Sicurezza, l’uso della forza e la fine del diritto

Viviamo in un tempo cattivo con rapporti incrudeliti a tutti i livelli. Da qui la santificazione delle maniere dure. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità Ascolta l'articolo 

Di Michele Ainis, La Repubblica

C’è un’altra vittima nel doppio caso che sta incendiando le cronache. Non una persona in carne e ossa, come i due rapinatori uccisi a freddo da un gioielliere a Grinzane Cavour. O come Fakir, morto a Bologna durante un fermo di polizia. L’altra vittima è un’idea: il diritto. E di conseguenza i suoi custodi: la magistratura e il capo dello Stato.

Qual è infatti il collante che lega i due episodi? L’uso sproporzionato della forza. Una forza privata, nel caso del gioielliere Mario Roggero. Una forza pubblica, nel caso di Fakir. L’una e l’altra, tuttavia, sottostanno alle regole giuridiche. Che giustificano la legittima difesa, ma soltanto quando sia l’unico mezzo per fronteggiare un pericolo incombente, mentre Roggero ha usato la sua calibro 38 a rapina conclusa, inseguendo i rapinatori e colpendoli alle spalle. E che ovviamente autorizzano l’uso della forza da parte della polizia, ma non la pena di morte, sia pure nei confronti del criminale più incallito.

Questo, però, è un tempo cattivo, d’umori incrudeliti, d’insofferenza all’impero delle regole. Succede nei rapporti fra gli Stati, con il ritorno delle guerre, militari o commerciali. E con la crisi, perciò, del diritto internazionale, nonché degli organismi che se ne fanno interpreti, dall’Onu alla Corte penale internazionale. E succede nei rapporti civili, ormai sempre più incivili.

Da qui la santificazione delle maniere forti. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità. Così, una riforma del 2019 ha allargato lo spettro della legittima difesa. Mentre quest’anno l’ultimo decreto sicurezza ha introdotto uno scudo penale per gli agenti. D’altronde i decreti sicurezza si rincorrono uno dopo l’altro, sempre all’insegna dell’intolleranza, sempre sull’onda d’un fatto di cronaca, dal decreto rave al decreto Cutro o al decreto Caivano.

E tuttavia non basta, non basta mai. Sicché il Consiglio dei ministri vara la «norma anti maranza», che abbassa la soglia dell’imputabilità a quattordici anni, calpestando il buon senso, oltre alla disposizione costituzionale che protegge «l’infanzia e la gioventù» (articolo 31).

A sua volta la Lega deposita una proposta di legge che allarga ulteriormente le maglie della legittima difesa, sul modello del Far West. Il ministro della Giustizia predispone la grazia per Roggero, scavalcando il Quirinale, che reagisce con irritazione. Infine la nostra premier, Giorgia Meloni. Offre copertura politica all’iniziativa del ministro. Critica le norme che stabiliscono un risarcimento per i familiari dei due rapinatori uccisi. Contesta le tre sentenze che hanno mandato in carcere il gioielliere.

E allora monta un clima avvelenato. Ai giudici arrivano minacce, insulti, messaggi d’odio. Tanto che l’Associazione nazionale magistrati lancia un allarme, e al contempo esprime solidarietà per i colleghi sotto attacco «per il solo fatto di avere applicato la legge dello Stato sull’omicidio e sulla legittima difesa».

Ma la pressione politica diventa sempre più stringente. E a farne le spese, in ultimo, è il presidente Mattarella. Potrà opporsi alla nuova legge sulla legittima difesa, pur avendo già espresso i propri dubbi nel 2019, accompagnando con una lettera la promulgazione della legge precedente? E potrà opporsi alla grazia per Roggero, reclamata a mani tese dal governo?

Ecco, l’antico istituto della grazia. Rappresenta — diceva Montesquieu — «il più bell’attributo della sovranità». Che infatti si trasmise dagli imperatori romani ai re delle monarchie assolute. I costituenti, perciò, ne investirono il presidente della Repubblica, ma i suoi atti vanno sempre controfirmati da un ministro. E attraverso la controfirma il potere di grazia si trasformò, di fatto, in una decisione necessariamente condivisa.

Poi, a metà degli anni Duemila, s’innescò il caso di Sofri e Bompressi. Il presidente Ciampi era orientato a graziarli, il ministro Castelli invece no. S’aprì un conflitto di attribuzioni. E la Consulta (sentenza n. 200 del 2006) dette ragione al primo. Perché il governo è un organo politico, e se decide sulla grazia ne snatura il carattere arbitrale — di estremo rimedio contro la summa iniuria del diritto — col rischio di graziare gli amici lasciando in carcere i nemici.

Da allora in poi questo potere spetta soltanto al presidente. Ma il presidente è un uomo solo, come è solo ciascun magistrato. Sta a noi sorreggerne il mandato.


Trump, i post su Truth condizionano il mercato e scatenano gli speculatori: 100mila dollari per leggerli prima

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Di Alberto Simoni, La Stampa

WASHINGTON. I post su Truth vi faranno ricchi. O al contrario vi faranno evitare grandi perdite. Le aziende di investimento a Wall Street si stanno adattando rapidamente al nuovo ambiente politico washingtoniano dove il presidente Trump è solito comunicare principalmente via Truth e annunciare lì cambi di politica, iniziative legislativa, operazioni militari. Così da tempo – rivela il Wall Street Journal – diverse grandi società di investimento hanno sviluppato un sistema automatico di monitoraggio di Truth che scandaglia i post, individua le parole chiave e poi agisce, cancellando posizioni o acquistando titoli. Spesso tutto avviene in una frazione di secondo.

Ora questo modello potrebbe subire un’ulteriore accelerazione. Il presidente Trump, infatti, ha annunciato un sistema di pagamento per aver accesso a una versione “super fast” delle notifiche dei post. I costi non sono alla portata di tutti: per abbonarsi al sistema (si chiama Truth API) bisogna sborsare 100mila dollari al mese; il prezzo cala a 60mila dollari in caso di abbonamento pluriennale. È una cifra che taglia fuori dal mercato la maggior parte delle società ma ve ne sono almeno cinque che hanno già sottoscritto l’opzione.

Questa “monetizzazione” di Truth e delle informazioni è stata duramente criticata al Congresso. Il senatore democratico Mark Warner (West Virginia) ha detto che così si crea “un sistema a due livelli per avere accesso a informazioni governative e si minaccia la credibilità del mercato dei capitali Usa”. Anche dal fronte repubblicano sono giunte critiche. «Penso sia sbagliato, è una forma di vendita degli accessi», ha detto il senatore del Texas Bill Cassidy, che non verrà ricandidato in novembre. Ma pure fra chi resta in corsa per un seggio, come Susan Collins nel Maine, i sospetti sulla mossa di Trump sono evidenti: «Non mi sembra appropriato» quanto fatto, ha commentato.

Che i post di Truth muovano gli andamenti dei listini è ormai evidente. Il Wall Street Journal ha citato alcuni esempi. Il primo è legato a un post risalente alle 12:38 del 9 giugno quando dopo l’abbattimento da parte dell’Iran di un elicottero Apache Usa Trump scrisse: «Gli Stati Uniti devono, necessariamente, rispondere a questo attacco». Attimi dopo le azioni del comparto energetico sono schizzate in alto e spinto all’insù i prezzi del greggio. All’opposto quando due giorni dopo Trump ha cancellato i raid previsti contro la Repubblica islamica parlando di negoziati in corso, l’immediata reazione dei mercati è stata una caduta dei prezzi dell’energia. Non è ovviamente una novità che i listini e le azioni reagiscono alle decisioni politiche. Ma quello cui si sta assistendo è il fatto che alcune aziende hanno la capacità di reagire in “nanosecondi” ai dati e molto più rapidamente dei competitori.Per garantirsi un ulteriore vantaggio, a dimostrazione di quanto la velocità di reazione sia diventata elemento cardine delle policy, c’è pure il fatto che alcune società hanno collocato i loro server nella zona di Washington DC per essere più vicini – spiega Eric Budish, professore della Chicago University – a dove e quando vengono diffusi i dati economici sensibili (come quelli su lavoro e inflazione).

Il pagamento per avere un accesso più rapido è un altro elemento di turbazione del mercato. Se infatti una società ha fatto un’offerta per acquistare dei futures sull’acquisto di greggio – è un esempio – e riceve il post di Trump in cui dice che la guerra con l’Iran è finita, la società può cancellare l’offerta, invertire la posizione aperta scommettere sul ribasso del prezzo del petrolio (shortare).


Riunione sul 14enne alla Farera, Claudio Zali indagato

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Di Andrea Manna, La Regione

Scattano le verifiche della Procura. Sull’iniziativa del consigliere di Stato leghista Claudio Zali – ovvero sulla riunione con i funzionari responsabili delle strutture detentive da lui voluta in relazione al caso del 14enne (inchiestato per gravi fatti) rinchiuso nel carcere giudiziario della Farera, figlio di una sua conoscente – vuole vederci chiaro non solo il parlamento, che ha già attivato l’Alta vigilanza, ma anche il Ministero pubblico. Che nei confronti del ministro ha avviato un procedimento penale per due ipotesi di reato: abuso di autorità e tentata coazione. L’incarto, da nostre informazioni, sarebbe stato aperto già a fine giugno, ma solo ora se ne ha notizia. Titolari del procedimento sono il procuratore generale Andrea Pagani e la sost pg Chiara Borelli.

Nel frattempo gli inquirenti hanno compiuto alcuni atti istruttori per appurare l’esistenza o meno di elementi di rilevanza penale, ai sensi dei reati ipotizzati, nell’agire di Zali. Sarebbero stati eseguiti interrogatori e perquisizioni, così come sarebbe stata sequestrata documentazione. E di ulteriore documentazione si è in attesa. A questo punto gli accertamenti della Procura sfoceranno in un decreto d’accusa o in un decreto d’abbandono. Se ne saprà di più nelle prossime settimane.

L’incontro del 9 giugno

Stando a quanto da noi ricostruito, e già riferito, l’organizzazione della riunione era stata chiesta alla direttrice della Divisione giustizia (Dipartimento istituzioni) Frida Andreotti mercoledì mattina 3 giugno, via WhatsApp, da Zali, responsabile, nel post arrocchino leghista in Consiglio di Stato, del dossier giustizia (non però del settore carceri, rimasto nelle mani di Norman Gobbi). La Direzione del Dipartimento del territorio, ossia quello ufficialmente diretto da Zali, veniva informata per telefono, già la sera di quel mercoledì, dei nomi di coloro che avrebbero preso parte all’incontro del 9 giugno: la stessa Andreotti, il direttore delle Strutture carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, la direttrice medica del Servizio di medicina penitenziaria dell’Ente ospedaliero cantonale Teresa Salamone e la magistrata dei minorenni Fabiola Gnesa. Non è tutto. A Zali era stato fatto presente anticipatamente da Andreotti che gli sarebbe stato spiegato come avviene la presa a carico dei minorenni detenuti in generale. In generale. Da aggiungere che Andreotti aveva prospettato per la riunione un paio di date, tra fine giugno e inizio luglio. Ma l’incontro era considerato da Zali urgente.

Incontro che si svolge la mattina di martedì 9 nello studio del consigliere di Stato. L’ex giudice ed ex presidente del Tribunale penale cantonale sposta subito il focus sul 14enne, che conosce, come la madre. Zali chiede la scarcerazione/trasferimento del ragazzo nel giro di poco tempo. Lo vuole fuori dalla Farera. Si dice anche disposto a prenderlo con sé a casa pur di tirarlo fuori da quel carcere giudiziario. Quest’ultimo non è certo il posto idoneo per un minore, quantunque sotto inchiesta per gravi reati, ma in Ticino mancano strutture chiuse adatte per minorenni (peraltro l’avvocato difensore del ragazzo non ha impugnato il provvedimento giudiziario del collocamento alla Farera). I due alti funzionari, la dottoressa e la magistrata dei minorenni non cedono: non accennano al caso specifico, quello del 14enne. Nella riunione parlano in termini generali della presa a carico dei minorenni detenuti.

Rispondendo martedì 30 giugno alle domande della sottocommissione parlamentare della ‘Gestione’ incaricata dell’Alta vigilanza, Andreotti e Laffranchini hanno affermato che mai, in base alla loro esperienza, un consigliere di Stato ha indetto una riunione partendo da un caso specifico con il quale aveva un legame/una conoscenza personale. Sull’incontro sollecitato dal ministro ha acceso i riflettori politico-istituzionali anche un’altra sottocommissione del Gran Consiglio, quella della commissione ‘Giustizia e diritti’.

Pure le valutazioni della Procura sono in corso.


Trump minaccia i ponti iraniani e concede il nucleare ai sauditi

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Di Paolo Mastrolilli, La Repubblica

Trump vuole costringere l’Iran a rinunciare al suo programma nucleare, e ora minaccia di bombardare le infrastrutture civili se Teheran continuerà a bloccare lo Stretto di Hormuz, ma ha deciso di fare un accordo con l’Arabia Saudita per aiutarla a sviluppare la sua energia atomica. Una contraddizione che genera critiche anche fra i repubblicani, per i rischi di una corsa al riarmo in Medio Oriente.

La crisi iraniana continua a complicarsi. Ieri il capo della Casa Bianca ha scritto sul suo social che «da ora in poi, ogni volta che la Repubblica islamica sparerà contro una nave nello Stretto di Hormuz, noi colpiremo un ponte o una centrale elettrica», anche vicino a Teheran. Simili attacchi verrebbero considerati crimini di guerra, in base al diritto internazionale, e dimostrano la frustrazione di Trump, che finora non è riuscito a far cadere il regime, ma neppure a costringerlo a un accordo diplomatico che riapra Hormuz e blocchi il programma nucleare. La sfida ora si concentra sullo Stretto, che era aperto prima della guerra, col prezzo del petrolio tornato sopra i 95 dollari al barile, mentre gli Houthi minacciano di paralizzare la navigazione anche nel Mar Rosso. Il segretario di Stato Marco Rubio ha detto che gli iraniani hanno mandato messaggi per riprendere le trattative, ma non verranno presi in considerazione fino a quando dimostreranno di voler negoziare sul serio.

La crisi ora si sovrappone al nucleare saudita, che rischia di sconvolgere gli equilibri. Il principe Mohammed bin Salman vuole sviluppare l’energia atomica a scopi domestici, in modo da avere più petrolio da esportare. Lui stesso però ha detto che costruirebbe l’arma nucleare, se l’Iran la ottenesse. In passato giravano anche teorie secondo cui l’atomica pachistana era stata realizzata con finanziamenti sauditi per garantire anche la difesa del regno.

Biden aveva considerato la possibilità di aiutare Riad a sviluppare il programma nucleare, in cambio dell’adesione agli accordi di Abramo e quindi il riconoscimento di Israele. L’attacco di Hamas del 7 ottobre aveva fatto saltare il negoziato, e si sospetta che Teheran lo avesse ordinato o quanto meno incoraggiato proprio per boicottare queste intese.

Trump ha riaperto il dossier, senza però vincolarlo alla normalizzazione dei rapporti con Israele, impossibile dopo la guerra a Gaza. L’accordo prevede uno studio di due anni per valutare la convenienza del progetto. Se la risposta sarà positiva, Riad pagherà miliardi di dollari ad aziende americane come Westinghouse, che avranno un’esclusiva di trent’anni per costruire i reattori modello AP1000. L’Arabia ha rifiutato i controlli dell’Aiea sul suo arricchimento di uranio o plutonio, ma gli Usa sostengono di poter garantire che il programma non sarà usato per l’atomica. L’Iran teme però che lo scopo sia proprio questo, ma anche Israele, Egitto, Turchia ed Emirati hanno la stessa preoccupazione, che potrebbe scatenare una corsa alla proliferazione.

Nell’immagine: Trump in versione “bomber”


I cubani strangolati: «Così si preparano ad attaccarci»

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Di Roberto Livi, il manifesto

«La rivoluzione cubana è il nemico della civilizzazione occidentale». E naturalmente del suo centro motore, gli Stati Uniti. È questa la tesi del documento elaborato dal Dipartimento di Stato. Un linguaggio che resuscita il fantasma di McCarthy e l’ossessione anticomunista della guerra fredda. E una ragione c’è, afferma il ministro degli esteri cubano Bruno Rodriguez: «Rubio prepara la strada per un attacco a Cuba».

Il capo della diplomazia cubana indica nel segretario di Stato il vero falco dell’amministrazione Trump. Al suo confronto il tycoon di Washington appare un moderato, ancora vincolato a una strategia di sanzioni e pressioni per «acquisire» Cuba. Una linea questa appoggiata dal suo vice J.D. Vance. Rubio invece insiste sull’urgenza di schiacciare «la testa del serpente cubano» per rinnovare la fedeltà della sua base elettorale.

«LADRONE E MENTITORE», ha reagito il presidente Miguel Díaz-Canel. Il primo epiteto si riferisce all’inizio della carriera di Rubio, sponsorizzato in Florida dai terroristi della Fondazione nazionale cubano-americana, in partnership con gruppi mafiosi cui faceva parte il cognato del segretario di Stato. Il secondo epiteto, sulle menzogne di Rubio, è stato ripreso anche dal ministro degli esteri Rodriguez. Sono gli Stati uniti che, direttamente e indirettamente, hanno usato il terrorismo per tentare di abbattere la Rivoluzione cubana. Hanno causato centinaia di morti, come pure sono state diverse centinaia gli attentati – tutti falliti – per uccidere Fidel Castro.

IL TEMPO, PERÒ, stringe anche per il vertice cubano. Le sanzioni più dure – quelle che hanno un pesante versante extraterritoriale – emanate da Trump per strangolare l’economia cubana e «provocare fame e disperazione» nella popolazione cubana hanno effetti devastanti. Citiamo solo gli ultimi. Una portacontainer della compagnia francese Cma Cgm con a bordo 3,5 milioni di siringhe donate a Cuba dall’associazione Spagnola SodePaz è stata bloccata in Giamaica a causa dell’ordine presidenziale 14404 che colpisce con dazi chi attracca in porti cubani. A causa delle sanzioni previste a chi ha relazioni col ministero del turismo di Cuba, la società alberghiera Melia – nell’isola da ben 36 anni – chiude da venerdì le sue attività in tutti i 34 hotel che gestiva (misura adottata anche dalle catene Iberostar e Barceló). Mentre a causa del blocco energetico, tutta l’isola subisce lunghi black out (in provincia anche più di 70 ore) che provocano anche una drammatica scarsezza del rifornimento di acqua.

PER QUESTE RAGIONI il presidente Miguel Díaz-Canel ha annunciato che entro la fine del mese il governo inizierà l’applicazione di 121 delle 176 ”trasformazioni economiche e sociali” decise a metà giugno. Si tratta di un pacchetto di riforme che, almeno nel suo disegno, tendono a sostituire la programmazione centrale col mercato e a ampliare il settore privato. Un processo che, secondo il presidente, è necessario per dare maggiore efficienza alle strutture produttive e quindi poter garantire migliori condizioni di vita alla popolazione. Il tutto sotto la direzione del governo e del Pcc.

«LE PRIME RIFORME sono orientate verso il sociale, alle persone più vulnerabili, con meno reddito come i pensionati», ha informato il presidente in un’intervista con Russia Today in spagnolo. Díaz-Canel ha ribadito che tale pacchetto di riforme «pone sfide e rischi nella sua applicazione». Il primo rischio è che «aumenti la diseguaglianza sociale», una piaga «già esistente nel paese». Per questa ragione, viene data priorità al Fondo di garanzia per proteggere gli strati della popolazione con minor reddito.

RIGUARDO ALLA BRUTALITÀ e extraterritorialità delle sanzioni emanate da Trump, il presidente cubano ammette che gli Stati uniti «stanno trattando di fare in modo che non vi siano investimenti in Cuba con una persecuzione davvero aggressiva verso gli investitori, però – ha aggiunto – l’interesse a investire in Cuba non è solo negli Usa, ma anche in altre regioni del pianeta». Si tratta, ha affermato, di persone e imprese interessate a lavorare con Cuba, «non disposte a subordinare i propri interessi alle imposizioni di chi si crede un impero destinato a governare il mondo». Tra questi vi sono anche «molti cubani residenti all’estero».

Quanto alle critiche – sia interne che esterne – che il pacchetto di riforme possa aprire la strada al capitalismo, il presidente ha ribadito che l’obiettivo è «rafforzare e perfezionare il socialismo». Però con coraggio non nega il dibattito su questa fondamentale questione: «Credo anzi che questo dibattito ci aiuti, che vi sia molta gente nel nostro paese preoccupata affinché non si alterino i principi (del socialismo), che non si tocchi per nulla la giustizia sociale».

GLI EFFETTI del «castigo collettivo» imposto dalle sanzioni però non vengono affatto sottovalutati. Le proteste sociali, soprattutto i cacerolazos, si moltiplicano dovuti alla drammaticità delle condizioni di vita del cubano


Kiev e Mosca verso la battaglia finale. Putin spera ancora nella sponda Usa

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Di Anna Zafesova, La Stampa

«Attaccare»: questa è la missione che Volodymyr Zelensky ha affidato al nuovo comando del suo esercito, dopo che la “rivoluzione dei cartoni” ha dato al presidente ucraino il sostegno per ribaltare la catena di comando del suo esercito proprio in un momento estremamente delicato della guerra. L’apparentemente inamovibile capo delle forze armate Oleksandr Syrsky è stato licenziato insieme al suo capo dello Stato maggiore Andriy Gnativ: a sostituirli sono arrivati Mykhailo Drapaty e Ihor Skibyuk, con l’ex capo dei servizi segreti Sbu, Yevhen Khmara, nella poltrona (per ora provvisoria) del ministro della Difesa. Manca l’ultimo tassello, la nomina dell’ex ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, il cui licenziamento aveva scatenato proteste in piazza a Kiev e in altre città ucraine, e a quel punto si sapranno tutti i componenti del dream team con il quale Zelensky conta di affrontare quella che molti osservatori ucraini ritengono l’inesorabile escalation finale della guerra contro la Russia.

Il braccio di ferro tra Syrsky e Fedorov, ciascuno dei quali aveva chiesto al presidente la testa dell’avversario, si è concluso quindi con una decisione solomonica solo in apparenza: dopo aver prestato ascolto al primo, Zelensky ha fatto una giravolta a 180 gradi, ascoltando la voce della piazza e dei militari. Eroe della difesa di Kiev e della controffensiva a Kharkiv nel 2022, nei primi mesi terribili dell’invasione russa, Syrsky veniva criticato da molti, militari e civili, come il “macellaio”, un generale sessantenne di formazione sovietica, maestro della guerra di trincea, indifferente alle perdite umane e spesso attento alle esigenze della politica più che a quelle militari. Fedorov, 35 anni di cui gli ultimi sette ininterrottamente nei vari esecutivi di Zelensky, è un manager nativo digitale, uno degli autori della rivoluzione dei droni, e convinto sostenitore della candidatura di Drapaty. Classe 1982, il nuovo comandante è un general-maggiore che aveva nove anni quando l’Ucraina è diventata indipendente, e ha trascorso tutta la sua vita a combattere i russi: era lui al comando del celebre “blindato volante” che nel maggio del 2014 aveva sfondato a tutta velocità le barricate dei filorussi per liberare Mariupol.

Due visioni, due generazioni e due narrazioni a confronto, con Zelensky che è riuscito abilmente a districarsi da uno scontro che aveva messo a rischio la sua popolarità e soprattutto la fiducia degli ucraini verso l’esercito. Drapaty è probabilmente il primo comandante della storia scelto dalla piazza e dai social, in quella “rivolta dei cartoni” che ha spinto i giovani ucraini a una protesta spontanea durata per giorni, non solo a Kiev, chiedendo la rimozione di Syrsky e la nomina del suo avversario. Una mobilitazione che ha permesso a Zelensky – impegnato nel frattempo in fitti negoziati con i comandanti militari più importanti e popolari – di accumulare il potenziale politico per scardinare non solo Syrsky, ma la sua catena di comando. Resta l’interrogativo se l’avesse pianificato fin dall’inizio, ma intanto il risultato gli restituisce il consenso e l’autorità, anche se l’ex ministro Fedorov schizza all’improvviso al terzo posto nei sondaggi su eventuali elezioni, dietro al presidente e all’ex comandante dell’esercito Valery Zaluzhny. Ma intanto il vecchio comandante si porta via in parte la rabbia accumulata dalle brutali campagne di reclutamento forzato, e dai numerosi scandali di violenza e corruzione nell’esercito, lasciando il campo libero a un giovane popolare e dotato di un credito di fiducia enorme.

Che gli servirà molto presto: il nuovo esecutivo di Serhiy Koretsky appena nominato da Zelensky ha lo scopo dichiarato di mantenere il Paese in bilico durante quello che viene già promesso come «l’inverno più duro della guerra». Pochi dubitano che Vladimir Putin tornerà a intensificare i bombardamenti e potrebbe lanciare la mobilitazione generale per tentare un’escalation e conquistare infine il Donbas. E intanto che Fedorov in un tweet invita ad «affrettarsi a scrivere i nuovi capitoli della storia», intensificando l’offensiva ucraina soprattutto in territorio russo, qualcosa si muove a sorpresa anche nella diplomazia.

Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha annunciato ieri di avere in agenda, nella giornata di oggi a Manila, un colloquio con Marco Rubio. A giudicare dalle rispettive dichiarazioni nessuno dei due diplomatici si aspetta grandi progressi, ma la notizia di un incontro è bastata da sola a fare schizzare in alto la Borsa di Mosca, piombata ai minimi storici la settimana scorsa. Zelensky intanto ha riaperto il dialogo con Jared Kushner e Steve Witkoff, i due negoziatori americani messi in stand by dalla posizione intransigente del Cremlino, e a Kiev si parla di una imminente visita del presidente ucraino alla Casa Bianca.


“Presidente, deve chiarire”

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Sig. Consigliere di Stato
Claudio Zali
Residenza governativa
CH-6501 BellinzonaBellinzona, 17 luglio 2026Richiesta di presa di posizione pubblica

Signor Presidente del Consiglio di Stato,le rivolgiamo la presente lettera in seguito alla recente diffusione pubblica, attraverso canali social media, di alcuni file audio contenenti una conversazione telefonica a lei attribuita e altri contenuti.

Da tali registrazioni emergono affermazioni riguardanti fatti e circostanze che destano profonda preoccupazione per la loro gravità, in quanto riferiti a potenziali questioni di violenza nei confronti di una donna.

La pubblicazione di questo materiale sta generando numerosi interrogativi e segnalazioni da parte della cittadinanza, che mettono in discussione la credibilità delle nostre istituzioni. In questa sede non vogliamo giungere a conclusioni affrettate ed eventuali accertamenti spettano esclusivamente alle autorità competenti.

Riteniamo tuttavia che, quando materiali di questa natura coinvolgono direttamente una persona chiamata a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato, si ponga inevitabilmente una questione di fiducia e credibilità istituzionale. Le istituzioni democratiche vivono dal rapporto saldo con i cittadini, un patrimonio prezioso che impone a chi ricopre alte cariche pubbliche standard etici ineccepibili.

La funzione pubblica esige equilibrio, rispetto delle persone e la piena consapevolezza del valore esemplare di ogni comportamento tenuto da chi è chiamato a governare il Cantone. Ciò deve valere nei fatti così come nella percezione da parte della cittadinanza.

Per queste ragioni, riteniamo che questa situazione non possa essere confinata nel silenzio. Nell’interesse delle istituzioni e della fiducia che i cittadini ripongono in esse, le chiediamo di assumere personalmente e il prima possibile un’iniziativa responsabile affinché lei chiarisca pubblicamente questa situazione. È necessario fare piena luce sulla vicenda per tutelare il prestigio e la credibilità del Consiglio di Stato, anche nel complesso del suo collegio.

Con i nostri distinti saluti,
Fiorenzo Dadò
Alessandro Speziali
Fabrizio Sirica


Troppi turisti e a Lucerna c’è chi pensa a un tetto massimo ai letti d’albergo

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tvsvizzera.it

Non sono i numeri di mete tradizionali del turismo, come Parigi, Roma, Venezia o Barcellona, ma per una città che conta poco più di 80’000 abitanti sono cifre di tutto rispetto: l’anno scorso, Lucerna ha registrato quasi 1,5 milioni di pernottamenti, un record, in aumento del 5% in più rispetto al 2024. Sono oltretutto cifre che non conteggiano il turismo di giornata. Stando a un’analisiCollegamento esterno del 2019 della Scuola universitaria professionale di Lucerna, nella città sulle rive del Lago dei Quattro Cantoni arriva ogni anno un minimo di due milioni di turisti di giornata e un massimo di sette.

Come in altre località confrontate con il fenomeno del sovraffollamento turistico, tra la popolazione serpeggia un certo malcontento. Le autorità sono finora intervenute con alcune misure mirate.

Ad esempio, per cercare di porre un freno al costante afflusso di pullman, sono stati introdotti dei disincentivi: l’accesso alle aree di sosta è ora possibile solo previa prenotazione e per ogni automezzo viene applicata una tassa di 100 franchi. Le misure hanno dimezzato il numero di autobus in centro, ma hanno in parte spostato il problema in periferia, dove a volte gli operatori turistici fanno scendere i clienti per aggirare la tassa.

All’inizio del 2025 è inoltre entrato in vigore un regolamento sugli affitti di breve durata. In particolare, esso prevede che camere e appartamenti destinati ai turisti non possono essere affittati per più di 90 notti all’anno. L’obiettivo è di porre un freno al fenomeno AirBnb. Sulla scia di quanto fatto a Lucerna, altre città svizzere hanno introdotto o prevedono di farlo limitazioni simili.

Ora c’è però chi vorrebbe spingersi oltre. Preoccupato per una crescita ritenuta troppo forte il gruppo d’interesse Nachhaltiger TourismusCollegamento esterno (turismo sostenibile) ha lanciato l’iniziativa Luzerner Tourismus in Balance (Turismo lucernese in equilibrio), depositata in maggio con 986 firme.

Il testo chiede che per ogni categoria alberghiera venga fissato un tetto invalicabile. La regola “uno entra, uno esce” diventerebbe la norma: un nuovo hotel potrebbe aprire i battenti solo se un’altra struttura della stessa categoria cessasse definitivamente l’attività.

Un letto d’albergo ogni 13 abitanti

Per il gruppo promotore, si tratta di un passo obbligato, non da ultimo perché il regolamento comunale sulle locazioni brevi per arginare Airbnb si sarebbe rivelato un colabrodo, facilmente aggirabile con l’ondata di hotel a self check-in.

“Ad Amsterdam c’è un letto d’albergo ogni 17 abitanti, mentre a Lucerna la proporzione è addirittura di uno ogni 13 residenti”, ha dichiarato all’agenzia stampa Keystone-ATS il consigliere nazionale socialista David Roth, uno dei volti dell’iniziativa.

A suo avviso la città olandese è un esempio lampante di sovraffollamento turistico, eppure a Lucerna si vuole comunque far crescere il settore.

Secondo Roth, la strategia di crescita perseguita da Lucerna Turismo entra in concorrenza con il mercato abitativo in un contesto di scarsità di alloggi. “Con una crescita annua del 5%, sarebbero necessari 315 posti letto alberghieri aggiuntivi, il che comporterebbe la perdita di circa 64 appartamenti all’anno”.

Iniziativa controproducente

Ma la controffensiva del settore non si è fatta attendere. Ferdinand Zehnder, presidente del Forum turistico di Lucerna e parlamentare cantonale del Centro, bolla l’iniziativa come inefficace e controproducente. “Ad Amsterdam, nonostante il tetto, lo scorso anno si sono contati 22 milioni di pernottamenti, ben più del plafond fissato a 20 milioni”, sottolinea. Secondo l’ex albergatore, il vero problema non sono gli ospiti che dormono in città, bensì i turisti giornalieri, che generano un valore aggiunto minore.

Zehnder ha avvertito che un blocco del numero dei letti rischierebbe di innescare una fuga verso i comuni limitrofi o verso le piattaforme di affitto breve, senza risolvere il nodo della sostenibilità. Gli hotel di Lucerna nel 2025 hanno registrato un tasso di occupazione del 69%: a suo avviso non vi è quindi un problema di capacità, ma di distribuzione. Il 61enne difende la strategia dell’ente turistico, che punta sulla qualità e su una migliore distribuzione dei flussi durante tutto l’anno piuttosto che su una crescita a oltranza.

Nell’immagine: il Kappelbrücke – Ponte della Cappella – è una delle attrazioni prese d’assalto dai turisti a Lucerna.


Chi si rivede, i dazi: ricomincia la guerra, «tariffe a 60 paesi»

Viviamo in un tempo cattivo con rapporti incrudeliti a tutti i livelli. Da qui la santificazione delle maniere dure. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità Ascolta l'articolo 

Di Andrea Valdambrini, il manifesto

Il presidente americano Donald Trump riapre il capitolo dazi. Secondo il Financial Times, già questa settimana la Casa Bianca potrebbe annunciare una nuova ondata di tariffe commerciali nei confronti di circa 60 paesi, rilanciando la strategia dell’amministrazione dopo le limitazioni imposte dalla Corte Suprema Usa all’uso dei poteri d’emergenza – l’effetto della sentenza scadrà però il prossimo venerdì. La novità riguarda soprattutto la base giuridica dei dazi. Per superare il verdetto supremo, la Casa Bianca starebbe preparando una nuova strategia legale per reintrodurre le tariffe. Il perno sarebbe il rapporto preparato dal rappresentante al Commercio Jamieson Greer, fedelissimo di Trump e negoziatore dei dazi con le controparti internazionali, a partire dall’Ue. Quel rapporto parla dei dazi come lotta al lavoro forzato.

TRA GLI STATI sotto minaccia di nuovi dazi figurano l’Unione europea, insieme a Cina, Giappone, India, Messico, Corea del Sud, Vietnam e diverse altre economie asiatiche. L’ipotesi di imporre tariffe aggiuntive a numerosi partner commerciali è stata di fatto rilanciata martedì dallo stesso Greer. Intervistato dall’emittente economico-finanziaria statunitense Cnbc, all’indomani dell’annuncio di dazi del 50% su alcune importazioni dal Canada, Greer ha ribadito che l’obiettivo dell’amministrazione Usa resta quello di ridurre il deficit commerciale, a partire dai vicini Canada e Messico. Secondo il rappresentante al Commercio, il disavanzo complessivo americano è diminuito grazie all’introduzione delle tariffe, che si confermano quindi una buona strategia per Washington. Greer ha poi sostenuto che «gli Usa hanno leggi per proibire il commercio di beni prodotti con lavoro forzato. Altri paesi, la maggior parte, non hanno una legge, e quelli che ce l’hanno non la applicano realmente». Ed è questo l’argomento principale che prepara la svolta.

L’ANNUNCIATA OFFENSIVA commerciale trumpiana poggia infatti sul dossier che l’United Stated Trade Representative (Ustr), ovvero l’ufficio guidato dallo stesso Greer, porta avanti da mesi. Il report è stato pubblicato il 2 giugno, al termine di un’indagine avviata, con tutti i crismi giuridici, ai sensi della Sezione 301 del Trade Act del 1974. In circa 100 pagine, l’Ustr argomenta che i paesi oggetto dell’inchiesta «non impongono o non fanno rispettare efficacemente un divieto di importazione di beni prodotti con lavoro sotto coercizione». A differenza delle tradizionali misure commerciali rivolte a specifiche categorie di beni, la proposta non riguarda singoli prodotti. I dazi si applicherebbero alla quasi totalità delle merci provenienti dalle economie coinvolte.

LA REGOLA VARRÀ per tutti gli Stati messi nel mirino, ma è Bruxelles a trovarsi nella posizione più delicata. Già a inizio giugno la Commissione europea aveva definito «ingiustificate» le minacce americane di imporre nuovi dazi basandosi sul criterio del lavoro coercitivo. L’esecutivo aveva ricordato che l’Ue si è dotata di una delle legislazioni più severe al mondo per vietare l’immissione sul mercato di prodotti realizzati secondo tali modalità. A oggi, comunque, la Commissione sarebbe perfino pronta ad accettare la nuova base giuridica dei dazi statunitensi. La condizione è che Washington rispetti il tetto massimo del 15% concordato nell’ambito dell’intesa di Turnberry, siglata in Scozia un anno fa tra la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen e Trump e giudicata da più parti, anche tra i funzionari Ue di più alto livello, una vera e propria capitolazione all’arroganza della Casa Bianca.

BRUXELLES SPERAVA però di essersi lasciata la vicenda alle spalle, pur consapevole della scarsa affidabilità dell’amministrazione Trump. Il percorso istituzionale dell’intesa commerciale con Washington si è infatti concluso: dopo l’accordo politico raggiunto a maggio tra Parlamento europeo e Consiglio, il 16 giugno l’Eurocamera ha approvato in via definitiva i due regolamenti che danno attuazione agli impegni tariffari concordati in Scozia la scorsa estate, ricevendo il 25 giugno anche il via libera finale del Consiglio Ue, dove siedono i governi dei 27. Il pacchetto elimina, a partire dal 1° luglio, i dazi europei sui beni industriali statunitensi e amplia l’accesso al mercato Ue per alcuni prodotti agricoli e ittici americani.

L’APPROVAZIONE legislativa, tuttavia, non ha chiuso del tutto il negoziato. La Commissione continua infatti a trattare con l’amministrazione Trump per ottenere esenzioni su alcuni prodotti agroalimentari particolarmente importanti per le esportazioni europee, tra cui vini, olio d’oliva e formaggi pregiati.


Così i droni di Israele uccidono i bambini a Gaza. Lo studio forense: “Non per errore, mirano alla testa”

Viviamo in un tempo cattivo con rapporti incrudeliti a tutti i livelli. Da qui la santificazione delle maniere dure. Anche per legge, e a dispetto dei principi costituzionali di ragionevolezza e di proporzionalità Ascolta l'articolo 

Di Marco Pasciuti, il Fatto Quotidiano

Il primo segno che sono nei paraggi è quasi sempre un ronzio. Non il rombo di un caccia, né quello di un elicottero. Un rumore sottile, persistente, elettrico. Significa che il quadricottero è immobile sospeso su una strada, una tenda, un cortile. Poi esplode un singolo colpo. Alla testa. Al collo. Al torace. È la scena che emerge da due dossier pubblicati recentemente. Il primo è della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati. Il secondo è pubblicato dalla Brown University, firmato da un medico che ha operato a Gaza, da un ex responsabile della guerra di precisione del Pentagono, da un ex dirigente del Dipartimento di Stato e dalla direttrice del progetto Costs of War. Entrambi descrivono lo stesso fenomeno: l’impiego di piccoli droni armati contro i minori.

Hanno nomi vocativi come Bird of Prey e i TerminaTHOR prodotti dalla Elbit Systems. Non sono grandi velivoli da combattimento, ma piccoli sistemi dotati di telecamere elettro-ottiche, sensori termici e infrarossi che volano a bassissima quota. Pesano meno di 25 chili, possono essere trasportati da uno o due soldati e operano a una distanza tra gli uno e i 5 chilometri. Possono essere equipaggiati con fucili, lanciagranate, piccoli ordigni, altoparlanti o spray urticante. Per l’Onu il loro uso è una delle caratteristiche dell’offensiva dell’esercito israeliano a Gaza: “Si librano vicino ai bersagli, consentendo agli operatori di vedere chiaramente — grazie a telecamere ad alta risoluzione dotate anche di visione notturna — chi stanno colpendo prima di aprire il fuoco”. Per gli osservatori è un passaggio decisivo, perché se l’operatore può osservare il volto, l’età, i movimenti della persona che ha nel mirino, diventa difficile sostenere che un bambino venga colpito per errore semplicemente perché non era distinguibile. Solo per l’Onu sono stati 168 i bambini colpiti da arma da fuoco tra il novembre 2023 e il luglio 2025. Di questi, almeno 88 sono morti. Almeno 70, con un’età che va dalle 10 settimane ai sedici anni, sarebbero stati colpiti da quadcopter armati: 73 alla testa, 22 al torace.

Uno dei casi più sconvolgenti si svolge il 12 aprile 2024, nel campo profughi di Nuseirat. E’ l’una del pomeriggio. Una madre sta allattando il figlio, il piccolo ha dieci giorni di vita. Un solo proiettile attraversa la tenda, entra nella testa del neonato, esce dalla nuca e finisce sul cuscino. Il bimbo sopravvive, ma riporta gravissime lesioni cerebrali: avrà crisi epilettiche per tutta la vita, dicono i dottori. Dopo avere analizzato il proiettile e le testimonianze, la Commissione conclude che il colpo è compatibile con un fucile di precisione montato su un quadricottero. “Poiché lo sparo è avvenuto in pieno giorno, la Commissione conclude che l’operatore del drone fosse in grado di vedere all’interno della tenda e ritiene che il bersaglio fosse una madre con il suo bambino”.

Lo studio “Lethal Precision Without Accountability” [“Precisione letale senza responsabilità”] pubblicato dalla Brown University – tra le più prestigiose università al mondo – prova invece a spiegare come sia possibile arrivare a quelle conclusioni. Gli autori sono Mahmooda “Mimi” Syed, medico d’urgenza che ha trascorso mesi negli ospedali Al-Aqsa e Nasser; Wes J. Bryant, ex capo delle valutazioni sui danni ai civili del Pentagono e architetto della campagna aerea contro l’Isis; Charles “Cob” Blaha, già direttore dell’Ufficio Sicurezza e Diritti Umani del Dipartimento di Stato americano e Stephanie Savell, direttrice del progetto Costs of War dell’ateneo di Providence.

Non è un rapporto basato sulle testimonianze ma un’analisi medico-forense, ovvero un’indagine costruita dentro le sale operatorie. Incrociando cartelle cliniche, radiografie, Tac, proiettili recuperati, analisi balistiche, fotografie e competenze militari gli autori hanno ricostruito la dinamica degli spari. La dottoressa Syed racconta di aver documentato personalmente le cure applicate a 18 bambini feriti da arma da fuoco. C’è un elemento che torna quasi ossessivamente: in tutti i casi i piccoli “hanno riportato lesioni alla testa, al collo o al torace, a causa di proiettili singoli di piccolo calibro”. Il 90% delle famiglie che accompagnano quei bambini in ospedale riferisce di avere visto un quadricottero armato nell’area subito prima dello sparo.

Molti pazienti non vengono colpiti durante combattimenti. Come Mira Al-Dariny, quattro anni. Sta giocando davanti alla tenda della famiglia a Khan Younis. I genitori trovano la figlia a terra, il sangue le copre il volto. Il foro è minuscolo. Il proiettile è conficcato nel cranio e i neurochirurghi praticano una craniotomia d’urgenza. Mira sopravvive. Nel report compare la Tac. Secondo gli autori il punto d’ingresso, la posizione finale del proiettile e il suo orientamento indicano una traiettoria proveniente dall’alto. In ospedale la madre e il padre raccontano di avere visto quadricotteri sorvolare il campo.

Il cuore dello studio è nella balistica. Gli autori hanno analizzato i proiettili recuperati nei corpi dei bambini e hanno concluso che sono compatibili con i “fully metal jacketed 5.56×45 mm NATO rounds”. Munizioni rivestite integralmente in metallo e progettate per non deformarsi facilmente. Entrano, attraversano i tessuti, perdono velocità, cominciano a ruotare. Possono restare conficcate nelle ossa del cranio o nel collo. Ed è proprio la loro posizione finale, insieme all’angolo d’ingresso, a consentire agli autori di ricostruire la traiettoria. Secondo l’analisi medico-legale, nei casi studiati i proiettili penetrano con angoli compresi fra circa 30 e 60 gradi. “Questo dato – scrivono gli autori – è compatibile con la balistica attesa di un proiettile esploso da un drone tattico collocato ben al di sopra del bersaglio e in posizione angolata rispetto ad esso. Gli spari provenienti da cecchini o da altre armi da fuoco terrestri presentano invece, di norma, traiettorie ben inferiori ai 30 gradi, soprattutto in un territorio pianeggiante come Gaza”.

Nell’immagine: documenti relativi ad un caso del 24 agosto 2024. Il rapporto dice: “Una bambina di quattro anni è stata ricoverata con una piccola ferita alla fronte. Testimoni oculari, tra cui i suoi genitori, hanno riferito che alcuni quadricotteri stavano sparando contro le persone intorno alle loro tende, causando numerose vittime con ferite simili. La bambina stava giocando fuori dalla sua tenda quando è stata trovata dai genitori a terra, coperta di sangue. La TAC (a sinistra) ha rivelato un proiettile incastrato nel suo cranio. La bambina è stata sottoposta a craniotomia d’urgenza e
si è ripresa. Il punto di ingresso del proiettile rispetto al suo punto di arresto finale, insieme al suo orientamento, dimostra che il proiettile è stato sparato con un angolo elevato e dall’alto, in linea con la traiettoria di un proiettile sparato da un drone”