comunque potuto fornire informazioni “sensibili”.

La pubblicazione dell’atto d’accusa e della sentenza, decisa dal Consiglio federale il 5 marzo 1991 su richiesta della Commissione, ridimensionò le colpe di Jeanmaire.

Scontati 12 dei 18 anni

Per l’avvocato ginevrino Jacques Barillon il procedimento rappresentò invece un vero e proprio errore giudiziario, favorito dall’isteria dell’epoca e da un processo troppo sommario. Jeanmaire trascorse 12 anni nel penitenziario di Bellechasse (FR), scontando due terzi della pena prima di essere scarcerato anticipatamente nel 1988. Inoltrò ricorso nel 1977 e in seguito chiese invano, nel 1984 e nel 1986, la revisione del processo.

L’ex alto ufficiale superiore non ottenne mai una riabilitazione ufficiale e morì a Berna quattro anni dopo il suo rilascio, il 29 gennaio 1992, all’età di 81 anni. Le sue ceneri, insieme a quelle della moglie, furono sparse con un elicottero sopra il massiccio del Sempione.

Negli ultimi anni della sua vita, tuttavia, l’immagine pubblica dell’ex brigadiere cambiò sensibilmente: da simbolo del tradimento divenne per molti un patriota severo ma popolare, protagonista anche di numerose apparizioni mediatiche. Il 1° agosto 1990, in occasione della Festa nazionale, tenne anche un discorso pubblico sul passo della Vue des Alpes, nel canton Neuchâtel, senza però fare riferimento alla sua vicenda personale.

Il caso fu inoltre soggetto di una pièce teatrale dello scrittore basilese Urs Widmer (Jeanmaire. Ein Stück Schweiz, 1992) e di un breve saggio del noto autore britannico John Le Carré (La pace insopportabile, italiano 1993, inglese 1991).

Gli atti completi conservati dall’Archivio federale resteranno coperti dal segreto almeno fino al 2028.

Nell’immagine: Jean-Louis Jeanmaire (a destra) a colloquio con l’ex addetto militare dell’URSS a Berna Vassili Denissenko nel 1991 (da un servizio della RTS)


Un’alleanza che non durerà in eterno

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Gad Lerner, il manifesto

Non è una turbolenza passeggera quella che contrappone due egocentrici, bellicosi presidenti-tiranni quali sono Trump e Netanyahu. La divaricazione d’interessi strategici che va manifestandosi fra gli Stati uniti e Israele è una tendenza storica inesorabile, che sovrasta la postura dei leader e delle loro classi dirigenti, accomunate peraltro dalla medesima retriva ideologia suprematista.

Nei due paesi si voterà a pochi giorni di distanza, fra il 27 ottobre e il 3 novembre prossimi. Guerra e campagna elettorale acuiscono nelle rispettive opinioni pubbliche un clima di sospetto, la fine di ogni certezza.

Conosciamo tutti le ragioni strutturali, gli intrecci finanziari, tecnologici e militari, le affinità culturali per cui l’alleanza fra la superpotenza americana e lo Stato ebraico sembrerebbe destinata a durare in eterno. Ma così non è perché il mondo sta andando in tutt’altra direzione e gli Accordi di Abramo tramite cui, sei anni or sono, ci si era illusi di avviare una pacificazione definitiva fra i regimi dell’islam sunnita e Israele – tanto a chi sarebbe importata la malasorte di qualche milione di palestinesi? – si sono rivelati un fallimento.

L’indole razzista di Trump, aver creduto che la questione palestinese fosse un dettaglio trascurabile visto che i paesi arabi se ne disinteressavano, e dunque il via libera concesso alla colonizzazione ebraica in Cisgiordania e alla distruzione di Gaza, lo hanno trascinato fin nella trappola di Hormuz. Nel rapporto con Netanyahu pensava di essere lui il padrone ma Bibi gli ha più volte morsicato la mano. Infranti di continuo i cessate il fuoco da lui stipulati, aperti nuovi fronti di guerra là dove lui tentava di circoscriverli – in Libano, Siria, Yemen – fino all’umiliante presa di distanze di domenica scorsa da quell’«accordo storico per il disarmo di Hamas e il ritiro delle forze israeliane da Gaza» che Trump aveva definito «un passo monumentale» neanche due settimane prima.

A seguire è giunto l’ultimo colpo demolitore degli Accordi di Abramo: il Mecca joint agreement sottoscritto fra Turchia, Arabia saudita e Pakistan, patto militare che sarebbe un’ingenuità ridurre a monito sunnita contro l’Iran sciita; poiché al tempo stessa vuol essere una sfida a Israele e una diffida agli Usa.

Negli Stati uniti diviene sempre più trasversale la presa di distanze da Israele, vissuto come un intralcio a relazioni tranquille con il mondo islamico, fattore di ricatto piuttosto che avamposto della civiltà occidentale. L’ammirazione delle destre nazionaliste per la brutalità di Israele va usurandosi. Non sarà certo per solidarietà umana nei confronti dei palestinesi ma semmai per tutelare i propri interessi energetici e finanziari che i nazionalisti ripudieranno, all’occorrenza, il proprio «sionismo cristiano».

Quanto a Israele, la pulsione impersonata da Netanyahu col suo tagliare tutti i ponti alle spalle, proclamando che finché lui resterà al governo i palestinesi mai avranno uno Stato, si fonda tuttora sulla convinzione che gli Usa, seppur recalcitranti, non possano fare altro che sostenere sempre le sue guerre. E a rimorchio che neanche Regno unito, Germania e Francia abbiano altra scelta.

Al di là di ogni considerazione morale, quanto è verosimile questo calcolo? La maggioranza degli otto milioni di ebrei israeliani, purtroppo, sospinti dalla convinzione che la propria sopravvivenza non consenta pietà per i loro vicini di casa arabi palestinesi, oggi sembra propensa al «soli contro tutti». Ma gli equilibri internazionali scricchiolano.

Quand’anche l’indignazione dell’opinione pubblica mondiale possa venir repressa ancora a lungo, i gruppi di pressione globali danneggiati dalla prepotenza israeliana hanno sempre più voce in capitolo. Del tutto obsoleto è lo schema propagandistico basato sulla contrapposizione fra un «mondo libero» e le «potenze del male». Dietro alla crisi diplomatica senza precedenti apertasi con la Casa bianca, comincia a delinearsi possibile un rovesciamento del sistema di alleanze.

Ottant’anni fa, nel 1947, prima il decadente impero britannico in India con la disastrosa grande Partizione, e poi le Nazioni unite con la spartizione in due della Palestina, alimentarono conflitti che ancora si protraggono. La storia non torna indietro. Immaginare al giorno d’oggi nuove partizioni su base etnica o di appartenenza religiosa vorrebbe dire solo precipitare in una catena di guerre civili. I due amici-nemici Trump e Netanyahu ne sono la riprova.


Usa, allarme degli ex 007: “C’è una deriva autoritaria, Trump ha troppo potere”

Nell’agosto del 2021 gli americani lasciarono l’Afghanistan: “Fame e zero libertà di stampa, il Paese è ripiombato nella paura” 

Di Massimo Basile, La Repubblica

La deriva autoritaria non arriva con il rumore dei carri armati. Spesso arriva con la normalità. Un presidente revoca cinquanta nulla osta di sicurezza. Uno 007 viene allontanato senza che gli venga spiegato il perché. Chi dovrebbe opporsi, sceglie di non farlo, o impara presto a tacere. Intanto il presidente parla al Paese, promette di «difendere gli americani dai nemici interni» e mette in dubbio l’integrità del sistema elettorale.

L’allarme viene da oltre 400 ex funzionari dell’intelligence americana, che sulla piattaforma online Substack hanno denunciato il piano di Donald Trump: l’uomo d’affari che aveva promesso di andare a Washington per scoperchiare il “deep state”, lo stato sotterraneo, sta creando una macchina per accentrare il proprio potere come mai prima nella storia americana. Il tycoon – dicono – starebbe seguendo, nel suo secondo mandato, il manuale di istruzioni di ogni autocrate: indebolisce i contrappesi al suo potere e rende il Paese meno sicuro.

«Gli autocrati hanno modalità relativamente comuni di conquistare ed esercitare il potere», spiega Paul Kolbe, ex dirigente della Cia, che ha lavorato in aree dell’ex Urss e nei Balcani. «Tutte queste cose, per me, fanno rima con ciò che stiamo vedendo accadere negli Stati Uniti», aggiunge. Mark Zaid, avvocato specializzato in sicurezza nazionale al quale Trump ha revocato il nulla osta di sicurezza, è convinto che il presidente non si fermerà: «Sono state tolte tutte le barriere di sicurezza – dice -. E credo che il peggio debba ancora arrivare».

Kolbe è tra gli oltre 400 ex funzionari statunitensi dell’intelligence che fanno parte di The Steady State, organizzazione nata nel 2016 in risposta alla crescente deriva autoritaria negli Stati Uniti. Il gruppo ritiene che l’erosione del potere di controllo delle istituzioni, a cominciare dal Congresso ora guidato dai repubblicani, stia mettendo a rischio l’essenza stessa della democrazia americana. La rete ha accusato Trump di «mettere sé stesso al primo posto, e l’America all’ultimo». Intanto, il «culto della personalità» appare inarrestabile. «Trump vuole la sua faccia sui nostri passaporti. Vuole la sua faccia sui nostri soldi. Neanche Mao era arrivato a tanto», spiega Gail Helt, ex analista dell’intelligence, riferendosi all’ex presidente comunista cinese.

Secondo un altro gruppo formato da veterani dell’intelligence, l’Institute for the Study of States of Exception, funzionari dell’amministrazione potrebbero utilizzare i poteri d’emergenza per interferire con le elezioni di novembre, quando verrà eletto il nuovo Congresso. Le preoccupazioni si sono moltiplicate a luglio, quando in un messaggio alla nazione Trump ha accusato la Cina di aver interferito nelle elezioni del 2020, nonostante un rapporto del National Intelligence Council l’avesse escluso. Il richiamo costante all’“invasione comunista”, come negli anni del maccartismo, non sembra casuale. E neanche la Cia riesce a fare da contrappeso: tutti quelli che avevano sostenuto l’ipotesi di un coinvolgimento russo a favore di Trump sono stati privati dell’accesso a documenti sensibili.

Nonostante il quadro cupo, gli ex 007 vedono uno spiraglio: «Gli americani hanno alle spalle una lunga storia di democrazia e libertà. Le istituzioni resisteranno», dicono. Ma il pericolo vero, secondo alcuni di loro, non è solo cosa Trump possa fare, ma quanto l’America possa finire per abituarsi a manovre che un tempo sarebbero apparse intollerabili.