Così il riscaldamento globale sta sgretolando il Cervino: un processo che sembra inarrestabile

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Daniele Cat Berro, La Stampa

Sono passati centosessant’anni da quando Melchior e Jacob Blatter, guide alpine di Meiringen nel Cantone di Berna, e Joseph Gorret di Valtournenche, trascorsero tredici mesi consecutivi – dal 1° agosto 1865 al 1° agosto 1866 – in un piccolo e spartano ricovero in legno e pietra ai 3350 metri del Colle del Teodulo, ai piedi del Cervino. A incaricarli di un’esperienza allora del tutto inedita – trascorrere un intero anno, inverno incluso, in isolamento a quelle altitudini per misurare e studiare le condizioni atmosferiche in alta montagna – fu Daniel Dollfus-Ausset (1797-1870), chimico e industriale svizzero che presto lasciò l’impiego nell’azienda tessile di famiglia a Mulhouse per dedicarsi alle scienze della Terra e ai ghiacciai collaborando con scienziati del calibro di Louis Agassiz. Dotati di opportune scorte di viveri e legna da ardere e dei necessari strumenti meteorologici, i tre pionieri affrontarono il loro compito “con volontà e competenza, e con una perseveranza stoica”, come lo stesso Dollfus avrà modo di scrivere nel volume dedicato al riepilogo dei dati del Teodulo all’interno della sua monumentale opera “Matériaux pour l’étude des glaciers”. A cadenza oraria, dalle sei del mattino alle nove di sera, effettuavano rilievi di temperatura, pressione atmosferica, umidità relativa, direzione e forza del vento, nuvolosità, tipo e quantità di precipitazioni, integrandoli con altre descrizioni dettagliate dello stato del tempo e della montagna, dei fenomeni osservati e del manto nevoso e, d’estate, con la misure del tasso giornaliero di fusione del vicino ghiacciaio. Sopportarono temperature glaciali fino a -21,4 °C (il 14 marzo 1866) e bufere impetuose come quella del 12 febbraio dello stesso anno, “di una violenza estrema senza interruzione”, senza mai sospendere i rilievi e l’annotazione regolare dei dati sui registri.

Tante cose Gorret e i fratelli Blatter non potevano immaginare. Che nel giro di un sessantennio (Anni Venti del Novecento) l’altro piccolo riparo in pietra accanto al loro – già edificato nel 1852 come “Cantina di San Teodulo”, di cui lo stesso Gorret era custode – si sarebbe trasformato nel più moderno Rifugio Principe di Piemonte e poi, come oggi, “del Teodulo”. Che, passato un decennio ancora (1939), sulla vicina Testa Grigia (3480 metri) sarebbe comparsa la stazione di arrivo della funivia Cervinia-Plateau Rosa, dando avvio alla lunga stagione dello sci di un comprensorio di fama mondiale (Cervinia-Zermatt), e in seguito anche importanti stazioni meteorologiche e di ricerca ambientale dell’Aeronautica Militare e del Cnr. Che, però, la temperatura sulle Alpi si sarebbe alzata di tre gradi a furia di bruciare petrolio, gas e carbone, trasformando radicalmente quelle montagne, spogliandole sempre più delle loro nevi e dei loro ghiacci ed esponendole a un disfacimento accelerato. Che un giorno le misure meteorologiche da loro compiute con solerzia, nella calma tiepida di una giornata estiva come nella sferza di una tempesta invernale, sarebbero state sostituite da rilievi automatizzati di sensori elettronici con trasmissione dei dati via radio, telefonica o satellitare. E nemmeno che proprio il Cervino, sotto al quale avevano a lungo soggiornato, sarebbe divenuto un laboratorio per lo studio di questi cambiamenti climatici e ambientali.

Arriviamo così ai giorni nostri. A inizio luglio 2026, su iniziativa del Comune di Valtournenche e in collaborazione con Arpa Valle d’Aosta, la Regione Autonoma e la Società delle Guide del Cervino, è stata installata una stazione meteorologica in telemisura presso la nuova Capanna Carrel, a 3800 metri di quota lungo la via “normale” italiana al Cervino (Cresta del Leone). È equipaggiata di sensori per la misura di temperatura e umidità relativa dell’aria, velocità e direzione del vento, pressione atmosferica, radiazione solare diretta e globale, e di due webcam per la teleosservazione delle condizioni dei versanti. Ma a breve verranno installati nei dintorni – nonché a ridosso della sommità della “Gran Becca” – anche altri termometri per il monitoraggio della temperatura della roccia, in aggiunta a quelli già operativi da molti anni, volti a documentare la presenza e l’evoluzione del permafrost in profondità, il cui scongelamento contribuisce alla destabilizzazione degli ammassi rocciosi e incrementa così la propensione a frane soprattutto in stagioni estive eccezionalmente calde come quella attuale. La scelta del luogo non è casuale. Fin dalla rovente estate 2003, quando appena sotto la Capanna Carrel un crollo cancellò lo storico passaggio alpinistico della “Cheminée” portando alla luce una placca di ghiaccio in fusione, il Cervino è soggetto a distacchi vieppiù frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita alla vetta più problematica e pericolosa del consueto, tanto da indurne talora l’interdizione da parte delle autorità di Valtournenche e Zermatt (in questo luglio, pur in assenza di ordinanze ufficiali di chiusura, le guide svizzere hanno scelto di sospendere temporaneamente le ascensioni commerciali lungo la cresta dell’Hörnli). Si tratta di un fenomeno in accelerazione che riguarda tutte le Alpi e in generale le montagne del mondo in via di deglaciazione, ma che qui, sui fianchi del “più nobile scoglio d’Europa” – così John Ruskin, profeta della bellezza, definì il Cervino – assume una particolare rilevanza simbolica. Il Cervino diventa così un emblema internazionale degli effetti della crisi climatica sulle terre alte, come anche ha dimostrato la (vera) fotografia, ripresa lo scorso 25 giugno dalla guida alpina svizzera Lauber Harry e divenuta presto virale in rete, della parete Nord solcata da impetuose cascate dopo un temporale che ha scaricato pioggia torrenziale anziché neve fin sulla vetta a 4478 metri.

Ecco che nell’ultimo ventennio Arpa Valle d’Aosta ha predisposto, a ridosso del Cervino e nei dintorni, una moderna rete di monitoraggio delle temperature dell’aria, del suolo e della roccia che via via si è ampliata, e di cui la stazione installata quest’anno alla Capanna Carrel costituisce un nuovo tassello che aiuterà a comprendere meglio le relazioni tra cambiamenti climatici e instabilità del territorio, a studiare la dinamica di questi fenomeni e a cogliere segnali premonitori di situazioni potenzialmente a rischio. I dati della nuova installazione verranno resi disponibili on line prossimamente, ma intanto sul portale www.sottozerovda.it, realizzato da Fondazione Montagna Sicura nel quadro della Cabina di Regia dei Ghiacciai Valdostani, già si possono trovare le informazioni di sintesi sull’evoluzione del permafrost negli anni recenti, scoprendo che d’estate con l’aumento delle temperature il terreno scongela sempre più a fondo. Alla stazione di monitoraggio del Colle Superiore delle Cime Bianche (3100 metri, tra Cervinia e Champoluc) è presente una “catena” di termometri fino a 41 metri di profondità che nel periodo 2009-2022 – segnala l’Arpa Valle d’Aosta – ha mostrato un netto segnale di riscaldamento del permafrost di circa 0,45 °C al decennio a -10 metri, e di circa 0,15 °C al decennio a -40 metri. Il cosiddetto “strato attivo”, quello che nei mesi estivi scongela vicino alla superficie, nel 2023 e nel 2025 si è approfondito rispettivamente fino a 7,6 e 7,3 metri, record dall’inizio delle misure. E, tenendo presente che la temperatura media del permafrost dai 20 metri in giù si attesta intorno a -0,8 °C, il rischio che questo possente strato di detriti e roccia rimasto sottozero per millenni scongeli completamente nel giro di alcune decine di anni è reale, per lo meno a quote prossime a 3000 metri, con serie implicazioni per la stabilità degli ammassi rocciosi e di rifugi, infrastrutture e impianti di risalita che vi poggiano sopra, ma anche per l’ecologia dei suoli e gli ecosistemi locali. Più resiliente, per ora, il permafrost sopra i 4000 metri: la temperatura media annua della roccia sulla parete Nord del Cervino presso la vetta è ancora vicina a -12 °C.

Accanto al luogo in cui, un secolo e mezzo fa, svernarono i tre “soldati” scientifici di Dolfuss-Ausset, oggi sfrecciano migliaia di sciatori da tutto il mondo, anche d’estate. Ma oggi il caldo anomalo consuma rapidamente la neve anche alle soglie dei 3500 metri rendendo sempre più precario lo sci estivo, che quest’anno lassù resiste ancora tra gli ultimi lembi di neve sporca, ghiaccio grigio e grovigli di crepacci che vanno scoprendosi, e dovrà fare i conti con la nuova e straordinaria ondata di calore in vista per l’inizio di agosto.


Ai, se la Cina si prepara a dirigere l’orchestra

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Gabriele Segre, La Stampa

Per chi aspetta da anni il giorno in cui Pechino smetta di criticare il vecchio ordine internazionale e cominci a scriverne le regole, ci sono buone notizie: quel giorno sembra essere arrivato. E ha già un acronimo. Waico — World Artificial Intelligence Cooperation Organization — è la nuova organizzazione multilaterale dedicata alla governance dell’intelligenza artificiale voluta dalla Cina, con tanto di quartier generale a Shanghai, benedizione delle Nazioni Unite e ventinove paesi già pronti ad aderire.

Il messaggio è chiaro: se Washington ha deciso di non dirigere più l’orchestra, Pechino è pronta a impugnare la bacchetta.

L’annuncio è destinato a fare ancora più rumore proprio perché cade in una stanza vuota: quella lasciata da anni dagli Stati Uniti, impegnati a ricordare al mondo di non avere più alcuna voglia di fare gli Stati Uniti. La fiducia nell’alleato americano si è incrinata un po’ ovunque, il multilateralismo è diventato quasi una parolaccia, e persino gli amici di sempre hanno ricevuto notifica che l’accesso alle tecnologie più avanzate varia a seconda dell’aria che tira a Washington.

Pechino, di contro, recita un copione speculare e negli ultimi atti scritto con più mestiere. I suoi modelli Ai hanno bruciato il divario tecnologico con quelli americani spendendo una frazione del budget. Costano meno, si adattano meglio ai contesti locali e arrivano accompagnati da convenienti optional di infrastrutture, formazione e assistenza.

Soprattutto raccontano una filosofia radicalmente diversa: niente licenze in scadenza né interruttori azionabili da remoto, ma sistemi aperti da condividere, adattare e sviluppare insieme. «Un filo solo non fa musica, un albero solo non fa una foresta»: è il cuore della poesia geopolitica di uno Xi Jinping tanto lirico quanto scaltro, soprattutto deciso a convincere il mondo che la Cina parla il linguaggio della convenienza condivisa, a differenza della competizione a somma zero “made in Usa”.

Ma un’organizzazione multilaterale non fa un nuovo ordine, così come una gru non fa un grattacielo. Posare la prima pietra è la parte facile. Costruire il sistema che rende quel progetto credibile è un mestiere completamente diverso: fatto di potenza, regole, legittimità, sicurezza, stabilità finanziaria e, soprattutto, di qualcuno disposto a pagare quando arriva il conto.

Tutti amano i “beni pubblici” internazionali: rotte commerciali sicure, mercati aperti, regole prevedibili. Molti meno si propongono quando c’è da pagare la colletta. Fare da garante significa esattamente questo: assumersi costi sproporzionati perché tutti possano continuare a beneficiarne. È il paradosso di ogni egemonia: vista da fuori sembra un privilegio, vissuta da dentro somiglia più a un turno di notte.

Una fatica che nemmeno gli Stati Uniti hanno accettato sempre di buon grado. Certo, li ha aiutati la loro vocazione missionaria di fare del mondo un posto migliore, cucita da sempre nel loro Dna nazionale. Ma se perfino Washington è tentata di sottrarsi al peso della leadership, figuriamoci l’entusiasmo di chi quella vocazione non l’ha mai avuta. La Cina si racconta come vittima recidiva di un ordine scritto da altri, intenta più a togliersi qualche sassolino dalla scarpa che a indossare la corona.

Eppure, nessuno diventa garante globale per volontà, grazia o generosità. Ci si arriva quando il prezzo del disimpegno risulta più salato dell’alternativa: quando i problemi del mondo smettono di essere problemi degli altri e badare ai propri interessi non basta più a proteggerli.

La domanda, dunque, non è se la Cina voglia guidare il sistema, ma fino a quando potrà permettersi di non farlo. Se il commercio si inceppa, se le rotte diventano insicure, se le regole si sgretolano, nessuna grande economia esportatrice può limitarsi a osservare.

Questo non significa che Pechino sia automaticamente pronta a raccogliere il testimone. Prima deve mettere ordine nel proprio cortile regionale, gestire la diffidenza dei vicini — per dettagli, chiedere a Tokyo — e sostenere nel tempo i costi di una leadership che ancora esita ad assumersi, mentre gli Stati Uniti, per quanto stanchi, non molleranno la presa tanto docilmente.

Per questo la nascita della Waico merita attenzione, e ancora più sangue freddo. È certamente il segnale che la Cina inizia a immaginarsi non solo come gigante tecnologico, ma come potenza ordinatrice. Ma tra immaginarsi e diventarlo corre la stessa distanza che separa il varo di una nave dalla sua prima tempesta.


Attentato a Berlino: “Le religioni alimentano l’odio e i pifferai magici corrompono i frustrati”

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Tonia Mastrobuoni, La Repubblica

Alfonso Pantisano è il primo “commissario queer” di Berlino. Socialdemocratico e da sempre attivista dei diritti lgbtq+, figlio di emigrati calabresi ma nato e cresciuto in Germania, Pantisano era nel retropalco del Pride sabato sera, quando Abdul Ballout si è scagliato contro la folla. In quest’intervista a Repubblica si dice «devastato» dall’attentato e dalla regressione dei diritti cui stiamo assistendo. Ma fa anche una riflessione importante sui tormenti dei migranti di seconda generazione come lui. E come Ballout.

Pantisano, come sta?

«Sono devastato. Mi sento che abbiamo fallito come società. Abbiamo creato un mondo in cui è di nuovo possibile dire alle minoranze che non sono uguali agli altri e che non hanno gli stessi diritti. Non abbiamo imparato nulla dal passato, non abbiamo imparato nulla dalla Seconda guerra mondiale, quando il concetto di persecuzione fu industrializzato. Quando milioni di persone furono uccise a causa di questa fantasia, del credersi migliori degli altri. Abbiamo le nostre costituzioni che furono scritte con grande passione e che ci promettono eguaglianza. Ma qualcuno vorrebbe farla valere solo per la comunità eterosessuale. È una cosa brutta realizzarlo dopo tanti anni di battaglie, a quasi 52 anni: forse non arriverà mai il giorno in cui sarò davvero uguale a tutti gli altri».

Come si spiega quest’odio?

«Perché secondo me è giusto parlare della destra, ma non parliamo quasi mai della responsabilità che hanno le religioni nell’alimentare un certo tipo di odio. E mi riferisco a tutte le religioni, anche alla Chiesa cattolica che consente che il mondo discrimini le persone lgbtq+. Pensiamo ai pregiudizi diffusissimi in Italia, a persone non solo di destra, ma di centro e anche di sinistra che si dichiarano democratici “con tutto il cuore” e che però, quando si parla del mondo lgbtq+, ci dicono che dobbiamo smettere di parlare della nostra sessualità. Ma non è che parliamo della nostra sessualità, noi parliamo dei diritti che ancora non ci vengono riconosciuti».

E quando sente parlare – anche politici cosiddetti moderati – di “ideologia gender” cosa pensa?

«Che non hanno capito nulla e dovrebbero dimettersi e tornare sui banchi di scuola a studiarsi la costituzione. E imparare cosa significhi invece essere una persona lgbtq+ che ha sempre la sensazione di non essere uguale a tutti gli altri».

A Berlino l’Afd è il primo partito nei sondaggi, è al 19%. Che cosa è successo?

«Forse in tanti non hanno capito cosa ha significato il nazismo o forse si illudono che non tornerà mai più. Pensano che Hitler sia storia e non capiscono che quello che sta succedendo adesso è identico ad allora. In varie parti del mondo ci sono governi che provano a capire fino a che punto sono capaci di mettere sotto i tacchi una parte della popolazione. L’abbiamo visto con Putin, con l’Ungheria di Orbán e ora con Trump».

Abdul Ballout aveva annunciato più volte che avrebbe fatto qualcosa di terribile e pare fosse “insoddisfatto” della Germania. C’è un problema che riguarda le cosiddette seconde generazioni di migranti, quelle nate qui come la sua?

«Non sono un esperto di radicalizzazione. Cerco di capire. E se guardo a come funziona la Germania oggi e come ha funzionato negli anni Sessanta quando i miei genitori sono arrivati qua, vedo delle somiglianze. Anche oggi tanti giovani, figli di migranti, sono molto frustrati dalla situazione, da come vengono trattati qui, dalle scarse opzioni che hanno. E sono molto vulnerabili quando vengono spazzati ai lati della società. Sono molto sensibili verso chi li illude, verso chi promette loro qualcosa di più bello, a partire dall’appartenenza a una comunità, a un gruppo. E poi vedo in loro questa grande rabbia. Sono ragazzi – come me – che hanno visto i propri genitori soffrire, piangere, sentirsi male, essere umiliati, soffrire la discriminazione ovunque, sul lavoro, quando cercano una casa come si deve, degna della loro vita. Sono tanti dettagli che rischiano di portare ad odiare la società nella quale si vive.

Credo che questo spieghi, in parte, la radicalizzazione di giovanissimi. Abdul Ballout era nato qui, cresciuto qui, ma a un certo punto lo abbiamo perso, non so dirle dove, ma l’abbiamo perso. E lui si è ritrovato nelle mani di un pifferaio magico che ha iniziato a fargli sentire che faceva parte di una comunità. E una volta entrato in quelle reti non è più riuscito ad uscirne fuori».

Nell’immagine: Alfonso Pantisano


Il costo ambientale delle guerre

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Quando si parla di guerra pensiamo subito a morti, feriti, città distrutte e profughi. Più raramente facciamo i conti con ciò che i conflitti causano a fiumi, campi, mari e all’atmosfera. L’ambiente paga un prezzo salatissimo con emissioni di gas serra, suoli minati o contaminati, petrolio in mare, falde inquinate o biodiversità distrutta, creando difficoltà enormi alle popolazioni locali. Non si tratta di un tema astratto ma di un’eredità subdola che può durare decenni e che ad oggi non viene ancora discussa a sufficienza. Il Caffè climatico ha voluto aprire il dibattito con un evento pubblico avvenuto recentemente all’Impact Hub di Lugano.

Un esempio impressionante arriva dall’Ucraina. Secondo le stime riprese da Milena Gabanelli nel Data Room del Corriere della Sera, la guerra avrebbe già prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità paragonabile alle emissioni annue dell’Italia. Il 37% deriverebbe dal consumo di carburante di carri armati, aerei e mezzi militari; il 23% dagli incendi; un’altra quota dai raid contro impianti energetici, raffinerie, depositi e centrali.

La CO₂, però, è solo una parte del problema. In Ucraina, la contaminazione da mine e residuati esplosivi interessa secondo alcune stime tra 128.000 e 139.000 km², circa un quinto del territorio nazionale. Una quota importante è terreno agricolo di cui si stimano 40.000–55.000 km² di suolo compromesso. Non significa solo campi non coltivati: significa rischio per chi rientra nei villaggi, incendi innescati da ordigni, metalli pesanti e sostanze tossiche nel terreno. La bonifica potrebbe richiedere decenni.

Un altro caso riguarda l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran: nei soli primi 15 giorni di guerra si stimano oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂, pari alle emissioni annuali di circa 1,1 milioni di auto a benzina. Le fonti principali sono voli militari, navi, droni, movimenti di truppe e distruzione di abitazioni, attività commerciali e infrastrutture. Gli incendi di impianti petroliferi rilasciano inoltre particolato fine, ossidi di zolfo e azoto, idrocarburi tossici, metalli pesanti e sostanze che possono ricadere al suolo con la pioggia. È il fenomeno della cosiddetta “pioggia nera”, segnalato a Teheran dopo i raid sugli impianti petroliferi nel marzo scorso, con rischi per suolo, acque superficiali, falde e di problemi di salute per la popolazione che emergeranno solo nel tempo.

Nel Golfo Persico il danno si sposta in mare. Finora sono stati recensiti almeno 16 fra danneggiamenti e affondamenti di petroliere, con sversamenti rilevati da satellite tra 12–20 km² fino a 65 km² nei casi più gravi. Anche quando i volumi esatti non sono certi, l’ordine di grandezza è rilevante: decine di migliaia di barili possono equivalere a milioni di litri di petrolio. In un mare caldo e a ricambio lento come il Golfo, il greggio può colpire pesci, uccelli marini, fondali, coste e impianti di desalinizzazione, fondamentali per l’acqua potabile della regione. Non è solo il Golfo Perisco, anche la metaniera affondata nel Mediterraneo a marzo fra Malta e Lampedusa a due passi da noi ha generato e genererà ancora danni.

La domanda finale è scomoda: mentre l’ambiente e noi perdiamo, chi ci guadagna? Secondo i dati ripresi da Gabanelli, l’aumento dei prezzi energetici avrebbe portato alle maggiori 100 compagnie di petrolio e gas 23 miliardi di dollari di extra-profitti nel primo mese di guerra; nello stesso scenario, i primi 100 produttori di armi muovono cifre nell’ordine di 679 miliardi di dollari.

Carlo Zoppi è co-coordinatore del Caffè climatico della Svizzera italiana


Il regime predatorio dietro l’apparenza della legalità

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Fabrizio Tonello, il manifesto

Fate girare un mappamondo e poi puntate un dito a caso: ci sono buone probabilità che qualsiasi angolo del mondo abbiate toccato, Trump vi abbia applicato dazi unilaterali. E probabilità altrettanto buone che sia un posto dove Trump e la sua famiglia hanno affari. Il presidente Usa ha trasformato il suo secondo mandato in una macchina di arricchimento che combina estorsioni tariffarie pubbliche sulla base dei più fantasiosi motivi (l’ultimo, i dazi come lotta al «lavoro forzato»), perturbazione sistematica dei mercati internazionali, monetizzazione privata del ruolo presidenziale, regolamentazioni “fatte in casa” (per esempio sulle criptovalute) e, naturalmente, uso sistematico delle relazioni politiche per operazioni immobiliari. Non si tratta di corruzione episodica: è piuttosto un regime predatorio, dietro un velo di legalità formale.

Le fortune personali e familiari sono illuminanti. Prima di tutto ci sono le criptovalute e la finanza amica. Nel solo 2025 Trump ha dichiarato un reddito di circa 2,2 miliardi di dollari, di cui 1,4 miliardi provenienti da attività legate alle criptovalute. Buona parte viene da World Liberty Financial, società cripto cofondata dai figli Eric Trump e Donald Trump Jr.: oltre 500 milioni di dollari di entrate presidenziali. Si sa che la stessa amministrazione Trump controlla direttamente la regolazione del settore. Poi c’è l’uso del marchio Trump su scala globale, che continua a generare decine di milioni di dollari (almeno 23 nel periodo recente) grazie alla visibilità del boss. Naturalmente Trump continua a incassare anche dividendi/plusvalenze da vari strumenti finanziari e reti politico-affaristiche legate a Peter Thiel o ad altre figure vicine al trumpismo.

Da parte sua Melania ha incassato oltre 10 milioni di dollari per i diritti del documentario Melania prodotto da Amazon, più circa 6 milioni di proventi da libro di memorie e merchandising. Jared Kushner e Ivanka Trump sono al centro di un maxi-progetto di resort di lusso a Sazan in Albania, con un investimento stimato tra 1,4 e 4 miliardi di euro, su aree protette ad alto valore ambientale. Il governo albanese ha concesso alla società legata a Kushner lo status di «investitore strategico», con corsie preferenziali e condizioni agevolate, mentre i cittadini albanesi continuano la loro protesta in difesa della laguna e dei fenicotteri.

Truth Social e l’ecosistema mediatico legato a Trump hanno un forte impatto sui mercati ogni volta che il presidente annuncia decisioni politiche: il petrolio va su o giù in relazione agli annunci di nuovi bombardamenti o, al contrario, promesse di «tregua». Si tratta di una piattaforma usata come strumento di market moving più che come semplice canale politico. In questi giorni si parla di un progetto di abbonamento privilegiato, per la modica cifra di 100.000 dollari per ricevere in anticipo le notizie di Truth Social: in pratica uno schema di insider trading strutturale che permetta di monetizzare la prevedibilità (o imprevedibilità) delle sue uscite.

Siamo di fronte alla corruzione classica degli imperi in decadenza o piuttosto a un regime predatorio? La corruzione episodica, sempre esistita negli Stati uniti anche in forma legalizzata (lobby) si caratterizza per scambi limitati: una tangente per un contratto, un favore per una nomina, un appalto in cambio di un finanziamento politico. Il regime predatorio è, invece, quello in cui il gruppo dirigente utilizza in modo sistematico e strutturale il potere pubblico per estrarre rendite, ridefinendo le regole per normalizzare il proprio arricchimento. La linea di separazione tra Stato e patrimonio privato scompare: le scelte di politica pubblica sono disegnate in funzione degli interessi economici della cerchia al potere.

Il caso Trump quindi appare come uno dei modelli di “plutocrazia regolatoria”, in cui l’élite economica controlla direttamente la produzione di regole di mercato. Ci sono i precedenti di regimi ibridi (Ungheria, Russia) nei quali il leader e la sua cerchia privatizzano gradualmente segmenti dello Stato e del territorio, conservando forme elettorali e parvenza di legalità. La differenza statunitense sta nel fatto che questi meccanismi emergono dentro un ordinamento dove rimangono ancora controparti (stampa, parte della magistratura, sistema federale), che pongono limiti e producono almeno trasparenza ex post (dichiarazioni patrimoniali, inchieste su Kushner in Albania, ecc.). Tuttavia, la normalizzazione di conflitti di interessi di questa scala sposta l’asticella di ciò che è considerato “accettabile” nella relazione tra ricchezza privata e potere esecutivo.


Dazi, Trump minaccia l’Ue dopo la multa a Google: “Pagherà un prezzo molto alto, li avevo avvertiti”

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Claudio Tito, La Repubblica

Donald Trump non riesce mai a fare a meno di minacciare qualcuno o qualcosa. E ieri è tornato a farlo contro l’Ue per le multe contro le cosiddette “Big Tech”, le grandi aziende digitali. L’ultima sanzione europea, contro Google, è di giovedì scorso. «L’Unione europea – ha attaccato ieri il presidente Usa – pagherà un prezzo molto alto per questa condotta illegale e profondamente scorretta, una rapina contro la quale li avevo ripetutamente messi in guardia». Il tycoon ha ripetuto che gli Stati Uniti non sono il «salvadanaio» dell’Europa: «Le sanzioni saranno completamente revocate e prevediamo di imporre loro pesanti dazi doganali il prima possibile».

L’Unione ha più volte ribadito che non intende rinunciare alle sue leggi sulla concorrenza. In particolare l’ultima multa a Google da 890 milioni di euro è stata comminata sulla base del Digital Markets Act. Soprattutto la Commissione ha sempre sottolineato che negli accordi sui dazi non rientravano le norme antitrust.

Bruxelles per ora si limita a far notare che i nuovi dazi Usaimposti due giorni fa sono «in linea» con l’accordo sottoscrittolo scorso anno in Scozia e respinge al mittente le critiche americane sul lavoro forzato, ossia come forma di punizione.

«L’Ue – si precisa in una nota – ha già adempiuto alla propria parte dell’accordo e si aspetta che gli Stati Uniti continuino a rispettare i termini della dichiarazione congiunta». Le nuove tariffe a stelle e strisce stabiliscono un’aliquota globale del 10% per l’Ue e reintroducono alcune esenzioni come quelle su sughero e diamanti che si aggiungono a quelle già in vigore per aeromobili, medicinali e principi attivi. Per l’esecutivo comunitario Bruxelles, questa può essere l’occasione per «esplorare ulteriori esenzionitariffarie e approfondire la cooperazione in un’ampia gamma di settori, tra cui le risorse naturali critiche, la sicurezza economica, l’intelligenza artificiale e le questioni digitali, solo per citarne alcuni».

L’Unione nello stesso tempo respinge i rilievi statunitensi sul lavoro forzato. «Disponiamo già di norme rigorose in materia – ha sottolineato un portavoce dell’esecutivo comunitario – e respingiamo l’idea di poter essere considerati come un fattore che contribuisce al problema globale del lavoro forzato».

A criticare con fermezza i nuovi dazi di Trump sono soprattuttoCina, Brasile e Australia. «Ci opponiamo a qualsiasi forma di misura tariffaria unilaterale – ha avvertito il portavoce del ministero degli esteri di Pechino –. Una guerra tariffaria o una guerra commerciale non serve agli interessi di nessuna delle parti». Per il ministro brasiliano del Commercio, Marcio Elias Rosa, la posizione di Washington è «ingiustificata» e basata su «fatti non reali». Il governo australiano, infine, ha chiesto agli Stati Uniti di revocare le tariffe «incompatibili con il nostro accordo di libero scambio».


Tra Usa e Iran la Guerra dei 47 anni: offensive, tregue e colpi sempre più duri

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Maurizio Molinari, La Stampa

Attacchi militari, mosse strategiche e dichiarazioni roventi di Washington e Teheran lasciano intendere che il nuovo round della guerra del Golfo si annuncia più feroce del precedente.Basta guardare a cosa sta maturando sul terreno per accorgersi dell’accelerazione in corso. Il presidente Donald Trump parla dell’«attacco più grande di sempre», la Casa Bianca fa sapere che «i danni causati dall’Iran saranno risarciti con i loro beni congelati all’estero» e da 14 notti l’aviazione Usa estende aree e intensità dei raid, fino a colpire i ponti attorno a Bandar Abbas e le milizie sciite ai confini Iran-Iraq, indicando senza mezzi termini come obiettivo strategico la montagna di Pickaxe dentro la quale gli ayatollah avrebbero spostato – a oltre 100 metri di profondità – le centrifughe nucleari sopravvissute ai precedenti attacchi.

Da Teheran il regime guidato da Ahmad Vahidi, il comandante in capo dei Guardiani della rivoluzione diventato uomo forte per la perdurante assenza del Leader supremo Mojtaba Khamenei, non è da meno: bersaglia basi Usa in Kuwait ed Emirati, sedi della Cia in Giordania e centri di Amazon in Bahrein con una precisione tale da tradire il flusso di informazioni satellitari russe e cinesi, minaccia di colpire «in maniera devastante» le infrastrutture civili dei Paesi arabi e di Israele, fa sapere di volersi vendicare con Londra perché offre le basi ai B-1 americani e, soprattutto, minaccia di far bloccare ai fedelissimi ribelli yemeniti Houthi lo Stretto di Bab el-Mandeb, chiudendo l’accesso al Canale di Suez per sommarlo a Hormuz. Al fine di strangolare buona parte del commercio marittimo internazionale, mettendo mezzo mondo in ginocchio.

E ancora: Vahidi e i suoi Pasdaran hanno non solo riparato in tempo record basi missilistiche e centri di intelligence colpiti dall’attacco israelo-americano del 28 febbraio, grazie ai rifornimenti cinesi affluiti attraverso il Pakistan, ma sono riusciti a stroncare ogni rivolta interna con un sistema di repressione basato sulla memoria del feroce massacro di inizio gennaio, quando le vittime in 48 ore furono almeno 40 mila.

Insomma, la Repubblica islamica divenuta dittatura militare dimostra una capacità di resistere tale da fargli credere di riuscire a prevalere su Washington su un campo di battaglia asimmetrico mentre Trump vede la possibilità di vincere la «guerra dei 47 anni» con gli ayatollah, riuscendo lì dove tutti i predecessori hanno fallito. Si spiega così il diverso ruolo di Israele nell’attuale escalation. Trump vuole l’alleato in secondo piano perché punta a essere lui il protagonista di una sfida destinata a segnare la presidenza. Immaginando forse di spingere gli alleati arabi del Golfo ad unirsi all’attacco. Teheran, invece, è determinata a coinvolgere Israele proprio per ostacolare i piani di Washington, come fece Saddam Hussein nella guerra del 1991. Gerusalemme, dunque, aspetta di essere attaccata per intervenire anche se, assicura Trump, «può seguirci in appena due minuti». Come dimostra il fatto che mai tanti armamenti Usa sono stati posizionati nelle basi dello Stato ebraico.

Tale escalation, su entrambi i lati, si accompagna ad una narrazione da scontro epico. Trump parla di «un regime di fanatici che ci attacca da quando è nato 47 anni fa» ricordando, con i leader repubblicani al Congresso, il rapimento degli ostaggi a Teheran nel 1979, la strage dei Marines a Beirut nel 1983, il capo della Cia William Buckley torturato per mesi in Libano da Hezbollah prima di morire nel 1985, le migliaia di soldati uccisi dagli ordigni Ied iraniani in Iraq, gli innumerevoli atti di terrorismo e il grido di «morte all’America» a ogni evento pubblico, fino al recente funerale di Ali Khamenei segnato dalla volontà di uccidere il capo della Casa Bianca. Da parte loro i leader iraniani, dalla firma del Memorandum di intesa il 17 giugno in poi, si sono rivolti all’America come a un «nemico mortale»destinato ad essere «cacciato da Hormuz e dalla regione» proprio come auspicava Khomeini, primo Leader supremo della rivoluzione islamica.

Questa cornice di uno scontro progressivo ma totale riporta ai conflitti del passato nei quali si alternavano combattimenti e tregue consentendo ai contendenti di riorganizzarsi ed essere più efficaci, avere armi più feroci. Così furono le Guerre puniche, la Guerra dei Cent’anni e le faide guelfi-ghibellini seguendo uno schema a cicli: pace armata e violenze sempre più sanguinose. L’attuale conflitto Usa-Iran è assai simile perché esistenziale e costellato di battaglie alternate a tregue: dalla guerra dei 12 giorni nel giugno del 2025 a quella di 50 giorni iniziata lo scorso 28 febbraio. Con accordi sul cessate il fuoco annunciati e poi falliti nell’impossibilità di vere intese. L’ultimo corto circuito è stato sullo status di Hormuz perché Teheran vuole imporre un pedaggio che lo trasformerebbe in acque nazionali mentre gli Usa difendono la libertà di navigazione. «Hormuz non tornerà al pre-28 febbraio» assicura il ministro degli Esteri iraniano Araghchi. «Il controllo iraniano di Hormuz minaccia l’economia globale» ribatte il Segretario di Stato statunitense Rubio. Il resto è dietro l’angolo: escalation feroce o un’altra tregua, fino al ko di uno dei duellanti.


Remigrazione, una parola politica: così la destra normalizza la violenza

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Gianrico Carofiglio, La Stampa

Le parole non sono mai neutre, mai innocenti: possono descrivere la realtà, o mascherarla; far progredire la convivenza o trasformare il mondo in un posto peggiore. La politica lo sa da sempre: cambiare il nome delle cose è uno dei modi più efficaci per cambiare il modo in cui le percepiamo. Nel bene e soprattutto nel male. Per questo, quando il dibattito pubblico si concentra sulle parole anche con interpretazioni capziose, conviene fermarci e chiederci di cosa stiamo effettivamente discutendo.

Prendiamo il termine deportazione. Da qualche tempo alcuni esponenti dell’estrema destra sostengono che sia sbagliato usarlo per indicare il trasferimento coatto di immigrati nei loro Paesi d’origine: la deportazione, affermano, sarebbe altra cosa, perché significherebbe portare qualcuno in un luogo diverso da quello da cui proviene; se invece lo si riporta nel Paese di origine, bisognerebbe parlare di “remigrazione” . L’obiezione ha una sua insidiosa suggestività, ma non regge.

La parola deriva dal latino deportare: de– indica l’allontanamento, portare il trasporto. Portare via, appunto. Nel diritto romano la deportatio era una pena che consisteva nell’allontanamento forzato disposto dall’autorità, e il punto decisivo non era mai dove si veniva mandati, bensì il fatto di esservi mandati contro la propria volontà. È rimasto così fino a oggi: i dizionari definiscono la deportazione come il trasferimento forzato di persone disposto da un’autorità, e l’elemento essenziale resta la costrizione, non la destinazione.

Sostenere il contrario significa confondere ciò che è essenziale con ciò che è accessorio, un po’ come pretendere che un omicidio commesso con un coltello appartenga a una categoria diversa da un omicidio commesso con una pistola: cambia lo strumento, non la natura del fatto. Se un’autorità costringe migliaia di persone a salire su autobus, treni o aerei e le allontana contro la loro volontà, è quel trasferimento coatto a definire l’atto; che le persone vengano condotte in un campo, in un Paese terzo o nel loro Paese d’origine cambia la destinazione geografica, non la natura dell’operazione.

Del resto, la storia non ha mai usato un criterio diverso. Dopo la Seconda guerra mondiale milioni di tedeschi furono costrette a lasciare i territori dell’Europa orientale per raggiungere la Germania, e gli storici parlano di deportazioni e di espulsioni di massa non perché quelle persone fossero condotte in un luogo a loro estraneo (era la loro patria), ma perché vi furono costrette.

Remigrazione e deportazione, del resto, non sono nemmeno termini alternativi: appartengono a piani diversi. Remigrazione è una parola politica, che indica un obiettivo – ridurre drasticamente la presenza di immigrati riportandoli nei Paesi di provenienza – ma non dice nulla sul modo in cui quell’obiettivo dovrebbe essere raggiunto. Il mezzo può essere il rimpatrio volontario, oppure l’espulsione individuale decisa caso per caso nel rispetto delle garanzie di legge; ma può anche essere il trasferimento coercitivo e generalizzato di intere categorie di persone. Se il mezzo è quest’ultimo, chiamarlo remigrazione non elimina il problema: lo nasconde, come parlare di “pacificazione” per indicare un’occupazione militare. La parola descrive il fine dichiarato, non ciò che concretamente accade.

Deportazione porta con sé un alone di violenza e razzismo di Stato che pochi, anche a destra, sono disposti a rivendicare apertamente: richiama i vagoni piombati, le leggi razziali, un capitolo della storia europea che nessuno, salvo frange dichiaratamente estreme, vuole evocare in pubblico. Remigrazione suona invece neutra, quasi tecnica – e in parte lo è stata per decenni, nel lessico della demografia, prima di essere ripresa dagli ambienti di estrema destra identitaria europea.

Usarla consente di rivendicare un obiettivo radicale senza doverne indossare il peso simbolico: la parola suona accettabile e proprio per questo può essere pronunciata nei programmi elettorali e nei talk show, dove deportazione risulterebbe nauseante e impronunciabile. Ovviamente non è un errore terminologico ingenuo. È una cinica scelta di comunicazione (e manipolazione) politica.

Anche il diritto internazionale opera questa distinzione. Uno Stato può espellere uno straniero irregolare seguendo procedure individuali e nel rispetto delle garanzie previste dall’ordinamento; altra cosa è il trasferimento forzato di gruppi di persone individuati in base all’origine nazionale o etnica. Il discrimine, qui, non è la destinazione finale, ma la natura dell’atto: individuale o collettivo, volontario o coercitivo.

Non ogni rimpatrio forzato è una deportazione, ma se l’obiettivo dichiarato è di allontanare coattivamente, e in modo generalizzato, migliaia e migliaia di persone in ragione della loro appartenenza a una determinata categoria, il problema etico e giuridico non si risolve inventando una parola nuova: la realtà non cambia (non dovrebbe cambiare) perché cambia il vocabolario.

Orwell osservava che il linguaggio politico serve spesso «a far sembrare vere le menzogne e rispettabile l’assassinio»: una frase estrema, scritta pensando ai totalitarismi del Novecento, ma il meccanismo resta lo stesso anche quando gli esiti voluti non sono così spaventosi. Si comincia attenuando il significato delle parole, e quasi senza accorgersene si finisce per disperdere il senso delle cose e la struttura morale delle società.

In questo, come in molti altri casi, è fondamentale riflettere sulle ambiguità e sulle deliberate intossicazioni del discorso pubblico: dietro una disputa lessicale si nasconde, molto spesso, un tentativo di occultare la realtà e di inquinare la politica.

Nell’immagine: Gianrico Carofiglio, scrittore ed ex magistrato 


Referendum: i dieci maggiori finanziatori

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Martina Frei, INFOsperber

Lo scorso anno, i partiti politici, principalmente il Partito Socialdemocratico (SP) e il Partito Liberale Democratico (FDP), hanno finanziato cinque campagne referendarie con 1,7 milioni di franchi svizzeri – un budget modesto rispetto alle somme raccolte dalle associazioni: 10,4 milioni di franchi.

L’organizzazione no-profit “Lobbywatch”, sostenuta da un gruppo di giornalisti, ha analizzato il flusso di fondi. Secondo le loro scoperte, l’associazione dei proprietari di immobili ha investito 6,5 milioni di franchi nella campagna per l’abolizione del valore locativo figurativo. “Si tratta di dodici volte la somma raccolta dalla parte avversaria, che ha raccolto poco più di mezzo milione”, scrive Lobbywatch.

Il referendum è andato a favore dell’associazione dei proprietari di immobili: il 57,7% dei votanti si è espresso a favore dell’abolizione del valore locativo figurativo.

I donatori anonimi

Il secondo maggiore finanziatore dei cinque referendum federali del 2025 è stato Economiesuisse. Fin dall’inizio delle indagini, questa associazione di imprese è risultata “il maggiore donatore della politica nazionale”.

Dei 14,6 milioni di franchi svizzeri complessivi confluiti nelle cinque campagne referendarie federali dello scorso anno, 12 milioni provenivano da soli dieci donatori. Al terzo posto tra i maggiori finanziatori si è classificato un anonimo “Comitato d’azione per la libertà”, che ha stimato in 750.000 franchi svizzeri il valore della lotta contro l’iniziativa sull’imposta di successione.

I 10 principali finanziatori delle campagne elettorali nel 2025. © Lobbywatch

Quando si trattava di imposta di successione, il rapporto era 1:10

Per la votazione sull’imposta di successione i promotori avevano a disposizione 0,4 milioni di franchi. Secondo “Lobbywatch” gli oppositori hanno raccolto 4,2 milioni di franchi. Con il 78,3% di voti contrari l’iniziativa popolare di Juso è andata in declino.

Un numero significativo di donatori contrari all’iniziativa Juso non ha voluto essere identificato per nome: 1,75 milioni di franchi sono stati donati in forma anonima. “I dati mostrano: chi c’è veramente dietro questi milioni resta all’oscuro dell’attuale regolamentazione del finanziamento politico – una situazione che solo un requisito di trasparenza più severo può cambiare”, dice “Lobbywatch”.

Nel 2025, i privati ​​cittadini si sono classificati al quarto posto tra i finanziatori delle campagne elettorali. In totale, sette privati ​​cittadini hanno donato ciascuno oltre 15.000 franchi svizzeri. © Lobbywatch

Nell’immagine: l’esito della votazione dipende anche dai budget sia dei promotori che degli oppositori. © «SRF»


Quando finisce la guerra? Mai

La vetta è soggetta a distacchi frequenti che specie in estate avanzata rendono la salita più problematica e pericolosa del consueto. 

Di Alberto Negri, il manifesto

Fine guerra mai? Il terribile sospetto, corroborato da diversi indizi, coglie in questo periodo più di qualche esperto.

Lawrence Freedman, professore emerito in studi sulla guerra al King’s College di Londra, nel 2025 ha scritto un articolo significativo su Foreign Affairs. Intitolato “The age of forever wars” (“L’epoca delle guerre infinite”). Un saggio di incombente attualità.

Nessuna guerra del Medio Oriente è mai finita negli ultimi 45 anni. Ero in Iran per la guerra scatenata dall’Iraq nel 1980 che è continuata in Kuwait nel ’91 e nello stesso Iraq per poi estendersi in Somalia, quindi in Afghanistan nel 2001, tornare in Iraq nel 2003 e in Siria nel 2011, aggiungendo, per infinite volte, i conflitti in Libano e tra Israele-Palestina fino al massacro di Hamas del 7 ottobre 2023 e a un genocidio degli arabi che secondo il professore israeliano Omer Bartov rischia di restare del tutto impunito e diventare – in una prospettiva terrificante – persino “legittimo”.

ORA ABBIAMO la guerra di Usa e Israele contro l’Iran, che si estende dal Libano al Mar Rosso. Ma come abbiamo visto è sempre la stessa guerra. L’Ucraina, intanto, è in corso dal 2014, quella del Sudan dura da non si sa quanto. In Europa una legione di sonnambuli celebra ancora 80 anni di pace dalla seconda guerra mondiale dimenticando sempre un decennio di guerre balcaniche negli anni ‘90 (ho fatto pure quelle come le precedenti), come se si fossero dipanate tra massacri come quello di Srebrenica del ‘95 – altro genocidio – in un continente diverso, in un’ “altra Europa”.

Eppure ogni giorno qualcuno chiede quando finirà questa guerra di Hormuz, che si è allargata allo Stretto gemello di Bab el Mandeb dove gli Houthi yemeniti stanno attaccando le petroliere saudite: “Mai, è ovvio”, una risposta che nessuno vorrebbe sentire. Non lo vorremmo sentire noi come pacifisti, opinione pubblica e consumatori di petrolio, ma anche coloro che questa guerra l’hanno iniziata il 28 febbraio, Stati uniti e Israele, che sulla scorta delle menzogne di Netanyahu avevano promesso di abbattere il regime della repubblica islamica inventandosi l’ex presidente iraniano Ahmadinejad come “quinta colonna” di un fantasioso colpo di stato. Ahmadinejad lo abbiamo visto con aria dimessa e contrita dietro al feretro di Ali Khamenei.

Sul New York Times Steven Erlanger fa notare che dai tempi del Vietnam i presidenti Usa sono ripetutamente entrati in conflitti che sembravano durare all’infinito, almeno fino a quando il presidente successivo – o quello dopo ancora – non decideva che il gioco non valeva la candela dal punto di vista economico e politico, dichiarava vittoria e tornava a casa.

Con l’Iran Donald Trump sembra caduto nella stessa trappola. Nella sua campagna elettorale aveva promesso di mettere fine ai conflitti e aveva garantito che non si sarebbe mai infilato in una guerra infinita, tanto più in Medio Oriente. Eppure è questo che rischia in Iran. Al punto che la scena al Congresso per i collaboratori di Trump assume contorni quasi ridicoli, se non fossero penosi e tragici.

NELLA SUA audizione al Senato dal capo del Pentagono Pete Hegseth abbiamo appreso che questa guerra è già costata quasi 38 miliardi di dollari, che ne servono subito 70 per rifare le scorte di armi e che il prossimo bilancio della difesa passerà da 1000 a 1500 miliardi di dollari. Ma il cerone di Hegseth ha cominciato vistosamente a colare – è noto che questo machista convinto si trucca per le telecamere – quando il senatore repubblicano John Neely Kennedy gli ha chiesto a bruciapelo se il nucleare iraniano era finalmente neutralizzato o fosse pericoloso. «Se lo sia ancora non è non chiaro ma siamo comunque in grado di neutralizzarlo», ha balbettato il capo della Difesa Usa.

I leader potenti che hanno grandi eserciti tendono a cadere «nell’inganno della guerra breve», scrive Lawrence Freedman. Come Trump in Iran e il russo Putin in Ucraina, questi leader «non si rendono conto dei limiti della forza militare e quindi si pongono degli obiettivi raggiungibili (sempre ammesso che lo siano) solo attraverso un lungo conflitto», sostiene Freedman su Foreign Affairs. E i media, in maniera acritica, vanno dietro scrivendo balordaggini come nel 2001 quando i giornali occidentali – New York Times compreso – sostenevano che presto tutte le donne afghane avrebbero buttato il burqa: i talebani quando protestano spargono ancora il loro sangue sull’asfalto.

COSÌ I CAPI, impantanati in guerre infinite, trovano dei diversivi. Anche un po’ puerili se non facessero paura. Dopo avere annunciato un accordo sul nucleare civile con i sauditi, Trump ha affermato che è subordinato all’adesione del regno wahabita agli accordi di Abramo con Israele, subito intervenuto per ridurre la Casa Bianca a più miti consigli, ma i sauditi hanno ripetutamente affermato che non riconosceranno Israele (potenza atomica) senza la creazione di uno Stato palestinese.

Trump ha ancora la possibilità di vendere al suo elettorato questa guerra impopolare come una specie di vittoria e ritirarsi. Ma invece di trovare una via di uscita minaccia di allargare il conflitto. Anzi adesso vorrebbe intraprendere la “sua” nuova guerra al terrorismo intervenendo contro una filiale di Al Qaeda in Mali, dove su fronti opposti ci sono già russi e ucraini. Da qualche parte bisogna pur “vincerne” una delle guerre infinite.